prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di P.C. - 16 febbraio 2006


Quelle intese imbarazzanti
Pierluigi Battista sul
Corriere della Sera

Silvio Berlusconi sostiene di non aver mai saputo chi fossero Adriano Tilgher e Roberto Fiore. Ma se avesse chiesto tempestive informazioni al ministro Beppe Pisanu, avrebbe avuto dettagliati ragguagli sul ruolo dirigente esercitato da Fiore in «Forza nuova»: la formazione che, a detta dello stesso titolare dell'Interno, è responsabile dell'esposizione di simboli nazisti e di striscioni antisemiti durante la partita di calcio Roma-Livorno. Ora il premier assicura che mai e poi mai accetterebbe intese elettorali con la lista di Alessandra Mussolini nel caso fossero presenti i due, sinora per lui, sconosciuti. Bene. Ma se ci avesse pensato prima, e se non avesse atteso l'esplodere della questione degli «impresentabili» e le rimostranze dei suoi stessi alleati decisi a porre un veto su quei due nomi ormai famosi, il premier non avrebbe dato la percezione di dover fare a meno soltanto obtorto collo, solo trascinato dagli eventi e pressato dall'opportunità, di due estremisti di destra di quel calibro.

L'impressione è insomma che, sempre ispirandosi alla logica del maggioritario, nel centrodestra l'eventualità di un accordo con gli «impresentabili» del neofascismo fosse nell'ordine delle cose. Magari confidando nel silenzio generale, magari architettando qualche sotterfugio che mimetizzasse un'intesa imbarazzante seppur necessaria, ma comunque possibile, anzi auspicabile, pur di non perdere nemmeno qualche zero virgola qualcosa. Sarebbe stato un madornale errore. E non certo perché, questa è solo propaganda, la presenza di estremisti di destra avrebbe dato una connotazione globalmente «fascista» alla coalizione democratica del centrodestra. Ma perché le frontiere con l'antidemocrazia non possono essere violate, non fosse che per esigere un minimo di credibilità. O di decenza, a meno che questa parola non venga percepita un po' troppo rétro.


Il lato oscuro della destra
Massimo Giannini su
la Repubblica

Nell´Italia degli opposti estremismi, un pezzo di campagna elettorale si consuma sulle tragedie del passato, invece che sui programmi per il futuro. Da una parte gli epigoni di Trotzky, dall´altra i nipoti di Mussolini. In mezzo due poli irrisolti. Ieri aggregati dalla riforma maggioritaria, oggi frammentati dalla controriforma proporzionale. Ma mai come stavolta è opportuno che gli "scandali" esplodano. Il caso Tilgher-Fiore-Saya, nella scalcinata Casa delle Libertà, deflagra per una beffarda legge del contrappasso, che spesso funziona anche in politica. Berlusconi, Fini e Casini hanno banchettato con troppa disinvoltura, sul caso Ferrando, che da domenica scorsa squassa i già precari equilibri dell´Unione.

In ogni caso, questa prova servirà a misurare l´onestà intellettuale, o per contro il cinismo politico, di questo centrodestra. I leader hanno opportunamente posto un veto. Ma la Mussolini non ha ancora risposto. Vedremo se il "tridente" avrà il coraggio di resistere ai suoi «impresentabili», oppure si venderà quel che resta della sua anima moderata, in cambio di quel pugno di voti neofascisti che pure fanno comodo anche solo a pareggiare la partita.
Sul fronte opposto, e qui sta la differenza, quel coraggio stavolta non è mancato a Fausto Bertinotti. Anche lui è alle prese con i suoi "impresentabili". Ma su Ferrando non ha esitato un solo istante. Non ha aspettato le scomuniche di Prodi, o i diktat di Ds e Margherita. Il leader di Rifondazione è politicamente border line. Lavora su un confine difficile, tra mille contraddizioni. Si avventura in improbabili distinguo tra "finti riformisti" e "veri riformatori". Ambisce a incarichi istituzionali e a poltrone di governo, e intanto benedice qualche centinaio di no-tav perché «non si possono fermare le masse». Anche lui, come Fini quindici anni fa, si incammina sul sentiero della piena "costituzionalizzazione". Ma a lui, al contrario di Fini, non viene perdonato nulla. La pregiudiziale antifascista è caduta molto più in fretta, quella anticomunista continua a resistere. La fiamma non scandalizza nessuno, la falce e martello spaventa tutti.
Il caso Ferrando, per questo centrosinistra, è già a suo modo una prova di governo. Bertinotti la sta affrontando con uno spirito di coalizione che non gli si conosceva, e di cui gli va dato atto. Certo, forse il capo della corrente "Progetto comunista" è davvero solo un agnello sacrificato sull´altare dell´alleanza. Come lui, e anche più radicali di lui, dentro Rifondazione, ce ne sono tanti altri, a partire dal masaniello disobbediente Caruso. Verranno altre prove, e saranno anche più difficili. Ma intanto accontentiamoci di questa. Il centrosinistra la sta superando con coerenza. Il centrodestra ancora no.


