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sulla stampa
a cura di G.C. - 21 marzo 2006


Miti del passato
Michele Salvati sul
Corriere della Sera

Il titolo usato ieri da Giuliano Ferrara sul Foglio nel commentare la performance di Silvio Berlusconi all'assemblea di Confindustria a Vicenza - "Lotta di classe" - è ironico e metaforico: si tratterebbe di "lotta di classe nella sua (di Berlusconi) classe", un attacco contro gli imprenditori che l'hanno tradito, che hanno ceduto alle lusinghe della sinistra, e l'hanno fatto per opportunismo e mediocri interessi personali. Nel merito delle accuse all'associazione e a singole persone non entro, se non per notare che sarebbe strano se associazioni d'interessi, come sono la Confindustria e i sindacati, non si comportassero opportunisticamente, e ancor più strano se così non si comportassero i loro membri. Di grazia, secondo quale criterio dovrebbero comportarsi? Secondo nobili ideali?
Non è stato forse Berlusconi un abile opportunista, che ha bazzicato non poco con un partito di sinistra del suo tempo allo scopo di costruire il suo impero? Opportunista è chi fiuta il tempo e l'occasione e decide in conseguenza, anche se ciò comporta un cambiamento di rotta. Berlusconi può solo rimproverare se stesso se gli imprenditori gli voltano le spalle: vuol solo dire che non è riuscito a creare circostanze e a suscitare convinzioni tali per cui gli imprenditori preferiscono la sua offerta politica a quella degli avversari.
Nel titolo di Ferrara e nelle convinzioni di Berlusconi, e tanti altri, c'è però qualcosa di più che metafora e ironia: c'è una sincera sorpresa, quasi uno scandalo, che gli imprenditori possano votare per il centrosinistra.
Ciò che fa il paio, dall'altra parte della barricata, con la sorpresa-scandalo che gli operai possano votare per il centrodestra. Anche queste sorprese e scandali sono in buona misura ingiustificati. La lotta di classe è finita, mettiamocelo bene in testa. E' finita quando sono crollati la visione della storia che la giustificava e l'impero politico che ne era l'espressione minacciosa.
Centrodestra e centrosinistra, oggi, in gran parte dei Paesi occidentali sono diventati due contenitori politici non troppo dissimili da ciò che sono in America il partito democratico e il repubblicano, per entrambi dei quali possono tranquillamente votare sia imprenditori sia lavoratori dipendenti. Certo, il centrosinistra manifesta di solito una maggiore preoccupazione per la povertà e le disuguaglianze e una maggiore propensione a utilizzare l'intervento pubblico per lenirle. Mentre il centrodestra solitamente manifesta una maggiore sfiducia per l'intervento dello Stato, un maggior attaccamento da un lato a valori liberistici - di autoaffermazione individuale nel mercato - dall'altro a valori tradizionalistici: Dio, patria e famiglia, per intenderci. Ma questi sono orientamenti di massima, che non impediscono a un operaio di ritenere preferibile, in una determinata elezione, l'offerta politica del centrodestra o a un imprenditore quella del centrosinistra.

Restano i conflitti tra gli interessi, di cui quello tra imprenditori e lavoratori dipendenti è certamente tra i più importanti, quantomeno nel breve periodo e in una logica puramente distributiva.
Ma in una diversa logica e prestando attenzione al lungo periodo, anche questo conflitto può recedere di importanza e acquistare rilievo, invece, un interesse comune a combattere contro monopoli e rendite. E potrebbe essere che l'impegno del centrosinistra in questa direzione appaia agli elettori più convincente di quello del centrodestra. La lotta di classe è finita: non vorrei che a continuare a parlarne restino solo Fausto Bertinotti da una parte e Silvio Berlusconi e Giuliano Ferrara dall'altra.


