
sulla stampa
a cura di P.C. - 17 febbraio 2006
La realtà ad personam
Ezio Mauro su la Repubblica
Poiché non trovava in tutt´Italia un istituto di sondaggi disponibile a dipingere la realtà secondo i suoi desideri, Silvio Berlusconi ha semplicemente cortocircuitato la realtà, importandone una parallela direttamente dall´America.
Nel mondo virtuale in cui il Presidente del Consiglio gioca la sua battaglia per la sopravvivenza politica, basta un campione di 1900 cittadini, sollecitato da domande confezionate non si sa come, con risposte conservate gelosamente per una settimana, per ribaltare la percezione che tutti gli italiani hanno del trend elettorale: il centrosinistra resta nettamente avanti, in tutte le rilevazioni, anche se la destra ha recuperato posizioni.
L´arma totale americana, confezionata da una società di marketing politico e non di sondaggi, è un segno di debolezza e di affanno. Berlusconi dichiara di aver già vinto, rovesciando da solo la forza di gravità negativa dei suoi cinque anni di malgoverno, ma nello stesso tempo si precostituisce un alibi eroico, accusando la sinistra di prepararsi a «modificare i risultati elettorali».
Non c´è soltanto disprezzo per la verità, nella mossa di ieri. C´è l´indicazione strategica di un modello politico e culturale per cui la realtà può essere manipolata in pubblico, forzata e indirizzata nella direzione scelta dal demiurgo. Un progetto di deformazione del reale che trasfigura nel realismo magico e profetico, alle soglie del sacro dove si muovono le categorie del bene e del male, riducendo la politica a superstizione. E soprattutto destrutturando ogni misura, qualsiasi concretezza, qualunque metro concreto di giudizio. In modo che la campagna elettorale si giochi soltanto su elementi emozionali e metapolitici, espellendo la questione fondamentale di ogni fine legislatura: il rendiconto.
È questo che il centrosinistra non deve accettare, ed è per questo che perde pericolosamente terreno. È regola civile che la campagna elettorale aiuti i cittadini a riflettere sulle cose fatte dal governo per cinque anni. Sulle promesse e sui risultati. Sulle condizioni concrete di vita. Sulle aspettative per domani. Questa è l´unica agenda politica che interessa gli italiani oggi. Ci vuol tanto, per Ds e Margherita, ad affrontarla e imporla come se il Partito Democratico esistesse già, e provasse a rispondere ai problemi del Paese? Quanto a Prodi, se vuole essere il capo di quel partito, cominci a farlo. Dopo la firma burocratica di un programma vasto e carente, diventi leader: raccogliendo quattro, cinque idee-forza per provare a restituire al Paese stremato da Berlusconi una speranza di futuro.
Stesso copione stesso errore
Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera
Il programma con il quale cinque anni fa Berlusconi si presentò agli elettori poteva non piacere, ma era frutto di un ragionamento coerente. Nel triennio che precedette quel voto, 1998-2000, l'economia europea era cresciuta un po' più del 3% l'anno. Nel 2000 il tasso di crescita era stato addirittura del 3,5%, non lontano dal 3,7 degli Stati Uniti; persino l'Italia era cresciuta del 3%, non accadeva da quindici anni. I conti pubblici erano in buona salute: il 2000 si era chiuso con un avanzo di bilancio, al netto degli interessi, vicino al 6% del prodotto interno lordo (pil) e il rapporto tra debito e pil era sceso dal 117 al 111 per cento.
La strategia di Berlusconi e del suo ministro dell'Economia, Giulio Tremonti si reggeva su una speranza: che la crescita continuasse, consentendo di tagliare le tasse, aumentare la spesa sociale e finanziare le opere pubbliche senza intaccare gli equilibri di bilancio.
Così fu in effetti sino all'11 settembre 2001. Ma proprio in quei mesi Berlusconi e Tremonti fecero il primo errore. Anziché ridurre subito le tasse, come si erano impegnati a fare, Berlusconi si occupò solo di come fermare i suoi processi; Tremonti perse l'estate in una futile polemica con il suo predecessore. Negli stessi mesi George W. Bush, insediatosi alla Casa Bianca solo poco prima di Berlusconi, condusse in porto la più grande riduzione delle tasse della storia degli Stati Uniti.
