
sulla stampa
a cura di G.C. - 31 gennaio 2006
Le regole del gioco
Giovanni Valentini su la Repubblica
Lasciamo stare questa benedetta "par condicio". Non chiamiamola più così. Anzi, aboliamola pure. Che cosa cambia? Niente. È un falso problema. Prima, durante e dopo la campagna elettorale, resta il fatto che "l´obiettività, la completezza, la lealtà e l´imparzialità dell´informazione" costituiscono un principio fondamentale del sistema radiotelevisivo. Dove sta scritto? Chi l´ha stabilito? Mai avremmo pensato di dover invocare la famigerata legge Gasparri, approvata dal centrodestra per rafforzare e ampliare lo strapotere televisivo del presidente del Consiglio. Quel principio sta scritto proprio lì, all´articolo 3, poi assunto nel medesimo articolo del Codice unico della radiotelevisione.
Leggere per credere. E soprattutto è impresso, a caratteri cubitali, nella coscienza civile di qualsiasi democrazia, nella cultura - se la parola non è esagerata - di qualsiasi "Paese normale".
Ma non li leggete, chiede l´ineffabile Berlusconi dal suo pulpito televisivo, l´Unità e il Manifesto? E che cosa c´entra questo con la "par condicio"? Possibile che il Cavaliere non abbia ancora capito la differenza fra giornali e tv? Possibile che non sappia, o finga di non sapere, che le televisioni, tutte le televisioni, a cominciare dalle sue, funzionano in regime di concessione pubblica? Che sfruttano un bene collettivo come l´etere, per di più un bene con risorse limitate come le frequenze? E che perciò costituiscono un "servizio d´interesse generale" (art.6 della legge Gasparri, art.7 del Testo unico)?
Tutte queste cose in realtà Berlusconi le sa benissimo, anche perché è proprio da qui che ricava la sua ricchezza e il suo potere. Ma è più comodo ingannare il pubblico dei telespettatori, in pieno raptus mediatico-elettorale, davanti a conduttori-dipendenti (da lui) e a giornalisti compiacenti. Fino al punto di insolentire Carlo Azeglio Ciampi che, nella sua alta responsabilità istituzionale, si vede costretto a richiamare un giorno sì e l´altro pure le regole basilari che presiedono al confronto politico e alla regolarità della competizione.
Prima dice che il presidente della Repubblica non ce l´ha con lui. Poi sostiene che non c´è alcuno scontro con il Quirinale. E infine, messo alle strette, incarica i suoi scherani d´insinuare che il Capo dello Stato fa tutto questo perché il centrosinistra, in caso di vittoria, gli avrebbe già promesso la rielezione. Pensate per un momento, solo per un momento, che cosa potrebbe accadere se vincesse il centrodestra e sul Colle salisse il Cavaliere
La verità è che all´origine di tutta questa storia invereconda c´è un´anomalia, una stortura, una tara congenita: il tycoon che diventa leader politico e poi addirittura capo del governo. Un padrone di televisioni che, proprio in quanto concessionario pubblico, non sarebbe neppure eleggibile in base a una vecchia legge del '57. Un mostro bicefalo che pensa con una testa agli affari suoi e con l´altra pensa (o dovrebbe pensare) ai nostri problemi.
Prorogata con accanimento terapeutico una legislatura moribonda, finalmente la fatidica "par condicio" entrerà in vigore negli ultimi quarantacinque giorni di campagna elettorale. E fra l´altro, vietando gli spot come avviene in tutta Europa, impedirà al capo del governo di incassare la pubblicità televisiva dei suoi avversari politici. Ma molti guasti sono stati già prodotti
Il centrodestra comincia a temere un conflitto con Ciampi
Redazione del Corriere della Sera
Il centrodestra comincia a percepire il pericolo di "regalare" Carlo Azeglio Ciampi all'Unione; e tenta di correre ai ripari istituzionali. Le parole pronunciate ieri dai presidenti delle Camere vanno lette su questo sfondo. Mirano a svelenire le tensioni fra Palazzo Chigi e Quirinale sulla par condicio : riportando le raccomandazioni del capo dello Stato nell'alveo dell'esortazione "morale"; e negando perfino che "possa esistere uno scontro" fra Ciampi e Silvio Berlusconi. Si tratta, naturalmente, di una verità politica, contraddetta dalle accuse rivolte al presidente della Repubblica dalla maggioranza. D'altronde, in questa vigilia di campagna elettorale la presenza in tv e alla radio dei leader politici è massiccia sia per l'Unione, sia per il governo. Ma la reazione irritata del premier lo pone automaticamente sul banco degli accusati. E finisce per confortare gli avversari quando lo additano come la persona che più spesso viola i limiti suggeriti dal Quirinale, e presto imposti dalla par condicio . Anche ieri, da Milano, Berlusconi ha ripetuto di avere "il diritto di spiegare agli italiani quanto ha fatto il governo"; e di dover bilanciare le apparizioni in tv degli avversari.
