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a cura di G.C. - 23 marzo 2006


Berlusconi: "E' emergenza democratica"
Redazione de
la Repubblica

ROMA - La sinistra? "Organizza schiere di squadristi". A lanciare queste accuse da Palazzo Chigi è Silvio Berlusconi, che commenta così gli episodi di ieri di Genova, in cui cinquecento giovani lo hanno duramente contestato - con lancio di bottiglie e scontri con la polizia. Il premier parla di "manifestazioni organizzate" e non certo di "spontaneismo". E lancia l'allarme: "E' emergenza democratica".

Accuse agli avversari. "Sono davvero indignato - dichiara il premier - di trovarmi di fronte ad un'opposizione che usa come arma la menzogna e il ribaltamento della verità". "A questo si aggiunga la violenza - conclude - per cui possiamo dire che ci troviamo di fronte ad una situazione di emergenza democratica".

"Altro che contestazione". "Non sono niente affatto d'accordo - è la premessa del presidente del Consiglio - con i titoli dei giornali di questa mattina", a proposito dei fatti di Genova. Berlusconi rifiuta infatti il termine "contestazione": "Dei violenti hanno usato la violenza - spiega - resistendo anche alla polizia e alle forze dell'ordine, intervenendo in una civile campagna elettorale attraverso atti di insubordinazione, di eversione, di violenza e di offesa". E dunque, "se noi cominciamo a dire che questa è contestazione politica, non sappiamo più dove andiamo a finire. Questi sono atti inaccettabili ed è inaccettabile che la sinistra tolleri nel proprio ambito chi pratica normalmente la violenza anche per cercare di vietare ad un avversario politico di esporre i suoi programmi". Cosa che - è la conclusione "a un liberale non passerebbe mai nella testa".

Sinistra squadrista. Poi l'affondo: "Sempre di più la sinistra organizza, non credo mai che sia spontaneismo perchè è diventata una regola... le forze dell'ordine mi dicono che sono manifestazioni organizzate". Concetto ribadito subito dopo: "Sono tutte manifestazioni organizzate, organizzate delle schiere di squadristi che non solo offendono dando al presidente del Consiglio dell'assassino e del mafioso, ma che addirittura usano la volenza per carcare di interrompere manistazioni, di cercare di attaccare le persone". Questo, conclude, "è qualcosa di estremamente grave e inaccettabile".

Con L'Ulivo fuga di capitali. La crescita zero del Pil italiano, secondo il Cavaliere, "è una falsità". Più precisamente, "una storiella della sinistra". Al contrario, sostiene, i problemi ci saranno se al governo andrà Romano Prodi, che "tasserà bot e cct". E infatti, continua, le banche "ci stanno segnalando un esodo di capitali verso l'estero", in previsione di un eventuale vittoria dell'Ulivo. E non basta: "Purtroppo sono aumentati i depositi bancari delle famiglie del 35%, e questo perchè influenzate dalla politica disfattista e catastrofista della sinistra e dei suoi giornali". Perfino ''i depositi bancari delle imprese sono aumentati del 27%. Per me è un sacrilegio, quasi una bestemmia''.

Sì al nucleare. "In futuro, quando il combustibile fossile sarà terminato, non si potrà che produrre energia con il nucleare".



Prodi: "Su Bot e Cct la Cdl mente"
Redazione de
la Repubblica

ROMA - La destra ha scelto "una sconsiderata linea di comunicazione, seminando disinformazione a proposito del nostro programma economico e delle misure che il centrosinistra intende adottare in materia fiscale". Soprattutto, "queste false informazioni creano turbativa nei mercati e preoccupazione tra i risparmiatori". Romano Prodi replica alle parole pronunciate dal premier secondo il quale i possessori di bot e cct avrebbero "paura" perché dall'intervento del leader dell'Unione davanti agli industriali a Vicenza "hanno appreso la notizia che verranno aumentate le tassazioni sugli interessi che lo Stato ha preso obbligo di dare a loro anche per gli anni a venire". Per il Professore "è tutto falso".

