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sulla stampa
a cura di P.C. - 27 gennaio 2006


Europa, niente sconti all'odio
Gianni Riotta sul
Corriere della Sera

Hamas vuol dire «zelo», ma è anche la sigla di Harakat al-Muqawama al-Islamiya, Movimento di resistenza islamica. Da «zelanti», spiega lo studioso israeliano Reuven Paz, «gli uomini di Hamas spendono 60 milioni l'anno in scuole, orfanotrofi, moschee, ospedali, mense popolari, palestre». Da «resistenti», le brigate Izz al-Din al-Qassam hanno organizzato 350 attentati terroristici contro Israele, massacrando con i kamikaze oltre 500 innocenti e mutilandone migliaia. Questa è la forza centauro che ha trionfato nelle elezioni palestinesi, capovolgendo il Medio Oriente, cancellando l'eredità di Arafat, mettendo Israele davanti a un nemico mortale, costringendo americani ed europei a riconsiderare, col cuore in gola, le strategie.
Gli osservatori scettici sulla democrazia nei Paesi arabi obietteranno che, senza il voto, Hamas sarebbe rimasta rinchiusa nelle cantine di Gaza. Già in Algeria e adesso in Iran, un libero voto ha premiato i fondamentalisti violenti, come i seguaci dell'organizzazione fondata negli anni '60 dallo sceicco Yassin, sull'orma dei Fratelli Musulmani. Ma la democrazia rispecchia la realtà, Hamas non nasce nelle urne e la sua forza, concordano il foglio israeliano Yedioth Ahronoth e l'arabo Arab news, è alimentata dal risentimento della popolazione per la corruzione e l'inefficienza di Fatah. Meno di un palestinese su cinque condivide il proclama di Hamas, «far sventolare la bandiera di Allah, cancellare Israele»: i 76 seggi conquistati, contro i 43 di Fatah, esprimono protesta e frustrazione, ma se Hamas imponesse la sharia, il canone islamico, nei turbolenti villaggi del West Bank, la sua vittoria potrebbe rivelarsi effimera.

Per gli europei il «terremoto in Medio Oriente» di cui scrive il Jerusalem Post, apre un dilemma affilato: ignorare la forza di Hamas è ormai impossibile, ma provare a ingaggiare l'Hamas di oggi alla tradizionale diplomazia dell'Unione, carote senza bastone, negoziato e finanziamenti a pioggia, porterebbe a disastri. Eppure — per quanto arduo appaia in questa storica giornata — si può immaginare in Palestina un'evoluzione analoga a quella degli Hezbollah in Libano, violenti convertiti alla politica, o in Turchia, dove i partiti islamici al governo non hanno sconvolto il Paese nell'intolleranza. L'Unione deve confrontare Hamas con risolutezza, pronta a cogliere ogni apertura, ma inflessibile davanti a odio, violenza, terrore. È l'unica strada, per impervia che appaia, verso la remota pace.


