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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 24-25 febbraio 2006


Berlusconi lancia il decalogo della Cdl
Presentato il programma. Documento di 20 pagine in dieci punti. Firma anche la Lega
Berlusconi: «Lo schema a tre punte è finito, il candidato sono io»
sul
Corriere della Sera on line

ROMA - «È la conferenza stampa del leader della Cdl». Sala gremita, a palazzo San Macuto. Berlusconi annuncia l'intesa sul programma elettorale della prossima legislatura. In serata colorisce il concetto: «Lo schema a tre punte è finito, il candidato sono io. Lo dice la legge».
Come risulta dalla firma, in calce al documento, degli alleati, Lega compresa. «Sono in corso nuove sottoscrizioni da parte di altri movimenti nella sede di Forza Italia. Alla fine ci sarà un numero sostenuto di liste che aderirà», spiega il premier. Che per trenta minuti snocciola davanti ai giornalisti le riforme del passato, le leggi di questi cinque anni di legislatura. Quindi punta il dito contro il centrosinistra. «Ho visto il programma dell'Unione: è fatto di molte vaghezze». E invece le cose «che noi annunciamo nel nostro programma si fondano invece sulla credibilità di chi ha promesso».
- Il programma della Cdl 2006
- Il contratto con gli italiani del 2001
- Il programma dell'Unione 2006



Il programma Cdl e l'indicazione di Berlusconi come unico capo
Sara Bianchi su
Il Sole 24 Ore

Ieri la Casa delle Libertà presenta il suo programma, venti pagine in tutto, già anticipate, fatte salvo
le correzioni dell'ultimo minuto; nel testo viene precisato che il capo unico della Cdl è Silvio Berlusconi: «Gli alleati collegati nella coalizione della Casa delle Libertà depositano il seguente programma dichiarando di indicare nella persona dell'attuale presidente del Consiglio Silvio Berlusconi l'unico capo della coalizione».

Dopo un preambolo sulla situazione internazionale e sui valori dello schieramento, si passa alla lista delle cose da fare nella prossima legislatura, toccando dieci temi specifici: famiglia, sud, sviluppo e competitività, fisco, finanza pubblica, casa, sanità, ricerca e energia, società solidale, giustizia e sicurezza. Nel testo è rinnovato l'impegno a difesa delle radice giudaico-cristiane dell'Europa e il suo ruolo a tutela dei principi morali e della famiglia, così come aveva chiesto la Lega.
Il primo punto è dedicato alla famiglia, intesa come comunità naturale fondata sul matrimonio, che sarà il centro privilegiato del rapporto fiscale basato sul criterio del quoziente familiare. Si parla del buono bebè sul modello francese e del bonus locazioni per aiutare le giovani coppie.
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Riguardo al sud, vengono annunciati il potenziamento delle infrastrutture, a partire dal Ponte sullo Stretto di Messina, il federalismo fiscale e solidale, la fiscalità di sviluppo compensativa, la lotta alla criminalità organizzata e la creazione di una banca per il mezzogiorno.
In termini di sviluppo economico, la Cdl prevede la creazione di un ulteriore milione di posti di lavoro, maggiore concorrenza in settori strategici come le banche e le assicurazioni, l'energia e le telecomunicazioni, una nuova legge sulle professioni e la detassazione degli utili reinvestiti in attività produttive.

Il cuneo fiscale sarà ridotto (quasi certamente di tre punti), l'Irap sostituita, come pure l'Iva sul turismo e il versamento dell'Iva potrà essere effettuato dopo l'incasso della fattura.
Sul fisco il centrodestra rilancia l'obiettivo di ridurre la pressione fiscale sotto il 40% del Pil e l'avanzamento delle misure di contrasto all'evasione fiscale.
In tema di sanità è previsto il completamento del piano per l'eliminazione delle liste d'attesa, la riforma della legge 180, quella sui malati di mente, l'introduzione dell'educazione sanitaria nelle scuole, misure di prevenzione per la patologie endemiche, garanzia di maggiori investimenti alla ricerca medica.

Su giustizia e sicurezza, oltre alla proposta di alzare il numero dei poliziotti di quartiere a 10mila, la Cdl annuncia il completamento della riforma dell'ordinamento giudiziario con la separazione netta delle carriere tra giudici e pm; ma anche più attenzione ai piccoli reati come il furto e la prostituzione; il rafforzamento del contrasto all'immigrazione clandestina e l'ingresso in Italia privilegiato per chi proviene da paesi che garantiscono la reciprocità.


