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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 17 dicembre 2006



La democrazia e lo spettro dell'isola di Pasqua
Gustavo Zagrebelsky su
la Repubblica

La pubblicazione di un piccolo libro e una grande manifestazione popolare, pochi giorni fa, ci hanno messi di fronte a una domanda essenziale per la democrazia. Il libro è La democrazia che non c´è (Einaudi, pagg. 152, euro 8) di Paul Ginsborg, uno studioso assai noto al pubblico italiano per le indagini ch´egli ha dedicato alla realtà italiana con l´attenzione distaccata di chi viene di lontano, ma con la passione di chi è intimamente partecipe dei problemi del Paese che l´annovera tra i professori della sua Università. La manifestazione sono le centinaia di migliaia di persone convenute in piazza San Giovanni a Roma, per protestare contro la legge finanziaria e soprattutto per rinnovare il carisma del leader e di nuovo esibirlo coram populo. Un libro e una manifestazione di piazza: un accostamento già di per sé ricco di simboli rispetto alla domanda. La possiamo enunciare come segue.
La democrazia, nella versione rappresentativa che conosciamo, è una classe politica, scelta attraverso elezioni, che immette nelle istituzioni istanze della società per trasformarle in leggi. È dunque, nell´essenziale, un sistema di trasmissione e trasformazione di domande che si attua attraverso una sostituzione dei molti con i pochi: una classe politica al posto della società. Qui, piaccia o no, c´è la radice inestirpabile del carattere oligarchico della democrazia rappresentativa, carattere che per lo più viene occultato in rituali democratici ma che talora non ci si trattiene dall´esibire sfrontatamente. Ma, al di là di ipocrisia o arroganza, ciò che è decisivo è il rapporto di sostanza che si instaura tra questa oligarchia e la società. Dire "società" è però un parlare per astrazioni, perché essa, in concreto, è fatta di parti diverse tra le quali è inevitabile che la rappresentanza proceda per passaggi selettivi: dal popolo tutto intero agli elettori effettivi, dagli elettori alle assemblee parlamentari, dalle assemblee parlamentari alla loro maggioranza, dalla maggioranza al governo, dal governo al suo capo. Si dice spesso che la classe politica è uno specchio, né migliore né peggiore, del Paese che rappresenta, ma è una banale falsità auto-assolutoria.
La classe politica, ai suoi diversi livelli, è quello che è perché seleziona i suoi riferimenti sociali, illuminandone alcuni e oscurandone altri, stabilendo rapporti con i primi e tagliandoli con i secondi. Per questo, la classe politica non è e non può essere lo specchio della società. Se fosse un semplice rispecchiamento e non una selezione, sarebbe solo una miniatura, mentre la democrazia rappresentativa è tale perché della società la classe politica deve dare una rappresentazione, per poterla governare conseguentemente. Eccoci allora alla domanda: quali sono i riferimenti sociali della nostra classe politica? In breve: che cosa rappresentano i rappresentanti? Questo è il problema qualitativo della democrazia rappresentativa.
Guardiamoci attorno. La classe politica "pesca" dalla società le istanze ch´essa vuole rappresentare per ottenere i consensi necessari a mantenere o migliorare le proprie posizioni, secondo la legge ferrea dell´auto-conservazione delle élite. Che cosa trovano? Aspirazioni di massa al benessere materiale, esigenze di sviluppo e di tutela dei soggetti economici, affermazioni di "valori" immateriali della più diversa natura. Tante cose eterogenee e tanti soggetti sociali, conflittuali tra di loro e al loro stesso interno, che, con i mezzi più diversi, leciti e criminali, cercano di farsi strada e che la classe politica è chiamata a selezionare; un caos di istanze tra le quali si deve però fare una prima, fondamentale distinzione, a seconda della prospettiva in cui si collocano: individuale e immediata, oppure generale e duratura. In questa distinzione traspare il pericolo della catastrofe della democrazia, cui è esposta per cecità o incapacità di allargare e allungare lo sguardo.
Questa summa divisio fa oggi passare in seconda linea altre polarizzazioni politiche. Destra e sinistra, progressisti e conservatori, laici e credenti, sono divisioni importanti, ma vengono dopo e sono interne a quella principale, tra coloro che sanno interessarsi solo al loro presente e coloro che sanno concepirlo come premessa di un avvenire comune. È una tipologia del carattere degli esseri umani (la cicala e la formica) che oggi assume un significato eminentemente e drammaticamente politico, a fronte degli interrogativi che pesano sul mondo.
La grande manifestazione e il piccolo libro di cui si è detto all´inizio sono rappresentativi di questa alternativa.
Una parola d´ordine della grande manifestazione - libertà - ha riassunto tutte le altre, e non si è minimamente pensato di farla seguire da responsabilità. Libertà, da sola, significa una cosa soltanto: autorizzazione a curare illimitatamente i propri immediati interessi, a costo di dissipare i beni collettivi e permanenti che assicurano un avvenire. Solo la responsabilità può togliere alla libertà il suo veleno distruttivo. Ma, su questo, nessuna parola.
Un popolo di individui liberi e irresponsabili ha i nervi fragili di fronte all´insicurezza per l´avvenire perché avverte, al tempo stesso, di esserne causa senza avere strumenti per affrontarla. Per questo, più di tutto detesta i profeti di sventura e ama chi lo tranquillizza. La paura è uno strumento politico. Per legare a sé questo popolo, per un demagogo non c´è di meglio che, prima, diffondere paura e, poi, dissiparla. Al potere starà non il grande fratello ma il grande rassicuratore. Naturalmente, i motivi di paura reali, di cui non si ha il controllo, quelli occorre minimizzarli o occultarli. Le risorse energetiche sono alla fine? L´inquinamento ambientale è alle stelle? L´acqua scarseggia? I ghiacci polari si sciolgono? La desertificazione avanza? Niente paura. Gli scienziati non sono d´accordo nelle diagnosi e nelle prognosi. L´Aids continua a diffondersi? Nessun problema. Basta non parlarne più. Lo stesso per le inquietudini morali. Paesi interi dell´Africa tropicale muoiono? Le disuguaglianze nel mondo aumentano progressivamente? Forse non è così vero e, comunque, non ci deve importare, perché la colpa è loro e dei loro governi. Continuiamo così liberamente e non facciamoci domande inutili!
Nel nucleo del discorso sulla democrazia che non c´è di Ginsborg troviamo la nozione di società civile, il contrario di tutto questo. L´espressione ha ascendenze filosofiche, illuministiche, hegeliane e marxiane, liberali e gramsciane ma qui non è usata in nessuna di queste accezioni. Se ne prendono elementi diversi per costruire una nozione indicante un ambito di rapporti sociali che si collocano prima e fuori dei rapporti di potere pubblico ma si elevano al di sopra dei meri interessi particolari e pongono al potere politico disinteressate ma stringenti domande.
