
sulla stampa
a cura di P.C. - 25 gennaio 2006
Il grande freddo
Gabriele Polo su il Manifesto
Ci attendono fredde giornate. Dall'est niente più focosi cosacchi che puntano su piazza san Pietro ma un gelido vento e un po' meno di gas per il riscaldamento. Cosicché le temperature domestiche verranno fatte scendere per legge di un paio di gradi. E poiché fino al 26 marzo dovremo abbassare i termostati, siamo alla ricerca di fonti alternative di calore. Ci deve aver prontamente pensato il cardinal Ruini che, temendo l'amore extraconiugale - o, peggio, quello omosessuale - ha diffuso un plico carteceo che, se non riscalda i corpi, sollecita il movimento delle anime politiche col dettato di santa madre chiesa: perché il Vaticano non sostiene alcuno schieramento elettorale ma detta l'agenda del buon cristiano, dal rispetto della famiglia a quello della vita umana, fino all'alta velocità in val di Susa e alla pace umanitaria da portare militarmente in Iraq. Tutto molto discutibile e un po' medievale, ma perlomeno molto chiaro. Molto più chiaro del non-programma dell'Unione.
Ma forse la lotta contro il freddo spiega anche i toni della campagna elettorale in corso. Lo sanno bene i fan dell'on. Berlusconi che si riscaldano alle parole del presidente del consiglio, il quale - pur dotato di buoni termosifoni - si agita come un matto difendendosi così dal gelo che arriva dall'est (che in quanto est, seppur riformato dall'amico Putin, è sempre un po' comunista). A riscaldarsi sono anche - e giustamente - i nostri colleghi dell'Unità, presi di mira come fossero dei killer o una filiale del Kgb e insultati a ogni piè sospinto per aver osato chiedere lumi sui boatos spionistici che circondano palazzo Chigi e che hanno come vittime i Ds. Saranno magari sospetti infondati, ma per singolare coincidenza sono gli stessi su cui chiede lumi «l'emerito» Francesco Cossiga con un'interpellanza al senato, ignorata e cassata dall'agenda parlamentare dal presidente Pera, suscitando le ire - regolamento alla mano - del più anticomunista dei senatori a vita.
Ai sospetti di Cossiga (e di molti altri) qualcuno dovrebbe pur rispondere, a meno che il non farlo risponda al bisogno di riscaldare il clima, almeno quello politico. Potrebbe cominciare a farlo il ministro dell'economia, Giulio Tremonti, se non altro per smentire le tante voci (tra le altre quella dello stesso Cossiga) che lo vorrebbero in possesso di strane registrazioni che rilancerebbero il coinvolgimento dei Ds nelle scalate bancarie. Un materiale di cui non si sa nulla - a partire dall'esistenza - e che avrebbe la forza di una sorta d'arma finale da usare negli ultimi giorni di campagna elettorale: ricordano un po' - quei dischetti - l'arma segreta del tramonto del Terzo Reich ed è possibile che ne seguano la sorte. Ma vengono troppo evocati, per questo sarebbe meglio dire una parola chiara sulla loro esistenza. E dirla prima dello scioglimento delle camere.
Sarebbe bene ma sarà difficile, perché ormai il ministro dell'economia - capo della task force elettorale del premier - parla un linguaggio biblico, nomina l'abisso in televisione come nelle conversazioni private. Forse aspetta la scadenza del decreto che abbassa la temperatura dei nostri termosifoni per dar vita a un riscaldante annuncio. E tutti sanno che tra le fonti di calore la più naturale è il letame.
Su Alitalia servirebbero i militari
Paolo G. Brera su la Repubblica
ROMA - Potrebbe essere l´esercito a rialzare la flotta Alitalia atterrata da una settimana di protesta dei lavoratori dell´area tecnica. Lo ha annunciato ieri ai microfoni di Radio Anch´io il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, infiammando la vigilia dell´appuntamento cruciale di oggi a palazzo Chigi tra il governo e i sindacati. E questi ultimi hanno dovuto incassare anche l´apertura di un´inchiesta della procura di Civitavecchia nei confronti dei manifestanti per l´ipotesi di reato di interruzione di pubblico servizio.
