
sulla stampa
a cura di G.C. - 20 marzo 2006
L'ira di Montezemolo: "Povere istituzioni..."
Alberto Statera su la Repubblica
"Ego te baptizo piscem", proclama ridendosi addosso il presidente del Consiglio della settima potenza industriale del mondo, sciatalgico ma saltellante sul palco con un microfono tra le mani, modello Vanna Marchi. Sconcerto, gelo, colpi di gomito increduli nelle prime tre file degli stati generali della Confindustria, nell'immensa sala della Fiera di Vicenza. Si guardano tra loro interrogativi, impallidiscono, non vogliono crederci Montezemolo, Tronchetti, Della Valle, Pininfarina, Monti, Colaninno jr., Abete, Amato, Marzotto, Carraro, Emma Marcegaglia, Calearo.
Ferruccio De Bortoli, sul palco, come annichilito, non muove una ruga e freme. Ma il grosso della platea, dalla decima fila in giù, non meno di mille uomini in gessato e donne strizzate, va in visibilio. "Silviooo Silviooo Silvioo..." intonano i duecentocinquanta personaggi accreditatisi mezz'ora prima dell'arrivo inatteso del premier, che era ufficialmente bloccato dalla sciatalgia provocata a suo dire dallo scontro con una cattivissima sindacalista comunista della Cgil.
Sono le truppe cammellate del presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan e del suo spin doctor Franco Miracco, ex comunistissimo collaboratore precario del Manifesto, assistite all'esterno da una flotta di furgoni materializzatisi dal nulla con manifesti 6x3 di Berlusconi e della Lega. Si riconoscono, i cammellati, per i fumo di Londra da grande magazzino e gli occhiali scuri, nella zona con la migliore acustica, a sinistra del palco.
Il vicepresidente Andrea Pininfarina, che sembra un ufficiale tutto di un pezzo del Piemonte Cavalleria, ancora non si dà pace per il buco nell'organizzazione che ha consentito l'ingresso degli "scherani".
Il "piscem" berlusconiano d'apertura del "sabato bestiale" della Confindustria, nella storiella originale sarebbe per la verità una "carpam" e il vescovo evocato dal premier un parroco di campagna. Ma l'aneddoto d'apertura del presidente del Consiglio della settima potenza industriale del mondo se lo volete testuale, è questo: "Un vescovo del Medioevo mangia una bistecca di venerdì. Gli dicono: vescovo, è peccato. E lui: bistecca, ego te baptizo piscem".
Si guardano interrogativi Verheugen e Kroes. Ma è il seguito che lascia stravolte le prime file e, per la verità, anche le seconde: "Io che sono ministro della Salute ad interim, mi sono battezzato in salute". Mi sono battezzato, come il Vescovo, come il Papa. Mi sono guarito, posso persino questo.
Non sanno, gli astanti allibiti, che il meglio deve ancora venire. Quando l'inappuntabile De Bortoli richiama i minuti concordati per gli interventi, il presidente del Consiglio scatena l'inferno in un'aula che per trentasei ore era stata il tempio dello stile e del politically correct. Citizen Berlusconi, rivolto a De Bortoli, scatta in piedi, gonfia il petto, e con voce roca per l'iracondia incontrollata, declama che i giornali sono un "pericolo per la democrazia" tutti, non solo Repubblica e il Corriere della Sera, ma La Stampa, Il Sole 24 Ore, perfino Il Messaggero, asservito, come lascia intendere, al suo socio traditore Pier Ferdinando Casini. Per non dire della radio della Confindustria, noto organo rivoluzionario, che getta fango quotidiano sull'opera ineguagliabile del suo governo.
"Non credete ai giornali che parlano di declino", urla col petto in fuori. "I giornali sono un pericolo per la democrazia". Comunisti e giornali "vogliono solo andare al potere, considerano il profitto sterco del diavolo". Lui è "stanco, stanco". Non ne può più. Per aiutarlo bisogna "lavorare di più e venire meno in Confindustria". Applausi che sommergono i fischi.
"Silviooo... Silviooo...", dal settore degli infiltrati di cui Pininfarina non si dà pace. Tutto fino a quel momento si era svolto con democratica signorilità. Giulio Tremonti, forzando il suo carattere era stato un signorino educato. Il peggio che aveva detto, col suo solito acuto effetto sonoro, era che "la sinistra in cachemire circola per i casali toscani", come se lui, fiscalista principe, vivesse un una baracca, suscitando l'applauso dei forzati del nord-est, che non indossano cachemire, come l'odiato Bertinotti, ma girano in Maserati e in Porsche Cayenne.
"Il cavaliere inesistente", come era stato soprannominato il Cavaliere nell'assise vicentina dopo aver annunciato il forfait per sciatalgia, s'è materializzato a scompaginare le carte, annunciando di aver aumentato tutto "anche le nascite", forse nel più importante bluff di tutta la sua vita. Colpo di scena a tavolino? O "stato confusionale" come l'ha bollato Andrea Pininfarina col tono dell'ufficiale del Piemonte Cavalleria?
Stato confusionale senza dubbio è stata la generale diagnosi nelle prime file dei Poteri forti, ma anche nelle seconde file degli imprenditori veri, dispersi fra le truppe cammellate, dopo l'assalto a Diego Della Valle, colpevole di aver scosso la testa mentre il Vescovo dei "piscem" snocciolava i suoi dati sull'Italia che va alla grande, che mai ha goduto di questo prestigio internazionale, che ha fatto arricchire tutti con la crescita del valore delle aziende e delle case. "Della Valle, la prego di dare del lei al presidente del Consiglio", gli intima il premier del settimo paese industriale al mondo, rimproverandogli gli "scheletri nell'armadio" che lo inducono a parteggiare per i comunisti, per salvarsi chissà da quali accuse con l'aiuto della "magistratura rossa".
