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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 17 marzo 2006


Il «Guardian»: Berlusconi è il nuovo fascismo, Blair e l'Europa se ne accorgano
redazione de
l'Unità
«Berlusconi è il fenomeno politico più pericoloso oggi in Europa». Di più: «È la più temibile minaccia alla democrazia in Europa occidentale dal 1945». A scriverlo non è uno dei tanti giornali italiani che il premier ascrive all'opposizione, ma uno dei più autorevoli quotidiani inglesi, The Guardian, indipendente, ma da sempre vicino al Labour.
Duro il giudizio contenuto nell'editoriale firmato da Martin Jeacques. Durissimo quando spiega che Berlusconi «con i suoi attacchi indiscriminati a chiunque lo ostacoli sulla strada del potere personale e dell'arricchimento, ha avvelenato la vita pubblica italiana. È un discendente diretto di Mussolini».

È duro il giudizio sulle scelte del New Labour inglese e di Tony Blair, accusato di aver accolto Berlusconi come suo alleato privilegiato nella politica filo-Bush di fronte alla rottura dell'Europa sulla guerra in Iraq: «Blair mostra chiaramente un rapporto politico e personale con Berlusconi. E questo ha dato l'impronta a tutto il New Labour: Berlusconi è visto come l'uomo con cui avere a che fare».
Un errore gravissimo, una responsabilità condivisa a livello europeo: «Si può argomentare che l'estrema destra incarnata da personaggi apertamente razziste e xenofobe come Jean-Marie Le Pen e Jorg Haider rappresenti un pericolo più grande, ma questi personaggi rimangono tutto sommato outsider nella scena politica europea. Berlusconi no. Durante i suoi due mandati come primo ministro c'è stata una seria erosione della qualità della democrazia e del livello della vita pubblica in Italia».
Il problema che c'è oggi in Italia si può anche chiamare fascismo. Proprio così. E «il rapporto fra Berlusconi e il fascismo italiano non è difficile da decifrare». Ma a un patto: «C'è sempre stata una tendenza privilegiata a credere che il fascismo torni nelle sue vecchie forme. Ma questo non è mai stato il vero pericolo. Ciò che dobbiamo temere è il ripresentarsi del fascismo in un nuovo abito, che rifletta le nuove condizioni globali, economiche e culturali, del tempo in cui si vive. Berlusconi è proprio questo. Mostra disprezzo per la democrazia: ad ogni occasione cerca di distorcerla e di abusarne. Non ha rispetto per le autorità indipendenti – pronto ad accusare i giudici di essere lacché dell'opposizione e descrivendoli come «comunisti».
Insomma, al New Labour come all'Europa non resta che una scelta: riconoscere che «Berlusconi è il diavolo» e liberarsene. Per il loro bene.


