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sulla stampa
a cura di P.C. - 24 gennaio 2006


Il Cavaliere e l'ultima trincea
Massimo Giannini su
la Repubblica

Si avvicina l'epilogo della temeraria avventura berlusconiana. E in un misto di arditismo e di dannunzianesimo, il Cavaliere lancia la sua ultima sfida. La più estrema, la più dissoluta. La lancia contro l'uomo che, in questa legislatura vissuta pericolosamente, ha saputo arginare con la sua popolarità indiscussa il discutibile populismo del premier. La lancia contro l'istituzione che, con una sapiente strategia di contenimento, è riuscita ad attenuare le spallate del "monarca repubblicano" di Arcore. Con la sua minaccia sul possibile rinvio a maggio della data delle elezioni, Berlusconi sfida a viso aperto il capo dello Stato. Ciampi, il garante della Costituzione e il simbolo dell'unità nazionale. Il "presidente di tutti", del quale si sono fidati i due Poli e nel quale si riconoscono gli italiani.
Dunque, a poche settimane da un voto colpevolmente declinato come "scontro di civiltà", il capo del governo porta l'attacco al cuore delle istituzioni. Un conflitto di questa portata non ha precedenti. Non solo in questo tormentato quinquennio, ma nell'intero arco della storia italiana del dopoguerra. In un crescendo di falsità e di forzature, il premier pretende che il suo governo, e il Parlamento in cui domina la maggioranza che lo sostiene, sopravvivano a se stessi. A dispetto dell'inconcludenza degli organismi e dell'intelligenza delle persone. "Ormai le riunioni del Consiglio dei ministri - confessa uno dei membri più autorevoli dell'esecutivo - sembrano sedute spiritiche...".
Ancora una settimana. Meglio ancora due. Quella del presidente del Consiglio è una pretesa inaccettabile, perché basata sul tradimento di un patto e politico e istituzionale.
Era stato lui stesso, alla conferenza di fine d'anno, ad annunciare ufficialmente che la data di scioglimento delle Camere era fissata al 29 gennaio. Era stato lui stesso, nell'incontro al Quirinale di domenica sera, a garantire al capo dello Stato che "la data delle elezioni non è in discussione". È stato lui stesso, ieri mattina ai microfoni di Radio 24, a ripetere che il governo "mantiene la data del voto al 9 aprile". Poi, in serata, mentre era già in corso la riunione dei capigruppo della Camera e Casini si accingeva a salire sul Colle, è partito l'affondo. O slitta al 15 febbraio lo scioglimento delle Camere, o slitta a maggio la data delle elezioni. Un finto revolver puntato alla tempia degli alleati. Un vero ricatto recapitato sulla scrivania di Ciampi.

Se c'è ancora una trincea, che può respingere l'assedio, questa è di nuovo sul Colle. La resistenza di Ciampi, in un momento così delicato della transizione italiana, è la resistenza di tutti i cittadini che hanno ancora a cuore i destini del Paese. La gravità di questa "balcanizzazione" dei rapporti politico-istituzionali, anche se non si materializza nell'attentato alla Costituzione formale e ai suoi dettami, rappresenta l'ultimo sfregio alla costituzione materiale e alle sue regole. Scioglimento delle Camere, decreto di indizione dei comizi elettorali e data del voto sono un tutt'uno, che serve a dare garanzie ai partiti e certezze agli elettori. Spezzare l'unità di questo circuito, per puro tornaconto personale o processuale, è quasi un atto sedizioso. Lo è sotto il profilo "tecnico", anche se non giuridico. Le norme e le consuetudini costituzionali, per poter innervare la vita democratica, presuppongono la "leale collaborazione" tra le istituzioni. Sono proprio questi i presupposti che Berlusconi ha sistematicamente manomesso in questi cinque anni, e che oggi si dichiara pronto a far saltare definitivamente. "Le combattent supreme... maschera gioiosa in situazione disperata, trucco pesante, sguardo volitivo... si moltiplica sugli schermi come una serigrafia di Andy Warhol. Chapeau, onorevole presidente...". È l'epitaffio che gli ha dedicato Giuliano Ferrara sul Foglio di venerdì scorso. Chi vuole bene a questo Paese, come Ciampi e come tutti noi, non trova una sola ragione al mondo per condividerlo.