Realpolitik a Washington
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

Quando George W. Bush è stato svegliato ieri mattina da Condi Rice con la notizia del trionfo di Hamas, il peggiore degli incubi americani sembrava essersi materializzato: dopo l´Iraq, che aveva visto la sconfitta catastrofica degli uomini di Washington, come Allawi e Chalabi, i Palestinesi avevano scelto i «terroristi», come ufficialmente sono definiti dal dipartimento di stato, di Hamas. L´ideologia bushista di «esportare la democrazia» stava funzionando troppo bene e dimostrava uno dei teoremi cari agli oppositori della guerra: i cambi di regime non avrebbero portato all´emergere di nuovi Adenauer o De Gasperi, ma al rigurgito della collera che ribolle sotto la crosta dei dispotismi.
Si attendeva perciò la conferenza stampa di Bush come una occasione per lanciare fulmini retorici e minacce di sanzioni contro questa organizzazione di duri e puri che aveva sempre puntigliosamente sabotato ogni concessione e ogni processo di pace negoziati da Arafat, restando a piè fermo sulla negazione radicale del diritto di Israele a esistere. Nè l´umore dell´amministrazione Bush poteva essere stato molto migliorato dall´entusiastico «endorsement» fraterno, dall´applauso scoppiato a Teheran, la madre di tutte le canaglie denunciate da Bush.
E´ stato forse per questa attesa del peggio che poi, quando il presidente ha finalmente commentato il voto, le sue parole, le sue espressioni, il suo tono sono apparsi meno virulenti e bellicosi di quanto ci si sarebbe aspettato dopo gli appelli a non votare per Harakat al-Muqawamah al-Islamiyyah, il Movimento per la Resistenza Islamica, da cui viene l´acronimo Hamas. «Noi non possiamo considerare un partner di pace chi ha nel proprio programma la distruzione di un nostro alleato», ha detto Bush, come ci si aspettava.
«Non possiamo trattare con un movimento che ha un´ala armata» («armata» si noti, non «terroristica») ha aggiunto, qui naturalmente mentendo, perchè dall´Irlanda, ai Paesi Baschi e allo stesso Iraq dove i comandi americani sono in trattative segreti con gli esponenti politici della insurrezione sunnita, con il braccio politico dei corpi insurrezionali tutti i governi trattano sempre, quando non riescono a reprimerli.
Questi erano gli atti dovuti, presentati senza epiteti e fulminazioni, come pure avrebbe potuto legittimamente fare.
Al contrario, il Presidente americano, il grande cacciatore bianco di terroristi, ha tributato un complimento indiretto ai vincitori della prima elezione palestinese, quando ha detto che le elezioni servono a esprimere i veri umori della gente, a dare un immagine realistica del disgusto che essi provano per «governi corrotti», dunque per quel regime di al Fatah che fino a ieri sia Washington che Israele consideravano il loro legittimo interlocutore.

Si vede affiorare quel elemento finora mancante di realismo politico, quella «realpolitik» di fronte alla constatazione che «se si vuole la democrazia si deve poi saper vivere con i risultati» come disse Eisenhower. Il successo dei radical-guerriglieri di Hamas, che hanno - lo deve ammettere Bush - molta più credibilità popolare del «corrotto» (parole sue) regime precedente e hanno la capacità di controllare quel terrorismo che essi stessi nutrono, potrebbe essere stata la migliore delle peggiori notizie, per l´America e per chi crede alla soluzione dei «due popoli, due stati». La regola, come diceva il campione della realpolitk Henry Kissinger, non è negoziare con chi parla di pace, ma con chi ha la forza politica per fare la pace. Non sarebbe sicuramente la prima volta, nella storia del mondo che i terroristi di ieri divengono gli statisti di domani.


Un gioco d'azzardo permanente
Igor Man su
La Stampa

Ha vinto Netanyahu, ha perso la Palestina. Spiegazione: nessuna trattativa con Israele, ha proclamato Hamas issando a Ramallah la sua verde bandiera sul Parlamento palestinese, in un delirio di folla. Il punto fermo di Hamas è speculare al rifiuto di Netanyahu di riconoscere in Hamas un interlocutore politico. Di più: sia Hamas che il Likud, guidato da «Bibi» dopo l'uscita di scena di Sharon, non riconoscono gli accordi di Oslo, sia pure per opposti motivi. La clamorosa vittoria elettorale di Hamas rilancia la destra israeliana, e Netanyahu, già accusato da Sharon (!) di insana bulimia territoriale, le prossime elezioni legislative se le può giuocare con buone probabilità di successo.
Ha perso la Palestina, vale a dire Al Fatah che con Arafat, e i suoi, dall'esilio di Tunisi seppe sparigliare le carte appropriandosi della prima intifada (esplosa spontaneamente) sulla cui spinta riconobbe Israele. Lo fece ad Algeri, nel 1988, con un discorso rivolto al «fratello Bush», dichiarando «estinto» il paragrafo della Carta programmatica dell'Olp che prescriveva la distruzione di Israele.
Hamas, infine, ha vinto le elezioni anche perché i palestinesi sotto occupazione e quelli appena affrancati (si far per dire) di Gaza han perduto ogni fiducia nella cosiddetta Autorità palestinese. Il presidente Abu Mazen ha cercato di sopperire alla mancanza di carisma, al suo essere l'opposto di Arafat, discusso ma amato, lui, al Khitiar, il vecchio al Walid, padre, con una politica che per non voler scontentare nessuno ha finito col deludere tutti. E' vero che Israele non gli ha mai dato gli strumenti giusti per mettere al passo gli irriducibili delle Brigate irredentiste armate soprattutto di odio, ma è anche vero che il suo cerchiobottismo ha moltiplicato il disordine falcidiando così la fragile economia palestinese.

