
sulla stampa
a cura di G.C. - 22 marzo 2006
L'uomo flessibile
Gad Lerner su la Repubblica
Da qualche giorno una malaugurata illusione ottica ha posto al centro del dibattito pubblico italiano lo scontro fra due opposti Paperon de´ Paperoni: il miliardario Silvio Berlusconi e il miliardario Diego Della Valle.
La realtà sociale pare quasi indietreggiare cedendo spazio ai due campioni rappresentativi di affascinanti storie di successo. Certo, permane evidente la distanza fra i comportamenti dell´uno e dell´altro patron. Ma la caricatura alla fine ci costringe a semplificare, a scegliere fra due primattori del capitalismo eletti a simbolo di opzioni politiche alternative. Ormai assuefatti come siamo alla crescita esponenziale delle disuguaglianze di reddito, si sono modificate anche le nostre nozioni di giustizia sociale e di rappresentanza dei conflitti.
Al contrario, in Francia sembra tornata la lotta di classe. Con un protagonista nuovo, impossibile da mortificare in una mera dimensione identitaria etnico-religiosa: è scoppiata infatti a Parigi la rivolta dell´uomo flessibile. Che può essere anche bianco, battezzato, insomma figlio nostro.
L´uomo flessibile è quello che più di ogni altro subisce l´apartheid che separa i lavori protetti da quelli che non lo sono, come scriveva ieri Barbara Spinelli su la Stampa. Segnalando la collera di chi vede spezzarsi uno dopo l´altro i fili che dovrebbero tener stretta la società.
In Francia come in Italia, l´uomo flessibile è innanzitutto il giovane condannato a una dimensione esistenziale precaria. Una condizione che secondo i dati resi noti dalla Banca d´Italia riguarda addirittura la metà dei nuovi entrati nel mondo del lavoro nel 2005. Rovesciando le aspettative fino al punto che i giovani laureati, almeno inizialmente, percepirebbero secondo l´Ires Cgil un reddito inferiore ai giovani lavoratori non laureati.
Sono anni che predichiamo a questi giovani la fine del posto fisso. Li incoraggiamo all´autoimprenditorialità. Spieghiamo loro che senza propensione al rischio, senza disponibilità al cambiamento insomma senza flessibilità non c´è futuro.
La flessibilità come virtù è il contenuto prevalente di tutte le modifiche legislative introdotte nel diritto del lavoro e, ancor più, nell´esperienza quotidiana di chi è in cerca di primo impiego. La pretesa ideologica che accompagna tale innovazione è ambiziosissima: si tratterebbe di realizzare una rivoluzione antropologica vincendo un bisogno di sicurezza liquidato come retrogrado. Quasi che l´economia di mercato si incaricasse di realizzare il sogno totalitario in cui prima di lei aveva fallito il marxismo: plasmare finalmente l´uomo nuovo, cioè, appunto, l´uomo flessibile. Prima nel mondo povero, ma adesso pure in casa nostra.
Non voglio qui discutere le stringenti necessità che sospingono l´economia europea a riformare i meccanismi d´accesso e di tutela del lavoro subordinato.
Ma senza troppo fantasticare su possibili modelli alternativi, mi limiterei a segnalare una ragione forte che già accomuna i giovani francesi in rivolta e gli ancora fin troppo sottomessi giovani italiani nel respingere come ingiusta la flessibilità prospettata loro.
Da che pulpito viene la predica?
Voltiamoci un attimo indietro e guardiamo come si sono comportati negli ultimi vent´anni i teorici della flessibilità, a cominciare dagli imprenditori italiani e francesi.
Troppo facile elogiare la propensione al rischio quando si tratta di intaccare le garanzie dei soggetti sociali più deboli, e poi rifugiarsi al riparo della concorrenza quando si tratta di proteggersi dal rischio d´impresa.
Perché mai a rischiare dovrebbero essere per primi i nuovi venuti e i poveracci?
Davvero, a cominciare dal nostro monopolista presidente del Consiglio, si è predicato bene e razzolato male. Quanta parte dei profitti industriali viene reinvestita in rendite finanziarie? A quante illegittime spartizioni di mercato abbiamo assistito? Quanti grandi imprenditori si sono rifugiati nella cuccia calda delle concessioni governative? Quanti fallimenti aziendali abbiamo visto corrispondere alle centinaia di migliaia, ai milioni di fallimenti lavorativi individuali?
