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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 23 febbraio 2006


Quelle ricette troppo deboli
Il declino dell'Italia, i programmi e la Ue
Michele Salvati sul
Corriere della Sera

Sarebbe sbagliato se la discussione su «Il contratto con gli italiani» di Berlusconi, provocata dal bel libro di Luca Ricolfi («Tempo scaduto», Il Mulino), acquistasse un significato maggiore di quello che può avere nella valutazione del governo di centrodestra. Dalla sua analisi Ricolfi trae la conclusione che il contratto non è stato rispettato (non si rispetta un contratto se si soddisfano solo in parte gli impegni assunti) e dunque Berlusconi dovrebbe oggi onorare la promessa di non presentarsi alle elezioni. Ma basare su uno strumento propagandistico, sia pure efficace e innovativo come il contratto «stipulato» a Porta a Porta, il giudizio su chi votare nelle prossime elezioni politiche significa accettare l'agenda di una delle due parti in causa: anche se Berlusconi avesse rispettato il suo contratto al 100 per cento, il governo ha fatto (o non ha fatto) tante altre cose che possono egualmente indurre un elettore a preferirgli l'avversario.
Ce n'è una, in particolare, su cui vorrei insistere, perché il centrodestra sembra non aver tratto alcuna lezione dalla sua esperienza di governo e presenta un programma per la prossima legislatura molto simile al precedente. La promessa cardine del «contratto», quella della riduzione delle imposte sul reddito, era giustificata da un'analisi che faceva risalire il ristagno economico del nostro Paese alla debolezza della domanda, allo scarso dinamismo dei consumi: bastava lasciare un po' più di quattrini nelle tasche degli italiani, e insieme lasciare un po' più libere le imprese sul mercato del lavoro, per far ripartire la macchina ingrippata dell'economia italiana. Questa è una visione dei nostri guai del tutto sbagliata e Francesco Giavazzi (Corriere, 17 febbraio, e poi ancora ieri) ha fatto bene a ribadire il giudizio contrario, comune a gran parte degli economisti: i nostri guai derivano da una scarsa competitività dell'economia italiana, che può essere curata solo con un'opera inflessibile e paziente di eliminazione di rendite, di liberalizzazione dei mercati, di aumento dell'efficienza, di contenimento dei costi, di stimolo all'innovazione. Queste sono le vere ricette per curare il declino, assai poco seducenti per gli elettori: chi volesse scriverle su un nuovo contratto non otterrebbe molti consensi.
E infatti Berlusconi si guarda bene dallo scriverle. Forse anche dal pensarle, perché un'immagine disastrosa dello stato dell'economia italiana come quella confermata dalle stime della Commissione europea che tutti i giornali hanno commentato ieri è intollerabile anche per le teste migliori del centrodestra.



E su Radio Padania va in onda la difesa «dell'eroico Roberto»
Marco Cremonesi sul
Corriere della Sera

MILANO — «Forza Roberto, Roberto eroe». L'intervento di Gianfranco Fini è quel che mancava al Carroccio per fare quadrato intorno all'ex ministro Calderoli. Fino all'altro giorno, il movimento non aveva brillato per reattività. Al punto che ieri mattina il quotidiano varesino la Prealpina apriva con una durissima intervista a Roberto Maroni contro quei «dirigenti che hanno dimostrato un cuore freddo» verso «un compagno di lotta che alla Lega ha dato tanto». Con il diffondersi delle parole del ministro degli Esteri, ecco l'occasione di recupero.
L'europarlamentare Matteo Salvini gongola: «In fondo, dovremmo ringraziare Mohamed Fini». Scusi? «Sì, perché sta franando anche tra i suoi, oggi continuano a dirmelo». Cosa le dicono? «Che a furia di andare in moschea e di chiedere scusa sta scocciando tutti. Detto questo, le parole di Fini sono da irresponsabile». Il capo dei deputati padani, Andrea Gibelli, parla di «affermazioni da segretario di partito e non da esponente del governo che deve rispondere su fatti precisi... Francamente, non ce l'aspettavamo». Al punto da rivalutare persino Giuseppe Pisanu, principe di quei «democristi» contro cui la Lega non si stanca di scagliarsi: «Pur nelle tante differenze, ne abbiamo apprezzato la pacatezza e l'equilibrio».