Per Ginsborg, la società civile è una "società civilizzata", portatrice di suoi valori sostenuti da libere energie di natura non egoistica; è il luogo di coloro che sanno alzare lo sguardo dalla loro pura e semplice convenienza individuale, per vedere più avanti e più in largo. È la società partecipante, che vince la passività e l´indifferenza per i problemi comuni, considerate il segno maggiore di malessere delle nostre democrazie, un segno non contraddetto, anzi semmai confermato dall´alta partecipazione a elezioni vissute come consegna delle difficoltà comuni a qualche grande rassicuratore. L´espressione che più frequentemente ritorna nel libro è "soggetti attivi e dissenzienti": dissenzienti rispetto all´uniformità antropologica e alla improduttività spirituale indotte dalla società mondiale dei consumi; attivi nell´elaborare valori, punti di vista e bisogni differenziati rispetto a quelli dominanti. Il soggetto della società civile è l´individuo, in quanto però inserito in un "sistema aperto di connessioni". A condizione che possano sprigionare energie sociali al loro esterno, le strutture sociali comunitarie sono viste con favore: associazioni, circoli, club, movimenti di base, organizzazioni non governative nazionali e sopranazionali. L´accento, però, è posto sulla famiglia: una risorsa fondamentale se sa educare i suoi membri all´apertura e alla responsabilità verso i propri simili; un pericolo mortale se si chiude su se medesima coltivando egoismo familistico.
Questa società civile è più un obbiettivo da perseguire che un dato che possiamo constatare. In essa è riposta la speranza di una politica non di mera sopravvivenza a breve termine, non appiattita su suicidi interessi solo particolari. Non è un soggetto direttamente politico e sbaglierebbe quindi a candidarsi come forza di governo. È infatti un soggetto pre-politico, più un luogo di elaborazione e confronto di istanze sociali che un luogo di sintesi politica. Ma una classe politica non totalmente dedita alla propria auto-riproduzione farebbe bene a prestare attenzione e, anzi, a valorizzare questa risorsa della vita sociale. È lì che si possono trovare le energie che aiutano a vedere più in là delle piccole cerchie di interessi egoistici. Constatiamo le difficoltà che incontra un governo, quando chiede sacrifici nel presente, per ragioni che guardano al futuro. Dove può sperare di trovare il consenso necessario, se non in questo genere di società civile, ove sia coltivato il senso delle comuni responsabilità? L´alternativa è il circolo vizioso di forze in competizione particolaristica che si votano all´auto-distruzione, senza nemmeno rendersene conto.
In un capitolo del suo libro Collasso (Einaudi, 2005), il biologo e geografo Jared Diamond narra l´affascinante e terribile storia di Pasqua, l´isolotto in pieno Oceano Pacifico, al largo della costa cilena, un tempo rigoglioso di vita e risorse. I suoi abitanti furono presi da una razionale follia che si manifestava in una gara di potenza tra clan su chi costruisse e installasse le più mastodontiche raffigurazioni delle proprie fattezze umane, quelle statue che oggi presidiano insensatamente un paesaggio spettrale e dal mare verso terra fissano i visitatori con il loro sguardo di pietra. Nel corso di tre secoli, questa corsa al successo e al prestigio fece il deserto attorno a loro. Furono abbattuti i grandi banani il cui tronco serviva a muovere i massi scolpiti e a rizzarli nei campi. La vegetazione si ridusse ad arbusti e sparirono gli animali di terra; gli uccelli cambiarono rotta; senza i tronchi per le canoe, anche la pesca cessò.
Finirono con l´abbrutirsi mangiando i ratti e poi divorandosi tra loro. Ci si chiede come abbiano potuto trascinarsi così in basso, addirittura con i loro stessi sforzi, riducendo una terra feconda in un´infelice gabbia mortifera dalla quale, avendo distrutto anche l´ultimo albero che sarebbe servito per l´ultima imbarcazione, finirono per non poter andarsene via. Una società tanto cieca rispetto al suo avvenire, si dice debba essersi fidata fino all´ultimo delle parole di qualche grande assicuratore che, per non dispiacere al suo popolo e farlo credere libero di proseguire nella sua follia, non usava altro che parole di ottimismo, parole con le quali gli impedì di alzare la testa e aprire gli occhi.



Intervista a Pier Ferdinando Casini
Claudio Sabelli Fioretti su
Corsera Magazine

Una volta stavano insieme, lottavano insieme, governavano insieme. Oggi tra Pier Ferdinando Casini e Silvio Berlusconi è calato il grande freddo. Eppure ancora l'altro ieri Casini progettava con Berlusconi e Fini il grande partito unico dei moderati. Adesso lo definisce "un'operazione di plastica facciale", dice che perfino la Casa delle Libertà non ha più senso, che è finita, e che non andrà nemmeno ai vertici. Ma l'ha avvertito Berlusconi che aveva intenzioni così cattive? "Io non ho offeso nessuno, ho solo reagito ad un atteggiamento padronale inaccettabile".
Come si sente ora, finalmente libero dalla Casa delle Libertà?
"Adesso farò l'opposizione ad un governo iniquo in modo intelligente e, spero, produttivo".
E farà anche opposizione all'opposizione.
"Certo, perché no? Lo ritiene disdicevole? E ci sarà un eccesso di scomodità".
Come si sente adesso all'opposizione?
"Più libero. Più rilassato".
Perché questa incomprensione con Berlusconi?
"Chi perde solitamente cambia, non rimane immobile".
Che cosa le mancherà di più di Berlusconi?
"Non siamo mica morti...".
Berlusconi...
"Berlusconi è entrato nella politica italiana come un gigante e ha venduto benissimo il suo prodotto in questi dieci anni. Però, pur essendo un grande venditore, è meno costruttore di politica".
Le mancano le cene a casa Berlusconi?
"No, ma lo ritengo un uomo simpatico e gradevole. Guardi che non ho alcun sentimento di ostilità nei suoi confronti. Solo amicizia".
Come si mangiava da Berlusconi?
"Benissimo".
D'Alema diceva che si mangiava male e Vespa diceva che i vini non erano all'altezza.
"Ho sempre mangiato e bevuto benissimo. Anche l'ultima volta quando mi ha messo un cactus sulla poltrona, per pigliarmi in giro".
Ricorda quando lei disse: "Basta con le illusioni"?
"Frase perfetta".
L'illusionista era Berlusconi?
"Indovini".
Però poi disse che i giornalisti travisano...
"Anche Prodi ha detto che il Paese è impazzito e poi che non voleva dire quello. Come quando Berlusconi dice che sono un ingrato e poi dice che non l'ha mai detto. E io gli dico: “Silvio, ti conosco troppo bene, lo hai detto e lo hai pensato”".
A proposito di libertà, quando lei era presidente della Camera...
"Un'esperienza irripetibile, bellissima. Ma libertà zero. Le faccio un esempio sciocco. Prima, io giravo senza le cinture di sicurezza. Non ho più potuto farlo".
Doveva rispettare la legge più di tutti.
"Non mi sono più sognato di andare in moto senza casco".
Fini però è arrivato alla fatidica manifestazione in moto e senza casco...
"Non voglio certo censurare Fini, era solo un esempio".
Anche come libertà di espressione, lei...
"Sono stato un presidente realmente super partes".
Se le chiedevano la sua opinione sulle leggi ad personam lei rispondeva: "È stata una decisione del Parlamento".
"Non potevo che fare questo".
Adesso non è più presidente.
"Mi rifiuto di fare la bella figura di spiegare a posteriori come avrei potuto essere migliore".
Casini, la prego, ora è libero...
"Va bene, le leggi ad personam sono state uno dei grandi elementi di fragilità del governo e una delle ragioni della sconfitta elettorale".
Dopo i primi sei mesi del primo governo Prodi le chiesero di dare un voto. Lei gli dette 5,5.
