
sulla stampa
a cura di G.C. - 30 gennaio 2006
A Milano votano in 80 mila, vince Ferrante
Rossella Verga sul Corriere della Sera
MILANO - In campo un ministro contro un prefetto. Con le primarie milanesi il popolo dell'Unione ha scelto il candidato sindaco: sarà Bruno Ferrante a sfidare Letizia Moratti in corsa con la Casa delle Libertà e Ombretta Colli ancora decisa a gareggiare come indipendente per la poltrona di Palazzo Marino. Il primo applauso è arrivato al quartier generale di Ferrante alle 22.45, con il dato provvisorio che lo vedeva in vantaggio in tutte le sezioni con una percentuale superiore al 60%. Champagne, palloncini in aria, i sostenitori più giovani indossano le magliette con la scritta "Ferrante sindaco". Un clima di festa in crescendo fino all'una di notte, quando arrivano i dati quasi definitivi ed è terminato lo spoglio di 78.620 schede su oltre 80 mila: Ferrante è al 67,75 per cento, Dario Fo al 23,13, Milly Moratti al 5,8 e Davide Corritore al 3,32. Tra le prime telefonate di congratulazioni quelle di Romano Prodi, Piero Fassino e Francesco Rutelli. Con Berlusconi che a notte fonda commentava: "Primarie? Non so che dire. Noi non ne abbiamo avuto bisogno". Dalle urne milanesi secondo il centrosinistra è arrivato molto di più di un nome: con gli 80 mila voti è giunto un "segnale forte" contro il centrodestra e Berlusconi ed è stata confermata la voglia di partecipare già espressa il 16 ottobre con l'incoronazione di Prodi a leader nazionale. Sono andati a votare i vip - intellettuali, banchieri e personaggi dello spettacolo - ma anche tanti anziani, studenti e mamme con i bambini per mano. Una partecipazione ben al di sopra dell'aspettativa dichiarata dei 50 mila, nonostante la neve e grazie alla fatica degli spalatori volontari che hanno liberato strade e marciapiedi nei pressi dei 124 seggi.
Emozionati i leader locali e nazionali della coalizione. "Ora uniti per battere la destra e ridare forza e speranza a una grande città", esorta il segretario della Quercia, Fassino.
Bruno Ferrante, sostenuto da Ds, Margherita, Idv, Pdci, Rosa nel Pugno e Repubblicani Europei, promette subito di non disperdere le risorse degli altri, ma mette le mani avanti: "I partiti si contano alle politiche e alle amministrative. Non è che Rifondazione ora ci chiede il vicesindaco...". Il premio Nobel Dario Fo (che ha attirato con la sua candidatura l'attenzione dei giornali stranieri) controbatte: "I miei voti pesano molto e non sono governabili". L'ambientalista Milly Moratti e l'economista Davide Corritore rilanciano la disponibilità a lavorare con il vincitore.
"Ferrante è in grado di battere la destra a Milano", assicura il presidente della Provincia Filippo Penati.
Il segretario del Prc Augusto Rocchi, che alle primarie ha appoggiato Dario Fo, non ha incertezze: "Il vincitore rappresenta tutta l'Unione e noi siamo indispensabili per vincere". E per il senatore dei Verdi Fiorello Cortiana, "ora tutti dobbiamo aiutare Ferrante a continuare questo dialogo con la città".
L'avversario del centrodestra Letizia Moratti, che oggi comincerà un viaggio nei quartieri, spera "che sia una competizione leale". Forza Italia guarda al risultato dell'Unione con distacco: "Dobbiamo essere contenti quando non c'è distanza tra i partiti e i cittadini - spiega il commissario cittadino Maurizio Lupi -. Ma questo voto non va interpretato come un segnale contro 9 anni di governo della Cdl".
Che fosse una bella giornata per il centrosinistra si era visto fin dal mattino, nonostante la pioggia. Alle 11.30 avevano votato già in 20 mila.
Il segnale lombardo
Dario Cresto-Dina su la Repubblica
Se in cuor loro Romano Prodi e i dirigenti dell´Unione riponevano nelle primarie per il sindaco di Milano la più ravvicinata occasione per contarsi, dopo la sistematica occupazione televisiva e radiofonica attuata nelle ultime settimane dal nostro premier, la risposta che hanno ottenuto ieri sera dovrebbe rinfrancarli più di qualsiasi sondaggio amico. Ancora una volta, com´era accaduto ad ottobre in occasione delle primarie nazionali, il popolo della sinistra e anche quella parte degli elettori che non si identifica propriamente nei partiti dell´Unione ma che riconosce nelle sue migliori idee la residua speranza che l´Italia torni a essere un paese perlomeno normale, ha inviato un messaggio chiarissimo ai due poli. Ha bocciato senza appello il Cavaliere e la Casa delle libertà e ha concesso un´altra apertura di credito al centrosinistra, un attestato di fiducia che forse va persino oltre a quelli che, fin qui, sono stati i suoi meriti.