Un po' tutti, oggi, amici e nemici guardano alla Casa Bianca. Gli esperti sottolineano il prudente discorso di Bush, ma il pessimismo appare vigoroso anche perché si avverte il pericolo che la nuova leadership iraniana, carburata dall'odio parossistico per gli Stati Uniti, decida di provocare Israele «complice degli Stati Uniti, corrotti sulla terra». Se questo accadesse, provocando fatalmente una devastante reazione israeliana, non si vede chi possa salvarci dal disastro totale. E tuttavia poiché la politica è l'arte del possibile non è da escludere che prima o poi (più poi che prima) Hamas esca dalla cantina per guadagnare il salotto buono. Ha già proposto una «tregua» per un motivo valido: in seno ad Hamas, che per altro «nasce bene» (come ente religioso assistenziale), si scontrano oltranzisti teocratici e possibilisti laici. Gli scampati agli omicidi mirati di Sharon starebbero esaminando l'opportunità d'una mediazione di Mosca per guadagnare, appunto, una «tregua» col Grande Satana e col Piccolo: con gli Stati Uniti, con Israele. Sia come sia, dopo il voto di ieri in Palestina, non è proprio un futuro da cartolina illustrata che ci si prospetta. E tuttavia: «Mai disperare - diceva quel mezzo Garibaldi e mezzo Cavour che fu Ben Gurion -, la Palestina è terra di miracoli».


Palazzo Chigi, strategia dello scontro
Nicola Tranfaglia su
l'Unità

Lo scontro istituzionale che ha caratterizzato gli ultimi giorni tra smentite e cambi di atteggiamenti del capo dell'esecutivo da una ora all'altra e che ora sembra scongiurato merita una riflessione che non ci è accaduto di leggere su nessuno dei più diffusi quotidiani del nostro Paese. Siamo stati a un passo da uno scontro aperto tra il potere esecutivo e la presidenza della Repubblica.
Dopo che in autunno Quirinale e Palazzo Chigi avevano convenuto senza difficoltà sul fatto che l'unico modo di evitare un ingorgo istituzionale con l'elezione del nuovo presidente e la formazione tardiva di un governo che avrebbe dovuto preparare in un tempo troppo esiguo il Dpef tra agosto e settembre,il capo dello Stato era tranquillo che tutto andasse secondo gli accordi già presi.
Ma Berlusconi si è reso conto nelle ultime settimane che i sondaggi ripetono con monotonia che il distacco tra l'Unione e la Casa delle libertà supera i cinque punti e che dunque la battaglia elettorale si presenta assai difficile.
Di qui il suo no al mantenimento della data del 29 gennaio,la richiesta di altre due settimane di lavori parlamentari e di evasione dai vincoli della par condicio televisiva e alla fine la minaccia esplicita che, se il presidente non si fosse piegato alle sue richieste,le elezioni avrebbero potuto slittare a maggio configurando quell'ingorgo istituzionale che mesi fa era stato preso in esame concordemente spingendo l'esecutivo e il Quirinale a fissare le due date del 29 gennaio e del 9 aprile.

