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sulla stampa
a cura di P.C. - 23 gennaio 2006


Il giudizio di Dio
Edmondo Berselli su
la Repubblica

L´avvelenatore di pozzi è l´uomo politico che sale al Quirinale per convincere il capo dello Stato a cambiare i termini dello scioglimento delle Camere, puntando a guadagnare qualche giorno senza par condicio. Serve qualcosa rilevare che c´era un accordo generale, e che è insensato stravolgerlo per l´interesse di una sola persona e di un solo partito? Sembra di assistere alla prestazione di un giocatore d´azzardo, un gambler che mette nel mirino il Quirinale per uno stretto calcolo di parte. Che preme sul presidente della Repubblica per portare a casa due settimane, anche solo una settimana di rinvio. In modo, fra l´altro, da poter rilanciare la legge Pecorella, dopo la Cirami e la Cirielli, per chiudere la legislatura con l´ultimo stravolgimento della procedura penale. Dopo di che ogni ragionamento sul fair play istituzionale e politico è una favoletta per bambini, e la presidenza della Repubblica un velo sottile fra la Costituzione e la convenienza politica.
Anzi, dal momento che appaiono realistiche le informazioni che parlano di una netta opposizione di Carlo Azeglio Ciampi al disegno scassatutto del capo del governo, si capisce agevolmente che il Cavaliere non conosce tabù politici o costituzionali, ed è disposto anche ad aprire un fronte con l´autorità più rispettata, il Quirinale. Mentre accusa gli avversari politici di scarsa identità democratica, tenta di forzare la dialettica istituzionale, a proprio vantaggio, nel tentativo di eludere le regole a proprio vantaggio.
Si gioca tutto, Berlusconi, e quindi non ha remore nello stravolgere regole, consuetudini, convenzioni. Perfino il galateo. Tanto per dire, l´avvelenatore dei pozzi è anche il politico incattivito che con un ghigno si rivolge a Francesco Rutelli in diretta tv chiamandolo «il migliore dei peggiori».
A che serve obiettare che l´uso della parola «peggiori» implica un giudizio non politico, che investe la qualità umana, addirittura psicologica ed esistenziale dell´avversario? E che dunque semplicemente non sta bene, non si fa, non si dovrebbe fare per semplice buona educazione?
Non serve a niente. A Silvio Berlusconi importa soltanto trasformare le elezioni del 9 aprile in un giudizio di Dio. Per questo sostiene che nelle urne ci sono in gioco due «visioni del mondo» incompatibili. Espone quindi l´idea che non c´è spazio per il confronto, dunque per la politica: c´è solo la guerra santa, una Lepanto contro i miscredenti, un fondamentalismo liberale, o sedicente tale, contro le forze del male.
Già visto, già sentito. Eppure c´è una novità nell´esondazione mediatica e nelle distorsioni istituzionali del capo di Forza Italia, ed è una novità estrema, anzi forsennata, che piace ai suoi sostenitori della destra snob e trash, i seguaci di Giuliano Ferrara: secondo il quale il Cavaliere dà il meglio quando è strampalato, riproduzione seriale e warholiana di se stesso, proiezione trigonometrica di un´immagine pop, un cartone animato in doppiopetto che dà fuori da matto pestando i piedi. E loro applaudono la performance: divertente. Mentre qualcun altro di loro arrischia che di questi tempi, con il «Cav.» condannato alla sconfitta, è moralmente e forse esteticamente doveroso «andare a sbattere» con Lui (forse in una versione post-storica del cercar la bella morte).
Ora, che Berlusconi sia divertente è un concetto discutibile. Non è divertente affatto nelle sue gag padronali, come quando si alza dalla poltrona del faccia a faccia in tv per andare a spolverare con il fazzoletto il bavero della giacca di Rutelli, dato che le sue trasgressioni sono tutte rigorosamente domestiche, sotto lo sguardo di un conduttore che è un suo dipendente. Qualcuno potrebbe trovare più divertente la faccia allibita e l´ammutolimento quando Rutelli gli schiaffa sul naso le cifre del suo arricchimento in politica, il valore delle proprietà televisive praticamente triplicato a dispetto dei suoi continui lamenti sui danni che la politica gli ha inflitto.
Eppure il forcing berlusconiano genera inquietudine anche quando è pretestuoso, male informato o volutamente distorsivo. Tutti noi abbiamo avuto un parente "simpatico" secondo la cifra del Berlusconian Style, titolare di una divertente faccia tosta "de destra", abituato a sostenere, reclamando risate e consensi, che «la Triplice ha rovinato l´Italia» (la Triplice, o la Trimurti, erano Cigl, Cisl e Uil). Ma Berlusconi non è un mattocchio di provincia. Ha già spiegato in altra occasione che la par condicio è una legge capestro per i monopolisti, perché sarebbe come mettere le mutande mediatiche alla Coca-Cola o a qualsiasi altro prodotto di largo consumo abituato a dominare il mercato.
Quindi c´è una razionalità nella descrizione berlusconiana di un mondo allucinato. C´è un metodo nell´apparente follia che descrive allo stesso modo il sistema di potere "comunista" fondato sulle cooperative rosse, e la Dc come perno di un sistema di corruzione fondato sulle partecipazioni statali, con Romano Prodi perfido ragno nella tela democristiana, fino a provocare la protesta anche dell´Udc, che del partito progenitore ha buona memoria.
È vero che la sua strategia appare antimoderna, tutta rivolta al passato, ripiegata in un´Italia dell´odio politico; eppure Berlusconi è convinto che funzionerà. Perché mobiliterà di nuovo «le casalinghe di Forza Italia», susciterà ancora le spinte anticomuniste, l´avversione per l´ideologia che ha provocato «miseria, terrore e morte», radunando ancora le pulsioni familiste e indirizzandole populisticamente contro il settore pubblico, la magistratura, la burocrazia, il sindacato, i "fanagottoni" di partito, le cooperative rosse, l´Unipol.



