
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 24 dicembre 2006
Gli spettri dei Natali passati
su Leonardo
Tutti mangiamo il panettone a Natale, ma solo i credenti sanno perché lo mangiano. Non è che il loro panettone sia necessariamente piú buono di quello dei non credenti: è semplicemente piú ragionevole. (Cardinale Biffi)
1) Publio Plinio a Domizio Rufo:
"Carissimo, ti auguro con questa epistola di trascorrere un buon Natale del Sole. Non so da voi, ma qui a Mediolanum ormai lo festeggiano tutti: persino i cristiani! Sì, anche quella setta di santoni pseudoebrei, gli adoratori dei crocefissi, dopo qualche resistenza ormai si sono decisi a festeggiare come tutti gli altri.
Non c'è che da apprezzare la saggezza del nostro grande imperatore Aureliano, che volle rendere ufficiale la festa, l'ottavo giorno prima delleCalende di Gennaio. Noi cittadini dell'impero siamo diversi per lingua, razza e religione, ma tutti siamo scaldati dallo stesso Sole, che dopo il freddissimo Solstizio d'Inverno ora ricomincia timidamente a riallungare le giornate. Né Aureliano volle inventarsi una Festa di sana pianta, ma lungamente studiò il problema coi suoi collaboratori, scoprendo che la festa della Rinascita del Sole è la più universale; anche se alcuni lo chiamano Mitra, altri Elagabal, altri Helios: in fin dei conti è sempre lo stesso per tutti, e tutti ugualmente ci riscalda.
Solo i cristiani, nella loro superstizione, sono convinti di non adorarlo. Ho appreso da un mio servo, che partecipa alle loro riunioni, che pure loro mangiano gli stessi dolci impastati con frutta candita e miele: ma non per festeggiare il Sole a cui devono la frutta e i fiori, bensì la nascita del loro Dio, o profeta (essi non hanno chiara la distinzione tra i termini), Gesù Cristo.
Confesso di essere affascinato dall'ignoranza che nutrono per la loro stessa religione. Avendo dato un'occhiata, per curiosità, ai loro libri sacri, so bene che in nessun giorno del calendario è fissata la data di nascita del loro eroe. Stavo quasi per dirlo al mio servo, ma a che pro? Non sa leggere. Ma lasciamolo pure mangiare il suo pane dolce e i suoi canditi, anche se ignora l'autentico significato di ciò che fa".
2) Ebrhardt a Kwenghjil
"Gran figlio di vacca visigota e padre ignoto, come va? Spero che in Hispania faccia meno freddo che qui. Tra un po', grazie al cielo, le giornate si riallungheranno. Nel frattempo io me ne resto accampato in questa nebbiosa valle padana. E mi si gelano i coglioni.
Mi gelano anche perché la mia Orda ha deciso di convertirsi in blocco a quella religione del menga, il Cristianesimo.
Dicono che conviene farsi amici i vescovi, che sono i veri capi delle città. Mah. Fosse per me avrei giù brindato coi loro teschi disossati, ma forse hanno ragione. Ci vuole gente che sappia amministrare tutto questo casino.
Del resto mi conosci, io di religione mi sono sempre interessato quanto bastava per portare le fanciulle alle orge. Però, boia d'un Thor, non toccatemi Odino! Te lo ricordi, Kwenghjil, quando eravamo bambini e la mamma ci diceva di mettere fuori gli stivali peni di carote per i cavalli del dio Odino.
Era due giorni dopo il solstizio d'inverno, come oggi. Nella notte lunghissima il dio con la barba bianca portava gli eroi caduti a una battuta di caccia. E quando si fermava alla nostra stalla, dovevamo essere a letto e non fiatare, se volevamo che ci riempisse gli stivali di nocciole al miele e altre leccornie.
E adesso mi spieghi, Kwenghjil? Se mi converto al cristianesimo, cosa ci racconto al mio nipotino? Ha il diritto di credere in Odino anche lui, o no?
Ieri sera l'ho preso davanti al fuoco e ho attaccato con la storia del dio che cavalca nella notte. Si è messo a piangere come un puledrino! Ben ti sta, mi ha detto mia moglie. Basta con queste storie di Dei barbari a cavallo, mi dice, sei vecchio, aggiornati! Se non fossi il vecchione che sono l'avrei impalata lì dov'era! E invece l'ho lasciata fare: ha preso in braccio il marmocchio e (non credevo alle mie orecchie) ha completato il racconto spiegando che Odino era un dio cattivo e feroce, che abitava nei boschi, ma poi ha incontrato un tale San Nikolao, Santa Nicola , non so, che ha convertito pure lui, e da allora è buono e porta i dolci dal camino!
...E poi dimmi se a uno non devono gelarsi le palle. Dove sono finite le tradizioni dei nostri padri? È tutta una schifezza. Meno male che posso mangiarmi ancora le mie nocciole al miele. Le mangio alla tua salute, vecchio scannagalline".
3) Ing. Taddei Barnaba a Dott. Taddei Luciano
"Ciao dutòr, spero che ti passi un buon Natale. Qui a Milano è un freddo cane come sempre (e poi dicono il riscaldamento globale, bah). Ma se Dio vuole, da qui in poi ci si riallungheranno le giornate.
Ti saluta anche tuo nipote perlomeno ti saluterebbe, se riuscissimo a staccarlo da quella plaistescion rivoluzionaria che gli hai regalato. Che sia l'ultima volta: siamo seriamente preoccupati. Da mezzanotte alle nove del mattino è rimasto lì impalato a dimenarsi davanti al televisore. Al che mia moglie gli ha detto: Ma devi proprio giocarci da solo? Perché non inviti i tuoi amici?
Gli amici di mio figlio: un cinese, un turco e un Di Gennaro. Tre ore chiusi nella stanza a dar di matto con quell'affare. A un certo punto blocco mia moglie nel corridoio con in mano un vassoio di panettone: ma sei sicura? Le ho detto io. E se è contro la loro religione?
Ma che religione e religione, fa lei. È un dolce, non lo proibisce nessuno. Appunto, faccio io, è un dolce di Natale, cosa vuoi che sappiano in Cina? Loro mica ci credono, in Babbo Natale. E poi c'è un turco, figurati.
Proprio in quel momento dal bagno salta fuori Giampiero, e alza le spalle: Papà, dice, veramente Babbo Natale viene dalla Turchia. Ma che Turchia e Turchia, dico io, chi te le racconta queste cose? La prof di religione, dice lui. Ci ha spiegato che Babbo Natale è San Nicola, e San Nicola è nato in una città che adesso è in Turchia. Ah, sì? Vorrà dire che l'anno prossimo ti esentiamo dalla materia, visto che la tua prof non sa nemmeno che San Nicola sta a Bari!
E vai!, ha detto lui. Che stronzetto ho messo al mondo.
Alla fine se lo sono sbafato, il panettone. Glie n'è fregato assai, di sapere perché lo mangiano. Che mondo. Che mondo.
Speriamo in un po' di sole".
(...E un buon Natale di Sole a tutti quanti).
Scommessa D'Alema
Marco Damilano su L'espresso
Nell'anno che si chiude ha sfiorato la presidenza della Repubblica. "Sì, è vero, ho rischiato di tutto nel 2006...", ammette Massimo D'Alema: "Però sono stato fortunato: invece delle cariche istituzionali ho pescato il jolly, il lavoro che mi appassiona di più". Fare il ministro degli Esteri lo esalta. Nel suo ufficio alla Farnesina prepara la delicata missione in Libano e Palestina di questi giorni e il fine anno in Brasile, Cile e Perù. E snocciola i suoi successi: "In questi mesi abbiamo aperto una nuova stagione di rapporti politici e economici con l'Asia e in particolare con la Cina, abbiamo firmato accordi con Algeria e Russia (il partenariato Eni-Gazprom da 180 miliardi di euro), stiamo chiudendo il contenzioso con la Libia. E tutto questo senza incrinare i rapporti di amicizia con l'America, anzi. Non è un bilancio così negativo, mi pare...".
Infatti lei è in testa ai sondaggi di popolarità. A differenza del resto del governo.
"La politica estera non è un fatto personale, è l'azione di tutto il governo. E Romano Prodi sta dando un contributo molto importante per questo rinnovato profilo internazionale del Paese".
Tuttavia la popolarità del governo Prodi è in calo. Qual è l'errore che si poteva evitare?
"L'errore più grave sarebbe ora aprire la discussione sugli errori. I partiti hanno il diritto-dovere di dire la loro, come hanno fatto i Ds, ma il governo non può essere luogo di dibattiti. Abbiamo fatto la scelta più difficile: prendere di petto la situazione del Paese. La destra ha una responsabilità gigantesca: quando sento Giulio Tremonti parlare di Finanziaria da dementi trasecolo. Ci hanno lasciato un'eredità pesantissima, lo stato dei conti pubblici e dell'amministrazione, il clientelismo".
E allora perché crollate nei sondaggi?
"È fisiologico che a Finanziaria in corso la popolarità del governo cali. E forse c'è stato un impatto dovuto alle attese enormi che si erano accumulate: il Paese si sarebbe aspettato l'aumento di salari e le pensioni. Quando invece abbiamo compiuto necessariamente scelte in direzione del risanamento, il Paese è stato preso in contropiede".
Le è capitato di essere fischiato di recente?
"In questi giorni no. Ma ci sono momenti che un politico deve anche farsi fischiare. Io sono andato a cercare i fischi, per esempio quando andai all'assemblea dei girotondi di Firenze. Non è drammatico: anzi, diffido di chi in politica non viene mai fischiato".
