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a cura di G.C. - 21 gennaio 2006


Ciampi rinvia legge sull'inappellabilità
Redazione del
Corriere della Sera

ROMA - Un no chiaro e forte. Il presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha rinviato alle Camere la legge sull'inappellabilità delle sentenze di assoluzione da parte del pubblico ministero. Ora se vorra riapprovare la legge il Parlamento dovrà riunirsi dopo lo scioglimento delle Camere a causa delle elezioni. Il messaggio di Ciampi sarà letto a Montecitorio lunedì 23 gennaio alle ore 10.
Il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ha chiesto alle Camere - a norma dell'articolo 74, primo comma, della Costituzione - una nuova deliberazione in ordine alla legge: "Modifiche al Codice di Procedura Penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento". Lo rende noto un comunicato del Quirinale.
LA REPLICA DI PECORELLA - "Appare inspiegabile quali possano essere le ragioni di incostituzionalità". Così il presidente della commissione Giustizia della Camera, Gaetano Pecorella, commenta il rinvio alla Camere della legge da parte del Quirinale. Pecorella è il "padre" della legge, approvata definitivamente il 12 gennaio, che il presidente della Repubblica non ha firmato.
ANM - "Bisogna leggere le motivazioni del rinvio del presidente della Repubblica. Ma già ora si può dire che le preoccupazioni manifestate da noi insieme alla gran parte della cultura giuridica erano fondate". Il presidente dell'Anm, Ciro Riviezzo, commenta così la decisione di Ciampi. "Vedremo su quali aspetti della riforma - aggiunge il leader del sindacato delle toghe - il capo dello Stato ha puntato la sua attenzione".
BERLUSCONI - "Modificheremo la norma e ci fregeremo anche di questa nuova importante riforma, cercando di sfruttare anche i giorni in più nei quali eventualmente si potrà lavorare in Parlamento". Silvio Berlusconi, interpellato da Enrico Mentana, risponde così sul rinvio alle Camere della legge…


