
sulla stampa
a cura di G.C. - 28 febbraio 2006
I poteri di Bruxelles e la guerra di Suez
Mario Monti sul Corriere della Sera
L'annuncio della fusione Gaz de France/Suez, in contrasto con le ambizioni di Enel sulla stessa Suez, ha acceso un dibattito ricco di emotività, più che di lucidità.
Vorrei aiutare i lettori a capire questa complessa vicenda e i problemi più generali che essa solleva, in questa fase promettente ma delicata dello sviluppo del mercato unico. Dal punto di vista dell'Enel e dello Stato italiano, la lucidità avrebbe suggerito, ieri, che l'intenzione di Enel di lanciare un'Opa ostile non venisse preannunciata. E suggerirebbe, oggi, di non fasciarsi la testa prima che sia rotta, ma anche di valutare con concretezza se, e in che cosa, il progetto di fusione violi qualche norma comunitaria.
Non è ancora certo che l'intenzione di Enel sia definitivamente frustrata. L'Opa preannunciata sarebbe stata ostile. Ebbene, quello che si è verificato nei giorni scorsi è che la vittima predestinata dell'ostilità ha messo in campo le proprie difese. Ma sarebbe strano se l'ipotesi di una fusione con GdF non fosse stata considerata da Enel come una delle possibili reazioni di Suez. Certo, il governo francese ha chiaramente mostrato di non gradire l'intenzione di Enel. Ma non sarebbe il primo caso di un'Opa che riesce a realizzarsi malgrado l'avversione di un governo. Del resto, lo stesso governo francese, così come quello lussemburghese, non ha certo manifestato entusiasmo per l'Opa di Mittal su Arcelor, ma non per questo Mittal ha disarmato.
Contro Enel, tuttavia, lo Stato francese non si è limitato alle parole. E' passato ai fatti, promuovendo la fusione della propria controllata GdF con la privata Suez. Ogni giudizio è legittimo, sul piano politico: da "Guarda questi francesi, come sanno "fare sistema"!" a "Ma che senso ha aprire i mercati se poi nei mercati giocano grandi imprese di Stato?". Se però si va oltre, e si chiede l'intervento dell'Unione Europea, sarebbe utile indicare quali norme europee si ritiene siano state violate.
Non si può escludere, a priori, che l'intervento dello Stato francese e la fusione GdF/Suez comportino problemi, sotto il profilo delle norme del mercato unico e della concorrenza. Ma non è neppure ovvio, almeno a prima vista, che questo sia il caso.
Si è detto: questa è una nazionalizzazione, per proteggere Suez dall'attacco di un'impresa estera. Ma le norme europee sono neutrali, tra proprietà pubblica e privata. Una nazionalizzazione non è contraria alle norme, così come l'Unione Europea non può imporre a uno Stato di privatizzare. Non risulta che né l'Italia né altri Stati membri abbiano mai proposto, in occasione delle diverse revisioni, di modificare questo principio basilare del Trattato di Roma.
Inoltre, in base a quanto per ora è dato di comprendere, l'aspetto prevalente assomiglia piuttosto a una privatizzazione. A seguito dell'operazione la quota di partecipazione dello Stato francese al capitale di GdF, che oggi è dell'80%, diminuirà sensibilmente. E qui si cela una difficoltà per il progetto che, vista in un'altra prospettiva, potrebbe costituire un piccolo varco dischiuso dalla Francia "sociale" alle intenzioni italiane: i potenti sindacati di GdF si oppongono a questa operazione, che essi vedono come "totale privatizzazione " dell'azienda. Ciò potrebbe comportare difficoltà nelle strade e in Parlamento, dove il governo dovrà ottenere una modifica della legge che attualmente stabilisce nel 70% la soglia minima della partecipazione dello Stato.
Le norme europee non ostacolano le imprese pubbliche, ma non consentono che queste, esattamente come le imprese private, ostacolino il funzionamento del mercato unico e della concorrenza. Se si ritiene che l'operazione francese debba essere bloccata dalla Commissione europea, è in queste direzioni che occorrerebbe guardare.