Per tutti il tema è l'«eroico Roberto»: «È la favola del lupo che accusa l'agnello di sporcargli l'acqua anche se sta più a valle. Adesso la colpa è di Calderoli, non dei tagliagole». Un po' il concetto ripreso da Roberto Castelli, che si è andato a leggere il verbale dell'audizione di Fini: «Non volevo credere che si fosse espresso in quel modo». E invece è così. E allora il ministro tuona: «Non può passare la tesi che c'è stata una provocazione e dunque si avalla la violenza. Se un terrorista ripetesse l'esperienza spagnola in Italia, si dirà che la colpa è di Calderoli?».


La Fallaci sta preparando una vignetta su Maometto
L'annuncio a New York. Vuole raffigurare il profeta "con le sue nove mogli, le sedici concubine e una cammella col burqa"
sul
Corriere della Sera

FIRENZE - Oriana Fallaci sta preparando una vignetta su Maometto. Lo ha annunciato lei stessa, martedì sera nella sede del consolato italiano a New York, dove ha ricevuto la Medaglia d'Oro dal presidente del consiglio regionale della Toscana Riccardo Nencini. E' quanto riferisce il Giornale della Toscana in un ampio servizio in cui il direttore Riccardo Mazzoni racconta la cerimonia.

La Fallaci ha spiegato di voler raffigurare Maometto "con le sue nove mogli, fra cui la bambina che sposò a 70 anni, le sedici concubine e una cammella col burqa. La matita, per ora, si è infranta sulla figura della cammella, ma il prossimo tentativo probabilmente andrà meglio".



