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sulla stampa
a cura di P.C. - 15 febbraio 2006


Nel programma sogni e rigore
Luigi Spaventa su
la Repubblica

Il programma dell´Unione dà conto delle linee strategiche che seguirà (o dovrebbe seguire) la politica di un governo di centrosinistra. L´esposizione è prolissa, ma non, come pur si è detto, banale: l´analisi dei problemi da affrontare nei diversi settori è precisa; le proposte, pur se a volte generiche, esprimono per lo più scelte, che possono piacere o non piacere e che proprio per questo hanno una valenza politica. E tuttavia, almeno per la politica economica, pur sempre di strategia si tratta, che si colloca nell´arco temporale di una legislatura o due e di cui non si definisce la scansione temporale di attuazione in relazione ai vincoli a cui le scelte desiderate si devono subordinare. I vincoli sono, manco a dirlo, quelli di finanza pubblica.

Una fra le molte cause della bassa pressione della nostra economia è l´incertezza da cui sono afflitte famiglie e imprese circa i loro rapporti di dare e avere con la pubblica amministrazione, che cambiano con ogni legge finanziaria e con ogni intervento correttivo estemporaneo fra una finanziaria e l´altra. La restituzione in breve tempo alla finanza pubblica di una pur modesta solidità, riducendone la vulnerabilità, offrirebbe certezze – "questo ora facciamo e non altro faremo" – e, per questa via, farebbe bene allo sviluppo: restituendo così in parte con una mano quel che si toglie con l´altra. È giusto chiedere a un programma di far sognare prefigurando un assetto economico meno ostile a tanti cittadini: ma, affinché i sogni possano divenire realtà, è anzitutto necessario che la coalizione, chi la guida e il programma siano affidabili. Né è impossibile accompagnare agli interventi di risanamento finanziario misura immediate di stimolo, purché provviste di adeguata copertura: tali possono essere le "misure di fiscalizzazione selettiva degli oneri sociali sulle fasce a più bassa partecipazione al mercato del lavoro e a più bassa remunerazione" (così nel programma) nonché sugli occupati in settori di ricerca.
Se l´Unione otterrà la maggioranza, per dare al tempo stesso certezza e stimolo occorre che il presidente da essa designato abbia già pronti, nel cassetto, l´elenco e il dettaglio degli interventi da compiere, ne definisca la successione temporale e ne attui subito alcuni, almeno per non trascinarsi le passività ereditate. Sarebbe pessimo se l´alba di un nuovo governo fosse segnata dalla ripetizione della sceneggiata a cui siamo ormai abituati: settimane di riunioni notturne fra alleati riottosi, testi provvisori, maxi-emendamenti e voti di fiducia.


La sinistra radicale entusiasta di D'Alema
Monica Guerzoni sul
Corriere della Sera

ROMA — Duellando con Gianfranco Fini a Matrix, lunedì sera, Massimo D'Alema ha detto che «chi lancia fosforo bianco sui civili, come a Falluja, è un assassino». La sinistra radicale approva e dà il benvenuto al presidente dei Ds tra gli oppositori irriducibili della guerra in Iraq. «Io lo sostengo da tempo e mi fa piacere che ora concordi anche D'Alema — commenta l'eurodeputato del Pdci Marco Rizzo —. Sono parole che delineano una politica estera responsabile e infatti, sulle vicende internazionali, D'Alema ha una curvatura più mediterranea e più realista rispetto anche a Fassino».
Rina Gagliardi, editorialista di Liberazione,
si scusa per la passione con cui affronta il tema: «Negli ultimissimi anni D'Alema è stato capace di rivedere alcune posizioni sulla guerra e non ha rappresentato certo la parte moderata o la destra dell'Unione. Usando il sostantivo "assassini" ha espresso indignazione verso un episodio terribile e documentato. Quel giudizio noi lo abbiamo dato da tempo e mi fa piacere che ora la pensi anche lui così».

