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Così sono entrato nei panni del Caimano
Dare vita a un invadente invasore senza essere invasi. Una sfida difficile da vincere senza parodia, ma con iperrealismo
Elio De Capitani su diario *


Elio De Capitani è il Caimano

Siete liberi di pensare quello che volete di Lui, ma per me la parte del Caimano è una gran parte, con il suo bel monologo per giunta. L'Italia è il Paese che amo... è un capolavoro, suona alle mie orecchie come L'inverno del nostro scontento... primo soliloquio di Riccardo III. Ecco, storcete il naso, lo sapevo. Per voi il paragone è insopportabile, di Lui si può parlare solo con sufficienza: il gran cafone, la macchietta, il rialzo nei tacchi, il cerone e il trapianto, con tanto di bandana. Si può solo pigliarlo per il culo, mai cercare di capire. E l'Italia se ne va dove vuole lei, una volta a destra e una a sinistra, ma senza che si riesca a capire di cosa è fatta. Perché Lui incarna un segmento preciso del Dna di questo Paese. E lo farà valere. Le regole lo mandano in bestia, lo si è visto. È quello che vogliamo: più le regole che mandarlo in bestia, ma va bene tutto a questo punto.

Per cercare di capirlo bisogna partire da lì, dal suo capolavoro, dalla sua intuizione geniale, dalla «discesa in campo». La versione moderna, diremmo light, della marcia su Roma o del levantamiento di Francisco Franco. Le tv contano, i soldi e i mille modi in cui li ha fatti contano, ma lo scarto è la scelta di diventare attore in prima persona. E di smetterla di essere solo uno dei tanti registi o suggeritori del copione politico. Il profondo disprezzo che nutre per Lui il popolo della sinistra, assieme alla vecchia élite nordindustriale italiana, è più che legittimo, ma ha un lato ambiguo: certo, anche perché puzza di snobismo, ma soprattutto perché il rischio è la sottovalutazione. Abbiamo sempre temuto un nuovo uomo della provvidenza, un nuovo Lui, ma la forma che immaginavamo era quella vecchia, truce, fascista, cilena, greca... la nuova forma non l'abbiamo saputa immaginare e neppure cogliere per tempo.

Intendiamoci: l'uomo è quel che è, l'esatto opposto di quel che trovi sul dizionario alla voce statista. Un capitalista-avventuriero - descritto così bene da Max Weber - che affonda le radici dei suoi affari in una contiguità inoccultabile con il lato oscuro dell'Italia, ma difesa attraverso il fuoco di sbarramento degli avvocati-parlamentari e lo stravolgimento operato sulle leggi. Il nostro Bel Paese lo ha devastato, arricchendosi smisuratamente e cambiando il corso della storia.

E adesso è fatta: Lui sono io. Il Caimano di Moretti è nei cinema, la mia interpretazione è a vostra disposizione. Diario mi ha chiesto di scrivere di questa avventura con Nanni e con la sua bellissima troupe. Credevo di avere molta voglia di farlo, ma ora soffro un po'. Ho avuto molto rispetto per la consegna del silenzio fino all'uscita, perché mi piace l'idea che si possa vedere un film o uno spettacolo mantenendo l'incanto della sorpresa. Per questo amo mettere in scena testi inediti e drammaturgia contemporanea e amo fare Amleto per chi ha 15 o 16 anni, come mio figlio. Dovrebbe essere sempre così. Scoprire con sorpresa. Mantenere l'incanto.

II tana-liberi-tutti comincia con il ricordo di un giorno molto strano- un anno fa, più o meno - il giorno del provino. Mi sembrò talmente disastroso, che scrissi d'impulso una lettera. Diceva così: Caro Nanni, ieri mi veniva da ridere. Il fatto è che in tutta la mia vita di provini ne ho fatti diecimila ma, mi sono reso conto solo oggi, non uno dalla parte dell'attore. Mai pensato di avere la minima difficoltà e invece: da manuale. Mi spiace, soprattutto per Loredana (Loredana Conte, assistente alla regia, ndr) che s'era certo immaginata di aver avuto una bella idea. Ma lei mi ha visto recitare felice di farlo. Ieri mi sembrava di essere in terza media. Per nulla angosciato devo dire, anzi, persino divertito. La cosa che mi fa più ridere, e che mi sconcentrava di più ieri, è che ti trovavo bravissimo e provavo un'invidia bestiale, caro Nanni, per il tuo modo di buttare lì le cose. Quindi è vero: il provino è una sindrome. Quanto al Caimano, credo che quello che hai visto nel film di Roberto Dordit (Apnea del quale De Capitani è coprotagonista, ndr) può darti un'idea di come potrei farlo e soprattutto di come sto in scena abitualmente. Il né carne né pesce della parodia che tentavo ieri se ne va tranquillamente al diavolo lavorando sul personaggio due ore. Elio