Colpo allo Stato
Antonio Padellaro su
l'Unità

L'inaudito attacco scatenato contro Carlo Azeglio Ciampi da Silvio Berlusconi, con il dichiarato proposito di sostituirsi al capo dello Stato su materie delicatissime come lo scioglimento delle Camere e la data delle elezioni, dimostra che questo personaggio non si ferma e non si fermerà davanti a nulla pur di non mollare palazzo Chigi. Sta per deflagrare, insomma, con le conseguenze più gravi e imprevedibili, l'anomalia finale di un premier che considera la democrazia e i suoi istituti degli accessori facoltativi da mettere sempre e comunque al servizio del suo personale potere.

Se Ciampi farà il possibile, Berlusconi farà l'impossibile, come sta già facendo, per avvelenare il clima elettorale. E più i sondaggi lo daranno per sconfitto e più lui si adopererà per introdurre nuove rotture, nuove provocazioni, nuove aggressioni nei confronti di chi gli si oppone. E quando dalle urne uscirà la vittoria dell'Unione, lui, stiamone certi, griderà che l'Unione ha organizzato brogli e che il voto va annullato. Lo ha già fatto nel '96 e, del resto, se continua a definire impossibile un'affermazione del centrosinistra una ragione ci sarà.
In questo clima dove ogni colpo di mano è possibile si iscrive l'aggressione del presidente del Consiglio all'Unità. Non è la prima volta che il nostro giornale viene attaccato dall'autocrate con linguaggio diffamatorio e violento esponendo i giornalisti e i lavoratori di questa testata a tutti i rischi connessi. Sabato, a Firenze, però, ogni limite è stato superato quando davanti alla nostra precisa denuncia di come, con le 1942 intercettazioni trafugate per essere divulgate si voglia gravemente intossicare la campagna elettorale, il presidente del Consiglio ha citato il ministro degli Interni e chiesto l'intervento dell'Avvocatura dello Stato.
Cosa ci sta preparando? Minacce, comunque, che non ci fanno paura anche perché ci sentiamo appoggiati e confortati dalla grande solidarietà che ci giunge dai nostri lettori e dai tanti amici che ci chiedono di andare avanti, tenere duro. Ci dispiace soltanto che abbia ragione il Cdr dell'Unità quando ieri mattina ha registrato «l'assordante silenzio» di importanti testate giornalistiche (la più importante della quale domenica mattina pubblicava la fotografia del Berlusconi che sventolava scatenato l'Unità, senza una sola parola che spiegasse il perché negli articoli degli inviati).
Nessun vittimismo da parte nostra, per carità, ma solo il timore che molti nostri colleghi non abbiano ancora capito che dopo la magistratura, il parlamento e il Quirinale, l'assalto di Berlusconi toccherà a loro come adesso tocca a noi. «Vi attacca perché date fastidio», Enzo Biagi lo ha spiegato come meglio non si poteva.
Ciampi. Biagi. Meno male che ci sono loro.


Prodi: il premier vuole il Far West
Marco Marozzi su
la Repubblica

ROMA - Ciampi. Il centrosinistra alza la bandiera del presidente della Repubblica per il suo immenso no alle proposte di Berlusconi. E lo fa con toni drammatici: convoca una conferenza stampa alle otto di sera. Tutti i capi attorno a Romano Prodi. E´ lui a lanciare il messaggio in cui si riconosce la coalizione. «Vogliono un Far West nel quale conti solo la capacità di spendere soldi e di occupare le tv. Per questo sono pronti a tutto. Anche a uno scontro con il capo dello Stato garante dell´unità della nazione».
Piazza Santi Apostoli, Berlusconi ha appena parlato. Conferenza stampa numero 2 in meno di due ore per Prodi. La prima l´aveva convocata, da solo, per spiegare che «dopo cinque anni di legge ad personam» non ci sta a sentire Berlusconi dire che «questo è un male comune». Lui, da presidente del Consiglio, non aveva mai promosso, come sostenuto dal Cavaliere, una legge sull´abuso d´ufficio. Era stata «un´iniziativa parlamentare con l´ampio e convinto contributo dei parlamentari della destra». Nessuna amnistia o archiviazione quindi nell´inchiesta Cirio su Prodi, ma «non luogo a procedere» perché «il fatto non sussiste». E la «più ampia formula di proscioglimento» è scagliata come sfida: «Non mi sembra che tra le sentenze che riguardano i numerosi casi che hanno coinvolto Berlusconi e i suoi cari (grazie a leggi su misura come il falso in bilancio) ce ne sia una così limpida e decisiva».