"Stavolta 5. Solo sulle nomine Prodi è insuperabile. La sua capacità di gestire il traffico del potere è eccezionale: 10. Fa sempre nomine personali. Perfino nel condominio mette gente sua. Berlusconi ogni tanto concedeva agli alleati di sistemare qualcuno. Prodi mai".
Adesso che non siete più al governo c'è chi scappa. I topi...
"Meglio. Pure nel partito si fa un po' di bonifica. Rimane chi è convinto".
Ma se ne è andato perfino Follini.
"Follini non è un topo che scappa per convenienza".
Gli italiani sentivano lo struggente bisogno dell'ennesima piccola Dc?
"Domanda che deve fare a lui".
Follini non è un voltagabbana?
"Lo sarebbe se dopo essere stato vicepresidente del Consiglio di Berlusconi andasse a fare il vicepresidente di Prodi".
E se voltagabbana fosse lei? Ricorda quando disse: "Non vestirò mai la casacca del biscione"?
"Non ho mai indossato la casacca del biscione. Nel 1994, in via dell'Anima, Berlusconi mi chiese di fare il coordinatore di Forza Italia. Io gli risposi: “Verrò volentieri a lavorare con te quando smetterò di fare politica”".
Lei ha visto il dvd di Deaglio sui brogli?
"No. E non credo ai brogli, né a quelli di destra né a quelli di sinistra".
D'Alema nell'intervista con Fabio Fazio ha parlato di un lungo periodo di sospensione nella comunicazione dei dati da parte dell'Interno.
"Si vede che è andato a vedere il film di Deaglio. Io non ho intenzione di farlo. Parliamo piuttosto dei brogli nel voto degli italiani all'estero".
Più che broglio, fu un macroscopico errore della destra.
"Esempio singolare di harakiri elettorale".
Presentare quattro liste...
"Telefonai a Berlusconi qualche mese prima e gli dissi: “Così all'estero perdiamo”".
E lui che cosa rispose?
"Testuale: “Vinceremo di tanti voti che quelli all'estero non ci serviranno”".
Se si fosse presentato lei al posto di Berlusconi sareste andati meglio?
"Può darsi, ma alla condizione che ci fosse stato un impegno forsennato di Berlusconi. I voti che ha preso si sarebbero sommati a quelli che non poteva prendere e non ha preso. Ma poiché lui corre solo per sé, stiamo parlando del nulla".
E se ci fosse stato lo sconto Veltroni-Casini?
"Avrebbe vinto Veltroni. Si veniva da un governo di centro destra logorato. Ma la prossima volta sarebbe tutta da giocare. E i logorati sarebbero loro".
Le rimproverano di aver mandato un messaggio di solidarietà a Marcello Dell'Utri durante il suo processo...
"Anche se in questi giorni Dell'Utri non si è sottratto al vezzo di attaccarmi e attribuirmi intenzioni che non ho, per me ci sono rapporti personali che vengono prima della politica e delle convenienze".
Quali rapporti personali?
"Insieme a Mastella avevo conosciuto Dell'Utri per la formazione delle liste del centro destra. Per noi era una condizione molto difficile. Politicamente avevamo le pezze al culo. Dell'Utri si comportò come un amico. Quando lui è stato in difficoltà ho voluto far sapere all'Italia che io sono diverso e che non ero disponibile a sconfessare quell'amicizia".
La sua passione politica...
"A otto anni guardavo in tv Berlinguer e Fanfani".
Giancarlo Perna ha scritto che lei era moderato già a dodici anni e faceva i comizi contro i sessantottini...
"È vero... l'ho spiegato a mia figlia l'altro giorno...".
La figlia che le ha chiesto se D'Alema è uno stronzo?
"Mia figlia è in fase di attivismo scolastico. Le ho spiegato che ho cominciato a far politica una mattina che non sono riuscito a entrare a scuola perché era occupata da una minoranza".
Andava bene a scuola?
"Male al ginnasio e bene dopo".
Amori?
"Tanti. Non stavo con le mani in mano".
Erano i tempi in cui andava sui colli a fumare spinelli?
"Ne avrò fumati due al massimo".
E adesso fa il proibizionista?
"È come quando mi dicono: “Tu sei divorziato quindi non devi parlare della famiglia”".
Bè, effettivamente...
"Chi vive le difficoltà di un matrimonio che si sfascia capisce meglio il valore dell'unità della famiglia".
Come ha votato al referendum sul divorzio?
"Come chiedeva Fanfani".
Una volta ha dato del Gargamella a Segni...
"Mi sembrava il mago pasticcione che metteva le bombe e gli scoppiavano sempre in testa".
Anna La Rosa le ha regalato dei boxer.
"Li ho anche portati. Erano rossi, il mio colore preferito".
Marxista occulto...
"Anche oggi sono andato a comprare un paio di mutande rosse. E dei calzettini. Mi è successo un fatto imbarazzante all'aeroporto di Londra. Mi hanno fatto togliere le scarpe e avevo un buchino nei calzettini".
Senta questi versi: "Sciogli la vela, la rotta c'è già, è stata tracciata, due mila anni fa". Ha scritto lei queste belle parole dell'inno del suo partito?
"No, non io... anzi mi risparmia ulteriori approfondimenti... un po' di misericordia cristiana...".
Berlusconi ha detto di lei: "È il più bello tra i politici europei".
"È il motivo della sua grande invidia nei miei confronti".
Dicono che lei si arrabbi come un matto quando Travaglio la chiama Piercasinando...
"Di ciò che dice Travaglio non me frega assolutamente nulla".
Si arrabbia anche quando Dagospia la chiama Pierfurby?
"Non è così dispregiativo per un uomo politico".
E la Bindi che la definì "scemino"?
"La Bindi mi ama".
Buontempo disse che la voleva sodomizzare sui banchi del Parlamento. E poi disse che lei era il cameriere di Forlani.
"Per il cameriere pazienza. Mi angoscia di più la prima cosa".
Parliamo dell'identità cristiana...
"Bisogna difenderla fortemente. Non puoi andare verso una società multietnica senza sapere chi sei".
Ci sono quelli che dicono che non bisogna nemmeno andare verso la società multietnica.
"Sono dei cretini, io non ne conosco".
Li aveva come alleati nel governo.
"Senza gli extracomunitari si fermerebbe il Paese, salterebbe il sistema previdenziale, si chiuderebbero le fabbriche...".
E se chiedono di togliere le croci dalle aule?
"Nessun italiano è mai stato vulnerato nella sua libertà da un piccolo segno della nostra tradizione... il crocefisso racconta la storia del nostro mondo".
Anche quando, pende al collo di prosperose fanciulle facendosi strada a fatica fra le tette?
"Il corpo delle persone l'ha fatto Dio".
Non mi faccia il prete progressista...
"Non ho mai visto un crocefisso in zone erogene. Se una donna ha un bel petto, e lo fa vedere, non farò certo come Scalfaro che la schiaffeggia".
Vi accusano di aver presentato troppi inquisiti alle elezioni.
"L'Udc ne ha tolti molti dalle sue liste".
Sarebbe stato meglio toglierli tutti.
"È il popolo che decide. E poi un conto è l'inquisito, un conto è il condannato. La presunzione di innocenza deve valere".
