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a cura di G.C. - 20 gennaio 2006


Controsensi a sinistra
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera

I sondaggi dicono che la sinistra dovrebbe vincere (nonostante tutto) le prossime elezioni. Ma è la sinistra a dire, e a dirsi, che a forza di litigare rischia il suicidio, e cioè di perderle. Ma allora perché litiga? Il comune elettore non lo capisce. Probabilmente arriva a capire che i partiti vorrebbero sopravvivere, mentre Prodi li vorrebbe distruggere e rifondere in un solo aggregato, il Partito democratico, e pertanto capisce che il litigio è inevitabile. Ma perché non può essere rinviato? Mica di tantissimo; soltanto di qualche mese. Perché no? La domanda va girata a Prodi. Ds, Margherita, e via giù per li rami, vorrebbero un rinvio. Ma Prodi li incalza: per il suo rafforzamento, il momento è ora. Il ferro va battuto quando è caldo. Quindi Prodi lo capisco. Ma non capisco la sua strategia e molte delle sue pretese. Perché spesso sta chiedendo cose sbagliate o inutili, oppure utili solo per lui.

Prodi si era preparato per una elezione maggioritaria e cioè regolata dal Mattarellum. Berlusconi lo ha spiazzato inventando un sistema elettorale proporzionale che io ho battezzato proporzionellum per sottolinearne l'orrendezza. La realtà resta che Prodi dovrà combattere una battaglia elettorale proporzionale. Ma Prodi è tutto di un pezzo. Se il sistema elettorale cambia, lui no, lui non cambia. E quindi la sua pretesa è che l'Unione proceda unita, e anzi sempre più unitaria, sfidando le convenienze e le regole del proporzionalismo. A me sembra una sfida stupida. Il Polo va alle elezioni con tre punte, il che vuol dire che offre al suo elettorato la scelta fra tre partiti (Fi, An, Udc). Invece Prodi vorrebbe un monolito impersonato e imperniato su di lui. È una strategia rischiosissima. Sarebbe molto meno rischioso, secondo me più intelligente, combattere il Polo con la sua stessa moneta, e cioè offrendo una analoga libertà di scelta all'elettorato di sinistra.


Il che equivale a dire che al Nostro sfugge che il proporzionellum gli consentirebbe di evitare la trappola (per lui) di un massiccio programma unitario destinato a scontentare tutti. Come gli è stato suggerito su queste colonne da Angelo Panebianco, la cosa che conta è l'indicazione di quattro o cinque cose concrete. Sì, ma Prodi ascolta solo il fido Artullo (Parisi).
Fin qui ho dato torto a Prodi. Ma anche Fassino e Rutelli hanno i loro torti.
Quando Prodi li ha minacciati di presentare una sua lista, gli avrebbero dovuto rispondere: accomodati. Non si può difendere la propria identità e poi negarla ad altri. Nei sondaggi una lista Prodi è accreditata di un 5 per cento. Se lo ha, se lo prenda. Se ha di più, vuol dire che se lo merita. Perché, signori, il 9 aprile voteremo con un sistema proporzionale nel quale il voto a Prodi non modificherebbe il totale dal quale dipende la vittoria.

Rimprovero anche a Fassino e Rutelli di giocare troppo in difesa. Alla richiesta sopraggiunta di Prodi dell'altro giorno di andare uniti in entrambe le Camere, avrebbero potuto e dovuto rispondere, secondo me, che invece conveniva uniformare le due strategie, e quindi che conveniva affrontare le elezioni a tre (quattro?) punte anche alla Camera.

Perché è vero, temo, che il comune elettore sia disorientato, molto disorientato, dallo "stare insieme" della sinistra per Montecitorio e invece "andare disunita" per il Senato.

E vengo al punto di fondo: il progetto prodiano di rifondere tutta la sinistra (o comunque il grosso del centrosinistra, Bertinotti escluso) in un unico partito, per ora denominato Partito democratico. Avendo sempre sostenuto che la ingovernabilità dipende, in primo luogo, dalla frammentazione partitica, non sarò certo io a contrastarlo in questo obiettivo. Ma lo devo contraddire nei mezzi per conseguirlo. Da quando il mondo è mondo, o meglio da quando esistono le democrazie, i partiti non sono mai stati uccisi dalle chiacchiere e dagli appelli, anche se fondatissimi, ma soltanto dal sistema elettorale e dagli elettori (che non li votano). Prodi non ha mai dato mostra di averlo capito. Tanto è vero che nell'opporsi al proporzionellum ha promesso il ripristino del Mattarellum. Dalla padella alla brace e ritorno. Così la sua diventa una battaglia persa in partenza.