In una domenica livida di pioggia intermittente, con molti marciapiedi ancora coperti dal ghiaccio e dal fango della grande nevicata di tre giorni prima, oltre 80mila persone sono andate a votare per scegliere il candidato che sfiderà il ministro Letizia Moratti nella corsa alla poltrona di sindaco. Un risultato straordinario e ben superiore alle aspettative, se si pensa che il sedici ottobre dello scorso anno, una splendida giornata di sole quasi primaverile, alle consultazioni per Prodi si erano presentati in poco più di centomila e che alla vigilia del voto i leader del "Cantiere", il laboratorio costruito dalle forze dell´Unione milanese per affrontare una lunghissima e difficile campagna elettorale, avrebbero fatto salti di gioia se qualcuno gli avesse garantito il traguardo delle 50mila presenze. Invece, anche ieri si sono formate lunghe code di gente in attesa davanti a tanti dei 124 seggi allestiti per le votazioni.
Molti anziani, moltissimi giovani e moltissime donne, le stesse donne che due settimane fa avevano sfilato con altre 200mila sempre qui a Milano in difesa della legge sull´aborto, e poi attori, cantanti, intellettuali, imprenditori e banchieri. Tutto come allora. E tutto come prima. Prima di Unipol, di Consorte, degli errori ammessi dalla dirigenza dei Ds, dei veleni portati negli uffici delle procure dal presidente del Consiglio, delle intercettazioni fatte filtrare ad arte da qualche manina dei servizi, e del Berlusconi diventato il "salvaschermo" dei nostri televisori. Ecco perché l´esito delle primarie di Milano, senza nulla togliere a Bruno Ferrante che le ha vinte com´era nei pronostici superando la diffidenza di chi è andato a votarlo magari pensando al suo passato di prefetto, gli attacchi del suo principale avversario Dario Fo e i suoi stessi imbarazzi da debuttante della politica, assume un significato che valica i confini comunali e ci dice, se ce ne fosse ancora bisogno, che del berlusconismo questo paese non ne può davvero più.
Resta ancora da misurarsi con il centrodestra al netto di Berlusconi. Soprattutto a Milano, dove la prima a prendere le distanze dal premier è la stessa Letizia Moratti che l´altro giorno ha detto di aver deciso da sola di candidarsi, ha precisato di presentarsi come indipendente e ha raccontato di essersi messa a ridere quando, l´estate scorsa, lesse sui giornali dell´investitura officiata a distanza dal Cavaliere. Donna Letizia spera di vincere e per farlo si libera di ciò che evidentemente ritiene una zavorra proprio nella capitale di Forza Italia e del suo padrone.
Da oggi tocca a Bruno Ferrante contrastarla, libero dalla democratica servitù di una legittimazione che doveva passare attraverso il voto della base e alla quale si è sottoposto con umiltà e coraggio.
Ora sta a lui e ai partiti del "Cantiere" raccogliere in una sola le quattro anime della sinistra milanese che i candidati hanno incarnato per scelta politica e storie personali: il riformismo di Ds e Margherita consegnato proprio nelle mani di Ferrante, il radicalismo antagonista di Dario Fo, il solidarismo borghese di Milly Moratti, il giovanilismo internazionale di Davide Corritore. E aggiungervi l´anima dei "vecchi" milanesi moderati delusi dal centrodestra nel quale hanno ostinatamente creduto per quasi un decennio, e da un sindaco, Albertini, che risparmia su spalatori e spazzaneve perché in fondo a Milano nevica, se va male, due volte ogni secolo.
Il Quirinale e la battaglia TV
Massimo Giannini su la Repubblica
Una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione. Non lo ha detto un pericoloso comunista come Beppe Giulietti, nell´infuocato soviet del Botteghino. Lo ha scritto uno dei padri del pensiero scientifico liberale come Karl Popper, nel mirabile saggio "Cattiva maestra televisione". E allora, oggi, è un sintomo di incoscienza svalorizzare il messaggio del presidente della Repubblica sulla par condicio come l´ennesimo urlo alla luna, disperso nel buio indistinto di una notte repubblicana dove tutte le vacche sono nere. Ed è un atto di impudenza respingerne i contenuti, come hanno fatto Bondi e Cicchitto, affermando che quel messaggio non si presta "a bolle interpretative".
Chi ha parlato con Ciampi, in queste ore, riferisce di un capo dello Stato infastidito dalle reazioni del presidente del Consiglio e della sua corte.