Prima delle elezioni lei disse: "Bisogna essere rigorosi, non faremo sconti. Tranne Cuffaro in Sicilia non ricandideremo inquisiti". Primo: perché la deroga a Cuffaro? Secondo: non siete stati così rigorosi.
"Cuffaro era un inquisito, non un condannato".
Appunto.
"Non mi ricordo quella frase lì".
Mi creda.
"Non mi sembra una frase clamorosa".
Clamorosa no. Contraddittoria sì.
"Il problema nasceva dal sospetto che Cuffaro una volta eletto volesse servirsi dell'immunità. Invece si è dimesso. Per cui, scusi, di che cosa stiamo parlando?".
Parliamo del fatto che avete fatto eleggere Mannino e Francesco Saverio Romano?
"Ma Mannino è stato assolto".
Assolto non rende bene l'idea di quello che è successo.
"E Romano non mi risulta che sia inquisito di niente".
Le risulta male. E il fatto che avete avuto 10 eletti inquisiti?
"Ma chi sono? Contesto radicalmente questi dati".
E avete anche un condannato, Vito Bonsignore.
"Follini, segretario del partito, lasciò il suo posto al Parlamento Europeo conquistato in Piemonte a Bonsignore. È una cosa di cui devo rispondere io?".
Forse deve rispondere del fatto che ha proposto alla segreteria del suo partito Lorenzo Cesa, reo confesso di tangenti.
"Cesa ha ammesso di avere sbagliato. Ha avuto il coraggio di confessarlo, è una persona per bene, non si è nascosto, ha portato la sua croce, è stato per dieci anni fuori dalla politica. Sono cristiano e credo alla redenzione".
Lei ha fatto una grande lotta ai "pianisti", i deputati che votano per gli assenti.
"Sono stato uno dei pochi presidenti della Camera che li ha espulsi".
Chi?
"Il primo, Hans Widman, altoatesino, deputato ineccepibile, lo beccai in flagrante. Violante mi passò un bigliettino: “Hai fatto bene, non passa lo straniero”".
Nel discorso di insediamento alla Camera si affidò alla Madonna di San Luca.
"Una delle cose migliori che ho fatto nella mia vita politica".
Bertinotti non si è affidato a Marx.
"C'è differenza tra la Madonna e Marx".
Bertinotti forse preferisce Marx...
"Ma il sentimento collettivo degli italiani è diverso".
Klaus Davi ha scritto che lei e Azzurra siete una coppia glamour.
"A noi non ci interessano i giudizi degli altri. Siamo una coppia felice".
Lei sarà il leader del centrodestra se Berlusconi si ritira?
"In un bipolarismo condizionato dalla Mussolini da un lato e da Diliberto dall'altro la mia leadership non avrebbe senso".
Chi allora? Pisanu, Tremonti, Formigoni, Fini?
"È il momento delle donne".
Letizia Moratti?
"Ho sempre preferito le donne agli uomini".
È più di destra Fini o Bossi?
"Bossi. Fini pesca nel nostro bacino di utenza".
Potrebbe stare nell'Udc?
"Se lui vuole iscriversi, che venga. Ma i suoi colonnelli no".
È vero che Mediaset è piena di comunisti?
"Berlusconi è un genio. Dove deve vendere le pubblicità, mette i migliori, anche se sono di sinistra. In Rai, invece...".
Quale televisione non le piace?
"Non mi piace l'idea di vedere gente che cucina alle nove del mattino. Sono lì con la bocca impastata che bevo un caffé e mi tocca vedere un fritto misto di mare. Mi viene la nausea".
Gioco della torre. Pera o Cossiga?
"Faccio fatica a rispondere a questa domanda...".
Buttiamo tutti e due?
"Lo ha detto lei".


Ma l'Aida non può essere che kitsch
Alberto Arbasino su
la Repubblica

Fare ancora delle smorfiosità perché l´Aida è così "pompier" e "kitsch" (termini ormai non solo sdoganati, ma addirittura sopravvalutati) equivale da due o tre decenni a lagnarsi perché il Duomo di Milano è troppo gotico, e il Douanier Rosseau eccessivamente naïf. E certamente le care nonne trovavano Gozzano troppo intimistico, Guttuso troppo realistico, e Marinetti troppo futurista. Ma come saranno state le incalcolabili Aide rappresentate negli innumerevoli Teatri Sociali della provincia italiana, quando non era pensabile spostarsi da una città all´altra per uno spettacolo?
Lavoricchiando all´Opera del Cairo, nei primi anni Sessanta (in seguito bruciò perché era di legno), non mi pareva tanto più ampia del Sociale di Voghera. Dove un mio nonno, secondo le storie locali, aveva un palchetto accanto all´avvocato Marinetti, padre di Filippo Tommaso e non ancora trasferito da Pontecurone all´Egitto. Era l´epoca di Nasser, senza turisti e senza soldi; e così il maestro Franco Mannino, direttore d´una stagione italiana molto poveristica, mi aveva chiesto di mettergli in scena una Traviata solo coi materiali dei depositi storici. Così, con sua moglie Uberta (sorella di Luchino Visconti), portavamo i "lieti calici" avanti e indietro dal nostro albergo. Altro che i trionfi faraonici della prima Aida, su quelle stesse scene. Però, cercando sedie e tavole tra i letti di Desdemona e i troni di Filippo o Nabucco e i graffiti di Franco Rossellini, in quelle soffitte infiammabili, non si avevano sensazioni di "fasti di un´altra età". Quanti coristi e comparse e cavalli e magari dromedari e cammelli avranno mai visto in scena l´Imperatrice Eugenia e l´Imperatore Francesco Giuseppe e i Principi e il Kedivé in quelle celebrazioni?
Pompe e magnificenze del più sfarzoso "gusto pompier" nel Secondo Impero tipicamente parigino si ritrovano invece superbamente rivalutate fra il Louvre e il Museo d´Orsay, i loro allestimenti, e le smisurate mostre che esaltano il "retour d´Egypte" napoleonico e lo straripare della "Egyptomania" ottocentesca. Nei bozzetti per le prime Aide alla Scala e all´Opéra Garnier, come nei favolosi costumi di Lila De Nobili ora esposti a Milano, si concentra un gigantesco turbine estetico e magari iniziatico-per-tutti fra Sardanapali e Cleopatre, orientalismi Beaux-Arts e Royal Academy, decadentismi vittoriani e dell´Impero Romano, orge babilonesi e bibliche, eroismi napoleonici di massa, massacri e stragi e miracoli cristiani in manti e drappi da affresco, soffitto, cupola. Bouguereau, Chassériau, Gérôme, Cabanel, Alma-Tadema, Edward Burne-Jones, Edwar Said...
Tette e chiappe e labbra per ogni fascia e risma e livello di fruizione e utenza. Naturalmente, con profusione di sfingi, obelischi, vessilli, flabelli, avelli, gonnellini, perizomi, palmizi, incensi, corteggi. E malintesi, clemenze, segreti, vendette, rivali, fuggiaschi, duci, serti, pianti, turbanti, birbanti, rimpianti, tormenti, serpenti, lamenti, infamie, gelosie, carceri e catene. Nonché patrie oppresse, sacri lidi, fior degli anni, fatal pietre, magiche pozioni, messaggi spesso intercettati, stirpi regali sovente in esilio, travestite da tappeti a rigoni vivaci. Molti Poteri assai forti nell´Onor e nel Furor, con tantissime ancelle e schiave generalmente discinte: "bei tettìn, bei ciappètt".
