
sulla stampa
a cura di G.C. - 27 febbraio 2006
Centrosinistra: sorpresa, niente liste civiche
Silvio Buzzanca su la Repubblica
ROMA - Sorpresa finale al Viminale: le liste civiche non hanno presentato il simbolo di "Cittadini per il presidente". E non lo ha fatto neanche il raggruppamento che in Friuli Venezia Giulia appoggia il presidente Riccardo Illy. Finisce così un tormentone che per alcune settimane ha agitato le acque del centrosinistra. Uno scontro a base di veti e minacce di correre da soli che alla fine ha visto vincente quella parte del centrosinistra, Margherita in testa, che non ha mai visto di buon occhio la nascita delle liste civiche. Si è concluso felicemente il braccio di ferro fra l´Unione e Antonio Di Pietro. L´ex pm all´ultimo minuto ha infatti presentato le sue liste per Camera e Senato e ha firmato l´apparentamento con la coalizione di Prodi. Di Pietro ha detto sì perché alla fine Ds e Margherita gli hanno concesso lo stesso trattamento di Mastella e Udeur: quattro seggi a carico dell´Unione. Tre arriveranno dalla lista unitaria alla Camera e uno verrà dai Ds al Senato.
Di Pietro ieri mattina parlava ancora di correre da solo, evocando lo scenario del 2001 quando la presenza della sua lista, insieme a quella di Rifondazione, contribuì alla sconfitta del centrosinistra. Alla fine è stato trovato l´accordo. L´ex pm è ora pronto ad "affrontare una difficilissima, ma sicuramente bellissima campagna elettorale". Di Pietro ha fatto comunicare ai suoi senatori Aniello Formisano e Massimo Donadi che i quattro posti andranno ai due attuali rappresentanti e a Silvana Mura e Felice Belisario.
La giornata di ieri e la chiusura dei termini per la presentazione dei simboli non hanno mutato sostanzialmente lo scenario delle due coalizioni. Le ultime ore, inoltre, hanno confermato che gli italiani hanno perso il piacere di presentate simboli alle elezioni politiche. Il totale questa volta si è fermato a quota 174, una ventina in meno rispetto al 2001. L´unico momento di vivacità è arrivato quando alla Camera, accanto al simbolo dell´Ulivo, sono apparsi quelli di Ds e Margherita. E al Senato si è materializzato il simbolo dell´Ulivo. Ma poi la spiegazione tecnica ha cancellato ogni ipotesi di "giallo". La presenza dei simboli alla Camera si spiega con il fatto che eviterà la raccolta delle firme in quanto i gruppi parlamentari di Ds e Margherita hanno la dizione Ulivo. E al Senato invece la presenza del simbolo ulivista si spiega con il fatto che in Molise sarà presentata una lista unitaria. Per il resto va segnalato che Maurizio Scelli, l´ex presidente della Croce rossa, si è apparentato con Berlusconi e correrà con una lista che ha battezzato Italia di Nuovo Scelli. Con il Cavaliere al Senato corre una formazione battezzata Patto cristiano esteso, mentre si sono schierati con Prodi alla Camera due gruppi "padani": la Liga fronte veneta e la Lega per l´autonomia Alleanza lombarda.
Intanto sono 17 i partiti che appoggiano Prodi alla Camera e 16 quelli schierati con Berlusconi. Al Senato con il Cavaliere corrono 20 formazioni, mentre hanno scelto il Professore in 16. Altri partiti sono invece già impegnati nella raccolta delle firme sotto le liste. Liste che si cerca di potenziare fino all´ultimo secondo utile. La Rosa nel Pugno, per esempio, dopo gli "acquisti" prestigiosi degli ultimi giorni, ha fatto sapere che Maria Antonietta Coscioni, vedova di Luca Coscioni, sarà candidata a Milano subito dopo il capolista Enrico Boselli.
Tutti i guai del 10 aprile
Alberto Ronchey sul Corriere della Sera
Qualsiasi dato affiori dai sondaggi sulle intenzioni di voto per il 9 aprile, ogni pronostico rimane un azzardo. Fra gli episodi che possono alterare gli umori degli elettori altri scandali finanziari, altre dissidenze all'interno delle due coalizioni, altre turbolenze locali non è neanche da escludere qualche drammatico evento internazionale dall'Iran ai territori palestinesi. Troppe incognite. Ma non sono affatto ignote, chiunque vinca in voti e in seggi parlamentari, le prospettive che insidiano una ragionevole governabilità. Nei due schieramenti alternativi, ma di eterogenea composizione, i concorrenti alla guida del prossimo governo vorrebbero conciliare interessi o tendenze inconciliabili e sopire ogni diatriba distribuendo concessioni spesso contraddittorie. L'uno e l'altro, a turno, ci ricordano la fiaba del cavaliere che montando l'estroso destriero partiva lancia in resta nello stesso tempo "in tutte le direzioni".