Il direttore del manifesto Gabriele Polo storicizza in positivo il «ripensamento» di D'Alema. «È qualche mese che sta rivedendo la sua avventura a Palazzo Chigi, a quanto pare la lezione del Kosovo gli è servita. Dopo di che, chi usa il fosforo bianco sui civili è un assassino». Come Paolo Cento, Polo pensa che se un leader riformista parla come un esponente della sinistra radicale è anche perché «il movimento pacifista ha lavorato a fondo e ha inciso sui giudizi di chi le guerre le ha fatte».
Il movimento pacifista internazionale ha indetto per il 18 marzo una manifestazione per il ritiro immediato delle truppe e Vittorio Agnoletto, eurodeputato indipendente di Rifondazione, invita il presidente dei Ds: «Se è coerente aderisca e chieda insieme a noi agli Usa di rispettare le convenzioni internazionali». Che D'Alema ci vada o no, Agnoletto comunque approva la svolta: «Non trovo un altro termine se non "assassino" per descrivere chi usa il fosforo bianco, sui civili o sui militari».


Prodi: sono pronto a usare il bastone
Francesco Alberti sul
Corriere della Sera

MADRID — «Non voglio pasticci, la mia arma è decidere, c'è un programma e va rispettato, altre cose non mi interessano». Nel bel mezzo di una mattinata madrilena, Romano Prodi smette all'improvviso di parlare d'Europa e di flussi economici, volge lo sguardo agli affanni elettorali e spedisce una cartolina piuttosto ruvida alle ali più inquiete della sua Unione. Gli chiedono se ogni tanto non vien preso dalla tentazione di sostituire gli abiti del federatore con quelli del bastonatore. E lui, neanche gli avessero letto nel pensiero: «Certamente. Su questo non c'è dubbio. È il ruolo che mi sono assunto e che mi viene riconosciuto. Credo però non ci sia bisogno di alzare la voce: ciò che conta è fare, costruire».
GARANTE — La Spagna è già lontana, anche se mancano tre ore alla partenza. Le grida della sinistra radicale, i contorcimenti sulla Tav, i proclami dei Ferrando e dei Caruso sono arrivati fin qui. Prodi, più che preoccupato, sembra spazientito: «È la conseguenza di questa insensata legge elettorale — sbotta —, è il premio che viene dato ai piccoli partiti, ognuno dei quali ha interesse a far sentire la propria voce». Ma adesso basta: «Se qualcuno pensa di portare la coalizione all'impasse, sbaglia di grosso: io sono il garante del programma, così è stato deciso».
Arabo per i giornalisti spagnoli, ma ormai il Professore è sintonizzato su lunghezze romane. I suoi assicurano che con Bertinotti non si è sentito in questi due giorni di turbolenze. Sarà allora una coincidenza se, prima di lasciare l'Instituto de Empresa a Madrid, Prodi si dice certo che «andremo al voto con una coalizione molto più forte di quella che viene dipinta ora» e poche ore dopo, firmata dal capo di Rifondazione comunista, ecco arrivare una solenne promessa di fedeltà: «Io sono un giocatore corretto, non faccio sgambetti — dice Bertinotti —. Nel '96 non avevamo un programma comune, ora sì. Un matrimonio tra me e Romano? No, un'unione di fatto...».
Artigli spianati invece nei confronti di Silvio Berlusconi. Il paragone con Gesù Cristo, fatto dal premier, ha lasciato attonito il Professore: «Non c'è niente da ridere, sono cose che fanno venire i brividi...».



Tempo scaduto
Luca Ricolfi su
La Stampa

Nei giorni scorsi due quotidiani legati alla famiglia Berlusconi, ossia «Il Giornale» e «Il Foglio», hanno riportato una curiosa notizia. Un «serio studioso» che lavora nella «severa Torino» ha pubblicato un nuovo libro sul «Contratto con gli italiani», ossia sulle famose cinque promesse che nel 2001 Berlusconi aveva fatto nel salotto di Bruno Vespa. Dal libro salterebbe fuori che ne ha mantenute 4 su 5, ossia tutte tranne quella sulla riduzione dei delitti. Risultato importante, dal momento che Berlusconi stesso aveva fatto anche una «sesta promessa», quella di non ricandidarsi alle successive elezioni politiche (quelle di oggi, 2006) nel caso non gli fosse riuscito di mantenerne almeno 4 su 5. Se ne deduce che Berlusconi può riprovarci.
C'è solo da aggiungere qualche particolare. L'autore di quello studio sono io, e nel libro - uscito venerdì presso il Mulino con il titolo Tempo scaduto - c'è scritto esattamente il contrario: le promesse certamente mantenute sono una sola (quella sulle pensioni), le altre quattro con ogni probabilità non saranno mantenute, e comunque almeno due promesse - quella di un'aliquota fiscale massima del 33% e quella di una «forte riduzione» dei reati - non potranno in ogni caso dirsi mantenute entro la fine della legislatura. Dunque, se vuole almeno in questo onorare il contratto con gli italiani, Berlusconi dovrebbe rinunciare a presentarsi alle prossime elezioni politiche.