La bocciatura del cavaliere
Massimo Riva su
la Repubblica

CI VOLEVA la Banca d´Italia per sbattere, finalmente, in faccia a Silvio Berlusconi quelle drammatiche verità contabili che il premier si ostina a nascondere, nelle sue sempre più noiose apparizioni televisive, dietro una grandinata di cifre l´una più campata in aria dell´altra. Altro, dunque, che prendersela con la slealtà delle critiche di Fini o con le accuse di quei comunisti dell´Unione come ama fare il Cavaliere, il re stavolta è nudo perché i dati del bollettino di Via Nazionale non lasciano spazio a espedienti interpretativi: i conti pubblici sono fuori controllo e l´economia italiana naviga in un mare in tempesta. Questo il formidabile consuntivo del glorioso quinquennio berlusconiano.
Si può cominciare dal dato di fondo più dolente di tutti. Quello del debito pubblico, che il presidente del Consiglio ha il cattivo vezzo di lamentare come un macigno ereditato dagli altri e per il quale respingere così ogni responsabilità. Ebbene, su questo punto il giudizio di Bankitalia è sferzante: nel 2005 per la prima volta – contraddicendo una linea di risanamento avviata dieci anni fa dalla salda mano di Carlo Azeglio Ciampi – il rapporto fra debito e Pil ha ripreso a salire fino al 106,4 per cento, oltre due punti e mezzo sopra quello dell´anno precedente. In parole semplici: quel che il Cavaliere ha saputo fare con la montagna del debito è soltanto di farla crescere ancora.
E non basta. Non sono saliti soltanto i debiti dello Stato, ma anche quelli privati degli italiani che dal 18 per cento in rapporto al Pil del 1996 hanno raggiunto lo scorso anno la rispettabile quota del 30 per cento. Se si voleva un´ulteriore controprova delle difficoltà che le famiglie incontrano, mese dopo mese, nel far quadrare i conti dei bilanci domestici, questo dato taglia, come s´usa dire, la testa al toro. Dunque, il paese di Bengodi che il presidente del Consiglio descrive in televisione esiste soltanto nella sua immaginazione ovvero si tratta – per dirla con le parole del Cavaliere – di un plateale rovesciamento della verità.
Un´altra vanteria berlusconiana che il bollettino di Bankitalia manda letteralmente in pezzi è quella riferita alla continua e ininterrotta crescita dell´occupazione. Al contrario: lo scorso anno i posti di lavoro a tempo indeterminato – come già certificato dall´Istat – sono diminuiti di quasi mezzo punto percentuale. Ed è la prima volta che questo accade dal 1995. Vero è che si sono offerte più occasioni di lavoro ai giovani, ma anche questa medaglia ha il suo rovescio: oggi un giovane su due è assunto con un contratto a termine, dunque è costretto a sopravvivere nell´ansiosa condizione di chi sa che potrebbe ritrovarsi disoccupato da un giorno all´altro. Dunque, anche quando in parte si realizzano, le promesse di Silvio Berlusconi rivelano un vizio fondamentale: hanno le gambe corte, come le bugie.
Un ulteriore pilastro delle fantasticherie del Cavaliere viene poi abbattuto sul fronte decisivo della spesa pubblica. Chi non ricorda le declamazioni berlusconiane sui tagli alle uscite all´insegna di uno Stato più leggero per le tasche dei cittadini?
Ebbene anche qui il consuntivo Bankitalia è quello di un´autentica Waterloo per il prodigioso provvedimento che avrebbe dovuto bloccare entro il tetto del due per cento ogni aumento delle spese ministeriali nel 2005. Altro che limite perentorio e invalicabile, le uscite pubbliche sono cresciute l´anno scorso di un tondo quattro per cento: il doppio di quanto previsto e conclamato ai quattro venti.
Ma è proprio con il giudizio complessivo sull´andamento dell´economia italiana, negli ultimi anni, che gli esperti della Banca d´Italia lanciano il siluro più pesante agli alibi dietro i quali il governo Berlusconi ha cercato e ancora sta tentando di nascondere il fallimento delle proprie promesse.
Dice, infatti, il bollettino di Via Nazionale che lo sviluppo della nostra economia ha rallentato fino ad arrestarsi «indipendentemente dal ciclo economico».

Questa impressionante diagnosi della Banca d´Italia termina con un pressante appello affinché chi governa riprenda con urgenza il risanamento dei conti pubblici come necessaria premessa al rilancio dell´economia nazionale.
Conclusione logica, ma che suona oggi vagamente tragicomica perché – almeno per il momento – indirizzata proprio a chi ha la piena responsabilità politica di un simile documentato disastro. Si può sperare, per l´avvenire del paese, che la raccomandazione di Bankitalia sia almeno raccolta dal corpo elettorale nel voto ormai imminente.