Berlusconi urla e urla, si fa livido, la claque gli grida dietro: "Silvio... Silvio...". Montezemolo continua a sbiancare. Gli sediamo vicino, nel posto lasciato libero da Berlusconi che se ne va tra gli inni da stadio del suo popolo di partito "convocato". Sospira Montezemolo pallido, sconvolto: "Per carità, non mi fate dire, rispettiamo le istituzioni. Tutte le istituzioni, compreso il presidente del Consiglio".
Spunta dalla prima fila Mario Carraro, industriale dei trattori, ex presidente degli industriali veneti, signore assai acuto di una certa età, che ha un nitido ricordo del passato. E recita: "Alcune volte, nel riferire le visite in provincia del federale, si usa la frase: il capo del fascismo. La frase non è appropriata, dato che c'è un solo capo del fascismo". E' una direttiva del Minculpop del 13 settembre 1941. Gli sembra di essere tornato a quei tempi e non si rassegna. Ricorda che non c'era la tivù, ma le veline dell'agenzia Stefani. Il 25 luglio però, appena appresa la notizia delle dimissioni di Mussolini, Mario Morgagni, che aveva inventato l'agenzia del fascismo, si suicidò.
Suicidi, di certo, non ci saranno nei giornali italiani, dopo la performance del premier a Vicenza. Ma una cosa è certa: la Confindustria, per le prossime elezioni, non ha bisogno di fare endorsement. Per Montezemolo l'ha già fatto Berlusconi.
L'arma spuntata dell'ottimismo
Sergio Romano sul Corriere della Sera
Nel faccia a faccia con Romano Prodi alla televisione il presidente del Consiglio era visibilmente infastidito e impacciato dalle regole a cui doveva piegarsi. Nell'incontro di Vicenza, invece, era nel suo ambiente naturale. Aveva di fronte a sé una platea di industriali, di cui molti simpatizzanti, altri ostili o diffidenti, ma tutti vecchi colleghi di cui conosceva perfettamente umori, sentimenti, esigenze.
È stato ironico, sarcastico, polemico. Berlusconi, occorre riconoscerlo, è un gatto dalle sette vite. Poco importa che il mal di schiena fosse vero o una bugia diplomatica. Il ritorno in scena, dopo un doppio "colpo della strega" (il primo fu la sconfitta ai punti con Romano Prodi), è stato uno straordinario effetto teatrale. Se il giudizio su un discorso potesse essere esclusivamente estetico, Berlusconi, a Vicenza, avrebbe meritato trenta e lode. Se il giudizio deve essere politico, invece, occorre fare altre considerazioni.
L'imbarazzo e il disagio, così evidenti nel dibattito con Prodi, non erano provocati soltanto dal formato dell'incontro. Quando deve rendere conto dei risultati del suo governo Berlusconi si accorge, probabilmente, che il suo messaggio al Paese non è più convincente. Torniamo per un istante alle elezioni del 2001. La ragione del successo fu il suo contagioso ottimismo. Berlusconi si propose agli italiani come un modello. Avrebbe gestito il Paese come le sue aziende, avrebbe trattato i suoi compatrioti come gli azionisti di una grande impresa, avrebbe distribuito dividendi. Come Guizot in Francia nel 1843, Berlusconi diceva agli italiani "arricchitevi " e prometteva che avrebbe creato le condizioni del loro successo. Vinse, occorre riconoscerlo, perché il suo stile, la sua immagine, le sue parole erano esattamente il contrario di ciò che gli italiani avevano visto e ascoltato negli anni precedenti. Chi lo accusa di demagogia e lo critica in nome della Politica (un'arte di cui Berlusconi ignora le buone regole), dimentica quanto la politica italiana degli anni precedenti fosse stata grigia, oscura e destinata quasi esclusivamente agli addetti ai lavori.
Ma le promesse del 2001 non sono state mantenute. Attenzione, non ho mai pensato che il bilancio di questo governo fosse prevalentemente negativo e resto convinto che alcune misure prese negli ultimi anni cominceranno a dare buoni risultati nella prossima legislatura. Ma i tempi della politica sono quelli che intercorrono fra una elezione e l'altra. Quando si ostina ad affermare, come ha fatto nel dibattito con Prodi, che il suo governo, negli ultimi cinque anni, ha mantenuto gli impegni del 2001, Berlusconi si scontra con il duro linguaggio di cifre che dicono esattamente il contrario. Di chi è la colpa? Della sua litigiosa coalizione? Dei suoi interessi personali? Delle circostanze internazionali? Della insipienza di alcuni ministri? Se ammettesse l'esistenza di questi problemi e dimostrasse di sapere trarre una lezione dagli errori commessi, anziché limitarsi ad attaccare l'opposizione, il presidente del Consiglio riuscirebbe forse a convincere e a riconquistare una parte dell'elettorato. Ma Berlusconi nega gli errori e continua ad agitare il drappo dell'ottimismo. Non sembra rendersi conto che l'argomento con cui ha vinto le elezioni del 2001 si è ritorto contro di lui e che l'ottimismo è diventato il suo boomerang.
Capo del governo per diritto divino
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Fassino ha detto di lui: "È un uomo disperato". Eco ha scritto: "La democrazia è in pericolo". D´Alema: "Demagogia e populismo allo stato puro". Giuliano Ferrara: "Meglio un colpo di Stato o almeno un colpo di teatro che la noia". I suoi giornali usciti ieri in crumiraggio: "Ha conquistato gli industriali". Pininfarina dopo lo show di sabato mattina: "Confusione mentale dovuta forse allo stress".
Fini, Casini, Calderoli: "Avanti così". (Il presidente della Camera ha aggiunto l´ombra d´una riserva: "Lasciamo da parte le polemiche e pensiamo ai problemi concreti").