Il silenzio dei promettenti
elezioni e conti pubblici
Luca Ricolfi su
La Stampa

Non passa giorno che non ne sparino una nuova. Pensioni minime a 800 euro, assegni di 2500 euro a bebè, 3000 nuovi asili nido, libri di scuola gratis, abbassamento dell'Ici, case agli sfrattati, contributi all'affitto, musei-cinema-treni-tv gratis per gli anziani, sostegno economico per il cagnolino, riduzione del «cuneo fiscale» (volgarmente: meno contributi previdenziali).

Più si avvicina la data delle elezioni, più lo stile comunicativo dei due aspiranti premier diventa simile, e radicalmente diverso rispetto al passato. Il centro-sinistra ci aveva abituati a programmi omnibus, in cui c'era assolutamente tutto ma nulla era ben definito. Il centro-destra, nel 2001, ci aveva stupiti con un «contratto» di appena cinque punti, in cui c'erano solo alcune cose, ma quelle erano perfettamente chiare.

Fino a pochi giorni fa sembrava ancora questo lo schema dei due contendenti: l'Unione aveva presentato un programma di 281 pagine, indigeribile per qualsiasi persona con una mente ben ordinata, Berlusconi aveva fatto una manciata di promesse, relativamente precise ma difficilmente realizzabili.

Ora, quasi per miracolo, la novità. Prodi e Berlusconi parlano entrambi in modo concreto, ossia di cose che la gente capisce, ma lo fanno in modo elusivo. Raramente specificano con cura l'ampiezza dei benefici che promettono.

Quasi mai precisano i costi e i tempi dei provvedimenti che annunciano. Ma soprattutto si guardano bene dal dirci dove troveranno le risorse necessarie per mantenere le promesse di cui generosamente ci inondano.

Così l'asta va avanti, ad ogni giro il prezzo delle promesse sale, gli studiosi giustamente ci fanno notare che stiamo parlando di parecchi punti di Pil (prodotto interno lordo), ma nessuno pare in grado di ottenere dai due contendenti una risposta chiara alla domanda delle domande: dove troverete i quattrini?

Se i nostri candidati premier pensano che non saranno «lacrime e sangue», vorremmo sapere su quali dati fondano la loro serenità. E se invece pensano che «lacrime e sangue» saranno, come mai si ostinano a prometterci mari e monti.


Scontro con Berlusconi, toghe all'attacco
Marvulli: «Il Cavaliere ha deliri di persecuzione». Il presidente del consiglio aveva detto: «antonveneta è straniera per colpa dei pm»
Guido Ruotolo su
La Stampa

ROMA. Teatro Capranica, congresso nazionale dell'Anm. Nicola Marvulli è il primo presidente della Cassazione. A una giornalista che gli chiede il giudizio sulle accuse del premier Berlusconi contro i magistrati milanesi che indagano su Bancopoli, «che hanno portato una nostra banca in mani straniere», risponde: «Sono deliranti. Realisticamente, ci troviamo di fronte a un delirio di persecuzione». L'alto magistrato non si scompone quando gli si fa notare che il Capo dello Stato ha apprezzato i «toni pacati» della relazione del presidente dell'Anm, Ciro Riviezzo: «Giustamente Ciampi invita alla pacatezza, ma più pacati di così non si può essere».

Non recede di un millimetro Silvio Berlusconi, che anzi conquista il consenso di Gianfranco Fini, che su Bpi e Antonveneta gli dà sostanzialmente ragione. Mentre si dichiara amareggiato, stupito, il procuratore di Milano, Manlio Minale, «per gli ingiustificati, immotivati, denigratori attacchi da parte di chi riveste un'alta carica istituzionale». Minale sente come un dovere morale ribadire la «correttezza dell'operato dell'Ufficio». Il congresso dell'Anm avverte un disagio profondo. Del resto si svolge a conclusione di una legislatura parlamentare segnata da conflitti e contrasti durissimi.