Bossi diventa extra - comunitario
Piero Sansonetti su
Liberazione

Proprio così: Bossi e i suoi, in qualche modo, sono stati messi fuori dall'Europa e - politicamente - diventano extracomunitari. Ce la dovete consentire questa battutaccia, perché fotografa abbastanza da vicino la realtà. I partiti della destra ultraconservatrice ed euroscettica al Parlamento europeo, che pure sono partiti decisamente reazionari, hanno deciso che la xenofobia e le pulsioni razziste della Lega sono eccessive e non sono compatibili con la dignità politica internazionale. E così, sebbene la decisione gli costi un forte indebolimento del gruppo - anche perché sono stati scacciati, insieme ai leghisti, anche gli ultradestri polacchi, che hanno posizioni simili a quelle della Lega - hanno stabilito di distinguere le proprie responsabilità e la propria immagine da quella dei nostri “ultrapadani”.
Naturalmente questa decisione europea pesa sul profilo della destra italiana. La Lega è un pezzo fondamentale di questa destra. Si potrà anche sostenere che l'alleanza con Alessandra Mussolini, e con i gruppuscoli nazisti vari, sia un fatto tattico e contingente, che non riguarda la linea politica del centrodestra e non ne modifica gli equilibri, e non ne sfregia l'aspetto “liberal-berlusconiano”: ma nel caso della Lega, chiaramente, non è così. La coalizione di centrodestra, che nel 2001 ha vinto le elezioni, è nata sul patto strategico tra Forza Italia e la Lega nord. E infatti, sulla base di questo patto, è stato preso il provvedimento più importante di tutta la legislatura: la riforma costituzionale federalista che cambierà - qualora dovesse superare il referendum di giugno (speriamo di no) - la struttura dello Stato repubblicano. In questo quadro, il fatto che la destra estrema europea giudichi come impresentabile il partito di Bossi e decida di metterlo fuori dalle proprie file, getta un ombra molto pesante sulla “Casa della libertà”. Berlusconi dovrà decidere se rispondere a questo gesto contrattaccando, e quindi sposando di nuovo Bossi - e spostando a destra l'asse della coalizione - oppure con una presa di distanze, che confermi la decisione di mettere Calderoli fuori dal governo dopo la goliardata della canottiera anti-islamica.



Calderoli: "La legge elettorale?
L'ho scritta io, ma è una porcata"
su
la Repubblica on line

ROMA - Non è ancora stata mai utilizzata. Lo sarà, per la prima volta, il 9 aprile. Ma il suo autore materiale, colui che ha scritto parola per parola la legge elettorale (o almeno così rivendica), non ha esitazioni nel ripudiarla. Pessima legge. Anzi, una "porcata", voluta per mettere in difficoltà destra e sinistra e, di certo, tutta da riscrivere.

Parola dell'ex ministro della Lega Roberto Calderoli che, a Enrico Mentana il quale, durante la registrazione di 'Matrix', gli chiede di quale legge sia contento, risponde senza esitazioni: "La legge sui reati di opinione l'ho scritta io e sono onestamente orgoglioso e ovviamente la legge sulla legittima difesa". Poi, aggiunge, "Un po' meno orgoglioso sono della legge elettorale che si dovrà riscrivere". E già perchè, confessa Calderoli, "glielo dico francamente, l'ho scritta io ma è una porcata. Una porcata - precisa ancora - fatta volutamente per mettere in difficoltà una destra e una sinistra che devono fare i conti col popolo che vota".


«Inquietante la confessione di Calderoli sulle regole»
Wanda Marra su
l'Unità

«L'unica cosa apprezzabile delle dichiarazioni di Calderoli è la sincerità. Tutto il resto è sconvolgente, e anche un po' allucinante». Cosi il senatore diessino, Franco Bassanini, valuta l'ultima uscita dell'ex Ministro leghista, che ha definito la legge elettorale fortemente voluta dal centrodestra una «porcata».
Senatore, in che modo sono sconvolgenti le dichiarazioni di Calderoli?
«Abbiamo l'esempio della spregiudicatezza della Lega e sue, che fa delle leggi per sua stessa definizione pessime, pur di mettere in difficoltà i nemici e sembra anche gli alleati. E la prova che la maggioranza che ha governato negli ultimi 5 anni è andata a rimorchio della Lega su tante cose irrilevanti, anche quando le sue posizioni erano assolutamente insostenibili e pessime. Questa legge è stata fatta per rendere difficile a chi vince governare. Calderoli sembra non essere fino in fondo consapevole di quanto tutto ciò rischi di essere pagato duramente dal Paese».
Senatore, perché Calderoli si è lasciato andare a una critica della legge elettorale proprio ora?
«Ho l'impressione che man mano che passa il tempo che i cittadini comincino ad accorgersi che la legge è pessima, e sanno che il centrosinistra l'ha contrastata in tutti i modi. La Lega e Calderoli cercano di non restare con il cerino in mano, dicendo che va cambiata. E poi ne sottolineano dei presunti pregi, che sono fasulli. Come quando Calderoli dice che rispetta il territorio: in realtà i candidati sono tutti scelti dai vertici nazionali. Berlusconi per esempio ha deciso personalmente tutti i suoi candidati, mentre i partiti più democratici come il nostro e la Margherita hanno tenuuto conto del territorio, ma non perché la legge li obbligasse a farlo.