Ma il leader dell'Unione sente il bisogno anche di un altro chiarimento. Quando cioè Berlusconi parla di "squadrismo di sinistra" e "emergenza democrazia" rispetto alle contestazioni ricevute ieri prima di un comizio elettorale al Teatro Carlo Felice di Genova. Prodi, ricorda di aver già condannato ogni forma di violenza, ma fa presente al presidente del Consiglio che anche le contestazioni sono un aspetto della democrazia. "Il premier, se è abituato a stare in mezzo alla folla, sa che ci sono sempre gli insulti, non è gradevole ma fa parte della democrazia". Poi, un aneddoto: "Stamane, mentre correvo all'alba tra Monopoli e Alberobello - racconta Prodi - mi hanno urlato: 'Smettila, vai a lavorare'. E io ho risposto che avrei fatto la doccia e sarei andato a lavorare. Questa è democrazia e serenità".

Prodi contesta tutte le affermazioni di Berlusconi riguardo al fisco: "Non è assolutamente nostra intenzione modificare la tassazione su bot e altri titoli di Stato. Applicheremo un'aliquota, che rimarrà inferiore alla media europea, su tutte le altre rendite finanziarie". E definisce "altrettanto sbagliato e mistificatorio" parlare di tassa patrimoniale: "E' troppo comodo per la destra spargere allarmismo travisando il nostro programma. Vogliono nascondere il fallimento delle loro promesse. Hanno vinto nel 2001 assicurando un taglio delle tasse che non c'è stato, ora cercano di vincere sostenendo che noi le aumenteremo".

Prodi sceglie il suo sito internet per illustrare le proposte dell'Unione in materia fiscale. "Per il taglio di cinque punti del cuneo fiscale e contributivo sul lavoro che, per inciso, lascia nelle tasche dei lavoratori italiani 3,3 miliardi di euro aggiuntivi, abbiamo indicato chiaramente tutte le coperture. Parte di esse è affidata a un riequilibrio delle aliquote fiscali sulle rendite finanziarie".

Oggi in Italia, aggiunge Prodi, "gli interessi sui conti correnti bancari e postali, cioè la gran massa degli investimenti finanziari delle famiglie, sono tassati al 27 per cento, mentre obbligazioni, guadagni derivanti dalla borsa e titoli di Stato, cioè le altre forme di rendite, sono tassate al 12.50 per cento". Nella media europea, invece, spiega il leader dell'Unione, "tutte le attività finanziarie sono tassate con un'aliquota superiore al 20 per cento".

L'intenzione, aggiunge Prodi, "è avvicinarsi, pure al ribasso, a tale politica, riducendo di sette punti la tassazione sui depositi bancari e portando al 20 per cento quella sulle altre rendite. Ma la tassazione sul rendimento dei titoli di Stato correnti non sarà assolutamente modificata.



La Fede non ha Casa
don Gianfranco Formenton* su
l'Unità

Lettera a Ruini.