Dove va Confindustria
Nicola Tranfaglia su
l'Unità

Che cosa significa lo scontro tra i vertici della Confindustria e Berlusconi? Come si spiega un radicale rovesciamento dei fronti dal 2001 a oggi?
Chi, per passione o per mestiere, conosce la storia del nostro paese, assiste con grande stupore (in altri casi con crescente indignazione) agli ultimi passi dell'attuale presidente del Consiglio verso la conclusione ormai vicina di una lunga campagna elettorale.
Lo stupore nasce dal fatto che negli ultimi 150 anni della nostra storia nazionale, una volta avvenuta la difficile unificazione dello Stato, non c'è mai stata una situazione confrontabile a quella che si è determinata dopo il discorso di Silvio Berlusconi agli industriali riuniti a Vicenza.
Gli imprenditori sono stati nell'Italia unita sempre vicini a chi ha detenuto il potere politico e in questo caso anche economico e televisivo. Si ricorda come negli ultimi decenni dell'800 e nei primi del '900 imprenditori come Ferdinando Perrone dell'Ansaldo a Genova o Giovanni Agnelli a Torino, fondatore della Fiat, abbiano sempre sostenuto nel primo caso l'ascesa di Francesco Crispi, nel secondo quella di Giovanni Giolitti e abbiano fiancheggiato i governi liberali facendo con essi affari fruttuosi per le proprie imprese e più di una volta utili anche allo sviluppo economico del paese.
La prima guerra mondiale vide forti incertezze negli industriali a secondo dei loro interessi ma in compenso i proprietari agrari si schierarono tutti per i governi interventisti che con la contrarietà di Giolitti condussero l'Italia nel primo conflitto mondiale. Sappiamo anche che nella crisi del primo dopoguerra di fronte al pericolo del bolscevismo rivelato dal successo della rivoluzione d'ottobre nel novembre 1917, gli industriali dopo qualche incertezza nel 1920 si avvicinarono a Mussolini e alle squadre fasciste. E nel '22 si dichiararono con chiarezza a favore del primo governo Mussolini anche nell'illusione che il fascismo potesse essere addomesticato tanto da mantenere in vita lo stato liberale.
Quando due anni dopo scoppiò il caso legato all'assassinio di Giacomo Matteotti che lambì assai da vicino il presidente del Consiglio come mandante del delitto, gli industriali si consultarono tra loro e pur non essendo d'accordo con il discorso mussoliniano del 3 gennaio 1925 che proclamava la dittatura, decisero di sostenere il demagogo romagnolo e il regime che allora nasceva.
Continuarono a farlo senza soluzione di continuità fino ai primi mesi del 1943 quando ormai la sconfitta militare dell'asse Roma-Berlino e dell'Italia appariva inevitabile, appoggiarono l'azione del re e l'ascesa di Badoglio come successore di Mussolini e fornirono all'uno e all'altro propri uomini per il governo.
Insomma, pur con dissensi più o meno sotterranei, furono con continuità dalla parte della dittatura. E se vediamo sinteticamente che cosa è avvenuto nel periodo repubblicano ci troviamo di fronte a una grande continuità di appoggio da parte delle associazioni industriali al maggior partito di governo, la Democrazia Cristiana, che ha governato ininterrottamente nei primi quarant'anni.

