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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 22 febbraio 2006


L'Europa: l'Italia crescerà poco
Nel 2006 pil su dell'1,3% e non dell'1,5. Previsioni migliori per gli altri Paesi Ue. Stime riviste. L'Unione: siamo in coda. Il governo: è disfattismo
brevissime del
Corriere della Sera

L'Italia cresce meno del previsto, mentre l'Europa accelera. E' quanto sostiene la Commissione europea. Il prodotto interno lordo (pil) dell'Italia sarebbe salito dello 0,1% nel 2005 e aumenterà solo dell'1,3% nel 2006, mentre nel novembre scorso Bruxelles prevedeva un ?0,2% nel 2005 e un ?1,5% nel 2006. Nelle «previsioni economiche provvisorie» presentate ieri, le stime confermano i miglioramenti quest'anno delle grandi economie della zona euro: Germania, Francia e Gran Bretagna. E a Romano Prodi che accusa: «Siamo in coda», il ministro dell'Economia risponde: «Disfattismo».
Intanto il Professore da Napoli propone un assegno di 2.500 euro l'anno di aiuti alle famiglie per ogni bambino da zero e tre anni. Gli esperti si dividono sulle risorse.


Ecco il sondaggio: «Perché non vota Berlusconi?»
Così gli americani della Penn, Schoen & Berland hanno condotto le interviste: domande
tendenziose, grandi lodi ai «successi del premier». Proprio come era successo con Bloomberg
Roberto Toscani su
l'Unità

SONDAGGI E MARKETING «Buonasera signora, possiamo farle qualche domanda per un sondaggio elettorale?» La telefonata arriva verso le 20 in una casa romana. La signora che risponde si chiama Silvia Gambardella. Ha la cena sui fornelli ma decide di accettare la richiesta. Ecco, lei è una dei 1920 italiani scelti a caso dalla Penn, Schoen & Berland Associates, la mitica società americana che ha fatto il sondaggio per conto di Forza Italia, quello che Berlusconi ha sventolato davanti all'opinione pubblica perché lo dava vincente, seppure con un «invisibile» 0,2 per cento di vantaggio sul centrosinistra.
E qui parte il sondaggio, una raffica di domande tutte o quasi maliziose. Tutte o quasi che spingono in una direzione. Quale? Ma ovviamente quella del Cavaliere che è il committente del sondaggio.
Ma andiamo con ordine. L'approccio è di prammatica: Lei signora ha intenzione di andare a votare? Sì, è la risposta, e poi qualche quesito di supporto del tipo: in passato ha votato, ha già compiuto la sua scelta...

«Ma poi - racconta Silvia Gambardella - leggendo da un gruppo di domande scritte arrivano quelle più strane». Quali? «Il capo del governo è riuscito - legge il sondaggista telefonico - ad aumentare i posti di lavoro. Malgrado questo lei sceglie di votare Prodi?». E poi: «C'è stato un visibile miglioramento della sanità nazionale e questo non la convince a votare Berlusconi?» Insomma il sondaggio diventa un vero corpo a corpo con l'intervistatore che magnifica i risultati berlusconiani e l'intervistata che insiste a dire che no, lei la destra proprio non la vota.
«È stata una lunga intervista - dice Silvia Gambardella - che slittava di minuto in minuto dal sondaggio alla propaganda. Forse avevano percepito qualche incertezza ma sembravano non finire mai di fare domande. E i quesiti che all'inizio mi sembravano delle richieste di conferma diventavano dei veri trabocchetti e poi una specie di contraddittorio». Con un bel po' di propaganda.

Insomma un fiume di domande tendenziose che però non risultano affatto nel sondaggio ufficialmente pubblicato (come tutti i sondaggi politici) nel sito dell'authority sulle comunicazioni e in quello della presidenza del consiglio. Qui le domande dichiarate sono solamente due. Eccole: «Se si svolgessero oggi le elezioni politiche per quale partito voterebbe?» e la seconda è presentata con la laconica dizione «Approvazione dell'operato di Berlusconi». Insomma nessuna domanda sugli schieramenti e sul premier preferito e tantomeno nessun quesito che contenga giudizi (positivi) sui risultati raggiunti dal governo.
Qualcuno troverà strano che una società come la Psb si comporti così. Ma a guardare bene non è poi così strano, visto che proprio in occasione della rielezione di Bloomberg come sindaco di New York il New York Times lo accusò di essersi fatto propaganda coi sondaggi «orientati» di Penn, Schoen & Berland Associates. Diversi intervistati raccontarono al quotidiano che le domande spingevano verso alcune risposte a favore di Bloomberg e comunque cercavano di valorizzare le sue proposte e il suo operato. Ma si sa, Penn &Co. si occupano soprattutto di marketing e di prodotti di consumo. Come la politica secondo Berlusconi.