Un sogno. Che Il Caimano lo dovessi scordare sembrava quasi certo mentre scrivevo, ma mi dispiaceva davvero. Volevo serenamente comunicare a Nanni che avevo capito il come, che di sicuro avrei saputo eseguire agilmente il doppio salto mortale che la parte richiedeva. Il Caimano è un film nel film, anzi: è il sogno di un film e Nanni è riuscito a usare astutamente questo macchiavello, ben più di un pretesto, per scaravoltare i piani delle attese e delle prospettive, trovando per la parte del Caimano, una forma particolare di narrazione, un clima molto avvincente, leggero e magico, in permanente equilibrio tra il comico, il serio, l'epico e persino l'allegorico. Lui, il Caimano vero, ha invaso di sé il nostro Paese, lo ha prima contagiato e poi plasmato, contaminando, assieme alla televisione, alla società e alla sua sfera politica, anche le forme simboliche di chi gli si opponeva. Costringendoci a fare mille volte il suo nome, a riprodurre mille volte la sua immagine - anche storpiata e parodizzata - ci ha spinti senza volerlo ad amplificarlo perfino quando volevamo combatterlo. Così Lui si è messo al centro del Paese e ha prodotto un senso di asfissia in tutte le cose.
Come fare un film che parlasse di questo invadente invasore senza esserne invasi? Affascinato da quello che aveva escogitato Nanni avevo capito il suo lucido progetto, nato dall'esigenza di sottrarsi all'infernale trappola in cui si cade ogni volta che si parla di Lui. Nanni lo decentrava, lo spodestava, lo cancellava scegliendo un altro - anzi molti altri fuochi per il film.
Il Caimano diveniva solo marginalmente centrale, cinema nel cinema, film immaginato in un film vero che parla di altri film finti, immaginati, raccontati. Il film vero parla della fine di un amore e di una famiglia, quella di un produttore squinternato di B movies e di sua moglie, dei figli, del dolore della separazione (torna alla mente il primo cinema di Moretti), ma anche di attori vanitosi e futili, di funzionari vigliacchi, o proprio traditori e di una giovane regista combattiva. Parla soprattutto di persone, del fare cinema e dell'Italia di questi anni. Senza rinunciare a parlare di Lui e a dire quello che andava detto, in un film che esce in questa cruciale primavera del 2oo6.
C'era una scena eloquente - magari nel film non c'è più, io non l'ho ancora visto - in cui Nanni è se stesso e a chi gli propone di fare Il Caimano dice più o meno così: No, ma un film su... no, io non lo voglio fare... si veste male, è così poco elegante... Guarda quella torre lì, questa sì che è architettura, Sabaudia è tutta così... E poi sappiamo già tutto di lui. Persino tu sai tutto quello che c'è da sapere, dice al povero produttore squinternatoSilvio Orlando. Tutti in Italia già sanno tutto di lui... Non c'è bisogno di leggerla la sceneggiatura. Io lo so già purtroppo. Tutto il pubblico di sinistra sta aspettando il film su lui che gira per Portorotondo con la bandana in testa, il lifting che sì è fatto e che gli è riuscito male, il trapianto di capelli che gli è riuscito bene... Così tutta la sinistra ride, sghignazza...