Caro Cardinale,
mi perdoni l'ardire, ma sono parroco della parrocchia più “rossa” d'Italia dopo Alfonsine e Argenta, e il suo ultimo intervento mi pone dei problemi notevoli in questo squarcio preelettorale. Tanto per capirci da queste parti ancora non gli è andata giù la scomunica del '48, con la quale la nostra “ditta” buttò fuori dalle chiese la metà del Popolo di Dio ed è ancora vivo il ricordo, nelle persone di una certa età, dell'alternativa alla quale li sottoponeva il mio predecessore: "O strappi la tessera o non ti do l'assoluzione!".
Per la cronaca, nessuno strappò la tessera e di conseguenza mi ritrovo una parrocchia di impenitenti comunisti. Io sono sicuro che le sue affermazioni ("la Chiesa non dà indicazioni di voto") siano da interpretarsi alla lettera, come dice la morale sociale che mi è stata insegnata all'Istituto Teologico di Assisi. Purtroppo le sue precisazioni (od “orientamenti di voto” che dir si voglia) sono state interpretate in modo alquanto strumentale da molti esponenti dello schieramento della "Casa delle libertà" che hanno ritenuto di leggere il suo intervento come una legittimazione della politica del Governo Berlusconi ed un invito palese ad orientare il voto dei cattolici verso la "Casa" medesima.
Guardi che la cosa non è di secondaria importanza perché molti, tra le persone che incontro quotidianamente, si chiedono il senso del suo intervento e si chiedono anche perché, tra le sue riflessioni, non ci sia una parola che ricordi ai politici il dovere evangelico dell'accoglienza dello straniero; l'esigenza biblica di unire la parola Pace alla parola Giustizia; i comandamenti che proibiscono di idolatrare le merci e adorare gli uomini (fossero anche “grandi”); di approvare leggi che fanno del commercio delle armi qualcosa di simile al commercio delle arance, di rubare (deputati condannati che legiferano); di dire falsa testimonianza e approvare legittimamente bilanci falsi; la virtù cristiana della povertà anteposta al mito occidentale della ricchezza e del benessere; il dovere dell'etica anche in politica per non trasformare i governi in “bande di ladri”; il dovere dei media di non istupidire la gente con programmi demenziali confezionati ad arte per distruggere i valori della famiglia e del vivere civile; il dovere di predicare la pace sempre, sempre, sempre… e di considerare che l'Italia è piccola e il mondo della fame e della guerra è tanto grande e bussa alle nostre porte.
Per carità. L'aborto, l'eutanasia, il divorzio, i Pacs... sono problemi gravissimi. Ma la gente, la sera, quando torna a casa, non mangia i Pacs, né si mette a fare disquisizioni su Luxuria e su Caruso. Semplicemente si siede a mangiare e in genere fa i conti con i soldi, con le ultime notizie del Tg, con la sciatalgia di Berlusconi (problema gravissimo per tutta la nazione) e si sorbetta le cifre dei morti degli ultimi attentati in Iraq, dei cani abbandonati, del gatto di Blair e degli ultimi disastri nel mondo ecc...
Caro Cardinale, dica una parola semplice sulla laicità. Ci racconti che mai la fede è un elemento di giustificazione delle ideologie. Di quella comunista lo sappiamo, ma sia chiaro neanche di quella fascista, nazista, leghista, nazionalista, fondamentalista e neanche dell'idolatria del mercato e della ideologia della "Casa del Liberismo", camuffata da armata in difesa dei valori cristiani.

Io continuerò a rassicurare i miei parrocchiani che, anche se voteranno per l'Unione, non ci saranno conseguenze per la loro vita spirituale né per la loro vita eterna, perché votare liberamente per una lista (visto che ci è stato tolto il diritto di scegliere i candidati) è l'unico straccio di democrazia che ci è rimasto e perché la libertà di coscienza è l'ultimo baluardo di dignità che ci è ancora concesso in questi tempi calamitosi.
Mi perdoni. Sono sicuro che la sua intenzione era esattamente quella di affermare l'assoluta laicità del voto del 9 aprile. Ma… sa, a volte le intenzioni vengono fraintese!

Don Gianfranco Formenton è parroco di S. Angelo in Mercole e S. Martino in Trignano (Spoleto).