Ecco lì documentate (come i Preraffaelliti e i castelli di re Ludwig per Walt Disney) le mille fonti di quegli stupendi "kolossal" di Hollywood ove Cleopatra dice "mi sento romantica stasera", Giulio Cesare mette i cubetti di ghiaccio nei drink, e il braciere della pitonessa offre visioni montate come i telegiornali.
Ma piuttosto, sui bozzetti e costumi "Secondo Impero" si scoprono squisiti dettagli nei monili e ricami, assolutamente invisibili dal pubblico, però minimi ingredienti nel sontuoso effetto complessivo, come i ghigni dei mostricini e i sandali dei legionari in cima alle guglie gotiche o alla Colonna Traiana. E nel frattempo, il sommo erudito Baltrusaitis andava riconoscendo significative o enigmatiche vestigia egizie sotto Notre-Dame a Parigi e St. Paul a Londra (e sotto la piramide al Louvre, chissà?), nei culti dei Druidi (attenzione alla Norma!), mentre gli Appennini sarebbero consacrati al dio Api, che essendo un toro denomina ovviamente Taurinus, cioè Torino, sede non per nulla dell´importante Museo Egizio e dell´intrigante Gran Madre di Dio.
... Mentre, nel nostro piccolo, guardando i défilés di Isis e Osiris (col loro Api) pittati dal Pintoricchio negli Appartamenti Borgia in Vaticano, ovviamente si riconoscevano le passerelle e i fans della "Wandissima" Osiris. (Prevedibile tema per prossime ricerche "post-graduate" e convegni "di culto")...
Nei decenni scorsi, i protagonisti delle Aide alla Scala erano per lo più De Sabata, Votto, Gavazzeni, Abbado, Maazel, con le Callas, Tebaldi, Stella, Gencer, Price, Caballé, e l´eccellente Maria Chiara che fu la "nostra" Violetta quella volta al Cairo. E i signori Del Monaco, Di Stefano, Bergonzi, Domingo, Pavarotti; e Amneris praticamente protagoniste, come la Barbieri, la Simionato, la Cossotto, la Dimitrova, in dischi tuttora consultabili. E allestimenti giustamente e regolarmente mirabolanti, dovuti per lo più a Benois, Enriquez, Zuffi, Pizzi, Ronconi; e soprattutto il definitivo capolavoro storico di Zeffirelli con Lila De Nobili, negli anni Sessanta. In seguito, quando si chiedevano consigli egizi, mi limitavo a ricordare (con Mario Ceroli e Sylvano Bussotti, per la Fenice) le sale buie e deserte al Museo del Cairo, con ombre d´animali sacri grossi e piccoli: tori, gatti, gufi, cani, falchi, serpi, sciacalli, eccetera, come silhouettes di legno da imballaggio in movimento lineare o girevole con diverse velocità... (Per dissacrare Wagner o far provocazioni su Mozart si è visto di peggio).
Ma forse è futile ricordare tuttora che l´Aida è (dalla nascita) soprattutto una cerimonia celebrativa: di se stessa, e del pubblico che si autocelebra per il concetto (rinomatissimo in filosofia) di esser-ci. Dunque, "esistere, esistere, esistere!", per il mero fatto di esser-lì, soprattutto nel foyer.
Ora, proprio lì nel foyer, la memoria storica delle "prime alla Scala" fa rapidi paragoni. Prima della televisione, nessun politico sarebbe venuto su da Roma, e nessun sarto avrebbe invitato i suoi "buyers" americani o giapponesi per il solo gusto di festeggiare Sant´Ambrogio ascoltando La battaglia di Legnano o L´amico Fritz o Poliuto, con poi un risotto senza craxiani né creativi né stilisti né mediatori mediatici. Naturalmente si usava applaudire o fischiare secondo la qualità della performance: un normale "buu" dopo ogni stecca, non certo inaudito prima dei battimano automatici ad ogni "boh" o "bah" in tv. Anche se passò poi alla storia quel leggendario Wozzeck del 1952, quando nientemeno che Dimitri Mitropoulos fermò l´opera e si volse al pubblico in tumulto con un "lasciateci lavorare" che immediatamente zittì i milanesi devoti al culto del "lavurà". Vecchie storie: le cronache ripeterono che vi fu battaglia contro la dodecafonia d´Alban Berg. Ma quale "cafonìa"? Le ho ben sentite, le damazze innamorate fans del baritono Tito Gobbi: "Vergogna! Vergogna! Vestì un inscì bel omm cumm on barbùn!".
I discepoli di Eco e Barthes sanno invece da gran tempo che nella comunicazione c´è un messaggio che va dall´emittente al ricevente. E questo destinatario, fruitore e utente, poi decodifica e modifica ("Roma per toma, fischi per fiaschi") qualunque libro o quadro o musica. Dunque, un campo o ventaglio di tante possibilità interpretative: si avanza la figura del "co-autore", senza il quale i testi defungono o giacciono.
Ma la rappresentazione di un´opera è già una tipica interpretazione. Normalmente si vedono pletore di Salomè e Turandot e Brunildi che sono abbiette zingare o porcellone in nudo integrale fra parà in mimetica, Thyssen e Krupp in mezza-sera, spietate SS in caratteristici pastrani di cuoio, zuzzerelloni simbolisti di Gustave Moreau, infermiere o carceriere cattivissime con detenuti o mattoidi cliccabili su qualche www. festival.
E chissà cosa diventa la famosa "ricezione", quando una maggioranza di "fruitori dell´evento" – non già tenuta a distinguere fra Don Giovanni e Pagliacci e Teatro di Bali – improvvisamente si trova a dovere "interpretare un´interpretazione". Altra musica, quando un identico pubblico celebrativo si trovava alle "prime della Wanda", e usciva canticchiando "Sentimentaaal". Ecco perché i veri intenditori della lirica, esperti nei "distinguo" fra un Cappuccilli e un Grundheber e un Guelfi (né più né meno che i tifosi di calcio sulle radio libere) man mano si trasferirono dalle "prime" tutte politici e gioielli alle "seconde", o al mitico "Turno A", fra tutta una sobrietà di gonne scozzesi e twin set e filini di perle, oltre alle competenze ereditarie sui doppi sensi nelle "foreste imbalsamate".
Tanto tempo fa, nell´epoca di Visconti e Fellini, pareva spiritosissimo ripetere "la vera eleganza è mai abbastanza", e "adoooro il lusso, purché sfrenato". Ma proprio queste buffe massime appaiono rivalutate – dopo lotte e lutti ormai inutili – sotto il coperchio di "io non me ne intendo, però in complesso m´è piaciuta", che riunisce qui adesso il centrodestra e il centrosinistra, statisti e dirigenti locali e in trasferta, emiri del petrolio e boiardi che si chiamano "presidente" a centinaia, loggionisti popolani e calciatori "star" e divette "in" al posto delle storiche salumiere e formaggiaie ricoperte di gemme senza prezzo, o dei conformisti dissacratori che amano ogni Escuriale o Walhalla dentro un cesso politically correct...