All´indignazione per il voltafaccia di Berlusconi sulla data di scioglimento delle Camere si è aggiunta ora la polemica sull´uso dei media alla vigilia della campagna elettorale.
Non è un caso che il Colle abbia voluto esternare la sua preoccupazione sul rispetto di una par condicio "sostanziale", anche prima del decreto di indizione dei comizi elettorali, proprio a ridosso del 29 gennaio. Cioè della data che il premier, alla conferenza stampa del 23 dicembre 2005, aveva indicato ufficialmente come termine della legislatura.
Ciampi, per evitare un´altra crisi istituzionale, gli ha accordato una "proroga" di 11 giorni. Ma nello stesso giorno in cui avrebbero dovuto sciogliersi le Camere e sarebbe dovuta scattare la legge sulla par condicio (in base al primo calendario concordato due mesi fa) il presidente ha voluto ammonire la Vigilanza Rai a far rispettare fin da ora "il principio di equità e di sostanziale parità di accesso a tutte le forze politiche".
Con un riflesso di collaudata ipocrisia, i falchi azzurri replicano che l´appello non riguarda il Polo, non chiama in causa Mediaset e comunque il premier ha diritto di difendersi come e dove vuole dagli attacchi dell´opposizione. Ciampi non ha bisogno di esegeti disinvolti. Il suo messaggio nasce da un´evidenza incontestabile, che il presidente della stessa Commissione di Vigilanza Gentiloni gli ha sottolineato in una lettera di una settimana fa. Secondo i dati dell´Osservatorio di Pavia, tra il 7 e il 20 gennaio nei programmi di tutti i generi trasmessi dalla Rai Berlusconi ha "occupato" 27.441 secondi, contro i circa 3.900 di Prodi. Lo squilibrio è lampante. Ed è tutto a vantaggio dell´one man-show di Arcore.
Ciampi sa bene che la par condicio vera e propria non può scattare prima dell´11 febbraio. Ma sa ancora meglio che il pluralismo informativo, l´imparzialità e l´uguaglianza nel servizio pubblico radiotelevisivo sono valori costituzionali, tutelati sempre e a prescindere dalle scadenze elettorali. Su questo il capo dello Stato ha incardinato l´atto più significativo del suo settennato, e cioè il messaggio alle Camere del 23 luglio 2002. Sul piano politico e giuridico, dunque, la lettera trasmessa alla Vigilanza sabato scorso è idealmente collegata al messaggio di quattro anni fa. Il suo "movente", oggi come allora, nasce dal palese conflitto di interessi del Cavaliere. Il suo destinatario è principalmente la Rai, che in quanto servizio pubblico ha un dovere in più sotto il profilo etico-morale. Il suo obiettivo è far rispettare, qui ed ora, il pluralismo.
L´occupazione dell´etere da parte di un uomo solo non può continuare, nell´indifferenza delle istituzioni di garanzia e nell´insipienza degli organi di controllo.
Ma in questo astioso finale di legislatura, Ciampi ha un altro motivo di irritazione nei confronti del premier. Al Quirinale non è piaciuta l´interpretazione capziosa che Berlusconi ha dato del messaggio presidenziale, che sarebbe il frutto di uno scambio politico: "Quelli del centrosinistra secondo il Cavaliere lo hanno convinto che lo ricandideranno per un settennato bis". Una lettura rozza, oltre che ingiusta. Anche in quest´ultimo scampolo di settennato, Ciampi si conferma il custode severo, ma sempre equidistante, delle regole democratiche. Sta qui la sua forza. Ed è questa la "dignità" con la quale ha detto di voler concludere il suo mandato, rispondendo in ogni suo atto solo alla sua coscienza, e alla Costituzione sulla quale ha giurato.
In meno di due settimane, dal Processo del lunedì a L´incudine, Berlusconi è già intervenuto in tredici trasmissioni radiotelevisive. L´offensiva continuerà ancora. Ciampi, che da domani sarà a Foggia per il 103esimo ed ultimo viaggio nelle province italiane, è pronto a intervenire ancora sui temi del pluralismo informativo, ai quali ha dedicato in sette anni ben 30 interventi. È la conferma della patologia berlusconiana, che dal 1994 è ormai diventata anche l´anomalia italiana. Il saggio di Popper sulla minaccia mediatica, pubblicato proprio in quell´anno fatidico, finiva con queste parole: "Anche i nemici della democrazia non sono ancora del tutto consapevoli del potere della televisione. Ma quando si saranno resi conto fino in fondo di quello che possono fare, la useranno in tutti i modi, anche nelle situazioni più pericolose. Ma allora sarà troppo tardi". Il Cavaliere sta usando il mezzo fino a consumarlo. Ma forse non gli basterà. Per la nostra democrazia non è ancora troppo tardi.