Ho sempre saputo che quando si deve incentivare la propensione al rischio e la rinuncia a garanzie di comodo, le élites sono chiamate per prime a dare il buon esempio. Se si deve cambiare, comincino i più forti a indicare la strada difficile, legittimando così i sacrifici richiesti ai più deboli
Risultato: né i campioni nazionali del modello statalista francese, né tanto meno i protagonisti nostrani dei patti di sindacato e dell´economia di relazione, hanno i requisiti minimi per chiedere ai giovani di trasformarsi in uomini flessibili.
Questo è l´handicap che grava su ogni politica riformista in materia di diritto del lavoro, spiace dirlo a Pietro Ichino e agli altri studiosi che denunciano la plateale ingiustizia dei due mercati del lavoro subordinato: quello di serie A tutelato dai sindacati, e quello di serie B in cui i precari sono abbandonati a se stessi.
La rivolta dei giovani francesi e la silenziosa disillusione dei giovani italiani sono entrambe alimentate dalla scandalosa assenza di credibilità evidenziata dai rispettivi establishment.
La parola "rischio", ricorda Sennett, deriva dall´italiano rinascimentale risicare, cioè "osare". Ma quelle erano società giovani e aperte. I politici europei contemporanei misurano i loro consensi di fronte a un elettorato sempre più anziano, e dunque se non interverranno modifiche radicali nello stesso suffragio universale (per esempio l´assegnazione di più voti alle famiglie con figli minorenni) sarà ingenuo fare affidamento sulla loro lungimiranza.
Ecco allora puntuale riesplodere la tradizionale collera francese, anticipatrice di un moto destinato a spaccare anche la nostra società. I giovani sono David che fronteggiano il Golia della flessibilità, scrive ancora Sennett. Ma la rottura di solidarietà intergenerazionali rischia di avere effetti di lungo periodo non riducibili a un, per quanto biblico, duello. Perché, attenzione: "Un regime che non fornisce agli esseri umani ragioni profonde per interessarsi gli uni agli altri non può mantenere per molto tempo la propria legittimità". Si prospetta nella rivolta contro il precariato una vera e propria crisi di sistema. Il capitalismo flessibile emana un´indifferenza agli sforzi umani e al destino delle persone senza precedenti nelle esperienze comunitarie del passato.
La pretesa di forgiare l´uomo flessibile rischia di rivelarsi per lo meno altrettanto nefasta della clonazione umana.
Industriali, Montezemolo decide il silenzio stampa
Bianca Di Giovanni su l'Unità
Al terzo giorno di furiose polemiche, di botte e risposte al calor bianco sui mezzi d'informazione, Confindustria sceglie la strada del silenzio. Una lettera agli associati di Luca Cordero di Montezemolo parla di "tentativi senza precedenti di strumentalizzazione". Per evitare di finire iscritti negli schieramenti politici dell'una o dell'altra parte "in una campagna elettorale piena di veleni", meglio tacere. Questo l'invito rivolto ai presidenti delle associazioni territoriali e di categoria. E le parole sembrano macigni. Chiaro che l'irruzione di Vicenza brucia ancora nelle stanze di Viale dell'Astronomia. Altro che "volevo infondere ottimismo", come dichiara Berlusconi. In Viale dell'Astronomia si teme l'annessione politica, a dispetto di quell'indipendenza garantita per statuto. La linea dei vertici è tutta lì: autonomia da qualsiasi schieramento. E non solo a Roma: anche fuori dal quartier generale, anche sul territorio è un susseguirsi di appelli all'equidistanza, all'indipendenza dell'associazione. Proprio quella minacciata dallo stesso premier con il suo intervento di sabato scorso.