Delitto Fortugno
Pierluigi Battista sul
Corriere della Sera

Prudenza, circospezione, ripudio delle conclusioni affrettate e delle scorciatoie giustizialiste. Come non elogiare la cautela delle autorità inquirenti che, finalmente catturati i killer di Francesco Fortugno, non premono l'acceleratore per appagare la smania mediatica di conoscere i mandanti politici degli assassini del vicepresidente del consiglio regionale calabrese? Ma quell'addensarsi di "si dice", quella fitta sequenza di omissis sugli atti giudiziari che incoraggia, a venti giorni dalle elezioni, ogni genere di sospetti e di farneticazioni dietrologiche, tutto questo non costituisce un polverone più venefico ancora della tanto deprecata giustizia ad orologeria? Gli inquirenti, beninteso, svolgono correttamente il loro compito. Se non hanno elementi per dare un nome e un cognome ai "politici" sospettati, è bene che continuino a non dare in pasto all'opinione pubblica l'identikit di responsabili non inchiodati da elementi sufficienti all'incriminazione. Ma è un fatto acclarato che nei giornali (in modo trasversale agli schieramenti, stavolta) si ipotizzano passi giudiziari che potrebbero produrre effetti deflagranti sul voto del 9 aprile. Chi indaga non cede, giustamente, agli imperativi della fretta e persino della curiosità morbosa di chi vorrebbe subito stabilire una connessione tra una suggestione e un'ipotesi investigativa corroborata dai fatti, tra un teorema politico e l'esito giudiziario di un'inchiesta. Ma intanto dilaga il gioco delle insinuazioni, e si arriva a dire (è accaduto sul Riformista nei giorni scorsi) che l'ombra del delitto Fortugno potrebbe proiettarsi addirittura su alcune candidature nelle prossime elezioni politiche.

E si almanacca, si immagina, si sospetta che il redde rationem possa arrivare solo all'indomani delle elezioni, che esista un calendario delle indagini (una giustizia ad orologeria, ma stavolta di segno rovesciato) che prevede un rallentamento prima della data fatidica e uno scioglimento solo a urne oramai sigillate, quando si saprà chi ha vinto e chi ha perduto nella competizione elettorale.
Insinuazioni, appunto. Sospetti e deduzioni che peraltro fioriscono su un terreno fertile e già conosciuto da chi in questi dieci anni ha constatato quanto l'azione della magistratura abbia influito sulla configurazione degli scenari politici, alimentando recriminazioni da una parte e tifoserie improprie dall'altra. E' giusto che chi oggi opera sul versante giudiziario non voglia neanche dare l'impressione che si possa dare una mano a chi auspicherebbe l'aiuto della magistratura nella battaglia contro l'opposto schieramento politico. Tutto vero. Ma è altresì un fatto che il sospetto, alla vigilia delle elezioni, rischia di produrre effetti simbolici ancora più devastanti.
L'idea che soltanto "dopo" il verdetto elettorale, magari nei giorni e nelle settimane successive al 10 di aprile, si potranno conoscere i lineamenti di chi, impegnato nella politica in Calabria, ha avuto direttamente o indirettamente a che fare con il delitto Fortugno, alimenta già adesso un'atmosfera di paura e di incertezza inevitabilmente destinata a ripercuotersi sull'andamento della campagna elettorale. Vuol dire forse che chi indaga sull'assassinio del vicepresidente della Regione calabrese dovrebbe assecondare gli umori dell'opinione pubblica, rinunciare all'accertamento scrupoloso di fatti e responsabilità, cedere agli interrogativi sollevati dai giornali con risposte che non dispongono di alcuna base certa? Ovviamente no. Ma nella malaugurata ipotesi in cui davvero quei nomi "politici" ancora avvolti nell'ombra e oggetto di sussurri indiscreti nel caso Fortugno venissero fuori all'indomani delle elezioni, si otterrebbero in una sola volta due risultati negativi.
Il primo: si darebbe l'impressione di aver nascosto agli elettori (almeno a quelli della Calabria, ma certamente non solo ad essi) elementi determinanti per giudicare e scegliere candidature e schieramenti. Il secondo: si avvalorerebbe l'ipotesi che la magistratura abbia agito con tempi comunque arbitrariamente fissati, succube delle scadenze per così dire extragiudiziarie. Un motivo di più per lamentarsi dei pessimi rapporti che in Italia intercorrono tra giustizia e politica.



Il Cavaliere all'ultimo assalto
Curzio Maltese su
la Repubblica

Con l'avvicinarsi di una sconfitta annunciata, almeno dai sondaggi, il berlusconismo tira fuori il peggio, estrae dal vaso di Pandora il lato più oscuro e pericoloso, eversivo e distruttivo. Si dirà che è una strategia.