La garanzia del Colle
Ezio Mauro su
la Repubblica

Quel misto di arroganza e onnipotenza, che in politica diventa impudenza istituzionale, ha portato ancora una volta la destra guidata da Silvio Berlusconi a forzare i confini della Costituzione per trarne un vantaggio ad personam, com´è avvenuto altre volte nel corso di questa sventurata legislatura. La libera stampa, i giuristi, la magistratura avevano avvertito il Parlamento della posta costituzionale in gioco nella legge che rendeva inappellabili le sentenze di proscioglimento. Spinta da una sua logica interna di necessità più forte dell´interesse generale, la Casa delle Libertà è andata avanti, fino in fondo. Fino a cozzare, proprio nel finale di legislatura, nel rifiuto del Presidente della Repubblica, che ieri non ha firmato la legge rinviandola alle Camere per palese incostituzionalità.
La decisione del Capo dello Stato è ineccepibile, davanti ad una legge che lo stesso Presidente nel messaggio di rinvio boccia senza possibilità di appello, definendola "disorganica" e "asistematica". Per due volte Ciampi sottolinea il "palese contrasto" con la Costituzione che la legge introduce quando muta le funzioni della Corte di Cassazione da giudice di legittimità a giudice di merito, e la "palese violazione" che le nuove norme fanno del principio costituzionale della ragionevole durata del processo.
Dunque una legge che, affidando alla Cassazione il controllo di legalità dell´intero processo, con il riesame di ogni singolo atto, fa crescere "in termini esponenziali" il carico di lavoro della Corte, fino a compromettere "il bene costituzionale dell´efficienza del processo". E in più, proprio per la sua "disorganicità" fa sì che la stessa posizione delle parti nel processo "venga ad assumere una condizione di disparità", in aperto contrasto con l´articolo 111 della Costituzione, dove è previsto che "ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale". Fino all´incongruenza macroscopica - sottolineata da Ciampi - per cui "il pubblico ministero totalmente soccombente non può proporre appello, mentre ciò gli è consentito quando la sua soccombenza sia solo parziale", quando cioè ottiene una condanna diversa da quella richiesta.
Un vulnus così palese, quasi ostentato, alla Costituzione, non poteva dunque che incontrare il rifiuto della firma da parte del Presidente, custode della Carta. Il Capo dello Stato ha fatto il suo dovere, dimostrando che esistono ancora autorità di garanzia in questo Paese e non tutto è consentito all´arbitrio di Berlusconi, che insegue le convenienze personali sue e dell´inseparabile servo-padrone Previti anche a costo di calpestare la Costituzione.
E tuttavia non si può non cogliere l´eccezionalità del caso e l´ostinazione del Polo a perseguire i suoi fini particolari, costi quel che costi. La forzatura della destra, proprio nel finale di legislatura, ha infatti costretto il Presidente a rinviare una legge alle Camere durante il semestre bianco, un periodo che per la sua delicatezza dovrebbe trascorrere senza colpi di mano e abusi di parte, nella corretta armonia istituzionale. Una legge rinviata al Parlamento in pieno semestre bianco, e in campagna elettorale è sempre un evento particolare. Dunque eravamo davanti ad un tentativo particolarmente arbitrario di bypassare la Costituzione: da cui la netta e si potrebbe dire perentoria motivazione di rinvio del Presidente, che reinveste il Parlamento.
Berlusconi ha subito detto, ieri sera, che intende modificare la legge e riapprovarla. Farebbe bene a riflettere, nel merito e nel metodo. Le obiezioni del Capo dello Stato infatti non sono formali ma riguardano la sostanza della norma e demoliscono almeno due suoi caposaldi, dunque un maquillage di facciata non risolve il problema dell´incostituzionalità palese: mentre una revisione profonda annullerebbe la ragione d´uso particolarissima che spinge il premier a stravolgere il calendario finale del Parlamento per rispondere alle sue necessità.
Ma soprattutto il Cavaliere dovrebbe capire che non tutto avviene nel recinto chiuso della destra, dove qualunque forzatura è lecita perché non ci sono né garanti né custodi e anche i Presidenti delle due Camere si sono ormai trasformati in sudditi gregari, abdicando da tempo al loro ruolo, mentre ogni principio di moderatismo è stato defenestrato insieme con Follini. C´è anche l´opinione pubblica, particolarmente attenta e reattiva durante una campagna elettorale: e prima o poi consapevole della natura e dell´identità di una destra costretta da se stessa a votare leggi estreme, a superare ogni volta il limite, a praticare un pericoloso estremismo istituzionale, a deformare la Costituzione, a entrare in rotta di collisione con Ciampi.
È questo estremismo governativo che rappresenta un inedito nelle democrazie occidentali. Ormai rassegnato e consegnato al demone populista che prima lo abitava per intermittenza, Berlusconi coniuga per la prima volta la responsabilità e la dignità di governo con la pratica politica d´opposizione: ma un´opposizione extraparlamentare, anzi anti-sistema, che radicalizza la competizione elettorale in uno scontro epocale tra il Bene e il Male.

Tutto ciò trasmette ai cittadini l´ansia del perdente, costretto ogni giorno ad un inseguimento affannoso. Ma un perdente che dopo dieci anni e due vittorie che lo hanno portato a Palazzo Chigi non sa trasformarsi in uomo di Stato: perché il modo in cui affronta il passaggio elettorale e la possibilità della sconfitta e della vittoria comunica a tutti un senso del limite estremo, le categorie finali del destino e della sventura. Un sentimento che non è politico, né istituzionale: ma un sentimento d´avventura, drammatico per il Paese.


Berlusconi-Rutelli, fioretto e sciabola nel faccia a faccia in tv
Marcella Ciarnelli su
l'Unità