Dopo le oltre 190 cancellazioni di ieri, una nuova raffica di 220 voli annullati accompagneranno oggi gli assai incerti auspici del vertice politico sindacale, che giunge sulla scia d´alta tensione per gli scenari evocati dal premier: se non venisse sciolta "l´assemblea permanente non retribuita" con cui i lavoratori dell´area tecnica di Alitalia aggirano la legge sul diritto di sciopero, «si potrebbe arrivare a un intervento deciso, addirittura manu militari, nei confronti di coloro che si oppongono». Ove non potesse la mediazione, insomma, potrebbe toccare all´esercito: «Cerchiamo di evitarlo - aggiunge Berlusconi - perché possono succedere tragedie, e sappiamo come la sinistra sappia poi approfittarne».
Parole «gravissime e scellerate», le bolla il segretario del Pdci Oliviero Diliberto. «Ricorda Tambroni», incalza il Verde Pecoraro Scanio.
La partita si gioca oggi, ma sarà un match interlocutorio: «Il governo - dice il ministro per le Politiche agricole, Gianni Alemanno - avrà un atteggiamento di ascolto per comprendere le rivendicazioni». Comunque vada, per i passeggeri si preparano altri giorni neri: almeno 5, ammesso che si riparta a pieno ritmo, per rimettere in moto gli aerei parcheggiati e garantire un servizio normale. E mentre il caos Alitalia inchioda i clienti e arricchisce gli speculatori con le forti escursioni del titolo - ieri, dopo le parole di Berlusconi, ha recuperato dal profondo rosso tornando in positivo e chiudendo a +3% - precipita anche la crisi all´aeroporto di Torino Caselle: 11 dipendenti sul piede del licenziamento hanno provocato due giorni di blocco di partenze e arrivi per lo sciopero che in loro solidarietà ha tradito la "tregua olimpica". La prefettura tenta una mediazione, ma già si parla di precettazione. E c´è da sciogliere, infine, il nodo di Volare: Alitalia sembra vicinissima ad acquisirla. Ma la partita, anche qui, è tutt´altro che chiusa.
Il processo senza fine
Paolo Franchi sul Corriere della Sera
Gian Carlo Caselli, procuratore della Repubblica a Palermo fino al 1999 e adesso procuratore generale a Torino, un magistrato che ha dato un contributo importante alla lotta contro il terrorismo prima, contro la mafia poi, e che alcune voci (cui crediamo poco) vogliono prossimo candidato al Parlamento per il centrosinistra, contesta vigorosamente, sull'Unità, le quasi 400 (!) pagine che la relazione della commissione Antimafia dedica a Giulio Andreotti. Perché si tratta, dice Caselli, di un tentativo di «sbianchettare» le lunghe ombre di mafiosità che avvolgerebbero il senatore. L'Antimafia (e in primis il suo presidente, il senatore di Forza Italia Roberto Centaro) sostengono infatti, a parere di Caselli, il falso. Perché i giudici di Palermo, nella sentenza d'appello, non hanno affatto smontato tutte le accuse, anzi. Anche il più succinto dei riepiloghi porta a riconoscere che, nel merito, il dottor Caselli non ha davvero tutti i torti. Nel '99, i giudici palermitani mandano assolto Giulio Andreotti (anche se ricorrendo al secondo comma dell'articolo 530, una moderna variante della vecchia insufficienza di prove) da tutte le imputazioni: sia da quella di associazione a delinquere «semplice», riferita a fatti antecedenti il 1980, sia da quella di associazione a delinquere di stampo mafioso, riferita agli anni successivi. La sentenza d'appello, nel 2003, conferma la seconda assoluzione, ma riforma la prima: i rapporti, i contatti e gli incontri di Andreotti con i mafiosi «fino alla primavera del 1980», ci sono stati, e la motivazione ne parlerà con dovizia di particolari anche a proposito di fatti gravissimi, come l'assassinio di Piersanti Mattarella, ma i reati sono estinti per prescrizione. Di lì a poco la Cassazione respingerà tanto il ricorso di Andreotti quanto quello della procura, confermando la legittimità della sentenza.
Sembra riprendere quota, anche nella relazione dell'Antimafia, la tesi secondo la quale, non solo in Sicilia, ma in Sicilia più che altrove, solo dei moralisti ipocriti e dei giustizialisti interessati possono rivendicare che la politica stia lontana dalle zone più grigie, chiamiamole eufemisticamente così, della società. Si può anche sostenerla, una simile tesi, non cercare di suffragarla con quello che i giudici non dicono. Anche questo potrebbe essere un modo per fare un passo avanti, e diventare un po' più simili a un Paese in cui i politici parlano nelle assemblee elettive e (poco) in televisione, i giornalisti e gli intellettuali scrivono sui giornali, e i magistrati si esprimono attraverso le sentenze.
