
sulla stampa
a cura di G.C. - 21 febbraio 2006
L'uso politico dell'odio
Renzo Guolo su la Repubblica
Dopo le tensioni create dall´affare Calderoli-Islam, la Lega resta nella Cdl. Ma le vicende di queste ore confermano che il "fattore I", come Islam, è ormai variabile che influenza profondamente i partiti. A riprova che, nell´era globale, la classica distinzione tra politica interna e internazionale si fa sempre più flebile. Come dimostrano le stesse conseguenze innescate dalle esternazioni, verbali e pettorali, dell´ormai ex ministro delle Riforme. Nonostante la marcia indietro, la Lega non abbandonerà la mobilitazione antislamica. Questo, e non altro, significa la ribadita volontà di difesa delle "radici cristiane dell´Europa" e di contrasto a "ogni forma di fondamentalismo" riaffermata davanti al Consiglio federale.
Espressioni che, nella declinazione leghista, preludono alla continuazione della battaglia contro l´Islam in quanto tale più che nei confronti delle sue ali fondamentaliste. Battaglia articolata magari in sede locale più che nazionale: nella speranza che la ridotta dimensione territoriale ne smorzi l´impatto mediatico. Un´illusione nell´era della comunicazione globale e dopo l´identificazione mondiale del Carroccio come imprenditore politico antislamico, ma che i "padani" coltiveranno strenuamente per non perdere il consenso del loro elettorato "puro e duro".
Per Forza Italia i punti programmatici posti come condizione dalla Lega per restare nella coalizione sono in piena sintonia con le proprie posizioni. Una sottolineatura scontata e di circostanza, che non mette però al riparo Berlusconi dal timore che, durante la campagna elettorale, possano esplodere nuove tensioni sul fronte Islam. Tensioni, se non di peggio, che se collegate dall´opinione pubblica alle posizioni del governo o dei partiti dell´attuale maggioranza, potrebbero determinare una secca sconfitta elettorale.
Ma zittire totalmente la Lega è missione impossibile; e non solo perché la legge proporzionale voluta dalla Cdl ne esalta il bisogno di visibilità. Il Carroccio, destinato a incassare una sconfitta nel prossimo referendum sulla riforma costituzionale, trova sempre più ragione d´essere sul terreno della politica dell´identità coniugata in chiave antislamica. Da tempo questo è l´humus in cui si alimenta la cultura politica "verde": come è evidente dalle prime pagine de La Padania o dalle reazioni alle dimissioni di Calderoli dello zoccolo duro leghista. Dopo aver esaltato per anni la battaglia contro l´Islam e aver eletto Oriana Fallaci a "buona maestra", il leghismo profondo non accetta che il suo cuore avventuroso sia sacrificato a quello che i media "padani" chiamano il nuovo totem dell´"islamically correct". Berlusconi e Fini possono far finta di credere che esista una linea condivisa dell´intera Cdl nei confronti del mondo islamico: ma sanno bene che così non è. Possono sostenere che quella del dialogo con l´islam è la posizione ufficiale della coalizione; ma la doppiezza insita in una linea che mette solo tra parentesi posizioni così divergenti non protegge dai contraccolpi. Tanto più nelle attuali contingenze internazionali. Il sottile distinguo rischia di essere smascherato da quanti, regimi o movimenti nel mondo islamico, ignorano, anche volutamente, le regole politiche e semantiche di quello spericolato sport italiano che differenzia, spesso affannosamente, programma di governo e posizioni dei partiti della coalizione che lo sostengono.
