CARO direttore, i fatti di Bengasi ci hanno tutti profondamente colpiti, tornando a dimostrarci, se ve n´era bisogno, la fragilità del mondo in cui viviamo, la difficoltà di dialogo tra i popoli, la sciagurata forza che le offese possono scatenare.
Ho già avuto modo di esprimere immediatamente dopo il sanguinoso assalto al consolato italiano il mio punto di vista, così come ho avuto modo di percepire direttamente in un lungo colloquio con Gheddafi la preoccupazione di chi è chiamato a governare realtà complesse come quelle dei Paesi del nord Africa.
Paesi con i quali non alimentare un dialogo costruttivo basato sul reciproco rispetto e la reciproca comprensione sarebbe un errore di enorme portata storica per l´imprevedibilità delle conseguenze che tale mancanza di dialogo determinerebbe.
Detto questo mi sembra che da questa vicenda possiamo derivare tre indicazioni che riguardano invece direttamente l´Italia e il suo Governo che mi sembra utile sottolineare.
1) Calderoli, la cui vergognosa sceneggiata è stata la scintilla che ha dato fuoco alle polveri, non è una persona qualsiasi, un cittadino Italiano dalle idee un po´ balzane, un militante di base di un movimento un po´ estremista. Calderoli è un Ministro della Repubblica, che ha giurato davanti al Presidente della Repubblica di servire il suo Paese e di rispettare la Costituzione. Questo incarico gli è stato conferito dal Presidente del Consiglio che lo ha nominato nel delicatissimo ruolo di colui il quale avrebbe dovuto lavorare proprio a mettere mano alla riforma della Costituzione, malgrado fosse già disponibile una letteratura di dichiarazioni di chiaro stampo xenofobo oltre a un florilegio di esternazioni contro l´Unità d´Italia e contro la carta costituzionale. Ebbene con quale leggerezza e sotto quale spinta di ricatto politico si affida un Ministero così delicato ad una persona con questo curriculum?
Dato che già erano note le tensioni causate dalle precedenti dichiarazioni di Calderoli
2) E´ evidente che anche in questa crisi si è palesata una delle più gravi carenze di questo governo. L´assenza di una politica estera saggia e competente fatta di attenzione, dialogo, capacità di prevenire le situazioni di crisi, soprattutto con quei Paesi, come la Libia, con i quali si erano in passato ricuciti con grande fatica i rapporti. Paesi verso i quali l´Italia dovrebbe svolgere un ruolo di continua tessitura di rapporti anche per conto dell´Europa tutta non aspettando che le cose si mettano male , molto male in questo caso, per abbozzare interventi riparatori.
Non avere compreso la portata dell´incendio che si stava sviluppando nei paesi islamici è stata una colpa grave. Una seria analisi avrebbe forse portato un governo consapevole e responsabile ad informare i suoi membri dei pericoli incombenti e, voglio sperare, sarebbe stata una moral suasion sufficiente a scoraggiare le esibizioni televisive che tanto danno hanno causato.
3) Va fatta infine, a valle di quanto accaduto, una seria riflessione sul ruolo del servizio pubblico televisivo. Il fatto che lo show di Calderoli sia stato ospitato in prima serata, nei momenti di massimo ascolto, sulla rete ammiraglia della Rai e che nessuno abbia pensato a quel piccolo particolare di cui spesso ho sentito i dirigenti della Rai farsi giusto vanto: vale a dire che Rai Uno gode di altissima popolarità e moltissima attenzione proprio nei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo.
Non avere riflettuto minimamente sul fatto che, come dicono sempre i dirigenti televisivi, proprio grazie alla tv si vive ormai nel villaggio globale e, di conseguenza, almeno dal punto di vista dell´informazione, si è avverato il detto secondo cui un battito d´ali di farfalla in un Paese può provocare una tempesta dall´altra parte del mondo, è sintomo a dir poco di leggerezza e di scarso senso di responsabilità.
Mi sembrerebbe francamente doveroso che da parte della politica e soprattutto dei partiti politici della maggioranza non si tentasse di voltare pagina e di assimilare, come si sia tentando di fare in queste ore, quanto è successo a Bengasi con le affermazioni che riguardano Nassiriya, affermazioni da esecrare e biasimare, ma che provengono da persone che hanno scarsa rappresentanza e nessuna influenza politica. Credo che Berlusconi e gli altri leader della Cdl dovrebbero andare ben oltre la doverosa quanto tardiva richiesta di dimissioni. Essi dovrebbero svolgere una attenta analisi delle carenze che si sono verificate in questa vicenda e renderne conto agli Italiani. Per tutti questi motivi le doverose dimissioni dell´onorevole Calderoli non possono chiudere la vicenda.