La sfida di Forza Italia: il Colle sta con la sinistra
Lorenzo Fuccaro sul Corriere della Sera
ROMA - La par condicio e il monito del capo dello Stato continuano ad alimentare lo scontro tra maggioranza e opposizione. A sinistra si sottoscrivono totalmente le parole di Carlo Azeglio Ciampi, a destra si denunciano invece le strumentalizzazioni che vorrebbero impedire al governo di comunicare con gli italiani. E in questo quadro di così aspra contesa giunge la nota di Forza Italia, firmata dal coordinatore Sandro Bondi e dal vice Fabrizio Cicchitto, durissima nei toni e nella sostanza. Un intervento - certamente concordato con Silvio Berlusconi - rivolto sia contro la sinistra che alimenta "una inaccettabile campagna di disinformazione sulle presenze televisive dei leader" sia contro il capo dello Stato, mai però citato.
COMIZI ELETTORALI - Benché "iniqua", osservano Bondi e Cicchitto, la legge della par condicio va però "rispettata rigorosamente, non rovesciata o cambiata senza neanche passare per il Parlamento che, fino a prova contraria, approva le nuove leggi o modifica a maggioranza quelle esistenti". Ed ecco il punto con il quale si contesta il richiamo di Ciampi. "La legge della par condicio - scrivono - scatta in senso stretto all'inizio dei comizi elettorali. E' impraticabile invece la strada delle bolle interpretative o delle strumentalizzazioni interessate". Non solo. Viene rilevato che "la par condicio sostanziale è già in atto, e anzi funziona a discapito del centrodestra". Basta guardare, dicono, "il Tg3 e Raitre che, senza rispettare alcun equilibrio politico e quantitativo, agiscono come autentiche macchine da guerra contro il centrodestra". In aggiunta al loro, c'è l'intervento di Piero Testoni, responsabile per l'editoria di Forza Italia, che coglie la "singolare preveggenza del diessino Beppe Giulietti, giovedì sera a Primo piano su Raitre, quando lesse nella palla di vetro ciò che qualche ora più tardi il capo dello Stato avrebbe chiesto all'onorevole Gentiloni in merito alla par condicio".
REAZIONI - Fassino insiste nell'appoggiare Ciampi. Se il Presidente, dice, "è intervenuto due volte in pochi giorni vuole dire che la situazione è già abbondantemente fuori controllo. Il troppo stroppia e Berlusconi sta stroppiando moltissimo". Anche D'Alema è d'accordo con il capo dello Stato. "Meno male che c'è uno come lui a fare da argine al travolgimento di ogni regola normale". E a destra si smarca Marco Follini (Udc), che rivendica a sé e al suo partito "la difesa della par condicio: se avessimo cambiato la legge questa campagna elettorale sarebbe stata un monumento al conflitto di interessi".
L'Authority: "Par condicio subito anche nelle tv private"
Sergio Rizzo sul Corriere della Sera
ROMA - Un atto d'indirizzo, per precisare i limiti che tivù pubbliche e private dovranno rispettare prima della par condicio . Il presidente dell'Autorità per le comunicazioni Corrado Calabrò lo potrebbe firmare mercoledì, per porre fine alle polemiche sull'offensiva mediatica di Silvio Berlusconi e tradurre in concreto il suggerimento del capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi. Un semplice atto d'indirizzo. Ma che secondo il presidente dell'Authority imporrebbe regole certe a tutte le televisioni e servirebbe a mettere in chiaro un fatto: "Ci sono principi che si applicano tutto l'anno, anche prima della convocazione del comizi elettorali. Forse a qualcuno era sfuggito". Qualcuno chi?
"Non posso anticipare cose che sono in corso di valutazione. Ma è certo che qualcuno ha pensato che in questo periodo ci fosse assenza di regole. Adesso, dopo il richiamo di Ciampi, con cui sono perfettamente d'accordo, è ancora più evidente che non può essere così".
Berlusconi insiste che la legge sulla par condicio non è ancora operativa. Lei che dice?
"È un abbaglio, quello che non ci fossero regole, nel quale sono caduti in molti. Faccio il magistrato da 45 anni e posso assicurare che la mia interpretazione è giusta, come hanno riconosciuto anche i rappresentanti delle televisioni pubbliche e private nell'incontro che abbiamo avuto con loro la scorsa settimana. Rai e Mediaset ci hanno addirittura consegnato un documento con le istruzioni date ai capistruttura".
Ma poi le hanno rispettate?
"Non c'è dubbio che sia opportuno un chiarimento. La legge prevede che la tutela del pluralismo è compito dell'Agcom. E la legge ci dà competenza a dettare disposizioni applicative".