«Dopo cinque anni di cattivo governo, - commentava a sera Prodi - la destra chiede altre due settimane di governo cattivo. Il presidente del Consiglio, il governo e la maggioranza hanno evidentemente paura del voto perché hanno paura del giudizio degli elettori».


Vecchi vizi e nuovi errori
Luigi La Spina su
La Stampa

Uno scontro istituzionale durissimo per due settimane di lavori parlamentari. Ai tempi della prima Repubblica, si diceva che spiegare la politica italiana ai nostri alleati americani era un'impresa impossibile e si raccontavano gustosi aneddoti sulle surreali conversazioni tra Moro e Kissinger, basate sull'assoluta incomprensione reciproca. Ma spiegare ai lettori, anche quelli più volenterosi, i motivi «del braccio di ferro» che si sta consumando in queste ore tra i principali palazzi di Roma, non sembra meno difficile del compito che dovevano sbrigare i poveri ambasciatori di quell'epoca. Come nelle storie troppo complicate, è utile, per cercare di capirci qualcosa, ricominciare dall'inizio e provare a ridurre la vicenda all'essenziale. Poiché i tempi della scadenza della legislatura e del mandato di Ciampi si intrecciano, rischiando il cosiddetto «ingorgo parlamentare», cioè un pasticcio politico-procedurale intricato, era stato convenuto un accordo per separare il più possibile le due date, con un breve anticipo della chiusura del Parlamento e il voto al 9 aprile.
Berlusconi, non essendo riuscito a far cambiare la legge sulla «par condicio» che limita quella sua onnipresenza mediatica di cui ha fatto in questi giorni ampio uso, ora ritiene opportuno allungare il più possibile il periodo in cui non è in vigore tale norma. Il presidente del Consiglio, inoltre, valuta conveniente approvare, prima dello scioglimento delle Camere, alcuni leggi utili per favorire la sua campagna elettorale. Dall'altra parte, il Presidente della Repubblica, che, in 7 anni, ha inviato al Parlamento un solo messaggio, significativamente incentrato sul rispetto del pluralismo nell'informazione e, quindi, sulla parità delle condizioni tra schieramenti politici nella propaganda elettorale, non vuole venir meno, proprio alla fine del suo mandato, alla sua funzione di garante di tale esigenza e di arbitro imparziale della nostra vita pubblica.

La convinzione di Berlusconi di poter ribaltare i sondaggi, che finora lo danno sconfitto, a suon di martellanti presenze televisive e di una campagna elettorale aggressiva sul caso Unipol è evidentemente così forte da comprendere la possibilità di uno scontro finale anche col Presidente della Repubblica. Ipotesi certo pericolosa, perché porterebbe il livello della polemica, in campagna elettorale, fino al conflitto istituzionale. Un caso mai avvenuto nella storia della nostra Repubblica, prima, seconda o persino terza come qualcuno ha definito quella attuale.
Ma soprattutto perché potrebbe contraddire una regola che lo stesso presidente del Consiglio si è dato durante tutto il periodo di difficile sua convivenza con l'attuale inquilino del Quirinale: arrivare anche a forti tensioni con Ciampi, ma senza mai proclamare un aperto scontro. Sia per non «regalare» all'opposizione la figura di gran lunga più popolare e universalmente stimata che la scena politica italiana oggi possa vantare. Sia per non ingaggiare una sfida che difficilmente lo vedrebbe vincitore, sia pure considerando la notevole autostima di cui certamente Berlusconi non difetta. La coerenza, neanche con se stessi, non è la virtù dei politici, ma spesso evita di doverti pentire due volte per un errore.


Una mossa a freddo
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

Di colpo, il braccio di ferro è sotto gli occhi di tutti. Lo scenario estremo di un rinvio delle elezioni deciso dal governo contro il parere del capo dello Stato si è materializzato. E' stato il presidente del Consiglio a ufficializzarlo ieri in tv. Silvio Berlusconi vuole che Carlo Azeglio Ciampi sciolga le Camere non il 29 gennaio, come era stato concordato, ma il 10 febbraio. E se non lo farà, «potremmo dire di spostare la data del 9 aprile, e arrivare alla scadenza naturale delle Camere»: significherebbe andare alle urne a maggio. Forse è soltanto una mossa tattica, per indurre il Quirinale a fare approvare le ultime leggi. Ma a questo punto, ormai, tutto è possibile.