Se anche Berlusconi riuscisse a imbavagliare temporaneamente il Carroccio, il problema si porrebbe comunque, in caso di vittoria, dopo il 9 aprile. Con implicazioni non solo sul versante islamico e europeo ma anche americano. Tramontata la stella dei neocon, Washington guarda con interesse a un tacito accordo con le forze islamiste neotradizionaliste, ritenute in grado di assicurare una certa stabilità a paesi altrimenti destinati alla fibrillazione permanente. A queste formazioni, ostracizzate duramente da quelle islamiste radicali e jihadiste, Washington potrebbe assicurare la non ostilità in cambio dell´impegno a non destabilizzare il panorama mondiale. Ma queste stesse formazioni non potrebbero mai avere rapporti distesi con governi occidentali in cui prendano piede posizioni come quelle leghiste; la loro base religiosa entrerebbe in sofferenza.
La presenza della Lega in una coalizione che si ricandida a governare un importante paese europeo resta, dunque, una mina vagante. Ma convincere il partito di Bossi a accantonare silenziosamente il "fattore I", abbandonando una sicura rendita elettorale è irrealistico. Il "suicidio politico" concordato del Carroccio in materia resta, allo stesso tempo, una necessità e un problema per una destra a caccia dell´ultimo voto. Il rischio è che il cerino resti acceso in mano di una Cdl affacciata sull´orlo di una polveriera ormai prossima alla deflagrazione. Con conseguenze nefaste non solo per la coalizione ma, soprattutto, per il paese: cosa che ci preme assai di più.
Quei Ds che hanno scelto la Rosa nel pugno
Pierluigi Battista sul Corriere della Sera
Apparentemente è solo una notizia che rende più vivace la giostra delle candidature, sempre in vorticosa attività alla vigilia di ogni appuntamento elettorale. Ma la scelta di correre con la lista della Rosa nel Pugno da parte di due eminenti figure della storia comunista e post-comunista come Lanfranco Turci e Biagio de Giovanni è il segnale di un sommovimento tellurico destinato a cambiare il profilo politico- culturale dello schieramento di centrosinistra.
Le famiglie politiche del Novecento si scompongono e si riaggregano secondo disegni sinora imprevisti. Tramontano appartenenze obsolete e se ne affacciano di nuove, si incrociano biografie divise da decenni, si mescolano culture che apparivano, fino a una manciata di anni fa, rigide e immodificabili. Gli scettici che hanno interpretato la nascita della Rosa nel pugno come una sommatoria obbligata dalle circostanze tra la pattuglia radicale e uno dei frammenti della diaspora socialista forse dovranno ricredersi, perché nell'arcipelago del centrosinistra quel principio di fusione ha accelerato movimenti profondi.
Sul versante moderato si stava già consolidando il disegno di Francesco Rutelli, nel quale l'attenzione al mondo cattolico si combina con una più netta sottolineatura della scelta di campo occidentale e un ascolto non sporadico ai temi della modernità industriale. Poi, nell'area della Quercia, si è resa visibile l'emersione di una cultura sempre più emancipata dalle zavorre ideologiche del passato (anche per questo Piero Fassino ha voluto partecipare in prima persona al battesimo della nuova formazione che ha messo insieme i radicali di Pannella e i socialisti di Boselli). E adesso il marcato profilarsi di un'area culturale che nella Rosa nel pugno trova l'espressione di una sensibilità liberale di cui il centrosinistra ha vitale bisogno e anche un'opzione occidentale senza tentennamenti, tanto da suggerire a Emma Bonino dichiarazioni di esplicito consenso alla proposta di non modificare la linea dell'attuale governo su Israele avanzata da Rutelli: proprio il Rutelli così frequentemente preso di mira dai radicali sulla "questione cattolica".
L'adesione di Turci,di de Giovanni (e di Salvatore Buglio) alla Rosa nel pugno è il sintomo che questo variegato lavorio in favore di una nuova identità politico-culturale del centrosinistra sta dando i suoi visibili frutti.