Questa scena racconta molto dell'intenzione di evitare la trappola. La sfida è quella. Non fare un film su Lui, non farlo proprio mentre lo si fa. Nanni l'ho visto ricercare in continuazione, riscrivere giorno per giorno e affinare la sceneggiatura, anche dopo che si è girato un pezzo di scena, e certe parti mutano oppure vanno e vengono con meditata facilità.
La mattina il cinema è fatto di inquadrature e di immagini, ed è il cinema della macchina da presa e della luce, dei campi, delle figure, delle architetture e degli spazi. Ma poi arriva il cinema dell'attore. Nanni cura i dettagli della recitazione, con mio grande piacere. Un giorno gliel'ho detto. Stavamo girando la scena della «discesa in campo», ci tenevo molto, tenevo alla precisione, volevo maniacalmente riprodurre l'originale. Non parodia, ma iperrealismo, oltre la finzione: il copione è lo stesso che aveva in mano Lui, le stesse parole, volevo recitare la stessa commedia che recitava Lui davanti alla telecamera, con gli stessi percorsi mentali.
Nanni mi corregge le virgole, con mio grande entusiasmo. Si appassiona a quella mia discesa perversa nell'oratoria dei demagoghi, che è facile parodiare ma difficile da riprodurre. Gli dico che sono sorpreso dalla sua capacità di percepire le incertezze, i toni minimamente falsi, gli appoggi sbagliati. Dice sornione, con un tempo comico perfetto: «Sai, ho quest'hobby della cinematografia» e ci fa esplodere in una grande risata.
        Si riprende a girare - facciamola scena di giorno e poi di notte - finestre aperte e finestre chiuse. Devo riprodurre il bel risultato ottenuto una seconda volta. Si riparte, ciak su ciak. Oro per un attore. Che stupidaggine l'orgoglio di chi si compiace di un «buona la prima, facciamone una di scorta, ma questa va bene».
A ogni ciak un pezzettino di concentrazione in più, digerisco la parte, la dimentico. Questo è il segreto. Dire e fare, senza dover ricordare, avendo dimenticato. Quando viene da solo è un'altra cosa, la parola nasce dal pensiero senza bisogno di vigili urbani mentali.

Nanni e i dettagli. Non si ferma se non ha quel che vuole. La scena del giornale. lo arrivo solo alla fine. L'ennesimo scontro con il Giornalista, che poi è Toni Bertorelli, lo sparring partner del Caimano. La sera lui fa Edipo a Colono all'India, io Amleto all'Elfo. Lui è molto stanco, io crepo di sonno. L'Elfo è a Milano, si gira a Roma. Sveglia all'alba, aereo, auto, vestirsi e truccarsi, girare, svestirsi e struccarsi - e a volte neppure - aereo il pomeriggio, e spettacolo la sera.
Quella volta del giornale me ne sto tutto il giorno a far flanella. Capita. Guardo da dietro un vetro Toni, Valerio Mastandrea - lo scagnozzo del Caimano-che gira campi e controcampi della prima parte. Non tocca mai a me. Nelle pause Toni viene fuori e dice Ma da dove vengono tutti questi soldi? Una battuta che ripete quattro o cinque volte sparse nella sceneggiatura, forse anche di più. Con tutti i ciak che infiliamo, me la dovrà dire allo sfinimento. Diventa un emblema e mi tormenta anche quando pago il caffè al bar: gli scappa sempre da ridere quando mi vede nei panni del Caimano, «Incredibile, incredibile...», e mi consola. Ho grande stima di Toni e se riesco a fare quell'effetto su di lui, ho speranza di aver fatto un buon lavoro. Dice. «Sembri Lui. Sei incredibile. Devi fare Arturo Ui di Brecht così... devi farlo, sarebbe perfetto».
Il tempo passa e non si arriva alla mia parte. Arriva l'ora di fermarsi e si deve mandare all'aria il programma della settimana; dobbiamo restare un giorno in più su quello stesso set. Nanni non molla se non si arriva dove vuole. Importante come non mai, in un film complesso come questo. Bello vedere troupe e produzione, l'affetto che ha intorno. E la macchina che si ricalibra ogni volta sulle esigenze di un film che deve nascere e muove i primi passi nel suo cervello.
Devo andare e venire da Milano. Difficile trovare un giorno per recuperare la scena dello stadio, che era il giorno dopo e salta. Alla fine ci riusciamo, la settimana dopo e facendo altri salti mortali: a fine riprese mi devono portare all'aeroporto con l'elicottero. Quello del Caimano, con cui ho girato e rigirato proprio quella dello stadio. Era per me la prima volta in elicottero. Bella l'idea di sorvolare Roma con l'ultima luce del giorno, ma mi svegliano a Fiumicino. «Signore, scusi, siamo arrivati». Merda. Mi sono alzato alle quattro di mattina e sono crollato dal sonno. Altro che Roma al tramonto, non ho visto niente.