...
Che cosa ci sarà scritto?
"Saranno precisati i comportamenti che tutte le televisioni dovranno tenere in base a principi sempre stati chiari, ma che in quanto principi, possono anche sfumare nell'indeterminatezza".
Quali sarebbero?
"La legge parla chiaro: obiettività, completezza dell'informazione, lealtà, apertura alle diverse opinioni e tendenze politiche".
E lei sostiene che vanno rispettati anche prima che scatti la par condicio .
"Non io. La legge. Tenga presente che il periodo precedente la campagna elettorale è ancora più delicato, perché l'apparizione del politico nei programmi non espressamente dedicati alla propaganda, come quelli di informazione e intrattenimento, può essere ancora più suggestiva".
Il premier è intervenuto anche a Isoradio. E c'è chi ipotizza la violazione del contratto di servizio fra Rai e Stato. Ipotesi corretta?
"Isoradio può trasmettere solo informazioni di pubblico interesse e repliche di programmi già andati in onda. Valuteremo se esistono presupposti per un'eventuale sanzione".
Ecco, le sanzioni. Che si rischia?
"Una multa da 10 mila a 258 mila euro. Mentre per la Rai, che è servizio pubblico, si arriva fino al 3% del fatturato. Tutte le volte che riscontreremo una violazione dei principi d'imparzialità scatteranno le sanzioni. A questo punto ognuno si dia una regolata".
Se è tutto qui, regolarsi è fin troppo facile...
"Sottolineo che è in corso un procedimento penale nel quale si è arrivati alla determinazione che chi non obbedisce alle decisioni dell'autorità rischia pure d'incorrere nel reato d'omissione d'atti d'ufficio".
Sa che spavento.
"Faccio presente che è un reato. Ma soprattutto confido che dopo l'intervento di Ciampi tutti staranno molto più attenti".
Sia sincero: le sanzioni non sono inadeguate?
"Per la Rai no. Per i privati sono troppo lievi".
Una giornata particolare. Con l'Unità
D'Alema e Fassino "diffusori straordinari"
Ninni Andriolo su l'Unità
Sfoglia l'unità. Riconosce quel Massimo D'. che gli fa il verso, ride di gusto e chiede tregua ai fotografi. "Presidente si volti un attimo...". "Un momento se guardo voi non leggo Elle Kappa...". Nel gioco delle "testimonianze solidali", inventato ieri per l'Unità dalla
fantasia impertinente della vignettista di Repubblica, c'è un D'Alema che dà consigli alla nostra redazione: "Non cambiate una virgola...tutto il resto sì, però!". Il "presidente" legge e ride divertito mentre cerca di districarsi tra l'ingombro dei giornali e il guinzaglio di Lulù, la labrador che ha portato con sè e che "non ha voluto rimanere a casa". Questa domenica si va in giro a diffondere l'Unità perché "i vecchi sistemi funzionano e molti di quelli nuovi li controlla sempre lui...", cioè Berlusconi. E D'Alema ricorda "quando a Genova distribuivo il giornale davanti al liceo, come a Pisa quando frequentavo la sezione universitaria del Pci, o come tante altre volte...". Tante volte. L'ultima si perdeva nella notte dei tempi, però. Il rapporto con l'Unità non è stato facile negli ultimi anni. Per questo la solidarietà militante di ieri con "il giornale che non piace a Berlusconi" è pur sempre una notizia. Anche se suggella una fase recente, assai diversa da quelle precedenti. Con il presidente Ds che ricorda, adesso, la direzione del nostro quotidiano come una delle esperienze più esaltanti della sua storia politica .
D'Alema nel quartiere Prati, e Fassino a Campo dei fiori. Presidente e segretario davanti ai gazebo della sezione Ds Mazzini e Regola Campitelli. Con loro, o prima o dopo di loro, Nicola Zingaretti, Giovanni Berlinguer, Vincenzo Vita, Paola Pitagora e molti altri. A qualche metro di distanza dalla statua di Giordano Bruno, Fassino definisce la diffusione straordinaria "un'iniziativa da ripetere periodicamente a tutela della libertà di stampa e di una voce libera che non si è fatta mai piegare, che non è condizionabile e che si batte ogni giorno perché il Paese possa avere un'informazione libera e seria". Qualche chilometro più in là - dall'altra parte del Tevere - D'Alema parla di "risposta politica all'aggressione di quel signore", cioè di Berlusconi.