Da contrapposizioni che gli stessi vertici della magistratura associata vorrebbero definitivamente archiviare. Significativo l'applauso che strappa Nello Rossi, vicesegretario dell'Anm, che si augura che «sulle questioni di giustizia riprenda vigore, dopo anni di difficoltà, incomprensioni, inusitate asprezze un confronto serio, civile, argomentato nell'interesse dei cittadini, che vengano ripristinate insieme la dignità della politica e la dignità della giustizia». Più che per adesione ideale o ideologica, la platea delle «toghe nere» implicitamente si augura che vinca l'Unione alle prossime politiche, perché la coalizione guidata da Silvio Berlusconi non solo rivendica le riforme fatte, le leggi che l'opposizione sprezzantemente definisce ad personam, ma annuncia che vuole procedere speditamente alla separazione delle carriere.



Un sacrilegio più grande delle vignette danesi
Magdi Allam sul
Corriere della Sera

L'esplosione della guerra delle moschee in Iraq è la prova inequivocabile che il male vero dell'islam si annida al suo interno. Ed è l'ideologia dell'odio e della morte da parte di coloro che si sono auto- proclamati detentori della Verità, dell'unico «Vero Islam», finendo per disconoscere il diritto alla vita di tutti coloro che non si sottomettono al loro arbitrio. Così come attesta, facendo il raffronto con la reazione alla pubblicazione delle vignette su Maometto, che il terrorismo è sempre aggressivo, mai reattivo.
Se non ci fossero i burattinai del terrore che strumentalizzano la religione e fanno leva sulle frustrazioni delle masse, non ci sarebbe il terrorismo. L'attentato a opera di terroristi islamici contro la moschea di Al Askariya di Samarra, uno dei luoghi di culto più sacri dello sciismo, è un atto indubbiamente sacrilego. Così come sacrilega è la reazione degli sciiti che hanno incendiato decine di moschee sunnite e massacrato oltre un centinaio di persone. Questa guerra delle moschee è certamente ben più grave delle vignette danesi sulla cui blasfemia si può legittimamente obiettare.

Eppure mentre ovunque le masse musulmane si sono mobilitate per protestare contro le vignette e gruppi terroristici hanno distrutto chiese e ambasciate, determinando la morte di cristiani e musulmani, la reazione nel mondo islamico alla distruzione e profanazione delle moschee nonché alla strage di musulmani è stata in proporzione quasi insignificante. Sul perché è doveroso riflettere approfonditamente. Mi sembra evidente che non si voglia tanto difendere l'islam quanto aggredire tutti coloro che vengono considerati dei nemici da parte dei mestatori d'odio e dei burattinai del terrore. Che sanno benissimo di poter sfruttare e strumentalizzare l'odio annoso e alimentato ad arte contro gli occidentali, i cristiani e gli ebrei. Con l'obiettivo di costringere tutti i musulmani a compattarsi in un blocco monolitico all'insegna della guerra di religione e di civiltà.
Finendo inesorabilmente, perché non c'è un limite alla violenza cieca, nel baratro della guerra tra gli stessi musulmani che, a dispetto della litania ideologica sull'unicità dell'islam, di fatto credono in una religione che da sempre è fisiologicamente plurale. Una pluralità che, proprio perché non viene ammessa e rispettata, degenera nella violenza tra gli autoproclamati custodi dell'ortodossia e gli eretici di turno.

Si pensi solo alla distruzione nel 1806 da parte dei wahhabiti della Kaaba, il santuario della Mecca, il luogo più sacro dell'islam verso cui si rivolgono in preghiera i fedeli cinque volte al giorno. Mi auguro che riflettano anche i nostri politici che, nel nome del rispetto dell'islam, si sono affannati a scusarsi per le vignette su Maometto e per l'attacco al consolato italiano a Bengasi, fino a tendere lamano al nazi- islamico iraniano Ahmadinejad e a fare l'occhiolino ai terroristi di Hamas.



L'Fbi: torture approvate da Wolfowitz
Documenti segreti diffusi ieri dall'Aclu rivelano (confermano) che le «tecniche d'interrogatorio» usate a Guantanamo venivano dall'alto: dal numero 2 del Pentagono. E' l'Fbi a dirlo.
M. M. su
il Manifesto

Poche mele marce su un albero da cui piove democrazia? Il permesso per torturare i prigionieri di Guantanamo venivano dai «senior Defense Department personnel» e sono stati, fin dalla fine del 2002 e l'inizio del 2003, «approvati dal Deputy Secreteray of Defense». Ossia da quel Paul Wolfowitz, uno degli esponenti di punta dei neo-conservatori che allora era il numero due al Pentagono dopo il ministro Donald Rumsfeld e che poi, con il secondo governo Bush, è stato mandato a dirigere la Banca mondiale. A rivelarlo sono i documenti della Fbi che l'Aclu, il maggior gruppo per la difesa dei diritti civili degli Usa, prima ha strappato al segreto di stato - grazie al benemerito Freedom of Information Act - e ieri ha reso pubblici nel suo sito web (www.org/torturefoia).