Anche oggi il premier ha conquistato la prima pagina. Ma dove s'è visto un capo di governo che parla della vittoria dell'opposizione come di un'"emergenza democratica", ferma l'auto blu per apostrofare un passante colpevole d'averlo contestato, corre a un'assemblea d'industriali per insultarne i vertici? Può far ridere e può far paura. Forse più paura perché al voto mancano ancora tre settimane e l'uomo più potente d'Italia ha già dato ampia prova di essere disposto a qualsiasi cosa, qualsiasi davvero, pur di non accettare l'idea che gli italiani siano semplicemente stanchi di lui.

Il Cavaliere descrive l'opposizione con un linguaggio da estremista di destra, fa appello ai luoghi comuni di una sottocultura reazionaria che mescola suggestioni da '48, maccartismo di provincia, toni sudamericani, più la lezione dell'unica sua vera scuola politica, la P2.


Il primo risultato è l'aver trasformato la prossima elezione, più d'ogni altra del decennio, in un referendum pro o contro Berlusconi. Più che il '48, andrebbe citato il '46, il referendum fra monarchia e repubblica. Dopo una campagna come questa, con un'eventuale vittoria il premier diventerebbe il padrone del Paese, assai più di quanto non sia stato negli ultimi cinque anni.

Questa sì sarebbe un'autentica "emergenza democratica". Ma anche nel caso di sconfitta, il signore di Arcore rimarrebbe il padrone assoluto dell'opposizione e di metà Parlamento.

Avrebbe così una buona trincea per continuare a difendere i propri giganteschi interessi. In questo senso l'ultimo assalto di Berlusconi dovrebbe preoccupare più i suoi alleati che i suoi avversari. Per Romano Prodi l'estremismo del rivale può essere un vantaggio ed è sicuro che il Professore lo considera tale.

I toni da guerra civile spaventano l'elettorato moderato che, per quanto minoritario in Italia, spesso decide vittorie e sconfitte. Quanto più Berlusconi cerca lo scontro, la divisione, la simulazione di guerra civile, tanto più Prodi accentua la sua immagine pacifica, costruttiva, di grande unificatore, e moltiplica gli appelli all'interesse generale della nazione rispetto alle sfide internazionali. Ora, fra l'Italia spaccata dell'uno fra "rossi" e "neri" o blu e l'Italia riunificata dell'altro, non vi è dubbio che la seconda sia un'immagine più attraente. Berlusconi punta sul "tanti nemici, tanto onore", efficace sul suo elettorato più nostalgico e vittimista ma estenuante per gli altri che ogni giorno vedono allungarsi il fronte dei nemici mortali e la teoria dei complotti, dai magistrati ai centri sociali, dalle cooperative ai proprietari del Corriere, dalla Cgil ai vertici di Confindustria, dai poteri forti all'ultimo scrutatore di seggio, tutti collegati da un filo rosso.

Prodi vanterà forse troppi amici ma la sua visione della società italiana e dei suoi problemi, nel confronto con la paranoia dell'altro, risulta assai più realistica e sensata. Almeno un pezzo di società, che vota guardando le proprie tasche più che la televisione, è stanca di teatrini e assai preoccupata per il futuro economico.

Con i toni da guerra civile di questa campagna elettorale, Berlusconi ha insomma poche possibilità di distruggere la sinistra, come sembra proporsi. Ha piuttosto ottime possibilità di distruggere la destra. Allontana o chiude la speranza che un'eventuale sconfitta della maggioranza possa inaugurare una stagione politica davvero nuova, con l'avvento di una destra finalmente europea, non più legata al carro anomalo del conflitto d'interessi. Con questa campagna, comunque vada a finire il voto, il Cavaliere ha chiarito di voler rimanere al centro della scena dopo il 10 aprile, ben deciso a stroncare ogni ipotesi di successione.

Sarà il padrone dell'Italia oppure il padrone dell'opposizione, ma sempre un padrone. Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini, che s'illudono di guidare a destra il dopo Berlusconi, hanno provato a contrastare l'impostazione "referendaria" dell'alleato. Ma ora hanno chinato la schiena davanti alla campagna ad personam come l'hanno piegata ogni volta per cinque anni davanti alle leggi ad personam.