Non s'aggiusta
Valentino Parlato sul
il Manifesto del 21 febbraio

Conoscendoli non era una previsione difficile: nel cortile della Casa delle Libertà tutto si aggiusta. L'idea dominante è quella di restare al governo per fare gli affari propri. Di conseguenza non si fanno rotture, ma solo sceneggiate di contrasto. Così la provocazione di Calderoli - la maglietta antislamica - non produce altra reazione che le dimissioni da ministro (poco prima delle elezioni) e la sua candidatura, in posizione privilegiata per le prossime elezioni. La maglietta di Calderoli ha provocato gravi reazioni in Libia, ha dato alimento a quel fondamentalismo che Gheddafi, non da ieri, combatte; mette a rischio le nostre forniture di gas e di petrolio, ma tutto questo conta meno delle ragioni di comandare in Italia: la Lega e Berlusconi hanno bisogno uno dell'altra per continuare a comandare e quindi tutti i contrasti (fittizi) interni alla banda vanno ammorbiditi, cancellati. Perché la banda è senza principi, vuole solo tenere le mani nella cioccolata del potere. Siamo di fronte a un caso di grave irresponsabilità: caschi il mondo purché a me resti qualche appartamento di lusso.

Tuttavia occorre anche dire che il caso Calderoli per un verso mette in luce piena il miope tornacontismo della banda che ci governa ancora, ma dall'altra anche la timidezza della opposizione; una timidezza tanto più grave e colpevole alla vigilia di un confronto elettorale.

Da tutta questa vicenda la conclusione elementare sarebbe che Calderoli non dovrebbe più essere candidato alle elezioni, dovrebbe essere escluso dalle liste elettorali. A uno come lui dovrebbe essere vietato l'accesso al Parlamento. Calderoli vada prima a chiedere scusa ai cittadini di Bengasi e poi, tra qualche tempo, si riparlerà di lui. Invece no: Calderoli non solo sarà candidato alle prossime elezioni, ma in qualche circoscrizione sarà anche capolista.

E allora? Allora diciamo che la nostra democrazia è messa male e che alle prossime elezioni non c'è solo un confronto di programmi, ma di civiltà. Dico di civiltà (parola grossa) perché l'opposizione non può ridurre la posizione di Calderoli e della Lega a una normale polemica elettorale. Deve avere il coraggio e l'onestà di gridare che posizioni come quella di Calderoli non sono ammissibili nella nostra repubblica. Se, invece, tutto si aggiusta siamo proprio messi male.



«Io alla Farnesina? Diliberto ama l'antiquariato»
Andreotti: siamo due bibliofili e mi ha fatto piacere che abbia citato la mia «equivicinanza»
Fabrizio Roncone sul
Corriere della Sera

ROMA - «Oliviero Diliberto è un appassionato dell'antiquariato, un autentico cultore, e questo, credo, spiega certe sue attenzioni per il sottoscritto...». Il senatore a vita Giulio Andreotti sta per uscire di casa, ha un appuntamento a Palazzo Giustiniani, la macchina blu è già in strada che lo aspetta, ma quest'idea venuta al segretario dei Comunisti italiani («Andreotti sarebbe un ottimo ministro degli Esteri, in un eventuale governo del centrosinistra») in qualche modo lo fa indugiare, e sorridere.
Senatore, deve ammettere che Diliberto, l'altra sera, alla televisione, su Retequattro, nella trasmissione L'Antipatico condotta da Maurizio Belpietro, che lo ospitava, è stato davvero sorprendente: sospettava questo genere di simpatie?
«No... sinceramente no. Anche se con Diliberto ci conosciamo piuttosto bene, per ragioni che, come dire?, non appartengono strettamente alla sfera della politica».
Senatore, lei scatena una certa curiosità...
«E si tratta di curiosità a cui si può dare una risposta: io e Diliberto facciamo infatti entrambi parte dell'Associazione dei bibliofili... e così, un paio di volte all'anno, ci incontriamo in situazioni che nulla a che vedere hanno con la politica».
Effettivamente era da un po', senatore, che il suo nome non circolava nel totonomime di un eventuale governo...
«Non scherziamo, eh?... Saremmo davvero ridotti male se non si trovasse una persona, in servizio attivo, in grado di ricoprire, come si deve, un incarico come quello di responsabile della Farnesina, un incarico che, negli ultimi anni, è diventato peraltro ancora più delicato».