Il punto è, allora, che i partiti non sono fatti da soldatini di piombo che Prodi possa liquefare mettendoli in un forno. I partiti sono piccole armate di centinaia di migliaia di persone che vivono di politica e per la politica, che servono a mobilitare il voto, e che non si faranno certo sbaraccare da una faccia feroce che glielo ordina. Ciò detto a futura memoria, al momento la sinistra deve giocare i due mesi e mezzo che restano prima delle elezioni a palle ferme, senza nuovi assalti di Prodi e rinviando i problemi pendenti. L'elettorato non li vuole e non li capisce. Ha ragione.


Rutelli: la vera riforma è il partito democratico
Massimo Giannini su
la Repubblica

ROMA - "La crisi del berlusconismo è nei fatti. Si vede. E si sente". Nel suo ufficio in Via Sant´Andrea delle Fratte, Francesco Rutelli guarda la registrazione con le ultime, alluvionali performance televisive del Cavaliere, in vista del faccia a faccia di questa sera a Matrix. "È una sfida che aspetto da 5 anni, spero di non essere troppo in tensione...", dice il leader della Margherita.
Finalmente ci siamo. Ma lei è proprio sicuro che Berlusconi sia al capolinea?
"So che la partita non è chiusa e vedo una campagna elettorale durissima, nella quale il premier inocula veleni di ogni tipo. Ma vedo la sfiducia della gente. Vedo una delusione crescente, e secondo me non recuperabile, verso questo centrodestra. E la vedo soprattutto nei ceti popolari, che in questi 5 anni hanno pagato il prezzo più alto alle politiche dissennate della Cdl".
Il Cavaliere sostiene il contrario. E anzi dice che se vincete voi in Italia avremo una "democrazia malata".
"E cosa deve dire? Non ha ottenuto un briciolo di risultati positivi per il Paese. Stasera gli ricorderò le tre domande che avrei voluto fargli nel confronto mancato nel 2001. La prima era: come governerete l´Italia insieme a un partito come la Lega? Oggi la risposta è nelle cose: Bossi è stato l´azionista chiave di questa maggioranza, e i danni sono sotto gli occhi di tutti, a partire dallo stravolgimento della Costituzione. La seconda era: come manterrete le vostre promesse elettorali impossibili? Anche in questo caso, la risposta è arrivata, cruda e ineccepibile. La terza domanda era: come gestirete i problemi del Paese, con l´enorme fardello del conflitto di interessi? E anche qui, dalle leggi ad personam fino ai decoder e al Tfr, le risposte sono arrivate: ottime per il premier, pessime per gli italiani".
Cosa le dice che il 9 aprile non possa rivincere? Non le pare che l´offensiva sul caso Unipol possa far breccia tra gli elettori indecisi?
"Guardi, questa campagna si commenta da sé. Fa spettacolo, forse, ma non dà risultati. Né sul piano politico, né dal punto di vista dei sondaggi. La verità è che Berlusconi pesta l´acqua nel mortaio. Lo ha smentito persino il suo amico e socio Tarak Ben Ammar! Il premier ha detto il falso in pubblico, parlando di "pressioni" che invece, per ammissione delle sue stesse fonti, non ci sono state".