Ritorno all'indietro
Marcello Sorgi su
La Stampa

Il proporzionale presenta il conto, giorno dopo giorno. Si tratti della riscoperta degli opposti estremismi (amarcord dell'Italia violenta Anni Settanta, il cui trentennale è fresco di rievocazione), o del tramonto del «Contratto con gli italiani» (a giudizio di tutti, la trovata più geniale del Berlusconi mago della comunicazione). Man mano che si avvicina la scadenza elettorale, il tentativo di convincere gli elettori che nulla è mutato, e si troveranno anche stavolta a scegliere tra due uomini e due governi, mostra la corda. Il peso dei partiti cresce a vista d'occhio, gli interessi dei singoli mal si conciliano con quelli delle coalizioni, che tuttavia, per restare a galla, devono continuamente turare le falle che si aprono e pagare i conti, salati, della nuova situazione.

E la conferma è la questione del programma, aperta sia nell'Unione che nella Casa delle libertà. I programmi, infatti, sono tipici dei sistemi maggioritari, in Usa come in Europa servono a mobilitare l'elettorato che non si riconosce nei partiti, ma negli uomini, nelle donne e negli schieramenti. Nel sistema proporzionale, invece, dominano la politica assoluta e le formule di governo. Gli esecutivi nascono e muoiono in Parlamento, non sulle schede degli elettori, e spesso campano senza aver toccato il programma, vivendo di infinite mediazioni, senza decidere e rinviando, talvolta, perfino le emergenze.
Basta pensare alla Prima Repubblica. La discussione sui programmi occupava lunghe giornate di consultazioni tra i partiti prima della nascita dei governi. Andreotti, in questo, era il più ordinato, distribuiva a tutti le schede programmatiche, e dal modo in cui venivano accolte capiva subito se avrebbe o no fatto il governo: la cui nascita, più che dalle cose da fare, era regolata dalla disponibilità degli alleati.
Poi, se una formula di maggioranza s'indeboliva, un'altra era pronta a sostituirla. Monocolore, tripartito o quadripartito furono a lungo parole indifferenti. Ma il passaggio dal centrismo al centrosinistra o all'unità nazionale poteva richiedere molto tempo, anche un'intera legislatura, anche due; salvo mille ripensamenti, attese, marce indietro. Di qui governi provvisori, a termine, di decantazione, governi di una sola estate curiosamente chiamati «balneari».
Dal giorno in cui entrava a Palazzo Chigi, qualsiasi premier riponeva il programma nel cassetto. Fu così che per anni, per decenni, si discusse di attuazione della Costituzione senza attuarla (e ci vollero più di vent'anni solo per realizzare le Regioni). Le riforme costituzionali (approvate, cancellate e capovolte in questi anni) restavano oggetto di studio. Un veto dell'opposizione, con la quale invece solitamente si andava d'accordo, bastava a bloccare ogni decisione. Il ricorso al popolo, invece che alle infinite trattative parlamentari, era un fatto eccezionale. E quando divenne frequente, vent'anni fa, dopo lo scontro tra Craxi e il pci nel referendum sulla scala mobile, il sistema andò in crisi. A seppellirlo, infatti, poco dopo fu un altro referendum.
Certo, è difficile provare rimpianti per un'epoca come quella. Anche se, va detto, il meccanismo a modo suo funzionava. Un ritorno all'indietro, una restaurazione è certo lo sbocco meno auspicabile. Ma ora che il proporzionale è tornato, il drago è ben desto e allunga i suoi tentacoli sotto i nostri occhi, è saggio accorgersi in tempo che non ci salverà continuare a fingere che tutto sia come prima.