Il presidente del Consiglio, il governo e la maggioranza che lo sostiene hanno il dovere di svolgere una attenta analisi delle carenze e delle colpe che si sono verificate in questa vicenda e debbono renderne conto al Parlamento. L´Italia ha bisogno di una nuova politica verso il Mediterraneo in modo da garantire la nostra sicurezza e i nostri interessi e affermare finalmente il ruolo di equilibrio e di saggezza che è nella tradizione di questo paese.
Lega, vince la linea anti-Islam
«Così guadagniamo voti». Il retroscena sulle dimissioni di Calderoli
Alessandro Trovino sul Corriere della Sera
MILANO «Imposteremo la nostra campagna sull'Islam. Perché è vero, abbiamo perso un ministro, ma che ci importa? Siamo a fine legislatura e questo scontro ci ha fatto solo guadagnare voti». Non ci sono soltanto la pressione della base o l'irritazione dei dirigenti. Ci sono anche ragioni elettorali alla base dello scontro che oppone il Carroccio alla Cdl. Il dirigente leghista ne è sicuro: «Più parliamo di Islam e più saliamo nei sondaggi».
E allora un insieme di fattori la legge elettorale proporzionale, la sensazione suffragata da molti istituti di ricerca di una Cdl perdente il 9 aprile, il consolidarsi di una rete di partiti autonomisti in tutta Italia intorno al Carroccio porta a non far ritenere del tutto peregrina, anche se oggi del tutto improbabile, l'ipotesi di un qualche strappo da parte della Lega. Dalla mancata alleanza perderebbe qualche seggio dal premio di maggioranza, ma probabilmente porterebbe a casa molti più voti.
Cresce la «Lega di lotta»: che non vuol dire necessariamente «corsa in solitaria». Vuol dire anche avere le mani libere e incidere di più nel programma della Cdl. Introducendo, per esempio, al primo posto tra le priorità, «le radici cristiane dell'Europa».
Alla vigilia del Federale, anche Calderoli è tornato alle origini. Si è spogliato della sua cravatta da ministro - «mi è sempre andata stretta» - e si è rimesso le amate «braghe corte». Ora può permettersi di lanciare con forza il suo «non ci sto» e di condannare «una civiltà ormai cotta nel burro, che sembra preferire gli ozi e la decadenza imperiale al proprio orgoglio e alla propria identità».
Calderoli, che si definisce «un agnello sacrificale», oggi presenterà una relazione per ribaltare l'interpretazione dei fatti di Bengasi, sottolineando che «mai in Libia negli ultimi vent'anni c'era stata una manifestazione di protesta» e che dietro c'è «qualche manovra oscura» dei governi e dei servizi. Dopo aver chiesto la rottura delle relazioni diplomatiche con i Paesi che non rispettano «i diritti dei cristiani e la reciprocità», la Lega ora potrebbe annunciare, a cominciare dalla Libia, la richiesta di sanzioni o ritorsioni commerciali. Una risposta indiretta anche alle preoccupazioni di Berlusconi sulle commesse libiche e mediorientali e alla lunga telefonata a Gheddafi che ha fatto infuriare la Lega.
Tutti temi di campagna elettorale che la Lega vuole cavalcare con forza. Anche per questo l'alleanza con gli autonomisti finora non particolarmente amata da Bossi e tollerata dalla base potrebbe essere il coniglio dal cilindro per i lumbard. I conti li fa lo stesso Lombardo: «Noi superiamo il 2 per cento, mentre la Lega ha già quasi il sei. Credo che potremmo arrivare tranquillamente al dieci». Maroni conferma: «La Lega è ben oltre il cinque per cento di cui si parla. Da una rottura con l'alleanza, in termini di voti, avremmo tutto da guadagnarci».
Fiamma nera sotto la camicia azzurra
Accordo tra Berlusconi e il cartello neofascista, con in più l'ospitalità nelle liste forziste
Andrea Colombo su il Manifestodel 18 febbraio
ROMA - Perentorio: «Su razzismo e antisemitismo non si tratta». Indignato: «Non accettiamo lezioni di democrazia da nessuno». Parola di Silvio Berlusconi, che subito dopo la nobile sparata illustra felice, in apposita conferenza stampa, il risultato delle trattative con gli antisemiti dei gruppi conclamatamente fascisti, la Forza nuova di Roberto Fiore e il Fronte nazionale di Adriano Tilgher, sotto l'egida sicuramente democratica di Alessandra Mussolini. Risultato della «non-trattativa»: i gruppi che sarebbe sbagliato definire neofascisti solo perché, come afferma orgoglioso (e onesto) Tilgher: «A me i 'neo' non piacciono», sono da ieri parte integrante della Casa delle libertà. I capibastone non figureranno nelle liste, tanto per dare un contentino ai gonzi, ma al loro posto ci saranno cloni in camicia nera che la pensano esattamente allo stesso modo. «Poco male - commentavano alla vigilia gli intimi di Fini - prendono lo 0,40% e ci siamo tolti il problema». Mica vero. Donna Alessandra sa come si conduce una «non-trattativa».