Mentre da Roma filtra la notizia della lettera di Montezemolo, in un incontro pubblico ad Avellino Massimo Calearo (presidente di Federmeccanica e dei vicentini) rilancia lo spirito apartitico dell'associazione. "Confindustria ha sempre fatto delle proposte ed è stata sempre molto critica, in senso positivo, con chi governa e con chi sta all'opposizione - dichiara - Non siamo noi a doverci correggere perché non facciamo politica e non siamo schierati partiticamente. Noi siamo per gli interessi del Paese, per la competitività delle imprese, il 9 e 10 aprile non si vota su Confindustria". Insomma, torna quel "non ci faremo tirare per la giacchetta" gridato da Montezemolo proprio dal palco di Vicenza (prima che scoppiasse il putiferio) e applaudito dall'intera platea, dove per la verità non erano ancora sopraggiunte le "truppe" ingaggiate dal premier.
Il presidente degli industriali mantiene le distanze già tracciate subito dopo lo show di Berlusconi. "Non replico per il rispetto che ho per la presidenza del Consiglio", aveva detto, ed ha mantenuto la parola. A chi gli chiedeva ieri se fosse vero che le dimissioni di Della Valle fossero state richieste (come sostiene Berlusconi), Montezemolo glissava: "Chiedetelo al presidente del Sud Africa (ospite ieri in Confindustria, ndr), lui sicuramente è più informato. Lo ha detto il premier? Ah, davvero, se lo dice lui...". Fine.
Nessun coinvolgimento, ma oggi Montezemolo dovrà vedersela con la sessantina di membri del Direttivo nella prima riunione del dopo-Vicenza, e domani con gli oltre 230 del direttivo. Al primo punto la presa d'atto delle dimissioni di Della Valle. Da qui potrebbe partire la miccia per una discussione più accesa del solito, anche se proprio la mossa del patron delle Tod's dovrebbe già aver calmato gli animi. Chi si aspettasse fuochi d'artificio da questo doppio appuntamento molto probabilmente resterà deluso. C'è da scommettere che non si andrà oltre qualche lamentela, per alcuni toni usati, o qualche accento critico troppo pesante. Ma nulla di più: il colpo di mano non ci sarà. Prima di tutto la fronda dei cosiddetti "berluschini" non avrebbe i numeri per modificare gli equilibri interni. Senza contare il fatto che "tutte le mosse di Montezemolo sono state decise all'unanimità - spiega una fonte interna - Confindustria è un'associazione di categoria, porta avanti gli interessi delle imprese, e Montezemolo lo ha fatto.
Qualcuno voleva un appello al voto a Vicenza? Bene, questo il presidente di Confindustria non lo può fare. A meno che non si voglia modificare lo Statuto". E le "bacchettate" di Berlusconi? E gli applausi della platea? "Berlusconi si è rivolto all'imprenditore elettore - continua la fonte - Montezemolo parla a tutti gli associati: è molto diverso".
Follini: "Se perdiamo Berlusconi non più capo Cdl"
L. Gelmini e A. Sala sul Corriere della Sera
MILANO - Marco Follini va all'attacco. "In caso di sconfitta della Cdl alle elezioni del 9 e 10 aprile Berlusconi non sarà il leader dell'opposizione" scandisce il leader centrista. E la polemica nel centrodestra si gonfia.
"MANI LIBERE" - Rispondendo in videochat ai lettori di Corriere.it (più di 2 mila le domande arrivate per lui), l'ex segretario dell'Udc fa poche concessioni al governo. Non rinuncia a rivendicare per il suo partito la libertà di gioco a tutto campo ("non si possono lasciare le mani libere a Bossi e tenerle legate a tutti gli altri") e accende anche un riflettore sul prossimo referendum costituzionale annunciando che "voterò contro, ma a titolo personale". Una mossa che - nonostante il distinguo - rischia di provocare più di un fastidio in casa della Lega anche perché accompagnata dall'auspicio che l'Udc "lasci libertà di coscienza" al momento del voto.
LEADERHSIP - Ma è sui rapporti mai del tutto ricuciti con il premier che i lettori lo incalzano. Follini non fa mistero di non aver condiviso l'invettiva di Vicenza contro i vertici di Confindustria. "Un errore - la definisce - Confindustria non rientra tra i nostri avversari". La missione d'altronde è chiara: uscire dal cono d'ombra del Cavaliere. "Certo che sostituirei Berlusconi! L'ho sostenuto più volte e non ho cambiato idea", taglia corto l'ex vicepremier. Che alla provocazione di chi gli propone un paragone tra Berlusconi e Masaniello ribatte sicuro: "Tra Masaniello che incitava le plebi e Cavour che con diplomazia tesseva la tela dell'unità nazionale, il modello da seguire deve essere Cavour". "Ma chi tra Prodi e Berlusconi giudica più moderato?" insiste Emilio di Clusone. "Casini" risponde sorridendo Follini che comunque non si sbilancia troppo su chi dovrà raccogliere il testimone del Cavaliere.