Eppure il prossimo governo dovrà non solo fronteggiare tra prevedibili discordie il disavanzo di bilancio e il debito pubblico già esorbitante, così come il declino dell'investimento dall' estero e dell'esportazione, ma questioni d'arretratezza primaria come il sistema dei trasporti e quello energetico. I grandi trasporti, già inefficienti da decenni, ma essenziali per la lunga penisola e le isole, non si reggono e non garantiscono servizi accettabili. Nelle comunicazioni aeree, appare cronico il dissesto finanziario e funzionale dell'Alitalia. Sulle strade ferrate, prevalgono ancora le tratte a binario unico, mentre i ritardi sembrano più regolari degli orari. Non basta. Insorgono clamorose rivolte contro le opere giudicate invasive, come il tunnel per il "corridoio merci" d'alta capacità sulla Torino-Lione. Ma di simili complicazioni maggiori o minori, sommate al nongoverno tradizionale, ormai s'è perso il conteggio statistico mentre tenaci controversie investono anche i tracciati previsti per l'espansione delle ferrovie metropolitane. Il sistema energetico, a sua volta, è sempre più vulnerabile a costi e rischi dell'importazione di petrolio, gas, elettricità. In questa penisola povera di proprie risorse naturali, l'adozione del nucleare fu respinta a suo tempo da un referendum, anche al costo d'importare dalla Francia elettricità generata proprio dal temuto nucleare appena oltre confine.
Ma intanto a Brindisi rifiutano un terminale di rigassificazione del metano liquido, a Civitavecchia la conversione d'una centrale al carbone "pulito", in Sardegna le pale a vento per l'energia eolica e così avanti. Senza dimenticare i ritardi e i molti casi di lassismo del nongoverno tradizionale, risaltano anche le responsabilità dei numerosi contestatori e ostacolatori dinanzi a ogni progetto d'opera. Si tratta di particolarismi locali, estremismi ecologici, ribellismi votati a qualsiasi protesta. Questi e altri movimenti non avranno sempre torto, ma prevalgono sempre o quasi. Perché? Grazie a costumi politici clientelari, elettorali, magari solo indulgenziali. Ma sarà possibile continuare così, chiunque vinca il 9 aprile, nella società che a questo punto si può definire sgranata o dissociata?
Tarallucci del Nord per chiudere lo show
Enzo Biagi sul Corriere della Sera
Fuochi e fiamme, tarallucci e vino. Così si può riassumere quello che è successo tra la Lega e il Cavaliere. La prima ha alzato la posta. Il secondo ha ceduto. D'altra parte, la Casa delle Libertà senza i lumbard dove andrebbe a finire? Peccato che in tutto ciò ci siano di mezzo gli italiani sfollati da Bengasi, ma soprattutto quattordici morti, colpevoli di aver bruciato un tricolore perché offesi da una maglietta con vignette ironiche su Maometto indossata ed esibita dal ministro Roberto Calderoli nel programma di Mimun subito dopo il Tg1. Credo che gli italiani (quasi tutti) si scusino, ma io ricordo che la bandiera sta nel "cuore" dei leghisti: qualche anno fa, il loro leader, Umberto Bossi, disse che il nostro tricolore lo usava come carta igienica.
Questi signori che, in rappresentanza del popolo del Nord hanno cercato di portare il Parlamento a Pontida, che hanno santificato l'acqua del Po e preso ad esempio l'indipendenza scozzese, in cinque anni di governo della destra hanno continuato a mangiare a Roma. E abbondantemente, grazie a Silvio Berlusconi. Ma non voglio essere frainteso: sono contro tutti quelli che bruciano la bandiera, che sia Usa, inglese, tedesca o danese, la considero una stupidità di dimensioni internazionali, ancora più grande quando avviene nel nostro Paese e in campagna elettorale.
Devo dare atto al vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini giocavo a pallone all'oratorio con suo padre, noi tra i chierici contro i balilla di un comportamento coerente, quando in Parlamento ha condannato l'atto del ministro Calderoli. Lo show televisivo del dentista lombardo è stato più uno sketch da colorita figuretta da avanspettacolo che il gesto di un rappresentante del Senato.
Crociati del terzo Millennio
Maurizio Chierici su l'Unità
Noi e loro
Quando i politici si aggrappano alle "radici cristiane", i giornalisti che vanno a raccontare il mondo cominciano a preoccuparsi. Troppe volte hanno ascoltato le stesse parole e controllato cosa è successo dopo. Paradossalmente la definizione le rende sterili. Non nutrono la spiritualità e accompagnano anni di cronache nelle quali la parola "cristiano" sulla bocca di protagonisti dagli interessi pronto cassa, anticipa atrocità giustificate con l'urgenza del difendere la "civiltà del mondo occidentale" la cui innocenza è minacciata. A noi innocenti ogni difesa è permessa. Purghe etniche o bombe al fosforo, dolorose ma necessarie. E prediche, e allarmi. Diffidate, sono diversi da noi. Il povero Calderoli con maglietta, o la compagna di merende Oriana Fallaci, perfino l'autorevole presidente del Senato, Pera, restano comparse stuzzicanti nel teatrino delle chiacchiere da distribuire durante i talk show di fine giornata a signori di una certa età. Sangue stanco, stomaco in disordine.