Sa che il cartello di Alternativa sociale al 2% non ci arriverà mai, pertanto chiede (e ottiene) quattro posti (quelli però garantiti) anche nelle liste azzurre. Il democratico di Arcore acconsente volentieri. Come si fa a «non concedere almeno il diritto di tribuna» a chi non dovesse raggiungere il 2%? Questione, appunto, di democrazia.
I fascisti, intanto, il diritto di tribuna se lo prendono subito, in televisione, e non è che vadano tanto per il sottile. Del cavaliere se ne fregano, delle sue simpatie atlantiche pure. Da Matrix Fiore disserta di storia: «Col senno di poi bisogna dire che nel `43-45 gli angloamericani non erano dalla parte giusta». Non c'è bisogno di specificare chi fosse dall'altra parte del fronte, quella «giusta». Poco male. I voti non puzzano.
All'appello del gotha fascista squadernato nella conferenza stampa mattutina mancavano un nome, quello di Luca Romagnoli, e un simbolo, quello della sua Fiamma tricolore. Arrivano nel pomeriggio, quando il cavaliere chiude anche con loro un accordo ricalcato su quello illustrato qualche ora prima.
I nuovi arrivati sono gente con cui Giorgio Almirante non avrebbe mai stretto accordi, anzi che «non avrebbe mai neppure contattato». Parola di donna Assunta Almirante. I nuovi arrivati sono incompatibili con l'adesione al Ppe: non in termini di decenza, (di quelli Berlusconi se ne frega come un forzanovista) ma di statuto, che proibisce accordi con formazioni neofasciste.
Ma basterebbe un niente, una dichiarazione di troppo, un qualsiasi incidente di percorso, per dar fuoco alle polveri. Del resto, anche all'interno di Forza Italia i mal di pancia ci sono eccome. Il più lancinante affligge il ministro degli Interni Pisanu, quello che aveva denunciato pubblicamente la presenza di elementi di Forza nuova nella curva nera dell'Olimpico, ma soprattutto quello che appena tre giorni fa aveva alzato il telefono per sconsigliare accoratamente il capo dall'accordo. Berlusconi non ha ascoltato niente e nessuno. Per vincere è pronto a tutto e non lo nasconde, ma c'è il rischio che per una volta abbia sbagliato i conti e che le forze fresche della Nazione gli portino più danni che vantaggi.
Venghino, venghino, signori. Si accomodino alla grande fiera delle vanità. No, non quella delle balordaggini padane capaci di incendiare mezzo mondo contro l'Italia. Non quella dell'osteria di lotta e di governo che - per fortuna - autorizza comunque l'Unione a garantire «più serietà» agli italiani. Venghino piuttosto alla fiera concorrente. Guardino e stupiscano davanti alla varietà equatoriale delle specie e soprattutto delle più preziose, quelle in estinzione. Si lustrino gli occhi alla vista dei numeri strepitosi del mangiafuoco e del fachiro. Tendano le orecchie al verso della civetta, ascoltino il canto della danzatrice circassa, la parola in musica che non conosce né regole né spartito d'orchestra. Qui è il grande circo del centrosinistra che ambisce al governo del Paese.
Qui troverete e sentirete di tutto. Qui mai è annegato Narciso, né mai si è spenta la voce delle sirene. Qui è il tendone dove gli animali si azzuffano e i clown pure, e pure gli acrobati e perfino le ballerine e i domatori.
Qui pochi amano fare spettacolo insieme. Quasi tutti amano farlo da soli. Non importa loro che la Grande Rappresentazione del dì di festa riesca bene e lo spettatore gradisca e applauda. Importa piuttosto che lo spettatore veda ora colui ora colei più degli altri. E dunque entrano in scena tutti insieme. Ma poi, ricevuta l'ovazione iniziale, nessuno si tiene più per mano. E ognuno fa e dice cose strambe senza badare all'armonia d'insieme. Tira perfino calci ai vicini. Mica per inimicizia, ci mancherebbe. Ma perché lo spettatore lo veda. E magari lo applauda sul momento, salvo provare alla fine una sensazione di sconcerto. O di stizza. O di fastidio.