Due regimi e buongoverno
Tommaso Padoa-Schioppa sul
Corriere della Sera

Le tensioni che non smettono di tormentare l'opposizione e ne mettono a rischio la possibilità di vincere domani e di governare dopodomani sono sotto gli occhi di tutti: primarie o no, lista unica o no, chi saranno i capilista, chi paga i manifesti, chi sceglie i candidati, chi i ministri, e via dicendo. E' anche troppo facile vedervi soltanto rivalità personali, liti di partito, interessi di apparati. I fatti umani hanno spesso un ventaglio di moventi che scende dal nobile all'ignobile. Avere occhi solo per i moventi più bassi qualifica chi guarda forse ancor più che chi è guardato.
Nelle diatribe che lo esasperano, il cittadino deve vedere anche la faticosissima scelta tra due regimi politici, nei quali il primato del potere è rispettivamente nel governo e nel partito. Dico «primato», perché ogni sistema politico sano deve comprendere entrambi gli elementi e, in una certa misura, bilanciarli.
Immaginiamo i due regimi nelle loro forme estreme. Nella forma estrema del primo (primato del governo) il partito si costituisce solo per conquistare il governo e si dissolve dopo la contesa elettorale, quale che ne sia stato l'esito. Nella forma estrema del secondo regime, il partito è un'organizzazione di sedi, militanti, elaborazione di programmi, dibattiti ideologici che influisce sulla politica senza porre al centro delle sue ambizioni l'esercizio diretto del governo. Nel primo chi tiene il governo comanda anche il partito, direttamente o per interposta persona; nel secondo chi conquista il partito non governa, mentre nel palazzo del governo siede un suo temporaneo delegato. La degenerazione del regime di partito è l'oligarchia; quella del regime di governo è la monocrazia.
La simmetria tra i due regimi non è piena perché un Paese può vivere senza partiti ma non senza governo. Mentre il partito si può ridurre a un esercito di volontari, allestito per l'occasione elettorale e poi sciolto, la macchina del governo non si smonta mai. Perciò il regime di partito tende a essere bicefalo, quello di governo monocefalo.
Governare un Paese e guidare un partito sono espressioni molto diverse del fare politica e corrispondono a due vocazioni che raramente si riuniscono in una stessa persona. Quella di governo è vocazione a coniugare politica e azione, ad amministrare, a decidere, a operare con strutture e persone che non hanno una stessa affiliazione politico-ideologica né una solidarietà di gruppo. Quella di partito è vocazione a coniugare politica e cultura, a dibattere, a costituire più che a spendere il potere, a operare con e tra persone accomunate da lealtà ideologica e di gruppo.
De Gasperi, Scelba, Andreotti, Colombo, Andreatta erano uomini con preminente vocazione di governo. De Mita, Piccoli, Moro, Forlani, Marini erano senza gusto per il governo e impacciati nell'esercitarlo come foche sulla terraferma.