Ogni copia un autografo. Anzi due: quello di D'Alema e quello del direttore Antonio Padellaro. "Io, i Ds e l'Unità siamo vittime alla pari - spiega il presidente della Quercia - Per Berlusconi siamo simboli da colpire per evocare un sentimento anticomunista che lui ritiene esista nel profondo della società. C'è un calcolo quando Berlusconi solleva in alto l'Unità...". Una ragazza vende Repubblica davanti al bar Antonini. "Cambio merce": una copia dell'una per una dell'altra, "regolarmente pagate....". Alì è un uomo di colore. Si avvicina al "presidente" con un foglio ripiegato. "Questo l'ho avuto per merito suo...". È un permesso di soggiorno ottenuto nel 1998. "C'era la Jervolino. È un merito mio in senso lato - commenta D'Alema - Loro lo ricordano che non siamo stati ostili". Si torna a Berlusconi. " Al di là della battaglia che l'Unità ha fatto e delle cose che scrive l'idea che ha Berlusconi è quella di indicare i cattivi, di evocare i fantasmi dell'anticomunismo - spiega D'Alema - C'è un calcolo: io non sono in grado di presentare una piattaforma positiva, ne costruisco una negativa. Indicando il voto contro i comunisti polarizza i consensi del centrodestra, richiama una parte degli immotivati...". "Una strategia che può sortire risultati?". "Non è detto che non abbia un qualche effetto. L'uomo non va considerato semplicemente come uno che ha perso il controllo, da prendere solo in giro". Ha un "certa idea della politica". Una "concezione naturalmente regressiva" che non coincide "con gli interessi del Paese". Il premier che si chiederebbe se Ciampi non legga l'Unità e il Manifesto? "Potrei chiedergli se lui legge il Giornale, oltre che scriverlo", replica D'Alema. La gente esce dal bar con il vassoio delle paste da portare a casa. Vanno via le prima cento copie. "Cinquanta le ho vendute io il resto tutti voi messi assieme - scherza D'Alema rivolgendosi ai compagni della sezione - io lavoro e voi guardate...".
Le mafie ringraziano l'Italia
Emma Bonino su l'Unità
Dall'Afghanistan all'Italia, passando per l'America Latina la "lotta alla droga" è ogni giorno immolata sull'altare della demagogia e dell'irrazionalità. Mentre in Afghanistan la war on drugs segna il passo, ipotecando drammaticamente il futuro del Paese, in Italia il governo sfrutta le Olimpiadi per far passare al Senato un provvedimento sulla droga a dir poco punitivo ed illiberale.
Un provvedimento adottato nel peggior modo possibile: un vero e proprio articolato di legge di 37 pagine fatto passare per "maxi-emendamento" e approvato con un voto blindato grazie alla fiducia imposta dal governo. Se per aver fumato uno spinello sarà sospesa la patente o il passaporto, è concretissimo prevedere che il successivo decreto indicherà la detenzione dell'equivalente di 5 o 6 spinelli come quantità superiore ai limiti massimi sufficienti a far scattare la reclusione dai 6 a 20 anni e multe da 26 mila a 260 mila euro. Calcolando che in Italia sono circa 4 milioni i consumatori abituali o saltuari di cannabis, è semplicemente demagogico ritenere che questa misura possa essere realmente applicata, a meno che tra le grandi opere pubbliche messe in cantiere dal governo non si aggiunga in extremis anche la costruzione di svariati supercarceri. Insomma, a varie latitudini mafie e cartelli internazionali hanno buoni motivi per brindare alla propria salute.
Per fortuna in Europa si comincia a sentire una musica diversa. Il Parlamento europeo, nella seduta plenaria di gennaio, ha approvato una risoluzione sull'Afghanistan che puo aprire la strada ad un approccio del tutto nuovo nella lotta al narco-traffico mondiale. Il testo chiede ai partecipanti della conferenza internazionale sull'Afghanistan, che si apre martedì prossimo a Londra, "di prendere in considerazione la proposta di concedere licenze per la produzione di oppio per il mercato legale di medicinali, così come già avvenuto per altri paesi", come India, Turchia, Australia, Francia e Spagna.
La risoluzione, proposta dal gruppo dei liberali europei e votata da tutti i gruppi politici, è radicalmente innovativa rispetto alla ortodossia della "guerra alle droghe". In Afghanistan, questa cosiddetta guerra, basata essenzialmente sull'eradicazione e sulle colture alternative, ha ottenuto scarsi risultati. Secondo l'Unodc (l'ufficio delle Nazioni unite per la droga ed il crimine,), l'Afghanistan ha prodotto 87% dell'oppio mondiale nel 2005 - circa 4.100 tonnellate - generando 2,7 miliardi di profitti illeciti, che ammontano a più del 50% del Pil. Il "2005 Afghanistan Opium Survey", pubblicato in novembre, stima che il valore complessivo di questa produzione, una volta trasformata in eroina e distribuita sui mercati mondiali, può raggiungere oltre 40 miliardi di dollari.