Miti, idoli e nemici del sottobosco nero
Filippo Ceccarelli su
la Repubblica

Sotto terra, come è noto, si trova tutto e il contrario di tutto: pozzi neri, radici e catacombe; e cantine, miniere, fogne, rocce, sorgenti, templi e verminai. Fa certo impressione – ma fa anche un po´ ridere – immaginarsi Silvio Berlusconi che con la pala in mano scava cunicoli e ammucchia detriti nell´underground dell´estrema destra. Per aprirsi varchi elettorali, oltretutto, quando molti, moltissimi abitanti dell´ipogeo nero nemmeno vanno a votare per la semplice ragione che alla democrazia credono ancora meno di quanto ci creda lui.
Passi per le trattative con Alessandra Mussolini, da una dozzina d´anni pienamente legittimata dalla cultura televisiva dei talk-show. Ma gli altri? Chi spiegherà mai al Cavaliere che il Mis di Rauti esalta Hamas mentre Forza Nuova di Roberto Fiore, campione di islamo-fobia, invita i militanti a barrare con un pennarello rosso tutte le banconote da 20 euro nel pezzo di cartina geografica che corrisponde a Istambul? Chi avrà il cuore di ricordare al leader della Casa delle libertà che non molto tempo fa Adriano Tilgher, del Fronte Nazionale, si proclamava "nazional-bolscevico"? O di rendergli noto che la Fiamma Tricolore ha programmato un raduno (ad Albano, il 25 febbraio) al termine del quale un gruppo che si chiama "La peggio gioventù" si esibirà nel loro pezzo davvero più forte: un´ode a Luciano Liboni, "il lupo", cioè il rapinatore che nell´estate del 2004 terrorizzò l´Italia dopo aver ucciso a bruciapelo un carabiniere?

Ha scritto bene uno studioso tutt´altro che di destra, Ugo Maria Tassinari, che a ben vedere "il nero non è l´assenza, ma la somma di tutti i colori". In un interessante dvd (Guerrieri, storia di una generazione in nero, Immaginapoli) l´estate scorsa Tassinari ha mostrato piccoli frammenti di questo mondo abbandonato a se stesso: la guardia d´onore alla tomba del Duce, con tanto di mantello, estremo tributo alla più resistente tanatofilia, e l´ascesi alpina di una spedizione che ha reso omaggio alle ceneri di Evola sul ghiacciaio del Monte Rosa; i ragazzi di "Casa Pound", non troppo diversi dai loro coetanei dei Centri sociali e l´ispirazione ecologista che ha preso uno dei teorici dello spontaneismo armato, Fabrizio Zani, che parte con la religione degli indiani d´America, ma finisce col parlare male della Lega e di Borghezio.
E di nuovo: tutto e il suo contrario si ritrova sotto terra. Addirittura raggi di luce, come la rappresentazione che Mario Tuti (tre omicidi alle spalle) ha allestito con attori e detenuti attori da un testo, "Secondo Qoélet", arrangiato da Luciano Violante sulla base dell´Ecclesiaste. "C´è un tempo per uccidere - dice - e un tempo per sanare". Ora ci sarebbe anche, in democrazia, un tempo per votare. Berlusconi, si capisce, scava come e dove può. Chissà se qualcuno ha la pazienza di spiegargli che forse sta solo raschiando gli avanzi, i residui, il fondo incrostato di un barile ormai vuoto.