Dopo l'11 settembre tutto apparve più difficile, a cominciare dai conti pubblici. In quel momento Berlusconi commise il secondo errore. Aveva di fronte a sé due strade: sfidare Bruxelles e procedere comunque con la riduzione delle tasse, contando, come Ronald Reagan, che il taglio fiscale avrebbe stimolato la crescita e quindi si sarebbe ripagato da solo. Oppure cambiare strategia e puntare su privatizzazioni e liberalizzazioni, misure che non costano nulla ma che avrebbero anch'esse a mio parere ancor più che il taglio delle tasse stimolato la crescita.
Invece non scelse né una strada né l'altra. Non solo, ma lasciò che la spesa corrente delle amministrazioni pubbliche corresse: in tre anni, nonostante i decreti taglia-spese e i poteri speciali attribuiti al Ragioniere generale dello Stato, i consumi pubblici crebbero di 2 punti rispetto al pil, gli stipendi dei dipendenti di mezzo punto. E il premier dedicò tutte le sue energie alla battaglia sull'articolo 18 che non era un punto del suo programma solo perché stava a cuore all'allora presidente di Confindustria, e alla fine perse anche quella.
A colpi di sorpasso
Luigi La Spina su La Stampa
La paura, nello sport come in campagna elettorale, spesso è cattiva consigliera. Ottunde la lucidità mentale, infiacchisce i muscoli, annebbia la vista. Ma qualche volta aiuta, perché l'allarme evita di cullare il ricordo dei passati allori e di prendere troppo sul serio i rosei pronostici sul futuro. Così, il più grande favorito italiano alle Olimpiadi di Torino, lo slalomista Giorgio Rocca, dopo il deludente suo esordio nella «combinata», ha lasciato le valli piemontesi per un ritiro di meditazione e di isolato allenamento in vista della gara decisiva. Il candidato del centrosinistra per il prossimo governo dovrebbe imitare la scelta del nostro asso dello sci?
Nonostante Romano Prodi possa vantare una vocazione sportiva che, data l'età e la professione, è tutt'altro che disprezzabile, non crediamo debba seguire l'esempio di Rocca. Anche perché la competizione politica non prevede pause di silenzioso raccoglimento, soprattutto in una sfida con un abile e bulimico campione di presenzialismo mediatico come Berlusconi. Eppure, al leader unionista forse farebbe bene qualche riflessione sull'andamento della sua campagna elettorale. Consiglieri, sondaggisti, semplici tifosi che rassicurano, in queste ore, Prodi hanno certamente ragione su una premessa metodologica: il recupero di consensi, più o meno cospicuo, in favore di Berlusconi, rispetto a qualche mese fa, è fisiologico e previsto. Tutti i leader di uno schieramento governativo, nell'imminenza del voto nel quale chiedono la conferma per la coalizione vincente nelle scorse elezioni, recuperano i favori dispersi nella delusione delle promesse mancate durante il primo mandato. Capitò a Bush fino al punto di vincere ancora, capitò anche a Rutelli e a Schroeder fino al punto di sfiorare l'impresa che sembrava disperata. Prodi, dunque, resta ancora il favorito del 9 aprile. Ma se lui e i leader che lo fiancheggiano continuano l'opaca e contraddittoria campagna elettorale che si è vista in questi giorni, l'ipotesi di uno straordinario recupero di Berlusconi esce dalla rubrica della propaganda ed entra nell'elenco delle probabilità.
Invece di riuscire a portare la discussione elettorale su questo argomento, la campagna del centrosinistra si è impantanata sulle ambigue vaghezze programmatiche a proposito dell'Alta velocità, e, addirittura, su un improbabile trotzkismo, per di più contraddittoriamente «in un solo Paese», cioè l'Italia. Un «caso Ferrando», che, pur controbilanciato, in parte, dalle amicizie estremiste della Mussolini, ha riguardato più il folklore che la politica. L'esito di tale confusione propagandistica è stato paradossale, ma significativo. L'unico contropiede azzeccato della campagna elettorale di centrosinistra, la proposta sul «cuneo fiscale», è stato disinvoltamente annullato con uno scippo semplice, ma efficace: il centrodestra ha copiato l'idea e se ne è appropriato.