E ora usciamo pure di metafora, anche pensando alla manifestazione di sabato scorso. Ma quando finirà questa vocazione del centrosinistra al suicidio elettorale? Dice che è il proporzionale, perfida invenzione del signor B. per sfiatare un'alleanza che girava a pieno ritmo nei collegi del maggioritario. Ma dunque l'astuzia, l'intelligenza del signor B. è superiore alla nostra? Ossia, se B. studia una strategia per indebolirci, noi invece di mandargliela orgogliosamente in fumo almeno per metà ci ingegniamo per fargliela riuscire alla perfezione? Recitiamo disciplinatamente la parte che lui ci ha assegnato per poterci battere? Gli serviamo su un piatto d'argento tutto ciò che desidera, come dei perfetti camerieri? Perfino quell'infame «dieci, cento, mille Nassiriya» - abusivo, certo, ma ben sonoro - dietro l'etichetta di una pattuglia parlamentare e di qualche bandiera unionista? Complimenti ragazzi. Che bello fare esattamente quello che il tuo avversario ti chiede di fare.
Forse, anzi senz'altro, è il caso di essere chiari, drastici. Li avete visti questi cinque anni di Berlusconi al governo? Vi sono piaciuti? Vi siete visti sgretolare davanti agli occhi il senso delle istituzioni e della decenza, l'idea di cultura e di solidarietà? Avete provato qualche malinconia ogni 25 aprile? Vi siete vergognati nel vedere la nostra politica estera fatta di corna e pacche sulle spalle? Avete detto che se continua così cambio cittadinanza (cosa da non fare, si sta e si dà battaglia)? Bene. Allora pensate che questa micidiale esperienza collettiva ce la potevamo risparmiare. E soprattutto pensate che la potevamo risparmiare al Paese. Pensate che il 12 maggio del 2001 la maggioranza degli elettori non votò Berlusconi. Già, proprio così: non lo votò. Lo votò invece una minoranza degli elettori. Che diventò maggioranza (facendo di questo gradito dono l'uso che sappiamo) perché la maggioranza vera era divisa per tre. Perché si era certi della sconfitta e ognuno pensò ai fatti suoi, con Rutelli che per mezzo milione di voti non colmò un distacco dato per assolutamente incolmabile da mesi e mesi. Lo sappiamo tutti, vero?, che nessuno degli strateghi di quella divisione ha mai pagato per avere consegnato l'Italia e il destino comune nelle mani di Berlusconi. Lo sappiamo tutti che nessuno di loro ha mai chiesto scusa in pubblico e forse nemmeno in privato. Certo abbiamo imparato che si può perdere una campagna elettorale per la convinzione di averla già persa.
Ma oggi rischiamo di imparare - pur con i sondaggi a favore - che la si può perdere per la convinzione opposta, ossia di averla già vinta. Quella convinzione che nell'ultima parte di legislatura ha portato circa quattrocento persone a vedersi ministro, viceministro o sottosegretario mentre in cinquanta, non di più, facevano funzionare l'opposizione in Parlamento. La convinzione che oggi porta molti a credere che l'unico problema sia quello di farsi vedere di più e a qualsiasi costo dallo spettatore. A non sapersi tenere nulla in bocca, nemmeno la battuta più demenziale, come un leghista qualsiasi; a non sapere sospendere nemmeno per un giorno la frenesia della dichiarazione o del comunicato stampa. Certo, la libertà di espressione. Ci mancherebbe.
E allora ognuno si ricordi qual è il primo obiettivo. Motivi per litigare, per mostrarci, per conquistarci l'oscar dell'intransigenza morale, solidaristica, democratica, laica, cattolica, pacifista, ecologista, internazionalista, legalitaria, sindacale, innovativa, riformista, ne possiamo trovare quanti ne vogliamo. Fantasia ne abbiamo. Sensibilità per i temi sociali e letture suggestive anche. Paletti e condizioni da dettare, o bocconi amari da fare inghiottire, sono lì, tutti lì nei nostri capienti archivi mentali.
Intendiamoci. Di tutto è giusto discutere. Né sarà male se qualche provvedimento altamente simbolico verrà effettivamente approvato, come si dice, «nei primi cento giorni». Ma, dovendo decidere come marciare verso le elezioni, davvero così sparpagliati dobbiamo andarci? Meno male (si fa per dire) che c'è Calderoli, che con la sua t-shirt ha strappato il velo su un'intera cultura di governo. Meno male che gli altri non scherzano. Meno male che c'è quel centrodestra brancaleonesco, schierato a testuggine solo sulle leggi ad personam. Ma non sarebbe meglio, per il 9 aprile, puntare a vincere perché siamo forti e uniti noi? In fondo, delle buone idee le abbiamo tirate fuori, una buona opposizione l'abbiamo fatta, e il nostro popolo merita di più... Perché non ce lo ricordiamo ogni mattina?