Più di 90 mila pagine di documenti segreti che il governo ha dovuto «mollare» sulla base della richieste della Aclu e di altri gruppi: Center for Constitional Rights, Physicians for Human Rights, Veterans for Common Sense, Veterans for Peace, New York Civil Liberties Union. Che vanno tutti citati perché loro sono la faccia buona dell'America.

«Noi abbiamo ora bizzeffe di prove che i leader politici e militari hanno appoggiato metodi di interrogatorio che violano le leggi sia nazionali sia internazionali», ha detto ieri presentando i documenti Jameel Jaffer, uno degli avvocati della Aclu. «E' del tutto inaccettabile che nessun esponente istituzionale di livello sia stato chiamato a risponderne».

Il pezzo forte di quei documenti è un memorandum redatto dalla Fbi, il Federal Bureau of Investigation, fin dal 30 maggio del 2003, due mesi dopo l'inizio della «guerra di liberazione» dell'Iraq. Secondo il «memo» i «Defense Department interrogators» erano «incoraggiati dai loro superiori a usare tattiche aggressive d'interrogatorio» che, secondo gli agenti dell'Fbi in visita a Guantanamo, erano «di efficacia discutibili e soggetti a interpretazione incerta stando alla legge e al regolamento».

Ovvio, dal momento che erano ordinate e appoggiate dai massimi livelli del Pentagono: un altro documento declassificato e diffuso ieri, è una e-mail della Fbi datata 5 maggio 2004 in cui sta scritto che «prigionieri incappucciati, minacce di violenza e tecniche dirette a umiliare i detenuti» (come ad esempio «avvolgerli nella bandiera israeliana») erano «approvate ad alto livello» nel Pentagono. Ad altissimo livello: un'altra e-mail dice che erano «approvate dal vice segretario della difesa». Paul Wolfowitz, quello che piaceva tanto ai neo-con e teo-con nostrani.

I documenti diffusi ieri erano stati liberati dall'Fbi e dalle segrete stanze già il 15 dicembre 2004, ma erano così piene di omissis che la Aclu ha portato un'altra volta l'Fbi davanti al tribunale sulla base del Freedom of Information Act. Ma ce ne sono ancora molti tenuti segreti o coperti da omissis. Per cui l'Aclu è ricorda di nuovo alla giustizia e aspetta l'udienza del 5 aprile. Aspettiamo anche noi.


Eufronio, l'Italia vince ma il Met non perde
Fabio Isman su
Il Messaggero del 22 febbraio

Vaso di Eufronio

IL MITICO Vaso di Eufronio, tanto grande da contenere 45 litri di liquido, scavato di frodo a Cerveteri nel 1971, tornerà in Italia a gennaio 2008; ma ancora prima, avverrà la consegna di altri quattro importantissimi vasi; e farà ritorno nella Penisola anche l'eccezionale corredo di 15 argenti ellenistici, scavati di nascosto a Morgantina: tra lo Stato italiano e il più importante museo al mondo, il Metropolitan di New York, dopo quattro ore di “sessione” delle delegazioni tecniche, è stato trovato un accordo, che il direttore del museo Philippe de Montebello firmerà, oggi pomeriggio, davanti al ministro per i Beni culturali, Rocco Buttiglione. Il “Met” riconosce la proprietà italiana degli importantissimi reperti, e in cambio sigla un vantaggioso accordo culturale col nostro Paese, senza nemmeno correre il rischio di trovarsi iscritto in una scomoda “lista nera” di chi, per accrescere le proprie collezioni, fa ricorso al mercato clandestino, e illegale, di reperti archeologici. Il Metropolitan riceverà prestiti a rotazione (come si vede, per qualche tempo, anche di questi stessi oggetti contesi); sarà associato in campagne di scavo in Italia, e così potrà studiare, restaurare e esporre i reperti ritrovati; sarà in grado d'organizzare, con “pezzi” italiani, mostre, sempre d'archeologia, che finalmente espongano dei “contesti”, il che finora gli era praticamente impossibile: solo oggetti magari bellissimi, ma pur sempre isolati tra loro.