La sindrome del nemico
Luca Ricolfi su
La Stampa

La campagna elettorale per le politiche del 2006 è in pieno svolgimento ma, a una decina di settimane dal voto del 9 aprile, a nessun cittadino è ancora dato sapere che cosa lo aspetta in caso di vittoria degli uni o degli altri, e tanto meno in caso di pareggio (con l'Unione che prevale alla Camera, e la Casa delle libertà al Senato). Quel che non è difficile immaginare, invece, è quali saranno le emergenze che il nuovo governo dovrà affrontare fin da subito, ossia dall'estate prossima. La più importante, a mio parere, sarà quella dei nostri conti pubblici, in un triplice senso. Primo. Stante l'andamento del conto consolidato delle amministrazioni pubbliche, e la consueta incapacità dei governi di ogni colore di pianificare in modo realistico il livello del deficit, è molto improbabile che l'indebitamento netto del 2005-2006 si attesti ai livelli previsti (4,3% e 3,8%). Lo scenario più verosimile è dunque quello di una manovra correttiva fin dal secondo semestre di quest'anno, per avvicinarsi agli obiettivi concordati in sede europea.
Secondo. In ogni caso l'impegno a riportare il deficit entro il limite del 3% nel 2007 comporta, per la Finanziaria 2007, un'ulteriore correzione dei conti pubblici non inferiore ai 10 miliardi di euro. Terzo. Se non spunteranno miracolosamente risorse nuove, sarà inevitabile bloccare o sospendere una parte consistente del «Piano delle Grandi Opere». Negli ultimi due anni, infatti, si è creato uno squilibrio di alcune decine di miliardi fra l'ammontare delle opere aggiudicate (o in gara) e le risorse finanziarie effettivamente disponibili per la loro realizzazione. In concreto questo significa che la prossima Finanziaria dovrà scegliere fra un ulteriore rallentamento del piano e un salasso a danno di famiglie e imprese. Naturalmente nessuno sa con esattezza a quanto ammonterà la somma di queste tre voci di costo, ma ci vuole una dose di ottimismo (o di incoscienza?) davvero ragguardevole per immaginare che tale somma risulti inferiore a un paio di punti di Pil, ossia a 30 miliardi di euro.
La domanda che si impone è dunque molto semplice: come intendono i due possibili vincitori far fronte a questo problemino? Più prosaicamente. Dobbiamo attenderci «lacrime e sangue», ossia un prelievo più o meno forzoso dalle tasche dei cittadini? Oppure si pensa di lasciar correre il deficit pubblico ancora per qualche anno, in barba agli impegni con l'Europa?

Gli elettori, è vero, non apprezzano la commistione fra interessi privati e politica. Leggi ad personam e affare Unipol non sono un bello spettacolo per nessuno. E tuttavia lo scetticismo degli elettori non nasce solo di qui, ma innanzitutto dalla incapacità di entrambi gli schieramenti di trasmettere un'idea chiara e credibile dell'Italia che sarà. Dopo un decennio in cui poche cose sono veramente cambiate nella vita quotidiana dei più, una parte dell'elettorato pare entrata in uno stato d'animo non troppo diverso da quello che un paio di settimane fa fece esclamare a uno sconsolato Giuliano Ferrara: «Il 9 aprile perderemo e non cambierà nulla. Cin cin».
Se davvero vogliono conquistare i voti degli incerti, dei non schierati, dei delusi dalla politica, forse i nostri aspiranti leader dovrebbero cambiare registro. E provare a pensare che le loro puerili analisi del Paese e dei suoi problemi convincono solo chi è già convinto.