Chi trova un De Mico…
Marco Travaglio su
l'Unità

Massima solidarietà a Clemente Mastella che, forse non tutti lo sanno, ma ha perso il tesoriere. Immaginate la scena: uno si sveglia una mattina e così, di punto in bianco, non trova più il cassiere. Il che è già seccante. Ma ancor più seccante è che sia sparita anche la cassa. Secondo le cronache peraltro scarne dell'altro giorno, il protagonista della grande fuga, che segnaliamo a «Chi l'ha visto?» per eventuali avvistamenti, è l'ex senatore Tancredi Cimmino. Il quale ha deciso di dirottare i finanziamenti pubblici al quotidiano del partito «Il Campanile» in una cooperativa da lui stesso presieduta, con un nobilissimo scopo: costringere l'Udeur a inserirlo nei cinque candidati con poltrona garantita in quota Prodi. Notizie non confermate dell'ultimora assicurano che Clemente ha trovato una mediazione, anche se non osiamo immaginare quale. Nell'augurarglielo di cuore, ci permettiamo di rammentargli la saggia lezione della vecchia Dc. Lì tutti potevano rubare, tranne uno: il tesoriere. Lui doveva garantire che le mazzette incassate giungessero a destinazione per intero, senza prelievi strada facendo. Vedi il caso di Severino Citaristi, che violò mezza dozzina di leggi per una ventina d'anni, ma senza mettersi in tasca una lira.
Negli stessi anni, nello Scudocrociato, se ne vedevano di tutti i colori. C'era un tizio, tanto per fare un esempio, che essendo il segretario del ministro delle Poste Vittorino Colombo, andava in giro a batter cassa a nome del suo principale. Che, però, non ne sapeva nulla. Si chiamava Gianfranco Mazzani, milanese, classe 1940. Non sbagliava un colpo. Al solo architetto Bruno De Mico, quello della Codemi e delle carceri d'oro, riuscì a strappare 25 tangenti per un totale di 1.135.000 di lire, dal 1980 al 1987. Mazzani raccontava di dover ungere le ruote al ministero per fargli vincere gli appalti. De Mico abboccava, pagava e segnava tutto sul suo computer in un file cifrato con la contabilità parallela. Poi due giovani pm, tali Davigo e Di Pietro, scoprirono tutto. Era il 1988. Arrestato, De Mico confessò. E Mazzani, per 25 delle 33 bustarelle a lui attribuite nei file dell'architetto, fu poi condannato in tribunale a 5 anni, in appello a 3 anni e 4 mesi e finalmente, il 13 maggio 1998, in Cassazione a 3 anni e 3 mesi definitivi per millantato credito, con tanto di risarcimento al ministero. Nella sentenza si parla anche di libretti al portatore con 600 milioni di cui Mazzani non potè spiegare l'origine. In seguito un paio di indulti gli ripulirono la fedina penale, ma non poterono certo cancellare i fatti, cioè le 25 tangentuzze.
A quel punto, nella migliore tradizione italica, Mazzani tornò alla politica. Nella Margherita milanese. Nel 2004 stava per diventare assessore provinciale nella giunta Penati, ma alcuni compagni di partito affetti dal vizio della memoria e della legalità tirarono fuori i suoi precedenti penali. La nomina saltò, ma fu risarcito con un premio di consolazione: la presidenza di Cap Holding, la società pubblica degli acquedotti, e la promessa di una candidatura alle politiche 2006. Ora pare che il gran giorno sia arrivato. Per Mazzani si parla di un posto sicuro nelle liste della Margherita per il Senato. La voce è già stata raccolta dalle edizioni locali di alcuni quotidiani, con strascico di polemiche nel partito diellino. Noi però non ci crediamo. Anzi siamo certi che si tratti di uno caso di omonimia. Anzi, dev'essere sicuramente una voce calunniosa messa in giro dai berluscones, per convincere gli elettori del centrosinistra che «siamo tutti uguali». Anche perché era stata proprio la Margherita, due anni fa, a ripresentare in Parlamento una vecchia proposta di Antonio Di Pietro: chi è stato condannato non può essere eletto non solo nei consigli comunali, provinciali e regionali (come già previsto dalla legge), ma neanche in Parlamento (e questo la legge s'è dimenticata di prevederlo). Vi pare possibile che un partito chieda l'ineleggibilità per i pregiudicati, e poi faccia eleggere un pregiudicato? Non può che essere uno scherzo di carnevale.
E, a proposito di scherzi, non male quello di Oliviero Diliberto, che l'altra sera in tv auspicava, nel prossimo governo dell'Unione, un ministero per Giulio Andreotti, che lui stima tanto. Detto sempre per burla: e Dell'Utri niente?


L'alleato fascista: «Camere a gas? Francamente non so»
Roberto Roscani su
l'Unità

IL NEGAZIONISTA TIMIDO «Le camere a gas? Devo dire francamente che non ho elementi per dire che siano esistite o no». Con aria tranquilla, come se stesse pronunciando una frase normale, Luca Romagnoli mette tra parentesi l'Olocausto, dichiara la Shoah un evento che potrebbe esserci stato oppure non esser mai esistita.
Questo signore è il leader del Movimento Sociale Fiamma Tricolore ed è un alleato elettorale di Berlusconi. Lui stesso conferma davanti alle telecamere di aver raggiunto un accordo politico con la Casa delle Libertà, quello che si definisce un apparentamento.
Lui è un fascista e non lo nega anzi. Ma su Sky, intervistato da Formigli per "Controcorrente" conferma che si candiderà alle politiche con la sua lista (è già parlamentare europeo sotto le insegne di Movimento sociale Fiamma Tricolore, quello che era stato il partito di Rauti) e che è alleato della Cdl. «Un accordo scritto ancora non c'è ma ho incontrato Silvio Berlusconi per mettere a punto l'alleanza». È cosa fatta, insomma.