Un giurista come Leopoldo Elia ha parlato di costituzione aggredita dalla legge di revisione e un altro giurista Ernesto Bettinelli ha sottolineato il fatto che la revisione rientri assai poco nelle fattispecie previste dall'art.138 della Costituzione investendo le fondamenta dello stato democratico italiano.
Ebbene lo scontro dei giorni scorsi fornisce una prefigurazione agghiacciante di quello che accadrebbe con un primo ministro con i poteri previsti dalla revisione e con un presidente della Repubblica piegato ad eseguire i suoi ordini, senza possibilità neppure di resistere, come ha fatto Ciampi.


Offensiva finale
Gabriele Polo su
il Manifesto

Silvio Berlusconi ha ragione. Dice la verità quando afferma che il suo governo ha cambiato l'Italia. In peggio. E' pure vero che le tante leggi varate in questa legislatura non sono state solo pro domo sua: hanno trasformato la costituzione materiale del paese e la sinistra - che per troppo tempo ha puntato il dito principalmente sui conflitti d'interesse - se ne sta rendendo conto solo in queste ultime settimane. Forse. Il fatto è che c'è sempre stata una perfetta coincidenza tra gli interessi privati del premier e una cultura di destra liberista e populista. Che cos'è il berlusconismo se non l'incarnazione in un sol uomo di un'intera politica? Quel fiume che segna un'epoca e scava al punto da rendere popolare una legge che sancisce l'impunibilità dell'omicidio preventivo per chi sente minacciata la propria persona e la propria proprietà, che privatizza la pena di morte.
In cinque anni il governo di centrodestra ha sottoposto il lavoro al dominio del mercato (legge 30), privatizzato scuola e ricerca (Moratti), stravolto la Costituzione del `48 (devolution), portato il paese in guerra (Iraq), per non parlare di tutte le leggi un po' troppo semplicisticamente definite «ad personam» (informazione e giustizia), di quelle a uso della maggioranza (riforma elettorale) o delle forche caudine imposte agli immigrati, dello strame fatto ai danni dei beni comuni (dalle privatizzazioni energetiche alle grandi opere). Ha proprio ragione Silvio Berlusconi quando dice di aver lavorato molto. E a fondo.
Ora siamo al rush finale, con due settimane in più per concludere l'opera, presentarsi agli elettori con il pacchetto completo e poterlo agitare in tv o alla radio mentre si realizza. Una perfetta tattica di guerra: offensiva militare e propaganda, in simultanea. Martedì, per la felicità di An e Lega, è stata varata la legge che permette a chiunque di sparare impunemente per il solo fatto di percepire una minaccia: se poi la minaccia non c'era vaglielo a raccontare allo sparato, ma intanto la delega della sicurezza dallo stato al privato è compiuta. Ieri il fascistissimo Codice Rocco sui reati d'opinione è stato emendato ma solo per accontentare i leghisti a cui non piace il tricolore lasciando, invece, intatta la punibilità dei reati d'opinione associativi. Oggi - tra il plauso dei proibizionisti - verrà inasprita la legge Fini sulle droghe con l'equiparazione tra uno spinello e l'eroina. E per farlo in fretta si usa come un autobus un disegno di legge sulle Olimpiadi invernali, forse per l'affinità cromatica col bianco della neve. Nei prossimi giorni la valanga continuerà. Fino allo scioglimento delle camere, cercando di far contenti tutti i tasselli della maggioranza e per affascinare la parte più grigia dell'opinione pubblica. Fino al 9 aprile, quando - parola di Berlusconi - l'Italia che il cavaliere ha cambiato andrà al voto. Ma fino ad allora il veleno inquinerà le falde del paese. Per bonificarlo servirà un intervento radicale di cui non vediamo ancora traccia.