Voglio dire che nell'Italia unita è nata e poi si è consolidata una tradizione pressoché ininterrotta di vicinanza dei vertici imprenditoriali al governo di volta in volta in carica messa in crisi soltanto a metà degli anni Settanta dal tentativo di "compromesso storico" o solidarietà nazionale presto fallito.
Negli anni Novanta la crisi legata alla scoperta della corruzione pubblica mostrò con chiarezza l'intreccio perverso tra politica e affari che aveva coinvolto allo stesso tempo la classe politica e i grandi, medi e piccoli imprenditori e l'inchiesta giudiziaria di Milano si estese presto a molte città italiane, ma dopo due o tre anni dovette fermarsi.
Molti altri poteri intervennero a ostacolare quelle inchieste. L'ascesa di Silvio Berlusconi alla presidenza del Consiglio nel marzo 1994 agì come apertura di una nuova fase che vide gli imprenditori molto interessati e che come Mussolini disse di voler modernizzare l'Italia e tenere lontani i comunisti (nonostante la fine del Pci).
L'idillio con Berlusconi durò tra alterne vicende per tutti gli anni Novanta e alla fine di essi il Cavaliere riuscì a insediare ai vertici della Confindustria Antonio D'Amato, un suo sostenitore che rappresentava proprio i piccoli imprenditori meridionali e quelli del Nord-Est che si ribellavano alla precedente egemonia della grande industria del Nord entrata a sua volta in crisi.
Ma in questi ultimi anni i vertici della Confindustria hanno potuto verificare il fallimento economico e istituzionale della Casa delle Libertà, hanno sostituito D'Amato con un uomo come Cordero di Montezemolo che non crede di dover fare sconti né a questo né ad altri governi.
Come peraltro in una democrazia sana dovrebbe sempre avvenire da parte di un'associazione che rappresenta un pezzo sia pure importante della società ma non il tutto.
E allora come si spiega la scenata di Vicenza e la dura risposta di Montezemolo 24 ore dopo i fatti? La risposta non è difficile se anche ai vertici degli industriali appare chiaro quello che la maggioranza degli italiani ha ormai percepito. Non siamo di fronte a una normale compagine di governo di centro o di destra o di centrodestra. Siamo invece davanti a un governo peronista, espressione di un populismo mediatico ed estremamente pericoloso per la democrazia e per la Repubblica.
I vertici degli industriali se ne sono accorti dopo cinque anni di governo. Meglio tardi che mai.


Ruini: "Attenti alla famiglia, no ai Pacs"
E punta il dito sulla crisi economica
Redazione de
la Repubblica

ROMA - Grande attenzione alla vita umana e alla famiglia, solite critiche sui Pacs, correzione del tiro (sconfessato il cardinal Martino) sull'insegnamento della religione islamica nella scuola italiana ("pericoloso indottrinamento"). Il cardinale Camillo Ruini parla ai vescovi italiani riuniti nel Consiglio permanente e, come prevedibile, interviene sui temi della campagna elettorale nella quale "la Chiesa non si schiera, ma indica contenuti". Ruini sembra negativamente impressionato dai toni della campagna per le politiche: "toni accesi e molteplici terreni di polemica" e ribadisce che la Chiesa non fa alcuna "scelta di schieramento politico o di partito" ma ripropone agli elettori e ai futuri parlamentari "contenuti irrinunciabili".

No ai pacs. "Rispetto della vita umana dal concepimento al suo termine naturale" e "sostegno concreto alla famiglia legittima fondata sul matrimonio" evitando "di introdurre normative che ne comprometterebbero gravemente il valore e la funzione". A questi temi il cardinale Ruini chiede di prestare "speciale attenzione" e di usarli come "criterio di orientamento in rapporto ai programmi delle diverse forze politiche".

L'economia. Il leader dei vescovi entra anche nel merito di questioni economiche: "Le condizioni della nostra economia permangono purtroppo difficili, come mostrano la mancanza di crescita nel corso del 2005 e l'incremento del debito pubblico, anche se una certa ripresa è prevista per il 2006". Per questo il cardinale chiama a un "impegno forte e condiviso, senza il quale sarebbe arduo attenuare gli squilibri che affliggono da gran tempo il nostro Paese, penalizzando soprattutto il Meridione, in particolare sul versante cruciale dell'occupazione".