Consorte: "Ecco la mia verità su Unipol
L´ex manager parla per la prima volta, contesta "i grilli parlanti" e dice: "Con Bnl avremmo creato il terzo polo finanziario del Paese, per questo ci hanno affossato"
Carlo Bonini e Giuseppe D´Avanzo su la Repubblica
BOLOGNA - «Dopo 25 anni, giovedì scorso, ho lasciato definitivamente il gruppo Unipol anche come dipendente. Non avrei voluto chiudere una storia di successo in questo modo e in questa situazione, ma è pur vero che sono finalmente libero. In questo momento, purtroppo, e sottolineo purtroppo, non posso pubblicamente affrontare nel merito la mia disavventura giudiziaria. I magistrati sono al lavoro e confido che presto si possano comprendere meglio i termini della mia vicenda personale. Una cosa però voglio dire: su questa storia, e intendo la storia Unipol e mia personale, sono state dette e scritte molte, troppe menzogne. Voglio che si sappia che io non le subirò. Farò chiarezza e, quando l´inchiesta me lo permetterà, scriverò io una storia più autentica».
Giovanni Consorte siede nel salone della sua casa nella zona universitaria di Bologna.
Il consiglio di amministrazione Unipol ha preso atto delle sue dimissioni da dirigente e «su consiglio di Guido Rossi», scrivono i giornali, ha affidato alla Deloitte un´inchiesta interna, una "due diligence", su tutti gli affari conclusi da lei, presidente, e Ivano Sacchetti, amministratore delegato.
«Io non so se l´idea sia anche di Guido Rossi. E´ però facile accertare che l´inchiesta interna è stata suggerita a Unipol dal mio avvocato, il professor Filippo Sgubbi, con il mio convinto assenso. Suggerisco anche un´altra iniziativa».
Quale?
«Per correttezza, sarebbe bene calcolare il valore creato per i soci Unipol negli ultimi 15 anni. Diciamo anche negli ultimi cinque. Senza contare il valore raggiunto delle tante società start-up del gruppo cui abbiamo dato vita».
Perché questo suggerimento?
«Vedo in giro troppi grilli parlanti».
A chi si riferisce?
«A tutti coloro che nel mondo cooperativo, oggi, delegittimano il lavoro che ho fatto con Ivano Sacchetti. Che ha il considerevole vantaggio di poter essere sostenuto con la concretezza dei numeri. I grilli parlanti sono peraltro gli stessi che, nel 1991, ci hanno lasciato una Unipol che raccoglieva 732 milioni di euro di premi e utili per 15 milioni di euro, con una palla al piede come Unipol finanziaria, che aveva debiti per 420 milioni di euro e perdite per 250. In 14 anni, mettendo insieme strategie aziendali e il consenso convinto e operoso di 16 mila dipendenti, 2 mila agenzie e 4 mila punti vendita, abbiamo portato Unipol a raccogliere 10 miliardi di premi e 300 milioni di utile.
Poi, in verità, con i grilli parlanti ci sono anche i soloni».
Che intende per soloni?
«Quegli intellettuali che sembrano immaginare per gli italiani un futuro di soli consumatori. Di gente che mangia e va in bagno. Intellettuali che non sembrano preoccupati del fatto che oggi non ci sia in Italia nessuna banca che abbia un assetto societario stabile. Questi soloni come spiegano che, dopo l´Olanda e altri Paesi europei, anche la Francia si appresta a introdurre uno scudo protettivo degli interessi nazionali per impedire opa ostili provenienti dall´estero? Cosa ha da dire, per fare un solo nome tra i tanti, il professor Marco Onado? E non ha da dire nulla Luigi Abete che, per sette mesi, ci ha assicurato che, in ogni caso, avesse o meno vinto Unipol, avrebbe lasciato la presidenza della Bnl? Come mai Abete ha accettato, dopo accorte pressioni, di garantire la continuità con la nuova gestione francese Bnp Paribas? Come si fa a gioire perché i francesi hanno preso Bnl? Dico che questi soloni difettano di lucidità intellettuale. In Europa ci si starà a pieno titolo se si è competitivi, non se si diventa un Paese di shopping di aziende».
D´accordo, ma la sua storia è diventata il paradigma della commistione affari e politica a sinistra. Il tramonto definitivo è stato detto della diversità morale dei post-comunisti.