È una linea difensiva che tende a non negare la propria bulimia mediatica; al massimo, si propone di giustificarla. Un esercizio difficile: ieri, il tg La7 ha stimato che dal 9 gennaio scorso fino al 28 gennaio Berlusconi è stato protagonista od ospite in una serie di trasmissioni che hanno avuto in totale quasi 86 milioni di contatti. Sono dati che, presi da soli, fanno una certa impressione. E confortano l'analisi del centrosinistra su un premier pronto anche alla rottura con Ciampi; e deciso a martellare un elettorato che dà segni di stanchezza verso il governo.
Dopo le tensioni sulla data delle elezioni, è il secondo scontro in pochi giorni. Enrico Letta, responsabile economico della Margherita, vede un capo del governo pronto a compromettere "il rapporto istituzionale col presidente della Repubblica" pur di ottenere un qualche vantaggio. FI, An e Lega confermano la tesi, respingendo polemicamente l'invito rivolto da Ciampi alla commissione di vigilanza sulla Rai, perché si rispetti un'informazione corretta da subito. L'accusa è di non avere fatto lo stesso quando governava l'Ulivo.
Marcello Pera e Pier Ferdinando Casini cercano di inserirsi nel conflitto come possibili mediatori. Pera, presidente del Senato, spiega che Ciampi si è rivolto alla commissione di vigilanza con parole che hanno "un significato morale". Quanto alla par condicio , aggiunge, si sa che scatta solo dopo lo scioglimento delle Camere. Più netto, Casini ammonisce il centrodestra a rispettare un presidente della Repubblica che ha dalla sua "la stragrande maggioranza degli elettori moderati".
"Ha vinto la legge del più forte"
su Proporzionale, TV e riforme
Vittorio Ragone intervista Scalfaro su la Repubblica
ROMA - Presidente Scalfaro, dopo sette anni di convivenza la Cdl, arrivati alla par condicio, spara sul Quirinale.
"Non lo dica a me. Da presidente della Repubblica fui accusato da loro anch´io, più volte e con motivazioni varie: fra queste, proprio la par condicio. Però vede, io penso che le premesse di quel che sta accadendo oggi risiedano in una grave vicenda precedente. E´ stato pesantemente negativo, fuori da ogni civile costume politico, che in dirittura di campagna elettorale la maggioranza abbia voluto cambiare, con un atto di prepotenza numerica, il sistema di voto. Non è pensabile, e non è onesto, che si mutino le regole quando il gioco sta per iniziare o è in atto".
E infatti lo scontro ha scosso la politica italiana, nei mesi scorsi. Ma il Polo ha rivendicato la legittimità democratica della sua decisione. E questa è difficilmente contestabile.
"Le regole si possono cambiare, ma quando si sia tutti d´accordo. Un cambiamento fatto a stretta maggioranza governativa per imporre una legge elettorale diversa solo perchè dà vantaggio a chi si trova in difficoltà al termine del suo percorso di legislatura è un fatto non accettabile, che rompe il rapporto civile in una comunità nazionale".
Ma qual è il legame tra questa polemica e quel che vediamo oggi, Berlusconi che imperversa in tv e il Polo che attacca Ciampi?
"E´ la stessa legge della prepotenza che si presenta in forme diverse. Dopo la riforma elettorale, questa legge della prepotenza ha avuto una seconda ondata: la richiesta, da parte della maggioranza, di 15 giorni di rinvio dello scioglimento delle Camere. Una miseria politica, risibile e insieme mortificante. La Cdl ha preteso due settimane da Ciampi nella convinzione, acquisita attraverso i sondaggi, che presentarsi in televisione sbandierando i successi che si ritiene di aver ottenuto durante la legislatura possa dare una spinta particolare e far vincere la battaglia. Quando il presidente del Consiglio ha detto: "Se non otterremo i 15 giorni di rinvio, si potrebbe anche votare a maggio", la frase aveva tutto il sapore della ritorsione e della minaccia. Si può sostenere, e infatti il presidente del consiglio l´ha ripetuto, che non c´è scontro col Quirinale: ma anche se uno è bravo a rigirare la focaccia, sempre focaccia è".