No alle intolleranze. Il cardinale Ruini ha ricordato l'assassinio di don Andrea Santoro, ucciso nella chiesa di Trabzon in Turchia, e ha ribadito che "l'intolleranza e la violenza non possono mai giustificarsi come risposta alle offese, poiché esse non sono risposte compatibili con i principi sacri della religione". Il prelato ha fatto sue le parole con le quali Benedetto XVI ha condannato le vignette su Maometto e le reazioni dei paesi islamici, "deplorando" le azioni di chi "approfitta deliberatamente" dell'offesa ai sentimenti religiosi "per fomentare atti violenti, tanto più che ciò avviene a fini estranei alla religione".

Il Medioriente. Per Ruini, l'Autorità Palestinese deve riprendere "il percorso che deve condurre alla rinuncia alla lotta armata, al riconoscimento reciproco e alla coesistenza pacifica tra Stato d'Israele e popolo palestinese, dotato di proprie istituzioni democratiche e sovrane". Allo stesso tempo Israele deve rispettare il diritto internazionale perché "gli atti di forza, a cui si è fatto ricorso anche la scorsa settimana, non potranno certo facilitare questo cammino".



Comunisti, una storia di svolte
Paolo Franchi sul
Corriere della Sera

Svolta, nel lessico comunista, è stata una parola chiave. Se vogliamo, anche un tantino inflazionata. La più nota, e la più tragica, la fece Giuseppe Stalin sul finire degli anni Venti, e ne derivarono la politica "classe contro classe", l'identificazione tra socialdemocrazia e fascismo, la persecuzione sistematica, nel movimento comunista, di "opportunisti di destra" di ogni genere e tipo, e in una certa misura, anche la vittoria di Adolf Hitler in Germania. Ma pure la storia del comunismo italiano è ricca di svolte. La più importante, quella di Salerno, la fece Palmiro Togliatti, nel '44. Anche Enrico Berlinguer, per archiviare la politica di larghe intese con la Dc, o almeno per metterla tra parentesi, pensò bene di recarsi nella città campana: ma la "seconda svolta di Salerno", come allora venne definita, non lasciò tracce troppo significative. Ben altra attenzione, visto che in ballo c'era la fine del Pci, suscitò, sul finire del 1989, alla caduta del Muro, la svolta di Achille Occhetto. Ma il "nuovo inizio" propugnato da Occhetto non ci fu, la "carovana" invocata per andare in cerca di un'altra terra promessa non si mise in cammino. Quella svolta produsse piuttosto, in luogo del Pci, due partiti, il Pds (poi Ds) e Rifondazione comunista. Non deve essere un caso se, a quindici anni di distanza dalla rottura, sentono di nuovo forte entrambi il desiderio di una nuova svolta, come se in tutto questo tempo non fossero riusciti a costruirsi un'identità soddisfacente.
I Ds (o quanto meno la maggioranza del loro gruppo dirigente) sono desiderosi, come è noto, di confluire, senza lasciarsene annullare, in un Partito democratico dove possano trovare casa i diversi riformismi, vecchi e nuovi, della politica e della società italiane: una svolta di tutto rispetto, se mai ci sarà. Ma ancora più importanti sono, a guardar bene, le svolte che Fausto Bertinotti ha già impresso a Rifondazione; e le nuove che già apertamente prospetta. All'inizio, quando sparò a zero contro lo stalinismo, faticammo, a dire il vero, a emozionarci: in fondo, dal rapporto segreto di Nikita Kruscev al ventesimo congresso del Pcus erano già trascorsi quasi cinquant'anni. Più significativa, poco dopo, risultò una seconda svolta, stavolta in direzione della non violenza, rappresentata non come una posizione moderata da contrapporre alle componenti più estremiste del movimento, ma, tutto al contrario, come "l'unica strada per un movimento capace di riscoprire la scelta anticapitalista e della liberazione": comunisti gandhiani, sino ad allora, in effetti non se ne erano visti.
Una contraddizione? No, almeno agli occhi di Bertinotti. Che adesso, sull'onda delle svolte precedenti (compresa, si capisce, quella "governista", passata per pochi voti all'ultimo congresso di Rifondazione), propone una svolta ulteriore. Mettere la persona là dove c'erano le classi, i lavoratori là dove c'era il lavoro. Dare alla libertà uno spazio almeno pari a quello sin qui concesso all'uguaglianza. E soprattutto, dopo le elezioni, lasciarsi alle spalle Rifondazione o, meglio, ricollocarla in un soggetto più ampio, che sarà radicale, sì, ma non più comunista, almeno in senso stretto. Per Bertinotti, ci informa Riccardo Barenghi sulla Stampa , sarà "la svolta delle svolte", quella definitiva. Ottima cosa, anche perché non parlare più di svolte sarebbe la più grande delle svolte.