Codici elettorali
Carlo Federico Grosso su La Stampa
In un convulso finale di legislatura, la maggioranza sta cercando di approvare le sue ultime leggi. I problemi si sono d'altronde complicati dopo che il Capo dello Stato ha rinviato al Parlamento l'abolizione dell'appello del pubblico ministero per palese illegittimità costituzionale. In questo contesto, il governo ha addirittura ipotizzato di protrarre i lavori parlamentari oltre i tempi concordati, e di riapprovare senza nessun cambiamento la legge bocciata. Uno schiaffo evidente ad ogni regola costituzionale.
Fra le leggi da qualche tempo all'ordine del giorno della Camera, c'era la riforma della legittima difesa. Sembrava che fosse stata dimenticata. Ieri è stata invece votata in via definitiva. Ad evitare l'ennesima infelice modificazione del sistema penale non è bastato il motivato dissenso manifestato da alcuni autorevoli professori di diritto penale e da esponenti di spicco della magistratura e dell'avvocatura. Nella maggioranza parlamentare ha prevalso la convinzione che un provvedimento apparentemente diretto a tutelare la sicurezza dei cittadini, ma destinato a sollecitare gli istinti della parte meno avveduta della opinione pubblica, potesse attirare qualche consenso in più alle prossime scadenze elettorali.
Secondo l'articolo 52 del codice penale poteva invocare la legittima difesa chi era stato costretto a commettere un reato dalla necessità di difendere un diritto, anche meramente patrimoniale, contro il pericolo di una offesa ingiusta, alla condizione che la difesa fosse proporzionata alla offesa. Questa norma, correttamente interpretata, era del tutto idonea a realizzare un equilibrato contemperamento fra la esigenza di assicurare il diritto di difendersi a chi si trovava in pericolo a cagione della aggressione di un malvivente, e di garantire nel contempo che l'esercizio di tale diritto non si trasformasse in arbitrio a causa della eccessività della reazione.
Così, il mutamento rispetto alla disciplina precedente è radicale: qualunque sia il pericolo cagionato dall'aggressore, l'aggredito è legittimato a reagire con una difesa che viene per legge dichiarata proporzionata alla offesa. Per ritornare agli esempi appena formulati, anche l'uccisione del ragazzino che cerca di impossessarsi di qualche frutto potrebbe a questo punto diventare legittima, anche l'uccisione del ladro silenzioso potrebbe essere considerata a sua volta proporzionata, anche l'uccisione del rapinatore che usa un'arma palesemente inidonea ad uccidere o ferire potrebbe risultare scriminata. Mentre si tratta, nella sostanza, di veri e propri omicidi.
I sostenitori della nuova disciplina sosterranno che essa serve a rassicurare finalmente le vittime delle tentate rapine nelle abitazioni o nei luoghi commerciali, dove sono frequenti le aggressioni, eliminando ogni margine di incertezza sulla liceità o illiceità della reazione, ed evitando che il cittadino onesto che si difende contro il delinquente che lo aggredisce continui a correre il rischio di un processo, se non addirittura di una condanna penale. Ma, secondo l'interpretazione corrente del concetto di reazione proporzionata di cui all'originario articolo 52 del codice penale, chi si fosse difeso nei limiti della ragionevolezza non avrebbe mai corso rischi di questo tipo.
In questa prospettiva la riforma approvata dal Parlamento si rivela per un verso inutile. Essa appare per altro verso sicuramente dannosa. In primo luogo perché legittimerà coloro che sono aggrediti nei luoghi indicati a difendersi senza remore o limitazioni, e magari ad ammazzare, senza nessuna ragione di tutela personale, soltanto per difendere beni patrimoniali. Introducendo in questo modo una sorta di licenza di uccidere. Ma anche perché, con il riferimento all'uso delle armi «legittimamente possedute», indurrà implicitamente i cittadini a dotarsi di armi. Si tratta di un invito implicito ad una violenza di tipo «americano» del quale si sarebbe francamente fatto a meno.