Non dormono per l'assedio che li soffoca. Loro li difenderanno. Per interesse al voto o per la vanità che scongiura l'oblio nella naftalina del giornalismo. Chi vive giorno per giorno senza un brivido nel cuore o un minimo di cultura che dia una mano, pensa solo a chiudersi o ad attaccare o a proteggersi con filo spinato e la disinfezione delle guerre preventive. Parlare per capire può essere pericoloso. Esempio, l'altra sera in Tv. Matteo Salvini, eurodeputato Lega, piega a destra le labbra con la smorfia di chi sta cantando "le donne non ci vogliono più bene - perché portiamo la camicia nera". Nella versione padana dovrebbe essere verde, ma la caccia all'arabo ricorda la caccia all'ebreo dei ragazzi di Salò. Si autoproclama crociato incazzatissimo con l'Europa zitella scandalosamente inerte verso i tagliagole di Maometto. A guardarlo - soprattutto ad ascoltarlo - Salvini ricorda un giovanotto che gli somigliava, Bechir Gemayel, anche lui cristiano maronita, non perché nelle sue falangi libanesi militasse un ministro di nome Maroni, ma per la venerazione a San Marone che nell'ottavo secolo si era liberato dalla tutela del patriarca di Antiochia. Per tutelare le "radici cristiane minacciate dalle acque torbide del mondo arabo", Bechir difende la fede assediando Tel el Zaatar. Voleva dire collina dei tigli. Nel 1976 era un villaggio alle porte di Beirut abitato da 30mila profughi palestinesi. È diventata periferia di supermercati con la statua della Vergine altissima su una colonna dalle luci azzurre... Il Bechir del '76 taglia luce e acqua al campo degli infedeli. Protetto dai carri armati siriani di Assad, sbriciola la moschea e dopo cento giorni espugna il campo "nemico". Mille e undici morti. Tutti civili.
Nell'agosto 1982, pochi giorni prima di diventare presidente del Libano occupato da Sharon, Bechir accoglie col sorriso del vincitore i giornalisti venuti da fuori. Perché le famiglie di Tel El Zaatar dovevano essere bruciate? "Erano una spada immersa nei quartieri cristiani. Disordine insopportabile. Beirut è capitale bianca, Svizzera del Medio Oriente. Non potevamo lasciarla in balia di chi non appartiene alla nostra civiltà". Venti giorni più tardi muore in un attentato dalle trame oscure: forse organizzato da famiglie di notabili cristiano-maroniti (Frangie, Chamoun) che la famiglia Gemayel "aveva eliminato fisicamente" per assicurarsi il potere. Si poteva dire che i cristiano maroniti avevano messo la bomba per far saltare il presidente cristiano maronita? Più conveniente scaricare la colpa su altri profughi ammassati nel lazzaretto di Sabra e Chatila, vecchi, donne e bambini, non protetti. Arafat, i loro uomini in esilio. Con la croce ricamata sulla divisa, i falangisti dell'ex Bechir uccidono mille persone nel sonno, numeri della versione ufficiale anche se il giornalista israeliano Amon Kapeliouk conta 3500 corpi. Prassi che si trasforma in cautela morale da non trascurare. Sempre per difendere le "radici cristiane", Rios Montt, dittatore in Guatemala, accoglie la visita di Giovanni Paolo II con una piccola sorpresa: ha fucilato quattro contadini colpevoli di non aver obbedito alla guardia nacional che stava sventrando il loro villaggio. "Rappresaglia necessaria per frenare il pericolo comunista, minaccia del mondo cristiano". Giovanni Paolo II lo aveva pregato di sospendere l'esecuzione.
"Perdoni Santità, ma non volevo metterla in imbarazzo quando lei era qui...". E per non mettere "in imbarazzo" il Vaticano, le squadre della morte del Paese accanto - El Salvador - avevano già provveduto ad uccidere il vescovo Romero, dodici religiosi e a progettare l'assassinio di quattro gesuiti: preti-comunisti, o cattocomunisti come direbbero gli amici di Pera. "Terzomondisti", sussurra con disgusto il maggiore D'Aubuisson che ha fondato il partito Arena, destra ancora al potere.
La difesa delle radici cristiane è l'abitudine che accompagna i secoli. Senza andare troppo lontano, nel 1885 re Leopoldo del Belgio viene incaricato dai Paesi dell'Europa cristiana di evangelizzare il Congo. Gli si consegna "personalmente" il Paese: mano libera per la missione. Come sta succedendo nella democrazia armata imposta ai fanatici del petrolio iracheno, già che è lì, re Leopoldo si preoccupa di convertire gli infedeli ma anche di frugare le miniere: rame, zinco, cobalto, soprattutto oro e diamanti. Ma i neri trovano orribile lavorare sotto terra, insomma, battono la fiacca e la produzione non va come dovrebbe. Da Bruxelles parte l'ordine di tagliare la mano destra ad ogni scansafatiche che non suda come dovrebbe. Un premio al sorvegliante per ogni mano che alla sera consegna alla direzione, nome e numero di matricola del colpevole punito.
La memoria si inabissa nella nostra disattenzione, ma non muore. I cristiani congolesi ai quali, oggi, i terroristi bruciano le chiese, sanno quale odio lontano possono ringraziare. D'accordo, noi siamo diversi. Ma non così tanto. Prima di sbarcare nella Sicilia 1943, gli Alleati controllano negli archivi l'elenco dei criminali di guerra italiani. Non lungo come quello di Norimberga, ma non proprio sguarnito...Con tre nomi in bella evidenza: Pietro Badoglio, massacri in Etiopia; maresciallo Graziani, ferocia in Libia e il generale Mario Roatta che ha imparato a difendere il cristianesimo contro i rossi della guerra civile spagnola e ha continuato a difenderlo seminando torture e morti nella Jugoslavia dei partigiani di Tito. Liberata Roma, i vincitori si accorgono di avere le mani legate. La documentazione dei crimini non vale più. Badoglio serve per combattere i tedeschi nella campagna italiana, Graziani gode della protezione dei democristiani conservatori. Impiccarlo come i nazisti vuol dire riaprire ferite e vendette, mentre il Vaticano di Pio XII lavora per la riconciliazione e Giulio Andreotti stringe la mano al generale. Stessa storia per Roatta e altri "eroi" dei Balcani.