"Spero che la legislatura duri qualche giorno in più perché abbiamo ancora alcune leggi da approvare in Parlamento". Silvio Berlusconi conferma la sua intenzione di non rispettare l'impegno preso anche con il Capo dello Stato. E nasconde dietro presunte necessità legislativa la sua voglia di partecipare a quante più trasmissioni televisive è possibile. Francesco Rutelli lo coglie in castagna e lui ci casca. Chiede il leader della Margherita: "Non è che lei vuole andare a “Unomattina”, a “Duemattina”, a “Tremattina”, a “Quattromattina”...". E lo sventurato rispose: "I tempi sono stretti. Tra un po' entrerà in vigore la legge sulla par condicio che per me è un'impar condicio, anzi una Marx condicio e tutti i partiti avranno in televisione lo stesso spazio". Quindi il vero motivo dello slittamento della chiusura delle Camera è la necessità del premier che lavora gratis di entrare a tutte le ore del giorno e della notte nelle case degli italiani per cercare di convincerli che le cose non stanno così male come ogni giorno, purtroppo, verificano sulla loro pelle. "Io non voglio occupare le tv ma il fatto è che sono in forte credito" ha dichiarato spudoratamente.
Fioretto e sciabola. I due contendenti del faccia a faccia che cinque anni fa non ebbe luogo e che venerdì sera, invece, è andato in onda a "Matrix" hanno usato tutti e due. Con Enrico Mentana a sollecitarli quando non lo hanno fatto da soli e una squadra di cinquanta supporter per parte. Hanno usato l'arma della battuta e del sorriso, ma anche l'affondo. Francesco Rutelli ha avuto la meglio. Mostrando grande disponibilità, lasciando a Berlusconi il compito di farsi male da solo, e poi, una volta ottenuto il risultato, ritornando a fare appunti nel merito ad un governo che è andato davvero "maluccio".
Berlusconi si è innervosito davanti alle critiche. Davanti al ricordo delle leggi ad personam che il suo governo ha approvato con insolita rapidità mentre ora chiede più tempo anche per rivedere la legge appena bocciata. Davanti al leader della Margherita che gli ha ricordato come lui abbia usufruito di certe leggi, mentre aveva detto che non lo avrebbe fatto mai, a cominciare dai condoni che sono parte del "fallimento" del governo. "Anche la signora Prodi ne ha approfittato" è la misera risposta alla contestazione. Difficile, invece, gli riesce negare che da quando lui è al governo le sue aziende sono in costante ascesa. Conflitto d'interessi? "È una delle prime leggi che modificheremo" gli comunica Rutelli che pure fa autocritica sulla non approvazione da parte del governo di centrosinistra.
"Quella italiana è un'economia al disastro" afferma il leader della Margherita ricordando al premier che qualunque cosa lui vada dicendo "la gente poi si fa i conti in tasca". Berlusconi si agita. Tenta sorrisetti sarcastici. Legge un elenco disperato di quanto ha fatto. Attacca l'avversario e la sua coalizione. Ecco lo spettro dei comunisti al governo che avrebbe come conseguenza la fuga all'estero di molti. "So di viaggi già organizzati". Ma usa con cautela l'arma Unipol. "Voglio starmene fuori da questo argomento che è stato artificiosamente montato contro di me". Difende i suoi incontri con Murdoch e Bernheim e scivola su quello con Tarak Ben Ammar, la sua “fonte”. "Il suo socio" gli suggerisce Rutelli.

Al suo interlocutore che gli ha detto in faccia di non avere alcuna intenzione di lasciare la coalizione di cui fa parte e ha difeso l'onorabilità dei vertici Ds, anche se non ha mancato di ripetere le sue critiche, ricorda che il suo "è un partito di reduci, che non ha nessuna struttura. I Ds invece hanno un esercito, sono una macchina da guerra e se ne vantano perché sono strutturati, sono una armata e, quindi, la Margherita sarà spazzata via". Ce n'è anche per Di Pietro: "Credo che non dovesse fare nemmeno il magistrato, perché ho la profonda convinzione che non sia neanche laureato".