Non ci sono solo gli attacchi della destra. Anche secondo il presidente Carlo Azeglio Ciampi al governo manca la missione. Sbaglia?
"Sono d'accordo con Ciampi. Come ha detto Bersani: manca il titolo del film".
Colpa del regista, di Prodi?
"No, non è un problema di sostanza. Si è trasmesso in ritardo il messaggio sull'esigenza di fare una manovra rigorosa. Quando lo si è fatto era troppo tardi, tutto si era già sminuzzato nelle singole misure, con la perdita della visione d'insieme".
Mario Monti dice: senza le riforme la Finanziaria sarà inutile. È d'accordo anche con lui?
"Sulle riforme c'è una certa demagogia. Affermare che bisogna abbassare le tasse e tagliare le spese è un ragionamento suggestivo, ma non è fondato su un'analisi seria della struttura della finanza pubblica italiana. La nostra spesa pubblica è nettamente inferiore a quella di altri paesi europei. Riorganizzarla è un'operazione di medio periodo che va impostata nel corso degli anni. Il centrodestra è andato nella direzione opposta. Dobbiamo riprendere il cammino virtuoso, rimettere a posto la previdenza, su cui i sindacati si dicono pronti a discutere, rompendo il tabù dell'età pensionabile, firmare il contratto degli statali. E poi le liberalizzazioni, la riforma delle professioni...".
È questa la mitica fase due? Sembra il secondo round rifomista, dopo che nel primo a vincere è stata la sinistra radicale...
"È una colossale sciocchezza. Nel governo c'è stata una grande discussione se fare una manovra per rientrare subito nei parametri europei o spalmarla in più anni come voleva Rifondazione, e abbiamo avuto ragione noi. Ora dobbiamo premere sull'acceleratore con i cambiamenti. Lavorare a un patto con le forze produttive che abbia al centro uno scambio sociale: l'impresa dovrebbe riconoscere l'eccessiva precarietà del lavoro e i sindacati dovrebbero favorire più meritocrazia".
Si può fare con una maggioranza fragile? Gianfranco Fini dice che il governo non ha legittimità democratica: si regge sui senatori a vita.
"Il vero tema è la legittimità democratica di questa legge elettorale che non dà al Senato la maggioranza dei seggi a chi ha ricevuto la maggioranza dei voti. Hanno fatto una legge congegnata per rendere il Paese ingovernabile. Chi porta questa responsabilità dovrebbe almeno avere la dignità di tacere. I senatori a vita con il loro voto rimediano a questa anomalia".
Come giudica quanto avviene nel centrodestra dopo lo strappo di Pier Ferdinando Casini?
"Viene alla luce la distinzione tra un centrodestra moderato e la parte che si è caratterizzata per posizioni estremistiche".
Casini ha detto di essere disponibile a votare un governo di grandi intese presieduto da lei: la infastidisce?
"Vorrei solo essere lasciato in pace. Sto facendo un lavoro che mi piace, non voglio essere tirato dentro improbabili retroscena".
Il Partito democratico è un processo irriversibile? O può ancora saltare tutto?
"Il Pd è una necessità per il Paese, condivisa dalla maggioranza degli italiani che sperano che dall'altra parte nasca un centrodestra di tipo europeo. È un processo largamente avviato, anche se vedo tante preoccupazioni, che considero naturali. Ognuno teme che il nuovo partito sia un partito ideologico, ma con l'ideologia degli altri. C'è la paura di finire nella nuova Dc o nel nuovo Pci. E invece il nuovo partito sarà un rassemblement che troverà il suo modo di essere nel programma, nella selezione della classe dirigente, nel pluralismo delle culture".
La classe dirigente del Pd sarà la stessa dell'Ulivo e del centrosinistra anni Novanta?
"Il Pd sarà costruito da noi o non sarà. Ma dobbiamo pensarlo non per conservare questa generazione, ma per formare una nuova classe dirigente. Ci vuole un atto di generosità della nostra generazione: il processo non può essere condizionato dai problemi dell'attuale leadership. Il Pd va costruito per promuovere una nuova leadership. Solo questa proiezione verso il futuro può dare slancio al progetto".
Veniamo alla politica estera. Lei è in partenza per il Medio Oriente: siamo alla guerra civile?
"Siamo in una situazione davvero difficile. C'è un rischio di inasprire il conflitto lungo tutta la catena Libano, Siria, Iran, Iraq, Palestina. L'idea ambiziosa e ingenua dei neocon, secondo cui la guerra in Iraq avrebbe prodotto una spinta verso la democrazia, si è rivelata del tutto infondata. Si è aperto invece un conflitto lacerante non solo tra Occidente e Islam, ma che attraversa lo stesso mondo musulmano. Il direttore dell'Istituto per le relazioni internazionali di Parigi, Dominique Moïsi, sostiene che l'Occidente è il continente della paura, il mondo islamico è il continente dell'umiliazione e dell'odio e la speranza si è spostata verso l'Asia. Non è inasprendo il conflitto tra moderati e radicali che risolviamo questa condizione. In Libano abbiamo dato un segnale importante. Si è rotto lo schema "Occidente contro Islam": nella missione Unifil si è impegnata la comunità internazionale, l'India, la Turchia, il Qatar. Sosteniamo il tentativo della Lega araba che riconosce il ruolo delle componenti sciite, il ruolo del premier Siniora, un tribunale internazionale che indaghi sull'omicidio di Hariri e gli altri crimini politici. Lavoriamo perché l'impresa riesca".
E in Palestina? C'è il rischio di una situazione algerina: un golpe di Abu Mazen contro i fondamentalisti di Hamas?
"Non c'è nessun colpo di Stato, Abu Mazen è stato eletto dal popolo. E Hamas è una forte componente della società palestinese, ma, non dimentichiamolo, non ha avuto la maggioranza del voto popolare. Non c'è il popolo da una parte e il dittatore dall'altra. Abu Mazen punta sulle elezioni dopo aver tentato l'accordo e dopo che Hamas si è rivelata completamente irragionevole. Tutta l'Europa, e anche il governo israeliano, ha visto con favore un governo di unità nazionale. Ma Hamas si è collocata su posizioni estremistiche e ciò non ha contribuito a rompere l'isolamento palestinese. Ora bisogna cercare una via d'uscita".
Lei ha puntato il dito sulle responsabilità di Israele a Gaza. Scatenando la reazione della comunità ebraica.
"Sono polemiche italo-italiane che nascono dalla falsificazione. C'è la reattività di una lobby ristretta che impedisce una discussione serena. Per aver definito questa estate "sproporzionata" la reazione israeliana all'attacco di Hezbollah ho ricevuto un editoriale di condanna dal principale quotidiano italiano: ma era solo una citazione parziale della posizione espressa dalla presidenza Ue. Ora ho solo affermato che Israele, sulla base di motivazioni di sicurezza, non ha consentito la piena applicazione dell'accordo sulla libertà di accesso e movimento al valico di Rafah. Non lo dice un pericoloso estremista, lo ha constatato il capo della missione europea, il generale dei carabinieri Pistolese, non certo un pericoloso estremista".
Per forza, obiettano gli israeliani, in quel valico passano armi e soldi per Hamas.
"Il valico è controllato, la missione è molto ben organizzata. E abbiamo ripetuto agli israeliani di essere disponibili a rafforzare i controlli. Quanto ai finanziamenti, il problema va posto nel contesto del blocco dei fondi per i palestinesi". Quanto pesa sulla sua azione il pregiudizio di fare una politica amica di Siria, Iran, Hezbollah, insomma anti-israeliana?
"Lasciamo perdere polemiche sciocche e provinciali. È ridicolo dire che siamo qui pronti a criticare Israele e andare a braccetto con gli estremisti. Con la Siria abbiamo parlato con prudenza e senso della misura. Faccio notare che il ministro degli Esteri tedesco e quello spagnolo sono andati a Damasco, non so cosa si sarebbe detto se ci fossi andato io. Anche il dialogo con l'Iran è molto franco. Noi abbiamo una posizione indipendente: è una politica di amicizia e di sincerità che viene apprezzata. Il governo israeliano ci ha sempre ringraziato. Sappiamo benissimo che la pace si costruisce solo garantendo la sicurezza di Israele. Oggi indubbiamente da parte israeliana si evita di incoraggiare le forze estremiste, a differenza di quanto accadeva in passato. È un fatto molto positivo".
Come giudica la nuova dottrina americana in Iraq?
"Dopo la pubblicazione del rapporto Baker-Hamilton sembra esserci una qualche incertezza nell'amministrazione Bush. Affiora perfino la tentazione di dare l'ultimo colpo prima di andare via, il rafforzamento della presenza militare per fare un'operazione di sradicamento, magari con la prospettiva di accelerare il ritiro. Bisogna programmare la riduzione della visibilità americana e favorire la capacità irachena di riprendere il controllo della situazione. Noi siamo usciti dalla "coalizione dei volenterosi", mantenendo però il nostro impegno. Tuttavia, ben oltre la questione irachena, non credo affatto che gli Stati Uniti debbano ritirarsi in casa loro. Al contrario c'è bisogno che tornino protagonisti sulla scena internazionale, anche per rimediare, lo dico in modo amichevole, ai loro errori".
Il 2007 sarà l'anno del ritiro dell'Italia dall'Afghanistan dopo quello dall'Iraq?