ESTREMISMI - Il deputato centrista si ritaglia per il futuro un ruolo di secondo piano perché, spiega, "non ho vocazione governativa e non mi faccio abbacinare dal potere". Comunque sia, ribaltonista non lo sarà mai, anche se nella Margherita gli stenderebbero il tappeto rosso. "Resto fedele alla consegna" puntualizza. Fedele al suo motto - illustrato in passato - "più che dar fuoco alle polveri bisognerebbe bagnarle" ammonisce poi sui rischi mortali dell'estremismo: "La politica si deve liberare delle magliette di Calderoli e delle manifestazioni con le bandiere bruciate a cui partecipa Diliberto. Occorre dunque un rafforzamento del centro". A chi gli chiede chi apprezzi nel centrosinistra fa i nomi di Rutelli, Veltroni, Fassino e D'Alema, "gente in gamba" e De Mita che "stimo molto".
PROPORZIONALE - Giura di non considerarsi una vestale della legge elettorale ritenendola "monca", cioè senza quel voto di preferenza che è proprio uno dei punti di forza degli ex dc. Ma attribuisce al proporzionale un merito: aver dato più peso ai partiti e meno ai candidati. Fa autocritica invece sulla Gasparri, "non essermi opposto con più decisione alla legge sulla tv, che non condividevo, è una voce a mio carico"; e fa ammenda per l'affossamento delle quote rosa: "dovevamo insistere, nei partiti siamo tutti orribilmente maschilisti".
Ruini, per l'Unione "parole che non spostano voti"
Redazione de la Repubblica
ROMA - "Un invito dei vescovi fatto negli ultimi giorni di campagna elettorale non è in grado di spostare convincimenti o ideali culturali che sono radicati nelle persone". Lo ha detto il presidente della Margherita, Francesco Rutelli, in un lungo filo diretto a Repubblica Radio&Tv, commentando le dichiarazioni di ieri del cardinale Camillo Ruini. "La dichiarazione è di neutralità, del resto i vescovi hanno sempre detto la loro sui temi sensibili per la chiesa e ciò non ha fatto scandalo al tempo della Dc: ora - continua Rutelli dai microfoni di Repubblica Radio&Tv - invece, è chiaro che i pronunciamenti dei vescovi italiani diventano più intriganti per chi vuole fare polemiche perchè possono essere letti politicamente".
Sull'argomento torna anche Romano Prodi, secondo il quale nelle parole pronunciate ieri dal cardinale "non c'è ingerenza nel voto". Anzi, per il Professore il capo della Cei ha avuto un "atteggiamento equilibrato e ha ribadito principi e priorità condivisibili".
Massimo D'Alema concorda con quanto detto da Prodi: "La penso come Romano, l'indicazione delle priorità ci trova consenzienti, non c'è dubbio che la preoccupazione di come rilanciare la natalità è un problema molto forte per noi". Il presidente dei Ds ha anche aggiunto che "non è un caso se il paese europeo con il più alto tasso di natalità è la Svezia, che ha un governo di sinistra".