ma poi quando si va sul concreto e gli viene chiesto se crede alle camere a gas e ai sei milioni di ebrei morti nei campi di sterminio si nasconde dietro una formula: «Non posso né contestare né smentire, non ho nessun mezzo per confermare o negare queste affermazioni». E la testimonianza dei sopravvissuti? Quella effettivamente lo mette in difficoltà: «È un elemento che rende verosimile» che vi sia stato lo sterminio. Verosimile, non vero e tanto meno certo.
E Hitler, cosa pensa di Hitler. È stato uno statista (affermazione rilasciata propri a questi microfoni da un altro alleato di Berlusconi, Fiore)? Meschino come sempre Romagnoli si rifugia nell'etimologia: «Se vuol dire creatore di stati allora è stato uno statista» e per attenuare la sua affermazione aggiunge: «È una qualifica che non si può negare neppure a Mao o Stalin...». Se poi questo statista sia stato un criminale lui non lo dice esplicitamente, si limita a dire: «Ha commesso degli errori gravissimi che un uomo di stato non dovrebbe mai commettere». Errori: una guerra con cinquanta milioni di morti, l'uccisione sistematica degli ebrei, lo sterminio diventano semplicemente un errore.



E l'Autorità boccia i sondaggi «creativi»
Il responsabile delle comunicazioni ricorda le regole per l'affidabilità dei rilevamenti d'opinione. E quello del premier le viola quasi tutte. Chiti: «Domande fasulle per avere risultati taroccati».
Roberto Toscani su
l'Unità

ARRIVANO LE REGOLE Meglio tardi che mai. L'autorità per le comunicazioni ha fissato le regole per dei sondaggi degni di questo nome. E le regole (per altro già esplicitate dalla legge) sono del tutto diverse da quelle seguite da Berlusconi e dalla sua società americana. Il sondaggio del Cavaliere - come ha denunciato l'Unità già ieri - ha tutta l'aria di un «pezzo» di propaganda elettorale. «Lo sappiamo: ormai ci sono sondaggi voluti non per conoscere l'orientamento dei cittadini ma per tentare di orientarli. La destra sta mettendo in pratica in Italia questa campagna».

Ma torniamo all'Autorità e alle regole: già da una decina di giorni l'Autorità era stata sollecitata a dire qualcosa sui sondaggi dopo le scorribande di Berlusconi. Il presidente del consiglio aveva annunciato infatti : «Tra una settimana saranno pronti i risultati di un sondaggio che ci danno in vantaggio» e poi dalla convention di Perugia aveva aggiunto: «Non mi riesco a trattenere, ve lo devo dire, siamo in testa nei sondaggi». Era stato fatto notare che per i sondaggi esistono norme molto severe. e infatti oggi l'Autorità le ricorda affermando che i «risultati dei sondaggi elettorali
possono essere diffusi soltanto se accompagnati da determinate e particolari indicazioni». E queste devono essere rese contestualmente disponibili, nella loro integralità, sull'apposito sito internet della Presidenza del Consiglio dei Ministri - www.sondaggipoliticoelettorali.it».
Nel sito il sondaggio della Penn Schoen e Bertel è stato pubblicato solo diversi giorni dopo l'annuncio e in maniera non proprio conforme a queste regole. Un particolare per tutti: il risultato rilevato il 14 febbraio è confrontato con un precedente rilevamento fatto in dicembre e non era mai stato reso noto. Di questo stesso rilevamento non viene indicato il campione nè le metodologie.
L'Autorità ha stabilito che sul sito della Presidenza del Consiglio devono essere indicati: «il soggetto che ha realizzato il sondaggio; il committente e acquirente; i criteri seguiti per la formazione del campione; il metodo di raccolta delle informazioni e di elaborazione dei dati; il numero delle persone interpellate e universo di riferimento; le domande rivolte; la percentuale delle persone che hanno risposto a ciascuna domanda; la data in cui è stato realizzato il sondaggio». Il sondaggio di Psb contravviene a numerose di queste regole. Non sarebbe il caso di toglierlo dal sito a dal dichiaralo apertamente un «non sondaggio»?