"È un errore considerare l'Afghanistan un'operazione della Nato, è una missione della comunità internazionale. Non credo sia pensabile lasciare l'Afghanistan ai talebani. Ho qui un loro testo molto interessante raccolto da Gilles Kepel. "Quanto alle donne comuniste", recita, "bisogna ucciderle tutte". Lo ricordo a quanti li scambiano per partigiani: il fondamentalismo talebano esprime una feroce violenza reazionaria, anti-femminile, se andiamo via tornano questi. Anche in Afghanistan non si può vincere la sfida solo sul piano militare. Ne ho parlato con Wen Jiabao e con Putin, cinesi e russi sono interessati a stabilizzare la regione".
Anche in questa intervista emerge un D'Alema totalmente identificato con il suo ruolo da statista. Nei Ds qualcuno ci resterà male: lei si sente ancora uomo di partito?
"Essere uomo di partito è un onore, ringrazio quando mi chiamano così. Non è in contraddizione con il senso dello Stato: Nilde Jotti da presidente della Camera rimproverava con severità innanzitutto i deputati del Pci. I grandi partiti, quelli seri, ti educavano a servire il Paese. Forse non va più di moda, ma a me hanno insegnato così. E ognuno è figlio del suo tempo".
Intervista a Primo Greganti
Claudio Sabelli Fioretti su Corsera Magazine
Non ha parlato. Comunque non ha detto quello che i giudici volevano che dicesse. E cioè che anche i comunisti, come la Dc e il Psi, avevano partecipato al grande banchetto di Tangentopoli. Mentre tutti facevano a gara a chi confessava per primo, lui, Primo Greganti, il compagno G, negava tutto. I soldi dei Ferruzzi, i 612 milioni? Certo che li ho presi. Erano il compenso per le mie consulenze. Il miliardo dell'Itinera? L'ho incassato. Era la caparra per la vendita di un immobile. A forza di negare, si fece tutta la carcerazione preventiva, più di 100 giorni. E incassò la condanna patteggiando tre anni. Alla fine mise d'accordo sinistra e destra: ecco uno con le palle, uno che resiste,. Un eroe. Un simbolo. Ma lui non ci sta: "Sarei un eroe se mi fossi sacrificato per salvare il Pci. Ma questo non è vero. Io sono innocente e basta".
Ti rendi conto che la gente non ti crederà mai?
"Non mi pongo questo problema. Facendo di me un eroe si avvalorava la tesi che il Pci era coinvolto come tutti gli altri. È una strumentalizzazione della destra".
Sei stato condannato, hai patteggiato...
"Capita di trovarti in situazioni in cui non hai fatto niente e devi pagare lo stesso. In inchieste come Mani Pulite c'è sempre il rischio che un innocente rimanga coinvolto. Ho accettato la mia sorte perché l'inchiesta arrivasse in fondo. Sostengo lo Stato di diritto anche quando lo Stato di diritto sbaglia".
Praticamente Socrate.
"Sostengo i giudici, sostengo l'inchiesta di Mani Pulite. Ho scontato la mia pena fino in fondo. Ho rifiutato perfino l'indulto".
L'indulto non si può rifiutare.
"Ma io l'ho fatto. Potevo andare libero e non l'ho fatto fino alla scadenza naturale della pena".
La tua vita è stata sconvolta...
"Avevo un ufficio, dipendenti, ho dovuto licenziare tutti, smantellare tutto, fare debiti".
...e continui a sostenere Mani Pulite?
"Dopo una prima fase genuina l'inchiesta assunse dimensioni tali che la situazione sfuggì di mano. E successe una cosa strana. Come se fossimo alla vigilia dell'arresto di Dio. Le segreterie di partito prima di riunirsi si informavano sugli ultimi arresti. Le aziende erano ferme aspettando l'arrivo della Guardia di Finanza. Il Paese era sotto ipnosi. Le diplomazie del mondo si chiedevano: cosa succederà in Italia? Dc e Psi si davano già per persi. Ma i comunisti se la sarebbero cavata. A questo punto Berlusconi scese in campo, benedetto da Gelli. Gli imprenditori parlavano a valanga. Più gente veniva chiamata in causa meglio era. Tutto purché il Paese non finisse in mano ai comunisti".
Gli amici sono scomparsi dopo la galera?
"Nessuno mi ha abbandonato platealmente. Ma c'è chi si è eclissato, in silenzio, senza dichiararlo".
Hai avuto vantaggi dalla vicenda giudiziaria?
"Economici direi proprio di no. Non mi è rimasto assolutamente niente. Da un anno ho la mia pensione di 1.880 euro".
Prima come vivevi?
"Facendo debiti. Che adesso sto restituendo. Ma non farmi fare la figura del piagnucolone".
Altri tipi di vantaggi?
"Ritengo di avere imparato delle cose importanti".
Risposta buonista. Vantaggi reali?
"Al telefono mi rispondono tutti, con cordialità, apprezzamento. Ma all'idea di lavorare con me qualcuno resta freddo".
Gabriele Cagliari, nella lettera alla moglie Bruna, ti citò come esempio di forza e di resistenza.
"L'ho incontrato qualche volta in carcere. Aveva il morale a terra. Cercavo di dargli forza: Guarda che la vita non finisce qui. Questa è una parentesi. Ma lui si sentiva schiacciato".
Perché i potenti sono così fragili?
"Pagano un prezzo più alto. Sono potenti ma si credono onnipotenti. Sono assistiti e riveriti da tutti. Quando tutto questo svanisce si sentono nudi".
Hai detto: "Lavorando in un partito si possono fare anche cose che non si condividono".
"Purché legittime. Per esempio pur essendo stato a lungo operaio, quando Berlignuer disse: Se gli operai occupano, noi siamo al loro fianco, non ero d'accordo. Eppure lo sostenni".
Sono passati più di 12 anni dal giorno dell'arresto.
"Avevo saputo che Di Pietro stava indagando su un certo compagno G. Decisi che era meglio parlarci e presi appuntamento per il giorno dopo alle 11. Aveva dato la notizia alla stampa. Stavo in mezzo ai giornalisti e nessuno mi riconosceva. Ad un certo punto Susanna Ripamonti dell'Unità mi chiese: Ma tu lo conosci questo compagno G?".
Come un film comico.
"Totò, Di Pietro e il compagno G".
Dicono che tu fossi arrogante con i giudici.
"Non mi facevo intimorire e rispondevo con fermezza".
Dopo un interrogatorio della Parenti dicesti: "Ma chi è quella ragazzina in minigonna che mi ha fatto tutte quelle domande?".
"Preferivo la durezza di Di Pietro alla mediocrità. Ma non ho mai detto quella frase. Però...".
Però?
"Però non era il caso di presentarsi in carcere vestita in modo da suscitare certi commenti tra i detenuti".
Di Pietro oggi è nel tuo stesso schieramento politico...
"Dopo tante ore a parlare con me, mi fa piacere che abbia scelto il centro sinistra ".
Un'immagine è rimasta nella mente della gente: quella di un comunista con tre conti in Svizzera.
"Non nascondevo nessun soldo. Lavoravo con la Cina. I pagamenti erano quasi impossibili tramite le banche italiane a causa della burocrazia. Dalla Svizzera in due minuti si risolvevano. I conti svizzeri non erano né cifrati, né segreti. Non sono stati i giudici a scoprirli, li ho indicati io".
È singolare che quel pagamento da parte dei Ferruzzi di cui parla Panzavolta, 612 milioni, corrisponda esattamente alla cifra della tangente pagata realmente sia alla Dc che al Psi per favorire un appalto dell'Enel.
"Io ho almeno dieci spiegazioni".
Fermiamoci ad una.
"Nessuno ha mai prodotto un solo documento, una sola telefonata, un solo rapporto con chicchessia all'Enel che dimostri che io ho fatto qualcosa per favorire quell'appalto".
E quelle dieci spiegazioni?
"Poteva essere casuale o un trabocchetto. Anche il fatto che abbiano pagato estero su estero, che abbiano usato un canale normalmente usato per pagare tangenti... Poteva essere un sistema per coinvolgere anche il Pci se fossero stati scoperti...".
Il caso Itinera? Un miliardo in una valigetta...
"Era la caparra per l'acquisto di un immobile del partito".
In una valigetta? Non esistono gli assegni?
"Erano soldi in nero. Ancora oggi le trattative immobiliari si fanno così. Gli atti notarili si fanno al valore catastale. Il resto della somma si muove in un altro modo".
Alla fine tu hai patteggiato una condanna a tre anni. Patteggiare è un po' ammettere.
"Dovevo pur ricominciare a vivere. Non potevo andare avanti come fossi Previti con i processi, gli avvocati... Ho una famiglia... Lo dissi anche allora: patteggio non perché ammetto la colpa ma perché ho bisogno di lavorare".
Che cosa rischiavi?
"Sei anni di galera".
Invece?
"Mi affidarono ai servizi sociali. Non potevo uscire di casa prima delle sette, non potevo rientrare dopo le nove di sera, dovevo muovermi soltanto per lavoro, non potevo abbandonare la provincia di Torino. E tutte le notti i carabinieri venivano a suonare il campanello e io dovevo andare a farmi vedere".
Raccontami un po' della tua vita.
"Sono nato a Jesi. Mia madre mi ha partorito in un fosso, in una cassetta dell'uva mentre stava passando il fronte verso Nord. Era il 1944. I miei facevano i mezzadri. Le frustrazioni che subiva mio padre erano per me inaccettabili. A 14 anni andai a Torino. Anche lì povertà, fame, lavoro nero, freddo, in cinquanta a dormire in una stanza...".
Ma poi operaio alla Fiat, la commissione interna, il Pci...
"Prima prendevo lo stipendio della Fiat. Poca roba. Però lo prendevo. Poi nel Pci, la metà e quasi mai. Sai qual è la questione morale del Pci? Che non pagava gli stpendi".