La destra nell'anima
Gabriele Polo su
il Manifesto

Un nome che è un programma: è inutile interrogare il centrodestra su che farà in caso di vittoria elettorale, l'indice è scritto sul volto di Berlusconi e nella storia di questi cinque anni che hanno stravolto l'Italia. E, del resto, proprio ieri la Casa delle libertà ha precisato che andrà avanti così: poliziotti di quartiere, un po' di carità per i pensionati (forse), privatizzazioni di risorse, persone e servizi. E fedeltà nei secoli all'amico Bush (o chi per lui). Non c'è bisogno di alcun nuovo «contratto», perché il futuro è già iscritto nell'imbroglio di quello precedente, nel sogno per pochi diventato incubo di tanti. Il berlusconismo (questo il nome) si perpetua così: conta solo la riproduzione del potere. Che è il fine supremo. Per perseguirlo tutto è lecito, anche l'alleanza con i neonazisti che verrà annunciata venerdì. Fiore, Saya, Romagnoli sono nomi che dicono poco al grande pubblico, li conoscono solo chi li incontra in piazza sotto celtiche e mussoliniane effigi, chi li vede nelle curve da stadio ripiene di svastiche, oppure chi dolorosamente si imbatte nei raid notturni dei loro seguaci. Mussolini e Rauti sono cognomi più noti (per demeriti storici), ma anche qui il risultato non cambia: è l'estrema destra di sempre, «epurata» da Fini in uno «storico» congresso termale e che oggi gli si ritrova fianco a fianco. Perché - spiega Berlusconi - la legge elettorale (quella che loro hanno fatto) impone queste alleanze, aggiungendo che non c'è nulla di strano: «La sinistra candida i disobbedienti, noi ci prendiamo il loro corrispettivo opposto». Come se non ci fosse differenza tra chi incita all'odio razziale e chi protesta contro la Tav. Diversità che il cavaliere non può cogliere, anche perché per lui le merci (i voti) sono tutti uguali sul mercato della politica (così intende le elezioni), «rossi» o «neri» sono solo numeri e quando si tratta di fare il pieno di consensi non si chiede a nessuno la biografia politica. Ma non solo per questo.
Al fondo c'è una profonda comunanza d'intenti tra uno squadrista come Fiore e il re delle televisioni. Si chiama autoritarismo, disprezzo per la rappresentanza democratica e per quello stesso parlamento in cui pure tutti voglio sedere (anche se lo trasformerebbero volentieri in un bivacco di manipoli, neri o azzurri poco importa). E' un disegno totalizzante quello che li accomuna: l'idolatria per il capo, la bella morte degli eroi di guerra, la sacralità della famiglia come luogo del potere maschile, la supremazia dell'occidente cristiano, la religione dell'individuo che si fa strada da solo (con gli affari o con i bastoni) per ribadire il primato della forza. Sono cose che potrebbero sembrare troppo vecchie per essere vere. Eppure tremendamente reali, al punto da ritrovarcele su una scheda il prossimo 9 aprile. Non è bastata una rivoluzione chiamata Resistenza a cancellarle dalla storia repubblicana e non basterà un voto per liberarcene, ma c'è il rischio che quel voto le trasformino in legge.


Da Evola alle galere
Bruno Gravagnuolo su
l'Unità

Fino ad ora la maglia nera mediatica se la sono aggiudicata Gaetano Saya e signora, quelli degli insulti e delle minacce a noi de l'Unità. Ma, a parte proclami e vicende giudiziarie che rischiano di ostacolare l'intesa tra il fondatore del Nuovo Msi e Berlusconi non c'è solo Saya nelle nozze fasciste con la Cdl. Il matrimonio è frastagliato e ingloba un arcipelago più vasto.
Con liste e presenze nettamente connotate che mettono in circolo tossine ben note nella storia recente.
Tossine neofasciste all'ombra di Alessandra Mussolini, oltre che di Saya su cui torneremo. Cominciamo da Adriano Tilgher, capo del Fronte Sociale Nazionale, nato a Taranto nel 1947, omonimo e quasi omologo di quell'Adriano Tilgher letterato e filosofo pragmatista prima gobettiano e nemico di Gentile poi finito fascista. Tilgher jr a differenza del predecessore vanta coerenza ferma e immarcescibile. Gavetta nei primi anni 60 con Stefano delle Chiaie, primo fondatore di Avanguardia Nazionale, rifonda nel 1970 quel gruppo disciolto a fine anni 60. Va in prigione per ricostituzione del partito fascista nel 1975 e ne esce per farvi ritorno perché accusato di aver partecipato alle stragi dell'Italicus e della stazione di Bologna. Poi è di nuovo fuori, prosciolto e con un indenizzo. Ma nel 1990 dà vita alla Lega Nazionalpopolare, ennesimo gruppuscolo del proteiforme magma nero che va da Ordine Nuovo, a An, alla Lega Np, ai Nar, ad Alternativa Nazional popolare. A Fronte nazionale e al Fronte Sociale nazionale, due costole di «Fiamma Tricolore» di Rauti da cui Tilgher si scinde nel 1996.