«Voglio subito chiarire una cosa. Un conto sono i miei comportamenti e le mie responsabilità, e ne parlerò adesso. Un conto è l´Opa lanciata da Unipol su Bnl. Chi confonde le due cose è scorretto. Chi si lascia confondere da questa manipolazione non è molto intelligente ed accorto».
A chi si riferisce?
«Ai troppi che, nel centro-sinistra, hanno sovrapposto la mia attività privata con l´assoluta trasparenza, bontà e correttezza dell´opa su Bnl».
Ammetterà, ingegner Consorte, che quei premi che le sono stati concessi da Chicco Gnutti (Hopa) a insaputa di Unipol e parcheggiati all´estero in attesa di rientrare con lo scudo fiscale non sono belli a vedersi.
«E perché? Io la mattina mi guardo tranquillamente allo specchio. Nel lavoro fatto per Hopa di Gnutti durante l´acquisizione e poi la vendita di Olivetti, ho fatto anche gli interessi di Hopa e ho dato in quella compagine azionaria anche maggiore valore alla piccola partecipazione di Unipol.
Certo, in Unipol mi si può dire e mi hanno detto: "Non ci hai informato di quei premi e dunque viene meno la fiducia". Nulla da dire. Ne prendo atto. Anche se la vicenda potrebbe essere controversa. Ma non credo e non ho mai creduto all´eguaglianza tra diseguali. Dopo aver lavorato, oltre che per Unipol, anche per il mondo cooperativo per oltre 30 anni, risistemando catastrofici disastri aziendali e salvando circa 15 mila posti di lavoro, nessuno può rimproverarmi che è immorale aver accettato un premio per il lavoro svolto a vantaggio dei soci di Bell e di Hopa oltre che naturalmente per gli azionisti di Unipol».
Lei si rende conto che questa suona come una bestemmia tra il popolo di sinistra, e forse tra chi di sinistra non è in un Paese dove molti hanno il problema della stenta "quarta settimana" quando si fa fatica ad arrivare e fine mese?
«E´ un problema che mi angoscia e continuerò il mio impegno sociale nelle forme e nei modi più opportuni che riuscirò a individuare. Io per 14 anni ho lavorato 12 ore al giorno guadagnando la metà dei miei concorrenti diretti sul mercato. E l´ho fatto di buon grado perché questo faceva parte della mia appartenenza convinta al mondo cooperativo. Oggi, però, ci si scandalizza del mio premio di 22 milioni di euro per una consulenza privata nella compravendita Telecom che, per citare un solo numero, ha portato a Bell un utile netto di 3 mila e 400 miliardi di vecchie lire.
Converrà comunque che le cifre della sua vicenda irritano e indignano gli elettori del suo partito di riferimento, i Ds.
«Qui, signori miei, c´è una questione politica e culturale irrisolta nella sinistra: il rapporto tra ricchezza e socialità. Se uno è di sinistra deve essere necessariamente povero? La sinistra si consegna con il suo ideologico pauperismo a essere sempre maggioranza relativa e forse di governo, ma poi governa veramente? Che cosa significa essere di sinistra e stare nel mercato? Fare della demagogia? Certo, Unipol può anche tenere basse le sue tariffe, ma poi si indebita e fallisce, come sono state prossime al disastro tante avventurose imprese cooperative. Voglio dire che l´economia di un Paese non è determinata dai buoni propositi, da una legge finanziaria o da chi la scrive, ma da chi produce punti di Pil. Se non sei presente lì dove il Pil si forma, puoi anche vincere le elezioni, ma sarai sempre salmeria e mai sulla linea del fronte. Il Labour si è liberato di questo problema. Perché o tu sei all´interno di meccanismi reali dell´economia che determinano la situazione del Paese e dunque governi davvero; o puoi anche vincere le elezioni, ma non governerai mai effettivamente».
Anche i suoi soldi fatti rientrare con lo scudo erano innocui? Si è scritto che quel denaro fosse la provvista destinata alla campagna elettorale dei Ds.
«Questa è un´altra menzogna. Prima che le cose finissero come sono finite, avevo sempre pensato che il mio tempo in Unipol avrebbe avuto un termine naturale non più tardi del 2008. Quei soldi dovevano servire come base per un progetto di lavoro personale che coltivavo allora e coltivo oggi. La prova della trasparenza di quel denaro è nel tipo di movimentazione che ha avuto una volta rientrato in Italia. Sono circostanze che ho messo io a disposizione della magistratura e che la magistratura conosce e sta verificando. Il punto, ancora una volta, è che, come vedete, si continua a confondere e sovrapporre in malafede le mie scelte e comportamenti personali con la scalata Unipol a Bnl. Possibile che non si voglia capire che cosa è successo?».
Che cosa è successo per Giovanni Consorte?