Per Piero Fassino, infine, "è importante che dal cardinale sia venuto un appello a toni più pacati e ragionevoli per la campagna elettorale dopo le note vicende che hanno, invece, alzato i toni in questi giorni. Così come penso sia importante l'aver voluto dire in modo chiaro e esplicito che la la Chiesa, pur ribadendo le sue convinzioni in materia di vita e di famiglia tuttavia non si schiera a favore di questo o quel partito o schieramento politico"
Berlusconi, scontri al comizio a Genova
Marcella Ciarnelli su l'Unità
Un eloquente "basta con l'epoca delle lampade" ha accolto il premier in via Roma. Lui, in verità, usa il cerone per colorarsi la faccia. Tamburi e slogan. "Buffone, buffone, vattene" gli hanno gridato qualche centinaio di giovani che erano ad attenderlo davanti al teatro Carlo Felice di Genova. Il nervosismo delle forze dell'ordine si è fatto sempre piu' evidente. Un supporter del premier ha sventolato una copia di "Libero" sotto il naso dei primi manifestanti. C'è stato un momento di forte tensione. Tafferugli, spintoni, bottiglie in frantumi, qualche manganellata. Anche dura. Un po' di ragazzi a farsi medicare, una è stata anche sottoposta alla Tac. Ad attendere il premier sotto i portici del palazzo Ducale c'era anche il passato ad attenderlo. "Viva Vittorio Mangano" ha insistentemente gridato un giovanotto. Prima Berlusconi ha fatto finta di nulla. Ma il nome dello stalliere di Arcore, processato per mafia, lo ha evidentemente fatto uscire dai gangheri. "Tu non ti devi permettere, sei un coglione", ha gridato al malcapitato che subito dopo è stato sommerso dagli agenti e portato via con la forza.
Ma ieri il premier qualche passo indietro lo ha fatto. "Non lavoro perché ci siano cambiamenti al vertice di Confindustria dopo le elezioni", ha detto a Genova. "Volevo dare ai miei colleghi un segno di ottimismo legato alla realtà della situazione, non era il mio obbiettivo andare lì per spaccare", insiste il premier mentre dal teatro "Carlo Felice" si sposta al Palazzo Ducale per partecipare al cocktail che raduna i sostenitori della campagna elettorale. Pochi. Ad offerta libera. La cena che prevedeva una sottoscrizione di mille euro a coperto è stata annullata per mancanza di partecipanti. Solo quarantacinque. Troppo pochi per giustificare la permanenza di Berlusconi a Genova oltre qualche ora.
Il premier è passato dall'attacco ai toni soft. L'esibizione vicentina non è stata accolta come lui si augurava. Gli è stato ricordato che non è conveniente attaccare frontalmente l'Italia che produce anche se a lui continuano a non andare giu' "quelle facce di cera delle prime file". E così Berlusconi ha deciso di non insistere piu' di tanto. Anche se non ha rinunciato a descrivere ai suoi piu' esaltati supporter, quelli che hanno riempito il teatro genovese in tutti gli ordini di posti, circa duemila, con qualche centinaio che è rimasto fuori, il Paese che vede solo lui. Tutto benessere e telefonini. Baci per le signore in platea, siparietti, la confessione di una grande emozione che "mi può far male dato che la sinistra dice che sono un vecchietto, ma io non mi sento così". Mentre all'esterno aumentavano i contestatori.
A dispetto dell'ottimismo che continua a diffondere a piene mani Berlusconi è nervoso. Le cose non vanno come lui vorrebbe. E gli italiani continuano a non farsi convincere che tutto va bene. Colpa del "catastrofismo della sinistra" e dei giornali tutti schierati contro di lui. "E passi per l'Unità e Repubblica ma La Stampa ed il Corriere dovrebbero stare dalla nostra parte" si è lamentato il premier.
Laurea in offerta speciale per i dipendenti del Viminale
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
Era dai tempi di Solforio, il personaggio di Alto Gradimento inventore del "pacco operaio, pacco del lavoratore", che non si vedevano offerte simili. Al posto del piumino termico, del set asciugamani o della mitica supposta a tre punte, ci sono ora le lauree facili. Proposte in convenzione come batterie di pentole.
Una sagra di offerte speciali: e in più ti ci metto l'esame di diritto pubblico, più l'esame di statistica e più, mi voglio rovinare, l'esame di diritto privato! Da non perdere la proposta ai dipendenti del Viminale dell'"Università San Pio V": solo 6 esami, lisci lisci, ed eccoti dottore! Per carità: è tutto formalmente in regola. La nuova legge prevede appunto che gli atenei possano riconoscere agli aspiranti laureandi dei "crediti", maturati facendo per anni un certo lavoro, che rendono loro superflua l'imposizione di un esame. Esempio: si suppone che un impiegato della Ragioneria dello Stato da venti anni addetto a leggere i bilanci si sia fatto col tempo una infarinatura intorno a certi argomenti e ne sappia perfino di più di qualche studente che ha appena dato l'esame.