Il premier recupera 3 punti
Renato Mannheimer sul
Corriere della Sera

Difficilmente il Cavaliere improvvisa. Gran parte delle sue iniziative sono, come è giusto in campagna elettorale, accuratamente pensate per raggiungere l'obiettivo prefissato. Così è stato probabilmente anche nel caso dell'intervento a Vicenza: una sorta di estremizzazione delle strategia comunicativa adottata sin da gennaio, caratterizzata dalla crescente presenza - e dal conseguente rilievo - personale nei media. Finalizzati ad apportare al centrodestra i consensi degli indecisi, ma volti, al tempo stesso, a rafforzare specificamente FI, sia in vista degli equilibri post-elettorali nella Cdl, sia per godere comunque di un potere rilevante in Parlamento, specie nel caso di sconfitta alle elezioni. Forse anche a causa della crescente probabilità di quest'ultima prospettiva, nelle ultime settimane, Berlusconi è sembrato privilegiare sempre più l'obiettivo "partitico" della sua strategia. Teso a concentrare specialmente su se stesso e sulla sua forza politica l'attenzione degli elettori potenziali del centrodestra. Trovando in ciò, paradossalmente, un aiuto anche da Prodi: nel desistere dalla richiesta di incontrarsi contemporaneamente con le "tre punte" della Cdl e nell'accettare il "faccia a faccia", il Professore ha implicitamente sottolineato come il "vero" punto di riferimento della Cdl sia soprattutto Berlusconi. In parte, il Cavaliere è riuscito nel suo intento. Da gennaio ad oggi, ha reso più forte il suo partito, sia mobilitando (soprattutto con argomenti consueti ma efficaci, come i "nuovi posti di lavoro" o "più ottimismo") una porzione di quanti (grosso modo il 10% dell'elettorato) avevano scelto FI nel 2001 e ancora a dicembre si dichiaravano indecisi se rivotarlo o meno, sia drenando, in misura più contenuta, consensi (più potenziali che "certi") dai suoi alleati.
Tutti i sondaggi mostrano come alla persistenza del vantaggio per il centrosinistra si sia accompagnata in questi mesi una crescita delle intenzioni di voto per il centrodestra. E come essa si sia concretizzata perlopiù in un allargamento del 2-3 per cento dei consensi per Forza Italia e in una sostanziale stabilità (con lievi incrementi o decrementi registrati da questo o quell'istituto) di Alleanza nazionale e Udc.
Certo, l'obiettivo del Cavaliere di riconquistare per intero il segmento di elettorato che gli aveva dato fiducia cinque anni fa appare sin qui lontanissimo da raggiungere. La sua strategia "personale" è risultata per ora insufficiente per una possibile vittoria del centrodestra.