Il cavaliere oltranzista
Pierluigi Battista sul
Corriere della Sera

Non si capisce se per puro calcolo o per una inconsapevole metamorfosi, ma è un fatto che Silvio Berlusconi finisce per assomigliare ogni giorno di più allo spettro dei suoi nemici. Il premier non si lamentava forse della furia delegittimatrice dei suoi avversari, della loro veemenza denigratoria fatta di forsennati attacchi ad personam edi demonizzazione finanche "antropologica" del berlusconismo? Ma ora è lui che delegittima, con una feroce campagna elettorale volta alla demolizione ad personam degli avversari. I giustizialisti non erano forse gli altri, adusi alla sleale manipolazione politica dell'arma giudiziaria, alla strumentalizzazione dell'azione delle Procure e delle "toghe rosse"? Ma adesso è lui, la vittima del giustizialismo, a calcare le stanze della Procura, non già per denunciare (per sua stessa ammissione) condotte penalmente rilevanti da imputare ai suoi avversari sul caso Unipol ma per alimentare simbolicamente quel circuito mediatico- giudiziario di cui sovente si è sentito (e a ragione) bersaglio.
Un'irrefrenabile pulsione imitativa impone a Berlusconi di ricalcare ogni tratto negativo dell'immagine terrificante che lui stesso aveva cucito sui suoi avversari. E ora si aggiunge un'altra acrobazia mimetica. Non erano infatti gli altri i portatori insani di una deformazione ideologistica della lotta politica? E non era compito dei moderati liquidare questo vizio ideologico per sottrarre la politica all'oltranzismo allucinato di uno scontro finale tra due sistemi antagonistici? Ma stavolta è lo stesso Berlusconi a fare dell'oltranzismo una necessità e un destino quando sostiene che le prossime elezioni si configurano inevitabilmente come uno "scontro di civiltà tra due opposte concezioni del mondo". Non una competizione, anche dura, tra due schieramenti che si contendono fieramente il primato ma si riconoscono reciprocamente in una comune cornice di valori fondamentali, come è naturale in una democrazia bipolare, ma un conflitto per la vita e per la morte tra nemici che vivono l'eventuale prevalenza dell'avversario come un'irruzione barbarica nella cittadella sguarnita della civiltà, una catastrofe irrimediabile per scongiurare la quale ogni mezzo appare lecito.
Le parole di Berlusconi non appaiono eccessive per una questione di stile, o di toni troppo elevati da smorzare, come usa dire, ma per il loro inevitabile richiamo concettuale ed emotivo a una guerra totale al termine della quale chi soccombe rischia di essere annientato. Nel duello televisivo con Francesco Rutelli andato in onda ieri sera a "Matrix", il premier ha addirittura evocato uno scenario di terrore nel caso di una vittoria dei "comunisti", dipinti come "l'armata rossa" che, ha detto rivolgendosi a un esponente moderato del centrosinistra, "spazzerà via la Margherita". Aggiungendo che, in caso di vittoria della sinistra, molti italiani saranno costretti a "espatriare", ha arricchito il repertorio apocalittico della sua previsione terrorizzante con un sovrappiù di carica ideologicamente ansiogena, quasi a richiamare gli stessi moderati del campo avversario a non cadere nel baratro di un destino comune ma ineluttabile: la fine in Italia della democrazia occidentale così come l'abbiamo storicamente conosciuta sin qui.



Manovra criminale
Antonio Padellaro su
l'Unità

Che razza di paese è quello nel quale qualcuno, su preciso ordine di qualcun'altro trafuga tranquillamente da un armadio le registrazioni di 1942 (millenovecentoquarantadue) telefonate, intercettate dalla Guardia di Finanza ma considerate ininfluenti dalle procure ai fini delle indagini; conversazioni appositamente trascritte in un dischetto messo a disposizione di chi sicuramente saprà farne uso adeguato. In un paese del genere può avvenire (è già avvenuto) che il dialogo privato di un segretario dell'opposizione venga sottratto dal solito armadio appositamente incustodito e pubblicato sul giornale di proprietà del leader della maggioranza. Tutto questo a poche settimane dalle elezioni, con gli effetti che tutti conoscono. Che in circolazione ci fossero altre intercettazioni avvelenate era abbastanza scontato. Ma che la massa di cianuro a disposizione di una parte politica per appestare il fronte politico avverso fosse stata prodotta in dosi così letali e massicce (come ha detto a l'Unità Guido Calvi avvocato e senatore dei ds) è notizia gravissima tale da richiedere l'immediato intervento oltre che della magistratura delle più alte istituzioni dello Stato.
Se svelare l'identità di chi ha materialmente in mano quel cd non si può (anche se qualcuno viene in mente), non è poi così difficile stabilire contro chi quelle trascrizioni potrebbero essere usate. Basta rileggersi i giornali degli ultimi giorni. Prima, la telefonata Fassino-Consorte, data alle stampe per colpire i Ds. Poi, il presidente del Consiglio che accusa i ds di avere esercitato pressioni sul mondo della finanza per portare a buon fine la scalata Unipol-Bnl, onde ricavarne i conseguenti benefici.
Affermazioni rivelatesi false su tutta la linea ma che per un paio di giorni hanno nutrito ampiamente giornali e tv. Quindi, sempre il premier che ordina ai suoi di preparare dossier contro i ds per segnalare le "complicità tra sinistra e le coop". Una strategia ben congegnata e articolata al servizio di un obiettivo preciso: spiare e calunniare il maggior partito delle opposizione per dividerlo, squassarlo e, possibilmente, annientarlo; e comunque per togliergli credibilità agli occhi degli elettori. Si dirà: ma se le telefonate, ancorché diffuse in modo illegittimo, contengono notizie compromettenti per i ds, non è bene che essi ne paghino il giusto prezzo politico? La risposta è sempre la stessa: se quei colloqui avessero avuto anche la più minima rilevanza penale sarebbero stati allegati all'inchiesta.
Invece, quel materiale è stato attentamente vagliato, scartato e accantonato da quegli stessi inquirenti che, non più tardi di ieri, al palazzo di Giustizia di Milano confermavano ai giornalisti l'inesistenza di inchieste sui vertici della Quercia.
Che cosa possano contenere, allora, di così compromettente quelle 1942 telefonate, è abbastanza intuibile. Nulla di penalmente rilevante è la formula che con ipocrisia un po' laida viene adoperata per coprire quegli aspetti poco dignitosi che un dialogo telefonico a ruota libera può manifestare nel momento in cui viene divulgato.