Fin qui, poche obiezioni. Alzi la mano chi oserebbe contestare un salvacondotto per una laurea agevolata in letteratura a Dario Fo, in storia del teatro a Giorgio Albertazzi o in scienze al paleontologo veneziano Giancarlo Ligabue, protagonista di decine di spedizioni per le maggiori università del mondo e autore di scoperte che oggi portano il suo nome come il Masrasector ligabuei (un creodeonte oligocenico) o l'Araripescorpius ligabuei (uno scorpione cretacico). L'innovazione ha però spalancato una porta nella quale hanno fatto irruzione un mucchio di atenei, spesso gli ultimi arrivati e i più discussi, che vanno in cerca di clienti esattamente come una compagnia assicurativa va in cerca di gente disposta a fare una polizza vita. E va da sé che (sono affari, bellezza...) la concorrenza è spietata e spinge le varie università a offrire le condizioni migliori, i prezzi più bassi, i percorsi più facili bussando di porta in porta come un tempo i rappresentanti della Folletto.
Nessuno però, per quanto se ne sa, ha messo all'amo le esche che ha messo la "Libera Università degli studi S. Pio V", di Roma, nella convenzione firmata con il ministero degli Interni.
Nata nel 1996 con un forte "riferimento ai valori cristiani", guidata dal rettore Francesco Leoni, già docente a Chieti e a Cassino, additata da qualche malalingua come vicina all'Opus Dei e alla ciellina Compagnia delle Opere, la "S.Pio V" ha sede in via delle Sette Chiese (e ti pareva...) ed era già finita sui giornali. Prima per i nomi dei professori via via coinvolti, da Rocco Buttiglione a Salvo Andò, da don Giacomo Tantardini a Ferdinando Adornato. Poi per un convegno sui diritti umani. Convegno che, scartati i lugubri centri congressi moldavi e i cupi alberghi bulgari, venne organizzato nella caliente Avana con estensione a Varadero. E infine per le polemiche sollevate nell'ottobre 2003 da un sontuoso finanziamento: un milione e mezzo di euro l'anno corrispondente, secondo il diessino Walter Tocci che cercò inutilmente di mettersi di traverso, a dieci volte la somma media stanziata per le fondazioni private di ricerca. Così da suonare come un "regalo inspiegabile, ingiusto e offensivo per tutti gli altri". E da spingere Repubblica a bollare l'ateneo come "l'Università miracolata". Poco ma sicuro, altre polemiche scoppieranno adesso. Nella convenzione col Viminale, infatti, la "S. Pio V" offre ai dipendenti del ministero di "Area B" e con "Posizioni economiche B2 e B3" (per capirci traducendo dal burocratese: quelli che una volta si chiamavano gli impiegati di concetto) la possibilità di ottenere una laurea triennale in Scienze Politiche e Sociali facendo soltanto una manciata di esami: elementi di diritto e procedura penale, sociologia della devianza, sociologia dei processi culturali, storia delle relazioni internazionali, psicologia sociale, psicopatologia, geopolitica, pedagogia sociale, sociologia dei fenomeni politici, scienza della politica, diritto internazionale o dell'Ue e infine demografia. Totale: una dozzina di esami.
Di quelli che gli studenti considerano da sempre, a torto o a ragione, "facili". Quelli "dove si chiacchiera". Quelli dove non c'è il rischio di restare impigliati in una definizione testuale, una legge, un comma. E tutti gli altri, quelli più difficili? Abbonati. Ancora più ghiotta, però, è l'offerta agli aspiranti dottori che al Viminale hanno raggiunto grazie ai concorsi interni (più volte bocciati e sanzionati dai giudici, ma inutilmente) posizioni per le quali sulla carta sarebbe stato necessaria la laurea. Come i dirigenti prefettizi, quelli di "Area 1" e quelli di "Area C", vale a dire, molto schematicamente, i funzionari e i vecchi direttori di sezione. A loro, di esami, ne vengono abbonati 18. E che esami! Praticamente tutti, ma proprio tutti, quelli che i giuristi di lingua spagnola chiamano troncales perché costituiscono il tronco di un percorso universitario e mediamente tolgono il sonno agli studenti bravi e volonterosi inchiodandoli al tavolino per un paio di mesi l'uno: dal diritto pubblico al diritto amministrativo, da statistica a diritto privato, da economia politica a diritto costituzionale comparato. Via tutti gli incubi, avanti con gli esami-materasso: sociologia della devianza, sociologia dei processi culturali, psicologia sociale, psicopatologia, geopolitica, pedagogia sociale. Sei prove in totale: bene, bravo, brindisi, lei è dottore. Alla faccia di chi attende da anni i concorsi per occupare i posti destinati ai laureati veri. Per carità: bene così. Purché si abolisca però, come invocano le persone serie, il valore legale dei titoli di studio. E purché ai nuovi dottori venga dato in omaggio, s'intende, un set di pentole antiaderente.
