prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di G.C. - 19 gennaio 2006


Bernheim:"Pressioni da Fazio non dalla sinistra"
Redazione del
Corriere della Sera

ROMA - Diversi incontri conviviali con i leader dell'opposizione ma nessuna pressione da parte loro sulla cessione delle quote di Bnl di proprietà delle Generali. E' quanto dichiarato dal presidente di Generali, Antoine Bernheim, nel suo colloquio con i magistrati romani che indagano sulla tentata scalata di Unipol su Bnl. Bernheim, ascoltato come persona informata sui fatti dopo le dichiarazioni di Silvio Berlusconi, ha parlato di un incontro avuto con l'allora governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio, in cui quest'ultimo caldeggiò di non vendere la quota Bnl in possesso del gruppo assicurativo allo spagnolo Bbva, che lanciò un'offerta su Bnl la primavera scorsa. Lo riferiscono fonti giudiziarie. Mercoledì Bernheim è stato ascoltato per due ore e mezzo in qualità di testimone dopo le dichiarazioni spontanee rese ai magistrati dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sul ruolo svolto dai Ds nella tentata scalata dell'assicurazione bolognese alla banca romana. Generali detiene circa l'8% di Bnl, partecipazione determinante per avere la maggioranza della banca. Bernheim, dicono le fonti, ha confermato incontri "conviviali" con il leader dell'opposizione Romano Prodi, con il segretario dei Ds Piero Fassino, con il presidente dei Ds Massimo D'Alema e il leader della Margherita Francesco Rutelli, ma senza ricevere alcun tipo di pressione per la cessione delle quote azionarie a Unipol.


Ben Ammar: "Mai parlato di pressioni DS"
Redazione del
Corriere della Sera

ROMA - "L'amicizia con Berlusconi non è un peccato". E' stata la prima cosa che Tarak Ben Ammar ha detto nella conferenza stampa dopo l'audizione dai giudici. E, subito dopo: "È vero tutto quello che ha detto Silvio Berlusconi, confermo in assoluto. Confermo che con me, nel primo incontro con Berlusconi, c'era Bernheim, e io ero presente perché come amministratore di Mediobanca il presidente Bernheim, una volta all'anno, chiede di fare un incontro con il presidente del Consiglio".
TRE ORE DAI GIUDICI - Il finanziere e produttore cinematografico franco-tunisino era entrato verso le 15 negli uffici della Procura di Roma, dove è stato sentito in qualità di testimone in seguito alle dichiarazioni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ai pm romani. Berlusconi, nel colloquio con i magistrati, aveva riferito di aver saputo di presunte pressioni per la cessione di quote Bnl detenute da Generali a Unipol e aveva indicato proprio in Ben Ammar la fonte di queste informazioni.
"MAI PARLATO DI PRESSIONI" - Ben Ammar ha poi precisato di non aver mai parlato a Berlusconi di pressioni sul presidente delle Generali: "Sia io, sia Bernheim, non abbiamo mai detto a Berlusconi che esponenti politici, di sinistra o di destra, abbiano fatto pressioni sulla cessione delle quote di Bnl di proprietà delle Generali".
L'INCONTRO DEL 15 GIUGNO - "Il 15 giugno dello scorso anno - ha proseguito il produttore cinematografico - il presidente delle Generali Antoine Bernheim, accompagnato da me incontrò Silvio Berlusconi in quella che era una "visita istituzionale per fare il punto della situazione" sulla vicenda delle scalate alle banche. Bernheim disse a Berlusconi che aveva già visto o che avrebbe dovuto vedere Massimo D'Alema, che un paio di mesi prima aveva incontrato Prodi e che avrebbe dovuto vedere anche Rutelli e Veltroni". "In quell'occasione - ha aggiunto il produttore cinematografico franco-tunisino - non si parlò del contenuto dei colloqui con gli esponenti dell'opposizione".

LA REPLICA DI FASSINO - "Oggi si è avuta l'ulteriore dimostrazione che il presidente del Consiglio e la destra hanno montato un caso". Così Piero Fassino ha commentato le affermazioni di Ben Ammar rispondendo ai giornalisti al suo arrivo a una manifestazione a Bologna.