Allora, se questa Aida celebrativa è perfettamente correct perché così nasce e così va fatta, a quanti importa sul serio se la scena è frontale e non trasversa, e non è oro o argento tutto ciò che luce, e invece del corteo c´è un comizio di imbranati, e i cantanti d´oggi sono così così, e la pazza folla applaude più la voce del ballerino che il sedere del tenore, o viceversa? L´audience decodifica: "Bella serata, ma vuoi mettere con la partita?". E i soliti esteti: riecco per una volta il sempre rimpianto "style Pie Douze" quel divino look faraonico saggiamente preservato fino a Papa Pacelli in San Pietro, e poi deplorevolmente azzerato dal triste Papa Montini, con gli effetti che oggidì si riscontrano. (Ma sta ora cascando anche la regola di "The Show Must Go On"? Cosa accadrebbe se un divo rock abbandonasse il palco per far dispetto al pubblico? E se per il celebre abbandono della Norma a una "prima" romana, la Callas stessa fosse uscita un attimo per far le sue scuse dolenti al pubblico di gala, non l´avrebbero coperta d´applausi?).


Il rosa Tiepolo di Roberto Calasso
Francesca Mazzuccato su
Books and other sorrows

Ci si catapulta dentro questo romanzo. Senza veli, senza mediazioni.. Si annusa, si ammira, si guarda, si tocca.. Rosa come l'incarnato di una donna florida e bella, seminuda che ammicca, che richiama, che sta per sciogliere una perla preziosa dentro un calice, rosa come certe nuvole al tramonto, quando il cielo riesce a modificare sfumature e a diventare malva e poi altro ancora,enciclopedico, elegante. Con un mistero nero, orientale, oscuro, nascosto all'interno, un enigma da decifrare( forse) da conoscere, certamente. Leggere l'ultimo libro di Roberto Calasso coinvolge più sensi, più porte percettive, ma richiede soprattutto la presenza mentale,il prestare attenzione. Richiede questo atto un po' desueto, al lettore- partecipe che lo inizia e lascia che gli si incolli magicamente addosso, magistralmente addosso nonostante le colte citazioni, nonostante il bisogno di soffermarsi sulle pagine un po' più di quello a cui il tempo della semplificazione ci ha abituato. E' il tempo che facilita, il tempo dell'immagine televisiva, del video, quello che viviamo, il nostro. Un tempo che parrebbe restare fuori da queste pagine
( parrebbe) Un tempo lisergico, che risucchia con intermittenze luminose, sabbie mobili di illusioni senza memoria e senza prospettiva verso l'altro. Il tempo del frammenti e dell'immagine e di questo in qualche modo Calasso si prende gioco con finezza, motteggia, offrendoci un libro con parole e immagini( splendide riproduzioni) da guardare con attenzione, perfettamente amalgamate con il testo, ma impossibili da dimenticare. Si prende gioco di certi ormai polverosi feticci contemporanei, dilatando la visione e offrendo la celebrazione del pittore veneziano per cui la sovranità era femmina a tutti gli effetti, in questo nostro tempo in cui su ciò che è femmina o no c'è una confusione sociologica, politica e letteraria e tutte insieme queste dimensioni confuse si aggrovigliano con malagrazia creando sussulti moraleggianti e opinioni fragili come foglie d'autunno.
Leggere questo libro, l'ulteriore capitolo di una “pentalogia” collegata da fili che è dato al lettore individuare, comprendere e seguire Il rosa Tiepolo, all'inizio, è come essere avvolti di spuma, una spuma leggera, una glassa golosa, qualcosa di impalpabile, di fragrante, il decoro di una torta che avrà la consistenza e il sapore di un dolce che ci portiamo nella memoria fin dall'infanzia. E anche da prima. Una memoria remota, un archetipo.. Leggere questo libro, all'inizio, è infilarsi in una sala invitante, aprire una porta con un cartello che promette immagini morbide, sontuose, serene, filanti. Una “proiezione”, una sequenza di immagini. Questa che io chiamo spuma, o glassa, questa per la quale trovo paragoni di pasticceria , essendo, appunto, un libro che occupa diverse porte delle percezioni sensoriali, ha un altro nome in realtà ed è importante perché è un nome carico di difficoltà a essere reso e spiegato.
La qualità di cui la civiltà italiana potrebbe più andare fiera come di una sua ultima peculiarità, anche perché nei secoli si è dimostrata intraducibile in altre lingue( mentre per contrappasso il significato della parola diventava oscuro e remoto per la maggior parte degli italiani stessi), è quella che porta il nome di “sprezzatura”. Che Baldassarre Castiglione così volle definire….Secondo Castiglione, il rimedio alla “disgrazia della affettazione” consisteva nell'”usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l'arte e dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi”. Seguiva una glossa:” Da questo credo io che derivi assai la grazia.” E una decisiva conseguenza:” Si po dir quella esser vera arte che non pare esser arte; né più in altro si ha da poner studio, che nel nasconderla”. Per chi cerchi un esempio della sprezzatura , nessuno sarà più convincente di Tiepolo…” Così conosciamo il Tiepolo, così ci arriva, attraverso una parola che potrebbe essere fraintesa. Capita con il senso al rovescio. Sprezzatura, “disprezzo”, in una accezione contemporanea, dove le parole hanno perso le sfumature, le deviazioni da caleidoscopio per assumere soltanto un significato, il più semplice, il più accettato. Usando questa parola, l'autore ci porta molto vicini al pittore veneziano. Ci porta a iniziare questa avventura “dentro e intorno” ai suoi colori, alla sua storia e al suo mistero, alle incomprensioni, alle commissioni, alle illusioni di un'epoca. E' specchiato nell'aria, nel cielo. Il soffitto è il cielo e dopo Tiepolo, come ha detto Calasso alla presentazione del romanzo a Milano, “Abbiamo perso il cielo, visto che ci si è interessati alle pareti, al rapporto interno- esterno, a quasi tutto ma non più al soffitto. E perdere il cielo vuol dire perdere quasi tutto-“ Quella per Gianbattista Tiepolo è una passione antica di Roberto Calasso, iniziata in anni giovanili e mai svanita, rimasta e riemersa. Il primo volume su Tiepolo era un libro della Nuova Italia che l'autore ebbe in mano a vent'anni, con stupefazione e seduzione, elementi rimasti a sedimentare, ora sontuosamente sviluppati in questo libro. Questo è un libro di luce e colore :“Forse la fine più congeniale e più equa, per un pittore, è quella di essere trasformato in un colore, come Dafne nel lauro. Così accadde a Tiepolo con Proust. In tutta la Recherche non si parla mai di un'opera di Tiepolo. Ma il suo nome rintocca tre volte- e ogni volta in rapporto a una donna diversa:Odette, la duchessa di Guermantes, Albertine. Le tre donne su cui Marcel ha più fantasticato….quelle che hanno accompagnato la sua vita come una lunga scia lucente e tripartita. Per Marcel, Tiepolo fu innanzitutto le vestaglie di Odette. Ai suoi occhi di giovanissimo e testardo adoratore, nessuna delle toilettes con cui Madame Swann appariva in società era lontanamente paragonabile alla “meravigliosa vestaglia di crepe de Chine o di seta, rosa antico, ciliegia, rosa Tiepolo, bianca, malva, verde, rossa, gialla, a tinta unita o con disegni con la quale Madame Swann aveva fatto colazione e che stava per togliersi”…. Forse fra Odette e Marcel non ci sarebbe mai più stato un momento di tale intimità, protetta dal colore che spiccava nella gamma delle vestaglie: il rosa Tiepolo”. E lo ami Calasso quando si abbandona a una digressione così allusiva e maliziosamente reale, che si collega impressioni rimaste sepolte nella memoria, e dici è vero, leggendo e scorrendo le pagine, te la ricordi la Recherche in quel punto, lo vai anche a cercare, lo ami questo per averti fatto ricordare quel pezzo di Proust attraverso un dettaglio che non è un dettaglio e basta ma sostanza e materia per dipanare un filo di eredità e debito, come se un giovane ragazzo facesse ricordare il suo nonno o bisnonno attraverso una somiglianza remota ma presente nella fisionomia, nell'incarnato, nella sfumatura dei capelli, negli occhi.