Il voto fiducioso e quello punitivo
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera

Queste elezioni del 9-10 aprile proprio non mi piacciono. Per niente e in niente. Se ne scrivessi, direi male di tutti. Perciò lascio perdere. Il che non mi vieta di inquadrarle e di metterle in prospettiva. In passato esistevano veri leader. Un vero leader crede nei suoi ideali, combatte le sue battaglie elettorali con la sua testa, e non è disposto a qualsiasi bassezza pur di vincere. Invece in questa elezione trionfano più che mai i guru, i sondaggi e i colpi bassi. E i candidati sono finti nel senso che i loro discorsi sono scritti da altri, da specialisti in discorsi, e che quel che debbono dire o non dire è stabilito dai loro maghi e sondaggisti. Il momento della verità dovrebbe essere quello dell'incontro alla pari, in televisione, dei candidati massimi. Ma anche questo momento della verità non riesce a rivelare più di tanto. I contendenti si fanno allenare dai rispettivi "consigliori" e vengono più che altro imbottiti di punch lines , di battute a effetto; così il loro problema, al dibattito, è di ricordare al momento giusto la battuta prefabbricata da recitare.
In materia di duelli televisivi America docet ; e la dottrina americana è che in ultima analisi vince il candidato che ispira più "fiducia". Beninteso fiducia visibile, fiducia telegenica. Ma se è così, allora ci dobbiamo davvero spaventare. Perché i grandi imbroglioni sono tali proprio perché ispirano fiducia. Se non ispirassero fiducia sarebbero soltanto dei pataccari, dei furfantelli di poco conto. Ma se la fiducia è un'apparenza infida, allora di cosa ci possiamo fidare?
Come si dovrebbe sapere, esistono due tipi di comportamento elettorale: il voto retrospettivo e cioè sul consuntivo di quel che un governo ha fatto; e il voto, che dirò per simmetria proiettivo, di chi invece si regola sul preventivo, sui programmi e sulle promesse elettorali. Ma in queste elezioni il frastuono dei media raccomanda ossessivamente il voto sul programma. Il voto retrospettivo sui fatti, malfatti o non fatti del governo uscente viene dichiarato sterile e ridicolizzato come voto "dietrologico": il che lascia il nostro povero elettore in balia delle sue facoltà divinatorie.

Per carità, ognuno è libero di votare con i criteri che vuole. Ma allora va anche lasciato libero di votare per premiare o, viceversa, punire chi ci ha governato. Chiedevo sopra come ci possiamo salvare dall'imbroglione che ispira fiducia. La risposta è di non badare alle sue promesse e di giudicarlo sul suo operato. E, a dispetto dei "programmisti", io mi regolerò così.
Mettiamo, per illustrare, che io sia un buon cittadino (che pertanto si sente in dovere di votare) "indeciso". Se leggo il programmone di quasi trecento pagine prodotto dal pensatoio prodiano temo che non mi sentirei di sottoscriverlo. Quel programmone è - come era previsto e prevedibile - un indigeribile pasticcio cucinato da troppi cuochi (undici, per l'esattezza). Ma fortuna vuole - per Prodi - che io non creda molto ai programmi. Non perché siano necessariamente disonesti. Però sono sempre gonfiati; e oggi sappiamo anche per certo che chi eredita il governo eredita un immenso debito (in prossimità del 110% del nostro Pil) e casse vuote, vuotissime. Il che mi riporta - per indurmi a votare - allo sputacchiatissimo voto punitivo. Che non sottintende che io rinunzi a sperare. Sottintende però che io debba intanto punire e rimandare a casa chi ci ha così bene disastrati da ultimo. Almeno questo.