Esistono, in linea generale, altri possibili profili di esame. Pone problemi, questa operazione, dal punto di vista della libertà di movimento dei capitali o della libertà di stabilimento? Vi sono in essa aspetti che possano far pensare ad abusi di posizioni dominanti? Vi si possono riscontrare aiuti di Stato? Si può configurare come aiuto di Stato l'intervento, sotto l'esplicita regia dello Stato, di un'impresa controllata dallo Stato che ha come obiettivo, o conseguenza, di evitare ad un'impresa privata di finire preda di un'Opa ostile?
Non conosco il caso, se non dalla lettura dei giornali. Mi sembra però che sarebbe nell'interesse di tutte le parti in causa italiane, francesi ed altree nell'interesse del mercato, e perciò dei consumatori, che il dibattito non prescindesse dalla griglia sopra delineata, cioè dai termini concreti in cui eventuali interventi della Commissione potrebbero essere invocati. Se dovessero manifestarsi gli estremi per interventi della Commissione, non v'è ragione di dubitare che la Commissione interverrebbe. Anche contro la Francia? Certo. Negli ultimi anni la Commissione non ha esitato a far valere le norme comunitarie pure di fronte alle resistenze più agguerrite opposte dagli Stati membri più grandi.
Per limitarci alla Francia, basterà ricordare i casi di Electricité de France (abolizione della garanzia di Stato, obbligo di rimborso di 1,2 miliardi di euro di aiuti di stato), di Alstom (no al progetto del governo di far "salvare" Alstom dall' impresa pubblica Areva, paletti stretti all' intervento dello Stato nel capitale di Alstom, con obblighi di disinvestimenti e altri impegni per ristabilire la concorrenza), di France Télécom (obbligo di rimborso di un rilevante aiuto di Stato configuratosi in seguito ad annunci e comportamenti dello Stato azionista).
Un altro esempio, più indietro nel tempo. Di fronte alle cosiddette "svalutazioni competitive" della lira del 1995-96, il governo francese fece pressioni sulla Commissione affinché lo autorizzasse a compensare con aiuti la propria industria tessile e calzaturiera penalizzata dalle produzioni italiane. La Commissione disse no.
Un ultimo esempio, attuale. La Commissione oggi in carica ha annunciato che vaglierà con molta attenzione le misure che la Francia intende introdurre, nella legge sulle Opa e altrove, contro acquisizioni dall'estero. Naturalmente, il suo vaglio non potrà esigere più "liberalismo" di quello, scarso, presente nella direttiva europea sull'Opa, varata sotto presidenza italiana nel 2003. E' davvero un peccato che l'Italia, che ha da tempo una delle leggi Opa più avanzate, si sia adoperata dapprima per non fare approvare nel luglio 2001 la precedente proposta di direttiva, più "liberale" (in quel caso, governo e parlamentari europei riuscirono a "fare sistema", e autogol) e poi per fare approvare la modesta direttiva del 2003, così facendo un grosso regalo alla Germania e alla Francia.
Due soluzioni nel cassetto
Massimo Giannini su la Repubblica
Istinti nazionali contro spiriti animali. L´immagine del Financial Times rende bene l´idea della guerra sull´energia e la finanza che scuote l´Europa. Se la destra italiana ha una colpa, è quella aver espresso molto male i primi, e di non aver mai saputo incarnare i secondi. Né strategicamente dirigista (sul modello francese), né liberamente mercatista (sul modello inglese), come ha scritto con la consueta autorevolezza Alessandro Penati su queste colonne. Ma adesso che la guerra è scoppiata, tanto vale combatterla. Adesso che, come ripete Giulio Tremonti, "si rischia davvero una deriva da agosto 1914, quando nessuno voleva il conflitto, ma poi alla fine il conflitto c´è stato", tanto vale prenderne atto, e mettere in campo subito la controffensiva.