Le amnesie del Cavaliere
Ettore Livini su
la Repubblica

Uno scivolone sulle presunte pressioni del centro sinistra su Generali, smentite prima dalle parti in causa e ieri da Tarak Ben Ammar. Più qualche bugia collaterale ("Non sono mai stato socio di Gnutti"), una gaffe giudiziaria ("gli incontri tra esponenti della sinistra e Generali in corso d'Opa sono illegali") e alcune forzature temporali. Il forcing mediatico di Silvio Berlusconi sulla vicenda Unipol-Ds-Generali si è sgonfiato definitivamente ieri. Vittima - un po' a sorpresa - del fuoco amico.

A smontare il castello d'accuse del premier infatti è stato il vecchio alleato Tarak Ben Ammar. Che ha iniziato la sua conferenza stampa di ieri confermando "tutto quello che ha detto il presidente del Consiglio". Salvo poi smontare buona parte delle affermazioni ricostruendo nei dettagli il vertice tra loro due e Antoine Bernheim - presidente delle Generali, socie di Unipol con l'8,7% - del 15 giugno scorso.

Prima smentita: "Né io né Bernheim abbiamo mai parlato a Berlusconi di pressioni politiche su Generali sulla quota Unipol", ha detto l'imprenditore franco tunisino. Solo una settimana prima Berlusconi - citando a "Porta a Porta" proprio le informazioni avute da Ben Ammar - aveva sostenuto l'opposto: "Alcuni protagonisti della coalizione di centrosinistra hanno avuto incontri per cui qualcuno che era azionista Bnl si determinasse a vendere le sue azioni a Unipol". Pressioni che peraltro avevano già provveduto a smentire sia le Generali che l'imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone. Tanto che Berlusconi aveva prudentemente derubricato i vertici carbonari denunciati da Bruno Vespa a "incontri conviviali penalmente irrilevanti".

Altro problema (al di là dei contenuti dei contatti di Bernheim con Massimo D'Alema, Walter Veltroni, Romano Prodi, e Francesco Rutelli) sono le date. Il 15 di giugno, tanto per cominciare, il presidente di Generali non aveva ancora parlato né con Veltroni né con Rutelli. Il cui pressing, dunque, sembra più una deduzione del premier. L'incontro con Prodi, aggiunge poi Tarak, risale ad almeno due mesi prima. Quando l'unica offerta per Bnl sul tavolo era quella degli spagnoli del Bbva e ben tre mesi prima del lancio effettivo di quella di Unipol. Dunque non "nei giorni caldi dell'offerta pubblica", come ha sostenuto Berlusconi.

A voler essere pignoli, poi, anche sul presidente del Consiglio in tutta la vicenda aleggia come un convitato di pietra lo spettro del conflitto di interessi. Accade nello stesso incontro del 15 giugno a Roma con Bernheim e Tarak Ben Ammar dove il Cavaliere non è certo uno spettatore sopra le parti. Si parla di Opa bancarie mentre lui è socio della Hopa di Emilio Gnutti - alleata a Unipol nelle scalate a Bnl ed Antonveneta - ed è azionista di riferimento assieme a Ennio Doris di quella Mediolanum che al Leone di Trieste guarda da tempo (e spesso proprio con i buoni uffici di Ben Ammar) con un certo interesse.

Sul caso Hopa, tra l'altro, il Cavaliere ha mostrato di soffrire d'amnesia finanziaria: "Non sono socio di Gnutti e Consorte", ha proclamato urbi et orbi il 10 gennaio a "Porta a Porta" prendendo le distanze dal discusso scalatore di Antonveneta e Bnl. Salvo poi dover registrare una perdita di 100 milioni in carico a Fininvest e Mediaset quando due giorni più tardi il Biscione ha venduto il suo 5,26% di Hopa, tagliando l'imbarazzante cordone ombelicale che lo legava da almeno tre anni al "parlamentino" dei furbetti del quartierino. Nel cui consiglio gli uomini Mediaset sedevano fianco a fianco di Consorte, Gnutti, Stefano Ricucci e Gianpiero Fiorani.