Non propongo una lettura all'indaffaratissimo eurodeputato Salvini dalla televisione facile, ma il presidente Pera potrebbe almeno sfogliare il libro che Guanda ha pubblicato qualche mese fa: "Incontri nel deserto" di Knud Holnoe, girovago danese impegnato con la sua auto ad attraversare l'Africa dal Marocco alla Mecca ed impantanato nei divieti della Libia italiana, 1930.
A Bengasi, proprio nella Bengasi scatenata dall'intemperanza coraggiosa di Calderoli, annota fanatismo e mani feroci degli occupanti italiani. Il ragazzo parla arabo, e un notabile gli confida: "Gli italiani sono troppo furbi per concedere una certa libertà alla Cirenaica. Terra fertile, vogliono portare i loro contadini. Col governatore che c'era prima del fascismo le cose andavano quasi bene, ma da quando è arrivato il generale Graziani ogni giorno chi si ribella viene impiccato. E i familiari che protestano chiusi in carcere, e se non si rassegnano alla prigione, finiscono appesi. Ogni giorno esecuzioni, la macchina non si ferma mai". Chissà se questa memoria non ha infuocato l'assalto al nostro consolato.
Sventolando a vanvera la missione cristiana, i Salvini, i Pera che insistono, i Calderoli e perfino i Casini viaggiatori del secolo passato, sono riusciti a confondere in una sola immagine, fede religiosa e interessi economici dell'Occidente. Può far comodo per convincere i nostri consumatori senza dare troppe spiegazioni, ma adesso ne paghiamo la lunga eredità...
La magistratura servile che vuole Berlusconi
Giuseppe D´Avanzo su la Repubblica
Non occorre spendere troppe parole per raccontare la ragione del conflitto tra la magistratura e il berlusconismo. E´ in due frasette: chi deve giudicare; che cosa si deve giudicare. Il premier fa tanto rumore, grida, strepita, protesta ma, in soldoni, la sua manovra prevede soltanto due approdi: chi deve giudicare ha da rispettare le volontà del potere politico, esserne condizionato se non addirittura diventarne braccio burocratico (ecco che cos´è la riforma dell´ordinamento giudiziario).
Che cosa si deve giudicare è poi opzione nella sola disponibilità di chi siede al governo del Paese. La corruzione si può giudicare? Le combine finanziarie possono essere punite? I legacci della mafia con la politica possono essere sciolti? Lo deciderà il consiglio dei ministri attraverso le gerarchie togate.
Sono idee improprie e indecenti bestemmie per una Costituzione che prevede la separazione dei poteri. Il Cavaliere deve nasconderle, occultarle. Per questo strepita, accusa, minaccia, svillaneggia le toghe (lo ha fatto, tornerà a farlo). I passi del Cavaliere muovono sempre verso un´unica direzione: annichilire la realtà a vantaggio di una contrapposizione ideologica artificiosa. Il Bene contro il Male. La libertà contro il comunismo. "Noi" e "loro". E chi può avere, nel suo senso comune, simpatia per una toga nera? Se dovesse capitare di doverla incontrare, una toga nera, è certo che sei in un guaio. Se indagato, devi dar conto dei tuoi comportamenti. Se sei vittima di un reato, hai già ricevuto un danno e ti chiedi ammesso che il danno possa essere riparato se lo Stato ce la farà mai a risarcirti (e il risarcimento ti sembrerà, sempre e comunque, approssimativo e parziale). Berlusconi irresponsabilmente lavora nel fondo psichico collettivo di questa diffidenza quando alza la voce contro la magistratura. Con tre utilità (politiche e personali) immediate. Cela l´uso privato che ha fatto del Parlamento e del governo. Appesantisce il timore "naturale" per lo Stato rappresentato dalla magistratura. Maschera, schiamazzando, il suo clamoroso fallimento "riformatore", il catastrofico danneggiamento della macchina della giustizia. Una rovina che paghiamo e pagheremo tutti perché, al sodo, la giustizia non è altro che "a ciascuno il suo". Non è altro che "l´incessante sforzo di attribuire a ciascuno il suo diritto" (come recita la prima frase del Corpus iuris civilis).
Oggi, rispetto a cinque anni fa, i diritti di ciascuno sono più o meno garantiti? A quel "a ciascuno il suo" promessa di una giustizia giusta si può guardare con fiducia o con sospetto? Sono queste le domande che il premier non vuole affrontare.
Spento il chiasso alimentato dal Cavaliere e dai suoi corifei addetti all´aggressione delle toghe (tra i quali va annotata la new entry di Pierferdinando Casini), la bancarotta della giustizia italiana offre i suoi numeri neri.
Cinque anni fa, Berlusconi promette, "in tempi brevissimi", grandi riforme in nome dell´efficienza, delle garanzie, della responsabilità e professionalità dei magistrati, della legalità, della sicurezza, della certezza della pena. Il vasto programma prevede la riformulazione dei quattro codici fondamentali: codice civile, codice di procedura civile, codice penale, codice di procedura penale. Nulla da fare. La riforma del diritto societario è una riformicchia che anche il centrodestra si prepara a correggere vergognandosene. Nulla da fare anche per la riforma del diritto fallimentare.