Per il ministro dell´Economia la controffensiva si muove su due piani paralleli. Il primo è di natura politico-diplomatica, e punta a sollecitare un´iniziativa formale dell´Unione europea contro la muraglia difensiva eretta dal governo francese per fermare la scalata dell´Enel sulla Suez. Questo spiega la partenza immediata del ministro, che oggi sarà a Bruxelles per incontrare la commissaria alla concorrenza Neelie Kroes, e domani vedrà il commissario al mercato interno Charles McCreevy. Tremonti spera siano di buon auspicio le parole pronunciate ieri da quest´ultimo: "La mossa del premier de Villepin ha osservato McCreevy se non viola le norme Ue, va contro lo spirito del mercato europeo". "La Commissione aggiunge adesso il ministro ha il dovere di esaminare seriamente quello che è accaduto. Ne va della sua funzione, e della sua stessa ragion d´essere".
Ma in tutta onestà, al momento la forza cogente di Bruxelles è modesta. Sollecitare la Commissione è una scelta rituale e obbligata. Berlusconi può tuonare finché vuole il suo tardivo "l´Europa deve intervenire", dopo che non ha mancato una sola occasione per depotenziarla e delegittimarla
Il risultato è che oggi l´Europa ha dimenticato Maastricht e ha smarrito lo spirito del '99: è una pattuglia di stati che si muovono in ordine sparso, fanno fatica a riconoscersi nella debole squadra di Barroso e ragionano sempre più in termini di "interesse nazionale". Tremonti ne è consapevole. Denuncia da mesi la crisi dell´Europa. Lo fa da una posizione di destra populista e non liberista, contestando il trinomio "mercato unico, pensiero unico, errore unico". Per questo, oggi, di fronte all´ovvia azione "sciovinista" dei cugini d´Oltralpe è pronto a opporre una reazione uguale e contraria. Al Tesoro, infatti, è già pronta una bozza di decreto legge, che potrebbe essere approvato addirittura entro la settimana, e che è stato sottoposto all´esame della presidenza della Repubblica, per valutarne i profili tecnici e i requisiti di necessità e di urgenza. È il secondo piano della controffensiva italiana, quello politico-legislativo. Un provvedimento urgente, che ripaghi i francesi con la stessa moneta con cui Palazzo Matignon ha risposto al progetto di acquisizione dell´Enel, propiziando e benedicendo ufficialmente la fusione tra Suez e Gaz de France. Una ritorsione? A Via XX settembre si evitano accuratamente, appunto, toni da "agosto 1914". Si preferisce parlare di "un decreto legge che si ispira al principio della piena reciprocità, e mira a introdurlo in modo organico nella disciplina dei rapporti tra imprese italiane e imprese straniere". Il testo allo studio del ministro, che oggi ne farà cenno anche ai membri della Commissione europea, prevede una doppia versione. C´è una versione A, che Tremonti, ragionando con il suo staff tecnico, ha definito "più hard". Di fatto, si tratta di un articolo unico, secondo il quale "in caso di offerta pubblica d´acquisto la società emittente (cioè quella scalata), nei confronti della società offerente (cioè quella che scala) o di coloro che effettuano l´Opa, ha diritto di scegliere, in quanto applicabile, o la legge italiana o la legge equivalente di un Paese straniero". Attenzione: non necessariamente la legge del Paese al quale appartiene la società che lancia l´Opa, ma la legge vigente in qualunque altro Paese dell´Unione, purchè sia più conveniente per la società scalata. L´esempio accademico, che si fa al Tesoro, è che se tra un mese il gruppo Suez sbarca in Italia per fare shopping nel settore energetico, l´Italia può chiedere l´applicazione della legge francese. Ma non solo: la stessa legge francese (che al momento è la più restrittiva d´Europa in materia di offerte pubbliche d´acquisto) può essere invocata anche per respingere il takeover di un colosso olandese o tedesco. Un decreto così congegnato è l´arma fine di mondo. Altro che "agosto 1914": siamo già al 1938. Per questo, Tremonti lavora più alacremente a un´ipotesi B. Un decreto legge più articolato, che viene considerato più soft, cioè "più ortodosso", che ricalca quello che, il 24 maggio 2001, fu varato dall´allora ministro delle Attività Produttive Enrico Letta, come