Se quarantamila vi sembran pochi
Vincenzo Vasile su
l'Unità

Le prime ore della mattina nelle redazioni sono dedicate d'abitudine alla lettura degli altri giornali. Il rito serve a capire se la valutazione del notiziario del giorno precedente abbia peccato in omissioni, sottovalutazioni, esagerazioni. E noi de l'Unità, che intendiamo in chiave di battaglia il ruolo dell'informazione, spesso prendiamo atto - a volte con soddisfazione - di avere "esagerato" nel proporre ai nostri lettori quest'evento o quell'altro.
Il nostro titolo principale di ieri, la cosiddetta “apertura” del giornale, cioè il fatto del giorno che secondo noi doveva essere sottoposto all'attenzione dei nostri lettori, è il corteo dei quarantamila che martedì a Torino hanno sfilato per il giorno della memoria delle vittime innocenti della mafia. E la contemporaneità di tale ripresa del movimento antimafia con un'altra “sconfitta” dei boss, cioè la cattura dei killer del delitto Fortugno. La mafia sconfitta due volte, anzi abbiamo scritto. Coincidenza clamorosa: ci sembrava che fosse uno di quei giorni in cui si rischia di avere le prime pagine tutte eguali.
Stavolta la rassegna stampa ci ha riservato, al contrario, una vera sorpresa. Una rapida cronaca su Repubblica, appena un “boxino” sul Corriere, che pur aveva annunciato con rilievo nei giorni scorsi la giornata della memoria: è tutto qui lo spazio dedicato dalle edizioni nazionali dei grandi giornali italiani alla manifestazione di Torino. Il Giornale e Libero erano troppo occupati a coprire di contumelie Della Valle e Montezemolo, non una riga. Titola in prima pagina assieme a l'Unità, solo il Manifesto, con una testimonianza di Rita Borsellino; se ne è accorto anche Liberazione, che in pagina interna fa un “montaggio” analogo al nostro tra le indagini a Locri e il corteo dei giovani a Torino. Tutto qui.
Sono i tre giornali di sinistra, insomma, a rilevare, chi più chi meno, l'importanza dell'evento. E diciamo subito che questa “eccezione” può dar luogo a un equivoco, a un messaggio falsato: come se la battaglia dei giovani per la legalità, in una manifestazione dalla quale erano assenti slogan “politici”, possa essere catalogata (e archiviata) come una manifestazione di parte.
Non ci sono stati scontri, don Luigi Ciotti e l'associazione "Libera" promotrice per l'undicesimo anno consecutivo della manifestazione della memoria, hanno evitato polemiche contingenti. Nessuno - per dire - ha spaccato vetrine. Dobbiamo, dunque, ripeterci su questa emozionante giornata di inaspettata dimensione di massa, che trae origine in gran parte dalla linfa dell'associazionismo cattolico e dall'attività capillare di decine e decine di gruppi di base che hanno costruito, tra l'altro, una rete di cooperative che gestiscono beni, terreni e aziende confiscate ai mafiosi. In giro per l'Italia per tutto l'anno cicli di dibattiti e convegni di educazione alla legalità tengono desta l'attenzione sulla questione mafiosa. I ragazzi di "Libera", vogliamo dire, non sono “di destra” o “di sinistra”.
Sono le forze politiche di tutte le tendenze (e i giornali di tutte le tendenze) che devono semmai fare i conti con la nuova realtà di un movimento che non ha aspettato l'ultimo funerale di Stato o una terribile strage per riportare all'attenzione il fenomeno più grave di attacco alla democrazia e alla convivenza civile che il nostro paese nella sua storia abbia conosciuto.
La principale organizzazione mafiosa, la Cosa nostra siciliana, ha intanto scelto la strada dell'inabissamento e del silenzio; nelle altre regioni le altre mafie si dedicano a uno stillicidio di “piccoli delitti” con l'eccezione dell'omicidio Fortugno. Silenzio (relativo) della mafia, silenzio (assoluto) sulla mafia: pensavamo che questa catena logica piuttosto perversa potesse essere spezzata. Pensavamo che le immagini di Torino, con quella schiera di familiari di vittime in prima fila, con quegli slogan lucidi e “miti” che fanno appello all'intelligenza e all'impegno, dovessero far breccia. Pensavamo che avessero diritto a sfondare il muro di gomma, per il loro struggente “appeal” di cronaca, le note di quella pianola a fiato che era appartenuta al bambino siciliano sequestrato e massacrato, sciolto nell'acido dai mafiosi.
Ci siamo sbagliati. Mafia invisibile, antimafia invisibile. In questo, ma solo in questo, ci siamo sbagliati.