Può darsi, sostengono i disincantati, che tutto questo terremoto di appartenenze e di identità non porterà a niente di stabile e di strutturato. Ma almeno questo mischiarsi di culture ha sottratto la prospettiva del "partito democratico" al quadro poco entusiasmante di una confluenza di apparati, di un incontro deludente, variante del ventunesimo secolo di un nuovo compromesso storico, tra ex democristiani di sinistra ed ex comunisti. L'apparente confusione di oggi può essere la base per qualcosa di meno effimero domani. Può insomma accadere che, anche grazie alle nuove aggregazioni che si realizzano attorno alla Rosa nel pugno, il nucleo del nascituro partito democratico contenga in sé un frammento di anima liberale di cui era sinora drammaticamente priva. Qualcosa di molto più profondo di una competizione sulle candidature.
Nega la Shoa, storico condannato
Andrea Tarquini su la Repubblica
Vienna. Non basta pentirsi e chiedere scusa. Chi ha negato l´Olocausto va in galera. David Irving, lo storico inglese che definì i campi di sterminio nazisti e le camere a gas "un´invenzione postbellica dei vincitori", è stato condannato ieri dalla giustizia austriaca a tre anni di prigione senza la condizionale. Il suo difensore, Elmar Cresbach, ha subito presentato appello.
La sentenza emanata ieri alle 18,50 dalla Corte presieduta dal giudice Peter Liebetreu fa storia.
È un colpo al cuore e un monito per l´estrema destra in tutto il mondo, una scelta che dà immagine all´Austria presidente di turno dell´Unione europea proprio mentre i deliri antisemiti e anti-israeliani del presidente iraniano Ahmadinejad offendono la coscienza dell´umanità.
"Imputato David Irving, alzatevi", ha detto nel tardo pomeriggio il presidente del tribunale. "I giurati e la corte vi giudicano colpevole del reato di riattivazione della politica nazista. Siete condannato a tre anni di reclusione". Il secco annuncio ha chiuso un´udienza serrata. Le ragioni dell´accusa e quelle della difesa si sono combattute a lungo, e alla fine ha vinto la linea della fermezza.
Teso, ma sforzandosi di apparire gioviale, Irving era arrivato puntuale all´udienza ieri mattina presto al numero 8 della Landgerichtsofrstrasse, nel maestoso palazzo di giustizia neoclassico nel cuore della Vienna un tempo capitale del Mitteleuropa multiculturale ed ebraica. Ai microfoni e alle telecamere, si era presentato sprezzante. "Trovo ridicolo essere giudicato oggi per delle frasi dette nel 1989", aveva esclamato.
Uno show arrogante, poi alla sbarra l´imputato aveva cambiato tattica.
Chiesta la parola, si è dichiarato colpevole.
"Ho sbagliato, riconosco la mia colpa", ha detto Irving. Alla sbarra aveva gli occhi quasi umidi, le mani tremanti. Abito grigio, camicia bianca ma senza cravatta, trasudava tensione, circondato dai gendarmi dei reparti speciali austriaci in uniforme campale. A braccio, ha pronunciato la sua autocritica, le sue scuse cercando come braccato una via di scampo. "Quelle pagine, e quei discorsi, io le scrissi nel 1989. Poi cambiai idea. Continuai a studiare la storia della guerra e dell´Olocausto e cambiai idea. Andai in Argentina, lessi alcuni dossier segreti sul caso Eichmann (l´esecutore della Shoah, condannato e giustiziato in Israele, ndr), e capii che l´Olocausto non fu inventato".
Nei suoi libri e in decine di conferenze in raduni neonazisti, Irving aveva sostenuto che il genocidio e i campi di sterminio erano un´invenzione postbellica degli alleati. Era giunto a sostenere che le camere a gas di Auschwitz erano false, costruite dai polacchi (Auschwitz sorge presso Cracovia) dopo il 1945. Per questo era stato colpito da mandato di cattura in Germania e in Austria.
E nel novembre 2005, mentre si recava a un incontro dell´ultradestra, era incappato per caso in un posto di blocco autostradale della Gendarmeria austriaca.