Qualcuno fa notare che ancora ieri mattina il premier confermava il 9 aprile. E nel governo si dava una versione edulcorata del lungo colloquio della sera prima al Quirinale. In realtà, stava già filtrando la notizia di un Ciampi deciso a non piegarsi alla pressione del governo, con i presidenti di Camera e Senato stretti fra i duellanti. E quando nel pomeriggio Berlusconi ha manifestato la sua ultima tentazione, quella di non accettare lo scioglimento a costo di votare a maggio, non tutti sono rimasti sorpresi.
Il fatto che ieri i gruppi del centrodestra abbiano proposto ufficialmente il termine del 10 febbraio, sembra fatto apposta per puntellare la pretesa del premier. «Altrimenti il governo valuterà alternative, restando nel novero delle sue competenze», fa sapere in modo anodino il ministro per i rapporti con il Parlamento, Carlo Giovanardi. Può darsi sia un bluff, o l'inizio di un devastante corpo a corpo istituzionale. Ma suggerisce qualche riflessione il fatto che fino a pochi giorni fa, il fronte berlusconiano indicasse Ciampi come il proprio candidato per un secondo settennato. Ora, è l'Unione a fare quadrato intorno a lui.


Più liste per tutti
Paolo Flores d'Arcais su
l'Unità

Ma i dirigenti del centro-sinistra le elezioni politiche vogliono vincerle davvero? La domanda non ha nulla di provocatorio. È, semmai, una domanda tecnica. Le elezioni, infatti, non si svolgeranno col sistema maggioritario, ma secondo la nuova (pessima) legge elettorale voluta da Berlusconi proprio allo scopo di favorire il proprio schieramento.
È una legge proporzionale con trabocchetti. Una schifezza “pro domo sua”. Ma con questa si vota, e con questa si deve vincere.
Tale legge penalizza l'unità e favorisce lo schieramento che si presenta diviso. Anche fortemente e polemicamente diviso (sempre che la polemica non arrivi alla rissa e all'anatema, ovviamente). Se Berlusconi, Fini, Casini e Bossi si presentassero con una lista unica la loro sconfitta sarebbe più che certa. E più che una sconfitta sarebbe una catastrofe. Molti elettori di An, infatti, non voterebbero mai per Bossi, e viceversa, molti elettori di Casini detestano il cavaliere, e viceversa. E poiché non ci sarà neppure lo “sfogo” del voto di preferenza, ma le liste sono bloccate, una lista unitaria sarebbe la catastrofe.

Ecco perché io mi auguro che le persone e i gruppi che le liste civiche le hanno già sperimentate (con Rita Borsellino in Sicilia, con Riccardo Illy in Friuli, con Riccardo Sarfatti in Lombardia, con Giuseppe Alagna nel Lazio, o le tante diffuse in Toscana e nelle Marche, o quella ventilata da Marco Rossi-Doria (il maestro di strada, dei vicoli e dei “bassi”) a Napoli, o quelle che potrebbero nascere dalle esperienze di Dario Fo e di Milly Moratti alle primarie per Milano) sappiano trovare la lucidità e la saggezza per dare vita a una lista nazionale delle liste civiche “per Prodi presidente”.
Ecco perché imploro (sì: imploro) i dirigenti del centro-sinistra, e Prodi per primo, perché dimostrino eguale saggezza e lucidità non solo nell'accogliere tale lista nella coalizione, ma nell'incoraggiare i promotori a realizzarla nei tempi più brevi.
In base a quali ragioni, infatti, dovrebbero comportarsi diversamente? Una lista del genere farà certamente aumentare la somma dei voti della coalizione. L'interrogativo è solo se li farà aumentare di poco, di molto, di moltissimo. Ma anche fosse di poco, ricordiamoci del dovere minimo - elementare e irrinunciabile - del militante (e ancor più del dirigente, dunque): non un solo voto vada perduto.
Certo, questo vantaggio comune per la coalizione potrebbe, al suo interno, significare anche un certo numero di voti che dai Ds, dalla Margherita, dagli altri partiti, si spostano sulla lista civica. Ma cosa è più importante? La somma dei voti con cui si andrà al governo, o le quote dei rispettivi partiti?
Coraggio, amici e compagni. Sarebbe davvero una tragedia (e non sarebbe mai più perdonata dagli elettori democratici) se per egoismi e piccinerie delle singole componenti, la coalizione di centro-sinistra perdesse (o pareggiasse) elezioni che invece può vincere. O rinunciasse anche a un solo potenziale elettore.
Dixi, et salvavi animam meam.