Appello, ultima sfida di Silvio
Claudio Tito su
la Repubblica

ROMA - «Scusi presidente, ma perché la legislatura non può arrivare a scadenza naturale? Perché non possiamo sciogliere il 15 febbraio?». La tensione al Quirinale è alta. Silvio Berlusconi è salito sul Colle con un preciso obiettivo: allungare i tempi di attività delle Camere e ottenere il via libera alla legge sull´inappellabilità, quella bocciata solo pochi giorni fa dal presidente del Repubblica.
«C´era un impegno e io mi attengo a quell´impegno», risponde con calma Carlo Azeglio Ciampi. Perché quei due punti sollevati dal presidente del consiglio, per il capo dello Stato sono due veri e propri scogli insuperabili. Per lui, Montecitorio e Palazzo Madama arriveranno al capolinea domenica prossima, ossia il 29 gennaio. Anzi, sulla sua scrivania è già pronto il messaggio con cui accompagnerà il decreto di scioglimento. Un testo già scritto, con tanto di data. Già oggi, allora, ci dovrebbe essere la consultazione dei presidenti di Camera e Senato come prescrive la Costituzione. Un primo giro contatti istituzionali che in questa settimana saranno intensissimi.
Il colloquio richiesto da Palazzo Chigi, insomma, si trasforma rapidamente in un muro contro muro. Uno scambio di idee serrato in un clima gelido. Che solo Gianni Letta e il ministro degli Interni, Beppe Pisanu, provano a stemperare. Ma in quei 140 minuti trascorsi nello studio alla Vetrata, il faccia a faccia tra i due assomiglia sempre più ad un dialogo tra sordi. Anche perché, al di là degli aspetti formali legati alla data delle elezioni, alla durata della campagna elettorale e all´efficacia della par condicio televisiva, il cuore dello scontro è stato la legge Pecorella. Il Cavaliere non intende rinunciare a quel provvedimento che - ad esempio per il processo Sme - potrebbe risultargli utile. Fino a sabato, infatti, si era dichiarato disponibile ad un´intesa sulle tappe che decreteranno l´interruzione della legislatura, in presenza di una garanzia precisa circa la possibilità di riesaminare quella norma anche a Parlamento sciolto. Assicurazione, però, che nelle ultime ore non risultava più tanto granitica.

L´incontro di ieri, insomma, è stato ad alta tensione. Con il Cavaliere decisissimo a sferrare l´ultimo assalto, sebbene non tutta la maggioranza coltivi la stessa fermezza nella sfida al Quirinale. Come aveva fatto sabato, del resto, anche ieri Pisanu ha cercato di ammorbidire la linea del governo. Gli argomenti addotti dal premier non convincevano Ciampi e il titolare del Viminale provava a sedare il nervosismo del cavaliere. Del resto, l´elenco dei provvedimenti che secondo Palazzo Chigi dovrebbe approdare rapidamente nelle aule di Montecitorio e palazzo Madama, per il Colle non è poi così urgente. La legge Pecorella, quella sugli stupefacenti, quella sulla legittima difesa, non sono sufficientemente importanti per far cambiare idea al capo dello Stato. Tant´è che rispetto alla premessa iniziale, lo stesso Berlusconi ha corretto la linea nel corso dell´incontro. Ha ritirato la provocatoria data del 15 febbraio per dirottare l´attenzione su una subordinata: «possiamo sciogliere anche il 6 febbraio». Giusto il tempo per varare la norma sull´inappellabilità. Ma anche su questo il padrone di casa non ha ceduto.
Alla fine il tutto si è chiuso con una stretta di mano fuggevole e tanti sorrisi tirati. Ognuno sulla propria posizione e l´ipotesi, ribadita dal ministro di Pisanu, di accettare lo scioglimento il 29 gennaio ma emanare il decreto per l´indizione dei comizi elettorali una settimana dopo. Un modo per bypassare l´entrata in vigore della par condicio. A meno che, ha chiuso Ciampi, «l´opposizione non sia d´accordo a rinviare lo scioglimento. Verificatelo e poi vedremo».


