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sulla stampa
a cura di G.C. - 24 marzo 2006


Allarme Usa, è scontro
Gianluca Luzi su
la Repubblica

BRUXELLES - "Penso che sia assolutamente nel diritto degli Usa di avvisare i propri cittadini, visto cosa succede qui in Italia quando ci sono delle manifestazioni politiche. Io credo che gli Stati Uniti hanno il diritto di avvisare i propri cittadini di non mischiarsi in queste manifestazioni, perchè potrebbero correre dei rischi". Dal vertice europeo di Bruxelles Berlusconi getta altra benzina sul fuoco per tenere alta la tensione politica a due settimane dal voto. E anche se il Dipartimento di Stato americano ha ridimensionato la portata dell´allarme per i cittadini americani in Italia, il presidente del consiglio - sostenuto dal ministro degli Esteri Fini e da quello dell´Interno Pisanu - insiste. Anche di fronte alla richiesta di spiegazioni presentata da Prodi all´ambasciatore Usa.
"L´ambasciatore americano mi ha spiegato che questa è la prassi, - ha detto il leader dell´Unione - ma sono rimasto molto colpito, perchè una mossa del genere, con le elezioni così vicine può portare senso di angoscia e di paura. E non ce n´è proprio bisogno". Ma di questo Berlusconi non si preoccupa, anzi, rincara la dose arrivando a lanciare lui stesso l´allarme, invece di rassicurare e garantire che i cittadini americani possono stare tranquilli in Italia. "E´ così forte l´astio e l´odio che c´è nei confronti dell´America - ha aggiunto infatti - che se un cittadino Usa si trova in mezzo ad una di queste manifestazioni non credo che quello sia l´ambiente dove possa sentirsi tranquillo... ".
Berlusconi non vuole arrivare fino a mettere in conto l´ipotesi di un attentato in seguito ai rischi di una miscela esplosiva tra manifestazioni interne e terrorismo internazionale: "Non credo, non voglio arrivare a pensare questo" e anche Fini ha confermato che "non c´è nessun allarme particolare che riguarda l´Italia".
Però per il premier "resta il fatto che l´America è libera di dire ai suoi cittadini quello che è opportuno e spiegare che in un momento elettorale c´è una forte contrapposizione che si manifesta in tutte quelle cose che abbiamo potuto vedere". Nessun commento, invece, all´accusa di Prodi secondo cui l´allarme è partito proprio per una sollecitazione italiana, "dalle dichiarazioni pubbliche di diversi esponenti del governo italiano. Quindi - ha affermato Prodi - l´allarme non l´ho posto io, ma è partito dall´Italia. Questo è un discorso da tenere presente perchè non si può fare una campagna elettorale spargendo paura". Ma Berlusconi nega di seminare allarmismo e di aver attaccato il candidato dell´Unione: " casomai quella di Prodi è stata una intromissione in ambito americano, perchè gli Stati Uniti si rivolgono legittimamente ai propri cittadini, per segnalare possibili manifestazioni violente in Italia". Ma il portavoce di Prodi, Sircana, dopo il comunicato del Dipartimento di Stato americano, conferma che l´allarme è partito dall´Italia e non per iniziativa americana. "Leggo ora quanto la portavoce del Dipartimento di Stato americano, Amanda Rogers Harper, ha appena detto. Cito le sue parole: "le autorità italiane hanno affermato che il periodo intorno alle elezioni costituisce una stagione di preoccupazione. A questo punto non mi sembra che ci siano più dubbi. Non servono altre conferme".