L´obiettivo di Berlusconi sono soprattutto i Ds. E nella Quercia c´è chi ha lamentato la scarsa "solidarietà" degli alleati. Lei che ne dice?
"Da parte mia, e da parte di noi tutti, c´è una solidarietà assoluta, limpida e leale. È una solidarietà politica, ma è anche personale nei confronti di Fassino, D´Alema e di tutti i dirigenti Ds. Dal primo minuto, e senza una sola ombra di dubbio".
Però lei continua anche a incalzare sul tema del collateralismo. Ha anche parlato del pericolo di una "finanza rossa".
"Chiariamo bene questo punto. Come ripeto, la solidarietà verso i Ds è sincera ed è stata ben visibile da parte di tutti i dirigenti della Margherita. Ma la vicenda Unipol qualcosa dovrà pure insegnarci, no? Il primo insegnamento riguarda i rapporti tra economia e politica. Io ho detto, e confermo, che abbiamo alle spalle lunghi decenni nei quali le grandi operazioni finanziarie si "leggevano" nella chiave della competizione tra la finanza laica e quella cattolica. La stessa cosa che ieri ha detto Prodi, riferendosi anche alla "finanza massonica". Bene, io dico che è maturo il tempo in cui tutto questo finisca. E dico che nessun uomo politico, nella stagione che si apre, debba puntare ad avere un´influenza su un settore dell´economia o della finanza".
E questo è successo, secondo lei?
"Anche di recente. È successo nel centrodestra, dove la Lega ha provato a farsi la sua "banchetta", la Credieuronord, e si è visto com´è andata a finire. E poi succede ovviamente con Berlusconi, che ha una sua importante banca che si chiama Mediolanum, anche se è solo una piccola parte del suo impero economico".
Ed è successo anche con Consorte, evidentemente...
"Io mi limito a citare quello che lo stesso Consorte ha scritto nella sua lettera, il giorno delle dimissioni dall´Unipol, quando ha rivendicato di esser stato "un banchiere che si è messo al servizio delle organizzazioni economiche della sinistra" e che "ha contribuito a salvaguardare una rappresentanza politica insostituibile". Bene, questo modo di intendere il rapporto tra affari e politica a me sembra insostenibile. Per questo dico: mai più commistioni, voltiamo pagina una volta per tutte. E poi, nello specifico, c´è un altro aspetto che va sottolineato: Consorte ha lucrato un "compensi" finora documentati per 50 milioni di euro. Io, che pure ho un livello di reddito soddisfacente, forse potrei mettere insieme una cifra del genere in 400 anni di lavoro. Ma pensiamo all´effetto che fa una somma del genere sulle persone con un basso reddito. Pensiamo ai metalmeccanici, che ieri hanno meritoriamente firmato un contratto che prevede un aumento mensile di 100 euro! Capisce la sproporzione? E capisce perché dico che si deve voltare pagina?".
I maligni sostengono che lei abbia questa posizione perché in Bnl sosteneva la cordata di Abete e Della Valle.
"I maligni sostengono una sciocchezza. Io, in tutta la partita delle Opa bancarie, e con qualche anticipo, ho criticato Fazio, perché organizzava scalate invece di fare l´arbitro; la Bpl di Fiorani, perché si è rivelato un istituto dalla gestione marcia; l´offerta Unipol, perché mirava al controllo di una banca 4 volte più grande: e infine gli immobiliaristi, perché si sono lanciati all´assalto di Rcs senza un progetto industriale e con fondi dalla provenienza poco chiara. Questa è stata la mia battaglia, condotta in modo aperto e trasparente. Anche a me sta a cuore l´italianità nel nostro sistema economico e produttivo. Ma nella gestione delle banche, io credo che la principale cosa che conti sia l´efficienza per la clientela, e il miglior servizio al costo più conveniente. Se questo, nella Bnl o dappertutto, lo garantiscono i baschi, gli olandesi, cordate italiane o chiunque altro, non mi interessa affatto. Vinca il migliore".
Ma come fate a battere Berlusconi, se Bertinotti ha già bollato le prime proposte sul programma come "irricevibili"?
"Io non vedo tutte queste divisioni. Anche Bertinotti si sta dimostrando responsabile.

Con un programma di 278 pagine, il rischio è che non si capisca proprio niente.
"La sintesi è quasi pronta e la approveremo l´11 febbraio. Ma dovremo agire subito su alcuni fronti nevralgici. La ricerca, che coinvolga pubblico e privato su pochi settori strategici, dalle biotecnologie all´avionica. Il lavoro, per ridurre subito la pressione fiscale e contributiva. Il taglio della burocrazia, con una terapia d´urto di semplificazione. Le liberalizzazioni, pensate per favorire il vero "sovrano" del mercato, cioè il consumatore. E poi i costi della vita pubblica, con tagli drastici negli enti di nomina politica, a livello centrale e locale: ci sono sprechi e lottizzazioni, che vanno eliminati. Anche di scelte come queste dovrà essere fatta la ricostruzione della fiducia degli italiani, dopo il governo della destra".
Eppure, sul partito democratico avete rischiato di rompere dopo l´ultimatum di Prodi. Come lo spiega?
"Prodi ha avuto un´investitura politica larga e condivisa, da parte nostra e da parte degli elettori delle primarie. Può stare tranquillo, perché il gioco di squadra c´è e ci sarà. Ha ottenuto un risultato molto importante: oltre alla prospettiva di governo, che c´è nei fatti e passa attraverso la nostra alleanza elettorale, adesso ha le condizioni per quella che gli mancò nel 1996, e cioè la prospettiva politica".
E quale sarebbe, questa prospettiva politica?
"È il partito democratico. Che si costruirà senza strappi, ma con i passi giusti e misurati, fin dall´inizio della prossima legislatura. Questa sarà una vera, grande riforma in più, che potremo offrire agli italiani. E come dice Fassino, potrà avere come simbolo l´Ulivo".