Quanto a Ciampi immagino, anzi ho fondato motivo di ritenere, che sia molto preoccupato di altri atti inconsulti in queste ultime tre settimane di campagna elettorale e anche dopo, fino a quando resterà a Palazzo Chigi in attesa che il nuovo capo dello Stato nomini il nuovo capo del Governo, cioè più o meno fino ai primi di maggio, ancora un mese e mezzo di passione nel senso della "Via Crucis".
Ma chi è, che cosa è diventato il Berlusconi di questa campagna elettorale? Una scheggia impazzita di un sistema istituzionale volutamente frantumato in cinque anni di bracconaggio legalizzato dalla maggioranza parlamentare? Un eversore disposto a tutto pur di non lasciare il potere? Un caso di egolatria da manuale psichiatrico?
Per fortuna siamo ancorati all´Europa. L´Europa avrà perso gran parte della sua forza propulsiva e questo governo ci ha messo del suo per azzopparla, ma nonostante sia male in arnese ha ancora forza sufficiente per impedire che l´Italia si trasformi in una zattera alla deriva. Ha ragione Prodi quando dice che il rilancio economico e politico dell´Europa rappresenta l´obiettivo principale sul quale dobbiamo puntare fin dai primi giorni dell´auspicabile governo di centrosinistra. Lo dice anche Tremonti e Fini e Casini. Un po´ tardi dopo cinque anni durante i quali hanno dato mano (Tremonti) o hanno subito in silenzio il picconaggio delle istituzioni europee e dello spirito che le teneva in piedi. Meglio tardi che mai, ma non troppo tardi. Una conversione in fin di vita può bastare per salvarsi l´anima ma non salva la credibilità d´una politica dissennata che ci ha screditato riducendo a zero il nostro prestigio in Europa e nel mondo.
Sabato, nel suo comizio al convegno della Confindustria, il presidente del Consiglio ha urlato dalla passerella: "Abbiamo portato l´Italia al vertice del suo prestigio internazionale e voi che girate il mondo lo sapete".
Ebbene, chi gira il mondo e ha contatti sia con la gente sia con le istituzioni di altri paesi sa che il mondo ride di noi. Siamo ridiventati oggetto di dileggio e di sconsiderazione, un pessimo esempio da non imitare per il resto del mondo che pure non brilla per saggezza e senso di responsabilità. Nella classifica della competitività economica siamo scivolati al quarantasettesimo posto, ma in quella del prestigio siamo sotto zero, alla stregua del colonnello Gheddafi e forse anche più giù. Se non ci fosse Ciampi ci avrebbero già cacciati a pedate dai consessi internazionali. Gli imprenditori che girano il mondo queste cose le sanno benissimo, anche quelli che gridano "Silvio Silvio" quando si sentono promettere che pagheranno solo il 5 per cento di tasse se Berlusconi vincerà. Il 5 per cento? Ci credono davvero? Nemmeno le allodole si farebbero accalappiare da specchietti così fasulli.
* * *
Che cosa ha detto Silvio Berlusconi nel comizio di sabato con il quale ha travolto le regole stabilite dalla Confindustria per poter agevolmente interrogare i due protagonisti dello scontro elettorale? "Il vero e sostanziale contenuto di quella presenza è stato l´esibizione del corpo del re. Quel corpo trasuda energia, ottimismo, capacità taumaturgiche, umori, sicurezza. Ma anche odio per il nemico e sopportazione infastidita degli alleati, disprezzo per le regole, noncuranza per le opinioni altrui. Logorrea. Luoghi comuni.
"Barzellette grevi. Sessuologia da taverna. Megalomania e egolatria. E due messaggi martellati senza risparmio: il pericolo del comunismo incombente, l´incompetenza e l´immoralità della sinistra. Questo è il messaggio che il corpo del re comunica dai teleschermi da lui saldamente occupati".
Ho scritto queste frasi in un articolo intitolato "Su tutti gli schermi il corpo del re". La data è quella del 29 gennaio scorso. Durava già da un mese l´invasione barbarica delle radio e delle televisioni in spregio alle regole del pluralismo che proprio in quei giorni Ciampi ricordava con lettere pressanti indirizzate alla Commissione di vigilanza e al consiglio d´amministrazione della Rai. Da allora è scattata anche finalmente la norma della "par condicio" che è stata applicata una sola volta nel confronto con Prodi del 14 marzo. Dovrebbe ripetersi il 3 aprile, ma dopo quanto è accaduto ieri dubito molto che quell´appuntamento e il rispetto di quelle regole arbitrate da Bruno Vespa ci saranno.
Sta giocando la sua sopravvivenza politica, la difende come i felini difendono il loro territorio, ringhiando e artigliando.
Disperato? Non credo. Confusione mentale? Non credo.
Berlusconi è convinto di governare per diritto divino.
Rivolgendosi a Della Valle dopo averlo pubblicamente insultato per malefatte gravissime insinuate senza alcuna precisazione, gli ha ingiunto di dargli del lei e ha atteso che i fischi della sua claque impedissero la replica della persona offesa. A De Bortoli che moderava l´incontro, dopo aver insultato anche lui come direttore del giornale "fazioso" 24 Ore, ha detto: "La smetta di contare il mio tempo con l´orologio".
Questi sono comportamenti da re per diritto divino, non da presidente del Consiglio di una democrazia parlamentare. E mandano in solluchero i tanti italiani che hanno il Parlamento a schifo dopo averlo riempito di dilettanti, demagoghi e voltagabbana.