"Non sono un negazionista", ha continuato l´eroe dei neonazisti di tutto il mondo nella sua disperata autodifesa, mentre obiettivi e telecamere riprendevano il sudore nervoso sulla sua fronte. "Il mio punto di vista è cambiato: la storia e la ricerca storica sono come un albero in continua crescita. Quando io scrissi quelle frasi, non sapevo quanto ho poi appreso con le mie ricerche successive. Se ho offeso qualcuno e la sua memoria, me ne rincresce profondamente".
Parole accorate, ma insufficienti. Il pubblico ministero, Michael Klackl, lo ha subito contestato. "Imputato Irving, io non credo alle sue scuse. E lei non è uno storico. Lei è un ambizioso falsificatore della Storia". Il presidente del tribunale, Peter Liebetreu, ha incalzato: "Si rende conto di quali idee e notizie false lei ha diffuso?".
Poi è intervenuto il difensore, Elmar Cresbauer. Ha fatto il suo lavoro come poteva, si è appellato alla clemenza della Corte. "L´imputato", ha detto, "ha riconosciuto i suoi errori. Non è un pericolo per la società e l´ordine pubblico. La giustizia deve anche mostrarsi pronta al perdono. Irving", ha insistito la difesa, "è ormai un uomo anziano, ha 67 anni compiuti, e a casa deve assistere una moglie in cattiva salute".
Argomenti pesanti, ma non sono bastati. Dopo lunghe ore in Camera di consiglio, gli otto giurati (sei uomini e due donne) hanno raggiunto un consenso unanime: colpevole. I giudici lo hanno raccolto.
L´autunno della sua vita di eroe dell´ultradestra continuerà in un carcere viennese.
Irving, il negazionismo e la galera
Nicola Tranfaglia su l'Unità
La condanna dell'inglese David Irving da parte di un tribunale austriaco a una pena detentiva di tre anni per le tesi che negano i crimini del nazionalsocialismo, primo tra i quali il massacro di sei milioni di ebrei, zingari e omosessuali suscita in chi scrive sensazioni contrastanti. Da una parte le tesi che Irving ha più volte sostenuto nei suoi libri anche recenti pubblicati con clamore pubblicitario sono del tutto infondate sul piano scientifico e documentario e appaiono oggettivamente pericolose soprattutto per le nuove generazioni che non hanno nessun ricordo di quello che è avvenuto in Europa prima e durante la seconda guerra mondiale e che possono dunque credere che quelle tesi "negazioniste" corrispondono al vero che almeno abbiano possibilità di essere confortate da successive ricerche.
C'è in questo senso una indubbia responsabilità morale per Irving e c'è la prova che egli tradisce di fatto quella scienza storica che è fatta sul piano metodologico di accostamento serio e consapevole a tutte le fonti disponibili, di confronto attento e raffinato di quel che emerge da fonti diverse, di scelte infine di un criterio di interpretazione che deve nascere da un'approfondita conoscenza dell'intero contesto storico.
Irving nei suoi libri non fa nulla di tutto questo ma sembra in quello che ho letto badare prima di tutto a negare senza ragioni attendibili il valore di un numero assai alto di documenti ufficiali e non di testimonianze che inducono a confermare le caratteristiche di fondo dell'universo concentrazionario come pianificazione sistematica e di massa dell'eliminazione con il ZYKLON B o con altri sistemi di milioni di donne di bambini e di uomini nei campi di sterminio e nei Paesi occupati dalle Ss e dalla Wermacht.
In questo senso la responsabilità intellettuale e morale di Irving come di altri storici in passato è stata assai grande e va denunciata da chi ha dedicato gran parte della propria vita al mestiere dello storico ritenendo sempre che tradire quelle regole di metodo fu un errore di cui dover rendere conto agli altri uomini.
E tuttavia chiariti questi aspetti che sono centrali nella vicenda di Irving, bisogna ancora aggiungere che la condanna a una pena detentiva per le idee espresse non ci sembra la reazione più matura da parte di una società democratica.