Nanni mi ha dato l'occasione di costruire il personaggio con due gesti molto diversi, quasi schizofrenici. Costruire cioè, con il distacco di un atto di critica storica e politica, i tratti di una maschera che è una persona così ben definita, una natura umana caratterialmente fortissima, l'aggregato individuale di una psiche e di un soma unici per capacità di azione, ma che al tempo stesso è un tipo sociale diffuso, riscontrabile, declinato in moltissimi esemplari viventi nell'ecosistema metropolitano milanese: un modello riconoscibile di postmilanese del dopoguerra, sviluppato in individui con caratteristiche somatiche variabilissime, ma tratti comuni per forma mentis, lessico ed espressività stranamente tipici e uniformi. Lo abbiamo appena visto nell'exploit all'assemblea di Confindutria quando aizzava la plebe capitalista del Nordest contro l'aristocrazia dei Cordero di Montezemolo e dei Pininfarina, gettando in pasto Della Valle ai sancullotti con il Rolex d'oro.
È capitato di deridere la sua campagna di cinque anni fa, quel presidente-operaio ci sembrava a dir poco scandaloso, oltre che ridicolo. Ma non era né scandaloso e neppure ridicolo anzi credibile, agli occhi da gonzo dei destinatari prescelti, la sua pretesa di essere «anche» operaio, proprio per l'autenticità della sua appartenenza al tipo sociale.
Una grande fortuna che Nanni, dopo quel provino, mi abbia richiamato dopo parecchio tempo: ha molta grazia nel dire le cose, molta cortesia, e mi ha detto con molta dolcezza che la cosa si faceva, che non aveva cercato altri. Quella volta abbiamo anche parlato un poco del come. Tra il dire e non dire, cercava una cosa che stava in mezzo a due no. Sono abituato alla necessità di dire e non dire, quando dirigo un attore e mi sono trovato perfettamente a mio agio. Mi ha spiegato i due no tra i quali tentare la strada del
mio Caimano. Il primo era quasi banale: non una parodia. Il secondo più difficile, forse più oscuro. Imitare senza imitare, rimandare all'originale senza cercarlo, senza esagerare. In termini tecnici, una consegna paradossale.
Non è stato solo fare un film.
Nel nostro mestiere tutto si risolve con un guizzo, un'intuizione, un salto mortale che non sempre ti viene subito, ma che quando viene per la prima volta, diventa poi facile facile, come il primo tuffo di testa con l'urlo di Tarzan al mare quando eri bambino. Che ripeti poi cento volte, imparandone il segreto biomeccanico. E che ci voleva?
Nanni mi ha molto aiutato. All'inizio forse diffidava, mi diceva bravo, ma stando lontano, contro un muro, in un angolo opposto al mio della sala dove giravamo. Hai voglia di pensare è timido, è introverso. Il guaio di Nanni è che ti pare di conoscerlo: il suo cinema ti ha abituato a lui, è quasi un parente. Ti ha abituato a una vicinanza quasi domestica. Ma quello che avevo davanti a me era un artista alle prese con un'opera, un re-
gista. Una condizione che conosco bene. E lì è scattata un'altra familiarità, concreta e molto solidale.

Fuori dal tunnel.
Ora torniamo al Caimano, quello vero. Lo si potrà privare, come spero, della sua postazione privilegiata al governo, ma non di tutta la sua base sociale, la portatrice della sua cultura: il suo popolo televisivo è ancora lì, leggermente sbandato ma solido e larghissimo. Vincere le elezioni e governare bene non basterà per uscire da questo tunnel. È avvenuta in questi anni in Italia, grazie alla teocrazia, una sottoproletarizzazione culturale di tutti i ceti, perfino di quelli alti, vedi la platea confindustriale urlante stregata dall'omino di burro.
Disprezziamo pure questo impoverimento culturale, questo imbarbarimento, questa sottocultura diffusa ma non possiamo fare a meno di porci il tema dell'emancipazione di quella enorme fetta di popolazione, composta da diversi strati sociali, che finisce per agire come una nuova classe: è il problema più grosso che abbiamo. E il fallimento più grosso che abbiamo alle spalle. Perché è un fallimento culturale ancora tutto da analizzare.
È una battaglia culturale per l'emancipazione da questo nuovo e da ogni altro asservimento ideologico, che può permetterci di costruire infine questo nostro Paese sempre sospeso a metà e questa nostra Repubblica incompiuta: che nonostante tutto, e nonostante Lui, amo.
Forza, Italia! Liberiamoci, liberiamocene. Cominciando a non nominarlo più.


*   per gentile autorizzazione di diario
** martedì 28 marzo ore 21 al teatro Binario 7 a Monza - Enrico Deaglio e Beppe Cremagli
    presentano il filmato
Quando c'era Silvio


  25 marzo 2006