Lei, senatore, a livello diplomatico, ha sempre privilegiato la linea del dialogo anche con le frange più estremiste del mondo palestinese. È noto il suo rapporto con Yasser Arafat e...
«E mi ha fatto molto piacere sentire Diliberto che ricordava quella parola...».
Equivicinanza.
«Esatto: equivicinanza. Una parola, dissi io tempo fa, che non esiste nel vocabolario italiano, ma che andrebbe usata il più spesso possibile».
Specie se si parla di Israele e Palestina.
«Soprattutto se si parla di quei due Stati. Dobbiamo avvicinarci e avvicinarli, capire le ragioni dei due popoli. E rifiutarci, invece, di rispondere alla logica degli integralisti, di coloro che dicono o di qua, con gli israeliani, o di là, con i palestinesi».



Pirlusconismo
Maria Novella Oppo su
l'Unità

È UN VERO peccato che tutta Italia non possa vedere il tg regionale della Lombardia, perché in periodo elettorale ogni giorno dà una notizia esaltante. Infatti, dopo gli imprevisti fondi per la scuola, arrivati con la finanziaria per un aiutino alla candidata sindaca Letizia Moratti, ieri è stata la volta di 1 milione di euro (robetta, però stanziata su emendamento di Ignazio La Russa) per ripulire 800 facciate di Milano.

Comunque, 1 milione di euro per la facciata è poco, rispetto a quello che deve aver speso la signora Moratti per invadere la città di manifesti nei quali dimostra l'età della scuola dell'obbligo, se non addirittura della scuola materna. La Russa, invece, «digiamolo», non ha più l'età dell'innocenza (per non parlare della faccia), ma sa che, se la destra perde Milano, il berlusconismo sarà finito e passerà alla storia meneghina come pirlusconismo.


Sei porti Usa agli Emiri, bufera su Bush
Il Congresso contesta la cessione a una società araba. Il presidente: vado avanti
Ennio Caretto sul
Corriere della Sera

WASHINGTON - Sinora il Congresso, che è in mano ai repubblicani, aveva perdonato a George W. Bush tutti gli scandali della guerra globale al terrorismo: Guantanamo, le torture ai prigionieri, le carceri, i voli segreti della Cia, le intercettazioni telefoniche, e via di seguito. Ma non sembra disposto a perdonargli di avere autorizzato il passaggio del controllo delle operazioni dei sei massimi porti americani dell'Atlantico e del Golfo Messico da una società britannica a una degli Emirati Arabi Uniti.
La cessione alla Dubai Ports World dei servizi portuali di New York, New Jersey, Philadelphia, Baltimora, New Orleans e Miami, resa pubblica nel weekend, da finalizzarsi il 2 marzo, ha suscitato la prima sollevazione bipartisan della storia del bushismo. I capipopolo sono i repubblicani: il leader del Senato Bill Frist, bushiano di ferro, il leader della Commissione della sicurezza nazionale della Camera Peter King, e due governatori, George Pataki di New York e Robert Ehrlich del Maryland. Frist ha chiesto al presidente di sospendere la vendita, ammonendo che se non lo farà presenterà una legge per rinviarla.
Pataki e Ehrlich hanno minacciato di bloccare comunque la cessione se il presidente non revocherà il suo placet . E King e alcuni colleghi si sono alleati a due senatori democratici, la ex first lady Hillary Clinton e Robert Menendez, per varare una legge contro qualsiasi cessione di operazioni portuali e aeroportuali a società o Paesi stranieri.
Ma il presidente George Bush, ieri sera, dal Colorado ha risposto picche: «La transazione andrà avanti - ha detto - e se ci sarà una legge per fermarla porrò il veto».
Alla base della rivolta c'è la convinzione che affidando alla Dubai Ports World la gestione dei sei porti, da quello per le crociere di Manhattan a New York a quello per i container di Newark nel New Jersey, l'amministrazione Bush comprometta la sicurezza nazionale. La compagnia è controllata direttamente dal governo degli Emirati Arabi Uniti, il Paese da cui provennero due degli autori della strage delle Torri Gemelle del 2001, e che fu accusato di finanziare il terrorismo. «Il contratto - ha protestato King - la lascia libera di assumere chi voglia. Chi ci garantisce che non verrà infiltrata da Al Qaeda?». Ha aggiunto un altro repubblicano, il senatore Lindsey Graham della Commissione all'intelligence: «È uno sbaglio che ci espone a gravi rischi».