La stanchezza per l'overdose mediatica ha giocato un altro brutto scherzo al Cavaliere durante la telefonata a "Ballarò" di martedì sera. Appurato che le pressioni su Generali non c'erano state, spiazzato dal comunicato in cui i legali di Consorte confermavano che i 50 milioni di presunte consulenze intascate dal loro assistito ("che fine hanno fatto?" era la richiesta pressante del premier da alcune ore) era ancora "nella piena disponibilità del manager", Berlusconi ha rilanciato: "Gli incontri tra gli uomini della sinistra e le Generali mentre è in corso l'Opa è non solo disdicevole, ma anche proibito dalla legge", ha sostenuto. Una valutazione sbagliata non solo per le discrepanze temporali (l'Opa Unipol è stata annunciata un mese d'Opa l'incontro D'Alema-Bernheim) ma anche perché - come hanno confermato ieri fonti della Consob - "non si tratta di incontri illegali visto che il Regolamento Emittenti vincola alla correttezza informativa solo le società e gli advisor coinvolti nell'operazione".


Berlusconi invade tv e radio a tutte le ore
Marcella Ciarnelli su
l'Unità

Prevista (o a sorpresa) va in onda l'invasione mediatica del premier. Non contento di aver occupato per circa mezz'ora gli studi di "Unomattina" Berlusconi, visto che si trova negli studi Rai di Saxa Rubra, ha fatto un salto anche dal suo amico Riccardo Berti.
Quello che, dopo aver lavorato a Palazzo Chigi e poi aver avuto in premio la conduzione della trasmissione che fu di Biagi, ora è il direttore di Isoradio. Ed ha imposto agli automobilisti i consigli del premier (che non mancherà di dare anche i consigli ai naviganti), le sue confessioni sulla cintura di sicurezza "perché sto seduto dietro e uso macchine non di piccola cilindrata", oltre al consueto elenco di tutte le belle cose che questo governo avrebbe fatto.
Tirato a lucido Berlusconi si è presentato di buon mattino nella cittadella Rai. "In questo momento gli stanno mettendo il microfono" ha annunciato l'emozionato Luca Giurato ai telespettatori. Subito dopo il premier si è concretizzato davanti alle telecamere per essere messo alle strette, si fa per dire, dalla fondamentale domanda: "Tanto è stato fatto, tanto c'è da fare. E le opposizioni vanno giù duro...". Ovviamente il presidente del consiglio, che sarebbe stato oggetto di una quarantina di minacce, ha colto al volo il passaggio e ha intrattenuto gli italiani mattutini sul suo governo dei record. Un comizio in diretta senza interlocutori scomodi.
Il merito l'ha diviso con il sottosegretario Gianni Letta, "un uomo che lavora più di me" e che gli è stato accanto in questi cinque anni senza creargli alcun problema. Cosa che, invece, hanno fatto gli alleati della "cosiddetta Casa delle Libertà". A sbagliare, si è lamentato il premier, sono stati gli italiani che non gli hanno dato il 51 per cento dei voti e lo hanno costretto a fare alleanze che si sono dimostrate scomode. Nonostante questo "magari Mastella venisse con noi. Sono pronto ad accoglierlo. Ma credo non lo farà mai perché i suoi assessori che attualmente stanno nelle giunte di sinistra perderebbero il loro potere e la loro capacità clientelare".
Chi non ha qualcosa da rimproverarsi? "Tutto si può fare meglio...". Ecco l'esempio del premier: "Ho avuto quasi il 30 per cento ma pensavo di prendere di più alla luce dei successi che ho sempre avuto come imprenditore". Invece si è dovuto accontentare. E mediare. E rinunciare per il secco no dei centristi e i dubbi di An all'ultimo colpo di mano, quello sulla modifica della par condicio. "Mi sembra che non ci siano più i tempi per cambiare" è costretto ad ammettere il "molto dispiaciuto" premier anche se per lui quella in vigore è una regola "non conforme ad una vera democrazia perché noi avremo gli stessi spazi televisivi di un partito che si presenta per la prima volta".
Intanto lui si prende tutti quelli che può. Innanzitutto in tv.