L'apocalisse elettorale
Pierluigi Battista sul
Corriere della Sera

Sembrava che, nelle coscienze di tutti, si fosse dissolto lo spettro di una competizione elettorale vissuta come una guerra civile simulata. Sembrava. Ma l'atmosfera intossicata che si respira a quindici giorni dal voto dimostra quanto sia ancora tenace in Italia la distorsione apocalittica della lotta politica. Si poteva sperare che l'alternanza democratica tra schieramenti contrapposti fosse finalmente stata interiorizzata come evento normale, fisiologico, non traumatico. Purtroppo non è così. Prevale l'allarme, l'isteria, il clima da scontro finale e catastrofico che terrorizza chi è destinato a perdere (guai ai vinti): mentre chi perde, in una democrazia matura, dovrebbe solo creare le condizioni per potersi riscattare alle elezioni successive, come avviene in tutto l'Occidente democratico.
Invece gli Usa diramano una nota (di paternità non proprio certa) in cui si dà l'allerta per eventuali violenze che potrebbero devastare e insanguinare l'Italia alla vigilia del voto. Così si alimenta obliquamente un "clima d'angoscia" collettiva, ha osservato Romano Prodi. Ma l'angoscia è già una presenza palpabile e incombente in questa sgangherata campagna elettorale. Il presidente del Consiglio rovescia un topos solitamente diretto contro la sua persona, e proclama lo stato di "emergenza democratica". Si disegna lo scenario disastroso e dal sapore sudamericano di capitali in fuga preventiva dall'Italia nelle mani del centrosinistra (forse) trionfante. Si alimenta un clima da ultima spiaggia della democrazia. Si deformano fino alla caricatura le tesi degli avversari in materia sociale ed economica. Si evoca il fantasma del grande complotto, l'incubo di una catena di poteri che agisce nell'ombra per vessare in modo definitivo la metà dell'Italia soccombente alle elezioni.
Prodi sostiene che c'è una "strategia" e che lo scopo di questa strategia è di incendiare nel parossismo allarmistico la transizione a un nuova maggioranza politica. Tuttavia, se si tratta di una "strategia", stupisce che nel centrosinistra alberghi la tentazione tanto potente (ed evidentemente non condivisa dal candidato premier) di cadere nelle reti strategiche dell'avversario. Non sembra ad esempio cosa avveduta minimizzare sugli assalti della piazza estremista alle manifestazioni di Forza Italia. O sorvolare sulle parole estreme di un leader come Diliberto, che accusa gli avversari di avere le mani "grondanti di sangue". O non arginare la mistica della "mobilitazione antifascista" con cui i gruppi a sinistra della sinistra giustificano una prassi della violenza come non si vedeva da anni. O minacciare rappresaglie severe ai danni dello sconfitto, da colpire con vendicativi provvedimenti ad personam.

Adesso bisogna dimostrare che la guerra civile (sia pure a bassa intensità) non è la maledizione che imprigiona l'Italia in un destino che sembrava esorcizzato per sempre. Dimostrare, soprattutto, che l'esperienza dell'alternanza democratica di questi dieci anni e oltre non è stata vana ma ha inciso nella mentalità collettiva con una forza maggiore dei richiami della foresta. E che la normalità democratica non sia più, finalmente, una chimera irraggiungibile.


Fiducia a Montezemolo, solo D'Amato vota contro
Enrico Marro sul
Corriere della Sera

ROMA — Un solo voto contrario: quello dell'ex presidente Antonio D'Amato. Il leader della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, ha ottenuto ieri l'approvazione quasi unanime della giunta di Confindustria alla linea di "una rinnovata autonomia" dell'associazione "dalla politica e dal governo". Su 172 aventi diritto al voto, i sì sono stati 114, i no 1 e gli astenuti 3. La Confindustria, spiega il comunicato diffuso al termine della riunione, "nel respingere ogni tentativo di delegittimazione dell'associazione, riafferma la scelta strategica di totale autonomia come valore irrinunciabile". Per questo "rifiuta ogni collateralismo così come solidarietà strumentali e pre-elettorali" e "condivide pienamente l'azione della presidenza per la forte difesa degli interessi di tutte le imprese, a cominciare dal tema della competitività".
Dopo l'incidente di Vicenza, dove sabato scorso il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha arringato la base confindustriale contro il centrosinistra, Montezemolo ha quindi visto confermata la propria leadership. Ciò non toglie che in numerosi interventi sia stata sottolineata la necessità di un forte collegamento tra il vertice della Confindustria e gli associati sparsi sul territorio.
Un problema avvertito dallo stesso presidente, che ha ammesso: "Non si è comunicato bene con la base tutto ciò che stavamo facendo a favore delle imprese. Un difetto che vedremo di superare insieme". Alla fine solo D'Amato ha votato contro perché "non si deve occultare la spaccatura che c'è stata". I tre astenuti sono stati invece Mario Lupo (presidente dell'associazione imprese generali), Sergio Bellato, leader degli industriali di Treviso e l'imprenditore Ettore Riello.
Passata la bufera, la Confindustria, e non è la sola, non vede l'ora che si arrivi alle elezioni del 9-10 aprile e che finisca questa campagna elettorale, che il vicepresidente Marco Tronchetti Provera ha definito "orribile" e con il grosso limite "di non avere un progetto Paese".