Tanto meno da parte dell'Austria che per molti decenni dopo la fine della guerra non ha fatto un esame adeguato né dal punto di vista del lavoro storico né dal punto di vista della classe politica sui comportamenti tenuti dalla maggioranza degli austriaci di fronte al fenomeno nazista.
L'Austria del 1938 vide gran parte della borghesia schierarsi apertamente con il nazismo e sostenerlo senza incertezze fino alla disfatta finale.
Sicché la severità giudiziaria appare per molti versi oggi come una sorta di tentativo di oscurare quel che è stato proprio nel periodo precedente.
Più che condannare e mandare in galera i negazionisti occorrerebbe invece che essi fossero isolati e sbugiardati in tutte le sedi scientifiche di una società democratica che si è liberata di quello scomodo passato, come in gran parte per altro è avvenuto in altri Paesi europei, a cominciare dalla Germania.
Scuse e ringraziamenti
Furio Colombo su l'Unità
La battaglia di Luca Coscioni
Verrà un giorno in cui certi vescovi si toglieranno la maschera cattiva di Marcello Pera, torneranno a sentire la religione come legame fraterno, e chiederanno scusa a Luca Coscioni, morto di un dolore atroce del quale mille voci hanno detto "Va bene così, soffra pure, vietato aprire i frigoriferi zeppi di cellule staminali destinate alla distruzione".
Infatti, nel mezzo di una civiltà della ricerca che, certo, - ci avevano detto in passato - è voluta da Dio, è proibito cercare la cura del male. In attesa di quelle scuse, che certo verranno, anche se tristemente sfasate nel tempo, tocca a noi cittadini di una Repubblica fondata sul divieto, chiedere scusa a Luca Coscioni per il modo in cui è stato lasciato senza risposta il suo grido di aiuto, che non era per sé ma per la lotta a malattie finora incurabili, per il modo in cui è stato abbandonato e ignorato, come se Dio non lo avesse messo al mondo con il suo dolore e il suo male, e la sua e la nostra intelligenza capace di lottare contro quel male, se solo fosse permesso.
Diciamo grazie alla sua dolcezza, alla sua tenacia, alla sua appassionata perorazione che è stata un inno alla vita, lui sì, presidente dei presidenti del diritto alla vita, lui nato e vivo e morente e abbandonato.
Per merito di Luca Coscioni possiamo sperare di apparire meno incivili agli occhi del mondo industriale e democratico - in gran parte cristiano - che permette la ricerca, la finanzia, la vuole.
Noi dobbiamo un grazie affettuoso e solidale a Maria Antonietta, compagna di Luca, che gli è sempre stata accanto con una incomprensibile serenità, vita di una vita esemplare e ostinata.
Se tutta questa storia, per un miracolo, si fosse svolta in una comunità di credenti, oggi si parlerebbe di "odore di santità". Certo Luca e Maria Antonietta ci dicono che esiste una santità laica. Quando qualcuno usa la parola sprezzante laicismo e vi intima di esibirne i valori dite: Luca Coscioni.
E abbiamo il dovere di ricordare chi, in un deserto di distrazione, ha raccolto il grido di Luca Coscioni, lo ha invitato e ospitato in una casa politica e ha fatto sedere l'ospite sofferente a capo tavola.
Ognuno ha diritto a giudizi e pregiudizi sui Radicali. Ma è bene non dimenticare che sono stati i Radicali di Pannella, Bonino, Capezzone e Marco Cappato a prendersi in carico ciò che restava di una voce e di una vita. E a fare in modo che quella voce artificiale e quella vita al limite del sopportabile restassero bene al centro della scena pubblica italiana.
Non c'è niente da dimenticare in questa storia. E per fortuna il cammino continua.
Chi ostacola la voglia di impresa
Matteo Colaninno* su l'Unità
Giovani industriali
La società italiana è poco dinamica e soffre di gerontocrazia, come emerge dalla lucida inchiesta pubblicata domenica da l'Unità. L'immobilismo sociale e il deficit di opportunità per i giovani, infatti, rappresentano oggi il nodo di fondo da sciogliere, se si vuole rilanciare l'Italia e darle una prospettiva di sviluppo di lungo termine.