Archiviata per un´altra stagione la riforma del diritto minorile. I processi saranno più rapidi, giura il governo. Il risultato è la distruzione del processo civile. Se si ipotizza un giudizio di due gradi di merito (tribunale e appello) e un giudizio di legittimità, il processo civile ha oggi una durata media di 3.041 giorni. Oltre otto anni. Il processo penale è un ferro vecchio, inservibile. Un arnese o inconcludente o crudele. Quando non viene "fulminato" dalla prescrizione, arriva in porto in 82 mesi offrendo o una pena che appare una tardiva vendetta dello Stato oppure una assoluzione che non ripaga chi l´ha subito dei danni esistenziali ed economici. Il processo penale è rimasto così quel che era: un ordigno perverso e maligno che sanziona prima dell´accertamento e, quando accerta la responsabilità, non punisce. Con l´aggravante che, con i formalismi introdotti dalle riforme di Berlusconi, è oggi un processo diseguale che avvantaggia chi ha risorse e avvocati sapienti e danna all´inferno i poveri cristi. In questo deserto "riformatore" che premia soltanto il più forte, brillano soltanto le leggi che hanno favorito il "più forte di tutti": depenalizzazione del falso in bilancio; rogatorie; legge Cirami: lodo Schifani; legge Cirielli. Una per ogni anno di legislatura, approvate dal Parlamento in tempi da primato (dai tre ai quattro mesi) e sempre in sovrapposizione alle urgenze processuali di Berlusconi e dei suoi amici.
E´ questo fallimento (il comitato esecutivo del consiglio d´Europa lo giudica "un vero pericolo per il rispetto dello stato di diritto in Italia") che Silvio Berlusconi nasconde come polvere sotto il tappeto. Chiede che "a ciascuno, il suo" diventi diritto diseguale, impunità per i forti e "guai ai vinti". Per spuntarla, ha bisogno di una magistratura conformista e servile. E, per essere rieletto, che non compaia mai, travolto dal molto fracasso, questo disgraziato stato delle cose.
Mafia, il Servitor Contrada
Vincenzo Vasile su l'Unità
Bruno Contrada, l'ex numero tre del Sisde condannato a dieci anni per associazione mafiosa, s'è difeso ieri in un'intervista a Skytg24 contrattaccando. Sostiene di avere "servito" per trent'anni lo Stato che "come spesso accade, è ingrato nei confronti dei suoi uomini". Dai pentiti, "un pugno di manigoldi, feccia della società" sarebbero state raccolte solo calunnie e menzogne. Il periodo a cui l'ex funzionario si riferisce va dai primi anni Sessanta al 1992 (anno delle stragi e dell'arresto del funzionario), e sono anni cruciali della storia della mafia, dell'antimafia e in definitiva dello Stato e della società italiani.
C'è da dire che - qualunque sia la sorte giudiziaria che dopo l'ennesimo ricorso toccherà a Contrada - almeno una sua affermazione possa essere condivisa, e proprio quella che appare più difensiva e sconvolgente: ha ragione Contrada a dire di aver "servito" lo Stato in quei trent'anni, con ciò chiamando in correità residui testimoni e protagonisti di quella stagione. Che inizia ancor prima, con il prologo della lotta al banditismo siciliano nei primi anni della Repubblica. Quando ancora Contrada non era neanche entrato in polizia e non aveva messo piede in Sicilia, e - ormai ci sono libri di storia - lo Stato e i suoi servitori usarono per "mettere ordine" in un pezzo d'Italia insanguinato una vecchia ricetta praticata in verità sin dagli albori dello Stato unitario. Cioè pensarono di usare la mafia perché consegnasse i banditi, e intrecciarono - lo Stato e molti suoi servitori dell'epoca - un rapporto perverso, che per la mafia significò legittimazione con un ruolo d'ordine, e per lo Stato una pericolosa e duratura compromissione.
Tutto si basava su un cinico do ut des. Tu mi porti - vivi o morti, meglio morti - i banditi (che fino ad allora erano asserviti alla mafia), e io cancello i miei dossier e prometto di girare le spalle dall'altra parte quando si tratterà di colpire il potere mafioso, nell'edilizia, nei piani regolatori, negli appalti. A Portella della Ginestra (1947) già si sarebbe potuto e dovuto capire che questo schema non funzionava: la prima strage di Stato la consumò una banda asservita alla mafia e a chissà chi, piena zeppa di informatori e infiltrati di corpi dello Stato neonato. Poi i banditi vennero mollati dalla mafia, e lo Stato a suo modo ringraziò concedendo impunità ai mafiosi.
Nasce da qui la coriacea potenza dei Corleonesi, che sarebbero in breve divenuti i padroni di Cosa Nostra.
Su questo itinerario si è compiuto un lungo viaggio. Sfogliando i giornali degli anni Sessanta e Settanta si possono ancora leggere i rapporti di polizia e carabinieri - in lotta tra loro, ma su questo d'accordo - che dipingevano una volta l'una, una volta l'altra fascia mafiosa come interlocutore affidabile e moderato. Ricordate? C'era una vecchia mafia che non vuole la droga, la nuova sì, c'è la vecchia mafia che rinnega le stragi e gli omicidi, l'altra li organizza. Vecchi e nuovi, buoni e cattivi: non era vero.
Poi avviene qualcosa: alla fine degli anni Settanta, quando in magistratura, in polizia e nei carabinieri entrano uomini nuovi, e non è un caso che ci sia stato lo spartiacque del Sessantotto. Squadra Mobile, Procura, Tribunale: Boris Giuliano, Ninni Cassarà, Gaetano Costa, Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, alcuni dei quali negli atti del processo di Contrada risulta quanto e come diffidassero dell'imputato, appartengono a questa nuova stagione. A un nuovo metodo di lotta alla mafia, che sono stati poi decapitati con i kalashnikov e il tritolo.