Il codice comunicativo delle campagne elettorali, che ora si svolgono sostanzialmente in tv, è conosciuto da tutti, ormai. Richiede semplicità nel parlare, unità nei comportamenti, capacità di inventare qualche sorpresa sul piano delle proposte, mescolando la concretezza con un pizzico di volontaristico ottimismo e, soprattutto, impone di non ricorrere mai a dibattiti su sigle partitiche, aggregazioni futuribili a base di nomi strani e incomprensibili. Tutte questioni che interessano massimamente capi e capetti che si agitano intorno a Prodi per salvaguardare i loro più o meno ristretti ambiti di potere, appassionano massimamente intellettuali che, pur non giocando al calcio e non tirando rigori, si ostinano ad autodefinirsi «di area», ma che annoiano massimamente tutti gli elettori di quello schieramento. Per anni, l'opposizione ha continuato a seviziare il proprio elettorato con autentici quiz semantici a base di Fed, Unione, Ulivo, partito democratico. Gironi infernali, in cui si mescolano giovani asinelli e vecchie bandiere rosse, soli che nascono e soli che tramontano, rose e pugni, forse più pugni che rose. Insomma, tutto un armamentario iconografico di ardua decifrazione. L'approssimarsi del traguardo elettorale sembrava una ottima occasione per non parlarne più. Ma, forse, erano previsioni sbagliate, come quelle che negavano persino l'ipotesi di una vittoria italiana nel pattinaggio veloce all'Olimpiade. Una sorpresa che i tifosi di Prodi, ieri, hanno accolto con entusiasmo, ma che, in politica, davvero non si augurano.
Il Cavaliere prepara l'affondo: stanerò Prodi
Francesco Verderami sul Corriere della Sera
ROMA Per prevedere che tempo farà il giorno delle elezioni, esistono molti sistemi. De Mita, che in politica c'è arrivato prima dei sondaggi, si affida da sempre alla strada. «E per strada ho avvertito che il clima sta cambiando», ha detto l'altro giorno a un collega della Margherita: «Gli elettori incerti che fino a un mese fa guardavano a noi, ora sono perplessi a causa della conflittualità nella nostra coalizione. E questo è il primo stadio di disaffezione. Se continuiamo così, arriveremo al secondo, e finirà che quelle persone voteranno per il Polo». Il metodo dell'ex segretario diccì sarà rudimentale, ma coincide con l'analisi degli attuali sistemi di ricerca. E per quanto abbia contestato il «sorpasso» annunciato ieri dal premier, per quanto abbia screditato il «sondaggio americano» di un'agenzia che pure ha lavorato per Clinton e per Blair, Prodi è conscio di ciò che Fassino ripete pubblicamente ormai da giorni, e cioè che il Cavaliere «è ancora indietro ma un po' sta recuperando».
Lo ha spiegato mercoledì Pagnoncelli ai capi dell'opposizione, così racconta un autorevole esponente del centrosinistra: «Secondo i calcoli, Berlusconi ha guadagnato un punto e mezzo in tre settimane. Ma l'esperto ritiene che l'effetto mediatico si sta esaurendo. Almeno, così dice...». Insomma, dopo aver preso atto dell'inversione di tendenza, l'opposizione si interroga su cosa si inventerà il leader della Cdl di qui alle elezioni. Di sicuro Berlusconi intende «far uscire allo scoperto» l'avversario, l'ha ripetuto al vertice con Fini e Casini: «Prodi pensava di conservare il vantaggio su di noi mantenendo un basso profilo, e mandando in tv Fassino, D'Alema e Rutelli. Ma ora che i giochi si sono riaperti non potrà continuare così. E appena metterà la testa fuori...».
Il duello televisivo potrebbe essere il momento decisivo. Il punto è che gli alleati del premier alla rimonta adesso ci credono davvero, sostengono che «la partita è ancora aperta». Eppure solo due settimane fa il presidente di An riteneva la cosa «impensabile», e come lui il presidente della Camera. Di più, lo stesso Berlusconi era sconfortato, «non mi capacito - aveva detto nei suoi colloqui riservati - del fatto che non si sia verificata l'inversione di tendenza». Perché i decimali recuperati all'Unione erano ininfluenti ai fini della sfida. Invece all'inizio di febbraio c'è stata la svolta. Lo evidenzia un sondaggio riservato della Doxa. Si tratta di uno studio che va avanti da tempo, se è vero che esiste un report del 20 ottobre 2005. E allora, nelle intenzioni di voto, il centrosinistra era in vantaggio di 13 punti sul Polo (56-43). Un margine rimasto sostanzialmente invariato fino al test del 28 gennaio (54-44). Ma è l'ultimo rilevamento dell'11 febbraio a essere stupefacente: l'Unione crolla al 50% e il centrodestra sale al 48.