Soddisfatto all'uscita della giunta, Montezemolo ha chiuso la giornata incassando anche la "promozione" da parte di Mario Monti, presidente della Bocconi ed ex commissario europeo: "Apprezzo molto l'orientamento che Confindustria sta mostrando in questi ultimi anni. Un orientamento a favore della concorrenza, molto coraggioso perché non è detto che dentro l'associazione siano tutti orientati alla concorrenza".


"L´Unione alzerà le tasse" - "E´ terrorismo"
Luisa Grion su
la Repubblica

ROMA - Fisco e conti pubblici, è lì che s´inchioda la campagna elettorale. Berlusconi e Prodi continuano a duellare sull´argomento: e visto che i soldi sono il tema più popolare che ci sia, lo scontro diventa asprissimo. Il premier annuncia che il taglio del cuneo fiscale (che riguarda parte dei contributi versati dalle aziende sui salari) promesso dal centrosinistra, non potrà che trasformarsi in un aumento delle tasse. Il leader dell´Unione assicura che non sarà così e denuncia "il terrorismo" fiscale praticato dal centrodestra.
La guerra, ieri, è iniziata di primo mattino, quando Berlusconi, uscendo dal Consiglio dei ministri ha ribadito come "l´operazione che Prodi ha annunciato davanti agli industriali a Vicenza, il taglio del cuneo fiscale di 5 punti, costi 10 miliardi di euro. Non c´è nessuna possibilità di trovarli se non aumentando le tasse". Prodi, secondo Berlusconi "aveva parlato di una imposizione sul risparmio, che vuol dire tassare i Bot e i Cct". Poi, sempre a detta del premier "spaventatosi per la reazione dell´opinione pubblica ha cercato di smentire".
Dichiarazioni cui il leader dell´Unione ha replicato lanciando un appello diretto agli elettori. "Dico ai risparmiatori: state tranquilli, nessuno è così sprovveduto da pensare a danneggiarvi, siete voi la risorsa fondamentale del sistema economico del paese". "Il centrodestra - ha detto Prodi - continua a seminare notizie false, creando turbative nei mercati e incertezza. Qui si fa del terrorismo accusandoci di proporre imposte che non ci siamo mai sognati di proporre: ho detto chiaramente che i Bot e i Cct non saranno tassati in modo superiore a quello di oggi".
Ma tassazione a parte, lo scontro fra le parti riguarda l´intero assetto dei conti pubblici. "Il governo Berlusconi ci consegna un paese fuori controllo - ha accusato Prodi - Quando il presidente del Consiglio ci dice che il 40 per cento dell´Italia è economia in nero e che è falso che ci sia crescita zero, vuol dire che questo è un paese che non potrà mai fare una politica di ricerca, d´innovazione e di sviluppo e non potrà mai dare servizi sanitari". Inoltre, precisa Prodi, va fatta chiarezza sui numeri: "Sui conti noi abbiamo idee precise, ma alcuni non li possiamo dare perché manca la trimestrale di cassa: la sto chiedendo quotidianamente, è un dovere farcela avere".
Attacco al quale ha subito replicato Tremonti. Il ministro dell´Economia ha annunciato che "con il centrosinistra gli italiani diventeranno più poveri" perché "chi fa una croce sull´Unione la fa anche sui risparmi". Prodi, ha detto "sta preparando una colossale stangata, la colossale Parmalat di primavera agli elettori: non esiste un modo per tirar su 2 miliardi e mezzo di euro da utilizzare per ridurre il cuneo fiscale, se non s´interviene anche sui Bot già emessi". Quanto ai conti, ha assicurato Tremonti, "ora sono sotto controllo. Nel nostro programma c´è l´idea di un patto tra Stato ed enti locali sul patrimonio pubblico per abbattere il debito".