Quegli uomini ruppero dichiaratamente quel patto, e con ciò si esposero in prima fila. Quando si dice e si scrive che furono "lasciati soli", questo si vuol dire. Essi servivano lo Stato in altro modo rispetto a Contrada, che lavorava nell'ufficio accanto, legatissimo all'establishment (che non ha, dunque, tutti i torti a urlare contro gli ingrati). Anzi: servivano un altro Stato, rinnovato e ripulito dalla presenza mafiosa, che intendevano far nascere dentro le strutture e le incrostazioni del passato.
Comunque vada a finire la terribile vicenda del superpoliziotto, c'è da riflettere e operare perché tutto ciò non torni mai più ad accadere.
A cominciare dalla pulizia delle liste elettorali, che un'improvvida esternazione del presidente della Camera ha appena reclamato nei confronti dei giudici che quell'antico patto vogliono cancellare.
Il Tremonti pentito
Nicola Cacace su l'Unità
Protezionisti
Il primo ministro francese De Villepin ha annunciato la fusione di Gaz de France e Suez, cioè la creazione di un colosso mondiale dell'energia e del gas da 64 miliardi di euro di fatturato, risposta francese al tentativo di conquista di Suez-Electrabel da parte dell'Enel. A questo punto e con questo governo senza amici in Europa non credo che l'Enel decida di lanciare comunque l'opa su Suez azzardando una mossa che aprirebbe un contenzioso colossale
Perché è vero che la decisione politica francese non è ancora formalizzata, ma è anche vera e reale la debolezza e contraddittorietà della posizione governativa italiana sul tema. Tremonti oggi colbertista pentito tuona indignato contro il ritorno del protezionismo dopo aver da tempo invocato protezioni e dazi contro tutto e contro tutti. Tremonti parla addirittura di "rischio agosto 1914" evocando lo scoppio della prima guerra mondiale ma, ricordando Colbert, nella stessa intervista (Corsera) ammonisce che "occorre evitare di bere il cocktail liberista".
La realtà è condensabile nelle risposte ferme e coerenti che il governo italiano avrebbe dovuto dare e non ha dato a due interrogativi: è opportuno difendere l'italianità di certe imprese strategiche? Con quali modalità oggi consentite dalle normative europee questa difesa sarebbe utile, possibile e vincente? Che le grandi banche siano una risorsa nazionale non c'è dubbio. Si pensi al prestito convertendo di tre miliardi di euro concesso da alcune banche "italiane" alla Fiat e conseguente salvataggio della nostra maggior impresa manifatturiera. Si pensi al modo sbagliato in cui l'ex governatore Fazio, appoggiato dal presidente Berlusconi, ha tentato di salvare l'italianità di Antonveneta e Bnl. Tra l'altro la parola italianità, che andava evitata, risulta esplicitamente denunciata nel comunicato stampa del presidente del Consiglio conseguente all'incontro con l'allora governatore Fazio. La verità è che queste modalità con cui il governo decise di difendere l'italianità erano rozze, controproducenti e perdenti.
Inutile invocare regole di reciprocità (noi impediamo a Edf di scalare Edison perché Edf, impresa pubblica al 70%, non è scalabile) per imprese e settori diversi e dai contorni diversamente complessi. Inutile negare che oggi tutti i paesi del mondo considerano banche, energia, società ad alta tecnologia, come "risorse nazionali strategiche" e che impiegano ogni mezzo per non perderne il controllo nazionale.
E tra poco scopriremo cosa significa, al di là della presidenza tuttora italiana (Abete) che il cervello di Bnl è a Parigi e non più a Roma. Come, dopo una decina di anni di presenza spagnola dominante in Bnl (Bbva) e San Paolo-Imi (Santander) abbiamo scoperto che in entrambe queste banche la loro presenza estera è stata praticamente azzerata (si è passati dal 15% circa al 5% circa), pensate ai rischi di blackout energetico e immaginate se non faccia differenza il fatto che il quadro di comando elettrico sia a Parigi, a Roma o a Dusseldorf. Certo, ci sono le normative europee sulla concorrenza e la libera circolazione dei capitali. Esse vanno rispettate e applicate con la massima intelligenza possibile come fanno francesi, spagnoli e tedeschi. Possiamo essere certi che le funzioni "crossborder" di imprese leader in settori strategici come banche, energia, industrie farmaceutiche, elettroniche, aeronautiche e delle armi non saranno facili come la recente vendita dei marchi di olio d'oliva Bertolli e Carapelli agli spagnoli.
Fusioni e concentrazione a livello "alto" saranno agevolate da accordi preventivi a livello di governo, come nel caso dell'Airbus tra francesi, tedeschi, inglesi e spagnoli, o avverranno difficilmente. Noi, con un primo ministro e un ministro dell'Economia che si muovono in modi contraddittori e antieuropei non vinceremo molte di queste battaglie.
Se non sapremo difendere con intelligenza le nostre poche grandi imprese anche aiutando la loro crescita ed eventualmente i loro successi all'estero, l'Italia diventerà una specie di Florida dell'Europa, buona solo ad attrarre vecchi e pensionati in cerca di brava gente, tanto sole e prezzi bassi.