Ma c'è anche un secondo motivo per cui ho voluto raccontare questa storia. Quel che ho tentato di fare in Tempo scaduto, è di usare nel modo migliore l'opportunità che Berlusconi stesso ci aveva dato cinque anni fa, quella di poter controllare in modo obiettivo se un politico mantiene gli impegni oppure no. L'ho fatto nel modo più onesto possibile, riconoscendo anche molti meriti di questo governo, e mostrando che Berlusconi ha fatto molto di più di quanto gli italiani siano disposti a riconoscergli: più o meno il 60% di quel che aveva promesso, a fronte di un elettorato che è disposto a riconoscergli sì e no il 30%. Mi sarebbe piaciuto che, esatte o sbagliate che siano le mie valutazioni, se ne potesse discutere in modo civile e maturo, senza deformazioni, falsificazioni, faziosità. Per ripartire almeno da una ricostruzione condivisa di quel che è successo, visto che conoscere è il presupposto minimo per decidere. A quanto pare non è possibile.
Con il contratto con gli italiani Berlusconi aveva anche indicato un metodo, e al tempo stesso un principio morale: prendere impegni chiari, e dimettersi se non li si rispetta. Ora quel sogno di rinnovamento della politica sembra svanire definitivamente. Tutto fa pensare che il 9 aprile noi poveri elettori - se troveremo la forza di votare questi schieramenti - avremo di fronte solo due alternative. A destra un nuovo contratto con gli italiani, ossia un programma di pochi punti che fa promesse chiare ma irrealizzabili (o realizzabili solo con costi sociali immensi). A sinistra un lunghissimo e illeggibile libro dei buoni propositi, che fa promesse così vaghe che nessun essere razionale sarà mai in grado di stabilire se sono state rispettate oppure no. Auguri a tutti.


Da Arcore a Salò
Antonio Padellaro su
l'Unità

No a candidati impresentabili, ha detto Lorenzo Cesa, segretario Udc e gli va dato atto di aver pronunciato, finalmente, parole chiare di ripulsa nei confronti dell'incredibile numero di fascisti arruolati da Silvio Berlusconi, intento a raschiare il barile dell'elettorato nero e della decenza. Da Rauti ai teorici di Forza Nuova e delle razze superiori, il presidente del Consiglio non si ferma davanti a nulla sfidando la vergogna del mondo intero, speriamo per l'ultima volta. Sarebbe come se Chirac si fosse alleato con Le Pen o la Merkel con i neonazisti tedeschi, un patto ignominioso che avrebbe sicuramente dato luogo, in tutte le nazioni civili, a una rivolta morale prima che politica. In Italia, invece, niente: l'intesa tra Arcore e Salò non ha suscitato reazioni percepibili, perfino quando è venuta a galla la disgustosa vicenda Saya. Come i lettori dell'Unità sanno (e molti altri lettori di molti altri giornali non hanno invece avuto la fortuna di sapere) stiamo parlando di quel soggetto, leader di un partitino dedito all'esaltazione di fascismo e nazismo, tempo fa costretto agli arresti domiciliari per oscure attività parapoliziesche. Costui, passa il tempo (oltre che a insultare e minacciare ripetutamente Furio Colombo e i giornalisti dell'Unità) a vantare la propria devozione nei confronti di Silvio Berlusconi, di cui si proclama fedele alleato politico, senza essere stato mai smentito. Non una voce di protesta si è levata dai galantuomini di Forza Italia, evidentemente abituati a ingoiare di tutto. Non un sospiro dal presidente di Alleanza Nazionale, forse frenato da vecchi istinti camerateschi. Quanto ai Casini e ai Follini erano così concentrati sulla difesa dei valori da non accorgersi del lugubre velo nero con cui il loro candidato premier li stava incartando. Adesso Cesa ammette che i fascisti sono impresentabili. Vedremo se li presenteranno.