La guerriglia mediatica
Curzio Maltese su
la Repubblica

Qualcuno lo fermi. Qualcuno fermi l´alluvione radiotelevisiva di Silvio Berlusconi, l´ingorgo di detti e contraddetti, la quotidiana persecuzione ai danni dei cittadini spettatori, questo uso davvero criminoso dei media. Qualcuno freni la discesa dell´Italia nelle classifiche della libertà d´informazione. Eravamo già dietro il Botswana ma alla fine di una campagna elettorale segnata dall´one man show del padrone rischiamo di avvicinare l´Iran. Si muovano oltre al presidente della Repubblica, che l´ha fatto ieri, quello della commissione parlamentare di vigilanza, gli altri leader, Amnesty International, i vigili del fuoco.

Soltanto ieri il presidente del consiglio ha occupato militarmente l´intero palinsesto mattutino. Non pago di una lunga esternazione a Uno Mattina, con il solito contraddittorio di sospiri d´approvazione, si è infilato subito negli studi di Isoradio, sì, proprio quella del traffico. Da qui ha ammannito ad automobilisti ignari, in attesa di notizie sul traffico, l´ennesimo comizio sui vizi, gli errori, gli orrori e la corruzione dei suoi avversari. Perfino Claudio Petruccioli, messo a malincuore dall´opposizione alla presidenza Rai, ha dovuto ammettere che usare un canale di servizio a fini elettorali è una scorrettezza. Per il resto, Petruccioli è convinto che la Rai stia assicurando un pluralismo ottimo e abbondante. Come lui la pensano Bondi, Bonaiuti, il cuoco di Arcore e nessun altro.
Il presidente della Repubblica, sempre così attento a non intervenire nel gioco politico, ha lanciato ieri un appello accorato perché si tuteli il pluralismo nella tv pubblica. Non si tratta di un monito generico, cadeva nel pieno dell´offensiva mediatica del premier. Il presidente della Camera Casini ha dovuto censurare la bulimia televisiva del suo premier, stavolta senza rettificare un´ora più tardi che non si riferiva a Berlusconi. È evidente anche agli alleati di governo il pericolo di questa dittatura personale del premier sui mezzi di comunicazione.
Si tratta di una strategia eversiva nelle forme, nella sostanza e negli scopi. Due volte eversiva. Non era mai accaduto che un premier in carica abdicasse di fatto al proprio ruolo per lanciarsi in una campagna elettorale così estremista e irresponsabile, all´insegna di un disperato "aut caesat aut nihil". Ci sono state, è vero, campagne dai toni durissimi. L´ultima, per esempio, quella delle elezioni americane. Ma George W. Bush, che pure ha scelto la strada del corpo a corpo con lo sfidante Kerry, non è mai "uscito dal palazzo". Berlusconi si è lasciato alle spalle il governo, l´alleanza, e si è lanciato in una guerriglia mediatica senza precedenti. Non parla più di quanto ha fatto o non fatto nei cinque anni a Palazzo Chigi. La sede è vacante, il palazzo del potere è vuoto. L´inquilino si è trasferito con la sua corte nel palazzo dei media e da qui, sfruttando il potere personale e proprietario, scaglia da tutti i canali e a ogni ora del giorno accuse infamanti all´avversario.
L´opposizione sbaglia se crede di potersi difendere da questo bombardamento di fango con i normali strumenti della contesa politica. Il Fassino visto l´altra sera da Vespa, per esempio, poteva apparire anche convincente e sincero nella difesa dell´onore suo e del partito. Ma nel contesto, direbbe Sciascia, l´autodifesa più o meno brillante di questo o quel leader non conta nulla. Nell´impianto accusatorio di questo processo quotidiano che si svolge sui media controllati dal premier, all´opposizione tocca in ogni caso il banco dell´imputato. La circostanza che i panni del pm siano indossati dal mandante di Previti e Dell´Utri aumenta il grottesco ma non limita il pericolo. Fosse almeno un processo vero, si potrebbe confutarne le prove. Ma è un processo virtuale, senza regole né tutele. Berlusconi non ha prove, altrimenti le avrebbe già usate davanti ai magistrati. Quello che il premier sta cercando di fare è di costruire un romanzo criminale sulla sinistra, una fiction intitolata "tangenti rosse", da vendere al grande pubblico con le tecniche del marketing, la pubblicità martellante, una sapiente regia dei palinsesti. Il cliente di questa fiction è il terzo di elettori indecisi, poco interessati alla politica. Un segmento di mercato elettorale decisivo che coincide con l´audience di massa. Il gioco è sporco, molto sporco. Ma purtroppo è anche efficace. Qualcuno lo fermi.