Il partito trasversale degli eurodelusi
Francesco Verderami sul Corriere della Sera
ROMA - Per il partito degli europeisti italiani è impossibile negare l'evidenza, dunque la sconfitta. La mossa del governo francese sull'affaire "Enel-Suez" è stata una picconata al disegno unionista, che ha alimentato un vento anti-europeista nel Paese alla vigilia del voto. Per anni si sono contrapposti con successo agli "euroscettici", che a loro volta li avevano definiti "euroretorici". Ma ora giocoforza sono costretti a cambiar nome. Sono diventati gli "eurodelusi". Perché è molto complicato, anche nel Polo, reggere l'offensiva di quanti - a partire dal ministro della Lega Maroni - sostengono che l'intervento di Parigi "infligge un colpo mortale all'Europa". D'altronde, proprio due giorni fa a Berlino, alla convention dell'Aspen, l'ex commissario europeo Monti non aveva mascherato l'amarezza dopo aver saputo della decisione francese: "L'euro - aveva detto durante una riunione a porte chiuse - è una valuta unica alla ricerca di un mercato unico".
Le parole dell'ex rettore della Bocconi evidenziano la grande contraddizione che mina le fondamenta dell'Unione. E se il Carroccio è l'unica forza che provocatoriamente inneggia alla scelta parigina per sancire la bontà della propria linea, altri partiti - con diverso linguaggio - si schierano nel fronte trasversale. Nel Polo colpiscono le parole del leader dell'Udc Cesa contro l'"inaccettabile comportamento della Francia", e l'imbarazzo di Casini che si dice "europeista" ma accusa Parigi di esserlo a "intermittenza". Ancor di più nel centrosinistra emergono queste posizioni. Dietro le critiche al governo italiano, si fa strada un sentimento diffuso di ostilità a Bruxelles. Certo, è scontato che Bertinotti punti l'indice contro "l'Europa del trattato costituzionale che non dà soluzione ai problemi della società europea". Ed è altrettanto ovvio che Diliberto chieda al futuro governo Prodi di "disegnare un nuovo ruolo pubblico" sulla politica economica. Ma non è solo l'ala radicale a manifestare il dissenso.
Sebbene nel mirino ci sia il Cavaliere, inevitabilmente queste posizioni mettono in difficoltà Prodi, che da presidente della Commissione è stato uno degli architetti del progetto europeo entrato in crisi. Difatti il segretario dei Ds Fassino è assai prudente, chiede "una forte iniziativa a Bruxelles" per "far valere le regole comuni". E come lui si muove Enrico Letta dei Dl. Rutelli deve invece ritenere che quel tipo di Europa ormai non regga più, e difatti si distingue apertamente, precisando che un futuro governo di centro-sinistra "non dovrà escludere, se necessario, risposte a tutela dell'interesse nazionale".
La crisi dell'Unione europea in fondo era stata già sancita dal compromesso con cui Ppe e Pse avevano svuotato la direttiva Bolkestein sulle liberalizzazioni. "È lì che è nata la Grosse Koalition tra Ds e Fi", denuncia il radicale Capezzone, chiamando in causa il ministro dell'Economia italiano. "E se noi siamo diventati degli "eurodelusi" - commenta il ds Bersani - Tremonti è un euro-ondivago, viste le sue posizioni protezioniste. La verità è che sta cominciando una nuova era in Europa, che vedrà fusioni e concentrazioni in molti settori produttivi. Anche in quello dell'auto. Certo, la politica è in difficoltà. E il colpo dato dalla Francia la mette in crisi". "È questo sistema europeo a essere entrato in crisi", commentava ieri Tremonti nelle sue conversazioni riservate: "Doveva essere il decennio degli economisti e dei monetaristi, e invece la tragedia è avvenuta proprio nel tempio del mercato comune". Il ministro ritiene di essersi "preso una rivincita" rispetto a chi "aveva contestato le mie previsioni". Una rivincita su Prodi, non su Amato, "che da tempo ormai esprime posizioni nuove": "Ora bisognerà costruire un'altra Europa - sottolinea il titolare dell'Economia - perché l'Italia sarà sempre più dipendente dall'Unione". Una tesi che coincide con quella dell'udc Follini, secondo cui "nel gioco dei nazionalismi saremmo perdenti, il caso Enel lo dimostra. Ma la crisi profonda dell'Ue non la si risolve con la retorica dell'europeismo di cui Prodi è stato l'alfiere". Il vento anti-europeista ha fatto saltare i vecchi schemi, ed è difficile prevedere se gli "euro-pragmatici" dei due poli troveranno mai un'intesa.
Ballando sul Titanic
Alessandro Penati su la Repubblica
Le scalate ad Antonveneta e Bnl hanno rivelato un sistema bancario alla mercé dei capitali stranieri. La debolezza delle banche ha effetti diffusi: sono infatti determinanti nel controllo di gruppi come Generali, Rcs, o Pirelli. Qualcuno si scopre a rischio e organizza le difese (in Fiat, in Telecom, in Impregilo). Capitali stranieri rastrellano le attività messe in vendita da gruppi italiani a corto di risorse (Fiat Avio, Seat Pg, Pirelli Cavi) o da imprenditori che hanno passato la mano (Gs, Rinascente, Coin, Galbani). L´assalto tedesco alla spagnola Endesa ha dato il via a un´ondata di fusioni nel settore elettrico europeo, che ci coglie con lo straniero già saldamente in casa (appartengono a Endesa e a Electricitè de France il secondo e terzo operatore italiano).
Sembra un paese preso alla sprovvista, che si risveglia con i barbari alle porte, senza difese, rassegnato alla svendita.