Sono convinto, tuttavia, che per poter tracciare valide "strategie di uscita" da una situazione che non ci consente di esaltare i nostri talenti, di moltiplicare le chances individuali di crescita, di produrre innovazione e sviluppo sia necessario non limitarsi alla fotografia del presente, cogliendo i significativi segnali di cambiamento che emergono in alcuni settori e, in particolare, nel mondo dell'impresa. Tra i pochi primati positivi di cui possa vantarsi l'economia italiana, infatti, c'è un tasso di natalità imprenditoriale tra i più alti d'Europa. Ogni anno nascono molte imprese al Nord e al Centro, moltissime nel Mezzogiorno.
È un fenomeno di cui troppo poco si parla, ma che dimostra come la "voglia d'impresa" dei giovani italiani sia spesso un antidoto concreto all'immobilismo del Paese e dei suoi meccanismi di selezione del ceto dirigente. La forte crescita di iscritti ai Giovani Imprenditori di Confindustria è una felice cartina di tornasole del fenomeno: oggi oltre il 20 per cento dei nostri associati è costituito da imprenditori di prima generazione. Sono giovani che hanno avuto una brillante idea imprenditoriale, nonché il coraggio e la tenacia di trasformarla in realtà di mercato.
Tuttavia, la creatività e la capacità d'iniziativa dei giovani italiani potrebbero produrre effetti ancor più rilevanti, se fossero inseriti in un contesto-Paese più favorevole all'impresa. Come Giovani Imprenditori di Confindustria, abbiamo ideato tre anni fa - in partnership con un pool di Università italiane - il Premio Nazionale Innovazione: quasi mille progetti d'impresa elaborati da studenti e ricercatori universitari vengono valutati ogni anno da imprenditori, economisti investitori, che selezionano le idee a più alto contenuto innovativo. I giovani "vincitori" della competizione, in seguito, vengono aiutati a trasformare la loro idea in impresa, superando le strozzature del sistema del credito e le difficoltà legate alla mancanza di know how e di esperienza.
Iniziative come questa tentano di colmare il "vuoto di opportunità" che caratterizza la condizione dei giovani italiani. Come abbiamo denunciato con forza nei nostri appuntamenti pubblici, l'Italia appare oggi una sorta di "piramide rovesciata": un Paese destinato ad un rapido invecchiamento, in cui la quasi totalità delle attenzioni politiche, delle risorse pubbliche, degli strumenti di welfare sono destinati alla parte più anziana della popolazione. Soltanto rovesciando la decennale impostazione di fondo delle nostre politiche sociali, soltanto moltiplicando investimenti e strumenti a beneficio dei giovani potremo rendere più dinamico il nostro Paese e più competitivo il nostro "capitale umano".
Ma non possiamo affidare soltanto ai "nuovi imprenditori" le speranze di innovazione economica e sociale del nostro Paese. Gli altri imprenditori giovani - coloro i quali non hanno avuto l'abilità o l'opportunità di creare dal nulla un'azienda - non sono soltanto eredi chiamati a "non disturbare il padre-manovratore" e a cercare il modo migliore per godersi la vita.
Numerosi "figli di papà" hanno dato vita a nuove aziende e a nuovi business, partendo dalle attività tradizionali dell'impresa familiare, mentre la gran parte degli imprenditori d'eredità - mi permetto di dirlo, facendo riferimento anche all'esperienza personale - occupano ruoli di responsabilità nelle imprese di famiglia, che in uno scenario dominato dall'incredibile velocità di cambiamento dei mercati e della domanda traggono forte beneficio dell'apporto di visioni, competenze e sensibilità più fresche.