Il dialogo o la sconfitta
Lucio Caracciolo su
la Repubblica del 21 febbraio

PER i profeti dello "scontro di civiltà" sembra scoccata la grande ora. Nel mondo islamico divampa l´incendio scatenato dalla pubblicazione delle vignette danesi. Occidentali e cristiani – un solo bersaglio, agli occhi dei maomettani più eccitati – sono sotto tiro dal Nordafrica all´Asia profonda. Mentre da Roma si leva ferma la voce del Papa, a invocare il buon diritto dei cristiani a professare la loro fede ovunque, Paesi musulmani inclusi, e ad ammonire che "l´intolleranza e la violenza non possono mai giustificare le risposte alle offese perché non sono compatibili con i principi sacri della religione". Un segnale forse rivolto anche a quei cristiani che Ratzinger considera troppo corrivi verso le manifestazioni più manesche della rabbia islamica.
L´incendio è inarrestabile? Dobbiamo prepararci a una guerra di religione ancora più terribile di quelle che già insanguinarono l´Europa? Il dialogo con i musulmani è illusione di qualche anima candida o, peggio, ipocrita? Non crediamo. Ma sappiamo che se davvero islam e cristianesimo, Occidente e Oriente sono destinati a scontrarsi, noi perderemo. Perché in una simile guerra saremo forse inconsciamente spinti ad abbandonare e a negare i principi di apertura e di tolleranza su cui si fonda la nostra civiltà. È in questo abisso che ci vogliono trascinare i nostri nemici. Con l´aiuto di chi fra noi sciaguratamente getta benzina sul fuoco, incurante delle conseguenze delle sue provocazioni.

Che cosa stiamo facendo noi per convincere i musulmani che la via jihadista è anzitutto la loro sconfitta, destinata a perpetuare e anzi ad accentuare antiche frustrazioni e più recenti complessi di inferiorità? Poco. Anzi, spesso ci avventuriamo nella direzione opposta, ad alimentare quelle fiamme che dovremmo spegnere.
Prendiamo l´America. Dopo aver proclamato l´ambizioso disegno di democratizzare il Medio Oriente – e aver con ciò legittimato la campagna d´Iraq – Bush deve oggi fronteggiare le contraddizioni di quel progetto. Dovunque gli arabi musulmani votino, in elezioni più o meno libere, tendono a favorire gli integralisti, sciiti o sunniti che siano. Caso limite quello palestinese, con il trionfo di Hamas,

Preso di sorpresa, Bush pensa ora, d´intesa con il governo israeliano, di strangolare finanziariamente il futuro governo palestinese – pure eletto da un voto democratico – in quanto espressione di un gruppo terroristico. Così rischiando di produrre l´effetto opposto: Hamas apparirà agli occhi dei palestinesi, ma anche di moltissimi musulmani in tutto il mondo, come vittima di un complotto occidental-sionista. E otterrà da regimi e organizzazioni islamiche tutt´altro che raccomandabili – Iran in testa – quei soldi che noi gli neghiamo. Finora Bush fa finta di non vedere. Sembra avvitato nella spirale della sua stessa retorica. Tentato forse dall´idea di una spedizione punitiva contro l´Iran, cui le odiose tirate di Ahmadinejad sembrano invitarlo. Meglio non pensare, nel clima di oggi, alle possibili conseguenze di un attacco americano e/o israeliano contro gli impianti atomici persiani.
Quanto a noi europei, non smentiamo mai la nostra inconsistenza. Sotto il fuoco delle proteste e delle violenze islamiche, ognuno improvvisa a modo suo una qualche reazione. Oscillando tra un atteggiamento penitenziale, quasi fossimo collettivamente responsabili di aver oltraggiato il profeta, e le gesticolazioni irresponsabili stile Calderoli. Eppure noi europei – noi italiani – saremo le prime vittime di una guerra di religione. Anche perché noi, molto più degli americani, l´islam radicale lo ospitiamo in casa.



Abu Ghraib, tra i torturatori anche mercenari italiani
sommari de
l'Unità

Anche i mercenari italiani hanno torturato i prigionieri in Iraq. Gente pagata tanti dollari per sparare, uccidere e fare la guerra sotto la bandiera Usa ha condotto interrogatori e seviziato i prigionieri nel carcere di Abu Ghraib. A rivelarlo è “l'incappucciato di Abu Ghraib”, l'uomo ritratto nella fotografia che ha fatto il giro del mondo ed è divenuta il simbolo di quegli eventi. Ali Shalal al Kaisi, in un'intervista esclusiva a Rainews24, racconta per la prima volta le terribili torture a cui è stato sottoposto nel carcere iracheno. L'intervista andrà in onda su Rainews24 giovedì alle 7:40, anche su Raitre, e alle 17:45.


  22 febbraio 2006