Ma voglio aggiungere un parola sul caso dell´Annunziata, censurata dall´Autorità delle comunicazioni. La sua condotta nella trasmissione di cui si è tanto parlato è stata, nella parte finale, decisamente sopra le righe, ma bisogna considerarla per intero quella trasmissione. È stata il tentativo inane della giornalista di poter porre domande e ottenere risposte; impedito dall´intervistato che faceva domande a se stesso e rispondeva a quelle e a non alle domande della giornalista, contro la quale lanciava insulti di faziosità e di incompetenza. Dopo il caso Confindustria mi sento di inviare i miei complimenti a Lucia Annunziata e mi chiedo: cosa farà Vespa se il 3 aprile Berlusconi romperà le regole stabilite? Lo ridurrà al silenzio: e se non ci riuscisse gli spegnerà il microfono o lo lascerà libero di comiziare contro Prodi? E che cosa faranno i conduttori dei vari talk show se improvvisamente il presidente del Consiglio bussasse alla loro porta pretendendo di imbucarsi in una trasmissione che non prevede la sua presenza? Gli apriranno la porta o lo lasceranno fuori? E lasciarlo fuori sarà giudicato un comportamento censurabile dall´Autorità delle comunicazioni e dal consiglio della Rai?
* * *
Ci può essere di peggio e di più grave della già grave prevaricazione di regole di pluralismo e di parità stabilite da una legge dello Stato.
Ci possono essere altri atti inconsulti. Per esempio la denuncia, fin d´ora adombrata come evento certo, di brogli elettorali in caso di vittoria del centrosinistra.
Provocazioni compiute da provocatori di professione nel corso di cortei e manifestazioni. Spionaggio degli avversari politici e fabbricazione di falsi dossier per infangare persone scomode e testimoni imbarazzanti. Ne abbiamo avuto esempi recenti. Altri, più gravi ancora, potrebbero verificarsi nel prossimo futuro.
Quanto alla lista dei giornali reprobi indicati dal presidente (pro tempore) del Consiglio, nella quale abbiamo l´onore di essere compresi, tutti senza eccezioni si sono sempre attenuti alla regola di registrare le notizie con oggettività ed esprimere le loro libere opinioni sui fatti.
Le notizie non sono solo quelle che promanano dalle fonti del ministero, che spesso contengono falsità palesi.
L´ultima e più clamorosa ce l´ha data lo stesso capo del governo quando ha detto che la pressione fiscale nel 2001 era del 45 per cento mentre dati dell´Istat alla mano superava di poco il 41. O quando ha detto che il rapporto debito pubblico-Pil ereditato dal presente governo era di gran lunga superiore a quello attuale. E che l´avanzo primario del bilancio nel 2001 era inesistente.
Quanto alle opinioni dei giornalisti e degli editorialisti, esse sono libere e costituzionalmente garantite. Ho ammirato il sangue freddo di De Bortoli sabato mattina e la sua decisione di non rispondere agli insulti ricevuti. Ed ho ammirato la compostezza di Prodi. Il leader del centrosinistra avrebbe potuto chiedere alla Confindustria un supplemento di tempo per replicare; in fondo il maggior torto è stato fatto a lui che aveva rispettato le regole di fronte all´avversario che ha occupato un tempo doppio per insultarlo insieme ai partiti della sua coalizione.
Il sangue freddo e l´accenno di sottile ironia al premier "risanato" di De Bortoli: bravissimo. Ma resta che una prevaricazione è stata consentita, molti assenti sono stati insultati, quello presente, anch´egli insultato, non ha potuto rispondere. Non mi pare che quel "forum" si possa definire riuscito.
Tribunale speciale
Furio Colombo su l'Unità
Triste - ma anche pericoloso - il tramonto di un uomo che concepisce soltanto yesmen e applausi deliranti, esige solo la falsa adorazione e la conveniente sottomissione, non sa nulla delle cose che dice di sapere, soprattutto non sa governare perché ha passato cinque anni a occuparsi di se stesso, dal look ai processi, dalla autocelebrazione ai bilanci della propria azienda, la sola arricchita sotto questo governo.
E, alla fine, la scenata furibonda dal palco della Confindustria. Ha detto il vice presidente Pininfarina: "E' in uno stato di confusione. Per dire o per fare qualcosa di utile, è necessario conoscere la realtà". Ecco un bel problema quando si blocca la libertà di informazione. Il primo a non sapere più che cosa succede, è il dottor Berlusconi. Esige che gli diano del Lei. Grida dal bunker di irrealtà che si è costruito e in cui si è isolato.
Vuol far saltare il ponte tra governo e imprenditori, dopo aver fatto saltare il ponte tra governo e lavoro. Nel clima concitato in tanti si danno da fare per distruggere gli ultimi ponti della credibilità, dell'onore e della buona reputazione italiana. C'è il sabotaggio del ministro della Repubblica Calderoli che di proposito insulta l'intero Islam, sperando di provocare una rivolta (e in Libia ottiene 14 morti e la distruzione del Consolato italiano). E c'è un altro ponte che salta, quel che resta del rapporto con l'Europa.
Di nuovo un ministro della Repubblica si fa avanti e dichiara naziste le leggi olandesi sulla eutanasia. Il ministro italiano, abituato a governare senza freni, senza conoscenza di causa, senza rispetto, e dunque senza senso di responsabilità per il proprio Paese e la propria funzione, ha provocato il più grave caso diplomatico da quando esiste l'Unione Europea.
E' toccato a Daniele Capezzone di rappresentare rispetto, decenza, normalità psicologica, poiché per fortuna Capezzone era accanto - o meglio di fronte - al ministro della Repubblica in quel dibattito. Ma Capezzone è soltanto un cittadino, un candidato e il leader, insieme con Boselli, della Rosa nel Pugno, un partito schierato con l'Unione per riportare l'Italia in zona di tolleranza e di serietà.