Berlusconi incassa 141 milioni
Nel 2005 dividendi raddoppiati per il premier dalle sue holding. Le casseforti del Biscione hanno moltiplicato per sette il loro valore dall´ingresso in politica del cavaliere.
Ettore Livini su
la Repubblica

MILANO - L´impegno in politica – contrariamente a quanto lui stesso continua a sostenere – non fa male al portafoglio di Silvio Berlusconi. Anzi. Il presidente del Consiglio ha festeggiato il 2005 (un anno da dimenticare per l´economia del paese) con l´ennesimo record assoluto di "entrate" personali. Le sue casseforti – le otto società che controllano Fininvest – hanno chiuso il bilancio con 172,9 milioni di utili, polverizzando il massimo storico di 149 milioni segnato appena un anno prima. E il premier ha celebrato l´evento raddoppiandosi la busta paga: le holding del Biscione gli hanno versato infatti 141 milioni di dividendi (contro i 79 nel 2004) pari a uno stipendio di 390mila euro al giorno e di 11,4 milioni al mese.
L´impero di Arcore non sembra dunque patire più di tanto il "prestito alla politica" del suo fondatore. A giudicare dalle cifre, piuttosto, ne esce rafforzato: Mediaset – nella bambagia del duopolio – continua a macinare audience e profitti. Fininvest è tornata a bilanci da record assorbendo senza traumi il rosso del Milan (230 milioni in pochi anni) e i buchi aperti dai suoi errori imprenditoriali (400 milioni persi con l´investimento in Kirch e 300 bruciati dalle Pagine Utili). «Merito della bravura dei miei figli e dei manager che ho scelto», ripete spesso il premier. Sottovalutando in fondo il suo ruolo "oscuro" di seconda punta nel team del Biscione, visto che anche il governo – tra legge Gasparri, decreti salva-calcio, condoni fiscali e leggi Tremonti varie – ha dato una mano alla causa.
A guadagnarne, alla fine, è stato il 740 di casa Berlusconi: nel ´94, anno dell´ingresso del premier in politica, le otto holding del Biscione avevano 108 milioni di debiti, le casse vuote e un patrimonio di 269 milioni. Oggi – pur avendo distribuito ai soci 850 milioni di dividendi in 11 anni – non hanno più debiti, hanno 303 milioni in contanti depositati in banca e un patrimonio di 854 milioni. Come dire che il loro valore si è moltiplicato più o meno per sette in un decennio.

L´altra grande novità del 2005 del Biscione è stato il collocamento in Borsa del 16% di Mediaset, un´operazione destinata in futuro a cambiare un po´ il profilo del business di Arcore. Fininvest riceverà un po´ meno dividendi dalle tv ma nello stesso tempo ha cancellato tutti i debiti e investito in titoli di Stato il miliardo circa di liquidità entrato in cassa dopo il colpo di forbice alla quota di Cologno. Un "tesoro" pronto a essere dirottato su qualche nuova preda. Anche se una decisione, con ogni probabilità, verrà presa solo dopo il 10 aprile quando pure il primo azionista (per ora ancora premier del Paese) avrà le idee più chiare sul suo futuro politico e imprenditoriale.