Nella segreteria della federazione torinese, nell'organizzazione a Roma e a curare le Feste dell'Unità. Nell'89 ti sei messo in proprio.
"Dal Pci al Pds: il dibattito interno era molto pesante. Io avevo fatto un sacco di viaggi in giro per il mondo, avevo conosciuto molta gente...".
Qualcuno ha detto che ti piacevano la bella vita, i bei vestiti, le belle macchine e le belle donne...
"Tutte balle. Va detto però che le donne brutte non mi sono mai piaciute. Non ci tenevo a diventare ricco. Non avevo la barca, non giocavo a golf, non spendevo milioni ogni sera nelle discoteche come De Michelis. Sono sempre stato un disadattato del viver bene".
Ti hanno mai offerto una candidatura?
"Prima dello scandalo me l'offrì la sinistra. Dopo lo scandalo la destra mi fece capire che... Ma quello del parlamentare è un lavoro umiliante".
Che tipo di comunista ti piace?
"Stiamo compiendo un viaggio travagliato verso il Partito Democratico. Dobbiamo imbarcare tutti. Ma troppi compagni di strada sono presi dall'individualismo. Io, io, io, io".
Meglio l'operaio Cipputi che cuoce le salamelle o il manager Velardi che passeggia per la piazzetta di Capri?
"Non sarei mai capace di passeggiare per la piazzetta. Ma il partito ha bisogno di tutti".
Va bene anche D'Alema al timone dell'Icarus?
"Per essere comunisti bisogna per forza essere con le pezze al culo? Ben venga anche un comunista ricco".
L'immagine del leader di un partito è importante...
"Più importante è l'immagine di coerenza culturale. Molti, la sera dicono una cosa e il mattino dopo il contrario...".
Sei sempre iscritto al partito?
"Dal 1993 non più. Ma adesso chiederò la tessera del 2007".
Hai seguito la vicenda Consorte?
"Consorte si è posto il problema di acquisire un pacchetto di controllo di una banca. Tentativo meritorio. Se ha compiuto illeciti è un altro problema. Se si è scelto compagni di strada sbagliati, anche questo è un altro discorso".
Come si finanziano oggi i partiti?
"Con il finanziamento pubblico. Ma sembra di capire che i soldi non sono sufficienti. È un problema serio. Se non si approva la legge sul conflitto di interessi rapidamente noi continueremo a convivere con questa anomalia pesante. C'è un partito che dispone di mezzi tali che mette tutti gli altri fuori gioco".
Questo discorso valeva anche per il Pci che si finanziava con i soldi sovietici e con il movimento cooperativo.
"A me non risulta".
Torni a fare il compagno G?
"Che le coop facciano pubblicità sull'Unità, o che i dipendenti della cooperativa facciano del volontariato è una cosa. Ma qualcuno può sostenere che ci sono finanziamenti diretti al partito da parte delle coop?".
E i soldi sovietici?
"Altra fesseria. Io non ho ancora trovato nessuno che abbia detto qualcosa di preciso su questa storia".
Stai esagerando...
"Ricordo che quando arrivavano le delegazioni russe a Roma bisognava comprar loro i vestiti perché erano impresentabili".
È vero che esiste il "Primo Greganti Fans Club"?
"Segnalano qualcosa del genere a Sondrio o a Como".
E la discoteca che fece pubblicare il poster con la tua fotografia e lo slogan "Affidabile come Greganti"?
"Molti mi hanno chiesto di usare il mio nome come marchio. I fabbricanti di orologi per esempio. Puntuale come Greganti Perfino Cuore fu lanciato conquesto slogan".
In galera ti sei rasato metà cranio.
"In carcere i giorni di festa c'è molta depressione. A Pasqua vedendo alcuni extracomunitari mi sono commosso. Per farli ridere mi sono rasato metà capelli e metà barba".
Tu sei comunista?
"Ero comunista. Oggi sono per un riformismo che spero sfoci nel nuovo Partito Democratico".
Arriverà prima il Partito Moderato della destra?
"Sono troppi quelli che vogliono fare il Partito Moderato. E non è ancora chiaro che cosa sia".
Secondo Berlusconi è Forza Italia allargata.
"Forza Italia non è moderata. Non è nemmeno un partito".
Gioco della torre: D'Alema o Fassino?
"Nessuno dei due. Non butto nessuno dalla torre".
Veltroni e Rutelli?
"Nessuno dei due. Non fa parte del mio schema".
Compagno G, ma allora è proprio vero che non parli. Non butti dalla torre neanche la Parenti?
"Neanche lei. Sono avversario politico di alcuni, difendo le mie idee, ma non butto nessuno dalla torre".
Ma è una metafora. Se non butti nessuno vuol dire che ti vanno bene tutti.
"Guarda, non butto nemmeno Berlusconi! È il prodotto di una società che ha perso i valori! Se bastasse buttare lui...".
A proposito di tutte queste ragazze
Ignazio Licata su Golem l'Indispensabile
La riflessione che gli amici della redazione invitano a fare sul ruolo maschile oggi è terribilmente seria, al punto da poterne ricavare qualcosa anche coniugandola in controluce e giocando con gli aspetti marginali delle rappresentazioni contemporanee e correnti dell'uomo e della donna. Che contengono e nascondono, ad un'attenta analisi, tutte le esigenze di una riflessione biopolitica che ancora stenta ad essere riconosciuta per quello che è, uno dei fronti più rilevanti del nostro orizzonte sociale e culturale.
In controluce, dicevo. Perché per motivi almeno generazionali voglio coltivare l'onesto sospetto che possa essere difficile guardare dentro la "cosa" maschio che è in me. Preferisco dunque riflettere brevemente sull'immagine femminile, sottoponendomi volentieri all'altrui denuncia delle mie cecità. Da qui il titolo, omaggio al grande Ingmar Bergman, che nel suo För att inte tala om alla dessa kvinnor (A proposito di tutte queste... signore, 1963), mette in scena un uomo e le sue ambizioni d'arte e d'immortalità attraverso le donne della sua vita, nel suo film più strampalato, sfortunato, colorato, e "leggero".
Nella scienza, campo che conosco dall'interno, c'è una situazione che potremmo definire di transizione. Da una parte aumenta il numero di donne laureate in discipline scientifiche che mostrano presto una forte determinazione nella ricerca. Se dovessi provare una statistica personale, sicuramente le donne che ce l'hanno fatta, e con stile, sono in numero maggiore degli uomini. Tra i fisici teorici di altissimo livello i nomi femminili ricorrono con sempre maggiore frequenza, ed in alcuni casi spiccano per eccezionalità: voglio qui ricordare facendo molti torti per limitarmi alla ricerca che frequento le "stringhiste" Eva Silverstein e Lisa Randall, quest'ultima attualmente con il primato del fisico più citato in letteratura (Randall-Sundrum Brane Tension); ma anche la "regina delle reti" Ginestra Bianconi.
Questo non vuol dire che le donne abbiano ottenuto rose, pane e scienza. Nelle strutture accademiche, segnatamente nelle nostre, esistono ancora forme sottili ma persistenti di discriminazione che si attivano in difesa dei "ponti di comando" della ricerca, nel momento in cui una brillante ricercatrice ne reclama legittimamente l'accesso. Va da sé che in un paese sessuofobo come il nostro la cosa prende fin troppo spesso i crudi accenti della guerra dei sessi. Il pregiudizio dunque permane, e dietro di esso forse la copertura di una visione "faustiana" della scienza che ne costituisce l'ideologia segreta.
Del resto non è troppo lontano il tempo in cui alla scienza al femminile venivano posti dei paletti ufficiali. Alla storia di una Marie Curie fa da contrappeso quella di Lise Meitner (Vienna 1878-1968), una delle più belle figure della scienza moderna. La Meitner avrebbe dovuto fermarsi alle medie, le ragazze infatti non erano ammesse nei licei. La volontà incrollabile le permise di diplomarsi e di accedere poi alla formazione universitaria. Ottenuta la laurea, la brillante allieva di Boltzmann dovette accontentarsi di far scienza "dalla porta di servizio", poiché nelle università prussiane fino al 1909 non era permesso l'accesso alle donne. Fu assistente "non ufficiale" di Max Planck dal 1912 al 1915, anni straordinari per lo sviluppo della teoria dei quanti. Fu lei ad intuire con chiarezza il processo della fissione nucleare, riflettendo sui risultati di Otto Hahn durante una passeggiata tra i boschi con il nipote Otto Frisch, che racconta la storia di questo memorabile dialogo nel suo libro di ricordi La mia vita con l'atomo (Ed. Riuniti, 1981). Hanh ottenne il Nobel per la chimica nel 1944 per la scoperta della fissione. Un caso esemplare di Nobel mancato, che va ad aggiungersi ad una lunga lista che temiamo persino più significativa di quelli effettivamente assegnati per la totale assenza di reali motivazioni d'esclusione.
Lise Meitner
Al di là del Nobel, resta il ricordo di una donna brillante ed indipendente che poté far fisica soltanto grazie ad un sacrificio di dedizione assoluta e rinuncia, molto probabilmente non soltanto come moto interiore, ma come prezzo necessario imposto dalle condizioni esterne. Nell'ultima parte della sua vita, dedicata in ugual misura alla ricerca nucleare ed alla preoccupazione per la pace, riflettendo sul suo percorso, probabilmente con l'eterna sigaretta in mano, scriveva:
"Amo la fisica, mi sarebbe difficile immaginare la mia vita senza. È una specie di amore personale, come per una persona a cui si deve molto. E io, che soffro tanto di coscienza sporca, sono fisica senza nessuna cattiva coscienza".