Attacco di "Avvenire" alla Quercia sulla famiglia
Marco Politi su
la Repubblica

ROMA - La Chiesa è neutrale, "non si coinvolge" negli schieramenti, poi però l´Avvenire si mette a spiegare bene perché non bisogna votare per i Ds. Naturalmente la parola voto non compare mai, però a due settimane dalle elezioni nulla è casuale e non avviene senza il placet di Ruini. Ieri il giornale dei vescovi ha dedicato un´intera pagina al partito di D´Alema, Fassino e Veltroni per far capire a parroci ed elettori che in tema di famiglia, aborto, procreazione assistita e unioni gay i diessini sono proprio inaffidabili. E i temi accuratamente elencati fanno parte di quel pacchetto che il "manuale Ratzinger per i politici" del 2002 - citato espressamente da Ruini nella sua relazione al Consiglio permanente dell´episcopato - considera cogenti per decidere se dare o meno la propria adesione ad una forza politica.
E´ durata poco l´illusione (autoalimentata) di quei politici, speranzosi che la gerarchia ecclesiastica restasse fuori dall´agone elettorale. "Ds e famiglia, i conti con la realtà" è il titolo della pagina dell´Avvenire, studiata per orientare il voto cattolico là dove la gerarchia vuole. Pescando a piene mani tra i ritagli di giornale di mezzo secolo di vita politica italiana, l´Avvenire crea un florilegio che dimostra come quelli del Pci e i suoi eredi postcomunisti hanno tradito la difesa dei sani principi. "Dov´è finito quel Pci, che in Costituente votava per l´indissolubilità del matrimonio?", si chiede il giornale. Dov´è finito il partito che negli anni Sessanta "condannava" chi propagandava la contraccezione di massa? Dal sì al divorzio e all´aborto comincia "il giro di boa antifamiliare".
D´Alema viene messo sulla graticola perché nel 1995 si era espresso a favore di una revisione della legge sull´aborto - per rafforzare la prevenzione - e si era pronunciato contro le adozioni gay. Chiosa l´Avvenire: "I successivi fatti e detti dell´ex premier appaiono alquanto stridenti con quelle aperture". A sostegno della tesi che i Ds sono in piena deriva anti-familiare viene invocato il "ds Franco Grillini per il quale il riconoscimento delle unioni omosessuali costituisce il primo passo verso il matrimonio gay". Sappiano i lettori (ed elettori) - avverte l´organo della Cei - che "oggi la sinistra impone questo primo passo come condizione irrinunciabile per dare il suo consenso a una politica a favore della natalità".

Ce n´è anche per Walter Veltroni, notoriamente attento al rapporto con i cattolici. Nota l´Avvenire che nel 1999 "il segretario dei Ds, Walter Veltroni, attivò il semaforo rosso contro la legge sulla procreazione assistita approvata dalla Camera". Spigolature di cronaca per ricordare le deviazioni dalla retta via. Assente nell´articolo è il nome di Fassino. In gergo ecclesiastico equivale all´avviso a comportarsi bene.


Macaluso: il partito ragionava così
Andrea Garibaldi sul
Corriere della Sera

ROMA — Emanuele Macaluso si iscrisse al Pci nel 1941, entrò nella segreteria nazionale e Togliatti c'era ancora.
Le gerarchie cattoliche hanno nostalgia del Pci che votava l'articolo 29 sulla famiglia, che ne dice?
"Ma non votammo solo l'articolo 29, anche l'articolo 7 che inserì i Patti Lateranensi nella Costituzione".
Furono scelte tattiche?
"Ma no! Basta pensare a ciò che scriveva Gramsci dal carcere, sul ruolo del Vaticano, sulla necessità del rapporto tra contadini del Sud e classe operaia. Il blocco sociale su cui si incentrava la strategia del partito comprendeva le masse popolari cattoliche".
Così si arrivò a demonizzare De Marchi, e la contraccezione.
"Sì, era quella la cultura prevalente nel partito. Negli anni '50 Berlinguer indicò alle giovani comuniste l'esempio di santa Maria Goretti. Io, intanto, finivo in carcere per la prima volta, anno 1945, perché convivevo con una donna sposata. Condannato a sei mesi, reato di adulterio".
Poi il partito è cambiato.
"Il partito seguì con ritardo i cambiamenti del paese. Tenne in secondo piano i diritti civili, partecipò con cautela ai referendum su divorzio e aborto".
Perché?
"Sempre per il rapporto con le masse cattoliche, per l'attenzione dovuta alla presenza della Santa Sede".
Eppure Avvenire si lamenta.
"Le responsabilità non sono nostre. La famiglia tradizionale è stata spezzata dal passaggio della società agricola a società industriale e ora post-industriale. Non si accorge, la Chiesa, che la nascita di tante famiglie di fatto è uno stimolo per il matrimonio".
I Ds ora sono un partito laico?
"Vedo ancora molta timidezza e la causa è il rapporto con la Margherita. Su questi temi si gioca anche la creazione del Partito Democratico".