Beretta connection
Pistole della nostra polizia. Rivendute all'Iraq. E trovate anche in mano alla guerriglia. E ora una legge rischia di bloccare l'inchiesta
Peter Gomez e Marco Lillo su
L'espresso

Ci voleva un premier come Silvio Berlusconi per mettere in mano al tedoforo, al posto della fiaccola, una bella pistola fumante. Una Beretta calibro nove, per l'esattezza. È accaduto l'8 febbraio, quando nel decreto per le Olimpiadi, approvato dalla maggioranza a colpi di fiducia, è spuntato un articolo che non riguarda le gare di sci, quelle di bob o la sicurezza dei Giochi, ma la compravendita delle armi da guerra. Due righe in tutto con cui il governo permette ai fabbricanti di mitragliatrici e fucili anche "la riparazione delle armi prodotte" e "le attività commerciali connesse". Nove parole dietro le quali si nasconde l'ennesima legge ad personam, anzi ad armam. Una legge che salva le pistole di un caro amico e sostenitore del leader di Forza Italia, Ugo Gussalli Beretta, patron dell'omonima industria di Gardone Val Trompia, e soprattutto tenta di mettere la sordina a uno scandalo con pochi precedenti: la svendita da parte del Viminale di migliaia di pistole della Polizia che oggi sparano in Iraq non solo in mano alle forze dell'ordine locali, ma anche in quelle degli amici di Al Zarqawi.

Per capire che cosa è successo bisogna andare a Brescia, in Procura, dove da più di un anno lo storico stabilimento è sotto inchiesta per una storia nera, fatta di armi rubate o senza numero di matricola, di società probabilmente vicine ai servizi segreti e di triangolazioni con la Gran Bretagna. Una storia che preoccupa la Beretta (in caso di condanna potrebbero essere messe in discussione le licenze di fabbricazione) e provoca molti imbarazzi anche a Roma, al ministero dell'Interno. Al centro di tutto, come 'L'espresso' è in grado di rivelare, ci sono più di 40 mila Beretta della Polizia italiana, metà delle quali già approdate attraverso un giro tortuoso e, secondo i magistrati, illegale in Iraq, in parte anche nelle mani degli insorti. Le Beretta in questione erano quelle in dotazione alla Polizia dal 1978. Quando avevano ormai compiuto la loro gloriosa carriera invece di finire dal robivecchi sono state riacquistate dalla società lombarda. Dopo la caduta di Baghdad, in Iraq si erano aperte ricche prospettive di mercato. Bisognava riarmare le nuove forze dell'ordine e le pistole dei nostri poliziotti, rimesse a nuovo in fretta e furia, erano state spedite sul teatro di guerra attraverso una triangolazione con una società britannica. Il tutto, secondo i pm di Brescia, in violazione delle norme sul commercio di armi.

Una sola cosa è certa. In fabbrica le regole non sono rispettate. Durante una perquisizione vengono scoperte addirittura centinaia di Beretta 92S "sprovviste di numeri di matricola ed altre che non risultano prese in carico sul registro informatico di Pubblica sicurezza della ditta (che al contrario di quanto accade normalmente viene firmato non dalla questura ma dal sindaco di Gardone ndr)". Un'armeria fantasma in piena regola.

La vicenda probabilmente si sarebbe chiusa qui se, il 14 febbraio del 2005, i carabinieri di stanza in Iraq non avessero comunicato che "alcune pistole Beretta 92S" erano state "rinvenute in possesso di forze 'ostili'". A quel punto l'intera storia comincia a scottare. E minaccia di diventare un caso internazionale. Molte delle armi sequestrate agli insorti risultano "vendute tra il 1978 e il 1980 dalla Beretta al ministero dell'Interno" italiano. Perché? Bastano poche settimane per svelare l'arcano: tra il febbraio del 2003 e l'aprile del 2004, 44.926 pezzi dichiarati "fuori uso" dal ministero erano stati ceduti alla Beretta nell'ambito di due contratti per una nuova fornitura. La società di Brescia le aveva poi 'rigenerate' e tra il giugno e il luglio del 2004 ne aveva rivendute 20.318 a una società inglese, la Super Vision International Ltd, insieme a 20 mila carrelli di ricambio "per un controvalore di un milione e 398 mila e 826 euro".