Oltre ai casi personali, ci si chiede se esiste davvero una "scienza femminile" in grado di svilupparsi su direttrici diverse da quella "maschile", secondo le tesi di Sandra Harding e Gloria Steinem: il "divide et impera" di una razionalità mono-dimensionale e strumentale contro una nuova consapevolezza complessa ed ecologica. Il fatto che la domanda suoni "fuori moda" la dice lunga sulle trasformazioni di questi ultimi anni. Parte della responsabilità è dovuta anche ai tentativi pasticciati e puramente ideologici di molte "sintesi" proposte. Il Modello Occidentale rafforzato dal delirio dello Scontro di Civiltà e della Guerra Infinita ha nel frattempo elaborato una nuova antropologia normativa che sembra includere un maggior numero di gradi di libertà per l'identità dell'uomo e della donna, per l'Eros e la Natura, ma immiserendo ed irreggimentando la complessità originaria di questi termini. Il problema di una scienza "femminile" oggi si identifica non tanto con una maggior capacità di espressione dei singoli soggetti femminili contro il predominio dei soggetti maschili problema comunque ancora vivissimo , ma con quello di una scienza "diversa", non più faustiana e totalitaria, ma pratica di riscatto e libertà sociale ed intellettuale, sensibile ai temi del soggetto, non banalmente riduzionista e dotata di un nuovo senso critico nei confronti del ruolo "onnisciente" dell'osservatore-costruttore di modelli. E' la direzione, ad esempio, di Murray Bookchin e Vandana Shiva.
Del resto, altre diversità bussano alle porte della scienza. Sembra che l'immagine ufficiale dello scienziato sia ancora molto wasp. E' tutta da esplorare ancora la storia della scienza dei neri e della cosiddetta diaspora afro-americana. Restando in casa, voglio ricordare inoltre le tesi degli amici di "Scienza Semplice.
Una storia diversa e diversamente esemplare è quella, tra le tante possibili, delle donne in musica. Sin dalla nascita dell'opera l'unica donna a cui è stato permesso di non mortificare in alcun modo la pienezza della propria femminilità è stata la cantante. La voce è uno dei centri dell'eros, ed è dunque passata senza alcun problema l'esigenza di un'interpretazione in grado di spingersi fino alle soglie dell'o-skené. Per la altre figure, dalla concertista alla compositrice fino al direttore d'orchestra, si è tacitamente accettato che l'espressione della femminilità dovesse essere contenuta all'interno di una compostezza quasi androgina. Per contro, sono fiorite le leggende sull'interpretazione "femminile", come se la questione dell'approccio interpretativo fosse un fatto deterministicamente biologico. Questa impostazione trova un riscontro "sintomatico" nella recente polemica della violinista Lara St. John, rea di una copertina della sua versione delle sonate e partite di Bach dove appare nuda, coperta in prospettiva soltanto dallo strumento. Edonismo o allusione all'essenziale "nudità" che richiede Bach? Alle critiche, la St. John ha rincarato la dose con un articolo infuocato, disponibile sul suo sito, dal titolo eloquente An interview that pissed me off!
Si tratta, evidentemente, di una storia di fraintendimenti sulla rotta di collisione tra i piani diversi del contenuto e dell'immagine. E' chiaro che ogni essere umano, senza alcuna discriminazione, o meglio, senza "se" e senza "ma", dovrebbe essere consapevole autore della propria immagine e della propria sessualità. Ma in alcun modo questa immagine dovrebbe essere identificata tout-court con la persona e sovrapposta alle cose. Fare questo errore significa non promuovere emancipazione, come sembra ancora credere ingenuamente qualcuno, ma rafforzare l'identità icona-merce. Esiste un sito web dedicato alle donne in musica, Beauty in music, dove a dispetto dei commenti critici e delle citazioni dotte, sembra che in definitiva l'unico criterio discriminante sia l'essere giovani e carine, impoverendo alla radice lo stesso concetto di Bellezza. Che senso può avere mettere assieme Akiko Suwanai e Linda Brava, se non quello del puro voyeurismo mascherato di cultura? Chi ama la musica, e non vuole confonderla con le copertine dei CD, sa bene che esiste una Bellezza di Richter, di Gould che appartiene alla stessa sfera di quella della Callas e di Clara Haskil. C'è sicuramente più daimon erotico in alcune foto di Bernstein o del giovane Celibidache che in chili di glamour patinato.
Leopold Mozart, autore di un celebre trattato sull'arte del violino che tenne banco per circa un secolo, affermò che quando una donna raggiungeva la padronanza piena dello strumento, spesso mostrava capacità e sensibilità di gran lunga superiori a quelle dei colleghi maschi. Si trattava di un uomo dai giudizi molto asciutti, e non c'è motivo per intendere la frase in modo diverso da quello che è, una constatazione. Lo stesso Wolfgang ebbe espressioni entusiaste per alcune pianiste del suo tempo. Questo tipo di osservazione, valida ancora oggi, non deve essere presa in alcun modo a sostegno di una rigida teorizzazione del "femminile" nell'arte. Leonard Bernstein ha interpretato forse il Mahler più incantato dall'Eterno Femminino, e da anni non si ascoltava un Beethoven più nobile e virile, autentico Mensch, di quello di Hélène Grimaud. Ben lontani dal destino biologico, in questo contesto il più corretto intendimento degli aggettivi ci può venire dallo Yin e dallo Yang.
Non vogliamo negare la capacità che hanno le immagini di documentare i piccoli cambiamenti, di possedere una loro verità estetica autonoma. Chi guarda negli anni le fotografie ed i dischi di due straordinarie violiniste come Anne Sophie Mutter e Victoria Mullova noterà come la ragazzina prodigio di von Karajan e la severa moscovita hanno perso con gli anni una certa rigidezza, imparando a giocare di più con la musica e con se stesse. Il problema nasce quando, invece di lasciare all'immagine personale il suo ruolo di piccolo avamposto e spia dell'espressione, la forziamo secondo le regole della civiltà delle merci, rischiando di lasciarla parlare al nostro posto, e su qualcosa che in definitiva nulla ha a che vedere con ciò che vogliamo dire davvero. Al centro della questione c'è l'immagine come costruzione ideologica nel mondo delle merci.
Questioni simili si sono avuti con l'arrivo massiccio di talenti scacchistici femminili, dal fenomeno "storico" Vera Menèuk fino al tasso esponenziale di presenze nei tornei a partire piu o meno dall'avvento delle tre formidabili sorelle Polgar (Susan Polgar è la campionessa del mondo femminile 2006). Il regno degli scacchi è ancora più radicalmente maschilista di quelli finora presi in esame. Anche qui troviamo goliardia, maschilismo, civetteria e furbizie mediatiche. Si va dall'auto-promozione, il gusto del glamour ed il gioco aggressivo di Alexandra Kosteniuk all'attività promozionale generosa alla quale non sempre corrisponde un gioco ugualmente incisivo di Carmen Kass. Ma ci sono anche talenti, come quello delle Polgar o di Almira Skripchenko che nulla hanno da invidiare a quelli maschili, al punto da domandarsi seriamente che senso ha tenere in vita un campionato femminile.
Una questione generale che sembra emergere tra le altre è quella della correlazione tra "emancipazione" e "immagine". La cosa è assai più drastica di quanto possa sembrare a prima vista, poiché abbiamo assistito in questi anni a dibattiti televisivi in cui, in modo affastellato e retorico, l'esibizione mediatica compiaciuta del sesso veniva contrapposta al "velo islamico", e buttata sullo stesso paniere delle armi di distruzione di massa. In altre parole, sembra che al tempo della vita virtuale della merce, l'immagine della donna, sia essa scienziata, artista o scacchista, è più o meno sottilmente ancorata ad un modello orientato, in senso etimologico, alla pornografia, al far vedere, al dover piacere per essere vincenti, all'imperativo del "prima di tutto carina".
Cassandra (1983, preceduto dalle Premesse a Cassandra. Quattro lezioni su come nasce un racconto) è uno dei vertici più alti della scrittura di Christa Wolf. All'uscita fece discutere per i riferimenti in ordito alle vicende della RDT ed alla contrapposizione nucleare USA-URSS, ma è un testo che con gli anni non finisce di sorprendere per una ricchezza e vitalità che sono proprie dei classici. Si tratta delle ultime ore di vita di Cassandra, che in attesa della scure di Clitennestra ripercorre in un flusso di memorie la sua storia e quella di Troia, le vicende della guerra, l'amore impossibile con Enea, il difficile percorso che la porterà da sacerdotessa del Palazzo a rinnegata interiormente libera. Cassandra è "bella", forse più della sorella Polissena, contrariamente a quest'ultima però non accetta la seduzione come ragione di vita, difesa ed arma. Per gran parte della sua vita sembra aggirarsi incerta tra la voglia di essere accettata e l'insoddisfazione per una consapevolezza che sembra non arrivare. Diventerà veggente quando imparerà semplicemente a vedere con gli occhi, rifiutando la costruzione ideologica della rappresentazione degli uomini e della guerra che lo scontro forgia a suo beneficio e giustificazione:
"Nel fondo più profondo; nell'intimo più intimo, là dove corpo e anima non sono ancora divisi e dove non giunge parola, né pensiero, seppi tutto".