Energia, l'Europa manda in pezzi lo spot di Tremonti
Sergio Sergi su
l'Unità

Certo, non si può dire che l'inventiva sia mai mancata a Giulio Tremonti, il ministro dell'Economia. E l'idea di presentare una lettera-documento contro il “protezionismo” sul tavolo del Consiglio europeo che si apre oggi a Bruxelles, gli era sembrata un colpo niente male. Pronto, insieme al suo presidente del Consiglio, a menare fendenti contro la Francia, possibilmente mettendola all'angolo durante i lavori del più alto consesso dell'Ue. Si fa cosí in Europa? Proprio per niente.
No, grazie e, di conseguenza, Bruxelles non sarà scambiata per Vicenza. Uno dopo l'altro, i governi europei, a cui il vice presidente del Consiglio aveva chiesto una firmetta sotto quel testo, si sono tirati indietro. Tutti. Uno dopo l'altro. Persino il pur disponibilissimo Gordon Brown, il cancelliere dello Scacchiere di Tony Blair sul quale è stata esercitata una forte azione di convincimento. Nulla da fare. Nessuno ha voluto sottoscrivere la lettera di Tremonti e il ministro ha dovuto appallottolare lo scritto e lanciare il tutto nella pattumiera. Il rifiuto ha qualcosa di clamoroso. Anticipato ieri da un articolo di prima pagina del "Financial Times", il quotidiano finanziario della Gran Bretagna che da qualche tempo ha preso sotto mira le straordinarie performance dell'uscente governo di centro destra, il documento targato Tremonti avrebbe dovuto condannare il crescente "nazionalismo economico" emerso soprattutto dalle vicende legate all'energia. A partire dal caso Enel-Suez. In un primo momento, secondo la ricostruzione del giornale, la Gran Bretagna, la Danimarca e la Svezia avevano comunicato la propria disponibilità a sostenere l'iniziativa. Ma, già nello stesso articolo, il "FT" prospettava il rischio di un serio incidente al summit. Il documento italiano, infatti, avrebbe scompaginato il programma della presidenza di turno dell'Ue (detenuta dall'Austria) che, proprio a causa delle tensioni sul tema dell'energia, intendeva, e intende, tenere sotto tono la discussione. Nel proposito di ricercare una via unitaria, sul tema della politica energetica europea, e non di alimentare le divisioni. Ma tra la cancellerie è circolato, a conferma che tutti hanno orecchie e occhi aperti su quanto accade in Italia, non il sospetto ma la certezza che la coppia Berlusconi-Tremonti volesse utilizzare il palcoscenico del summit ad uso elettorale. "Il governo di centro destra di Silvio Berlusconi - ha scritto il Financial Times - intende usare il tema per cercare di dar fiato alla sua fiacca campagna, alla vigilia delle elezioni generali del prossimo mese". Ed è finita, come è finita. In un fiasco. Con una sequela di "no, grazie, non firmiamo". E con il ministro delle Finanze austriaco Karl-Heinz Grasser, presidente di turno dell'Ecofin, a dover spiegare a Tremonti che non era proprio il caso di compiere un atto politico di quella portata. Il dossier energia è stato affidato alla cancelliera Angela Merkel che si premurerà di fare l'introduzione al dibattito e che avrà la premura di scoraggiare "soluzioni individuali", come ha detto il presidente di turno, Schüssel.
Le rinunce alla firma della lettera sono arrivate a cascata.

I francesi, visibilmente infastiditi, all'annuncio del ritiro della lettera, hanno fatto filtrare un commento lapidario: "Il petardo si è bagnato".


  23 marzo 2006