L'urna del Cardinale
Gianfranco Pasquino su l'Unità
Potremmo cominciare raccontandoci la solita favola rassicurante, poiché noi, di sinistra, non soltanto siamo tolleranti, ma riconosciamo (ci mancherebbe altro) alla Chiesa e, in effetti, a chiunque, il diritto di intervenire nel dibattito pubblico. In particolare, riteniamo che durante la campagna elettorale, quando si valuta quello che un governo ha fatto e si soppesa quello che l'opposizione propone di fare, più voci si sentono, con le loro valutazioni e le loro indicazioni meglio è.
Circolano informazioni, si istruiscono i cittadini, i partecipanti diventano meglio informati. Dunque, serve anche la voce del cardinale Ruini che esprime le posizioni della Conferenza Episcopale italiana. Quella voce la sentiamo (che non è, naturalmente, la stessa cosa che «la ascoltiamo») oramai molto di frequente, persino sulle intercettazioni, non propriamente un argomento ecclesiastico sul quale misurare il tasso di fede. Tuttavia, sentire/ascoltare non può in nessun modo significare che condividiamo quello che il presidente della Conferenza Episcopale Italiana dice.
Vorremmo, comunque, che Ruini parlasse chiaro e forte, senza sotterfugi, senza i soliti messaggi che fanno leva su alcune tematiche, in maniera apparentemente asettica, richiamandosi a valori, per dare indicazioni di voto o, meglio, indicazioni di non voto. Insomma, Ruini ha detto per chi non bisogna votare, e lo ha detto in maniera trasversale, ovvero obliqua facendo leva su una concezione ristretta e parrocchiale, della famiglia e controversa della vita.
Sento di tanto in tanto raccomandazioni a non criticare la Chiesa e le sue indicazioni poiché, secondo queste raccomandazioni, la Chiesa si muoverebbe in un'altra orbita, del tutto spirituale. Purtroppo, non è affatto così. La Chiesa, in maniera addirittura accentuata con il nuovo Papa, ha deciso di muoversi esplicitamente dentro l'orbita della politica. Non ricerca affatto dialogo e dialoganti. Lanci messaggi di sostegno ad alcuni e di distacco critico ad altri. Quanto al centrosinistra italiano ha un dovere politico chiaro e semplice. Deve formulare politiche inclusive che diano risposte concrete e efficaci ai problemi, ai bisogni e alle preferenze di tutta la cittadinanza, senza discriminazioni e senza privilegi. Grazie a risposte che funzionano ciascuno potrà, poi, scegliere come vivere la sua vita. I laici non danno certezze e non impongono comportamenti. Offrono scelte meditate e garantiscono opportunità. È un linguaggio che le religioni e i loro rappresentanti raramente capiscono, ma è il linguaggio di una politica moderna che si cura dei diritti di tutta la cittadinanza.
Lo strano vento viennese
Gian Enrico Rusconi su La Stampa
E' un episodio grave, o semplicemente sgradevole quello che sta accadendo in Alto Adige in queste ore? E' la riapertura irresponsabile della questione della minoranza di lingua tedesca, che da anni era politicamente e giuridicamente risolta? O è il segno di quanto miserabile sia diventato il clima elettorale - da Roma a Bolzano - tanto da trasformare un delicato problema di diritti di cittadinanza e di identità culturale in una operazione elettorale? O più banalmente, si tratta di una sproporzionata manovra per mettere avanti le mani a difesa dell'attuale autonomia finanziaria alto-atesina, nel caso si ristrutturasse l'intero sistema regionale italiano?
Di fronte al lamento dei politici alto-atesini, dobbiamo dire oggi che l'Alto Adige come modello di convivenza etnica è stato solo una messa in scena? Tutto il gran parlare di regionalismo europeo di questi anni è stato solo retorica?
Non meno inaccettabile appare il suggerimento, apparentemente conciliativo e ragionevole, del governatore dell'Alto Adige Luis Durnwalder che si augura che la tutela della minoranza austriaca venga inserita anche nella Costituzione italiana. Come se di colpo, dopo decenni di convivenza politica e culturale (e di benefici economici), gli alto-atesini si scoprissero minoranza speciale, specialissima, per la quale non bastano gli articoli fondamentali della Costituzione italiana e gli accordi particolari già presi.