Il nuovo Parlamento cambierà il sistema elettorale?
«Nel nostro programma, ci proponiamo di cambiarla, ma un Parlamento eletto con un certo sistema ha delle resistenze a modificarlo. Per farlo, cercheremo comunque il confronto con l'opposizione. D'Alema ha parlato di un referendum, che è una soluzione possibile. Anche se con tutte le incognite che presenta, sarebbe meglio se fosse possibile arrivare attraverso il confronto parlamentare rapidamente alla riforma della legge»


Da Bagdad a Teheran
tutti i pericoli della dottrina Bush
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

WASHINGTON - Un lieve senso di vertigine, e un forte sentimento di preoccupazione, prendono chi legga la nuova edizione della dottrina Bush sulla guerra preventiva, davanti agli schermi delle televisioni che mostrano a tutti la più massiccia operazione campale americana, dall'invasione del marzo 2003, per combattere una guerra sempre data per vinta.

Persino Teheran, e gli ayatollah che controllano la marionetta Ahmadinejad agitata per spaventare Europa e Usa, cominciano a temere che il bubbone iracheno diffonda la sua infezione, non di democrazia liberale, come s'illudeva chi ignorava la realtà di quella nazione, ma di terrorismo e di instabilità e sembra offrire al Satana confuso la propria mediazione per rimettere insieme i cocci dell'Iraq e richiudere il vaso di Pandora scoperchiato. Non sarebbe la prima vota che l'ironia e la fantasia della storia battono le rigidezze e le stizze ideologiche.

Sarebbe stato ingenuo attendersi dalla presidenza che, nel panico dell'11 settembre aveva buttato a mare 50 anni di vittoriosa strategia del contenimento e del realismo un'autocritica o un ripensamento. Bush è notoriamente allergico a ogni forma di autocritica, avendo maturato la convinzione che chiudersi nel bunker dei fedelissimi "yes men" sia ciò che l'America (e nel suo caso la Provvidenza Divina) vuole da lui. La giaculatoria dello "stay the course", del mantenere la rotta, che ripete incessantamente e che questa riedizione 2006 della cosiddetta "dottrina Bush" ripropone con poche modifiche marginali, è la formula che gli ha fatto vincere un'elezione. E che gli sta facendo perdere la guerra in Iraq e nella popolarità nazionale.

L'America che leggiamo descritta nella 49 pagine della "National Security Strategy" inviate da Bush al Parlamento, come richiesto per legge, è una grandissima potenza prigioniera di se stessa, un Gulliver impaniato in una lotta che sa di dover combattere all'infinito, ma non sa come vincere, "perché siamo soltanto nei primi anni della battaglia". Guerra comodamente infinita, quindi, perché i nemici possono potenzialmente essere tutti e ovunque "se con il loro arsenale di armi di distruzione di massa ci minacciano". Frase anche questa terribilmente generica e ipocrita, perché non spiega se siano gli arsenali, o se siano le intenzioni di chi li possiede, a rappresentare quella minaccia che fa scattare la "autodifesa".

Che accadrà se Putin continuerà a marciare verso l'autoritarismo e la non democrazia, come anche questo documento lo esorta a non fare, riconoscendo i segni di un'involuzione che altri, come il governo italiano, non hanno il coraggio di denunciare? Sarà usata la forza anche con una futura Russia neo autocratica? Si ripiomba così in quel surreale "processo alle intenzioni" che fu il solo, vero casus belli per invadere l'Iraq.