Perché secondo lei la situazione è precipitata?
"Quando certe persone esprimono parole che sanno di prepotenza e di vocazione al predominio, andrebbero fermate ai primi passi. Chi crede di lasciar strada, di mollare le briglie sul collo del prepotente perché si rabbonisca e si freni, e diventi più duttile, compie una valutazione sbagliata".
Con chi ce l´ha? Chi nel centrosinistra ha ceduto a Berlusconi?
"Il clima nel quale si è vissuto un po´ da tutte le parti politiche in questi anni è stato un clima del genere. Ricordo quando sono stati mossi taluni passi - faccio un esempio solo, la Bicamerale - nella speranza di mantenere aperto il dialogo. Aver ceduto al prepotente ha significato trovarsi, oggi che siamo al redde rationem, quasi nell´impossibilità di frenarlo".
Lei che è uno dei padri della par condicio, che cosa ne pensa oggi? Ritiene, come Ciampi, che ci sia un equilibrio da ristabilire subito?
"E´ così. Chi dice che la par condicio deve nascere dopo lo scioglimento delle Camere, perchè solo allora ha inizio la campagna elettorale, fa una osservazione forse formalmente esatta. Ma mi chiedo: si può davvero affermare che in Italia non è cominciata la competizione elettorale? Se uno apre la tv e vede un signore che è presidente del Consiglio saltare, preso dalla frenesia, da uno studio all´altro, cosa deve concluderne? Che lo fa perchè sono giornate gioiose? Perchè vive un momento di entusiasmo in quanto le cose si sono messe di colpo a andare bene? Siamo seri".
Come giudica la reazione di Ciampi alla campagna del Polo?
"Ciampi ha reagito bene. La presa di posizione del presidente rispetta la verità e i valori di giustizia che devono vivere nei fondamenti di una prova come le elezioni".
Una delle contestazioni di Berlusconi sulla par condicio forse merita udienza. Lui protesta: non è logico che Forza Italia, che ha il 20%, debba disporre degli stessi spazi dati a partiti del due per cento. Non vede almeno lì una sperequazione?
"No. Ogni campagna elettorale è nuova, costituisce un fatto nuovo. Se si dovesse mettere in posizione di privilegio il più forte, le speranze di alternanza non esisterebbero. Perchè il più forte diventa ancora più forte e il più debole scompare. Se si fanno i 400 metri a ostacoli alle Olimpiadi, non si può certo dire: "Tizio partirà non da zero ma da 250 metri perchè è stato medaglia d´oro la volta precedente". Non funziona così. Se tu sei forte col tuo partito, vincerai. Ma la linea di partenza dev´essere pari per tutti".
Pensa che Berlusconi trarrà vantaggi dall´iperpresenza sui mass media?
"Io non sono mai stato un politico legato ai sondaggi, anche se ne ho rispetto. Ma il primo sondaggio a mio avviso è che ci sia il cervello politico che fa un esame e esprime una diagnosi. Agitarsi e presentarsi in pubblico può anche tornare utile, con persone che hanno una minore capacità di valutazione critica. D´altra parte si dice che in questi giorni la Cdl abbia guadagnato due punti. Stiamo a temi seri: spero che il popolo italiano sia più capace di critica e più saggio nel decidere".
Svastiche di regime
Furio Colombo su l'Unità
E di nuovo tornano le svastiche, croci celtiche, striscioni che inneggiano ai forni (con riferimento immediato allo sterminio degli ebrei) e tutto ciò non avviene penosamente in qualche angolino di sottocultura. Stiamo parlando di sottocultura, certo, ma non di un angolino perché intere curve di stadio sono l'ambiente di queste grandi manifestazioni oscene. Per orientare me stesso e il lettore, vorrei notare alcuni fatti. Il primo è che non si è trattato di gruppi sparuti, ma di bande potenti e bene organizzate, con un evidente deposito di valori e di persuasioni che li guidano in scorrerie violente. La violenza non è fisica ma è reale, perché simili manifestazioni sono in se violente, per ciò che dicono, o meglio per ciò che evocano e vogliono.