uno degli ultimi atti del governo dell´Ulivo, per fermare l´attacco della francese Edf sul gruppo italiano Montedison. Quel provvedimento stabiliva la sterilizzazione dei diritti di voto per "i soggetti controllati direttamente o indirettamente da uno Stato o da altra amministrazione pubblica, titolari nel proprio mercato nazionale, di una posizione dominante,... che acquisiscano direttamente o indirettamente, anche mediante Opv, partecipazioni superiori al 2% nel capitale sociale di società operanti nei settori elettrico e del gas naturale". Quel provvedimento fu sbloccato dal governo Berlusconi, con il chiaro ma illusorio obiettivo di negoziare successivamente con Parigi qualche "scambio" industriale utile anche per l´Italia. Ora Tremonti, con la seconda versione del testo, punta a riproporre quel decreto, ma con una variante non trascurabile: "può essere impedito l´esercizio di voto alle partecipazioni che superano il 5%". La soglia di tolleranza viene dunque elevata. Ma il risultato è lo stesso: la differenziazione dei diritti di voto, che nel sistema della corporate governance consente la tutela del controllo societario attraverso la difesa cosiddetta "assembleare" (e alternativa a quella definita "manageriale"). Tremonti punta sul consenso che la reintroduzione di una norma del genere potrebbe ottenere anche presso l´opposizione, dalla quale cinque anni fa partì l´iniziativa legislativa, poi sfociata in un provvedimento bipartisan, approvato poco prima dell´insediamento del governo della Casa delle Libertà. Proprio allora, alla vigilia del varo, proprio Letta chiamò Tremonti, per illustrargli l´iniziativa e ottenere un via libera. Oggi lo schema potrebbe ripetersi, nonostante il durissimo attacco mosso da Prodi contro la miopia strategica di Berlusconi, e contro la decisione insensata di sacrificare un commissario europeo di peso indiscusso e di prestigio indiscutibile come Mario Monti, per trovare una poltrona a Rocco Buttiglione. Non è detto che l´operazione riesca. Eppure questo, sia pure alla vigilia delle elezioni, sarebbe il terreno ideale per un´iniziativa comune e condivisa.
La partita degli indecisi
R. Mannheimer sul Corriere della Sera
A sole sei settimane dal voto, il centrosinistra conserva un vantaggio tra i 3 e i 5 punti. E la Cdl sembrerebbe avere arrestato, non sappiamo se temporaneamente o meno, la crescita del periodo precedente. Nemmeno la Lega avrebbe tratto, per ora, un beneficio significativo dal caso Calderoli. Al tempo stesso, il governo e il presidente del Consiglio godono di giudizi positivi in crescita, anche se essi vengono tuttora visti criticamente dalla maggioranza dell'elettorato. Ma il risultato delle elezioni non è per nulla scontato e dipenderà dal grado di mobilità dell'elettorato rispetto alla situazione attuale. Soprattutto dal comportamento di chi non dichiara oggi il proprio orientamento e di chi, pur manifestandolo, afferma di essere disponibile a cambiarlo.
I primi vengono spesso definiti "indecisi" - anche se lo sono solo in una certa misura - e rappresentano il 25-30 per cento. Richiesti di indicare quantomeno un orientamento, la maggioranza relativa privilegia comunque il centrosinistra (specialmente l'Italia dei Valori e i Ds). Ma non tutti andranno a votare: almeno la metà preannuncia la diserzione dalle urne e in realtà è probabile che si astengano in misura ancora maggiore. L'esito "vero" dipenderà dunque soprattutto dall'intensità con cui gli schieramenti riusciranno a mobilitare questo segmento. Per questo, è ad esso che, in questo momento, le forze politiche (specie la Cdl che ha ottenuto qui qualche buon risultato nelle ultime settimane) rivolgono maggiore attenzione. Ma esiste anche un mercato potenziale - più difficile da affrontare - tra chi dichiara di avere già un orientamento di voto. Vanno naturalmente esclusi i "sicurissimi", che non voterebbero nessun partito diverso dal proprio. Un tempo costituivano la prevalenza, ma sono oggi una solo consistente minoranza, il 20-30%, con una diffusione maggiore nella Lega e, a causa del declino del potere persuasivo delle ideologie, una presenza minima in partiti come Rifondazione comunista e An.