Bolkestein la direttiva più contestata d'Europa
Andrea Bonanni su
la Repubblica

L´Europa affronta uno dei suoi fantasmi più irrazionali, e dunque più pericolosi. Il Parlamento di Strasburgo dovrà infatti votare domani sulla famigerata direttiva Bolkestein. Quella che, almeno nella versione originaria, prevedeva di abbattere le frontiere comunitarie anche per i servizi liberalizzando un settore che rappresenta quasi il 70 per cento della ricchezza prodotta ogni anno nell´Unione. Diciamo subito che non sarà così. Il compromesso faticosamente raggiunto tra il gruppo socialista e il gruppo popolare stravolge la natura della direttiva che, ai tempi della Commissione Prodi, era stata presentata dal liberale olandese Frits Bolkestein responsabile per il mercato interno. Il nuovo testo prevede uno sterminato numero di eccezioni. Attribuisce ai governi nazionali un ampio margine discrezionale. E, soprattutto, cancella il principio di fondo della vecchia direttiva: quello secondo cui si sarebbe potuto vendere servizi in tutto il territorio europeo sulla base delle norme e delle tariffe vigenti nel paese di origine del venditore.

I deputati hanno lavorato sodo e, come si è detto, hanno rivoltato la direttiva come un calzino eliminando tutti quegli aspetti che potessero anche lontanamente far temere una legittimazione del dumping sociale. Oltre ad abolire il principio del paese di origine, hanno stabilito eccezioni per tutti i servizi di pubblica utilità, per i servizi finanziari, per quelli giuridici, per quelli sanitari e perfino per notai e biscazzieri.
Eppure, anche così modificata, la "Bolkestein" continua a fare paura, a polarizzare diffidenze irrazionali e ad attrarre l´ostilità di quanti contano di incassare i dividendi di un populismo a buon mercato. Ieri a Strasburgo, mentre i deputati discutevano in aula, i sindacati europei hanno fatto sfilare quarantamila persone in piazza. Per metà contrarie al provvedimento. E per metà favorevoli al compromesso, ma timorose che un colpo di mano dell´ultima ora potesse stravolgerlo conservandone l´impronta liberale.
D´altra parte anche l´universo politico appare diviso. E gli italiani non fanno eccezione. I partiti dell´Ulivo voteranno in gran maggioranza a favore, così come farà Forza Italia che paradossalmente finisce per appoggiare l´operato di Prodi. La Lega e Rifondazione sono contrari. Alleanza Nazionale definisce il compromesso "un mostro", ma ancora non si capisce come voterà.
In realtà non deve stupire che la direttiva Bolkestein susciti passioni così forti e apparentemente irrazionali. Essa affronta infatti in un colpo solo i due grandi temi irrisolti nella coscienza collettiva di questa Europa di inizio secolo: la apparente contraddizione tra liberalizzazione economica e difesa dello stato sociale, e l´allargamento.

E così dovremo rassegnarci. Se la direttiva non dovesse passare, o se passasse un testo inapplicabile, al posto del temutissimo idraulico polacco o dell´infermiera ungherese avremo probabilmente immigrati clandestini da paesi terzi che guadagneranno ancora meno, faranno autentico dumping sociale e andranno ad alimentare l´economia sommersa sottraendo risorse alle casse dello Stato e alle strategie di crescita. Una scelta suicida, ma che santifica l´impotenza della classe politica europea.


Aviaria, persi trentamila posti di lavoro
Margherita De Bac sul
Corriere della Sera

ROMA — Non sarebbe una sorpresa se il bilancio di questa prima ondata di influenza aviaria portata dai cigni venuti dal nord si appesantisse. Gli stormi fuggiti dal gelo del Mar Nero hanno punteggiato l'Italia ed è probabile che presto l'elenco dei volatili positivi all'H5N1 si allunghi. In Italia è un rimbalzare di segnalazioni su uccelli morti. E ieri a fine della serata il ministro ha parlato di altri due casi: due cigni reali individuati in Puglia, a Rodi Garganica, in provincia di Foggia, e nell'oasi delle Cestine di Vernole, vicino Lecce. Il bilancio sale a 8. La costa orientale che va dalla Puglia alla Sicilia è la più esposta. E ieri sono stati sequestrati decine di migliaia di polli e di uova.
VOLATILI — In Indonesia si registra l'ennesimo caso umano: un giovane di 23 anni morto nell'ospedale di Giacarta. Ma in Europa, a parte la Turchia, il rischio resta confinato al mondo dei volatili selvatici. Non vi sono polli, in Italia, che hanno contratto il virus letale e, quindi, per l'uomo il contagio è improbabile. Una buona strategia di prevenzione sul territorio è fondamentale per evitare l'infezione ai volatili domestici. E per approfondire ulteriori pericoli, la Regione Liguria ha ricevuto dal ministero l'incarico di effettuare uno studio sulle rondini.
Il ministro della Salute, Francesco Storace, ha esposto la situazione alla Camera: «Non c'è pericolo per le persone, ma come estrema precauzione — ha detto tra l'altro — si dovrebbe evitare, in particolare per i bambini, il contatto con polli, anatre e volatili di allevamento nelle zone dove sono stati trovati uccelli malati».