Il secondo è che a molti di noi fa un effetto di particolare stupore, misto a ripugnanza, che ciò sia avvenuto a poche ore dal "Giorno della Memoria". Svela un precipizio mentale pauroso proprio accanto a quella che sembra il buon senso medio, il senso di decenza medio degli italiani.
Il terzo è un pensiero da cui non mi è facile liberarmi fin da quando ho visto le foto di uno spettacolo tutt'altro che secondario. Questa non è una minoranza allo sbando di poveri stupidi. Per esempio lo stendardo della Decima Mas appare allo stadio nei giorni in cui un rispettabile docente di sociologia de La Sapienza, Franco Martinelli, ha dedicato alla Decima Mas un libro dal titolo Il breve sogno. La Decima Mas e una formazione fascista rimasta nella mente e nei ricordi di molti italiani come macchina da guerra per la caccia agli ebrei, ai partigiani, agli antifascisti, e apparato militare alle dipendenze (è scritto così anche nel libro di Martinelli) delle forze occupanti tedesche.
Ma è rimasta anche nella pubblicistica italiana più recente, perché il nome del "glorioso comandante", Junio Valerio Borghese, è anche legata al fascismo contemporaneo e a un tentativo di colpo di Stato. Una bandiera della Decima Mas non va da sola allo stadio, e non ci va sull'onda di un sia pur accecante e involgarito tifo sportivo. Una bandiera della Decima Mas è una bandiera di morte, tale è stata per tutti i durissimi anni della Resistenza. E arriva allo stadio solo se c'è di nuovo quel clima e quel tempo di morte contro cui tanti italiani, da Piero Calamandrei a Carlo Azeglio Ciampi, credevano di avere chiuso i conti il giorno della Liberazione.
Torna? Lo temo. Appena una settimana fa stava per essere messo ai voti al Senato di questa Repubblica Italiana nata dalla Resistenza la legge che intendeva equiparare i combattenti di Salò con i Partigiani, ovvero coloro che denunciavano, arrestavano e consegnavano ai trasporti di morte nazisti gli italiani ebrei, gli italiani combattenti per la libertà, gli italiani antifascisti. Soltanto due giorni fa il presidente del Consiglio si è fatto fotografare accanto alla signora Maria Antonietta Cannizzaro. Non è una casalinga che voterà Forza Italia. È la candidata fascista (nessun post, qui il fascismo è vivo e rivendicato) nello schieramento di Berlusconi. È la moglie di Gaetano Saya, organizzatore di una misteriosa polizia parallela (ma lui vantava "altri legami" e bisognerà vedere quel che i giudici accerteranno) e che per ora lo ha portato in carcere come "falsificatore di documenti". Ma non può sfuggire la matrice fascista e l'arruolamento immediato del gruppo fascista nella "Casa della Libertà" . Ci sarebbe da ridere di questo riprodursi nella cupa Italia di questi giorni della narrazione Orwelliana che vede una scheggia di fascisti candidarsi sotto la scritta "libertà". A meno che sia un ricordo più o meno conscio della lugubre scritta sui cancelli dei campi di sterminio. Ricordate? "Il lavoro rende liberi".
Infatti la signora dice al Corriere della Sera (29 gennaio, pag. 12): "Berlusconi, dopo Mussolini, è il più grande statista del secolo. Entrerà nella storia insieme a Cesare". Non precisa quale Cesare. Ma purtroppo la signora, che sarà piazzata bene nelle liste di Berlusconi con il suo carico di fascismo e il suo legame coniugale-golpista, risponde così alla domanda sulla Shoah (la citazione che segue è letterale): "Non la condivido. Ma non è colpa di Mussolini". Quando la frase finisce così, tronca in sospeso, chi ha vissuto un po' più a lungo conosce la parte che manca e che sfortunatamente l'intervistatore non ha sollecitato. "La colpa non può essere che degli ebrei".
Ma attenzione al contesto. Il nuovo acquisto fascista della Casa delle Libertà (che dovrebbe creare un imbarazzo immenso a Gianfranco Fini, ma invece che a lui i reporter andranno a chiedere ulteriori spiegazioni a Fassino) non si tiene a distanza né dalla canea degli stadi né dalle vicende quotidiane che illustrano il nostro Paese sotto Berlusconi. La "striscia rossa" dell'Unità del 30 gennaio ripete ciò che la signora di cultura argentino-cilena (con riferimento agli eventi di carceri e torture fasciste di quei due Paesi) ha detto al Corriere della Sera a proposito di questo giornale: "L'Unità è una latrina. È il peggior giornale del mondo. Bisogna farla chiudere. Io li arresterei tutti".