La maggioranza dell'elettorato, invece, pur esprimendo una preferenza di partito, ne prende in considerazione anche altri della medesima coalizione e non ha ancora scelto definitivamente. Questo ampio segmento rappresenta una minaccia - ma anche una opportunità - per i singoli partiti, che possono vedere modificato anche significativamente il loro seguito, pur senza mutare il peso complessivo della coalizione.
Ma ai fini della vittoria dell'uno o dell'altro polo, risulterà determinante chi, benché orientato ad uno specifico partito, non esclude la possibilità di votarne un altro, anche della coalizione opposta. Teoricamente la pensa così una quota rilevante: circa il 20 per cento. In realtà, in tutte le scorse elezioni, il passaggio da una coalizione all'altra è stato attuato da una percentuale minima: grosso modo il 4 per cento. Per la sua esiguità e per la difficoltà della conquista, pochi si rivolgono a questo segmento.
Il quadro che emerge dall'insieme è dunque sin qui favorevole al centrosinistra. Ma la mobilità potenziale rilevata è tale da suggerire, ancora una volta, grande cautela nel formulare previsioni.
Gli eroi dimenticati di Anzio
Pierleone Ottolenghi su l'Unità
La bizzarra carriera di Silvio Berlusconi, da cantante di piano bar a magnate dei media e ora primo ministro d'Italia che controlla personalmente la maggior parte dei media televisivi del Paese, non cessa mai di stupire. Attualmente sta utilizzando tutte le leve del suo impero politico-mediatico per contribuire a fare in modo che i suoi confusi concittadini rieleggano lui e il suo partito, Forza Italia, in occasione delle elezioni politiche generali del 9-10 aprile. Mentre si avvicina il momento di questa scelta storica, è naturale sperare che i governi stranieri si occupino della condizione della democrazia nel nostro Paese con rispetto e curiosità.
Ma altrettanto naturale è sperare che si astengano da qualsivoglia esibizione di parte nel grande confronto elettorale in corso.
Colpisce quindi in modo particolare vedere che il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, invitando Berlusconi a parlare il primo marzo dinanzi al Congresso in seduta congiunta, è intervenuto in maniera sorprendente nella politica italiana mostrando il più sfacciato disprezzo per questo principio di comportamento democratico.
L'avvenimento, che il principale quotidiano italiano, il Corriere della Sera, definisce "un mega-regalo elettorale", viene sfruttato al massimo dai molti canali di influenza di Berlusconi allo scopo di coprirlo di acritica gloria rappresentandolo come l'uomo che incarna l'autostima dell'Italia sulla scena mondiale.
Sono un cittadino italiano che, avendo avuto il privilegio di studiare per cinque anni in università americane di primo piano quali la School of Foreign Service presso la Georgetown University e la Harvard Business School (laureato in scienze economiche nel '54) e di far parte dei consigli consultivi europei di due importanti società americane, deve molto agli Stati Uniti. Ho imparato dall'America il concetto del rispetto delle regole e la cultura del rispetto della legalità, qualità dolorosamente assenti nell'Italia di oggi.
Al presidente Bush o i suoi collaboratori può darsi non importi (sebbene dovrebbe) la disastrosa realtà economica che sta dietro il circo berlusconiano di acrobazie politiche e retorica provocatoria. Nei suoi cinque anni da primo ministro, questo leader pro-business ha ottenuto una performance economica pessima di fatto la peggiore in Europa.