CONSUMI — L'aviaria, sebbene ancora ad uno livello poco minaccioso, ha già fatto una grande vittima, il settore delle carni avicole. Continua a franare il mercato del pollo sebbene «si può affermare con assoluta certezza che i prodotti avicoli italiani sono sicuri», anche perché dotati di etichetta dove viene riportata l'origine. «Tra licenziamenti e cassa integrazione sono già 30 mila i posti di lavoro persi e i danni del settore toccano i 600 milioni di euro», dice Rita Pasquarelli, direttore generale dell'Una (avicoltori della Confindustria). «E le notizie di queste ore rischiano di dare il colpo definitivo all'unico settore zootecnico interamente italiano, autosufficiente al 106%», aggiunge Paolo Bruni, presidente di Fedagri- Confcooperative che raccoglie il 90% dei produttori tra cui Aia, Amadori, Pollo del Campo.
I consumi sono calati ancora del 30-35% e i prezzi del 35-45% secondo uno studio dell'Istituto Piepoli. Il ministro dell'Agricoltura Alemanno chiede che vengano sbloccati gli aiuti dell'Ue.
CONTROLLI — Controlli rigidi dei Nas di Napoli hanno sequestrato 80 mila polli e 7 mila uova nelle zone dove sono stati trovati i cigni malati, per un raggio di 10 chilometri. I carabinieri antisofisticazione hanno scoperto una lunga serie di irregolarità: centri di imballaggio con carenze igienico-sanitarie, allevamenti di fortuna (uno addirittura in terrazzo), assenza di reti protettive. Tremano anche Germania e Austria che denunciano due cigni morti positivi all'H5N1 a testa. Nuovi casi in Slovenia. Focolaio da H5N1 in Romania, a Tropaizar.