Ambiente, ultimo pasticciaccio a destra
Vittorio Emiliani su
l'Unità

La richiesta di chiarimenti da parte del Quirinale sulla nuova legge sull'ambiente è di per sé significativa. Con un governo (si spera) agli sgoccioli, essa può equivalere al suo congelamento. In attesa di tempi migliori, di vere riforme nell'interesse generale del Paese. La legge delega è stata tenacemente voluta, contro tutti, dal ministro Matteoli: contro il parere decisamente negativo della Conferenza Stato-Regioni e addirittura senza il previsto avallo del Consiglio di Stato. È nata quindi nel modo più pasticciato e mediocre, al di là della stessa delega parlamentare, con un intento ben chiaro: indebolire o addirittura smantellare il sistema di salvaguardie, statali e regionali, faticosamente creato dalla fine degli anni 80 in qua. Essa presenta alcuni palesi difetti di origine: la manomissione dei rapporti Stato-Regioni-Enti locali, la cancellazione della partecipazione dei cittadini, il recepimento parziale e lacunoso delle direttive Ue in materie delicatissime quali il già carente smaltimento dei rifiuti e il danno ambientale.
Rispetto alla legislazione preesistente - posta in essere fra il governo Ciampi (ministro Valdo Spini) e i governi di centrosinistra (ministro Edo Ronchi) - con queste norme l'Italia arretra e scivola all'indietro, in coda all'Europa. Anche in questo il governo Berlusconi si mostra assai più che euroscettico: non si rassegna proprio ai vincoli comunitari. E sì che abbiamo già un pesante carico di aree e di acque inquinate da bonificare, di montagne di rifiuti smaltite in modo improprio o illegale, di opere infrastrutturali pesanti con valutazioni di impatto ambientale (si veda la Tav in Val di Susa) ancora da approfondire a cantieri già aperti. Ora, la Valutazione ambientale strategica (Vas) voluta da Berlusconi-Matteoli è successiva e non più contestuale a piani e programmi. Mentre la Valutazione di impatto ambientale (Via) viene burocraticamente svuotata di controlli incisivi ed efficaci. In palese conflitto con l'Europa. Oltre che con le evidenti esigenze dell'ambiente e del paesaggio italiani.
Un altro esempio clamoroso è quello del "danno ambientale". La direttiva Ue parla per esso di un deterioramento "misurabile" e la legge Matteoli vi aggiunge pure un "significativo" che rende più difficile la richiesta di risarcimento. Dalla quale sono in pratica escluse le Regioni, i Comuni e le stesse associazioni di cittadini. Ve lo immaginate il Ministero dell'Ambiente che chiede un risarcimento ad altri Ministeri o Enti pubblici?
Un punto dolente, anzi dolentissimo, è poi rappresentato dallo smaltimento dei rifiuti, sul quale si sono incrostati interessi criminali tanto spessi quanto lucrosi. Con le norme di questa autentica controriforma, milioni di tonnellate di rifiuti vengono declassate e quindi possono venire smaltiti in modo sbrigativo, con garanzie molto allentate.
Sono soltanto alcune delle gemme più lucenti di questa normativa al ribasso elaborata da una commissione di tecnici tutti allineati al centrodestra, senza la partecipazione, a partire dal Wwf, delle associazioni più serie rifiutatesi di fungere da foglia di fico.

A nulla è valsa la valutazione decisamente negativa delle Regioni riunite una sola volta (è un anticipo della sbandierata, e sgangherata, devolution?). Il governo è andato avanti (è il caso di dirlo) come una ruspa facendo altri guasti, sopra la testa di tutti.
Un altro atto di arroganza istituzionale. Un altro pasticciaccio: brutto, confuso, da buttare al più presto.