Ma ciò che dovrebbe preoccupare le eminenze di Washington è l'enorme deficit etico-democratico che riguarda il leader italiano. Potrebbero farsene una idea leggendo la vasta letteratura internazionale che mette in discussione molti aspetti della condotta di Berlusconi. Il primo ministro è stato condannato in giudizio due volte e prosciolto da altre accuse solo perché i reati erano caduti in prescrizione o erano stati depenalizzati.
Il principale avvocato del collegio di difesa di Berlusconi è presidente della Commissione Giustizia della Camera; un altro dei suoi avvocati più in vista fa parte della medesima Commissione. Entrambi hanno guidato l'approvazione delle molte leggi vergogna il cui scopo era quello di favorire Berlusconi e i suoi amici intimi nei seri guai giudiziari nei quali si trovavano.
La legge sul conflitto di interessi è una barzelletta che ha costretto Berlusconi a dimettersi da presidente della squadra di calcio del Milan pur continuando a possedere una delle più grosse concentrazioni mediatiche d'Europa. La promulgazione della legge Gasparri (legge di riforma del sistema radiotelevisivo), che è stata respinta dal presidente Ciampi, ha costituito un grosso vantaggio per Mediaset, la società televisiva controllata da Berlusconi, che ha appena annunciato utili record per 600 milioni di euro al netto delle tasse.
Berlusconi ha appena concluso una alleanza elettorale che comprende gruppuscoli ultrafascisti. Forse le migliaia di ragazzi americani che hanno perso la vita per liberare l'Italia sono morti invano?
Questi esempi potrebbero essere moltiplicati. Nella mia qualità di amico dell'America, voglio chiedere al presidente Bush che, come me, è un ex alunno della Harvard Business School: "Ritiene di onorare il Congresso degli Stati Uniti onorando un uomo con le credenziali di Berlusconi? Ritiene giusto interferire nel processo elettorale italiano invitandolo a parlare al Congresso così poco tempo prima delle nostre elezioni politiche generali?".
Molti italiani, mi auguro, considereranno questo avvenimento così palesemente inopportuno da meritare un severo rimprovero democratico. Gli italiani avranno l'occasione di esprimere il loro giudizio su Berlusconi tra cinque settimane. Nel frattempo, ora che l'amministrazione Bush ha chiarito da quale parte sta, sarebbe giusto che i membri del Congresso degli Stati Uniti esprimano la loro protesta. Normalmente i capi di Stato o di governo stranieri invitati a parlare ad una seduta congiunta del Congresso sono statisti la cui integrità è aldilà di ogni ragionevole dubbio. Gli americani, che hanno eletto il loro Congresso, meritano un ospite migliore per la loro grande istituzione.
Se comanda la rendita
Rinaldo Gianola su l'Unità
Ci fu una stagione in Italia, molti anni fa, in cui un capitalista come Gianni Agnelli poteva permettersi di scatenare una polemica furibonda contro la rendita parassitaria, in difesa del profitto derivante dalla gestione industriale che creava ricchezza e occupazione. Cari signori, di sinistra e di destra, cari industriali, emeriti economisti e sociologi restate comodi: la battaglia è persa. La rendita trionfa. Siamo un Paese ricco, addirittura molto ricco, che ha eliminato le classi a favore della famiglia, grande ammortizzatore sociale.
Nello stesso tempo siamo seduti a goderci privilegi, affitti, interessi, pensioni, e lentamente affondiamo, anzi "decliniamo" come direbbe la Cgil. Abbiamo perso smalto imprenditoriale, creatività, coraggio. I Benetton preferiscono le sicure tariffe delle Autostrade piuttosto che lanciarsi in nuove imprese industriali. La Pirelli della nostra amata Bicocca vende i cavi e si butta vorace sulle bollette del telefono e semmai decidono di investire dei soldi i campioni del nostro capitalismo si lanciano nelle utilities, nei servizi, negli immobili come fossero dei Ricucci qualsiasi.