In realtà temo che tutto questo polverone sia il sintomo e insieme una reazione al deterioramento complessivo della politica italiana. Nel momento in cui la vita politica nazionale sembra deragliare senza guida, alla periferia è forte la tentazione di approfittarne per riaffermare interessi particolaristici.
Orologi, filosofia e gag: i politici in tv
Maria Laura Rodotà sul Corriere della Sera
È una campagna elettorale, diciamo, innovativa. Con un premier scopertosi situazionista che fa massa critica da solo e compare ovunque (spesso a sorpresa); con molti alleati del premier che un po' si vergognano, un pochino si smarcano, comunque stanno al gioco. Con un'opposizione che in assenza del sospirato programma in cinque punti o quel che è rispolvera il catenaccio e fa una strana propaganda in difesa. E un pubblico di elettori forse già stanco, diviso tra: (a) moralisti indignati perché non si parla mai di cose serie, (b) gente che preferisce fare altro, e se non ha altro da fare scanala in cerca di telefilm, (c) teleutenti di buon carattere che tentano di divertirsi. Poi si commenta; gli insonni i momenti migliori capitano spesso a sera tarda raccontano agli altri. Ed ecco a cura di un pool di insonni qualificato alcuni degli episodi più interessanti finora trasmessi. Finora; ci sono ancora molte settimane per innovare, e si vedrà.
L'OROLOGIO DEL MILAN Silvio Berlusconi ne ha regalato uno a Fausto Bertinotti all'inizio di Porta a Porta. Un bel caso di innovazione padronale: l'orologio è il dono classico che si fa al dipendente quando va in pensione. Bertinotti se l'è preso però poi ha incastrato Berlusconi sulle accuse ai Ds, spedendolo di fatto il giorno dopo in Procura. Voto: sufficiente (Berlusca era furibondo, ma un sacco di gente si è addormentata prima pensando che Bertinotti avesse fatto una figura da cioccolataio causa feticismo tifoso)
PRESO PER LA GIACCA «Scarso, scarsissimo» è stato Francesco Rutelli secondo Berlusconi a Matrix (video), perché non era secondo lui abbastanza in ordine. B. ha spolverato la giacca di R. come se R. fosse un venditore di Publitalia arrivato sciamannato a una convention. Un gesto innovativo- aggressivo-confidenziale: contatto fisico nei limiti del consentito, irritante per il rivale e i suoi fans. Voto: buono a tutti e due (a B. per la continua creatività, a R. per non averlo menato; d'altra parte il confronto è stato emblematico dell'atteggiamento dei due schieramenti, B. mulinava le braccia allargandosi, R. stava chiuso a braccia conserte).
TENDENZA NATASHA Natasha è una bella ventinovenne di Latina attiva nel Motore Azzurro e ormai groupie fissa nel pubblico degli show dove va Berlusconi. Lui l'ha elogiata a
Matrix, accusando il centrosinistra di essere privo di Natashe. È stata un'improvvisata innovativo-maschilista. Voto: insufficiente (causa superlavoro mediatico, B. si è scordato di essere in campagna elettorale e non alle selezioni di Passaparola).
PHILOSOPHY BY BERLUSCONI Ogni padre come si deve è fiero dei buoni risultati scolastici della prole. Anche Berlusconi: chez Bonolis, insieme a molte altre cose bellissime, ha raccontato che Massimo Cacciari, ex preside della facoltà di filosofia dove studia la figlia Barbara, l'ha definita «la migliore allieva che abbia mai avuto». Un momento commovente di situazionismo paterno. Però, voto: insufficiente (deve smetterla di tirare in mezzo Cacciari, è un vizio).
SESSO E DROGA Le Iene (Italia 1, Mediaset) remano contro. Hanno consentito di vincere il primo premio per l'innovazione a Rutelli e Pier Ferdinando Casini. Nelle interviste incrociate, C. ha raccontato di essersi fatto una canna, R. di avere visto un film porno. Vengono premiati sia per averlo detto in una fase molto pia della vita politica italiana; sia per il gioco di squadra forse destinato a un rilancio modernizzante del Grande Centro (chissà se si sono messi d'accordo, «allora tu dici del film porno e io della canna»). Voto: distinto (finalmente i due hanno lanciato un messaggio libertario a milioni di elettori onestamente debosciati).