H detto Capezzone al Tg3 (18 marzo): "Adesso questo ministro ha due sole opzioni onorevoli: chiedere scusa a un Paese che dal nazismo è stato invaso. E dimettersi". Il governo olandese non ha ricevuto scuse e non intende lasciar perdere. Il ministro che ha fatto saltare quest'ultimo ponte è Giovanardi, e si può capire la confusione: considera nazista un governo europeo, democristiano e normale che, anche adesso, anche da destra, rivendica con orgoglio la Resistenza contro il nazismo. E non ha, non potrebbe mai, avere fascisti al governo. Giovanardi invece lavora per il dottor Berlusconi, amministratore delegato del governo privatizzato (l'ultimo prodotto sul mercato: la crescita zero). Il dottor Berlusconi chiama orgogliosamente i fascisti "i miei alleati".
* * *
Non sto usando la parola fascista come insulto (ciò che, del resto, non ho fatto mai). Sto parlando dei fascisti che si dichiarano fascisti, vogliono essere chiamati fascisti, sfilano per le strade di Milano per farci sapere che sono fascisti, portano le bandiere mortuarie del fascismo in parata, fanno il saluto fascista, sfidano a dire che stanno violando la legge e la Costituzione italiana. E gridano in televisione, affinché sul loro fascismo, anche morale e psicologico, non vi siano dubbi. "Meglio fascisti che froci".
E' una dichiarazione agghiacciante visto che i froci non hanno mai perseguitato, arrestato, consegnato, deportato (facendosi anche pagare lire 5000 per ogni uomo, donna, bambino, vecchio, malato, morente consegnato ai tedeschi) milioni di italiani ebrei e di europei ebrei. Ma i fascisti sì, i fascisti lo hanno fatto. E ogni volta che alzano i loro lugubri stendardi e fanno il saluto romano, vengono come da un incubo a ricordarti questo: siamo noi, ti dicono, siamo quelli dell'olio di ricino, quelli del linciaggio Matteotti, quelli della bastonatura mortale a Gobetti, quelli della morte in prigione di Gramsci, quelli dell'assassinio dei fratelli Rosselli, quelli che hanno riempito le galere di antifascisti, quelli contro cui, ancora adesso, saltano i nervi ai Libici, quelli che hanno portato la civiltà in Etiopia con i gas asfissianti, quelli della stretta collaborazione Roma-Berlino per massacrare in tutta Europa antifascisti, resistenti, zingari, omosessuali.
Soprattutto quelli che hanno lottato fianco a fianco sino all'ultimo minuto, accanto al camerata tedesco, per sterminare l'ultimo ebreo, raggiungendo quota sei milioni di vittime.
Ricordiamo, al momento del voto, che Berlusconi ha gridato: "Volevano impedire la marcia dei miei alleati". Ricordiamoci: tutto ciò che rimane in giro, nelle menti stravolte di gente giovane, del massacro di civiltà chiamato razzismo e fascismo, tutto quel che è rimasto di un passato disastroso e finito, è andato ad arruolarsi nella ditta-partito del dottor Berlusconi, che un tempo si presentava come il futuro e che in questa compagnia non può che evocare i giorni più bui del passato.
Ma le notizie sono notizie, e i fascisti hanno davvero marciato a Milano con tutte le loro bandiere, le stesse che hanno visto, come ultima immagine, migliaia di partigiani fucilati o impiccati ai lampioni (anche in corso Buenos Aires) nei giorni della Resistenza.
E allora che fine hanno fatto i fascisti nelle notizie? Da quando sui grandi quotidiani di un grande Paese, e nei nostri telegiornali, parecchio più lunghi di quelli americani, non c'è posto per due eventi profondamente diversi, uno che appartiene a un frammento di presente, si esprime in modo brutale e si condanna subito, l'altro che viene dall'inferno del mondo e porta l'annuncio spaventoso di un possibile ritorno, ora che si è agganciato a uno dei due schieramenti del Paese? Quando si farà il corteo con cui la città chiede scusa della squallida esibizione fascista?
Impossibile dimenticare qualcosa che contrasta con l'enorme attenzione data ai black block e la dimenticanza immediata in video e sulla carta stampata, della bravata fascista. Il contrasto è questo: tutto il mondo industriale avanzato conosce i black block da Davos a Seattle. Tutti sanno che proprio a Seattle sono accaduti i primi eventi di rivolta e di distruzione giovanile, su scala ben più grande del sabato milanese. Tutti sanno che sono accaduti e stanno accadendo a Parigi e in tutta la Francia giorni e notti di rivolta giovane in parte pacifica ma in parte drammaticamente violenta. Ciò accade in tutte le democrazie. Però il fascismo al governo (nel caso dannato che dovesse vincere Berlusconi) c'è solo in Italia. In tutto il resto delle democrazie, e certo in tutta Europa, è proibito, è fuori legge, è passibile di arresto, porta al fermo immediato.
L'averlo dimenticato è un buco nel nostro giornalismo. Ci separa dall'Europa l'umiliante sfilata dei fascisti a Milano. E ci separa dall'Europa non averne parlato, non averli descritti, non averli filmati e fotografati, non averci detto chi erano. Sono coloro che vengono dal più tenebroso passato europeo. Sono coloro che spartiranno voti e seggi con Berlusconi. Pochi?
Certo. Ma forti della forza di uno degli uomini più ricchi del mondo che ha deciso di dare un altro colpo al buon nome italiano.
Si veda la denuncia e la protesta allarmata dei più importanti gruppi e partiti rappresentati nel Parlamento europeo.
* * *
E lo spionaggio organizzato intorno a Storace alla Regione Lazio? E le polizie parallele, che, una volta svelate, sembrano roba da operetta ma se restano oscure e segrete possono colpire come hanno colpito in Cile e Argentina?
Quando ne abbiamo parlato, al primo emergere di questo brutto fenomeno, la frase che ho appena scritto sarà sembrata a molti una esagerazione. Del resto anche la parola regime è sempre stata giudicata a lungo - e anche con sdegno - una esagerazione. Eppure quando Berlusconi minaccia in audio e video la giornalista Annunziata, Berlusconi mostra di credere in un regime, nel suo, capace di imporre ciò che vuole quando vuole, perché conta sul silenzio e sul sissignore.