L'intervista finisce lì, senza commenti e senza alcun intervento dell'Ordine dei Giornalisti a difesa, se non della nostra libertà, almeno della libertà dei lettori. Ma fatti come quelli elencati costituiscono il contesto. Ciò che accade sugli spalti dei nostri stadi è follia. Ma qualunque psichiatra ti dice che anche la follia matura e si esprime in un contesto. Eccolo il contesto. Un incoraggiamento continuo a disprezzare la dignità, i diritti delle altre persone, il rispetto di coloro che dissentono e che vengono indicati come omicidi. Un incoraggiamento anche più grande a non sapere la Storia, a respingerla per poter svilire la Resistenza e vandalizzare la Costituzione. Ecco perché siamo in presenza di svastiche di regime. Perché siamo nell'occhio del tifone di un violento golpe mediatico dal quale sta difendendo il Paese il presidente della Repubblica, mentre i professionisti dell'informazione non sembrano avere sentito il bisogno di sostenere subito e apertamente un simile atto di coraggio (pensate, il presidente della Repubblica è insolentito ogni giorno da Cicchitto e Bondi!), le svastiche di regime si moltiplicheranno sugli spalti dei nostri stadi fino a quando gli atti di prepotenza, di disprezzo per le leggi, di diffamazione degli avversari (e persino del capo dello Stato, quando il presidente del Consiglio definisce "liberticida" una legge che Ciampi invoca e prescrive solo parità di diritti minimi) di falsificazione dei fatti attraverso il dominio dei media continueranno.
L'ossessione della Destra
Miriam Mafai su la Repubblica
Gli è andata male con l´inchiesta parlamentare sulla applicazione della legge 194. Oggi ci riprova firmando un decreto che limita, fino ad impedirlo, l´acquisto all´estero della pillola RU486. Per il ministro Storace la legge 194 dev´essere qualcosa che assomiglia a un incubo. Ci sono tante cose che non vanno nella nostra Sanità, tante di cui il ministro dovrebbe e potrebbe occuparsi. Niente da fare. L´unico tema che lo assilla è quello: la legge sulla interruzione della gravidanza, una legge entrata in vigore da quasi trent´anni e clamorosamente confermata da un referendum.
Una legge grazie alla quale il numero degli aborti è andato progressivamente diminuendo nel nostro paese fino a dimezzarsi (e sarebbe ancora inferiore se ci fosse una adeguata campagna di prevenzione diretta alle più giovani ed alle immigrate). E dunque, il nostro ministro prima ha voluto una inchiesta parlamentare sul funzionamento della legge; poi, quando la stessa inchiesta non ha dato il risultato da lui auspicato, è partito in battaglia contro l´uso della pillola RU486 che ha il solo torto, ai suoi occhi, di consentire l´interruzione della gravidanza in modo meno doloroso e invasivo di quello finora adottato. Da oggi l´acquisto all´estero della stessa pillola sarà quasi impossibile. Per decreto legge.
Era stato il ministro Buttiglione, all´inizio della legislatura, a chiedere una revisione, una messa in mora della legge 194. Le resistenze che allora si erano manifestate anche all´interno della maggioranza di centrodestra gli avevano consigliato di soprassedere. Oggi, a fine legislatura è il ministro Storace a farsi paladino in modi diversi della stessa richiesta. Nel frattempo si sono fatte più pressanti, nello stesso senso, le richieste della autorità ecclesiastiche Il tema, insomma, avrà inevitabilmente un suo posto nel corso della campagna elettorale.
Stiamo assistendo, mi sembra, ad una svolta autoritaria delle più alte gerarchie ecclesiastiche e a un loro più puntuale intervento su tutti i temi di rilevanza etica che già si propongono, e sempre più si proporranno in futuro al nostro legislatore. Ma non è tanto questo intervento della Chiesa, sempre più puntuale ed esigente, che ci allarma. Quanto piuttosto la incertezza o la fragilità della politica, che, in mancanza di una elaborazione culturale all´altezza di quei problemi, rischia di risolversi nella rinuncia alla propria autonomia, nella accettazione rassegnata alle indicazioni della Chiesa. Detto in altro modo, nella rinuncia alla laicità che è tratto fondante dello stato moderno.