Scioglimento Camere, governo verso il rinvio
Marco Galluzzo sul
Corriere della Sera
ROMA. Lo scioglimento delle Camere potrebbe slittare di qualche giorno: una settimana, forse due. Se n'è discusso ieri mattina in Consiglio dei ministri, ha sollevato la questione il ministro delle Riforme, Roberto Calderoli, tutti i presenti si sono detti d'accordo. La prerogativa dello scioglimento spetta al Capo dello Stato, sentiti i presidenti del Parlamento e il governo. Nelle prossime ore il ministro dell'Interno, Beppe Pisanu, affronterà l'argomento direttamente con Ciampi. L'argomento è molto tecnico, influenzato dall'entrata in vigore della nuova legge elettorale. E allo stesso tempo molto politico: lo scioglimento potrebbe scattare lo stesso giorno dell'indizione dei comizi elettorali (decisione che spetta al governo), e da questo secondo provvedimento dipende l'efficacia della normativa sulla par condicio e le restrizioni sulle presenze in tv dei politici. Ieri mattina, compreso Berlusconi, intervenuti sia Fini che Giovanardi che Pisanu, tutti hanno argomentato l'ipotesi con l'esigenza di concedere qualche giorno in più di lavoro alle Camere, per rendere più agevole l'approvazione degli ultimi provvedimenti parlamentari. Secondo quanto sinora concordato con il Colle si voterà il 9 aprile (e la data non dovrebbe subìre cambiamenti), mentre le Camere dovrebbero essere sciolte (in modo anticipato) il 29 gennaio, esattamente fra 10 giorni. Lo stesso giorno, almeno questo auspicio nel governo si attribuisce a Ciampi, dovrebbero essere indetti i comizi elettorali e dunque scattare la par condicio. Dalle parole di chi racconta e dall'ipotesi che le due decisioni possano essere non contestuali si intravede il possibile scontro sotterraneo con Ciampi. Occorrerà vedere cosa Ciampi risponderà: attualmente il 29 gennaio è una data che viene data per "scontata" al Quirinale; difficilmente — si rileva nell'entourage del Presidente della Camera — il Presidente della Repubblica acconsentirà a modifiche di calendario.

Il tema della par condicio ha tenuto banco anche ieri. Il premier ha replicato alle critiche ricevute dopo il richiamo di Ciampi alle regole del pluralismo televisivo: "Non credo, non vedo come possa essere rivolto a me", ha risposto Berlusconi a chi gli chiedeva se fosse lui il destinatario del messaggio: "Ho partecipato di meno alle trasmissioni televisive rispetto ai leader della sinistra. Per esempio questa mattina dovevo andare da Costanzo, ma non ho fatto in tempo e sono comunque 5 anni che non vado da lui". Ieri è stata anche la giornata della polemica sui bebè. Berlusconi manderà una lettera a 600 mila bambini nati nel 2005: poche righe affettuose, ma anche istituzionali e soprattutto a futura memoria, visto che i destinatari potranno leggerle solo fra qualche anno. Nelle lettera, che le Poste italiane spediranno nei prossimi giorni, si annuncia l'arrivo dei 1000 euro del bonus deciso nella finanziaria. L'annuncio è stato bersagliato dalle critiche dell'opposizione: da Livia Turco a Rosy Bindi la lettera viene equiparata a uno spot elettorale. Ma per lo stesso Berlusconi le critiche sono pretestuose: "È un atto che fa seguito ad una iniziativa del governo, sono polemiche assurde". Ieri il premier è intervenuto su Raiuno, intervistato dal direttore Clemente Mimun. Ha detto che non ci attende "un semplice confronto elettorale, ma lo scontro decisivo tra due opposte visioni del mondo". Scontro che ritiene di poter vincere "con un margine importante".


Metalmeccanici, raggiunto l'accordo: aumento di 100 euro
Redazione de
la Repubblica

ROMA - Accordo raggiunto tra Federmeccanica e sindacati per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici. C'è l'intesa infatti anche sull'aumento salariale, che è stato fissato a 100 euro mensili (al quinto livello, riparametrati per gli altri livelli). Il nuovo contratto varrà fino al 30 giugno 2007, con un allungamento di 6 mesi rispetto alla naturale scadenza di fine 2006.