100 euro e dignità
Maria Novella Oppo su
l'Unità

Martedì, per qualche ora, la realtà ha ripreso quota nei tg, staccando il Girmi delle bugie telecomandate. I metalmeccanici hanno imposto, con le loro facce e le loro voci, il marketing della verità. Cento euro e dignità: richieste così chiare e giuste che non si è trovato un Bondi qualsiasi capace di andare in tv a respingerle. E perfino il querulo Brunetta ha dovuto definirle ragionevoli. Senza spiegare come mai il governo non abbia fatto niente per favorire una soluzione che aspetta da 13 mesi. O come mai, da quando Berlusconi è premier, per rinnovare contratti biennali ci vogliono due anni. Cosicché gli accordi, appena conclusi sono già scaduti. Gravi problemi che interessano milioni di famiglie, ma non interessano affatto Berlusconi, il quale, appena si è accorto che per qualche ora non si parlava solo di lui e dei suoi intrighi, è ripiombato sul video come Attila, devastando scalette e dibattiti. Rendendo così evidente che, mentre i metalmeccanici rivendicano le loro ragioni, lui per vincere punta tutto sui suoi torti.


Consigli per il conduttore ricordando Schopenhauer
Aldo Grasso sul
Corriere della Sera

Come deve comportarsi un conduttore nel periodo che precede le elezioni? Come manifestare la propria imparzialità per "una regolare e libera campagna elettorale", a cominciare da venerdì quando s'incontreranno Berlusconi e Rutelli? Come esprimere infine quella "vigilanza attiva" sollecitata dal presidente Carlo Azeglio Ciampi perché in tutte le trasmissioni, anche in quelle di intrattenimento, sia rispettata la "sostanza" di un'effettiva parità tra le parti?
Ecco sette regole d'oro per il conduttore in periodo elettorale, tenendo presente che il suo è un mestiere a rischio perché oggetto di mille sospetti, di mille insinuazioni, di mille accuse, ma è anche un mestiere, in termini di comunicazione, decisivo perché il conduttore è innanzitutto il principio ordinatore di ogni discorso televisivo. Decide lui se favorire o meno un ospite; e più si mostra raffinato tanto più saranno raffinate le sue tecniche di seduzione nei confronti del pubblico.
Regola numero uno. Per ospitare un faccia a faccia, la trasmissione del conduttore ideale deve andare in onda da almeno due anni per evitare l'ingresso in scena di conduttori di comodo. E di incomodo: conduttore che abbaia non morde.
Regola numero due. Il conduttore non deve vedere gli ospiti né prima né dopo la trasmissione. Questo per evitare di concordare temi e domande e soprattutto, come pare sia successo a Vespa con Berlusconi, sottrarsi alle rampogne a video spento. Anche se, in tempi bui, è difficile stare in ombra.
Regola numero tre. Il pubblico in sala, se presente, deve essere sorteggiato, come i giornalisti, per evitare l'"effetto Santoro", ora "effetto Ballarò". A tale scopo viene istituita una lista di persone che possono partecipare come pubblico ai dibattiti televisivi solo dopo aver superato alcuni test (lettura dei giornali, obblighi scolastici, grado di intemperanza, ecc.). Il pubblico a sorte prefigura la sorte di un popolo.
Regola numero quattro. In caso di utilizzo, il conduttore dovrà subito dichiarare la fonte dei suoi sondaggi e renderli pubblici su Internet. Con amaro sarcasmo Milan Kundera sostiene che "i sondaggi sono un parlamento in seduta permanente che ha il compito di creare la verità, ed è la verità più democratica che sia mai esistita". Ricordarsi che la parte in causa non è mai al di sopra delle parti.
Regola numero cinque. Ogni conduttore, da Lerner a Ferrara, da Costanzo a La Rosa, da Mentana a Floris, deve rigorosamente applicare il rispetto dei tempi e in particolare la "legge Vespa" (ancora da approvare, per la presentazione dei libri in video). Così come viene stabilito un numero massimo di apparizioni promozionali per i libri dei potenti, così ogni candidato non potrà superare un tetto massimo di apparizioni, specie in programmi di intrattenimento. Meglio evitare i morti di fama.
Regola numero sei. Nessuno dei candidati deve avere l'ultima parola (principio elementare della comunicazione: per aver ragione importante avere sempre l'ultima parola). L'ultima parola spetta al conduttore che, dal canto suo, non può far uso di messaggi più o meno subliminali (Fabio Fazio è stato accusato di sorridere ai leader "amici" e di deridere i "nemici"). Il comportamento ideale del conduttore? Settario come un eunuco.
Regola numero sette. Il conduttore, prima di iniziare la fatica della par condicio, deve sottoporsi al famoso giuramento di Schopenhauer. Che così recita: "Se nel nostro fondo fossimo leali, in ogni discussione cercheremmo solo di portare alla luce la verità, senza affatto preoccuparci se questa risulta conforme all'opinione presentata in precedenza da noi o a quella dell'altro ".