«Con l´acquisizione di Bnl, Unipol sarebbe diventato il terzo gruppo finanziario italiano. In una foresta pietrificata, in un mercato di capitalisti senza capitali, nasceva un soggetto nazionale nuovo. L´opa Unipol su Bnl, se autorizzata, sarebbe stata una delle poche lanciate in Italia con oltre il 90 per cento in linea capitale, e quindi senza indebitamento. A sinistra non tutti l´hanno capito. Mentre i nemici della sinistra lo hanno capito fin troppo bene, al punto che ci hanno fatto fuori coinvolgendoci in tre questioni che non ci riguardano. Perché Unipol non ha nulla a che fare con Telecom. Unipol non ha nulla a che fare con il tentativo di scalata di Ricucci alla Rcs. Unipol non c´entra nulla con Antonveneta».
E con Giampiero Fiorani?
«Non con Fiorani, con Banca popolare italiana. Unipol ha fatto con Bpi una sola operazione: ha comprato azioni Bpi per 60 milioni di euro e Bpi ha acquistato azioni Unipol per 148 milioni di euro. Chi ci ha guadagnato? Perché non leggo che Unipol non c´è mai nelle operazioni di Fiorani? Mi sembra che ancora oggi, a sette mesi dall´inizio di questa storia, pochi si rendano conto che, complice un´informazione etero-diretta, Unipol, e quindi il possibile soggetto nuovo della finanza italiana, è stata bersaglio di un´aggressione politicamente ostile. Mi sembra, ad esempio, che nessuno si sia chiesto come mai agli organi di controllo (Consob, Isvap, Bankitalia) siano stati necessari sei - dico, sei - mesi per autorizzare o bocciare la nostra opa su Bnl. E´ di questo che bisognerà parlare. Presto. Non ora. Ora, purtroppo, è il tempo del silenzio, ma la verità al momento opportuno verrà fuori».
Israele uccide leader della Jihad e congela i fondi
sommari de l'Unità
Ucciso in Cisgiordania Hamad Abu Sharif, leader della Jihad islamica. È il sesto palestinese morto in 24 ore per mano dell'esercito di Tel Aviv, il cui governo ha congelato le restituzioni dei dazi doganali pari a cinquanta milioni di dollari al mese. Gli Usa, intanto, bloccano i 50 milioni di dollari che avevano già versato all'Autorità nazionale palestinese e i beni di una Organizzazione umanitaria americana. Hamas fa sapere che invierà una delegazione in Iran per reperire fondi.
Commerciante uccide ladro e dice: la legge me lo consente
sommari de l'Unità
Tre fucilate e un ragazzo di 28 anni ha perso la vita per alcune palme nane che voleva rubare. A stroncare la sua vita un tabaccaio di Eboli. Arrestato ha invocato la nuova legge sulla legittima difesa. Chissà se prima di far fuoco avrà pensato che in fondo era un suo diritto difendere quelle piante lasciate fuori dal negozio. Probabilmente fra sé e sé avrà pensato che quella nuova legge sulla legittima difesa gli dava il permesso di sparare.
La P2 spiegata ai ragazzi
Maurizio Chierici su l'Unità
Mentre raccoglievo l'angoscia di vecchi testimoni impauriti dalla dottrina P2 nei programmi Casa della Libertà, l'alluvione Berlusconi declamava in ogni radio, giornale e Tv ciò che ha in mente di fare se gli italiani («che mi devono gratitudine») lo incoraggeranno a ripulire gli angoli sporchi d'Italia. Angoli rossi, maledetti comunisti. Cancellare le par condicio liberticide, riscrivere la Costituzione che impedisce al capo del governo di sciogliere il Parlamento, soprattutto difesa del solco tracciato con le antenne «fino a quando non avrò riformato l'assetto della magistratura»: accucciare i giudici sotto lo stivale politico. Disegna un futuro che nemmeno nelle virgole è diverso dal Piano Rinascita di Licio Gelli.
E siccome Berlusconi e gli altri devono quasi tutto al signore evaso con baffi finti dalla superprigione di Ginevra (1982), e devono quel che manca a massonerie ben nascoste, sentono il dovere di omaggiare il maestro con qualche regalo. Ecco la copertina e quattro pagine di «Panorama». proprietà Cavaliere P2. Annuncia uno scoop che oscura il Grande Fratello: «il Venerabile dona allo Stato le lettere del Papa a Mussolini e poi scritti mai pubblicati di D'Annunzio, Garibaldi, Napoleone, Torquato Tasso e Verdi». Bisogna tener conto che non è facile fare i giornalisti quando nel mondo non succede niente. Settimane vuote. Scarseggiano drammi, rivolte islamiche, assalti alle ambasciate; in Iraq non muore nessuno e le sue prigioni sembrano collegi svizzeri. Gas che arriva copioso dalla steppa, febbre aviaria lontana dall'Italia, mentre la campagna elettorale sbadiglia nella bonaccia. Mai polemiche, nessun colpo di scena. E la prima pagina di un settimanale deve ripiegare su vecchie carte che chissà quale mani hanno trafugato nella mani di Gelli. Archivio light. Gli elenchi veri restano al sicuro. L'articolo è firmato da Alessandro A. Mola, storico della massoneria. A volte, il caso.