Il segretario della Uilm, Antonino Regazzi, ha spiegato che si è inoltre concordata una 'una tantum' di 320 euro, e una erogazione di 130 euro per i lavoratori senza secondo livello di contrattazione e ai minimi salariali.

L'accordo sul contratto dei metalmeccanici raggiunto stamattina sarà poi valutato dall'assemblea dei 500 di Fim, Fiom e Uilm convocata domani a Roma. i sindacati inizieranno poi le assemblee informative nei posti di lavoro per poi sottoporre l'intesa, come spiega Regazzi, al referendum per metà febbraio.
Il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo ha accolto con soddisfazione la notizia. "Credo che quando si fa un accordo è sempre positivo", ha detto a margine di un convegno alla Luiss. Secondo Montezemolo la chiusura di un contratto è positiva "a maggior ragione in un momento così travagliato del Paese". L'intesa, ha aggiunto, "deve tener conto degli aspetti economici e delle compatibilità rispetto alle situazioni del mercato. Di questo parlerà oggi il presidente di Federmeccanica Calearo".

Grande soddisfazione è espressa anche da parte sindacale: "E' stato un accordo molto difficile e sofferto ma, alla fine, portiamo a casa un buon contratto", ha commentato il leader della Fim, Giorgio Caprioli. Il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani ha sottolineato l'importanza dell'"l'unità dei sindacati e dei lavoratori", che, ha detto, "è stata determinante" . "E questo - ha aggiunto - può influire positivamente sul rafforzamento dell'unità fra Cgil, Cisl e Uil". Mentre il segretario generale della Uil Luigi Angeletti ha colto l'occasione per rivolgere un monito alla controparte: "Speriamo ora che Federmeccanica e Confindustria abbiamo appreso la lezione. 100 euro erano 'compatibili' anche sei mesi fa: perchè divenissero 'compatibili' ci volevano 40 ore di sciopero? Chissà se in futuro ci faranno vedere un altro film".

L'ultimo round del negoziato era iniziato ieri nel pomeriggio e, dopo un'intesa di massima sulla parte normativa (in particolare su mercato del lavoro, flessibilità e apprendistato) si era bloccato nella nottata sulla parte salariale.
Infatti i sindacati Fiom, Fim e Uilm non intendevano scendere al di sotto della cifra 'soglia' dei 100 euro per l'aumento salariale. Mentre Federmeccanica, l'associazione imprenditoriale che fa capo a Confindustria, che partiva dai 94,5 euro della precedente proposta, si era fermata a 99,5 euro.
Si chiude così una vertenza durata mesi: il contratto collettivo di lavoro dei metalmeccanici è scaduto infatti a fine 2004. E, nelle ultime settimane, le manifestazioni di protesta dei lavoratori erano spesso sfociate in blocchi stradali, creando notevoli disagi.