Patriottismo sì
Tommaso Padoa-Schioppa sul Corriere della Sera
"Il patriottismo economico va eliminato dagli Stati, ma ciò è possibile solo se lo si ricostituisce a livello europeo". Me lo dice un capo d'industria parigino a commento di vicende recenti: una legge francese protegge dieci settori industriali da scalate straniere; Bnp-Paribas acquista Bnl; Électricité de France acquista Edison; Enel concupisce Suez; il suo governo fonde questa con Gaz de France. Il mio interlocutore ha forti convinzioni europee, nella linea di Jean Monnet e Jacques Delors. Condivido il suo auspicio di un patriottismo europeo, ma non lo seguo nel condannare quello nazionale.
In linea generale direi: patriottismo sì, protezionismo no. Spirito di corpo e ambizione collettiva non sono mali da condannare; se bene instradati, sono l'indispensabile lievito del successo, anche economico, di ogni comunità, sia essa regionale, nazionale o europea. Non basta certo il talento di un imprenditore a creare ricchezza, se tribunali, scuola e servizi pubblici non funzionano. Non basta certo la guardia di finanza a far pagare le tasse, né i netturbini a tener pulite le strade. Ma senso civico e buon governo richiedono un grado di patriottismo. Senza questo è impossibile creare le condizioni generali che ogni successo richiede, collettivo o individuale. E perché lo spirito di comunità dovrebbe esprimersi solo nel calcio?
Ma quando il patriottismo ricorre al protezionismo esso sbaglia la scelta dei mezzi: invece di promuovere il benessere di tutti, crea il privilegio di alcuni.
A chi giova il protezionismo? Certo non alla generalità di quelli che giungono con fatica alla fine del mese e preferirebbero, per lo stesso prezzo, acquistare beni o servizi più abbondanti e migliori.
Si obietta che se quei beni sono importati, chi li produce in Italia perderà il lavoro. È vero, il protezionismo, almeno per qualche tempo, protegge loro; ma non la comunità nazionale nel suo insieme, non il sistema economico, non la sua capacità di competere nel mondo. Moltissimi consumatori sovvenzionano pochi produttori acquistando beni e servizi più cari di quelli che potrebbero ottenere altrimenti. Dunque, contrapposizione non tra italiani e stranieri ma tra italiani e altri italiani. Spetta alla politica, applicata all'economia, dirimerla.
Che lo Stato soccorra chi perde il lavoro è ormai scritto nel nostro contratto sociale, un principio che rafforza il senso di appartenenza alla società e cementa il patriottismo. L'Europa può andare fiera di avere aggiunto la solidarietà alla pace, alla libertà, alla giustizia nella lista dei valori perseguiti nel governo della collettività; indica una via agli altri Paesi del mondo.
Ma il soccorso può prendere diverse forme, più o meno costose in termini di risorse, più o meno eque in termini sociali; ed è qui che le strade del patriottismo e del protezionismo si dividono. Il soccorso può tenere artificiosamente in vita imprese o settori che altrimenti chiuderebbero; oppure aiutare ad apprendere e trovare un nuovo lavoro, assicurando un sussidio nella fase di passaggio. Spreco e ingiustizia nel primo caso; vera solidarietà nel secondo.
Proprio perché privo di giustificazione economica il protezionismo cerca la giustificazione patriottica. Ma usurpa l'argomento. È patriottismo soccorrere il bisognoso, non infliggere all'intera economia un costo inutile. È difficile che una cattiva economia faccia una buona politica.
22 marzo 2006