Questo è un libro di passione, una passione di festa e lussuria, di soffi e di cupi presagi, una passione non piegata ma alimentata dal tempo e dallo studio. Una passione che spinge Roberto Calasso a celebrare l'Italia( è tutto italiano ne Il rosa Tiepolo), a differenza di quello che è accaduto nei suoi libri precedenti. Dove ciò che di bello ma anche di curioso, criptico e importante di italiano viene celebrato, sviscerato, raccontato, o lasciato vedere. E allora ti senti un po' più fiero. Un po' meno piegato e avvilito, leggendolo. Ti amplifica le inquietudini sul presente ma ti permette di sentirti parte, elemento di una catena( la rete di Indra?), interdipendente.
. Le note sulla vita di Tiepolo sono mescolate a una narrazione che unisce saggio e romanzo in perfetta armonia e entrambi in osmosi con le riproduzioni che vanno osservate con attenzione, senza smarrirne il minimo dettaglio, seguendo le indicazioni che sono come una mappa, un “percorso di viaggio” fornito da Calasso. Intanto, fin da pagina 25 si sgombra il campo da ogni idea che Tiepolo possa essere interpretato attraverso caratteristiche del suo carattere, il consueto considerare l'artista come gravato dal peso delle sue ossessioni, dalla vita grama causata dal carattere instabile, dall'alternanza di esaltazione e depressione::” Fra gli antichi maestri, nessuno si presta meno di Tiepolo a ricostruzioni psicologiche e drammatiche. Non vi è traccia di “lotta con il demone”. I contemporanei non hanno lasciato alcun appiglio per accedere alla sua psiche e ai suoi umori. E neppure si può dire di lui che fosse elusivo per scarsità di testimonianze. Al contrario, di Tiepolo si scriveva spesso, appena si parlava della pittura del momento. Ma immancabilmente per accennare alla sua fama e al suo virtuosismo. La persona non attirava l'attenzione sotto alcun aspetto. Né sono stati tramandati aneddoti o incidenti significativi che costellino la sua vita. Tutto sembra scorrervi liscio, in una sequenza di commissioni, sempre con il cruccio di finire in tempo o almeno non troppo in ritardo.” Quindi grazia, leggerezza, sfumature, luce e poche notizie. Come scrive Marco Belpoliti in una efficace e sintetica recensione , dove il saggio viene definito” elegante, raffinato, sempre in bilico sul piede di una ballerina”. Sintesi esatta e acuta anche se è sulla parola saggio che ho dei dubbi, tutti individuali. A me sembra un romanzo, un'epica, una frenata nel deperimento semplicistico del seguire modelli ricopiandone stili e topoi ormai impoverati e carichi di ragnatele, un'allucinazione di bellezza, un' esibizione da solista dove il tempo e il ritmo vengono dettati, dove non ci si uniforma a nulla ma si spiega la strada, si definiscono le accelerazioni e gli adagi. Non solo saggio, anche saggio. Una strada lisergica, di impressioni e analisi che tessono una sorta di grande narrazione di temi e archetipi fondamentali, detti con leggerezza, detti con sconfinato sapere, che pare inattuale e controllato, proprio quando si libera e vola e diventa somigliante ai soffitti volteggianti, alla galleria di Palazzo Clerici, alla Residenz di Wurzburg, un testo che stupisce a ogni pagina e diventa misura di similitudini e di rispecchiamenti, misura e rappresentazione, messa in scena e narrazione che trascina e che tratta sempre, anche quando non sembra, qualcosa che ci riguarda. Non lo pensate difficile. Lo è a tratti, ma richiede solo un pochino di impegno in più. Dopo si avvolge su di voi, dopo vi seduce e vi lancia ami, dubbi, possibilità infinite, dopo diventa un albero della cuccagna inimmaginabile prima di cominciare la lettura. Ad esempio è caldo, straordinario e palpitante il punto dove Calasso celebra il voluttuoso erotismo della pittura del Tiepolo:” La sua pittura è erotica in ogni fibra. Non soltanto nei corpi e nelle pose ma nel ductus che attraversa le sue figure come un'onda luminosa. Eppure Tiepolo non è mai galante, anche perché quella categoria era ignorata dalla pittura veneziana. Ma l'eros si sprigionava da ogni suo gesto- soprattutto quando usava tecniche che non ammettono il ritocco: l'affresco e l'incisione. Per una sorta di occulto accordo, le esigenze dei committenti- ecclesiastici e nobiliari- vennero a coincidere per alcuni decenni con la vocazione della sua arte. Solo l'affresco poteva permettere a Tiepolo di praticare una pittura che ambiva a diventare pura modulazione della luce. Mentre la luce andava altrimenti conquistata a fatica nella intrinseca gravezza e fra i molti strati della pittura a olio..” E non solo. L'analisi della famiglia, della Venezia che dove visse e lavorò. Tutto questo travolge gli schemi, riporta avanti e indietro, montagne russe coltissime e inebrianti. Un libro di fibre da assorbire. Noi possiamo cercare di capire di più, ci dice l'autore.Il suo secolo, Il Settecento, non si preoccupò di capire Giambattista Tiepolo, così fu più facile per Tiepolo sfuggirgli quando si trattò di dedicarsi al suo segreto. Si tratta della parte seconda, della TEURGIA MERIDIANA. Della parte controversa, misterica su cui Calasso si sofferma. Il “negativo” delle immagini luminose, dei cieli di spuma. Delle decorazioni:” L'opera di Tiepolo potrebbe presentarsi come una successione di soffitti più o meno vasti, di pale di altare più o meno imponenti, di scene mitologiche più o meno maliziose e di ritratti più o meno ufficiali, se non ospitasse anche, annidato al suo centro, un armadietto delle spezie, delle droghe e dei veleni poco vistoso e segnalato da due etichette che vorrebbero essere rassicuranti: Capricci e Scherzi di fantasia. Si tratta di trentatré incisioni…Insieme costituiscono la quasi totalità dell'opera autografa di Tiepolo incisore , che consta di trentacinque fogli. Opera ristretta nell'estensione…Ma inesauribile nelle implicazioni.” E infatti ciascuno di quei fogli è “il capitolo di un romanzo nero, abbagliante e muto, popolato da personaggi disparati e sconcertanti: efebi fiorenti, Satiresse, Orientali esoterici, gufi e serpenti- e anche Pulcinella e Morte. “ Qualcuno, interpretandoli ne evoca uno sfondo occulto ma li liquida quasi subito, quasi facessero paura. Li saltano, li toccano con poca profondità, il nome stesso, in fondo basta a spiegarli, forse. O proprio no. “Questa storia epifania in trentatré episodi è quanto di più esoterico si concesse l'epoca che più di ogni altra fu nemica del segreto. Usando in modo confidenziale il mezzo di cui allora ci si serviva innanzitutto per divulgare le immagini…Tiepolo vi addensò tutto ciò che nella sua pittura era presente , ma come