Ma questa spazzatura immessa nelle vene di una politica da cinque anni moralmente massacrata sappiamo da chi, può davvero fare danni incalcolabili. Gli ottanta giorni che mancano al 9 aprile, scanditi dalla cronache minuziose di ciò che tizio andava dicendo a caio su sempronio, avrebbero un effetto mediatico tale da cancellare qualsiasi altro argomento della campagna elettorale. A cominciare dai programmi di cui, infatti, già nessuno parla più. La maggioranza perché impegnata a costruire dossier. L'opposizione perché costretta sulla difensiva e quindi con la testa altrove.
Mentre in Italia, con la benedizione del governo si spia, si intercetta e si confezionano fascicoli contro l'opposizione, avviene che importanti giornalisti Rai, che nel governo hanno un riferimento costante, chiedano l'avvio di azioni disciplinari contro altri giornalisti colpevoli di non apprezzare il loro modo di fare servizio pubblico. Dei procedimenti avviati dall'Ordine dei giornalisti contro Furio Colombo e Natalia Lombardo, su richiesta di Bruno Vespa e di Clemente Mimun potete leggere su queste pagine. Ciò che sorprende non è la richiesta di sanzioni contro il nostro giornale, a cui possiamo dire di essere abituati e che neppure adesso ci spaventano per la loro palese infondatezza e strumentalità. Sbalorditivo è invece che in questa razza di paese mentre, nel silenzio generale è in atto un attività illegale, e forse anche criminale finalizzata a distruggere l'opposizione, gli unici di cui si chiede l'incriminazione affinchè nei loro confronti si proceda con castighi esemplari sono due giornalisti dell'Unità.