Il commercio delle armi è regolamentato in maniera severa. A partire dal 2001 i controlli sono diventati ancora più stringenti. Da tre anni a questa parte poi il ministero dell'Interno richiede sempre il certificato 'end user' (utilizzatore finale) e soprattutto lo valuta, incrociandolo con le relazioni del Sismi sulla situazione politica del paese realmente destinatario delle armi. Proprio per questo il ministero ha bloccato grosse forniture Beretta in Centramerica, Medio Oriente e Asia. La cosa, ovviamente, ha infastidito molto l'azienda. Ugo Gussalli Beretta, un uomo talmente legato da rapporti di amicizia a Berlusconi e alla famiglia del presidente americano Bush da essere stato proposto come ambasciatore italiano a Washington (vedi scheda in questa pagina), ha attivato i suoi canali politici per lamentarsi della burocrazia divenuta, a suo dire, troppo rigida. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta si è così rivolto al ministro Giuseppe Pisanu che ha fatto pressioni sul proprio apparato. Ma le procedure non sono cambiate.

Un bel problema per la Beretta che a partire dal 2003, con la caduta di Saddam Hussein, vuole finalmente rientrare in un mercato precluso da anni. Grazie all'accordo con il ministero dell'Interno vengono ritirate a un prezzo bassissimo, pare inferiore ai dieci euro, le vecchie pistole (qualificate come 'fuori uso' anche se spesso sono perfettamente funzionanti) e già in questo caso ci si muove con disinvoltura. I quasi 45 mila pezzi arrivano a Brescia senza che il ministero della Difesa (come previsto da una legge del 2000) ne abbia deliberato la dismissione. Da questo punto di vista, secondo i giudici, "la stessa cessione delle armi da parte del ministero (dell'Interno, ndr) appare illegale". Non solo: Beretta non ha più dal 2002 la licenza per riparare le armi. Quindi non può nemmeno rimetterle in funzione per rivenderle. L'azienda non se preoccupa. Comincia le spedizioni e solo quando la merce è già partita chiede per via ufficiale di esportare in Iraq armi destinate alla Cpa (Coalition Provisional Authority), il governo provvisorio di Baghdad. Ma, di fronte alle domande di chiarimenti, rinuncia. E, proprio in quel periodo, conclude la triangolazione con il Regno Unito.

A quel punto l'azienda di Brescia si trova di fronte a un mare di guai. Il 20 aprile la magistratura dispone il sequestro delle restanti 15.478 vecchie 92S ancora in magazzino ma già vendute e pagate dall'inglese Super Vision International ltd. Una settimana dopo Ugo Gussalli Beretta presenta ricorso al tribunale del riesame. In ballo non c'è solo un affare valutato complessivamente più di due milioni e mezzo di euro. C'è molto di più. Un eventuale processo e un'eventuale condanna potrebbe portare al ritiro della licenza di fabbricazione. E se la licenza dovesse essere ritirata la Beretta dovrebbe essere venduta a un'altra società in regola. Davanti ai giudici della prima sezione penale del tribunale l'azienda si difende così con le unghie e con i denti. Sostiene che avendo già in mano una licenza che gli permette di fabbricare armi, detenerle e poi venderle, non era necessario richiederne una seconda per ripararle e commercializzarle. Aggiunge che le Beretta 92S non vanno considerate armi da guerra (e quindi soggette a particolari restrizioni). Afferma di "aver notiziato il capo della Polizia della destinazione finale delle pistole". I giudici del riesame le danno però torto su tutta la linea. Anche per loro sono state violate "le norme in materia di acquisto, riparazione ed esportazione". Il sequestro delle pistole è confermato.