E tuttavia il paese nel suo complesso non sembra disponibile a questa esasperazione e rottura. Tutte le inchieste e le ricerche (ultima quella dell´Eurispes di qualche settimana fa) testimoniano del contrario. Anche tra coloro che si dichiarano cattolici, una maggioranza si dichiara favorevole ai Pacs, al divorzio e alla interruzione di gravidanza. Da queste ricerche e da altri dati risulta che sulle questioni eticamente sensibili, dalla fecondazione assistita, all´aborto, al "testamento biologico", la maggioranza (anche di cattolici) non è alla ricerca di una rottura, di una guerra di religione, ma, al contrario, di soluzioni ragionevoli. Questo confermerebbe la tesi di Emanuele Severino che sostiene che "non si può far tornare indietro il fiume che scorre nella nostra epoca. Nemmeno una figura grande come quella di Giovanni Paolo II" scrive Severino "è riuscita a far tornare l´acqua verso il monte".
Se non è riuscito Giovanni Paolo II a far tornare l´acqua della modernità verso il monte, sarà difficile che ci riescano Storace o Buttiglione. Ma vorremmo che su questi temi, della modernità e della laicità dello Stato, dei diritti delle donne, su una serie di questioni eticamente sensibili che la politica di necessità dovrà affrontare nei prossimi anni anche in Italia (nella maggior parte dei paesi europei questi problemi sono già stati affrontati e risolti sul piano legislativo), su questi temi ci piacerebbe leggere qualcosa anche nel programma dell´Unione. Qualcosa di chiaro, semplice e impegnativo.
Salotti buoni e sale da pranzo
Tommaso Padoa-Schioppa sul Corriere della Sera
Per oltre due anni il mondo bancario ha occupato le prime pagine dei giornali con una frequenza che nell'ultimo quarto di secolo non ha uguale in nessuno dei Paesi coi quali usiamo confrontarci; giornali a larga diffusione, non stampa specializzata. Prima che il tema ritorni al posto più modesto che gli spetta, i lettori, non solo gli specialisti, vorrebbero tirare qualche conclusione da tenere in mente per il futuro. Di solito, quando un settore economico va in prima pagina - dove mai rimane a lungo - è perché sta male: penuria o rincaro dell'energia, mucca pazza e bistecca disossata, gelata degli ortaggi, sciopero dei trasporti, metanolo nel vino, licenziamenti nell'industria. L'economia di mercato fa notizia solo quando il mercato malfunziona.
Negli ultimi due anni nessuna grande banca italiana ha chiuso gli sportelli o mancato di restituire i depositi; tanto meno è crollato l'intero sistema bancario, come pure è accaduto, solo pochi anni fa, in Paesi illustri quali Svezia o Finlandia. Ci sono stati, invece, mali consigli ai risparmiatori, inadempienze e probabili violazioni di codici etici da parte di amministratori, violazioni delle leggi civili e penali, omissioni degli organi di controllo interno ed esterno, silenzi e opportunismi delle associazioni di categoria.
A ben vedere, però, scalate, concerti, frodi, cadute di stile, inadempienze - pur gravi e importanti - sono poco più che un contorno e sono prosperate in un terreno reso fertile da due condizioni di fondo.
Le due condizioni riguardano la proprietà e la qualità dei servizi bancari. Proprietà delle banche e qualità dei servizi non sarebbero salite fino alle prime pagine, se la cronaca giudiziaria e di costume (privato e pubblico) non le avesse rese appetitose alla generalità dei lettori. È di esse che bisogna fare l'analisi.
I servizi . Le banche ne rendono tre: prendono, danno e trasferiscono il denaro. In altre parole, amministrano il risparmio delle famiglie, finanziano gli investimenti e la produzione delle imprese, effettuano i pagamenti per conto di entrambe. Confrontati con altri Paesi, tutti e tre i servizi sono da noi assai costosi e di qualità insufficiente: è esperienza quasi quotidiana, ed è documentato da studi e inchieste (eloquentissima quella televisiva di "Report"). Esclusione dal credito se non si possiede già un capitale equivalente; informazioni insoddisfacenti; consigli non buoni; tariffe esorbitanti; sportelli chiusi nell'ora del pranzo; e via dicendo. In termini economici si chiama inefficienza, nel senso che né il prodotto né il suo prezzo sono ottimali.