Unipol: due piste per le talpe
Carlo Bonini su
la Repubblica

La messa in mora del senatore diessino e componente del Comitato di controllo sui servizi segreti Massimo Brutti di imprecisati "pubblici ufficiali", di "settori degli apparati" responsabili "di un´attività para-investigativa" che avrebbe alimentato e starebbe alimentando la campagna del Presidente del Consiglio sul caso Unipol-Bnl esplicita una denuncia generica ("Preoccupazioni di carattere generale", chiosa la Margherita), propone una domanda precisa. Quali "pubblici ufficiali", quali "apparati"? Il senatore Brutti non elabora oltre. La risposta, dunque, va cercata altrove. In quel che è accaduto tra Milano e Roma nelle ultime due settimane di luglio del 2005 e nei mesi successivi. Nell´identificazione di chi ("singolo pubblico ufficiale" o "apparato"), in quelle due settimane di luglio, ha la disponibilità della conversazione telefonica intercettata tra il segretario dei Ds Piero Fassino e l´allora numero uno di Unipol Giovanni Consorte
La sottrae alla conoscenza della Procura di Milano. La consegna nei primi giorni dell´anno al Giornale, quotidiano della famiglia Berlusconi, che ne pubblica la trascrizione il 2 gennaio scorso.
I primi accertamenti dell´inchiesta aperta dalla Procura di Milano, affidata al pubblico ministero Stefano Civardi, e quella degli ispettori del ministero di Giustizia, aiutano a definire un primo provvisorio perimetro della ricerca. Ad illuminare almeno due network informativi - la Guardia di Finanza e quella struttura para-investigativa di Telecom nota come "Super Amanda" - che, nel luglio 2005, hanno potenzialmente accesso a quella telefonata, come ad altre della cui esistenza si conosce (si tratta di colloqui tra lo stesso Consorte e Massimo D´Alema) e di cui, da settimane, si ipotizza un´incontrollata quanto clandestina circolazione. Due network di natura profondamente diversa, ma con un tratto comune: un rapporto con la nostra intelligence politico-militare, il Sismi. In un caso istituzionale e operativo (Guardia di Finanza). Nell´altro (Super Amanda), "informale".
I fatti.
I colloqui telefonici intercettati sulle utenze di Consorte - per quel che riferiscono fonti della Procura di Milano - - sono 1.942. Autorizzati nel giugno 2005 dal gip Clementina Forleo, gli ascolti vengono disposti dalla Procura della Repubblica di Milano attraverso il sistema informatico cosiddetto di "remotizzazione". Il traffico in entrata e uscita sui telefoni di Giovanni Consorte (come del resto su quello degli altri indagati nell´inchiesta madre sulla Popolare di Gianpiero Fiorani) viene immagazzinato da un server nei locali del Palazzo di Giustizia e dirottato in automatico ai terminali di due centri di ascolto - nei locali dell´Umanitaria (alle spalle del tribunale), nella caserma della Guardia di Finanza di via Fabio Filzi - dove le telefonate vengono materialmente sbobinate e, se ritenute rilevanti, sintetizzate in un brogliaccio.
Il 18 luglio 2005, la telefonata con Fassino è nello stesso fiume elettronico che giornalmente collega il server della Procura ai centri di ascolto. E´ un colloquio irrilevante ai fini investigativi (non contiene notizie di reato). E´ soprattutto inutilizzabile a meno di esplicita richiesta alle Camere (Fassino è un parlamentare). Chi lo ascolta non dovrebbe, né potrebbe far altro che annotarne semplicemente l´esistenza. Evidentemente, accade tutt´altro.
Che cosa?
E´ un fatto certo che, quando il 2 gennaio il "Giornale" pubblica la trascrizione del colloquio, la Procura di Milano ne ignora non solo il contenuto, ma persino l´esistenza. E la conferma è nella circostanza che il cd-rom su cui è inciso l´originale della conversazione viene ritrovato agli atti del procedimento intatto, con i sigilli che portano la data del 2 agosto, giorno in cui la telefonata, formalmente, cessa di essere nella disponibilità della Guardia di Finanza per entrare in quella della magistratura.
L´infedele, dunque, non porta la toga e il responsabile va cercato fuori dal palazzo di giustizia.