Di un'anfora a figure rosse, attribuita al Pittore di Berlino, nell'archivio ginevrino sequestrato a Giacomo Medici erano state trovate perfino 34 fotografie, che la ritraevano poco dopo lo scavo clandestino, e prima di ogni restauro: forse faceva parte (lo indicherebbero le stesse immagini) di un più nutrito corredo, con altre due anfore e probabilmente anche i 15 argenti; altre tre foto eternavano un'anfora attica, anch'essa a figure rosse, alta ben 33 centimetri. E del Vaso di Eufronio, ormai, si sa pressoché tutto: ritrae Sarpedonte che muore, Hypnos e Thanatos gli sono accanto; è stato scavato a Cerveteri prima del 1971, forse da tali Temperi, Prosciutti e Montaspro; il mercante Robert Hecht, che fino al 1974 è vissuto nella Capitale italiana ed attualmente è sotto processo a Roma insieme a Marion True, per decenni curator del Getty, ha scritto, in un suo memoriale poi disconosciuto, d'averlo avuto proprio da Medici; e comunque, lo vende al “Met” per un milione di dollari. Altri due frammenti di quello stesso vaso, che forse componeva una parure di sepoltura con una analoga kylix , vengono recuperati dai carabinieri nel '73, dopo una telefonata anonima.
La legge italiana, come si sa, dal 1909 statuisce che ogni reperto sottoterra appartiene allo Stato; ogni scavo ad opera di privati è quindi clandestino, come illegittima è l'esportazione, poi avvenuta, di questi oggetti. Tra le carte del processo in corso, qualcuno testimonia che, in quegli anni, «dall'Italia partivano Tir interi carichi di opere d'arte»; prima destinazione, di solito, la Svizzera; poi, le collezioni private, ma spesso anche i musei, un po' in tutto il mondo. Magari, anche dopo il passaggio dalle case d'asta, o da qualche collezione privata più o meno di comodo. La restituzione decisa dal Metropolitan, messa in relazione anche con la rilevante pressione dei media e dell'opinione pubblica americana, è probabilmente un preludio anche per un non difforme accordo con il Getty Museum californiano, che di oggetti provenienti dal nostro Paese ne ha ancora di più: anche il bronzo di atleta di Lisippo, anche la marmorea Venere di Morgantina.



«I progetti? Solo caricature». «No, c'è innovazione»
Incontro al «Corriere» sui cantieri che cambieranno il volto della città. Manfredi Catella: critiche inutili, c'è bisogno di sobrietà
Maurizio Giannattasio sul
Corriere della Sera

«Sono caricature della città». L'architetto Mario Botta pesa scientificamente le parole e poi spara ad alzo zero sui tre grandi interventi che stanno cambiando il volto della città: Santa Giulia, Garibaldi-Repubblica, vecchia Fiera. Attacca gli architetti, attacca i committenti, attacca il Comune. Provocando la reazione immediata dei presenti e degli assenti. Il più velenoso, l'assessore all'Urbanistica, Gianni Verga: «Capisco. Quando parla un architetto che non ha fatto gli interventi, ne parla male».
Sala Montanelli. Botta e Stefano Boeri, direttore di Domus,
partecipano al convegno organizzato dalla Fondazione Corriere della Sera su la Forma della Città. Si parla di città diffusa, di obbrobri urbanistici, di architetti che non hanno capito in tempo svolte epocali che hanno cambiato il volto dell'intero paesaggio. Ma Botta si scatena solo quando si arriva a parlare degli interventi sulle aree dismesse di Milano: «Si è voluto riempirli di mix funzionali perché aspirano a essere delle città autosufficienti. In realtà sono delle caricature di città. Con una mancanza forte: non rispettano le tracce storiche, c'è un azzeramento totale, mancano anche i segni minimi di ricucitura. Abbiamo copiato un modello americano: perché lì si azzera, si costruisce un quartiere, e dopo 25 anni si butta tutto giù e se ne costruisce un altro. È un modello sbagliato, è una ferita per Milano. La nostra colpa è stata quella di non fermare l'importazione di modelli uguali in tutto il mondo, a Milano come a Dubai. La storia non conta più nulla».