L'inefficienza è nozione che va guardata bene. Vista in grande, essa produce un danno complessivo all'economia: minore crescita e spreco di risorse. Vista in piccolo, essa procura svantaggi solo ad alcuni, mentre ad altri procura grandi vantaggi. I vantaggi se li spartiscono proprietari delle banche, dirigenti incapaci, impiegati in soprannumero, clienti che ottengono credito senza produrre ricchezza, fornitori di cose inutili. Gli svantaggi avviliscono le imprese con buoni progetti e poche garanzie, i cittadini che perdono tempo e strapagano i servizi.
La proprietà. I proprietari e gli amministratori delle banche sono spesso tra i beneficiari dell'inefficienza, ma, come abbiamo appena osservato, non sono i soli. Il paradosso è che di una diffusa inefficienza si avvantaggiano soprattutto gli amministratori e proprietari tecnicamente più preparati, quelli capaci di non disperderne i benefici a clienti, impiegati in soprannumero, dirigenti inutili, attrezzature pletoriche.
Nasce da questa situazione l'interesse ad acquisire una banca, in particolare da parte di un'altra banca, poco importa se italiana o di altro Paese. L'aspirante acquirente ritiene di saper essere più bravo di coloro di cui vuol prendere il posto.
Al proprietario o all'amministratore di banca capace di realizzare maggiore efficienza a vantaggio del cliente anziché proprio bisognerebbe spalancare le porte senza chiedergli il passaporto.
Ma chi assicura che egli sia spinto dall'interesse a dare migliori servizi a famiglie e imprese, a far crescere l'economia? Come escludere che voglia soltanto prendere posto forse non in un salotto buono, ma in una sala da pranzo buona, dove il cibo è gustoso, abbondante e a buon mercato? Nulla e nessuno. La bravura tecnica non assicura efficienza generale.
L'assicurazione la possono dare solo le condizioni di concorrenza nel mercato, l'azione della Vigilanza, il costume della categoria, il comportamento dei suoi organi associativi. Solo da questi fattori può nascere una pressione più forte a servire meglio e a minor costo le famiglie e le imprese; solo da essi ci si può aspettare una rimozione delle resistenze al cambiamento.
Oggi l'alleanza degli avvantaggiati ha forti presidi in importanti strati della dirigenza bancaria, nel sindacato, nell'Associazione bancaria, nella pazienza eccessiva degli italiani e si rivela assai più potente di quella degli svantaggiati, che faticano a organizzarsi e a farsi sentire.
In una economia in cui il mercato funziona a dovere è non solo giusto ma anche conforme all'interesse generale che rischino il posto non solo operai, impiegati, dirigenti e amministratori, ma anche i proprietari. Per non perderlo bisogna che facciano bene il proprio mestiere perché la capacità è la prima tutela della stabilità del posto. Se ci fosse più efficienza anche gli assetti proprietari delle banche sarebbero più stabili, perché sarebbe difficile, per un nuovo arrivato, fare di più e meglio di chi c'è già.
In Italia c'è una giovane generazione di banchieri molto capaci, che queste questioni le conosce a fondo, prova fastidio per i difetti del sistema in cui opera, è animata dal desiderio di far nascere un'economia più forte e competitiva. Li muove non solo l'ambizione professionale ma anche un sano patriottismo economico.
Questi banchieri devono essere gli alleati degli svantaggiati.
Israele congela i fondi per l'Anp
Dal Quartetto ultimatum ad Hamas
r. g. su l'Unità
Il Quartetto riunitosi risponde ad Hamas. I fondi all'Anp verranno concessi soltanto se il movimento palestinese rinuncerà alla violenza e riconoscerà Israele. Intanto, Israele blocca i fondi per l'Anp, la prima tranche è di 200 milioni di shekels pari a 35 milioni di dollari. Il primo ministro spiega di non voler rischiare di darli a un'organizzazione terroristica che potrebbe usarli anche per fare attentati contro i civili israeliani.
Ma ha anche minacciato di congelare tutti i trasferimenti, anche di tasse, all'Autorità palestinese. Una mossa che potrebbe innescare una situazione esplosiva, anche secondo James Wolfensohn, l'ex capo della Banca Mondiale, inviato internazionale per il Medio Oriente.