La discrezionalità di questo relativismo della minaccia, che ormai comprende anche Cuba e la Belarus, oltre ai soliti membri permanenti del club della "canaglie", rimane la stessa di tre anni or sono, ma aggravata dal collasso di credibilità dello spionaggio americano nel montare prima la "minaccia Saddam" e poi nel sottovalutare la guerriglia per compiacere il vice Cheney e Rumsfled nella loro illusione delle "folle festanti".

La strategia della "preemption", dello sparare prima che l'altro possa impugnare la pistola, "resta invariata" spiega il documento, perché nulla altro può fare senza smentire la propria ragione d'essere. E questa, di dover negare l'evidenza per non distruggere l'intero edificio e trascinare chi lo ha costruito è classica, purissima riedizione "sindrome del Vietnam", è il famoso "io non posso perdere questa guerra" di Lyndon Johnson.

Persino il solo, tangibile successo che l'Amministrazione può obbiettivamente vantare, quelle libere elezioni che furono salutare comunque come democrazia, hanno rivelato, nella formazione del Parlamento e dei partiti, la natura etnica e settaria di un voto che ha acceso, e non spento, le pulsioni alle faide e ai regolamenti dei conti.

E allora? si domanda chi già tre anni or sono aveva temuto che il cambio di regime avrebbe prodotto quello che l'affranto ambasciatore americano a Bagdad Khalizaid ha detto tre giorni or sono, "scoperchiare il vaso di Pandora".

Quali progressi abbiamo prodotto, quali missioni di pacificazione compiute, se tre anni dopo l'invasione, migliaia di soldati devono tornare a combattere battaglie che credevano di avere già combattuto e a riconquistare località che credevano di controllare (a proposito di Vietnam)? Siamo davvero più sicuri oggi, in un mondo reso migliore dalla cattura di Saddam, mentre il Medio Oriente assiste al trionfo dei terroristi di Hamas e l'Iran si erge come un nuovo ma ben più formidabile (e reale) Iraq, mentre gli alleati della coalizione si alzano e se ne vanno sempre più numerosi, terrorizzati dalle elezioni interne, come il governo Berlusconi?

Dovremo, e sarebbe davvero grottesco, sperare in Teheran per riportare un po' di pace a Bagdad, come si dovette attendere la Siria per mettere fine al macello libanese, o nella Cina Rossa per dare l'avvio al tramonto dell'internazionale comunista?


Moni Ovadia:«Si può essere ebrei, comunisti e dalla parte dei palestinesi».
redazione de
l'Unità

Si può essere ebrei e comunisti. e per questo essere dalla parte dei palestinesi. è quanto ha provato a spiegare l'artista Moni Ovadia ad un Forum organizzato da «la Rinascita della sinistra» organo del partito dei comunisti italiani, alla presenza del segretario Oliviero Diliberto. «È legittimo criticare il governo israeliano- dice Ovadia- diventa razzismo quando si criticano gli israeliani in quanto tali».
Bisogna fare un pò di ordine, sintetizza Ovadia, perchè, «pur essendo io antinazionalista e contro tutti i nazionalismi, devo ricordare che Israele, in quanto Stato, nasce da una risoluzione dell'Onu votata da tutti i paesi, a cominciare dall'Unione Sovietica di Stalin, con l'opposizione dei paesi arabi, naturalmente, e l'astensione della sola Gran Bretagna». Ma Ovadia, di fronte all'affollatissima platea del centro congressi Cavour di Roma, tiene a sottolineare di essere vicino alla causa palestinese: «i palestinesi sono stati il popolo più solo del mondo. spesso abbandonati anche dai loro amici arabi. io sto con un popolo oppresso. questo è il dovere di un uomo prima ancora che il dovere di un uomo di sinistra».
E sulla legittimità di Israele e dello Stato palestinese, è intervenuto anche Oliviero Diliberto che ha ricordato come alla tanto vituperata manifestazione di qualche settimana fa, a cui il Pdci aveva aderito, «due persone fisiche hanno bruciato una bandiera israeliana». Diliberto non usa mezzi termini: «sono due cretini, due delinquenti. L'effetto ottenuto è che si è parlato solo di questo e non della piattaforma della manifestazione: "Due popoli in due Statì».
Sul fatto che Israele sia legittimato a esistere Diliberto non discute, «ma i governi israeliani si sono comportati in una maniera che io ritengo di poter criticare politicamente». e aggiunge: «ho sempre sostenuto che Israele dovesse essere uno Stato libero e sicuro. ma perchè questo possa accadere anche la Palestina deve essere uno stato libero e indipendente perchè solo così sarà sicuro Israele». Insomma, Diliberto rivendica di «stare dalla parte palestinese anche per la sicurezza di Israele» e critica aspramente l'assalto alla prigione di gerico per prelevare il terrorista Saadat: «il governo israeliano ha commesso una violazione del diritto internazionale».