Sull'altro fronte Rutelli è furibondo per il modo in cui la squadra di Prodi sta amministrando la campagna elettorale: «C'è troppa approssimazione». D'altronde nel centrosinistra c'è chi definisce «disastrosa» la gestione mediatica del programma. Basta leggere le severe corrispondenze delle testate internazionali. Il Times online, per commentare il «manifesto di 270 pagine dell'Unione», ha riesumato la famosa battuta con cui in Inghilterra si ricorda il programma dei Laburisti affondati nell'83 dalla Thatcher: «Il più lungo biglietto di suicidio della storia». Sul sito online del Financial Times è stata descritta «la frustrazione di Prodi» che vede i suoi sforzi per conquistare il voto moderato «distrutti dagli alleati della sinistra estrema». Mentre l'Economist, sempre sul web, scrive che la strategia televisiva di Berlusconi «ha funzionato».
Sono in molti fuori dai confini a osservare la sfida con attenzione. Il segretario della Dc Rotondi ieri raccontava di «alcuni colloqui» avvenuti tra «rappresentanti del governo» e «autorevolissimi esponenti dell'ambasciata americana a Roma»: «E secondo l'Italian desk di Washington, il trend di recupero da parte di Berlusconi è stato così imprevisto ma è anche così costante, da far prefigurare un testa a testa. Come avvenne tra Bush e Kerry».
Berlusconi: Sono in testa
Gianluca Luzi su la Repubblica
ROMA - Naturalmente è in testa, anche se di poco: 48,4 contro 48,2 e Forza Italia va forte: 24,9 per cento. Poi, se il 9 aprile il centrodestra non dovesse vincere, «ipotesi lontanissima», beh, sarebbe solo a causa dei brogli della sinistra che, si sa, in questo è maestra. Comunque lui rimarrebbe a fare il capo dell´opposizione e non tornerebbe alle sue aziende, tanto ci pensano i figli. Finalmente, dopo giorni di attesa, annunci, equivoci con Tremonti sulla nazionalità del sondaggio: «E´ americano», «no, è italiano», Berlusconi ha tirato fuori il «suo» sondaggio che conferma il «sorpasso», frutto - sottolinea il Cavaliere - della massiccia presenza in tv. Un sondaggio che galvanizza gli «azzurri», ma su cui qualcuno, anche nella Cdl, ironizza, come ad esempio il leghista Calderoli il quale commenta che «l´occhio del padrone ingrassa il cavallo... e infatti Forza Italia è parecchio ingrassata». Mentre Casini anche se con qualche cautela è soddisfatto: «Non sono un esperto di sondaggi ma sono convinto che la Cdl sia fortemente in rimonta».
«Statisticamente è un pareggio - fa notare il premier - ma con un trend assolutamente a nostro favore». Quanto al 24,9 di Forza Italia, è una percentuale alla quale «non riuscivamo a credere», un risultato che comunque «io spero di superare». Il «cambiamento di trend molto forte» si è registrato «da quando io sono andato in televisione a spiegare cosa è stato fatto dal governo». E poi i sondaggisti americani hanno scoperto che i loro colleghi italiani sono tutti comunisti: «Si è accorta, applicando il proprio metodo, - spiega infatti il presidente del consiglio - che c´era un accordo tra i sondaggisti italiani, molti dei quali fanno riferimento alla sinistra». Nel mondo raffigurato da Berlusconi la sinistra, come è noto, controlla tutto attraverso il «pentagono rosso». E imbroglia anche alle elezioni, accusa preventivamente il presidente del consiglio. Così, se per caso vincesse il centrosinistra, sarebbe «anche per una certa capacità di modificare i risultati elettorali, che appartiene ad una certa parte politica, e cosa a cui stiamo cercando di porre rimedio». In quel caso «mi sentirei obbligato a restare in Italia per vigilare sulla libertà e per fare una opposizione forte, assoluta, determinata, pervicace e convinta a questa sinistra». Berlusconi vuole trasmettere agli indecisi la convinzione della vittoria per invogliarli ad andare alle urne. Ma nella «lontanissima ipotesi» di una sconfitta «non tornerei mai a fare l´imprenditore perchè ho la fortuna grande di avere dei figli bravissimi e degli amici-manager che gestiscono benissimo il gruppo».