Se Israele bloccasse il trasferimento delle raccolte fiscali all'Autorità palestinese e la Comunità internazionale congelasse i piani di stanziamento di fondi, la situazione nei Territori diventerebbe velocemente ingestibile. L'ex numero uno della Banca Mondiale ha ricordato che questa settimana "sarà momento cruciale", perchè dovranno essere pagati "135.000 stipendi ai palestinesi".
Anche il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice, in arrivo a Londra per il meeting del Quartetto che dovrà discutere di crisi nucleare in Iran e del voto dell'Anp, ha detto che mentre gli Usa rispetteranno gli attuali impegni sugli aiuti col presidente palestinese Mahmoud Abbas, Washington potrebbe non finanziare un governo di Hamas.
Hamas nel frattempo sembra paralizzata in un gioco delle parti tra l'ala oltranzista di Al Zahar e quella in apparenza più dialogante di Ismail Haniya. Si tratta per il momento solo di dichiarazioni o meglio di sfumature.
Così Mahmoud Al Zahar alla Cnn dice di offrire solo una tregua, hudna, cioè un cessate-il-fuoco a lungo termine con Israele, se lo stato ebraico si ritirerà entro i confini del 1967 e libererà in massa i detenuti palestinesi dalle carceri israeliane. Il riconoscimento dello Stato ebraico viene condizionato alla definizione del suo confine ufficiale. In più Al Zahar chiede un corridoio per collegare la Striscia di Gaza e la Cisgiordania.
Nel frattempo però Ismail Haniya chiede al Quartetto (Usa, Ue, Russia e Nazioni Unite) di intavolare nuovi negoziati "senza precondizioni e con uno spirito di neutralità". "Vi chiediamo di continuare a dare sostegno morale e finanziario" ha detto Haniya in una conferenza stampa a Gaza, "e di versare gli aiuti al tesoro palestinese così che sia possibile continuare a far fronte alle priorità del popolo palestinese".
L'Europa sembra più cauta. La commissaria agli Esteri Benita Ferrero-Waldner dice infatti che bisogna "dare del tempo" ad Hamas, 30 o 60 giorni, per vedere quale piega possa predere il loro arrivo al potere. "Vogliamo però vedere dei fatti", precisa, e annuncia l'arrivoa febbraio di una delegazione della Banca mondiale per valutare la situazione. Una missione che dovrà valutare se scongelare o meno quella parte dei fondi previsti per il 2005 all'Anp e bloccati per mancanza di criteri-base come la trasparenza dell'impiego e l'effettiva creazione di posti di lavoro nel settore sociale. Solo la parte europea di questi aiuti congelati è di 35 milioni di euro, la metà di quanto previsto nel 2005.
Ieri il sostituto di Sharon, Ehud Olmert ha dettato le sue condizioni per dialogare con i nuovi vincitori di Hamas. Ha detto con enfasi che Israele non avvierà nessun dialogo con un governo palestinese guidato da Hamas se prima non si saranno realizzate tre condizioni fondamentali: il disarmo di Hamas e di tutte le altre formazioni che Israele considera terroristiche, la revoca dal manifesto di Hamas di tutti gli articoli che chiedono la distruzione di Israele e la riconferma della volontà di onorare tutti gli accordi e le intese finora concluse dai palestinesi con lo stato ebraico. Volutamente il governo israeliano ha dato ampia pubblicità a questa posizione, facendo trasmettere dalla radio le dichiarazioni fatte da Olmert in apertura dell' odierna seduta del consiglio dei ministri.
E la Merkel subito dopo aver incontrato Olmert gli ha fatto da sponda, ripetendo che Hamas deve rinunciare alla violenza e riconoscere gli accordi di Oslo, in base ai quali - tra l'altro - sono state espletate le elezioni palestinesi di mercoledì scorso.
Ma il panorama mediorientale sconvolto dal voto palestinese è complicato dall'avvicinarsi delle elezioni in Israele, previste a marzo, e da un'opinione pubblica israeliana che appare molto preoccupata dal terremoto politico nell'Anp. Secondo un sondaggio del quotidiano Maariv, solo un israelinao su sei è favorevole a condurre negoziati di pace con un governo palestinese guidato da Hamas. Mentre il 52,7% è contrario a qualsiasi trattativa e a nuovi ritiri unilaterali come quello condotto da Sharon a Gaza.
31 gennaio 2006