Ma l´ondata di acquisizioni in Europa non è cominciata oggi, ed era largamente prevedibile. È la conseguenza del mercato unico dei capitali, e della frammentazione delle imprese europee, imbottigliate nei confini nazionali, troppo piccole per competere con i giganti americani e asiatici. L´attuale accelerazione è solo il frutto dei tassi storicamente bassi, e dell´enorme liquidità in circolazione. E siamo agli inizi: l´ondata è destinata ad ingigantirsi e durare.
Di fronte alla prospettiva dell´integrazione del mercato europeo, Francia e Gran Bretagna hanno adottato e perseguito con coerenza strategie chiare, per quanto opposte. I governi inglesi hanno privatizzato radicalmente, aprendosi completamente ai capitali esteri, consapevoli che molte imprese locali non sarebbero sopravvissute o sarebbero passate in mani straniere; ma sapendo che la pressione della concorrenza avrebbe trasformato le migliori imprese nazionali in colossi in grado di competere nel mondo. Così è stato. Nei servizi di pubblica utilità hanno privilegiato il consumatore, smontando gli ex-monopoli anche a costo di vederli passare in mani straniere, e tagliando le tariffe, a discapito dei loro conti economici. E in borsa, alla logica del controllo, hanno anteposto i diritti degli azionisti, permettendo loro di incassare sempre il prezzo di chi era disposto a pagare di più, a prescindere dalla nazionalità.
All´estremo opposto, i governi francesi hanno mantenuto un ferreo controllo dello stato sull´economia: direttamente (tutti i servizi pubblici, tecnologia, trasporti e molta industria sono ancora in mano pubblica), ricorrendo perfino alla nazionalizzazione, come è accaduto, di fatto, con la fusione tra Gaz de France e Suez; e indirettamente, con leggi ad hoc (quella recente sull´Opa), scendendo in campo a fianco dei privati attaccati dall´estero, e creando una rete tra manager e amministratori pubblici, che spesso si scambiano i ruoli. Sull´altare dei campioni nazionali, la Francia ha sacrificato i diritti dei consumatori (è il paese con il maggior numero di posizioni monopolistiche) e degli azionisti.
Tra la selezione darwiniana degli inglesi e il dirigismo francese, l´Italia resta in mezzo al guado e mostra le proprie debolezze: il vuoto politico di un governo senza idee, in balia all´emergenza del giorno; e un capitalismo inadeguato, guidato da manager, banchieri e imprenditori viziati da anni di protezioni, abituati a coltivare relazioni e trattare dietro le quinte più che a competere apertamente sul mercato.
Vorremmo privatizzare, in un mercato dei capitali liberalizzato; ma anche assicuraci che il controllo rimanga in mani italiane. Così, lo Stato non riesce a vendere più niente, e si deve inventare ogni volta un azionista surrogato che faccia le sue veci (Cassa DP, cooperative, comuni e province, banche, fondazioni).
Vorremmo creare i campioni nazionali, senza capire che la dimensione richiesta dal mercato globale è troppo grande perché sopravviva un gruppo di controllo. Anzi è proprio l´ossessione di mantenerlo che impedisce alle società di raccogliere i capitali necessari a fare acquisizioni e crescere.
Vorremmo liberalizzare i servizi; ma senza pregiudicare il controllo nazionale, e promuovendo i campioni. Così, non riduciamo le tariffe, per non indebolire i bilanci delle società che aspirano a diventare campioni. Non scorporiamo la rete elettrica e del gas per facilitare la concorrenza, perchè non c´è l´azionista adatto a comperarsele. Imponiamo all´Enel di dismettere attività e pagare fiumi di dividendi, per poi chiederle di utilizzare le risorse per lanciarsi in costose scalate all´estero. Vogliamo rompere il monopolio dell´Eni nel gas, ma rimpiangiamo i tempi in cui, da monopolista, provvedeva a tutti gli investimenti necessari.
Vorremmo affrontare i francesi con le loro stesse armi ma, privi di una cultura dello stato forte, ci muoviamo da dilettanti allo sbaraglio. Così, il blocco dei diritti di voto di Edf in Edison ha sortito come unico effetto un accordo con Enel, neppure certo, dal valore economico limitato. E il management di Enel annuncia al mondo l´intenzione di scalare Suez, con l´unico risultato di far lievitare i prezzi e dar tempo al Governo francese di organizzare una fusione difensiva. Le Opa ostili non si annunciano: si lanciano.
Vorremmo banche grandi ed efficienti; ma abbiamo banchieri educati alla trattativa e alla ricerca del consenso, che insistono nel tentare fusioni amichevoli (al triplo dei prezzi di qualche anno fa), che sono improbabili (quanto ci sono poltrone da tagliare) quanto inefficienti. (Giova ricordare che il maggior gruppo italiano, Unicredit, è nato dall´unica Opa ostile bancaria, sul Romagnolo).
Pare di essere sul Titanic: il comandante fa il galante con le signore mentre la nebbia avvolge la nave. Fra poco un iceberg sventrerà la fiancata. Eleganti signori si attarderanno a bere l´ultima coppa di champagne, rassegnati al disastro; altri saranno disposti a calpestare donne e bambini nel tentativo di accaparrarsi un posto sull´ultima scialuppa. In terza classe faranno la fine del topo. Mentre l´orchestra continuerà a suonare la solita musica. Nel poco tempo che resta, potremmo almeno provare a cambiare rotta. Scusi, comandante, da che parte per l´Inghilterra?
27 febbraio 2006