"Adesso le dico io che domanda mi deve fare. Glielo dico io". Quante volte lo avrà fatto magari senza quel tono di minaccia, con la bonomia dei potenti quando sono certi di essere assecondati. E quante volte Berlusconi sarà andato in studio tranquillo, rassicurato, perché aveva già piazzato le domande che voleva sentirti fare da giornalisti meno intrattabili della Annunziata, già preparato nella risposta (ricordate la volta che aveva il foglio da disegno già tutto segnato con le grandi opere che voleva mostrarci di sapere a memoria?). Eppure nessuno, mai, prima di Diliberto, prima della Annunziata, prima del faccia a faccia con Prodi, lo ha interrotto per far notare una cifra azzardata o falsa o inventata. Lo ascoltavano giornalisti rispettosi, sottomessi, in silenzio, come se ascoltassero la verità.
Una condizione di regime c'è quando si diffonde la persuasione che a lui non puoi dispiacere, pena la tua carriera. Vedere quasi tutta la televisione italiana per sapere se questa affermazione ha un fondamento. Ce l'ha. E infatti Berlusconi, che crede nel suo regime e intende consolidarlo, avverte Lucia Annunziata: "Stia attenta. Lei mi tiene testa come una normale giornalista europea o americana. Ma qui governo io. E dunque le dico che resterà per sempre una macchia sulla sua reputazione". Vuol dire: "Si faccia avanti chi vuol far lavorare questa signora, se dopo le elezioni comando io". Regime? Ecco una spiegazione. Sul palco della Confindustria, a Vicenza, Berlusconi non ha perso il controllo. Ha voluto che si vedesse bene e si capisse bene che cosa rischia chi lo ostacola. Ha aperto un tribunale speciale. Ha trattato con disprezzo ostentato un suo antagonista, Della Valle. Ha aizzato contro il non sottomesso presidente Montezemolo una platea di 200 persone entrate all'ultimo momento apposta per lui su ordine del presidente della Regione Galan. Ha emesso un avviso di reato nei confronti dei principali quotidiani italiani, violenta intimidazione di qui alle elezioni.
* * *
E' in questo quadro infetto che si colloca la vicenda delle polizie parallele (private o semi private, con la partecipazione forse non casuale di personaggi della P2 e di agenti di una vera Forza dell'Ordine, in qualche modo mobilitata, da chi?) che si è venuta scoprendo a Roma, intorno al caso di spionaggio che forse coinvolge direttamente, forse no, la persona dell'ex ministro di An, ex governatore della Regione Lazio Storace. Certo la vicenda dimostra di che tipo di alternanza stiamo parlando mentre andiamo a votare.
Da una parte avanzano, dietro i voti e i comizi, dietro i seggi e le schede, strutture paramilitari che sembrano non esitare a usare qualunque mezzo per affermare un potere. Dall'altra una normale e inerme democrazia che conta solo sulla mobilitazione dei suoi elettori, sulla presenza e sulla partecipazione dei cittadini. Sul voto.
Non abbiamo mai detto che il suo regime ha vinto. Diciamo e crediamo il contrario. Ma ci guida la constatazione che la lotta furibonda contro la Magistratura è la più clamorosa rivelazione del regime che vuole impiantarsi e consolidarsi, con le sue polizie parallele e la sua illegalità, quando avrà fatto tacere i giudici. Non ci poniamo mai la domanda: che cosa faranno allora gli altri corpi dello Stato, le altre istituzioni, se la gente del dottor Berlusconi, fascisti, leghisti, evasori condonati, indagati per mafia, condannati per corruzione, vince le elezioni? Saranno eroici come la Magistratura o deboli e accomodanti come alcuni nostri colleghi giornalisti? Non ci porremo questa domanda perché dobbiamo vincere le elezioni.
I pericoli dell'agonia
Rinaldo Gianola su l'Unità
Gli ultimi giorni del berlusconismo agonizzante sono i più pericolosi per il Paese, le istituzioni, persino per quelle categorie sociali che dovrebbero essere maggiormente in sintonia con il premier. Lo show di Berlusconi a Vicenza non è stato un incidente: è stato un formidabile spot elettorale, strumentalizzato perfettamente dai tg di regime che hanno persino censurato le dichiarazioni del presidente degli industriali. È stata un'aggressione premeditata ai vertici della Confindustria accusati di essere compagni di strada della sinistra.
Non ci convince chi oggi ironizza sullo spettacolo del capo del governo claudicante o sostiene che si tratta solo di uno degli ultimi atti di uomo disperato che cerca di ritardare la fine del suo regno. C'è qualche cosa di più e di più minaccioso nel caso di Vicenza.
Miracolosamente riemerso da una noiosa lombosciatalgia, scortato da 300 fedelissimi pasdaran di Forza italia convocati dal governatore Galan, sul palco confindustriale Berlusconi ha mostrato tutta la sua avversione alle regole, sia quelle semplici, di buona educazione di un confronto con gli imprenditori al quale si era rispettosamente sottoposto Romano Prodi venerdì, sia quelle più complesse, della convivenza democratica, che attengono al rispetto della libera informazione, al confronto delle idee, alla dialettica delle diverse posizioni e dei vari interessi. Il premier ha attaccato i giornali (ormai anche quelli della Confindustria sono di sinistra...) e almeno per una volta si è dimenticato di linciare l'Unità, ha aggredito Della Valle senza concedergli la possibilità di replicare, ha parlato alla pancia degli imprenditori mentre Prodi aveva cercato faticosamente di parlare alla testa, ha diviso una platea da cui, nonostante la claque, sono partiti anche fischi e contestazioni. Berlusconi, anche stavolta, è stato unico: se la memoria non ci inganna è la prima volta che vediamo grandi industriali, seduti in prima fila, mettere le dita in bocca e fischiare il capo del governo.