Quando si sta uniti
Bruno Ugolini su
l'Unità

Qualcuno potrebbe dire che è stata una bella partita, fino all'ultimo respiro, se non fosse per quello che hanno patito, operai e imprese. I primi con i sacrifici di un impegno sempre più esteso, nel manifestare senza gioia durante le gelide mattinate e nel contare quanto ci si perdeva per le trattenute in busta paga. Le seconde per i danni alla produzione, per le commesse rimaste in sospeso, per il clima di conflittualità che non giova alle prospettive di lavoro. C'è qualcosa su cui riflettere, quando veniamo a sapere che nel cuore di una notte infinita di trattative i rappresentanti della Federmeccanica si ostinavano in un braccio di ferro attorno alla cifra di 99 euro.
Ovverosia attorno ad un solo euro. Non volevano arrivare ai 100 e lasciavano passare le ore. È un particolare che troviamo inquietante e che fa tornare alla memoria un antico dibattito svoltosi negli anni Sessanta.
Quando Bruno Trentin studiava le tendenze del neocapitalismo e Giorgio Amendola parlava di “capitalismo straccione”. Ed oggi a che punto siamo? Oggi che, passati i Costa, gli Agnelli, i Falck, i Pirelli, siamo alle prese con i Montezemolo, con i Calearo, con i vari Ricucci e Gnutti? Sarebbe interessante fare il punto e magari approdare alle conclusioni che siamo proprio (spesso) al “capitalismo straccione”, non in termini di denaro posseduto, ma in termine di progetti, di capacità di competere nel mondo globale, basando le proprie sorti non sull'Euro da risparmiare ma sulla capacità di innovare, anche nei rapporti con i propri possibili collaboratori, gli uomini e le donne con le tute blu. Fatto sta che quella quota impossibile, i cento fatidici Euro, è stata sorpassata. E non è certo una cifra straordinaria, con i tempi che corrono. Ed ora si apre la grande disputa sul famoso “nuovo modello contrattuale”. È una discussione aperta da tempo ed è possibile che l'ormai vicino Congresso della Cgil contribuisca alla definizione di una proposta. Chi scrive è però poco convinto che la definizione del nuovo modello rappresenti una specie di Bacchetta Magica.
Nel senso che non crede che la causa di quei tredici mesi di attesa da parte dei metalmeccanici stia nell'assenza di un “modello”. E che se invece tale modello ci fosse stato, le difficoltà si sarebbero facilmente sciolte, i 100 euro conquistati e si sarebbe facilmente mantenuto il ruolo di contrattazione degli organismi sindacali aziendali sulla flessibilità e sul tempo di lavoro, oppure si sarebbe sciolto il dilemma della contrattazione assente nelle piccole imprese. Insomma la convinzione è che nel lungo scontro di questi tredici mesi siamo stati di fronte a opzioni politico-sociali di sostanza, non procedurali. E che dividevano, come è apparso chiaro, nonostante le smentite, gli stessi industriali. Industriali che, del resto, sono anche divisi sulle prospettive. Una parte, ad esempio, non pare affatto disposta a favorire un'estensione della contrattazione territoriale capace di coinvolgere le imprese minori. Ed un'altra parte amerebbe magari smantellare il contratto nazionale. Come mediazione Montezemolo alla fine ha ufficialmente proposto alle Confederazioni solo di ritoccare l'intesa del 1993. L'unico elemento sul quale è possibile scorgere una qualche convergenza riguarda, semmai, le scadenze contrattali. Ora divise di due anni in due anni. Perché il biennio economico doveva sopperire, quasi automaticamente, all'assenza della scala mobile. È bene ricordare che c'è stato uno di questi primi bienni, rinnovato senza un'ora di sciopero. Ma poi le cose si sono accavallate e in questo 2005-2006 il salario, per volontà della Federmeccanica, è stato intrecciato ai problemi della flessibilità. Ora però i contenuti delle soluzioni trovate per i metalmeccanici, potrebbero rappresentare un contributo proprio per il futuro modello. E questo, ad esempio, con quella formula che decreta aumenti particolari per tutte le imprese dove non c'è stata la contrattazione aziendale. Una specie di contrattazione imposta dall'alto, a tavolino. Un escamotage che prende il posto di una possibile contrattazione territoriale e che, immaginiamo possa far inorridire chi, come il professor Pietro Ichino, continua a predicare “deroghe” al contratto nazionale, per favorire, in definitiva, diversità di contrattazione, incentivando la non eguale produttività. Col rischio, però, di determinare una giungla di trattamenti.