Il 5 gennaio, il presidente emerito Francesco Cossiga, in un´interrogazione, spende il nome del maggiore Antonio Martino, ufficiale della Guardia di Finanza distaccato alla sezione della polizia giudiziaria e delegato all´indagine Fiorani-Consorte. Il maggiore gode di eccellente reputazione, ma questa non sembra proteggerlo dal sospetto di essere la "talpa". Chi meglio di lui? Ha la delega per le indagini, ha rapporti con la stampa. Soprattutto, guida il centro di ascolto dell´Umanitaria. Raccontano che il maggiore viva giorni difficili, ma, nel guaio in cui viene precipitato, ha una fortuna. La telefonata Consorte-Fassino - accerta la Procura - non è stata "remotizzata" e dunque ascoltata nel centro dell´Umanitaria, ma in una postazione della caserma di via Fabio Filzi. Martino non poteva abusivamente trascrivere il colloquio, né consegnarlo alla stampa per il semplice motivo che né lui, né i suoi uomini della sezione di polizia giudiziaria, ne hanno avuto materialmente la disponibilità.
Dunque, cancellare Martino e la sua sezione di polizia giudiziaria. Dimenticare il centro di ascolto dell´Umanitaria e concentrarsi su via Filzi.
Nella caserma di via Fabio Filzi, alle intercettazioni lavorano gli uomini del nucleo provinciale e del nucleo tributario della guardia di Finanza di Milano, nonché personale arrivato di rinforzo dal nucleo di polizia valutaria di Roma. Quanti finanzieri mettano materialmente mano alle telefonate di Consorte non è dato sapere, al momento. Ma non dovrebbe essere difficile per la Procura accertarlo (gli accessi ai terminali di ascolto sono documentabili). Con una variabile, che rende la ricerca più complessa. Dell´originale delle telefonate intercettate è prassi fare "copie di lavoro". Nel caso dei colloqui di Consorte (dato anche il numero) ne sarebbero state fatte diverse. "Almeno una decina", riferisce una fonte della Procura. Sapere in quali e quante mani sono finite quelle copie, e chi ne ha potuto estrarre anche parzialmente il contenuto (è sufficiente una "pen drive", una chiavetta su cui registrare singoli "file" sonori) non sarà semplice. Forse anche per la scelta della Procura di affidare l´indagine sulla fuga di notizie alla stessa Guardia di Finanza, mettendola nella condizione di indagare su se stessa.
Racconta una qualificata fonte della Finanza che al Comando Generale "l´umore è pessimo". "C´è una sensazione di accerchiamento", dice. E il motivo, evidentemente, non è solo nella ricerca su quel che è accaduto ai terminali di ascolto di via Filzi. L´indagine della Procura di Milano sulla fuga di notizie fibrilla l´apparato e sta cominciando a far frullare i nomi di ufficiali a cinque stelle. Almeno due. Il "fresco" capo di stato maggiore, generale Emilio Spaziante e il comandante del secondo reparto, conosciuto come "Ufficio I", il generale di brigata Walter Cretella Lombardo.
Il generale Spaziante è stato fino al 13 luglio scorso (cinque giorni prima dell´intercettazione) comandante regionale della Lombardia. Ma, quel che più conta, si è lasciato alle spalle a Milano una disavventura. Nel novembre 2004, lo stesso cronista de "il Giornale" che pubblica l´intercettazione Consorte-Fassino (Gianluigi Nuzzi) viene indagato per una fuga di notizie sull´indagine sui bilanci Impregilo. Ebbene, l´inchiesta accerta che la sera in cui la notizia viene raccolta e affidata a una "ribattuta" notturna del "Giornale", il cronista incontra il generale Spaziante. E´ evidentemente nulla più che una coincidenza. Una suggestione che per altro non ha avuto alcun esito penale, dal momento che un testimone (il giudice Otello Lupacchini) presente all´incontro notturno tra il generale e il cronista ha escluso che "nel breve incontro" si sia discusso di inchieste.
Spaziante aveva rapporti antichi con il cronista del Giornale. Spaziante ha comandato la Regione Lombardia fino a luglio. Il fatto non prova nulla, ma nel clima di questi giorni è sufficiente a sollevare domande. Come un´altra circostanza. Le informazioni "sensibili" raccolte localmente dalla Guardia di Finanza vengono, per "prassi", trasmesse al vertice dei comandi regionali e provinciali, da questi valutate ed eventualmente condivise, formalmente o informalmente, con il reparto "I" che, a Roma, è coordinato dal generale di brigata Walter Cretella. Domanda: la telefonata Consorte-Fassino, sebbene processualmente irrilevante, è stata condivisa con il reparto I?
Al Comando generale, oggi, non si trovano risposte. Se non un´ulteriore indicazione. "Ammesso e non concesso che il reparto del generale Cretella abbia avuto conoscenza di quella telefonata – osserva una qualificata fonte – tutte le informazioni sensibili normalmente raccolte da quell´ufficio vengono condivise con Sisde, Cesis e Sismi. Senza contare, che il generale Cretella ha un antico rapporto con il direttore del Sismi, Pollari, di cui è stato stimato ufficiale quando il generale era in Finanza".