«Droga, via la distinzione tra leggera e pesante»
Alessandra Arachi sul
Corriere della Sera

ROMA — Tutte le droghe sono uguali: sia cocaina, hashish, Lsd, ecstasy o marijuana, non ci sarà più differenza tra leggera o pesante. E anche se il vicepremier Gianfranco Fini ha voluto precisare, ancora una volta, che «nessuno andrà in galera con uno spinello», la nuova legge sulla droga (che ha avuto ieri il via libera al Senato) prevede di punire pure i consumatori. Sanzioni amministrative e non penali, ma visto che tutte le droghe sono uguali, alla fine potrà essere ritirato il passaporto anche a chi fuma spinelli. Ma ben di più: torna il concetto di «modica quantità» che non si chiamerà più in questo modo, ma che servirà comunque per ripristinare un confine oggettivo tra l'uso personale di droga e lo spaccio. E anche se la tabella (unica) con le suddette dosi di «confine» non è ancora pronta, la legge sulla droga dopo il via libera del Senato è pronta in una corsa contro il tempo a passare anche a Montecitorio.
L'EMENDAMENTO Alla fine la legge sulla droga è passata al Senato come un emendamento. Per due anni era rimasta ferma in commissione, prima che il ministro Carlo Giovanardi si decidesse a tirarne fuori uno stralcio di 22 articoli (su 106). Ma il tempo non sarebbe bastato lo stesso e per questo si è deciso di agganciare questa legge come emendamento di un decreto che prevede il trasferimento alle Olimpiadi dei soldi del «gratta e vinci» e l'assunzione di oltre mille poliziotti per combattere il terrorismo. Il testo arriverà alla Camera dove, è prevedibile, avrà lo stesso trattamento di Palazzo Madama: ovvero il voto di fiducia. Un voto che Fini ha spiegato così: «Era essenziale attuare il principio contenuto nel ddl, ovvero una repressione nei confronti degli spacciatori». Tantissime le polemiche. Tra queste quella di Daniele Capezzone, dirigente della Rosa nel Pugno: «In Parlamento fanno tanto i moralisti sulla droga, ma se va un cane poliziotto a Montecitorio prima gli va in tilt il naso e poi si arrende». Ironico Manconi (Ds): un vero capolavoro. La Bindi parla di «arroganza istituzionale» e Emma Bonino lamenta che «ci sono sempre meno libertà in Italia». Mentre nella maggioranza Luca Volontè, capogruppo Udc alla Camera, parla di «uno dei provvedimenti più qualificanti dell'azione di governo nell'ultimo decennio».

COMUNITA' E SERT Anche il punto dello stralcio che riguarda le comunità terapeutiche e i Sert sta provocando non poche polemiche. La nuova legge, infatti, prevede l'equiparazione tra il servizio pubblico e il servizio privato per quanto riguarda il potere di certificare la tossicodipendenza. E non è poco, visto che anche in questo caso c'è di mezzo una questione penale: rispetto alla legge un tossicodipendente ha un occhio di riguardo grazie a quella che viene chiamata pena di «lieve entità» e che prevede una reclusione di un minimo di uno ad un massimo di 6 anni, a differenza del reato base che va, invece, dai 6 ai 20 anni. Con la nuova legge viene innalzata, inoltre, da 4 a 6 anni la possibilità di scontare una pena alternativa al carcere se si è tossicodipendenti.