L'Operaio e la Macchina
Luciano Gallino su
la Repubblica

Se si guarda alla storia del lavoro, i metalmeccanici – le tute blu – non sono una categoria di operai tra le altre. Sono l´Operaio. L´operaio è anzitutto un corpo umano al quale si chiede, da oltre due secoli, di compiere su dei pezzi di metallo alcune operazioni, semplificate al punto da poter essere eventualmente affidate a una macchina. In seguito a ciò diventa possibile costruire una macchina che provvede a render superfluo l´operaio.
Prima dell´operaio - è il caso che riporta Adam Smith in La natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776) - uno spillo veniva fabbricato da un solo lavoratore, il quale stirava il filo d´acciaio, lo tagliava di misura, forgiava la testa dello spillo, appuntiva l´altra estremità, lucidava il tutto e lo incartava. Poi qualcuno scoprì che facendo svolgere ciascuna operazione da un singolo lavoratore la capacità di fabbricare spilli – quella che si sarebbe chiamata produttività – poteva aumentare di centinaia di volte. Con la divisione del lavoro applicata in modo spinto alla fabbricazione di spilli era nato il moderno metalmeccanico.
La macchina che fabbricava da sola gli spilli fu inventata davvero qualche tempo dopo, per cui gli operai del settore persero il lavoro. Successivamente un processo analogo si è ripetuto in molti altri campi. Non solo nella fabbricazione di parti metalliche, ma anche nel loro montaggio o assemblaggio per giungere a un prodotto finito. All´inizio del Novecento un ingegnere statunitense, Frederich W. Taylor, perfezionò la divisione del lavoro nelle officine introducendo un nuovo principio: pensare nuoce alla produttività. Chi usa le braccia per lavorare non deve pensare a quello che fa. Questo compito spetta soltanto alle direzioni d´officina. I loro uffici "tempi e metodi" sono centri di scienza organizzativa, incaricati di studiare come far muovere il corpo e le membra dell´operaio nel modo scientificamente più appropriato, allo scopo di ricavare da esse una maggior produttività.
Poco dopo la sua concezione teorica, la divisione del lavoro di tipo tayloristico, nel duplice senso di scomposizione d´un mestiere in operazioni elementari e ripetitive, e di drastica separazione tra ideazione ed esecuzione, veniva applicata su larga scala nelle officine Ford di Detroit sotto forma di catena di montaggio (1913). L´oggetto in fabbricazione – in questo caso un´auto, ma lo stesso sistema verrà presto adottato in ogni settore produttivo – scorre su un nastro meccanico davanti al lavoratore. Questo non deve far altro che compiere alcuni gesti elementari, purché si muova con la rapidità necessaria a non farsi scappare il pezzo che avanza sulla catena. Per vari aspetti i robot di oggi sono stati prefigurati allora. Le attuali braccia meccatroniche non compirebbero i movimenti sapienti che avvitano e verniciano, posizionano e montano pezzi complicati, se non fossero stati prima concepiti come movimenti delle braccia di operai addetti alle catene di montaggio.
Operai che però hanno anche una mente, la quale non ha mai gradito di venire consultata sul lavoro il meno possibile, perché così le manifatture prosperano di più, né di vedere il corpo che la ospita trasformato, insieme con quello dei compagni, in una parte di una grande macchina.

Ci hanno provato spesso, i metalmeccanici, a ridurre la disparità di condizioni che deriva dal lavoro suddiviso in fasi insignificanti, e a introdurre in fabbrica una maggior possibilità di coltivare la mente. Lo hanno fatto con gli scioperi contro l´organizzazione parcellare del lavoro, dalla Renault di Billancourt del 1912 sino alla Fiat di Melfi del 2004, uno stabilimento in cui il tradizionale ufficio tempi e metodi che stabiliva imperativamente con quale angolo, e a quale velocità, bisogna muovere il braccio sinistro o la gamba destra, è stato sostituito da un computer; non è chiaro se con un tocco di umanità in più o in meno. Si sono opposti al lavoro insignificante, i metalmeccanici, anche specializzandosi in nuove professioni, come quelle che consistevano nel fabbricare parti dal raffinato e complesso disegno guidando a mano, con l´occhio al centesimo di millimetro, macchine utensili come torni e frese, rettifiche e piallatrici. Oppure, ancor sempre a mano, costruendo al banco, a forza di passaggi con lime e altri attrezzi via via più fini, prodigi di precisione come gli stampi destinati alle presse che ricavano dalla lamiera ogni sorta di sagome.
Sono professioni meccaniche durate una generazione o più, ma via via rese ridondanti, e gli operai specializzati con esse, dall´avvento di macchine sempre più indipendenti dall´operatore. Tornitori, fresatori e compagni sono stati quasi ovunque sconfitti, sin dagli anni ´50 del Novecento, dall´arrivo delle macchine utensili automatiche, poi dalle batterie di teste operatrici a trasferimento automatico, infine dai sistemi flessibili di produzione. Negli anni ´60 i mestieri di aggiustatori e attrezzisti sono stati eliminati dal controllo numerico - macchine che eseguono lavorazioni complicate sotto la guida di un programma elettronico. E per i mestieri restanti sono arrivati i robot.
C´è tuttavia qualcosa, nel corpo e nella mente dei metalmeccanici che hanno reso possibile con i loro successivi adattamenti l´industria moderna, che sembra proprio non possa essere trasferito alle macchine. E che forse spiega come siano ancora tanti, più di un milione e ottocentomila, e producano ancora, in Italia, immense quantità di manufatti all´anno: 27 milioni di tonnellate d´acciaio, oltre 20 milioni di elettrodomestici, 1 milione di auto, decine di migliaia di macchine che sanno fare di tutto, da produrre altre macchine a inscatolare biscotti. Tempo fa vi furono tecnici di produzione che puntavano a realizzare stabilimenti dove non c´era nemmeno bisogno di accendere la luce, perché erano interamente automatizzati. Ma quei pochi che riuscirono a costruire si rivelarono un mezzo disastro, e la maggior parte di simili progetti è stato abbandonato. Perché non c´è robot o automatismo che possa sostituire l´occhio e l´ascolto d´un operaio, allenati a distinguere ciò che a un dato momento funziona bene o male in un impianto in marcia; né la sua manualità che sa individuare e riparare difetti di qualità del prodotto. E meno che mai la sua conoscenza implicita dei mille snodi in cui le parti in produzione, i sistemi automatici, i tempi e i cicli e gli arrivi di materiali giusto in tempo dai fornitori si intersecano e si completano, ma non di rado si complicano e si disturbano a vicenda, sino a che l´intero processo s´inceppa. A meno che non intervenga la capacità del metalmeccanico di turno di capire e rimediare in tempo. Ad onta di chi vorrebbe che la sua mente fosse consultata il meno possibile, o di chi pensa che i metalmeccanici siano figure del passato.