Eppure qualcosa non quadra. Mentre il Cavaliere e i suoi fratelli scavano ogni minuto nell'orribile memoria della sinistra - rubli sporchi di sangue, intrighi Mitrokhin e cooperative rosse - i giornalisti di ogni radio e Tv che il Cavaliere attraversa sgambettando, questi giornalisti, mai, mai una sola volta provano a stimolarlo con normale curiosità sul passato P2 così vicino al presente Casa Libertà. Per esempio: come mai il fiorire di Gelli coincide con la fortuna Fininvest, nonna di Mediaset? Amnesia professionale? O normale preveggenza di chi fa un certo mestiere e non se la sente di accendere la luce nelle cantine del supremo comunicatore. Il quale se anche perde le elezioni continuerà a pesare sul futuro di chi lavora nei media: Mondadori, libri, giornali di carta e on line, Mediaset, Publitalia, film, decoder, grandi opere, assicurazioni, banche, eccetera. I giornalisti continueranno a trovarselo tra i piedi e devono tenerne conto. Leo Longanesi ricordava come gli italiani pensino sempre alla famiglia. Meglio lasciar tranquilla la P2 nel momento in cui realizza i programmi a lungo accarezzati. Non si sa mai.
Non é per caso che della P2 nessuno parla. È forse la memoria distorta dei profughi della stagione felice di Gelli ad immaginare fantasmi che nessun giornalista con la testa sulle spalle riesce a vedere?
«Se fosse così tutti ne parlerebbero a cuor leggero. Copertine nei giornali del Cavaliere. Al posto degli autografi di Verdi e Puccini, farebbero il nome di chi ha impiccato Calvi sotto il ponte di Londra. Se la P2 non avesse segnato e non continuasse a segnare il Paese, se ne potrebbe discutere liberamente. La si rievocherebbe con la stessa ampiezza di ricordi che accompagna Hitler, Mussolini, Stalin, vecchie guerre o i processi del passato. Invece, silenzio. Silenzio perché i protagonisti di ieri restano in buona parte protagonisti di oggi. Confidano nel timore di chi fa domande e nell'ignoranza di noi sotto i trenta: votiamo senza sapere chi sono davvero. Quasi nessuno sa che Berlusconi ne faceva parte, che Cicchitto, testa di Forza Italia, è stato passato a fil di spada da Gelli, e che il ministro Martino aveva sottoscritto la supplica volendo saltare sul carro dei potenti».
«È passato tanto tempo da Mani Pulite ed é in corso la rivisitazione di un impegno che pareva potesse cambiare l'Italia. Più trasparente, più onesta: l'Italia giovane nella quale ogni ragazzo vorrebbe vivere. Sembrava indispensabile riscrivere le regole della politica e degli affari per ritrovare la lealtà sociale dimenticata, invece l'ha spuntata un'ex piduista, Silvio Berlusconi, e tutto resta come prima». E la magistratura finisce sotto tiro, come annunciava Gelli trent'anni fa. «Sulla P2 Berlusconi ha giurato il falso in tribunale: condannato, salvato dall'amnistia, tante volte ha cercato di mettere a tacere coloro che insistevano sul suo legame col maestro, ecco spiegata la timidezza dei giornalisti che gli parlano in punta di piedi.
«Ci siamo sentiti presi in giro dalla scuola, dagli insegnanti, dal silenzio dei giornali e della Tv. Addirittura qualcuno ha proposto Gelli al Nobel della Letteratura, ma nessuno fa sapere ai non addetti ai lavori cosa ha cercato di fare, e a quali forze e a quali uomini ha aperto il potere». Adesso cominciate a capire, cosa pensate di fare? «Contrastarne i disegni con una presa di coscienza che favorisca una politica nella quale tutti possano riconoscersi, non strategie per soli incappucciati. Anche la sinistra deve trovare il coraggio o l'incoscienza necessarie a parlare al cuore della gente. Bisogna sbrigarsi. L'obiettivo della P2 era, e resta, tagliare la luce per lasciare al buio le folle di chi non conta. Cioè, tutti noi».