Riassumiamo. Gerarchia, distinzione tra etnie, corporativismo, esaltazione del fascismo e di Salò. Lotta al mondialismo e alla finanza. Con una differenza «laica» rispetto a Roberto Fiore, altro pezzo di Alternativa Sociale in salsa Alessandra Mussolini. Mentre Forza Nuova infatti è di indole «tradizionalista», Tilgher vuole il primato a-confessionale e pagano (evoliano) della Politica e perciò (fino ad oggi) ha sempre detto di non volersi mescolare.
E invece adesso ci si mescola con Fiore, già fondatore di «Terza Posizione», amico di Andrea Insabato, l'attentatore al Manifesto in Via Tomacelli. E anche inseguito da un mandato di cattura in Inghilterra nel 1982, non estradato e poi «prescritto». Fiore inventa in Gran Bretagga «Third Position» con Nick Griffin, altro estremista nero e creatore con lui di agenzie turistiche immobiliari fruttuosissime. E il nome di Fiore compare in una relazione della Commissione di inchiesta del Parlamento europeo del 1991, in cui lo si associa al all'M16, una branca segreta dell'Intelligence Britannica (che se ne sarebbe servito come infiltrato per annientare lo stesso Griffin e il suo «National Front»).
Infine, secondo Pisanu, il gruppo «Tradizione e distinzione», protagonista all'Olimpico con molotov e striscioni, farebbe capo a Forza Nuova. Sicché Berlusconi sa benissimo e da rapporti ufficiali di che pasta sono i nuovi alleati. Così come sa tutto di Saya e della sua polizia segreta parallela. Ma in questo caso, come negli altri, più che la legalità, conta il proporzionale fino ad ora. Oltre ovviamente ai peana di Gaetano Saya: «Berlusconi? Gentilissimo, grande statura politica e, come sempre ripete, tutto ruota attorno ai comunisti...probabilmente saremo costretti ad andarli a cercare ad uno ad uno»


La sindrome dell'armata Brancaleone
Riccardo Barenghi su
La Stampa

ROMA. «Ma non è che questo rivince le elezioni?». Domenico Starnone, scrittore famoso nonché sceneggiatore di molti film di Sergio Rubini, uomo di sinistra da sempre, ammette che da un po' di tempo gli è venuta la paura che Berlusconi possa rifarcela. «L'impressione netta è che stia recuperando, anche se lo trovo meno in forma del solito. Tuttavia è il meccanismo della televisione che lo aiuta e che lui conosce perfettamente. E' tornato a essere un divo, un personaggio con una sorta di aurea sulla testa, per cui anche se parla ore, occupa il video, racconta frottole, uno non cambia canale come invece farebbe con un politico qualsiasi. E anche se magari non convince un elettore di sinistra, riesce a mobilitare i suoi». Mentre dall'altra parte? «Devo confessare, e mi dispiace, che l'Unione sta dando di sé uno spettacolo avvilente. Ognuno va per i fatti suoi, si difendono male, attaccano in maniera poco efficace. Se per uno come me, avezzo alla sinistra, è ovvio che una tale Armata Brancaleone abbia divergenze al suo interno, immagino però che per l'elettore medio questa immagine non sia molto positiva, né produttiva di consensi».
Ma non è che questo rivince le elezioni? La paura di Starnone non è solo sua, comincia a circolare nel centrosinistra, quello che fa politica e quello che la politica la osserva. Se fino a un mese fa il Cavaliere era dato per spacciato, oggi non è più così. Piano piano, il premier si sta scrollando di dosso l'immagine dello sconfitto, combatte «con forza animalesca», come dice Edmondo Berselli, ribadisce coi fatti che il leader del centrodestra è lui, «altro che tre punte. Mentre dall'altra parte – spiega sempre Berselli – la leadership è opaca, bastava vedere quella parata di segretari all'Eliseo che solo per ragioni scaramantiche non paragono alla gioiosa macchina da guerra di Occhetto del '94. Inoltre la lunga e tormentata elaborazione del Programma, che pure contiene cose interessanti e giuste, ha creato attese che poi sono state deluse. Perché quel Programma non è dicibile, comunicabile. Così che alla fine la Proposta generale risulta sfocata e inficiata anche dalla divisioni su Tav, candidature, Pacs e via dicendo».