L'operazione di Berlusconi non è una sciocchezza, anche se può sembrare ai più una missione disperata: è il tentativo evidente di spaccare la Confindustria, di delegittimare il suo vertice proprio nel momento in cui Montezemolo cerca di riprendersi quella delega politica che l'organizzazione cinque anni fa, nella kermesse di Parma con Antonio D'Amato indimenticabile maestro di cerimonia, aveva consegnato al governo di centrodestra. La mossa di Montezemolo è coraggiosa ma estremamente difficile, tanto che Berlusconi lo ha accusato di essere una "cassandra" al pari dei comunisti e di non rappresentare gli imprenditori italiani. Lo sfogo in stile castrista del premier a Vicenza era finalizzato proprio a colpire l'attuale Confindustria: "Avete visto? - ha voluto dire Berlusconi con l'editto e la standing ovation raccolta alla Fiera di Vicenza - gli industriali sono sempre con me".
Il governo, questo governo, non può tollerare che la Confindustria mantenga una posizione di autonomia e di neutralità di fronte ai due schieramenti politici, non è tollerabile per Berlusconi che qualcuno critichi l'esecutivo o applauda Prodi a meno che non siano imprenditori "andati fuori di testa" o che "hanno scheletri nell'armadio". Oggi per Montezemolo e per la Confindustria la situazione è estremante difficile. L'affondo del premier è accompagnato da una manovra dei berluschini confindustriali (Confalonieri, Tognana e compagnia) finalizzata a destabilizzare il vertice e a condizionarne le prossime mosse, in coincidenza con il voto e l'arrivo del nuovo governo. Non sappiamo come finirà questo braccio di ferro, ma certo rischia di influenzare la linea della Confindustria in rapporto al prossimo, speriamo solido e duraturo, governo di centrosinistra.
In conclusione l'assemblea di Vicenza dimostra quante fratture e quante delusioni siano state prodotte dal centrodestra e quali drammatici errori abbiano commesso gli industriali appoggiandolo così a lungo.
Giovanardi contro l'Olanda, un caso di Stato
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
Scusa? Figuratevi se chiede scusa. Del bon ton internazionale, che impone di andar cauti nei giudizi sugli affari interni degli altri Stati, a Carlo Giovanardi non importa niente. La sparata contro l'Olanda, lui, l'aveva già fatta. Solo che l'altra volta, occhio non vede, cuore non duole, ambasciatore non protesta, la cosa era sfuggita. E sì che aveva cannoneggiato non meno forte. Era il settembre di due anni fa. Mezza Italia parlava del manifesto che aveva fatto affiggere.
Il manifesto con la foto di una parata nazista, Adolf Hitler e poche parole pesantissime contro la raccolta di firme per il referendum sulla procreazione assistita: "Anche loro avrebbero firmato". Investito da roventi polemiche e da inviti alle dimissioni, aveva fatto spallucce dando un paio di interviste per ribadire il concetto e rincarare la dose: "Scioccante il manifesto? Scioccante è ciò che sta accadendo. È aberrante che in Olanda permettano l'eutanasia per i bambini...". E guai a eccepire sul paragone con la croce uncinata: "È aberrante voler cancellare la legge sulla fecondazione assistita, senza nemmeno proporre modifiche o cercare di discuterne insieme". La selezione genetica, aveva insistito, "fa parte del folle progetto nazista secondo cui tutto ciò che è imperfetto dev'essere eliminato". Peggio: "I Radicali fanno un passo in più rispetto all'aborto terapeutico: quando l'embrione, che è un essere umano in divenire, presenta dei difetti, allora deve essere eliminato...". Non bastasse, tra la selva di proteste radicali che lo accusavano di essere un talebano, aveva aggiunto: "E' Daniele Capezzone il vero talebano. Spero che non organizzino campi di concentramento per i dissidenti". Inutili gli inviti dei colleghi di partito e degli amici di governo ad abbassare i toni. Irruento, generoso, fumantino, quando una cosa gli gira per la testa non riesce a tenersela. "Conta fino a dieci!", gli dicono a volte gli amici. Macché.
Modenese, avvocato, un fratello gemello che si chiama Daniele, fa il medico, guida le Confraternite Misericordie ed è stato spesso nel mirino di no global e violenti vari (qualcuno arrivò a mandargli un pacco-bomba), Giovanardi è uno di quei dicì che, nella più rossa della rossa Emilia, è nato e cresciuto all'opposizione.
Al punto che dopo esser diventato ministro, ruolo che avrebbe svolto rispondendo nella legislatura appena finita a 563 quesiti urgenti (supplendo all'insofferenza non solo del Cavaliere ma anche di molti altri colleghi ministri per le regole e i riti delle Camere) raccontò: "Mi sconvolge che ora qualcuno mi dia ragione. All'opposizione, avevo sempre torto. Checché ne dicano i comunisti, nelle regioni rosse lo spazio per gli avversari è zero". Ora si vendica, gli chiese Giancarlo Perna. E lui: "Guai cadere nello stesso errore. Proprio perché l'ho fatta, rispetto molto l'opposizione. Mai pensato che chi ha il 51% abbia tutte le ragioni e chi il 49 tutti i torti".
Eletto la prima volta nel '92, vigilia del crollo della Dc, salutò l'irruzione dei giudici levando cori di giubilo. La lettera che mandò il 20 maggio '92 al "mitico Tonino", circondato allora da un'areola di santità, è un documento prezioso, anche nel dettaglio dell'uso di maiuscole e minuscole: "Caro Di Pietro, sento il dovere di ringraziarla per la professionalità e il senso della misura con i quali conduce la difficile inchiesta a Lei affidata. Voglio esprimerLe la piena solidarietà per la coraggiosa azione Sua. (...) Sappia che all'interno del cosiddetto palazzo c'è chi fa il tifo per Lei". Anni dopo, in un'intervista a Radio Maria , arrivò a paragonare i martiri cristiani dei primi secoli ai democristiani colpiti dalle inchieste di "Mani pulite": "I primi sono saliti alla gloria degli altari, i secondi sono guardati ancora con ostilità e disprezzo anche da una parte dello stesso mondo cattolico".