Ma difendersi è di destra?
Francesco Merlo su
la Repubblica

Siamo sicuri che la legittima difesa sia di destra, che sparare agli aggressori sia sempre di destra? Immaginiamoci una sera qualsiasi, nella nostra casa di campagna, con i bimbi già a letto, la moglie che legge in poltrona… Immaginiamo che accada a noi quel che è accaduto tante volte in Piemonte, in Lombardia, in Toscana, nel Lazio, in Campania, in Sicilia. Immaginiamo dunque che, improvvisamente, dal fondo della notte e dalla finestra della cucina entrino due uomini armati.
Entrino, cioè, due di quei malviventi che - pensiamo subito nella tensione che ci taglia il respiro - rimasticano rancori e sequestrano famiglie, rapinano, violentano, e arrivano ad uccidere. Ovviamente, quella brusca intrusione dell´inatteso nella nostra vita ci dà una tale vertigine che crediamo di precipitare in una caduta. Non capiamo fin dove gli aggressori sono disposti ad arrivare, ma sappiamo di non avere il fisico del ruolo, capiamo solo di essere la preda. Perciò prendiamo spazio arretrando, cerchiamo un aiuto che non c´è, poi li guardiamo mentre ci guardano, rapidi e violenti. Abbiamo solo un attimo per osservare e decifrare. Possiamo accettare l´orribile destino che ci viene preparato in una sorta di intuizione profetica fatalistica e stanca, oppure impugnare il vecchio fucile da caccia, o la pistola che ci spaventiamo di possedere: il cuore, il corpo perde ogni rigidezza, e sparare diventa lo scatto della vita.
Ebbene, non ci sarebbe nulla di sguaiato, di eccessivo, di convulso in questa legittima difesa che, secondo noi, deve essere protetta dalla legge, da una legge non pasticciata e non leghista, non vendicativa e non razzista, rigorosa e semplice. Una legge che non sbagli i toni come questa della Lega, e che non sia così insensatamente elettorale e volgarmente politica da spingere la sinistra a difendersi legittimamente con una reazione uguale e contraria: una legge insomma di sinistra, una legge intelligente che non somigli a John Wayne ma neppure a Totò che si lasciava brutalmente schiaffeggiare dall´aggressore che lo aveva preso per Pasquale: "Tanto, io non sono mica Pasquale".

Ed è infine vero che il mio portafoglio, per quanto possa essere ricco di risparmi, non vale mai la vita del ladro che me lo porta via. Ma la fatica dell´essere usciti dalle caverne dell´homo homini lupus deve essere ben ripagata e rispettata e, questa sì, vale più della vita di un delinquente. A meno che non si pensi che la serenità familiare sia costruita sulla vita da marciapiede degli esclusi, che la proprietà sia un furto, e che il delitto sia sempre la conseguenza di un´ingiustizia sociale: il delitto come diritto del marginale, il delitto come legittima difesa dello sfortunato.


L'avarizia? Malattia vera
Paola Pollo sul
Corriere della Sera

Dalla regina (Elisabetta) che ricicla persino la carta dei pacchi-regalo alla rock star (Rod Stewart) che accortosi di aver pagato una bottiglietta d'acqua senza averla consumata ritornò il giorno dopo al ristorante per avere indietro ciò che era suo. Tirchieria gran brutto vizio, o addirittura «malattia» perché dal soldo l'avaro si sposta sempre sui sentimenti: non dà materia, né affetto, il pitocco. E si è pure evoluto, ultimamente, nobilitando il vizio alla voce «valori»: «risparmio sul riscaldamento perché inquina» o «mangio poco ma sano». Ma per il mensile in edicola
Ok — La salute prima di tutto, la malattia è di quelle «vere». Dalla quale però è possibile uscirne, riconoscendone i sintomi, riflettendo: «Pensi che gli altri si godano la vita più di te?»; «Menti per non offrire?»; «Provi dolore nell'invitare a casa gli amici?». «L'avarizia è diffusissima — spiega il professore Alberto Maria Comazzi, psichiatra e psicoanalista —. E non ha nulla a che fare con la mancanza di soldi e con la necessità di risparmiare». Così è difficile che un taccagno sia povero ed è invece facile che un avaro sia ricco o quantomeno benestante.

«L'avaro comunque sia — dice Ines Staletti, psicoterapeuta di scuola Adleriana — non ammetterà mai di esserlo, non riconosce il suo atteggiamento che è soltanto, per lui, di difesa di quello che possiede. Anzi si sente "vittima" di continue aggressioni a ciò che gli appartiene, sentimenti o denaro. E le rare volte che chiede aiuto è perché si sente solo, isolato dal mondo e non ne capisce il motivo». A chi credere, allora? Al primo che organizza una cena per tutti.


   27 gennaio 2006