Tutti i veleni del premier
Nicola Tranfaglia su
l'Unità

Ancora una volta la crisi politica italiana - crisi che l'attuale maggioranza tenta in ogni modo di far degenerare in rissa - è caratterizzata da un negativo paradosso.
Da un lato si consente (senza nessun intervento sanzionatorio da parte del governo Berlusconi), che funzionari infedeli di corpi dello Stato diffondano carte ritenute irrilevanti dalla magistratura che indaga su determinate, scottanti materie penali.
È proprio quello sta avvenendo in questi giorni a proposito del cd che raccoglie conversazioni telefoniche che non sono in nessun modo entrate a far parte del procedimento che riguarda Consorte e altri imputati legati all'Unipol.
Ma dall'altro si sta compiendo una frenetica corsa per far approvare un decreto legislativo urgente sulle intercettazioni telefoniche che Berlusconi spera di far votare anche alle opposizioni dopo gli avvenimenti delle ultime settimane ma che costituisce, a tutti gli effetti, un ritorno pieno alla legislazione fascista del 1930 ed è in aperto contrasto con l'articolo 21 della Costituzione e le leggi vigenti sulla libertà di stampa nel nostro paese dopo il regime fascista.
In particolare l'applicazione del dlgs 231/2001 alle imprese multimediali in relazione alla violazione dell'articolo 684 del codice penale (Pubblicazione arbitraria degli atti di un procedimento penale), un articolo concepito e scritto all'interno del codice fascista di Alfredo Rocco e mantenuto in vigore dal legislatore repubblicano contro ogni ragionevolezza, fissa infatti sanzioni pecuniarie da 25mila a 232mila euro e determina, senza possibilità di dubbio, una forte mobilitazione delle imprese editoriali nella vita e nella fattura dei giornali e delle reti televisive.
In altri termini, non fidandosi dei giornalisti che sanno come la cronaca giudiziaria sia, in regime di democrazia, uno dei capitoli più importanti della cronaca e costituisca, in tutti i Paesi democratici, un'attrazione fondamentale per i lettori e per gli spettatori, si aggira il problema e si ricattano gli editori spingendoli a esercitare direttamente una censura per non incappare in sanzioni così alte da rischiare difficoltà finanziare. Non si prevede il carcere per i giornalisti o addirittura per gli editori, che avrebbe rappresentato, in maniera ancora più evidente, pesanti rischi di costituzionalità, ma si interviene pesantemente sulla leva economica che costituisce oggi un elemento decisivo per la vita degli organi di informazione.

È la prova, questo progetto, di quel ritorno frenetico all'indietro di cui è stato protagonista in questi cinque anni il berlusconismo ed è significativo che su di esso non si registrino fino ad oggi né interventi dei maggiori giornali né dell'associazione degli editori. Questo è veramente un brutto segno di una situazione che ho già definito di mitridizzazione della opinione pubblica italiana, come se i veleni fossero diventati ormai così frequenti e continui nell'organismo nazionale che non ci siano più reazioni quando si può fare ancora qualcosa di fronte all'ennesimo colpo di coda di chi sta perdendo il potere.


Addio regole è il Far West elettorale
Michele Ainis su
La Stampa

C'è sempre un che d'inusitato quando un uomo usa il proprio corpo per protestare contro la legalità ferita. Se poi quest'uomo è classe 1930, e se la sua protesta assume la forma senz'appello di uno sciopero della sete, faremmo assai male a distogliere lo sguardo. Ma davvero Pannella denunzia a buon diritto una violazione del diritto?
La risposta è sì, senza alcun dubbio. Perché la nuova legge elettorale costringe la Rosa nel pugno a una corsa ad handicap, chiudendo le liste elettorali un mese prima degli altri concorrenti. Perché questa discriminazione colpisce il solo partito della prima Repubblica (quello radicale) sopravvissuto alla seconda, sia pure in aggregato con i socialisti dello Sdi. Perché essa viola altresì il principio costituzionale d'eguaglianza, nonché il trattamento uniforme di partiti e candidati sancito dalle direttive Osce del gennaio 2001. E perché infine l'obbligo di sottoscrivere le candidature da parte d'alcune migliaia di cittadini ha sempre innescato un balletto di firme false e liste truffaldine, in cui hanno danzato a turno partiti di destra e di sinistra, tanto l'unico rischio (si fa per dire) è un'ammenda di 660 euro. Sarà per questo che adesso l'obbligo è scaduto, messo in soffitta dalla nuova legge elettorale. Per tutti, salvo che per le liste con la Rosa.



Incoscienza che porta al disastro
Luigi Paganetto su
Il Messaggero

Il rinvio dello sciopero deciso dai sindacati Alitalia è un atto quanto mai opportuno. Ma non basta. Soprattutto non è riuscito ad evitare il caos, una sequenza infinita di cancellazioni. Uno spettacolo al quale davvero non avremmo voluto assistere. Uno spettacolo che mette a nudo l'irresponsabilità di troppi e dimostra quanto debole ancora sia la consapevolezza che il sentiero per salvare in extremis l'Alitalia è davvero strettissimo. Il mercato del trasporto aereo, anche se è assai meno liberalizzato di quanto si sostiene normalmente, penalizza le compagnie che non sono capaci di assicurare regolarità, accuratezza e certezza di orario ai loro servizi. Quello che sta succedendo in questi giorni, anche se è già accaduto in passato, erode ulteriormente l'immagine della nostra compagnia di bandiera e la sua capacità di presentarsi agli utenti con servizi comparabili con i suoi concorrenti. Non sono qui in discussione ragioni e torti di azienda e sindacati. Alitalia, sta vivendo da tempo momenti difficili. Molte sono state le scelte che l'hanno danneggiata in passato. A cominciare da quella di puntare ad un accordo, che poi non s'è fatto, con gli olandesi della Klm, condizionato alla scelta di Malpensa come scalo su cui concentrare una gran parte dei voli internazionali, compresi molti tra quelli diretti verso Sud, per passare al mancato avvio, a suo tempo, di un graduale rinnovo della flotta che ha ormai un'età media di dieci anni.
Altrettanto vale per la scarsa attenzione prestata al fenomeno del low cost che ha giocato un ruolo di grande importanza e, mentre noi abbandonavamo scali e rotte, questi ed altri vettori ne mostravano la redditività.