Il testamento di un terrorista indebolito
Khaled Fouad Allam su
la Repubblica

Era dal 27 dicembre 2004 che Bin Laden non si faceva più sentire. Per quale motivo un messaggio ora, dopo una così lunga pausa? Le ipotesi sono numerose: alcuni sostengono che è morto, altri che è molto malato. Il diabete di cui soffre non può che averlo debilitato, e le condizioni ambientali in cui vive presumibilmente non sono le migliori per un malato. Ogniqualvolta negli ultimi anni si sono ascoltati, letti e analizzati i proclami di Bin Laden, ci si è chiesti se il messaggio non nascondesse un altro messaggio, se il linguaggio usato non contenesse altro da ciò che affermava.
Questa volta si tratta di un messaggio molto diverso dai precedenti nel modo si scandire le frasi, dovuto probabilmente, oltre che alla cattiva registrazione, alla voce più stanca che in passato. Nei discorsi precedenti la ritmica era di tipo declamativo, le pause miravano a rafforzare e sottolineare le parole. Questa volta Bin Laden parla con voce affaticata, scandisce le frasi con un altro ritmo;

Nei circa sei minuti di registrazione - oltre a ribadire le consuete minacce - Bin Laden afferma, rivolgendosi agli Stati Uniti: "Vi sono stati continui errori del vostro presidente Bush nella lettura dei sondaggi sull´Iraq, i quali affermavano che la maggioranza di voi voleva il ritiro delle vostre forze in Iraq". E più avanti: "Vi rispondo dicendo che la guerra in Iraq prosegue senza tregua, così come quella in Afghanistan, dove continuano le nostre vittorie e aumenta il numero dei morti del Pentagono". Mentre è noto che Al Qaeda è una specie di esercito invisibile, Bin Laden sorprendentemente afferma: "Nulla ci impedisce di firmare una lunga tregua (hudna) con voi, che sia una tregua giusta, sotto precise condizioni. Noi siamo una nobile nazione che non mente; potremmo portare sicurezza e stabilità ad entrambe le parti, e liberare l´Iraq e l´Afghanistan dai potenti mercanti d´armi che guadagnano miliardi di dollari grazie al perpetuarsi della guerra".
E´ la prima volta che Bin Laden, parla di tregua. Ovviamente sa che non sarà mai accettata dagli Stati Uniti. Bisogna allora cercare di capire perché questa volta si parli di tregua, perché non è certo un´affermazione casuale. Possiamo avanzare l´ipotesi che sul terreno iracheno oggi si assiste a una frattura fra gli elementi della guerriglia e Al Qaeda; ciò porterebbe la guerriglia a scegliere una dinamica più politica, a una futura possibilità di negoziare rinunciando al terrorismo, che porta soltanto morte e distruzione e il cui risultato sul piano politico è nullo. La proposta di Bin Laden porterebbe inoltre a una trasformazione della formazione terroristica di Al Qaida, per avvicinarsi a un soggetto politico. In ciò appare chiara tutta la contraddizione insita nel terrorismo: la sua fine è inscritta nel terrorismo stesso; prima o poi le questioni della politica, dello stato e delle istituzioni, prendono il sopravvento, proprio perché nel terrorismo vi è l´incapacità di trasformare la contestazione in istituzione. Nella trascrizione scritta del messaggio, Bin Laden parla di se stesso e della sua morte: "Avete tentato di impedirmi di vivere una vita dignitosa, ma non riuscirete ad impedirmi di morire in modo dignitoso (…). Vi giuro che non morirò se non libero, e che ho trovato nella morte un cibo del quale mi sono già nutrito".
O Bin Laden è già morto, o sente avvicinarsi la fine.



  20 gennaio 2006