Si cominciano così a battere altre strade. Tutte politiche. La Beretta insiste col ministero nel chiedere la semplificazione delle procedure e Pisanu preme sull'apparato. Poi si apre uno spiraglio: il decreto sulle Olimpiadi. All'improvviso il governo cambia la legge: chi fabbrica pistole può anche ripararle e commercializzarle. Poco importa se già il tribunale aveva spiegato quale fosse la ratio di una norma "che mira a proteggere l'ordine pubblico interno e internazionale ponendo sotto rigido controllo ogni passaggio e trasferimento di ogni singola arma". Una legge che se ignorata porterebbe all'assurdo di rendere non punibile la commercializzazione, da parte di chi ha una generica licenza di detenzione e vendita di armi, di pistole e fucili provento di furto. In molti tirano un sospiro di sollievo. E non solo a Brescia, ma anche a Roma, dove decine di migliaia di pistole sono state vendute come "fuori uso", quando bastava un po' di grasso per permettere loro di ricominciare a sparare.


Il governo blocca in anticipo i siti di scommesse on line
sommari de
l'Unità

«Avvertenza, sito non raggiungibile». I sigilli dovevano scattare alla mezzanotte del 24 febbraio ma l'ora x è arrivata con largo anticipo. Già alle 15,30 di mercoledì 23 febbraio era di fatto impossibile raggiungere la maggior parte dei 517 siti esteri di scommesse on line dichiarati illegali prima dalla Legge Finanziaria 2006 e poi dal successivo decreto del ministero dell'Economia e dal provvedimento assunto dai Monopoli di Stato. I principali operatori europei del settore hanno annunciato un imminente ricorso all'Ue


La mano dell'Alberti dietro "La Città Ideale" di Urbino
Stefano Biolchini su
Il Sole 24 Ore

la cittą ideale

Potrebbe esserci la mano di Leon Battista Alberti, l'autore del "De Re Aedificatoria", dietro "La Città Ideale", il misterioso dipinto quattrocentesco, simbolo universalmente noto del classicismo e della perfezione formale raggiunta dall'architettura e dall'urbanistica rinascimentale.
Sembra provarlo un inedito disegno destinato a diventare una delle attrazioni della grande mostra che si terrà a Firenze dal 11 marzo al 23 luglio. Individuato grazie ai più moderni strumenti diagnostici (tra cui radiografia e riflettografia), il disegno si trova nascosto sotto la superficie pittorica e in occasione della mostra l'immagine sarà esposta per la prima volta a fianco del dipinto originale. Secondo gli esperti che lo hanno esaminato, il disegno é estremamente rivelatore data la sua assoluta particolarità: é infatti identico al dipinto in tutti i dettagli. Un rarissimo caso di "fotocopia monocroma", lo definisce l'esperto internazionale di diagnostica che ha condotto la ricerca, Maurizio Seracini, "cacciatore", tra l'altro, dei perduti affreschi di Michelangelo e Leonardo in Palazzo Vecchio a Firenze. Gabriele Morolli, docente di Storia dell'Architettura all'Università di Firenze, tra i massimi conoscitori di Alberti, sostiene con decisione la tesi che a realizzare il disegno sia stato Alberti in persona. "Le sue teorie - spiega - hanno influenzato molti dei massimi artisti dell'epoca, tra cui Piero della Francesca, al quale "La Città Ideale" é di solito attribuita. Ma in questo caso si va ben oltre la paternità mentale. Il disegno prefigura alla perfezione forme, volumi e prospettiva dell'intera rappresentazione rivelando l'opera non di un pittore, ma di un architetto come Alberti, che secondo Vasari era bravissimo a disegnare prospettive di città "senza le figure".
Ma c'è di più: «Gli edifici rappresentati - ricorda Morolli - non solo sono fedeli trascrizioni di architettura descritte nel trattato albertiano "De Re Aedificatoria", ma citano anche note opere di Alberti, in particolare Palazzo Rucellai e la facciata di Santa Maria Novella a Firenze, il tempio Malatestiano a Rimini. Niente ci proibisce dunque di pensare che Alberti abbia realizzato il disegno da par suo e che, poi, altri lo abbiano colorato».



  23 febbraio 2006