La rendita ha vinto. Arrendiamoci: siamo diventati un popolo di Alberto Sordi, ridiamo amaro e, piano piano, affondiamo. Se Romano Prodi volesse davvero raddrizzare il Paese dovrebbe chiamare i leader del centrosinistra, il presidente della Confindustria, i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, magari il governatore della Banca d'Italia per discutere attorno al libro scritto da Geminello Alvi, economista e letterato, dal titolo esplicito: Una repubblica fondata sulle rendite (Mondadori, 137 pagine, 16 euro), da domani in libreria.
Se ci è consentita una definizione, malgrado i tempi che corrono, Alvi ha scritto un libro marxista come da tempo non leggevamo. Che cosa ha fatto? Alvi, che è stato molti anni fa stretto collaboratore di Paolo Baffi indimenticato governatore della Banca d'Italia eliminato da un giudice fascista, ha preso la ricchezza nazionale, lasciando da parte i dati del Pil dell'Istat, e l'ha riclassificata secondo un criterio che piace o dovrebbe piacere a quelli che si dicono di sinistra. Alvi si è interrogato: vediamo un po' dove sono finiti i soldi creati in Italia negli ultimi quindici anni. Il risultato è deprimente: non perché l'Italia sia alla fame, anzi creiamo ricchezza e molti, sebbene pochi rispetto alla totalità della popolazione, si arricchiscono. Questa è un'ingiustizia. Ma c'è qualche cosa di più che dovrebbe preoccuparci. L'Italia non è più una repubblica fondata sul lavoro, ma sulle rendite. La nostra ricchezza è costruita su case e pensioni più che sull'attività produttiva, una situazione che alimenta un circolo vizioso che toglie lavoro e speranza ai giovani e, contestualmente, impoverisce i salari dei lavoratori dipendenti a favore di oligarchie economiche incapaci di rinnovarsi e che vivono, anzi sopravvivono, spalleggiandosi in piccoli salotti più o meno nobili e presentabili.
Il lavoro di Alvi è complesso, suscita molteplici problematiche ed interessi e non mancherà di scatenare polemiche sui criteri di analisi dei dati. E aggiungiamo che le sue considerazioni su Maastricht e sulle politiche passate del centrosinistra sono troppo pessimistiche e contengono asprezze non condivisibili. Ma qui ci interessa parlare soprattutto di salari e di lavoratori. In sintesi Alvi delinea una situazione in cui la redistribuzione della ricchezza nazionale ha penalizzato, dal 1990 in poi, i salari mentre i profitti e le rendite si sono difesi. Ma attenti, avverte il libro: i profitti hanno mantenuto il loro equilibrio solo perché una parte sempre più rilevante di essi è costituita da rendite. Semplificando significa che il nostro apparato produttivo, per fronteggiare la caduta del profitto, ha fatto ricorso agli interessi trasferiti dallo Stato, alle tariffe, alle locazioni. Fenomeno che abbiamo ben verificato nel nostro sistema negli ultimi anni.
Poi ci sono i salari, il lavoro dipendente. E qui vengono i dolori che chiamano in causa Prodi e la sinistra se, com'è auspicabile, andranno al governo. Alvi afferma che "un'enorme mole di reddito è stata trasferita dai salari alle rendite durante gli anni Novanta". Se prendiamo il 1990 come punto di riferimento iniziale, vediamo che nel 1997 i salari "si trovavano ad aver perduto circa l'8% del loro potere d'acquisto e nel 2004 sono ancora del 3% al di sotto del livello del 1992". Per l'autore "gli accordi sul costo del lavoro del luglio 1992 non hanno in alcun modo avvantaggiato il lavoro". Questi dati derivano da una valutazione prudente, non certo estremista, di Alvi che avverte: "Per deflazionare i salari ho usato un indice dei prezzi ben distante dalla percezione che si ha per la strada o al mercato dell'inflazione vera. Avessi usato l'incremento dei prezzi delle spese per abitazione, gas, acqua, eccetera sarebbe andata anche peggio. Il salario medio dei lavoratori non statali risulterebbe del 30% inferiore a quello del 1990".