Una compagnia di bandiera efficiente e capace di attrarre passeggeri da tutto il mondo con tariffe concorrenziali può esercitare un ruolo importante nei prossimi anni tenendo conto del peso che essa ancora ha sulle rotte nazionali.
Per farlo occorre uscire dal guado, rinunziare temporaneamente alle pur legittime rivendicazioni sindacali che rischiano di ritorcersi contro chi le sostiene.
Mettere in discussione il rispetto degli accordi per il rilancio della compagnia e quelli sul piano industriale attraverso azioni che deteriorano ulteriormente l'immagine dell'Alitalia può voler dire, in questo momento, mettere a rischio la sopravvivenza di Alitalia ed è un rischio che non si deve correre anche se queste posizioni fossero del tutto giustificate e condivise.


Contano anche i partitini dell'uno per cento
Renato Mannheimer sul
Corriere della Sera

Intervistato ieri a proposito dei sondaggi pre-elettorali che lo danno in svantaggio, Silvio Berlusconi ha rivendicato il «recupero» del centrodestra e ha invitato ad «aspettare lunedì» in attesa di misurare i risultati della sua recente, intensa attività mediatica. Sin qui, essa ha in effetti portato a un mutamento del «clima di opinioni». I pronostici formulati dall'elettorato sull'esito probabile della consultazione sono infatti sempre a favore del centrosinistra. Ma vi è una minore certezza, specie tra chi è orientato verso la Cdl, dell'inevitabilità di una vittoria dell'opposizione.
Però, sul piano delle intenzioni di voto vere e proprie, la situazione appare sino ad oggi simile a quella rilevata a metà dicembre.
Gli esiti delle ricerche apparse in questi giorni sono infatti assai somiglianti tra loro. Tutte le analisi — tranne una — pubblicate fin qui assegnano unanimemente al centrosinistra un vantaggio, oscillante attorno ai 5 punti. Sul piano dei rapporti tra le coalizioni, dunque, gli esiti dei sondaggi sono unanimi. Ma all'interno dei due schieramenti si possono riscontrare differenze anche rilevanti nel consenso attribuito alle singole forze politiche. Ciò accade, in particolare, per i piccoli partiti. La loro presenza, sollecitata dalla reintroduzione del proporzionale, è sempre più diffusa in entrambi gli schieramenti, con un'accentuazione in quello di centrodestra. Di molti «partitini», però, la collocazione è incerta: nei sondaggi vengono inclusi nella categoria «altri partiti», sempre più affollata.

Ma l'importanza di queste formazioni, al di là dei risultati dei sondaggi, è considerevole anche per l'esito «vero» delle consultazioni. Anche se molte di esse non otterranno, alle fine, una rappresentanza parlamentare, tranne nel caso — assai improbabile — che si aggreghino tra loro. La nuova legge prevede infatti che non vengano assegnati i seggi ai partiti che non superano il 2 per cento se questi fanno parte di una coalizione, e il 4 per cento se ne sono al di fuori.
Nel primo caso, tuttavia, i voti ottenuti, pur non portando all'elezione di parlamentari, vengono computati per il conseguimento del premio di maggioranza e risultano quindi in qualche modo decisivi per i futuri equilibri di forza in parlamento. È anche per questo che, in questi giorni, appaiono sempre più nuove sigle e ne vengono riesumate di «vecchie». Il loro fine non è sempre la conquista di seggi. Spesso puntano al mero conseguimento, quasi altrettanto importante, di voti, che si rivelano poi comunque utili e che garantiscono in ogni caso visibilità e, talvolta, potere.


   23 gennaio 2006