All´attenzione dell´indagine sulla fuga di notizie della Procura di Milano c´è un secondo network informativo para-investigativo che non porta l´uniforme della Finanza e si chiama "Super Amanda". Una struttura di intercettazione occulta quanto informale sviluppata all´interno di Telecom, garantita da rapporti personali e diretti con funzionari di primo piano del Sismi. Potenzialmente capace di aver accesso diretto e incontrollato anche alle intercettazioni dell´estate 2005. Svelata un anno fa dall´Espresso, Super Amanda è oggetto da tempo di un´inchiesta protetta da gran segreto dello stesso pubblico ministero, Stefano Civardi, incaricato di trovare la talpa Consorte-Fassino. Una coincidenza che tale non sembra essere.


Bush contro Google: è guerra per la privacy
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

WASHINGTON. Sembra un filmaccio di animazione ad effetti speciali, il Godzilla del governo americano contro il King Kong dei motori di ricerca, Bush contro Google, per sapere tutto di noi. E dal finale potranno dipendere la libertà, la privacy e lo sviluppo di Internet, minacciata dai criminali che la inquinano dal basso e ora dai governi che vorrebbero ingabbiarla dall´alto.
Non sazio di intercettazioni telefoniche non autorizzate, di detenzioni e torture contro spesso immaginari "sospetti terroristi", di leggi cosiddette "patriottiche" che avevano preteso di sorvegliare anche i libri presi a prestito dalle biblioteche pubbliche, il colosso di Washington ora porta in tribunale il gorilla di Internet, Google per costringerlo ad aprire le casseforti e rivelare chi e che cosa e quando cerchino coloro che la utilizzano. Nel nome sacrosanto della lotta ai pedofili che brulicano nel web, è ovvio a tutti che dalla porta scardinata della privacy, poi qualsiasi indagine e sorveglianza potrà passare, spinta da un´amministrazione onnivora il cui motto, ufficialmente proclamato, è: "Se il Presidente lo ordina, non è illegale".
Il fatto che navigare su Internet attraverso qualsiasi motore di ricerca, si tratti della regina Google con i suoi quasi due miliardi di contatti alla settimana o delle concorrenti Yahoo, Msn, Aol, Safari e altre non garantisca alcun anonimato ai naviganti, è risaputo. Lo dimostra la quotidiana infezioni di virus, di spyware, dei programmi che spiano le ricerche e poi impestano i computer con offerte di prodotti e sconti e porcherie assortite, che neppure filtri e altre protezioni riescono davvero a bloccare. Non c´è maschio che non sia stato sommerso di offerte speciali di prodotti per irrobustire la virilità, non c´è donna che non sia stata tormentata da mirabolanti promesse di rassodare questo o ridurre quello. Si naviga, si ricerca, si corrisponde per posta elettronica a proprio rischio e pericolo, malgrado i patetici nicknames, gli pseudonimi dietro i quali molti tentano di nascondersi. Ma quello che ora Google respinge nel duello legale con la Casa Bianca e il suo braccio giudiziario è la richiesta di farsi, essa stessa, delatrice. Di diventare un braccio spionistico del potere politico.
Non è una novità né un segreto, che i fornitori di collegamenti online e i gestori dei motori di ricerca collaborino e abbiano giustamente collaborato con le autorità di polizia e di sicurezza in molte indagini di natura più diversa, dalla battaglia contro i pirati della musica ai duelli contro hackers seminatori di virus, cyberterroristi, predatori e pedofili. Varie condanne sono state emesse dai tribunali, in ogni nazione, basandosi su prove ed elementi acquisiti investigando dentro il Web. Ciò che è inedito, e preoccupante per il nuovo universo globale della comunicazione, è questa pressione legale per compiere quello che nel gergo legale americano si chiama una fishing expedition, una pesca indiscriminata dove si getta una rete più ampia possibile nella speranza di acchiappare qualche pesce buono, fra i tanti inutili.
La rete che il Godzilla di Washington vorrebbe stendere coprirebbe, secondo la richieste degli avvocati del Ministero della Giustizia, gli ultimi sette giorni di attività attraverso Google nella presunzione di trovare, tra le più innocenti queries, ricerche di informazioni, di indirizzi, di commerci, anche i pesci piraña della pedofilia. Non si cerca soltanto di catturare i pedofili, spiegano gli avvocati del colosso prepotente, ma di dimostrare, setacciando i miliardi e miliardi di bytes chiesti a Google, quanto sia facile cadere in siti porno senza volerlo, soltanto sbagliando l´ortografia di un nome o il suffisso del sito ricercato. Attorno all´indirizzo della Casa Bianca, www. whitehouse. gov, uno dei più ricercati, sono sbocciati siti osceni che acciuffano coloro che sbaglino a scrivere il nome correttamente.
Ma i legali di Google obbiettano che consegnare di peso tutti gli archivi delle ricerche, apre la porta a infinite altre vie generiche d´indagine: che accadrebbe infatti se, nel frugare il fondo dell´oceano, il Ministero della Giustizia, inciampasse in sospetti di altri reati? Potrebbe forse ignorarli, soltanto perché esulano dal pretesto iniziale della caccia al pedofilo? Verrebbe insomma danneggiata la società - dicono gli avvocati - da pochi mesi quotata trionfalmente in Borsa dopo lo scetticismo iniziale, perché sarebbe minata la fiducia dei propri "utenti e clienti" che la userebbero sapendo che il governo li osserva. Timori che sembrano confermati dal crollo registrato ieri dal titolo proprio in conseguenza della controversia: meno 8,5%, il maggior ribasso da quando Google è stato collocata sul mercato.
"E´ una richiesta bizzarra, questa fatta dal governo americano", ha detto alla Bbc Danny Sullivan il fondatore di una società che sorveglia proprio le ricerche in Internet "perché è troppo generica e probabilmente nasconde il desiderio di mettere sotto stretto controllo tutta l´attività dei motori di ricerca, e qualcuno deve alzarsi e opporsi a questa invadenza".



  21 gennaio 2006