Analisi e numeri preoccupanti, soprattutto per chi li vive sulla propria pelle.
Alvi non propone ricette miracolistiche, ma sogna, come un vecchio anarchico incompreso e velleitario, un sistema meno statale, con meno privilegi e meno rendite, a favore di organizzazioni comunitarie di base, di mutue e di cooperative. Vedremo. Per ora rimane la convinzione che se il suo libro riuscirà a riportare i salari e il lavoro dipendente sulle prime pagine dei giornali avrà già raggiunto un bel risultato.
Dall'Ue 120 milioni di euro per i palestinesi
Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera
BRUXELLES - I fondi sono per l'Autorità nazionale palestinese e il suo presidente (moderato) Abu Abbas; ma il messaggio e l'apertura di credito sono per Hamas e il suo leader (integralista radicale) Khaled Meshal. La Commissione europea stanzia altri 120 milioni di euro per "i bisogni del popolo palestinese". La decisione rientra nelle strette competenze dell'esecutivo di Bruxelles, ma ieri è stata avallata e in qualche modo "vestita" politicamente dai ministri degli Esteri Ue. L'Unione Europea, dunque, si smarca dalla linea intransigente seguita da Israele. Lo scorso 19 febbraio il governo guidato da Ehud Olmert aveva bloccato il flusso di entrate fiscali destinate all'Autorità palestinese: 55 milioni di dollari al mese che servono, soprattutto, per pagare gli stipendi di circa 140 mila dipendenti pubblici a Gaza e in Cisgiordania. Ieri, per altro, la Commissaria alle Relazioni esterne, Benita Ferrero-Waldner, ha invitato Israele "a restituire questi soldi ai palestinesi", mentre James Wolfensohn, inviato speciale del Quartetto per il Medio Oriente (Usa, Onu, Ue, Russia) avverte che l'Anp "rischia il crollo finanziario in due settimane".
L'intera discussione sul Medio Oriente si è sviluppata su margini stretti. Da una parte, come ha spiegato l'Alto rappresentante per la politica estera e la difesa comune Javier Solana, l'Europa "non può abbandonare il popolo palestinese a se stesso", visto che l'amministrazione è vicina alla bancarotta. Dall'altra i fondi non possono finire direttamente nelle casse di Hamas, organizzazione che ancora figura nella lista delle sigle terroristiche compilata a Bruxelles (oltre che a Washington). Infine c'è l'eterno problema di non perdere di vista gli israeliani, di non incoraggiare anche a Tel Aviv e Gerusalemme, ormai a pochi giorni dalle elezioni, una deriva di estremismo speculare a quello di Hamas.
La soluzione trovata dovrebbe, nei piani di Bruxelles, salvare le forme politico-diplomatiche: i 120 milioni di euro transiteranno per canali esterni all'esecutivo provvisorio in carica a Ramallah.
Sarà direttamente la Commissione europea a staccare gli assegni, a fronte di ricevute convalidate da una società internazionale di "audit". Altri 64 milioni di euro saranno gestiti, pronta cassa, dagli uffici dell'Agenzia dell'Onu incaricata del sostegno socio-sanitario alle popolazioni. Infine la Commissione metterà a disposizione altri 17,5 milioni di euro gestiti da un Fondo della Banca Mondiale. In sostanza vengono tagliati fuori i dirigenti palestinesi, sia quelli di Hamas sia quelli che fanno capo ad Abu Mazen. Nel corso del vertice i ministri Ue hanno concordato che in questa fase il presidente possa svolgere un ruolo essenziale, pilotando la formazione di un governo che, per quanto guidato da Hamas, possa risultare presentabile sulla scena internazionale. Ma nello stesso tempo con i soldi l'Europa manda un segnale politico anche agli integralisti: vedete, non vogliamo mandare in rovina il vostro Paese, però adesso rinunciate al terrorismo ed entrate "nel gioco politico".
28 febbraio 2006