Bush e l'Iraq
Gianni Riotta sul
Corriere della Sera

NEW YORK - "Mangiare la minestra con il coltello", così si intitola il capolavoro di tattica militare del tenente colonnello John Nagl finalmente lodato dallo stato maggiore Usa. Invocando una massima del mitico Lawrence d'Arabia, "Combattere contro i ribelli è lento e sporco, come mangiare la minestra con il coltello", Nagl - reduce di due guerre in Iraq - spiega che "ogni azione militare condotta senza analizzarne le conseguenze politiche, se va bene è inutile, se va male aiuta il nemico".
A tre anni dalla caduta di Saddam Hussein, mentre il presidente Bush difende l'attacco a Bagdad e i suoi critici in parlamento chiedono una censura contro la Casa Bianca per le intercettazioni non autorizzate, la morale saggia di Nagl e Lawrence d'Arabia si applica a tutta la guerra al terrorismo: ogni azione lanciata senza riflettere sulle sue conseguenze lontane è imbelle o aiuta i sabotatori.
In nessun caso, né contro la guerriglia a Bagdad, né nei raid contro i Talebani, né nella caccia a Osama Bin Laden e neppure nel confronto con l'Iran, la filosofia di Nagl è provata come nella débâcle americana sulla tortura. Gli abusi ai diritti umani, le vessazioni, le celle di rigore, avere cestinato la Convenzione di Ginevra dando mano libera a sergenti ottusi e generali ipocriti, costeranno agli Stati Uniti più di una campagna militare perduta, come si disse dell'Austria ai tempi delle "Mie prigioni" di Silvio Pellico.
Le rivelazioni del New York Times sulla Stanza Nera di Camp Nama, nell'aeroporto di Bagdad, confermano che le foto scandalo di Abu Ghraib non sono rimaste un caso isolato e che, per dare la caccia al famigerato terrorista Abu Musab al Zarkawi, la Task Force 6-26 ha usato vessazioni e sevizie proibite dal diritto internazionale e censurate dalla Costituzione e dal diritto Usa. Il presidente Bush ha giustificato la forza eccessiva con la necessità di strappare informazioni destinate a prevenire nuovi sanguinosi attentati. E lo stesso argomento è stato usato per impugnare misure di isolamento, dai controlli ai visti per gli studenti stranieri alle intercettazioni disinvolte.
E' difficile spiegare quanto la tortura sporchi l'immagine dell'America e quanto discredito crei, via Internet, tra quei musulmani il cui consenso è cruciale contro Al Qaeda. Perché è impossibile perseguire la strada - giusta - della diffusione della democrazia, della crescita della libertà come antidoto alla violenza, della pace come frutto di istituzioni e Paesi liberi, se poi Washington è vista come l'ennesimo Paese che tortura e incarcera senza processo.
A lungo la Casa Bianca e i suoi ministri hanno pensato di poter applicare un doppio standard, agitare la sacrosanta bandiera della giustizia e al tempo stesso lasciar lavorare i bulli, con tirapugni e calci nei fianchi, in buie cantine. La contraddizione è insanabile: i nemici dell'America la usano dai siti che reclutano i guerriglieri, gli amici dell'America si vedono in difficoltà in ogni conversazione.

Durante la seconda guerra mondiale i prigionieri in mano agli americani vissero meglio di qualunque altro europeo in zona di occupazione e la buona volontà seminò consenso e simpatie.
E' il giurista Jon Yoo, nel saggio "The powers of war and peace: the Constitution and foreign affairs after 9/11 ", a tracciare la dottrina che copre gli abusi: in caso di guerra il potere del presidente è assoluto in politica estera e né Congresso né magistratura possono interferire. Su questa base Yoo scrisse il discusso memorandum del 1° agosto 2002 giustificando, in certi limiti, l'uso di violenze fisiche e psicologiche.
Non c'è bisogno di essere studiosi di diritto per capire che la dottrina Yoo stride con la Costituzione Usa e non c'è bisogno di essere Lawrence d'Arabia per capire che arruola terroristi, non li elimina. L'ex giudice della Corte Suprema Sandra Day O'Connor ha detto: "Ci vuole molta degenerazione prima che un Paese cada nella dittatura, ma occorre vigilare sempre, fin dall'inizio". Gli Stati Uniti non sono a rischio totalitarismo e Bush non è un tiranno: ma la strategia di diffondere la libertà non può convivere con la tortura e solo una radicale denuncia degli abusi da parte della Casa Bianca avvierà la faticosa uscita dalla camicia di forza della dottrina Yoo.


  21 marzo 2006