Ma i ragionamenti su Israele e Palestina non possono non toccare il ruolo degli Stati uniti e la guerra nell'Iraq. Si parte da Hamas che, ricorda Moni Ovadia, «è stata eletta liberamente come certificato da tutti gli osservatori. oggi Hamas è quello che era Fatah venti anni fa: una forza antagonista che ha però svolto nei Territori Occupati una funzione sociale importantisisma, altrimenti non vinceva le elezioni». Ovadia ne fa una questione di giustizia e critica l'amministrazione americana che in Medio Oriente «non porta democrazia, porta la logica del proprio potere e dei propri interessi». Secondo Ovadia «la guerra in Iraq è un mostro. non ha niente a che vedere nè con la democrazia nè con la libertà: è una guerra imperialista e falsi sono i suoi presupposti. Ma un certo establisment vuole che a quei presupposti noi crediamo: ci impone di essere scemi».



Abu Mazen accusa Israele: «Criminali»
«A Gerico imperdonabile il comportamento dei militari di Tel Aviv». Poi il presidente palestinese accusa: gli osservatori americani e britannici hanno lasciato il carcere di Gerico alle 9.20 del mattino e «le truppe israeliane sono arrivate alle 9.25»
Michele Giorgio su
il Manifesto

GERUSALEMME - «I palestinesi presi a Gerico saranno tutti incriminati secondo la legge israeliana e riceveranno la pena che meritano». Parlava con tono da capo di stato maggiore ieri Ehud Olmert a proposito della cattura del leader del Fronte popolare Ahmed Saadat. Il premier che non aveva medaglie conquistate sul campo di battaglia, come i suoi predecessori, da ostentare in pubblico, ora ha ottenuto i gradi di generale agli occhi dell'opinione pubblica. I sondaggi danno il suo partito di nuovo a 42 seggi (contro i 37 di qualche giorno fa) e la stampa e' tutta con lui. I titoli su gran parte dei quotidiani sono stati un tripudio di nazionalismo e militarismo. «Il conto è chiuso» ha scritto Yediot Ahronot, «Li abbiamo presi» ha esclamato Maariv che all'interno ha aggiunto: «Il giorno del giudizio». Un analista militare ha parlato addirittura di «Giorno di orgoglio nazionale». Nessun dubbio sulla legalità oltre che sulla opportunità politica di una azione militare che potrebbe essere seguita da una rappresaglia palestinese contro Israele. Diversi esperti legali hanno sollevato dubbi sulla possibilità di processare Saadat e gli altri detenuti palestinesi in Israele. Quattro di loro infatti sono già stati condannati da un tribunale dell'Anp nel 2002. Poco importa, quello che conta per Olmert sono i «suggerimenti» del suo stratega politico preferito, Reuven Adler. Ieri Yossi Verter ha riferito su Haaretz che la parola d'ordine dettata da Adler è: «Restituisci i territori e ammazza gli arabi».