In aggiunta, in anni recenti, piccoli laboratori per la trasformazione hanno cominciato a proliferare in Afghanistan, producendo l'anno scorso circa 420 tonnellate di eroina. L'aumento della produzione domestica di eroina ha creato un mercato di consumo locale che è in rapida crescita, favorendo la diffusione di Hiv/Aids in un paese con infrastrutture minime e servizi sanitari inesistenti.
Inoltre, i percorsi usati dai convogli dei trafficanti non si limitano più alla notoria golden route attraverso il Pakistan e l'Iran, ma si sono moltiplicati, soprattutto attraverso le ex repubbliche sovietiche, contribuendo così ad ulteriormente promuovere l'instabilità in un contesto politicamente già volubile.
La lotta internazionale al narco-traffico, così come condotta oggi, non funziona anche perché l'eradicazione e le colture alternative colpiscono l'anello debole della catena, i contadini, per i quali l'opzione di abbandonare la coltivazione del papavero è quasi impossibile visto i debiti contratti con i trafficanti che gestiscono l'accesso al credito e al mercato. È evidente che questa politica non solo non intacca, ma alimenta il potere della narco-élite che operano in un ambito di sostanziale impunità. Il rischio che corre l'Afghanistan è di vivere di una rendita illegale che alimenta la corruzione, mantiene i gruppi armati e rafforza l'instabilità a livello regionale. Questo potrebbe spingere l'Afghanistan ad allontanarsi da ogni forma di stato di diritto, disimpegnandosi dal contratto sociale con i propri cittadini che così faticosamente si sta tentando di stabilire.
Proprio a causa della grave minaccia che un'economia basata sull'illegalità pone alla stabilità e alla democrazia in Afghanistan, si dovrebbe iniziare a pensare alla coltivazione regolamentata del papavero per fini medici, in particolare per gli anti-dolorifici.
Mi auguro che i governi, le organizzazioni internazionali e le personalità che parteciperanno alla conferenza di Londra non ignoreranno l'invito del Parlamento europeo, poiché offre all'Afghanistan una via valida e praticabile ad una strategia anti-narcotici che si è dimostrata fallimentare. Riguardo allo sciagurato provvedimento italiano sono d'accordo con Enrico Boselli quando sostiene che la sua modifica debba rappresentare una priorità nel caso di vittoria del centro-sinistra. Per intanto , questo è l'impegno della rosa nel Pugno.
Memoria di ieri fascismo di oggi
Moni Ovadia su l'Unità del 28 gennaio
27 gennaio, Giorno della Memoria. Intorno a questa ricorrenza che ha lo scopo di non fare dimenticare lo sterminio nazista e l'infamia delle leggi razziali che ha infangato l'Italia, le istituzioni, i media pubblici e privati, le scuole, hanno messo a disposizione dei cittadini italiani, programmi, riflessioni, testimonianze, spettacoli e manifestazioni varie. Persino il presidente del Consiglio Berlusconi ha spiegato ad alunni delle elementari che la libertà è un bene prezioso, inestimabile.
La nostra idea di libertà è tuttavia assai diversa dalla sua, anche perché noi stiamo dalla parte di chi ha combattuto per riportarcela, ovvero i partigiani, lui no. Ma non staremo a fare gli schizzinosi. Questa volta non possiamo fare a meno di apprezzare la sobrietà del primo ministro che in questa circostanza ha evitato di celebrare Mussolini come tour operator per dissidenti, oppositori e giudei. Il ministro degli Esteri, dal canto suo, dopo avere orgogliosamente fatto passare una legge liberticida e una da far west, ha espresso tutta la sua solidarietà a Israele in questa delicatissima congiuntura politica determinata dalla schiacciante e democratica vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi. Le anime belle delle comunità ebraiche italiane hanno di che gongolare e passeranno facilmente sopra a una bazzecola che stona un po' con i buoni sentimenti. Il parlamentare di An, Enzo Raisi, ha presentato una bozza alla commissione d'inchiesta sull' armadio della vergogna ovvero i crimini nazifascisti rimasti ingiudicati, sostenendo che non c'è nessuna vergogna, che non si tratta di crimini contro l'umanità e che i processi non sono stati celebrati perché lo spirito dei tempi non lo richiedeva. Enzo Raisi invece incarna perfettamente lo spirito dei tempi di tutto il suo partito, il cui vero e originale contributo alla legislatura che si sta concludendo, è uno sconcio revisionismo che mira a riabilitare il ventennio e quel mascalzone criminale che chiamano duce al cui busto tendevano la mano fino all'altro ieri e che nell'animo continuano a considerare un grand'uomo. Da cinque anni non fanno che calunniare Resistenza e Antifascismo e demolire la Costituzione.