Ma a forza di parlar d'altro, non sarà che alla fine questo rivince le elezioni? «Io non credo – risponde il deputato dei Ds Giuseppe Caldarola – anche se è evidente che sta recuperando. Si è rafforzato lui e il suo partito, magari a danno degli alleati, ma non ha ancora rovesciato la sua immagine nel Paese. In un mese è riuscito ad avvicinare cento milioni di italiani, dunque qualche risultato lo porta a casa per forza. Ma il danno provocato dal suo governo è ancora superiore alla rimonta». Tuttavia? «Tuttavia lui sta facendo la campagna elettorale, sa come farla e cosa vuole, mobilitare il proprio elettorato e destrutturare l'avversario, cioè noi». I quali voi invece? «Noi invece non la stiamo facendo, siamo ancora impelagati nelle liste, le candidature o le divisioni, come quella sulla Tav che certo non ci ha giovato. Dobbiamo decidere qual è l'immagine che vogliamo dare al Paese, cosa dire, a chi dirlo, con chi dirlo. Ancora non sappiamo nemmeno se contro Berlusconi dobbiamo andare all'arma bianca oppure ignorarlo, oppure parlare con lui ma non di lui. Io un'idea ce l'avrei: non mandare in televisione Fassino, D'Alema, Rutelli, Prodi o Bertinotti, ma persone normali. Un medico del pronto soccorso, un ricercatore, una disoccupata. Dovremmo schierare la vita reale per evitare che questo rivinca le elezioni».


Senato, i conti sui seggi «Pareggio impossibile»
Alessandro Trocino sul
Corriere della Sera

MILANO — «Gli strateghi del centrodestra» hanno inventato una legge elettorale che renderà difficile la governabilità al centrosinistra, ma anche un sistema con il quale «il centrodestra non potrà vincere in seggi al Senato». È il paradosso segnalato sul Riformista dal costituzionalista Stefano Ceccanti, che considera «una leggenda metropolitana» l'ipotesi di un pareggio, ovvero di una vittoria dell'Unione alla Camera e di una sconfitta a Palazzo Madama. Ma questa legge apre scenari inediti e così controversi da costringere le coalizioni a correre ai ripari per evitare débacle impreviste. Tanto che ieri Romano Prodi è tornato a rilanciare con forza l'ipotesi di liste civiche «acchiappavoti» e questa volta anche il segretario ds Piero Fassino si sarebbe detto disponibile. Contrario Rutelli, perché il suo rischia più degli altri una piccola emorragia di voti. Tanta è la contrarietà nella Margherita che qualcuno sarebbe arrivato a minacciare l'uscita dall'alleanza nel caso di varo delle liste.

Francesco D'Onofrio apprezza l'analisi di Ceccanti: «È un collega serio e le sue riflessioni sono in gran parte ragionevoli e condivisibili. Però non tiene conto di un fattore importante: il voto degli italiani». Perché, spiega D'Onofrio, non si può ragionare al Senato con la «vecchia logica degli schieramenti nazionali». Rischiano di «esplodere le nuove realtà locali e federaliste, vedi Lega-Lombardo, che tra l'altro sono più affini al centrodestra: la logica del territorio è da corpo intermedio, liberale e non socialista». Insomma, potrà anche essere vero che la Cdl andrà sotto al Senato, ma i «masaniello» locali potrebbero ribaltare la situazione: «Se in Campania o in Basilicata dilagasse il ribellismo localistico, gli equilibri salterebbero. E molti senatori territoriali potrebbero impedire a chiunque di governare».
Comunque, aggiunge, la legittimazione a governare arriverà dalla Camera, perché il Senato deve essere considerato nella nuova logica federale. Per quanto riguarda gli strateghi del centrodestra, che avrebbero ideato una legge che impedisce alla Cdl di avere la maggioranza dei seggi, D'Onofrio non apprezza: «È una dietrologia che non condivido. Hanno detto di tutto dei cosiddetti strateghi: che sono prezzolati, corrotti, incapaci, ma non si può dire che siano suicidi. Il fatto è che il proporzionale a cui eravamo abituati si basava su due grandi partiti, Dc e Pci».
Ceccanti passa poi alle postille: «La prima è che ci vorrebbe più Ulivo, e anche più Ds e più Margherita» per consentire una maggiore omogeneità. La seconda è che l'Ulivo dovrebbe «affermare in positivo l'opzione per il sistema maggioritario e in negativo evitare di accodarsi a una campagna sul premier onnipotente, che con la nuova legge elettorale non ci può costitutivamente essere».


   16 febbraio 2006