Così è fatto: raffinatissimo nella scelta dei francobolli, se è vero che ha una gran collezione ed è in grado di discettare sui saggi scritti iper-specialistici scritti intorno all'uso politico del francobollo, ha su tutto il resto la finezza dei boscaioli alle prese con un tronco. Impugnata l'ascia, va. Dove piglia piglia. Basti ricordare il modo in cui a "Porta a porta", arrivò a correggere Giuliano Ferrara perché gli pareva troppo moscio. E avendo quello detto che l'Unità era "un foglio tendenzialmente omicida", l'aveva rimbeccato: "Tendenzialmente?". Al che l'altro aveva rincarato: "Omicida, proprio omicida, è un foglio che predica odio e annientamento dell'avversario". E lui, finalmente soddisfatto: "Esatto".
Appassionato sostenitore delle ragioni degli italiani rimasti in Istria e in Dalmazia, nemico focosissimo degli spinelli, delle luci psichedeliche ("Tu stai lì e il mondo ti gira intorno e i medici spiegano che dopo una notte trascorsa così, con la tecno che ti martella i timpani, e magari l'alcol e altre cosette, il tuo fisico non regge"), dei comunisti in ogni variante ("Mi impressiona che un partito si chiami Rifondazione comunista: mi farebbe la stessa impressione Rifondazione nazista") è benedetto da tutti i giornali per la foga dichiaratoria. Che sia Natale o Ferragosto, che si parli di rane o biomasse, lui c'è: "La fa un'intervista?". "Pronto!". Ogni tanto, sbrocca. Come la volta che disse che le donne in Italia non fanno politica perché non "gliene frega niente". Anche quelle del suo schieramento volevano sbranarlo. Lui ci fece su una risatina e, da buon mediano, ripartì a testa bassa.
La rivolta della Sorbona
Alberto Ronchey sul Corriere della Sera
Ancora un sussulto della Francia, riottosa e querelleuse . Prima, da ottobre a novembre, le sommosse incendiarie nelle periferie urbane, dove figli e nipoti dei milioni d'immigrati africani contestavano il modello francese di società plurietnica integrata. Poi, dal 7 marzo, il governo ha dovuto fronteggiare l'insorgere della Sorbona e di numerose altre Università ribelli alla legge del "contratto di primo impiego" per i giovani sotto i 26 anni, revocabile senza vincoli dalle imprese nel biennio iniziale. Fra le due ribellioni è comune il carattere di moti generazionali, dinanzi alle scarse disponibilità di lavoro stabile. L'occupazione studentesca della Sorbona, l'8 marzo, e il suo sgombero forzato con lacrimogeni e cariche di polizia, tre giorni dopo, hanno diffuso immagini che non si vedevano dal maggio 1968. Ma oltre lo scenario della Sorbona, come simbolo d'una vena d'antagonismo rispetto alla società, il fenomeno è diverso. Allora i ribelli si proclamavano trotzkisti, bakuninisti, proudhoniani, maoisti, guevaristi o marcusiani, fautori d'ogni utopia e spregiatori d'ogni ragione dell'economia: "È malata? Che crepi!".
Oggi si mobilitano per bisogni economici, non motivi propriamente ideologici. Anzi respingono interventi favorevoli come quello di Jean-Luc Mélenchon, sinistra socialista, perché non vogliono prestarsi a interessi di partito.
La protesta va avanti, da Grenoble a Strasburgo e da Lille a Rennes, Bordeaux, Marsiglia. Scontri di piazza dovunque. Il 68 per cento dei francesi tende a giustificare "i ragazzi", almeno secondo qualche sondaggio. I disoccupati, fra le ultime generazioni, raggiungono il 23 per cento, mentre la media nazionale oscilla tra il 10 e il 9,6 per cento. Dominique de Villepin ripete che la flessibilità del primo impiego è necessaria per facilitare le assunzioni, se non altro come periodo di prova e formazione specializzata, sia nelle industrie o nei commerci maggiori sia nelle imprese dei petits che reggono a stento sul mercato.
Più che un dialogo, è in corso un doppio monologo. Fra le masse giovanili, afflitte da inquietudini e angosce collettive, l'impiego precario viene chiamato "usa e getta". Il governo risponde che non si può avere "tutto garantito e subito all'inizio della vita lavorativa". Dunque, occupati licenziabili nei primi due anni oppure disoccupati? Meglio i contratti a termine, o i part-time, o i deboli "ammortizzatori sociali" a integrazione del lavoro nero? Questione molto complessa, che De Villepin ha tentato di superare con una legge forse troppo semplice.
Ma quella delle nuove generazioni non è la sola questione complessa, o difficilmente trattabile, nelle meno flessibili economie d'Europa. È incerta, e non affrontata con sufficienti analisi, anche la condizione di numerosi anziani. Nell'era della longevità di massa restano ancora validi e tuttavia possono pensionarsi appena poco più tardi rispetto al passato, con una spesa insostenibile per la pubblica finanza che graverà sulle nuove generazioni. Se però l'età pensionabile verrà davvero dilazionata in proporzione alla longevità, si potrà obiettare che gli anziani ostacolano l'ingresso dei giovani sul mercato del lavoro.
Simili contraddizioni incombono su tutte le società avanzate, o quasi. Eppure negli Stati Uniti la disoccupazione oggi è al minimo, 4,7 per cento. Perché? Se ne può discutere, o si può solo ripetere che "quello è un altro mondo", come il Giappone?
20 marzo 2006