Anche Stefano Zecchi, assessore alla Cultura, è in disaccordo con Botta, ma più per motivi filosofici che nel merito: «L'azzeramento e la sostituzione sono diventati una necessità. Uno può essere in accordo o in disaccordo, ma ci troviamo di fronte a un destino storico. Il giudizio estetico del '900 ha distrutto il concetto di bellezza. Ci troviamo in uno stato di continua sperimentazione che non lascia certezze se non quelle della globalizzazione. E nella globalizzazione l'azzeramento e la sostituzione non sono un'opzione, ma una necessità».



Civati: serve una svolta, nei Ds candidati troppo vecchi
Trent'anni e 20 mila preferenze alle regionali. «Nella pratica vediamo un clamoroso fallimento di tutti i buoni propositi»
Marco Cremonesi sul
Corriere della Sera del 22 febbraio


Cinquantaquattro anni e mezzo. Non è verdissima l'età media dei primi dieci candidati della Quercia in corsa per Montecitorio. Nulla di male, non fosse che sabato scorso Massimo D'Alema in un'intervista alla
Stampa predicava la necessità di «lasciare spazio a una nuova generazione di dirigenti, più libera dalle vicende del passato e meno condizionata da antichi conflitti». Pippo Civati, 30 anni, alle scorse regionali ha portato al partito di D'Alema qualcosa come 20 mila preferenze nella bianca Monza.
Civati, diciamolo: i candidati proprio non appartengono alla «nuova generazione».
«È vero. Ma se lo fa dire a me, sembra che mi stia autopromuovendo».
Allora scriviamolo: la richiesta parte dal Corriere. Detto questo?
«Nella pratica vediamo un clamoroso fallimento di tutti i buoni propositi. Se poi ci confrontiamo con gli altri Paesi, il divario è tragico».
Come mai?
«Misoneismo, paura di perdere un po' di potere, difficoltà nel comprendere i nuovi linguaggi... Non è strano: capita già a me di notare le differenze di espressione con i più giovani».
Però, anche il «giovanismo» può essere una forma di retorica. O no?
«Certo, se non si vedono assunzioni di responsabilità vere.
Io sono uno zapaterista duro: il premier spagnolo ha nominato sottosegretario alla cooperazione internazionale una ragazza di 25 anni. Del resto, lui stesso è entrato nelle cortes alla stessa età».
Quale è il valore aggiunto di un politico giovane?
«Come dice D'Alema, c'è un minor condizionamento della storia. Soprattutto a sinistra, sappiamo da dove veniamo, ma non ce ne facciamo troppo condizionare. Ciò significa anche un linguaggio meno legato alla politica e più alla realtà. Si è più concreti. Ma esiste il rovescio della medaglia: si studia poco. La sensazione è che della cultura politica si possa fare a meno. E invece i vecchi e i nuovi testi vanno letti».
Dice D'Alema che la nuova generazione è più adatta a costruire il futuro partito democratico. È d'accordo?
«Un giovane diessino e un margheritino della stessa età hanno un linguaggio comune oggi molto più che un tempo. Detto questo, alle primarie ho visto un vecchio sindaco democristiano lavorare al seggio insieme con il comunista che lo aveva sostituito. E facevano almeno 150 anni in due».
Lei è stato votato da quasi 20 mila persone. Vien da dire che la gente si fida di lei molto più che non il partito.
«Attenzione, però: le ragioni dietro a un'elezione sono tante».
Ad esempio, il suo slogan «Che ci faccio alle nonne»?
«Guai a lei se lo ricorda. Però, dietro c'è un tema vero, l'alleanza tra generazioni. La freschezza e la novità funzionano, anche perché rompono certi schemi. Per contro, si corre il rischio della mascottizzazione».
Lei si sente una mascotte?
«No, perché poi ho scoperto che nella generazione dei padri e dei nonni c'è un grande interesse per i problemi dei giovani, è argomento che li preoccupa davvero. In questo senso parlavo di alleanza tra generazioni: il consenso non è solo adesione affettiva e benevolente».
La Lega ha parecchi dirigenti giovani.
«È vero, forse perché il partito non ha una storia poi lunghissima: gli stessi Salvini e Zanello sono dei veterani. Da noi il leader più giovane è Veltroni, che ha cinquant'anni».
A Milano ci sarà un candidato sindaco per il partito dei trenta-quarantenni.
«Mah, quella è una cosa a cui io non credo. Sembra un patto generazionale contro, mi pare abbia poco respiro».


  25 febbraio 2006