L'integrazione tra le diverse generazioni all'interno delle imprese italiane è, in fondo, il vero punto di forza del nostro tessuto produttivo. Come scriveva Alberto Falck nella sua lettera-testamento ai figli, "è come se ogni generazione che arriva in azienda creasse una nuova impresa".
Non è importante solo fondare nuove aziende. È ancora più importante, oggi, far crescere le nostre imprese e moltiplicare la loro capacità d'innovazione per portarle sui mercati del nuovo boom economico. È questa la grande responsabilità che ricade, oggi, sulle spalle della nostra generazione di imprenditori.
*presidente nazionale
giovani imprenditori Confindustria
Sindrome di Stoccolma
Angelo Panebianco sul Corriere della Sera
Bisognava aspettare che parlasse Benedetto XVI per sentire le parole ferme e chiare che i timorosi leader politici europei non sanno pronunciare. Il Papa ha deplorato la mancanza di rispetto per i simboli religiosi, ma ha anche dichiarato totalmente inaccettabile la violenza in nome della fede. Confrontate le parole del Papa con l'inerzia delle capitali europee di fronte alla selvaggia violenza scatenata nel mondo islamico col pretesto delle vignette satiriche. Sarebbe questa la "potenza civile", quella che, secondo certi involontari umoristi, avrebbe dovuto, niente meno, "bilanciare" la potenza americana, e imporre la propria autonoma influenza sui destini del mondo? Assalti alle ambasciate europee anche nei Paesi ove niente avviene se i tiranni non lo ordinano, l'uccisione di un sacerdote cattolico, i cristiani trucidati in Nigeria, gli assalti alle chiese in Pakistan, le manifestazioni antioccidentali dette "spontanee", organizzate da religiosi estremisti ovunque. E l'Europa sa solo balbettare "ci vuole il dialogo ".
Quando il regime siriano ordinò l'assalto alle ambasciate danese e norvegese, quando una squadraccia assaltò la sede dell'Unione europea in Palestina, l'Europa non reagì sentendosi colpita tutta, non reagì contro quegli atti di guerra chiarendo che non se ne sarebbero tollerati altri. Ogni giorno che passa l'Europa (come ha scritto Galli della Loggia su questo giornale) trasmette il senso della propria nullità politica e manda un chiaro messaggio a quel vasto mondo fondamentalista, di cui il terrorismo jihadista è l'appendice armata: potete esercitare contro di noi qualunque prepotenza avendo la certezza che noi cederemo. D'accordo, sono fanatici, pericolosissimi, e ci fanno paura. Ma non è mai accaduto nella storia che si subisse la prepotenza altrui senza ricavarne grandi disgrazie.
Non si è sentito neanche un leader europeo di peso, da quando è cominciata l'orchestrata sollevazione contro le vignette, dire al mondo islamico quanto andava detto, ossia che quelle vignette erano di pessimo gusto, ma anche che il cattivo gusto è un prezzo che noi paghiamo per la libertà, e che essi non devono osare mettersi contro le nostre libertà.
La vicenda italiana è parte di questa latitanza europea. Ha ben detto Magdi Allam sul Corriere di ieri: va bene che Calderoli venga licenziato ma non per ordine di Gheddafi.Ma sia da parte del premier che da parte del suo oppositore Prodi, abbiamo sentito parole di eccessiva comprensione per il tiranno di Tripoli. Somiglia alla sindrome di Stoccolma. La stessa che vediamo in azione nei tribunali che non riescono a colpire i jihadisti (e non si è capito se sono sbagliate le leggi o le prassi giudiziarie). La stessa che dopo l'11 settembre ha spinto tanti a prendersela con Oriana Fallaci piuttosto che con i fondamentalisti (la prima non fa paura, i secondi sì). La stessa che ci fa scandalizzare più per ogni pagliuzza nei nostri occhi che per le travi negli occhi loro. Tenere la schiena dritta quando altri ti scatenano addosso una guerra di civiltà che non avresti mai voluto combattere è difficile. Ma piegare la schiena significa la rovina sicura.
21 febbraio 2006