Rutelli come Silvio, più di Silvio
Mattia Feltri su
La Stampa
ROMA. Venerdì da Mentana, sabato da Fazio, ieri in mattinata da Costanzo, in prima serata da Ferrara e in seconda da Biscardi, in attesa di ripeterlo oggi alle Jene, Francesco Rutelli ha sostenuto il diritto dell'opposizione di stare in tv quanto Silvio Berlusconi. L'elenco dimostra che è stato raggiunto sia l'obiettivo quantitativo dichiarato, sia l'obiettivo qualitativo taciuto. Perché la parità oraria verrà presto confermata da qualche istituto demoscopico, ma è l'identità di strategia a non aver bisogno di verifica.
Ieri, in evidente plagio, il leader della Margherita ha ripetuto il sacrilegio di Berlusconi, che due lunedì fa era sceso di tre piani - e non solo fisicamente - dagli studi di «Otto e mezzo» a quelli del «Processo di Biscardi». Il lunedì de «La7» è dunque ormai il palcoscenico della contaminazione dei generi, ultima scoperta della politica italiana, nella quale Walter Veltroni è il pioniere (ma della variante social-chic) e Berlusconi il divinatore popolare. Rutelli sa denunciare le imperfezioni della legge sul secondo grado di giudizio, e quelle dell'arbitro Mazzoleni sul fuorigioco del laziale Cribari. Affronta il linguaggio delle casalinghe nel salotto mattutino di Maurizio Costanzo e quello dei giovani alla sarabanda serale di Bizzarri e Kessisoglu.
Per un ribaltamento dei punti cardine, è stato Biscardi, ieri pomeriggio, a garantire solennemente che la par condicio sarebbe stata rispettata, come la sua carriera è lì a dimostrare. E Ferrara, felice di essere diventato trampolino di lancio del «Processo», notava in Rutelli il vero antagonista di Berlusconi, per nulla apocalittico, capace di battersi sullo stesso terreno, e forse pronto a restituire l'omaggio appena ricevuto, a proposito di migliori dei peggiori.


Il kalashnikov nelle urne
Franco Venturini sul
Corriere della Sera

Le anticipazioni del quotidiano israeliano Haaretz, secondo cui gli Usa e l'Europa disconoscerebbero un governo palestinese di cui facesse parte il movimento armato Hamas, non hanno finora ricevuto conferme o smentite. Ma ciò nulla toglie alla loro verosimiglianza. Hamas prevede nel suo statuto la distruzione dello Stato di Israele. Hamas ha rivendicato almeno 60 attacchi terroristici contro obiettivi civili israeliani. Hamas è sulla lista nera delle organizzazioni stragiste tanto in America quanto in Europa. Come si potrebbe far finta di nulla, allora, se Hamas conquistasse nelle elezioni di domani un consenso tanto forte da aprirgli le porte del futuro governo palestinese? Con una rottura secca o più probabilmente con misure selettive, americani ed europei non potrebbero tradire i codici di comportamento che essi stessi si sono dati. Ma non possono neppure ignorare, americani ed europei, che la posta in gioco è notevolmente più complessa della risposta da dare a Hamas.

I palestinesi votano, Hamas partecipa per la prima volta, e il mondo deve augurarsi che perda. La nostra inquietudine non può ignorare che nell'esportazione della democrazia tanto cara a Bush (e sulla carta a tutti noi) qualcosa non funziona. Ovunque nel mondo musulmano lo strumento elettorale ha fatto avanzare o vincere signori della guerra neo-pentiti (Afghanistan), partiti religiosi (Iraq), formazioni radicali dalla dubbia conversione (Egitto), estremisti anti-occidentali (Iran). Il successo di Hamas sarebbe una sgradita e devastante conferma, perché nel suo caso più ancora che in altri le condizioni per una «cooptazione nel processo politico» non sembrano esistere. Che la democrazia vada costruita prima, e non soltanto attraverso le urne?


   24 gennaio 2006