Enea, e suo padre Anchise, sono la possibilità di essere diversamente uomini. Ecuba ed in misura maggiore Pentesilea la tentazione di giocare lo stesso gioco del potere e di Achille la bestia, esemplare possente di vanità e ferocia gratuita. Ed Eumelo, comandante della Troia di guerra, si rivela per quello che è nella sagge parole di Anchise:
"Eumelo ha bisogno di Achille come una vecchia scarpa della compagna [...] Ma dietro c'è un trucco molto semplice, un errore di ragionamento che ti ha trasmesso in tutta la sua volgare ingenuità. E che funziona fino a quando tu non ne cogli il punto debole. E cioè: lui presuppone ciò che innanzitutto ha dovuto creare: la guerra. E' arrivato al punto di prendere questa guerra per la normalità [...]".
Cassandra ci insegna, con la difficoltà che è propria di chi cerca di leggere i destini di ognuno dentro la grande trama degli eventi, come essere uomo e donna è prima di ogni cosa liberarsi dalla rappresentazione di noi stessi decisa da altri. E come questa immagine cristallizzata del nostro essere, parlare, amare sia inscritta dentro un modello più ampio. Il femminile ed il maschile sono soltanto in minima parte destini biologici; essi sono soprattutto ruoli funzionali alla rappresentazione sociale. Nel caso di Troia ma solo in quel caso? è il modello della guerra che pretende di decidere i destini di tutti. Ritrovarsi allora è innanzitutto sottrarsi, imparare un linguaggio diverso, superare la logica dei greci:
"Per i greci c'è solo verità o menzogna, giusto o sbagliato, verità o sconfitta, amico o nemico, vita o morte. Pensano in modo diverso. Quello che non è visibile, annusabile, udibile, tastabile non esiste. E' l'altro che essi schiacciano tra le loro rigide distinzioni, il Terzo, che per loro è sempre escluso, la materia vivente che sorride, che è in grado di riprodursi continuamente da se stessa".
E' questa l'estrema profezia di Cassandra per noi. La sfida ad accogliere il Terzo, l'Altro, la complessità del mondo, vedere oltre le rappresentazioni la realtà di ogni essere e la prigionia di ogni possibile "emancipazione" che non rimetta radicalmente in discussione l'Ordine Innaturale delle cose.
Matematica e anarchia
Nicola Arcozzi su Ulivo Selvatico
Tutta la scienza, si sa, è anarchica, non sopporta autorità di nessun tipo. La matematica, che tra le scienze è quella meno scientifica, mancando del lato sperimentale, è però anche quella più anarchica di tutte, proprio perchè il giudizio sui lavori di matematica non dipende da costosi apparati di misura, nè dal lavoro di grandi gruppi di ricerca. In matematica chiunque, anche un non matematico, può alzarsi e dire: "quel risultato è falso; quella dimostrazione non sta in piedi". Basta avere le competenze per farlo.
I primi anarchici, lo si dimentica spesso, non erano persone che aspiravano a vivere alla giornata, ma artigiani e operai altamente specializzati. Non solo i primi: l'anarchico tramviere Pinelli fu l'ultimo erede di una stirpe politica che in alcune città contava la maggioranza dei macchinisti di treno. Gli anarchici avevano il pallino, tipico degli artigiani, che chi non sa fare il lavoro non deve metterci il naso, ma chi sa ce lo può mettere sempre. Lo stesso pallino di noi matematici.
Tra i matematici non esistono gerarchie, almeno quando si parla di matematica. Esistono grandi matematici, matematici da poco e tutto quello che sta in mezzo: quello che distingue gli uni dagli altri non è una medaglia o un titolo o un grado nella gerarchia universitaria, ma l'universale riconoscimento del lavoro svolto da parte di chi lo conosce e lo apprezza, o lo disprezza. Alcuni matematici sono considerati come condottieri, ma non hanno galloni: li si riconosce come tali in virtù del loro carisma professionale e scientifico.
La maniera di lavorare della scienza, della matematica in particolare, ha dato origine a un mondo organizzato in maniera singolarmente orizzontale, a un'anarchia strutturata. Prendete per esempio il metodo con cui le riviste scientifiche scelgono i lavori da pubblicare. Si manda un lavoro a una rivista. Dopo un primo giudizio da parte del comitato editoriale, che può immediatamente respingere l'articolo come evidentemente non in linea con la rivista, il lavoro viene affidato a un recensore anonimo ("referee"), scelto tra gli esperti dell'area. Il referee, dopo aver letto l'articolo e, si suppone, dopo aver controllato la veidicità delle affermazioni in esso contenute, dà un giudizio inappellabile. L'autore dell'articolo non sa chi è il referee ed è punt odi deontologia che non lo venga mai a sapere. Da un lato questo dà al referee una libertà pressochè assoluta, dall'altro il suo lavoro, che è gratuito, non gli porta alcuna fama nè titolo. La verità della matematica che esce sulle riviste è certificata, attraverso i referee, dalla comunità matematica stessa, in forma anonima. A tutti noi capita, di tanto in tanto, di fare i referee: lavoro che ci si sobbarca senza piacere, ma che è ritenuto comunque necessario alla sopravvivenza della disciplina, e che quindi (quasi) tutti fanno senza mugugni.
Il parere del referee non mette comunque il risultato scientifico al sicuro per sempre. Basta una voce discordante in tutta la comunità matematica, un solo che dica "ho rifatto i conti e non mi tornano", o "ho un esempio che mostra come il teorema sia falso", e il risultato ritorna in discussione. Sto proprio ora scrivendo un articolo che dimostra un teorema già pubblicato, ma con una dimostrazione che, in una riga sepolta tra dieci pagine di conti, contiene un errore che manda tutto l'argomentare a remengo. Il matematico che lo ha scrisse ha una certa fama, ma quella sua dimostrazione è sbagliata al di là di ogni dubbio (mentre quella mia e dei miei collaboratori deve passare ancora al vaglio della comunità, anche se a me pare stare in piedi).
Questa maniera di lavorare deve essere difesa continuamente, perchè ha dei nemici. Non si tratta dei referee che usano dell'anonimato per consumare le loro vendette personali (esistono, ma si tratta di casi isolati e comunque le riviste sono tante e, prima o poi, un risultato degno viene pubblicato). Si tratta, piuttosto, dei referee che fanno il loro lavoro sempre più svogliatamente, per esempio senza controllare le dimostrazioni. Anche perchè, va detto, la lunghezza e la complessità degli articoli cresce a continuamente, così come la pressione a pubblicare, e il tempo che rimane per recensioni è quello che è. C'è poi il fatto che chi utilizza un teorema di un altro per dimostrarne uno proprio, non sempre controlla (per le stesse ragioni) la veridicità dello strumento che si utilizza, violando una regola deontologica accettata a parole, ma spesso rifiutata nei fatti. Così viene meno, alcune volte, quel continuo, orizzontale controllo della verità dei teoremi che, da Euclide ai giorni nostri, ha garantito la solidità della matematica in ogni sua parte. E di cui, in attesa di programmi per computer che verifichino delle dimostrazioni o di un un "istituto per la certificazione della verità in matematica" (governato da chi? pagato da chi? sottoposto a quali controlli?), non si può assolutamente fare a meno.
Un altro nemico della orizzontalità in matematica è la crescente concentrazione tra pochi editori delle riviste di matematica di un certo peso, e anche di quelle meno importanti; concentrazione che avviene acquistando le riviste che una volta venivano pubblicate da un'università o da un istituto pubblico di ricerca. Questi editori perseguono la massimizzazione di alcuni parametri quantitativi (l'"impact factor", che dovrebbe misurare l'impatto di una pubblicazione sul mondo della ricerca), che poco o nulla hanno a che fare con il valore e con l'utilità della ricerca in sè. L'impact factor è un altro nemico dell'orizzontalità, ma è comodo per prendere decisioni rapide e "oggettive" (chi assumere, a chi dare i fondi per la ricerca) e sta quindi prendendo sempre più piede.
D'altra parte, l'avvento di Internet ha liberato i matematici dal vincolo della pubblicazione su rivista. Cascuno può mettere in rete i propri risultati su grandi depositi di dattiloscritti (arxiv è il più famoso), che diventano altrettante mega-riviste di libero e gratuito accesso sia in scrittura che in lettura, a cui ormai ci si rivolge per leggere quello che c'è in giro nel proprio campo. Questa parrebbe la vittoria definitiva dell'orizzontalità e dell'anarchia, ma manca per ora ogni controllo di veridicità sul materiale pubblicato: arxiv non sottopone i propri articoli a dei referee. In attesa di una struttura più in stile wikipedia (ma qui non si tratta di correggere una voce d'enciclopedia, bensì di passare giorni o settimane a spulciare il lavoro altrui senza tornaconto alcuno), la certificazione della pubblicazione in rivista è ancora necessaria.
Intervista a Piergiorgio Odifreddi
Vera Schiavazzi su Panorama
Doveva essere un tranquillo geometra di Cuneo, o magari un ingegnere o un architetto, come il padre e gli zii. Ma nell'estate del 1969 accaddero due eventi imprevisti: l'università aprì le porte anche a chi non aveva fatto il liceo e il diciannovenne Piergiorgio Odifreddi si imbatté in Bertrand Russell e nella sua Introduzione alla filosofia matematica. "Quel libro" scherza oggi lo scienziato polemista più alla moda d'Italia "mi ha salvato la vita: se fossi diventato ingegnere, mi sarebbe toccato di lavorare".
Da allora Odifreddi, accento piemontese coltivato con cura, come la barba risorgimentale e una certa inclinazione a farsi fotografare di tre quarti, ha fatto un mucchio di strada. Fino a diventare un matematico apprezzato in tutto il mondo, un ottimo divulgatore, un intellettuale brillante ed eclettico, capace di passare dal saggio al racconto e dal racconto al teatro, un professore ingaggiato anche negli Stati Uniti. E un grande dissacratore.