ORGOGLIO BIANCAZZURRO Molto credibile col suo faccione da laziale pensieroso, Rutelli si è recato (dopo Berlusconi) da Biscardi su La7 spiegando che era lì per parlare della sua squadra. Seguiva dibattito. Non interessantissimo per gli elettori non tifosi, ma insomma in questo periodo Rutelli è bravo; a rischio quando fa battute, eccelle quando massacra gli avversari di cifre imbarazzanti. Voto: buono (fa media con le Iene, con l'altro distinto a Ballarò, con l'insufficienza da Fabio Fazio contro Tremonti; comunque, seppur innovativo, fa meno ridere del presidente laziale Lotito).
PIERO SUI TRAMPOLI - Finalmente Fassino ha un imitatore, a Parla con me di Serena Dandini (video): «Fassino, e l'Unipol?». «Gol, gran bel gol ha fatto Del Piero». «Di questa scalata non vi dovevate impicciare, dovreste chiedere scusa». «La Val di Susa? Sempre dalla parte dei cittadini». E Ricucci? «Mai avute borse di Gucci, come ho dichiarato anche dalla De Filippi». Voto: ottimo, a Neri Marcorè sui trampoli, da votare.
ROMANO CAPOCCIA Innovativo ma controverso come maratoneta, il candidato dell'Unione è innovativo ma controverso anche come ospite dei dj, gli unici a cui al momento si concede. Critica Roma da Linus, canta «Roma capoccia» da Fiorello, e così via. Voto: non classificato (finché non va in tv non vale, però se Prodi non ci va mai e vince è un genio).
IL RISVEGLIO DI MAX Azzoppato dal caso Unipol, D'Alema ha avuto un guizzo durante la puntata- Lexotan di Porta a Porta
con Casini. Facendo notare che nell'opposizione ci sono degli estremisti, mentre la maggioranza è guidata da un estremista. Voto: buono (di incoraggiamento, doveva capire che Berlusconi non è estremista; solo molto, molto innovativo).
Cavaliere, uomo da amare
Sebastiano Messina su la Repubblica
L´authority dice che la tv non deve favorire nessuno? Ma certo. L´opposizione invoca la par condicio? Ma naturalmente. Confalonieri ha promesso che Mediaset si comporterà «in modo corretto»? Ma ci mancherebbe. Poi uno accende Canale5 e trova un superspot per «l´amico Silvio».
«Un uomo che bisogna conoscere per poter amare», come assicura Sandra Mondaini con il cuore in mano. Cose che capitano alle cinque della sera, lontano dai telegiornali, dai Porta a porta e dai Matrix, in trasmissioni dove tutto ti aspetteresti tranne che di veder germogliare d´un tratto un fioretto, anzi un mazzolin di fiori per «il nostro datore di lavoro», come lo chiama con rispettoso trasporto la Mondaini, ovvero «per il nostro presidente del Consiglio» come precisa con compita devozione la bella Paola Perego.
Siamo a «Verissimo», trasmissione a cavallo tra la cronaca e il gossip, due milioni e mezzo di telespettatori che di solito non restano in piedi fino all´una di notte per aspettare Vespa o Mentana, e che magari non guardano neanche i telegiornali. Un target polposo di elettorato popolare, insomma. Cosa c´entra Berlusconi con la cronaca rosa o con i pettegolezzi? Nulla, si capisce. Ma a casa propria, sulle sue reti, ognuno è padrone di fare come gli pare. E non ci vuole poi tanto a montare una bella telepromozione politica, uno spottone mascherato, un consiglio per le elezioni in formato famiglia. Se poi uno è bravo, riesce pure a mascherarlo da servizio giornalistico o da duetto improvvisato, sfuggendo a ogni rilevamento, a ogni regola, a ogni misurazione.
Si fa così. Si estrapolano da un´intervista al premier «scevra di domande» (come l´ha definita lo stesso intervistatore, Paolo Bonolis) tre brani strappacore. Quelli in cui il presidente del Consiglio parla della moglie conquistata «dopo un colpo di fulmine», dei figli che «sanno fare a memoria le divisioni a più cifre e accompagnano i malati a Lourdes» e di mamma Rosa, «una donna da combattimento» che metteva in fuga i nazisti. Quelli, insomma, come spiega la conduttrice alla Mondaini, «in cui non è il politico che parla ma l´uomo: il tuo amico, Sandra».
25 gennaio 2006