Passano il tempo nei salotti servili della Tv a starnazzare Comunisti! Comunisti! mentre devono proprio a quei comunisti che insultano, l'accesso alla dignità democratica che non meritano. Hanno assegnato a Fini il compito del fascista redento e pentito che va a spasso a fare degli atti di contrizione formale per ricavarne delle foto opportunities e degli attestati di credibilità e così il gioco di squadra funziona eccellentemente, i guastatori continuano il loro squallido lavoro per gettare fango sull'onore di coloro che hanno combattuto il nazifascismo e per glorificare i criminali di Salò, sterminatori di ebrei e di civili.
Quando questi criptofascisti toglieranno il disturbo, sarà bene che l'Unione spazzi via tutto questo ciarpame revisionista con fermezza perché deve essere chiaro che gli uomini si possono e si devono riconciliare, le memorie no! La memoria su cui si fonda il nostro futuro si chiama Antifascismo e Costituzione come ci ricorda con commozione il nostro Presidente Carlo Azeglio Ciampi.
Agli ebrei boccaloni, che fanno salamelecchi a quei galantuomini che non smettono di sputare sulle tombe dei nostri morti, dedico un celebre versetto del salmista: il Signore è custode degli sprovveduti.
Israele, un nuovo no a Hamas
Fabio Scuto su la Repubblica
GERUSALEMME - Israele non avvierà nessun dialogo con un governo palestinese guidato da Hamas se prima non si saranno realizzate tre condizioni fondamentali: il disarmo della milizia, la revoca dal manifesto integralista degli articoli che chiedono la distruzione di Israele e la riconferma della volontà di onorare tutti gli accordi finora conclusi dai palestinesi con lo Stato ebraico. E´ questo il risultato del vertice del governo israeliano guidato dal premier Ehud Olmert che si è tenuto ieri pomeriggio a Gerusalemme. Questa posizione è condivisa dalla maggior parte della comunità internazionale, ha affermato Olmert, e su questi punti "non c´è possibilità di compromessi".
Israele spera così di creare un fronte internazionale compatto a sostegno di questa linea per impedire un progressivo scivolamento, dell´Europa soprattutto, verso un dialogo con gli integralisti prima che abbiano soddisfatto le condizioni imposte. Sul fronte palestinese sono invece ancora affidate ai telefoni le consultazioni per il nuovo governo, dopo la clamorosa vittoria elettorale degli integralisti. La missione del presidente Abu Mazen a Gaza - dove contava di incontrare i due leader di Hamas Ismail Hanyeh e Mahmud Zahar - è stata rinviata. Forse lo slittamento è dovuto all´incontro che il presidente palestinese avrà oggi pomeriggio con il cancelliere tedesco, che già ieri sera ha incontrato il premier israeliano Olmert. Angela Merkel ha condiviso la linea dura israeliana su Hamas. "Nessun incontro se non riconoscerà Israele", ha risposto indirettamente agli integralisti che avevano chiesto di incontrarla. E ha avuto parole chiare anche sull´Iran: "Se si procurerà armi nucleari, sarà una minaccia per tutto il mondo democratico".
Per far fronte alla grave crisi interna di Fatah Abu Mazen, al termine di un ennesimo vertice alla Muqata, ha fatto annunciare una prima "lista di epurati" dal Partito. Sono stati radiati 76 dirigenti, e fra loro molti nomi di spicco, colpevoli di aver partecipato come "indipendenti" alle elezioni contribuendo alla dispersione dei voti. E´ la prima risposta alle proteste, anche violente, della "base" per costringere Abu Mazen a sciogliere il Comitato Centrale del Partito e andare presto a un congresso che nomini una nuova leadership.
Sale però anche la tensione con Hamas e all´orizzonte di profila un braccio di ferro, che potrebbe sfociare anche in uno scontro armato. A mettere il dito nella piaga è stato il comandante delle forze di sicurezza, il generale Ala Husni. Allarmato alle dichiarazioni rilasciate a Damasco dal leader di Hamas, Meshaal (sull´opportunità di dar vita ad un esercito nazionale palestinese, in cui confluiscano i miliziani delle varie fazioni) Husni ha precisato che i suoi uomini restano inderogabilmente sottoposti al comando del Presidente, e non del futuro primo ministro.
Subito è arrivata la reazione di Hamas. Il generale Husni è solo un funzionario pubblico e i rapporti futuri al vertice dell´Anp e il controllo dei servizi di sicurezza (circa 60 mila uomini) dovranno essere concordati a livello politico.
30 gennaio 2006