Non contento di aver reso la matematica più attraente e provocante di quanto fosse mai stata, indulgendo a giochetti come calcolare in metri l'ascensione della Madonna, ora Odifreddi si attacca alla religione, aggredendola dogma dopo dogma, credenza dopo credenza: Perché non possiamo dirci cristiani (e meno che mai cattolici) è il titolo del suo prossimo libro, che la Longanesi pubblicherà a marzo 2007.
Odifreddi, perché tanta ostilità verso la religione? Di solito, gli scienziati si limitano a pronunciarsi su singoli aspetti, come la fecondazione assistita o l'eutanasia. Lei invece pare un mangiapreti.
Diciamo che i laici italiani sembrano avere un po' abbassato la guardia, mentre le gerarchie cattoliche sono agguerrite. C'era bisogno di un controcanto e io ho provato a scriverlo. Non mi sento un militante ateo, come i miei amici dell'Uaar (l'Unione degli atei e degli agnostici razionalisti che ha in Odifreddi il suo "intellettuale di riferimento", ndr) con le loro campagne in favore dello "sbattezzo". Ma ritengo che l'influenza della Chiesa sia immensa, eccessiva, e che invada ogni aspetto delle nostre vite, come è evidente appena si guarda un telegiornale.
Con quali risultati?
La diseducazione alla razionalità. Pensiamo al mondo dei ragazzi, Harry Potter da una parte, ora di religione dall'altra. Guardiamo i programmi scolastici: non pretendo che la matematica superi ogni altra materia, mi accontenterei di un giusto equilibrio tra materie scientifiche e materie letterarie.
Perché questa irrazionalità dilagante, secondo lei, deriverebbe dal Cattolicesimo?
Perché è la più dogmatica delle religioni. Altri, come gli ebrei o i protestanti, hanno quantomeno un rapporto più stretto con il Libro, sono abituati a leggere direttamente e a interpretare. Altri ancora, come i buddisti, non sono dogmatici per nulla, la loro religione si basa sulla ricerca dell'armonia tra uomo e natura e non confligge necessariamente con la scienza. Quanto all'Islam, oggi non è certamente all'avanguardia, ma nei secoli più bui ha dato molto alla cultura scientifica. Identifichiamo la scienza con l'Occidente, ma questo non è esatto.
È per questo che ha studiato in Russia e in Cina?
Sì, volevo rendermi conto di ciò che avveniva in contesti scientifici completamente chiusi, o quanto meno separati dal nostro. È stata un'esperienza molto utile.
Esempi concreti di mancanza di razionalità?
Eccone alcuni. I nostri governanti che parlano continuamente della necessità di combattere la criminalità, la droga, l'aids. Tutte cose giuste, per carità, ma certamente non prioritarie se si guardano i numeri: in Italia muoiono ogni anno circa 600 persone ammazzate, altre 800 per aids, un migliaio a causa della droga.
I morti per tabacco e alcol sono invece 120 mila, cioè 300 al giorno. Qual è, allora, la priorità politica? Il potere simbolico degli avvenimenti, per esempio l'attentato dell'11 settembre con i suoi 3 mila morti, spesso travalica la realtà. Le torri abbattute hanno cambiato il nostro modo di pensare molto di più delle bombe americane su Hiroshima e Nagasaki.
Ma i numeri sono davvero sufficienti a scegliere? Non è necessaria anche un'etica che indirizzi, per esempio, la ricerca medica?
La medicina rappresenta un grosso problema. È un caso molto particolare e non la si può definire una scienza. Oggi, comunque, a orientarla è soprattutto il business. E l'irrazionale viene ampiamente cavalcato anche dai medici. Un conto è essere favorevoli alla ricerca sulle staminali e alla libertà dei singoli rispetto alla fecondazione, un altro è l'accanimento per avere un figlio a ogni costo, con qualsiasi mezzo.
Il lato oscuro della scienza è proprio questo, l'aspetto mercantile. Oggi sappiamo che una quota rilevantissima della ricerca è, direttamente o indirettamente, collegata alla produzione di armamenti. Un fatto drammatico, contro il quale possiamo soltanto esercitare una razionale vigilanza.
Lei ha avuto, come la maggior parte degli italiani della sua generazione, un'educazione cattolica. Come l'ha abbandonata?
Semplicemente crescendo, come quasi tutti. La religione è un modo di pensare infantile, serve a rassicurare i bambini, a consolarli contro la morte e le altre grandi paure. Ha per loro la stessa funzione che Fëdor Dostoevskij e Jean-Paul Sartre hanno per un adolescente in crisi esistenziale: poi passa. Oggi milioni di adulti si definiscono o vengono definiti come cattolici, ma soltanto perché non si pongono davvero la domanda su ciò in cui credono. Se lo facessero, moltissimi scoprirebbero di avere ben poco a che fare con una chiesa che, peraltro, non frequentano.
Le sue idee così nette in campo religioso trovano una collocazione politica adeguata?
No, non ho un'appartenenza politica. Sono stato molto a sinistra quando questo aveva un senso, e ancor oggi non mi riconosco in alcuna forza parlamentare. Anche in questo campo, comunque, si tende a rileggere la storia in un modo che non condivido. Il fallimento dell'Unione Sovietica ha azzerato l'idea comunista, ma il Medioevo non pare aver lasciato ombre sul Cattolicesimo.
Torniamo alla matematica, una disciplina che ha un'immagine difficile, astratta, respingente
Alcuni divulgatori, come lei, provano a farla diventare attraente. Ma come?
Spiegando che si tratta semplicemente di un linguaggio, certo complesso ma comprensibile e applicabile in molti campi. Dalla pittura, dove grandi artisti come Leon Battista Alberti e Piero della Francesca l'hanno utilizzata per introdurre la prospettiva, alla musica, con i canoni di Johann Sebastian Bach, che provo inutilmente a studiare al pianoforte. Scrittori come John Coetzee arrivano dalla matematica, che affascinava profondamente anche Italo Calvino. La matematica serve a ragionare, a tenersi alla larga dalla magia, o quanto meno a non farsene influenzare troppo.
Lei oggi insegna all'Università di Torino, scrive saggi teorici e libri per tutti, come "Il matematico impertinente", intervista ed è intervistato. Non ha paura che troppa visibilità le impedisca di studiare?
A impedirmelo sarà più semplicemente l'età. La matematica è impegnativa, richiede una mente da atleta, dopo una giornata di calcoli e di equazioni sei esausto. In questo senso è meglio dedicarvisi da giovani. Dopo la si può insegnare, spiegare, e si può continuare a godere della sua eredità più importante: una mente improntata alla logica.
Del resto anche da bambini la matematica è ardua: le capacità in questo campo si sviluppano solo verso i 13, 14 anni, e apparentemente più tra gli uomini che tra le donne. È impossibile insegnarla "a orecchio", occorrono tecnica e concentrazione. Insomma, tra le altre cose, questa scienza ci dimostra che esistono tanti tipi di intelligenza diversa.
Se avesse fatto un altro mestiere, che cosa le sarebbe piaciuto?
Diventare ministro dell'Istruzione. Ma è un rischio che non corriamo né io né gli italiani: per farlo bisogna essere democristiani.
Alla fine chi la spunterà, i preti o gli scienziati?
Dati i problemi del pianeta, come la scarsità di energie, c'è la possibilità che la civiltà tecnologica finisca prima della religione. Personalmente, non condivido il tono di certi catastrofismi ambientali e non sono contrario al nucleare, che oggi appare come la più efficace tra le fonti rinnovabili. Ma credo che questi problemi vadano affrontati a livello mondiale. E mi irritano certe nostalgie bucoliche del bel tempo che fu, quando si stava così meglio che la vita media durava 35 anni.
Come fa un matematico a innamorarsi?
Non ha nessuna difficoltà, basta che usi la parte non razionale del suo cervello, che in genere è un buon 50 per cento. Chi lo sa, forse l'amore coinvolge invece una razionalità più profonda che ancora non conosciamo. Ma va benissimo così.
La risposta ai teorici del niente
Filippo Facci su il Giornale
La risposta è questa: niente. Io rovescio la domanda, e chiedo a quei tanti che da settimane declamavano solo ciò che non andava fatto: dite, che cosa andava fatto? Mascherata da astratta difesa della vita, la loro implicita risposta resta questa: niente. Bisogna lasciare le cose come stanno. Bisogna lasciare che il caso Welby possa sembrare solo l'ultima baracconata dei Radicali, bisogna lasciar credere che Piergiorgio Welby fosse un depresso che chiedeva l'eutanasia: e non un uomo coraggioso che da anni aveva chiesto di poter evitare quella morte per soffocamento che nessun respiratore gli avrebbe infine evitato, un uomo che negli ultimi giorni di vita, invitato a resistere, rispose che non voleva più restare nel braccio della morte.
Un uomo che ha cercato di percorrere una via di legalità formale, un uomo come i tanti che si sono immolati in un Paese incapace di non procedere a strappi, un uomo che mercoledì notte ha chiesto che gli fosse staccato il respiratore non certo sulla base dei tempi della politica o della magistratura e purtroppo dello sciopero dei giornalisti: ha scelto e basta, ha rifiutato l'elemosina di un distacco clandestino, e non esiste il rischio che diventi una bandiera come teme qualche onorevole: lo è già. Ma ciò non si vuole. E allora bisogna lasciar credere che il nostro Paese non abbia neppure bisogno di una normativa più chiara: e non sull'eutanasia, che nessuno o quasi realisticamente chiede, ma sul maledetto accanimento terapeutico o sulla possibilità di un testamento biologico, sul cosiddetto consenso informato, ciò che c'è in tutta Europa mentre da noi c'è questo: niente.