Non è quello che sostiene il presidente palestinese Abu Mazen che ha accusato Israele di avere commesso un «crimine imperdonabile» e ha respinto le critiche che gli sono state rivolte dopo il blitz israeliano. Il rais ha ribadito di essere stato informato genericamente dell'intenzione di lasciare Gerico da parte degli osservatori inglesi e americani che sorvegliavano la prigione in cui era detenuto Saadat. «Ci hanno informato che intendevano ritirarsi ma non ci hanno detto quando» ha affermato ieri mentre faceva un sopralluogo a Gerico. «Non abbiamo alcuna responsabilità, non possiamo essere criticati per quanto è accaduto» ha affermato.

Il presidente ha sottolineato che americani e britannici hanno lasciato il carcere di Gerico alle 09:20 del mattino e «le truppe israeliane sono arrivate alle 09:25». Tempi ravvicinati che alimentano i sospetti dei palestinesi.

Si difende Abu Mazen ma il danno ormai è fatto. Ora è ancora più contestato e isolato nel suo solitario scranno di presidente dell'Anp in attesa della nascita del governo di Hamas e di nuove azioni di forza di Israele. Secondo Ali Jarbawi, docente di scienze politiche all'università di Beir Zeit, «quello che è successo a Gerico è un esempio di come la comunità internazionale si comporterà in futuro, specie con il governo di Hamas. Nessuno si è schierato dalla nostra parte, nel rivendicare il rispetto della legalità e degli accordi passati e temo che nessuno si schiererà con noi in futuro». Dall'Europa però sono giunti segnali diversi. Il commissario europeo alle relazione esterne, Benita Ferrero-Waldner, ieri ha detto che «l'attacco israeliano alla prigione di Gerico e il modo in cui sono state trattate le guardie carcerarie è inaccettabile e deve essere condannato». Ha anche condannato le violenze e i rapimenti di stranieri a Gaza e gli attacchi agli uffici della Commissione Europea. Ieri sono stati finalmente rilasciati gli ultimi tre occidentali sequestrati due giorni fa a Gaza, durante una giornata terribile, segnata da una caccia allo straniero inaccettabile da parte di militanti armati ma respinta da tutto il resto della popolazione. Ieri sera si è concluso lo sciopero generale nei Territori occupati, oggi sono previste nuove manifestazioni. A Rafah, a sud di Gaza, verrà commemorata Rachel Corrie, la giovane pacifista americana uccisa da un ruspa israeliana tre anni fa mentre tentava di impedire la demolizione di una abitazione civile.


Boom sul web per i finti appunti di Silvio
la battaglia elettorale on line
su
la Repubblica
 
gli appunti di Silvio

ROMA - Due milioni di contatti in ventiquattr´ore sono stati più che sufficienti per mandare in tilt il sito del settimanale "Il Diario". Una tempesta informatica che si è scatenata dopo la pubblicazione, sulla homepage del settimanale di Deaglio, del finto foglietto di appunti lasciato dal premier Berlusconi durante il faccia a faccia con Prodi. Una goliardata (gli schizzi «comunisti», «la prossima volta trucco i cronometri») che evidentemente non è piaciuta affatto ad alcuni hacker travestiti da navigatori. «Un risultato straordinario - fanno notare dal Diario - che per alcune ore ha reso inaccessibili il sito e la pagina «quandocerasilvio.com».
Il fatto è che questo è solo l´ultimo di una serie di strani episodi che stanno infiammando la campagna elettorale anche sul web, tra incursioni piratesche e mobilitazioni di truppe cammellate. Se ne sono accorti anche all´agenzia di comunicazione Pleon che cura il monitoraggio su siti politici. «Basti pensare che dall´8 marzo - racconta l´amministratore delegato Gianni Catalfamo - la maggiore news group tematica, It.politica, è stata inondata da 1.333 messaggi in favore di Berlusconi, tutti partiti da tale "The punisher"». Sa più di mobilitazione di truppe cammellate, invece, quanto accaduto due giorni fa al sito del Corriere della Sera. Che stesse succedendo qualcosa di strano, in via Solferino lo hanno capito quando hanno visto schizzare all´85 per cento la quota di coloro che sul sito Corriere.it attribuivano la vittoria della sfida tv a Silvio Berlusconi. Un po´ troppi, a naso. Ai responsabili della homepage non è restato altro da fare che sospendere il sondaggio.



  17 marzo 2006