Il Caimano irrompe nella campagna elettorale
Alberto Crespi su
l'Unità

Film impressionante. Gli ha appena spiegato che il protagonista, detto "il Caimano", è un imprenditore che ha costruito un impero grazie alla corruzione e alla creazione di holding all'estero; e che, per questo motivo, i magistrati indagano su di lui e si accingono a processarlo. Quando sente il nome "Berlusconi", Orlando inchioda e tampona la macchina davanti a lui. "Ma sei pazza? Stiamo andando alla Rai a proporre un film su Berlusconi? Io Berlusconi l'ho pure votato!". L'uomo che è stato tamponato, e che sta inutilmente aspettando di compilare la constatazione amichevole, lo rimbrotta: "E te ne vanti?!".
È uno dei pochi momenti comici di un film impressionante. Dopo averci raccontato uno straziante dramma familiare in La stanza del figlio, Nanni Moretti ci porta con Il caimano nella tragedia dell'Italia berlusconiana. Il film è potente, amaro, profetico. Sembra girato ieri mattina, non nel 2005. E spieghiamo subito perché, sgomberando anche il campo dai molti equivoci che una stampa ansiosa e pettegola ha seminato nelle ultime settimane. Tutti hanno tentato di indovinare la trama e tutti hanno sbagliato, perché la strategia del silenzio imposta da Moretti ha fatto centro sul punto più importante del film: il fatto che Nanni, nel Caimano, compare anche come attore, e che attore!, perché nell'ultimo quarto d'ora interpreta Berlusconi. In precedenza, il film nel film immaginato dal produttore Silvio Orlando vedeva nei panni dell'imprenditore/Caimano un sosia grottesco e derisorio interpretato da Elio De Capitani. Ma nel finale, quando Jasmine Trinca dà finalmente il primo ciak, il Caimano ha improvvisamente il volto di Nanni Moretti. Una Pm - Anna Bonaiuto - lo incalza, un giudice - Stefano Rulli - lo condanna. E lui, dopo aver rivolto alla Pm uno sguardo ferocissimo, reagisce. "Non sono io l'anomalia in questo paese, sono i comunisti... Con la mia condanna la nostra democrazia si è trasformata in un regime... Ma io sono stato eletto dal popolo e posso essere giudicato solo dai miei pari". Dettaglio importante, anzi, decisivo: non solo Moretti interpreta Berlusconi senza cercare la minima somiglianza (e come potrebbe, alto e bello com'è?), ma pronuncia le sue battute senza l'ombra di un sorriso, senza traccia di bonomia, distruggendo quel luogo comune - che circola anche, talvolta, tra i suoi avversari - secondo il quale Berlusconi sarebbe, alla fin fine, "simpatico". Dandogli il proprio volto, Moretti ottiene l'incredibile risultato di togliere a Berlusconi la maschera che questi si è costruito con anni e anni di lifting, trapianti di capelli, filtri alle telecamere e barzellette a raffica. Il Caimano interpretato da Moretti è il Berlusconi di Vicenza, quello che si porta la mano alla gola per far capire a tutti cosa pensa di Della Valle: pur girando il film mesi fa, Moretti ha azzeccato i toni aspri di questi ultimi giorni di campagna elettorale. In questo, è un film allarmante, che semina angoscia. Un grande monito sui colpi di coda che un Caimano può sferrare quando si sente sconfitto.
L'impatto del film, che Moretti ha fortissimamente voluto nelle sale prima del voto, non deve però cancellare tutto ciò che il film stesso contiene.

Attraverso il cinema, Moretti riflette sulla deriva morale, culturale e politica di questa Italia. Il Caimano ci dice chi siamo, da dove veniamo e, purtroppo, dove andiamo. Sperando che il finale vero, il 9 aprile, sia diverso da quello del film.

  24 marzo 2006