Le trappole della par condicio
Michele Serra su
la Repubblica

"Qui si lavora e non si parla di politica": era il cartello che occhieggiava in parecchie fabbriche del dopoguerra, quando fare attività sindacale spesso portava al licenziamento. Un analogo concetto sovrasta, in campagna elettorale, i palinsesti televisivi. Perché di politica, in tivù, si parla e si parlerà anche troppo: ma autorizzati a farlo sono solo politici e candidati. Nessun altro cittadino italiano, intellettuale o artista, giornalista o quant´altro, può permettersi anche solo di sfiorare argomenti di carattere politico. È contro la legge. Almeno su una cosa, dunque, Silvio Berlusconi ha ragione: la par condicio è una legge liberticida.
Limita la libertà d´espressione e impedisce a chi fa televisione di lavorare con la necessaria serenità e indipendenza, e soprattutto di lavorare pensando agli interessi del pubblico. Quello che Berlusconi omette di aggiungere è che questo piccolo e ringhioso mostro giuridico è la diretta conseguenza del grande mostro che l´ha generato, quel conflitto di interessi che oramai disgusta perfino a dirlo, ma per nostra disgrazia esiste, e troneggia (da dodici anni!) al centro della dissestata scena politica di questo paese, nocciolo tossico della nube astiosa che ci soffoca, padre di tutti i veleni e anche, eccome, di quell´antidoto debilitante, e umiliante, che è la par condicio.
La legge nacque per fare fronte all´abnormità (meglio, all´assurdità) costituita dall´ingresso in politica di un monopolista della televisione e dell´informazione. Per quello che conta dirlo, oramai, fu una gigantesca e precedente omissione politico-istituzionale (non avere impedito a Berlusconi di candidarsi senza prima liberarsi delle sue testate e delle sue televisioni) a segnare, già nel ´94, la sconfitta delle regole democratiche, e la nascita inevitabile di una questione politico-giornalistica delicatissima e arroventata. Quel poco o quel tanto di autonomia dell´informazione dalla politica, e della politica dall´informazione, venne azzerata, nei fatti, dal coincidere, in una sola persona, di entrambi i poteri, e ai massimi livelli.
A parte pochi spiriti vassalli, chiunque lavori in televisione, non importa se a Mediaset o in Rai, vive molto malvolentieri l´epoca del conflitto di interessi, ma vive con indicibile fastidio anche le regole della par condicio. Della quale l´opinione pubblica conosce sicuramente le intenzioni e gli effetti per quanto riguarda la regolamentazione della presenza dei politici e dei candidati in televisione. Ma probabilmente ignora un altro aspetto se possibile anche più intrusivo, e sicuramente più lesivo della libertà professionale e dei diritti della pubblica opinione: nelle trasmissioni di ogni ordine e grado (intrattenimento, talk show, varietà, cultura, insomma tutto) è fatto esplicito divieto di fare riferimento a qualunque argomento che abbia possibili implicazioni politiche. Vale a dire: secondo la legge, un medico intervistato in un talk-show non può lamentare le cattive condizioni della sanità, o viceversa esaltarle. Un artista che abbia da ridire sullo stato della cultura in Italia (oppure lodarlo) deve astenersi dal farlo, e un uomo del calcio che voglia dire la sua sulla questione dei diritti televisivi è immediatamente imputabile, in campagna elettorale, di avere leso la regola del silenzio imposta dalla par condicio.
Non c´è angolo del palinsesto che sfugga al controllo obbligato di direttori di rete, responsabili di programmi e funzionari che vivono nell´incubo di sanzioni, censure post e pre. Dirigenti che, in questo strano paese, lavorano (oggettivamente) non tanto per difendere il loro prodotto, quanto per verificare che quel prodotto non urti la suscettibilità del potere politico e non infranga una legge che è stata varata da una classe politica che, non essendo riuscita a darsi una deontologia interna, ne impone una all´informazione. Come chi, soffrendo di incontinenza, imponga una purga ad altri.
E così – supremo paradosso - mentre la presenza della politica, e dei politici, occupa quasi militarmente i programmi di informazione, il resto della programmazione viene messo per due mesi in formalina, costringendo a evitare ospiti a rischio (in pratica, chiunque abbia qualcosa da dire su argomenti di interesse collettivo), a calibrare domande e risposte, insomma a evitare di parlare di ciò di cui tutta l´Italia, nel frattempo, parla: se la televisione è la vera piazza del paese, in campagna elettorale viene oggettivamente sequestrata dai politici, gli unici autorizzati a parlare, mentre la società civile viene zittita.
L´opinione del più oscuro dei deputati, in dosi di legge (che possono essere, come si vede, anche massicce), è somministrata quotidianamente. Quella di un costituzionalista, di un filosofo, di un intellettuale, di un cantante, di chiunque altro, pur se cittadino eminente, pur se i suoi meriti sono più evidenti di quelli di molti politici, viene sospesa per due mesi. Potrà scriverla sui giornali, ma non potrà esprimerla in televisione, perché durante la par condicio la libertà d´opinione, in video, viene sostanzialmente avocata dai politici.
Di fatto, dunque, la par condicio è quella legge che stabilisce le pari opportunità per la classe politica, e impone il silenzio a tutti gli altri. Simbolo stesso di un´occupazione ormai assoluta e paurosa dello spazio televisivo da parte non della politica (che è altra cosa, e appartiene a tutti), ma dei suoi funzionari abilitati.
Può anche darsi, come sostengono i difensori di questa legge così castale, e così antidemocratica, che non si potesse fare diversamente per evitare che il conflitto di interessi partorisse una definitiva e obbrobriosa disparità del volume di fuoco mediatico. Ma, evidentemente, da un male primigenio (il conflitto di interessi) non possono che nascere altri mali: rattoppi che rendono ancora più evidente e penoso lo sbrego, piuttosto che cancellarlo. Il risultato è che in campagna elettorale, proprio nel momento in cui le opinioni dovrebbero essere le più libere, e le più molteplici, la libertà di parola, in televisione, conosce vincoli davvero poco usuali in un paese abituato al dibattito democratico. È per questo che, di qui ad aprile, vedrete in televisione milioni di ore di comizi autorizzati, e pochissimi scampoli di altre opinioni autorevoli: quelle sfuggite, in un momento di incoscienza o di distrazione, al bavaglio della par condicio. Eccezioni che confermano una pessima regola.


   15 febbraio 2006