Milano: lista unitaria, avanti adagio
Rodolfo Sala su
la Repubblica

"Partito democratico subito dopo le elezioni". Francesco Rutelli lancia il messaggio da Milano, spingendo sull´acceleratore dell´unificazione tra Ds e Margherita. Le elezioni di cui parla sono le politiche, che si terranno prima di quelle per Palazzo Marino. E tra gli ulivisti milanesi si pensa già di accogliere questo invito con il varo, senza se e senza ma, della lista unitaria tra Ds e Margherita alle comunali. Parla per tutti Nando dalla Chiesa: "Dobbiamo avere il coraggio di farlo, superando gli spiriti di appartenenza che a volte sono figli di piccole rendite di posizione". Ma le resistenze non mancano, e riguardano in modo trasversale entrambi i partiti.

Ed è senz´altro una frenata quella di Battista Bonfanti, segretario regionale dei dielle: "Attenzione a farci del male, qualcuno gioca sull´ambiguità delle liste civiche". Il riferimento è a Bruno Ferrante (presente all´incontro di ieri mattina con Rutelli e pronto a riconoscersi nel futuro Partito democratico), che in caso di vittoria alle primarie intende presentare un "cartello civico" con il suo nome. Una scelta che secondo Bonfanti penalizzerebbe la lista unitaria. "Il progetto del Partito democratico non si esaurisce con il processo elettorale", aggiunge il vicepresidente della Provincia Alberto Mattioli. Arriva un "però" anche da Roberto Caputo: "Per la lista unitaria siamo sulla buona strada, però dovrebbe essere una lista aperta, non limitata a Ds e Margherita". E sul Partito democratico "non bisogna avere fretta".
Lo dice anche, parlando prima di Rutelli, il sindaco di Venezia Massimo Cacciari: "La prospettiva è difficile e affascinante, se però si riduce a un contenitore elettorale allora il Partito democratico muore subito". Parole condivise "al cento per cento" dal segretario dei Ds Franco Mirabelli: "Valgono per il Partito democratico e anche per la lista unitaria a Milano: l´impazienza è dannosa, non ci possono essere operazioni costruite dai vertici". Insomma: "Occorre il consenso di quello che chiamerei il "corpo" dei due partiti: per questo la cosa migliore è confrontarsi subito sul programma nel seminario che noi e la Margherita abbiano promosso subito dopo le primarie". Sulla stessa lunghezza d´onda Luciano Pizzetti, che dei Ds è il segretario regionale: "Milano deve fare la propria parte, quindi va bene la lista unitaria, ma attenzione: non deve essere solo un´operazione elettorale per mascherare le nostre difficoltà". Sono tutti distinguo che fanno allargare le braccia a Sergio Scalpelli (anche lui ha parlato al convegno di ieri della Margherita), l´ex assessore di Albertini che ora guarda all´Ulivo: "Non penso che Milano possa diventare un laboratorio politico che spinga verso il partito democratico: ci sono troppe resistenze nella classe dirigente del centrosinistra , al massimo Milano potrà seguire quello che decideranno a Roma".


  19 gennaio 2006