Ultima curva a destra
Nicola Tranfaglia su l'Unità
Chi ha vissuto questi cinque anni con gli occhi aperti e senza illusioni sul cammino di Silvio Berlusconi e dei suoi alleati - perché aveva già avuto modo di conoscerli in passato - non può meravigliarsi che nel tentativo disperato di vincere le prossime elezioni il Cavaliere sia disposto ad allearsi con Alessandra Mussolini, che continua a considerare suo nonno Benito un grande statista del Novecento, con il segretario di Forza Nuova Roberto Fiore che, a sua volta, parla di Hitler come uno statista che ha commesso anche alcuni crimini, con Adriano Tilgher fondatore di Avanguardia Nazionale e con Gaetano Saya.
Il quale fino a pochi giorni fa era presidente del Nuovo Msi-Destra Nazionale (incarico passato alla moglie Maria Antonietta Cannizzaro) e creatore di una polizia clandestina nel nostro Paese. Ma quello che appare grottesco e inaccettabile è che Berlusconi lo faccia non come semplice candidato alle elezioni e leader di Forza Italia ma in un momento in cui, come presidente del Consiglio in carica, è rappresentante del governo italiano in tutto il mondo. Mescolare la propria carica di rappresentante degli italiani a livello nazionale e internazionale significa autorizzare chiunque, e in particolare i nostri alleati e interlocutori stranieri, a pensare che in Italia non esiste una norma costituzionale e una legge che vietano la ricostituzione in ogni forma del partito fascista e che gli italiani hanno ripudiato da tempo ogni rapporto con gruppi e persone che si richiamano ancora alle idee, ai metodi e agli obbiettivi delle dittature fasciste del secolo scorso.
Ormai il Cavaliere ha dovuto capire, malgrado tutto, che quegli elettori non credono più al suo miracolo perché hanno verificato sulla loro pelle e sul loro portafoglio che non c'è stato nessun miracolo, che l'economia è in grave crisi, che le liberalizzazioni si sono impantanate, che centralismo e statalismo hanno caratterizzato buona parte del quinquennio, che l'innovazione e la ricerca sono rimaste slogan senza contenuto e senza soldi. Insomma, che il progetto di Berlusconi o era una semplice facciata per prendere voti o comunque non si è realizzato perché gran parte del tempo è passato nell'approvare provvedimenti favorevoli al presidente del Consiglio e alla sua corte, che la legalità è stata accantonata per garantire condoni e falsi in bilancio, che l'Italia è caduta in un declino di cui ci parlano tutti gli interessati e tutti i giornali stranieri.
Di qui il gesto disperato di cercare dovunque nuovi sostenitori anche se agitano svastiche e simboli della stagione nazista e fascista e non possono firmare un programma che ponga la libertà e la democrazia al centro della propria piattaforma.
Chi può credere, in queste condizioni, a un'alternativa di destra ambigua e incurante dei principi fondamentali della Costituzione repubblicana?
Cornacchione e Aristofane
Sandro Curzi su l'Unità
Dispiace che un emerito professore di logica, filosofia della scienza ed epistemologia delle scienze umane come Angelo Maria Petroni, autorevole consigliere di amministrazione della Rai, concepisca le funzioni pubbliche affidate a me dal Parlamento e a lui dal governo in termini di tale riservatezza da dover impedire a un membro del CdA di dar conto in pubblico e alla stampa delle questioni più importanti e delle problematiche più significative affrontate.
Fortunatamente, non sono il solo in Italia a ritenere che le pubbliche amministrazioni e i pubblici servizi - in particolare in un settore delicato come la comunicazione e perdipiù in un momento delicatissimo come quello elettorale - debbano essere qualificate dal massimo possibile di trasparenza. La Rai, lo abbiamo sempre detto, deve essere un palazzo di vetro. Non a caso era stato annunciato che, dopo ogni consiglio di amministrazione, si sarebbe fatto un grosso sforzo di comunicazione e di chiarezza a favore dei cittadini/abbonati: non è stato fatto.