È così chiara, la norma, che abbiamo delegato la vita o la morte di Welby alle carte bollate dei tribunali, oppure a medici secondo i quali per legge non si poteva intervenire mentre un altro medico ha pensato evidentemente di sì, sicché la spina l'ha staccata. È chiarissima, la norma. È per questo che anche il Consiglio Superiore di Sanità ha chiesto una nuova legge per distinguere tra accanimento e cura: perché è chiara. La verità, a latere del nostro prezioso dibattere, è che il fisiologico ritardo culturale della politica ha registrato un ulteriore distacco dalla realtà. Le opinioni sui giornali sono lampanti, ma mai abbastanza da illuminare il grigio di quella clandestinità italiana dove il decesso di centinaia di migliaia di persone è accompagnato da un intervento non dichiarato dei medici.
È stata un'indagine del Centro di Bioetica dell'Università Cattolica di Milano, e non di Pannella, ad aver appurato che il 3,6 per cento di essi ha praticato l'eutanasia e il 42 per cento la sospensione delle cure, tipo appunto staccare un respiratore. È una rivista autorevole come Lancet ad aver sostenuto che il 23 per cento dei decessi, in Italia, è stato preceduto da una decisione medica, e che il 79,4 per cento dei medici è disposto ad interrompere il sostentamento vitale. Ma come stiano realmente le cose non interessa: la Commissione affari sociali, ieri l'altro, ha inspiegabilmente respinto la proposta d'istituire un'indagine conoscitiva sul fenomeno. Si fa, non si dice né si deve sapere. È questa la morale molto italiana che avvolge un dibattito che Welby chiese al Presidente della Repubblica, ricevendone in cambio questo nostro fumo: del resto si trattava solo di aspettare che morisse, scambiando per vita la sua agonia. Ora è finita.
Chi lo amava, chi nei suoi occhi leggeva ormai solo la più terrificante delle umane coscienze, chi in quella stanza osservava la morte che pazientava con clinica certezza, senza fretta, così da poterlo gratuitamente torturare, ora dice grazie.
Montale: quel diavolo di un Berlinguer
Domenico Scarpa su La Stampa
La calunnia è un venticello..." Baritono mancato, Eugenio Montale giunse a cantare l'aria di Don Basilio nel settecentesco teatrino della città di Feltre. Fu la sua sola esibizione in pubblico, ma a teatro vuoto. Come racconta lui stesso, aveva dato una mancia al custode per potersi cimentare indisturbato nel Barbiere. Siamo intorno al 1937, nel trionfo del regime fascista; Montale è venuto a trovare un amico giovane e battagliero, Silvio Guarnieri. Quarant'anni dopo, sarà ancora Guarnieri il tramite di una nuova canzonetta maliziosa che non troverà il suo destinatario.
L'amicizia tra Guarnieri (1910-1992) e Montale nacque a Firenze. Ai tavolini del caffè "Giubbe Rosse", lo Spettatore appassionato del Costume letterario (così i titoli di due suoi precoci pamphlet) aveva notato ben presto in Montale l'"acuta capacità di cogliere e di ridicolizzare il lato debole, il momento più negativo di chiunque" e il culminare delle sue satire "in una risata sommessa ed agra". Per Guarnieri, Montale era un maestro di scelte politiche proprio in quanto custode della lingua italiana: un poeta ai cui occhi il fascismo era innanzitutto un fenomeno di rozzezza culturale. Era questo, sotto il regime, il valore del disincanto con cui la congiunzione non s'illuminava in corsivo nei suoi versi. Eppure, nel dopoguerra, iscrittosi al Pci già nel '45 "con costante ed attiva fedeltà", Guarnieri non riesce più ad approvare lo scetticismo dell'amico. Era persona assillante, Guarnieri, e sapeva di esserlo, con "una tenacia che può diventare accanimento". Montale, che più tardi avrebbe coniato per se stesso l'aggettivo "disingaggiato", provava per lui affetto e impazienza, e anche una combattuta ammirazione per il suo zelo. Montale voleva bene a Guarnieri: con paternalismo, forse. Recensendogli nel '55 i saggi di Cinquant'anni di narrativa in Italia e i racconti di Utopia e realtà, notava come egli andasse in cerca da sempre di "una figura ideale, un archetipo di Scrittore", assoluto e inflessibile interprete del proprio tempo. Nell'occuparsi di "questo critico sprofondato nel suo difficile ego, sprovvisto di humour e di grazia stilistica", Montale sapeva bene di essere proprio lui il prescelto per quel ruolo tanto solenne.
Ora, le poesie che Montale scrive a partire dalla metà degli anni Sessanta sono emanazione diretta del suo humour; poesie satiriche fin dal titolo che le accompagna nel '71, Satura. Il cosiddetto "secondo Montale" è un poeta di disperato narcisismo autodissacratorio. Viene allo scoperto l'intelaiatura teologica presente da sempre nei suoi versi. È una metafisica quotidiana, sia per il carattere fintamente dimesso sia per l'ispirazione offerta spesso da giornali, telegiornali e rotocalchi: un diario poetico continuato che sparge il dubbio sulle strutture della Storia, della società civile, dell'universo intero: "Non è poi una favola / che il diavolo si presenti / come già il grande Fregoli / travestito". Se non fosse un po' mefistofelico di suo, difficilmente Montale sarebbe così preciso nel decifrare traiettorie angeliche e trame diaboliche. La lotta tra il bene e il male lo appassiona, ma non crede alle sue interpretazioni correnti. Trascrivo la prima stesura, più chiara rispetto a quella definitiva, di una poesia dell'autunno '72: "Non partita di boxe o di canasta. / Tra i due nemici eterni / Dio e l'Avversario / non può essere vinto o vincitore. / Neppure c'è una lotta. Anche per questo / bisogna essere in due. Ciò che nessuno / ha mai saputo. Né i due interessati / ne hanno sentore. Ognuno crede di essere / l'Uno e gli basta". A voler scomodare le antiche eresie, una teologia del genere si potrebbe definire gnostica o manichea. Ma è, prima di tutto, un gioco, che trova le sue applicazioni alle altezze più modeste della politica italiana nell'anno 1976.
Dalle elezioni del 20 giugno la Dc e il Pci escono separati da appena quattro punti, mentre il Psi tocca il minimo storico. Giulio Andreotti forma il suo terzo governo, un monocolore Dc che si regge sulla "non-sfiducia", ossia sull'astensione degli altri partiti del cosiddetto "arco costituzionale", Pci compreso. Sono gli anni dei servizi segreti deviati, delle stragi, delle Brigate rosse, delle svalutazioni a catena e della "solidarietà nazionale". Sono anche gli anni del "compromesso storico", l'idea politica più pessimista concepita da Enrico Berlinguer, segretario del Pci: raggiungere un accordo coi democristiani per dare vita a una grande coalizione. È in questo frangente che Montale pensa di inviare un messaggio in versi direttamente a Berlinguer. Come recapitarlo? Guarnieri è suo intimo amico, è comunista, e perdipiù ha appena pubblicato da Marsilio L'intellettuale nel partito, un titolo che è la sintesi stessa dell'epoca corrente. Tra i politici italiani, Berlinguer è il più misterioso: un uomo grigio, antiretorico, lontanissimo dall'occuparsi della propria immagine, ma che nei sondaggi tocca indici di gradimento doppi o tripli rispetto a quelli dei diretti avversari, a cominciare da Fanfani. È questa la persona cui Montale decide di far pervenire, trent'anni fa, quello che Guarnieri definisce "il desiderio di una messa in guardia, di un'ammonizione": l'invito alla cautela nel perseguire l'accordo con la Dc. Della poesia pubblicata in questa pagina esistono due versioni. Quella esplicitamente dedicata a Berlinguer non fece in tempo a essere accolta nell'edizione critica della sua opera. È rimasta lì, in apertura di un volume collettaneo in onore di Guarnieri, uscito nel 1982 a pochi mesi dalla scomparsa di Montale; da allora non è stata più ristampata. Questa poesia semi-inedita è più diplomatica: i militanti del Pci sono "zelatori" del diavolo invece che "scherani", ma resta inalterata la sfiducia nel presente e la certezza che la battaglia consisterà in dispute senza senso nell'attesa che prevalga il peggio.
Eppure, quei versi ammettono una lettura opposta e più maliziosa: chi è veramente il diavolo di questa poesia, e chi il suo antagonista? Colui che cerca l'armistizio per paura di vincere è davvero Berlinguer con i suoi intellettuali militanti, Guarnieri compreso, o piuttosto il suo avversario al timone del governo? Malgrado il limpido anticomunismo di Montale, le poesie trascritte fin qui, e non solo quelle, rendono lecito almeno il sospetto. Montale, dunque, consegna a Guarnieri i suoi versi con dedica a Berlinguer: "Io non gli risposi, non colsi quel suo invito, per quanto era rivolto a me, ma la breve poesia feci giungere a colui cui era intitolata, dal quale però, a mia volta, non ebbi neppure un segno che l'avesse ricevuta, che in qualche modo l'avesse apprezzata". Forse la vicenda non poteva concludersi diversamente che con un assolo a teatro vuoto, con un duetto mancato. Forse è destino che la politica e la letteratura non si parlino e non si ascoltino. Né in versi né in prosa: proprio come la poesia per Berlinguer, anche la gran parte degli scritti di politica e cultura che Guarnieri raccolse in L'intellettuale nel partito non giunse ai destinatari; molti erano stati rifiutati dalle riviste di sinistra cui li aveva proposti. Sette su 21 erano del tutto inediti.
24 dicembre 2006