Non a caso ho personalmente e più volte rivendicato in CdA il diritto/dovere di evitare di dare alla gente anche solo l'impressione di una gestione torbidamente chiusa in se stessa, dando al contrario il massimo di pubblicità alle nostre deliberazioni e alle nostre discussioni. Ancora ieri, ho personalmente invitato anche il consigliere Staderini, sodale di Petroni per area politica di riferimento, a partecipare all'incontro con alcuni giornalisti, da me apertamente annunciato, perché i cittadini fossero informati dei nostri lavori e in particolare su una questione che a Petroni sta molto a cuore: la censura per la trasmissione di Fazio «Che tempo fa» e in particolare la cancellazione della popolare macchietta di Cornacchione.
A parte ogni altra considerazione di opportunità e di buon gusto, lascia interdetti che ad un fine intellettuale come Petroni sfugga l'assurdità dell'idea che si possa escludere a priori dalla satira qualsiasi accenno alla politica, come se a qualcuno sia riuscito di farlo da Aristofane ad oggi, e che possano essere considerati temi «di evidente rilevanza politica ed elettorale», da sanzionare a norma della legge della par condicio, temi quali la Cina, il protezionismo e l'ambiente. Per non parlare della condanna che dovrebbe essere comminata, a norma della stessa legge, per la lezione costituzionale svolta dal prof. Sartori, considerato in tutto il mondo fra i maggiori se non il maggiore scienziato della politica.
Stia tranquillo il collega Petroni: non è la mia mera registrazione della sua iniziativa anti-Cornacchione e anti-Sartori - talmente incontestabile da essere stata fissata da lui stesso in una lettera formale al direttore generale, oltre che ossessivamente ribadita durante il CdA - a rappresentare «una grave deformazione della realtà». Temo piuttosto che sia deformante e, mi creda, assai preoccupante la concezione del servizio pubblico e della satira che anima l'offensiva governativa in atto contro l'autonomia e gli interessi della Rai, e il diritto dei cittadini a sapere e, sapendo, a votare con cognizione di causa. Tutto questo, mentre solo a Mediaset dovrebbe essere riservata la massima libertà di satira, di cui giustamente anche oggi mena vanto Confalonieri, come dimostrano ottime trasmissioni quali «Striscia la notizia», «Zelig» e «Le iene». Si vuole forse sancire che, se Cornacchione vuole fare satira in libertà, si deve mettere sotto le ali protettive dell'azienda di proprietà del presidente del Consiglio?
Il luogo ingiusto
Andrea Romano su La Stampa
La sanzione è chiara e definitiva. Secondo le Nazioni Unite, il campo statunitense di Guantanamo costituisce uno strumento di «detenzione arbitraria» all'interno del quale sono state compiute «pratiche umilianti» e atti equiparabili alla «tortura». Per questo, esso deve essere chiuso al più presto e i suoi prigionieri liberati o messi in condizione di essere giudicati secondo procedure finalmente accettabili.
Con il linguaggio asciutto e stringente dei giuristi, la commissione speciale creata dall'Onu ha chiuso la pagina più imbarazzante della guerra al terrore. Assai più imbarazzante della vergogna di Abu Grahib. Perché il peso politico e morale di quel campo, piantato in terra cubana e sciolto da ogni legge, non poteva essere imputato agli eccessi di qualche sottufficiale psicologicamente disturbato. Ma chiamava direttamente in causa l'autorevolezza della democrazia americana, il suo buon diritto a perseguire i responsabili dell'11 settembre con il sostegno di tutti coloro che si riconoscono nei principi universali di giustizia.
Ma c'è qualcosa di ancora più prezioso nel lavoro della commissione dell'Onu: il suo poter essere un punto di svolta per l'intera comunità internazionale, nel momento in cui l'incombenza della crisi iraniana chiama tutti ad un nuovo sforzo di responsabilità. Fatti i debiti scongiuri, nei prossimi mesi dobbiamo attenderci un'altra stagione di scelte per le istituzioni sovranazionali e per i principali interlocutori mondiali. Che dovranno decidere se affrontare insieme la sfida nucleare di Ahmadinejad - utilizzando l'energia ben più efficace della pressione congiunta sul regime di Teheran - o se cadere nuovamente preda dei nazionalismi contrapposti in una temibile ripetizione della frantumazione dell'Occidente che precedette la tragedia irachena. Il gioco di squadra che il mondo si attende sul dossier iraniano aveva bisogno di questo lavacro, nel quale l'Onu ha onorato la sua funzione di massima autorità morale internazionale. Ora tocca a Washington fare la sua parte.
17 febbraio 2006