allusione e variazione marginale. Ora invece diventava il centro irraggiante. Erano gli Orientali, i serpenti, gli efebi, le Satiresse, i gufi. Un mondo misto di divino, animale e umano dove questi elementi non avrebbero mai accettato di scindersi. Tanto meno di cancellarsi. Era l'antica alleanza fra le potenze invisibili e i visibili talismani, fra i demoni dell'aria e le creature di carne a riaffermarsi nel silenzio delle figure, spesso sorprese in un momento di stupore e di sgomento, come davanti alla rivelazione di loro stesse.” ) Ed è questo il punto, dove, pur nel rigore dello studioso, e nella spiegazione precisissima e metodica dei dettagli di queste incisioni, Il rosa Tiepolo diventa romanzo, un romanzo avvincente e inquietante, dove viene evocata una dimensione esoterica, dove questi volti di Orientali e questi serpenti arrotolati, questi teschi e questi assembramenti inspiegabili e strani acquisiscono significati tutti da interpretare, e che non vi svelerò per non sciuparvi il piacere di una scoperta da archeologi, da antichi cercatori d'oro forse. Questo libro insiste sull'arte di “saper vedere”. E come gli alchimisti trasforma chi lo legge anche se non se lo aspetta, anche se non vuole. Pizzica, gioca e venera. E' ardimento e razionalità. C'è anche musica dentro,. Calasso di occupa di pittura, parla di pittura ma nel suo scrivere ci sono partiture , ci sono elementi musicali precisi, e che senti risuonare leggendolo. C'è anche il dolore, non potrebbe essere altrimenti. Ci sono gli errori( secondo Calasso) di Roberto Longhi e di altri, e le lacune:” Queste vaste lacune vanno rispettate. Penosa la pretesa dei posteri, di ricostruire, intessere nel vuoto. Rimangono le opere- e la loro eloquenza può bastare.” Rimangono le opere e rimarrà di certo questo libro. Ma fatelo rimanere per voi e solo per voi. Lasciate che vi renda esausti e stupiti. Ne vale veramente la pena.


Perché D'Alema sarebbe una disgrazia
Guia Soncini su
Left Wing

Caro Direttore, mi chiedi di scrivere, stavolta. Mi chiedi di rompere l'abitudine di telefonarti a notte fonda, di mettere una buona volta le mie obiezioni per iscritto e lasciarti dormire in pace. Mi chiedi di rompere il silenzio che negli ultimi dieci minuti mi sono imposta sull'argomento D'Alema-al-Quirinale. Mi chiedi di sostenerne la candidatura, e io mi chiedo se tu sia impazzito. In pochi – lucidi analisti politici con a cuore i destini del paese – abbiamo compreso il rischio dell'eventualità di un D'Alema presidente della repubblica. Di primo acchito, oltre a me stessa, mi vengono in mente solo Lorenzo Cesa e Aldo Cazzullo. E' evidente a tutti noi – statisti come Cesa, liberi pensatori come Cazzullo, sincere democratiche come me – che D'Alema al Quirinale sarebbe una disgrazia per il paese ma soprattutto per D'Alema stesso.
E' per questo che non ce lo vogliamo, cosa credete? Perché siamo il paese che vuole bene. Che vuole bene a D'Alema, ma anche al paese stesso. Che ci tiene. Che pensa alle lunghe serate d'inverno. Pensalo, D'Alema al Quirinale. Che fa gli origami con Gifuni mentre, al Palatino e in via Teulada, i talk-show si riempiono di ospiti inadeguati. Se non sai cosa sia la recessione morale, raffigurati la devastante immagine: sette anni di Porta a Porta senza D'Alema. C'è sempre Tremonti, mi dirai tu – ma, nello strato della tua anima più profondo e sinceramente interessato ai destini dei tuoi concittadini, sai che non è la stessa cosa. Che Tremonti da solo non funziona, gli serve D'Alema nella sua naturale collocazione istituzionale – i talk show – almeno quanto serve al paese. La spinta propulsiva di D'Alema nel ruolo istituzionale di fustigatore degli interlocutori è superiore a quella di Tremonti per questioni di formazione. D'Alema ha introiettato fin da piccolo la (fondata) convinzione di essere il migliore. Tremonti, invece, ha mirabilmente sintetizzato l'altra sera la fatica di fare il superiore senza sentircisi davvero, il disagio di ritrovarsi tra i piedi una palla da servire senza avere lì un D'Alema che calci in porta. Una fatica e un disagio che – saprebbe spiegarti Crepet, ma in sua assenza te lo spiego io – hanno radici nell'infanzia: “Mio padre mi comprava gli sci se mi iscrivevo alla gioventù liberale”. E' stato quella sera, durante quella puntata di Matrix, che i cittadini davvero coscienziosi hanno capito che i gemelli del gol non si possono dividere, che D'Alema non può e non deve andare al Quirinale, lasciando lì solo Tremonti, senza nessuno a chiosare: “Un'infanzia difficile, diciamo”.
I palinsesti invernali, senza D'Alema, sarebbero come Via Col Vento senza Scarlett, come Beautiful senza Ridge, come Sanremo senza Pippo Baudo: ci si illude siano costruzioni solide, ma senza quel pilastro crollano. D'Alema non può farlo, non può lasciarselo fare. Il paese non può permettersi un D'Alema snaturato. Avrebbe un impatto devastante sugli umori dell'elettorato vero e profondo: quello del televoto. D'Alema al Quirinale rischia di riportarci ai giorni bui in cui Fiorello era ingabbiato nelle rigidità di format di “Non dimenticate lo spazzolino da denti”: cosa fai scendere a fare il migliore in campo se poi non lo lasci esprimere in tutta la gamma delle sue più esaltanti possibilità? E' chiaro che a quel punto lo share crolla, e quindi minori investimenti pubblicitari, paese depresso, recessione… Voi non avete idea di quel che desiderate, quando vi augurate un D'Alema al Quirinale.
Sì, i più ottimisti dicono che ammodernerebbe il ruolo, che porterebbe nell'istituzione la hubris che noi amiamo, ma io non voglio correre il rischio. E se poi non è così? Se smette di insultare i giornalisti? Se abolisce quegli sprezzanti “francamente”? Se visitando le 103 province in cui – come ci ricordava l'altra sera su La7 il lucido Cazzullo – nel 1999 Ciampi era già la personalità più amata e le sue finanziarie erano il più affettuoso argomento di conversazione dei vecchietti nei bar e quello sì che era un presidente-Scavolini, amato dagli italiani, ecco, se visitando quelle province D'Alema si sdalemizza? Se non gli scappa neanche un “diciamo” piccinopicciò, ma al massimo gli si leva un alto monito? Non si può fare. La dedalemizzazione di D'Alema è un abisso che il paese non può permettersi di guardare.
Quindi ti saluto, e ti prego di non cercare più di coinvolgermi in questa campagna autolesionista. Quello che avevo da dire l'ho detto, per ulteriori approfondimenti rivolgiti a Cesa. Io non voglio essere disturbata: devo prepararmi spiritualmente al prossimo discorso di fine anno. “Care italiane, diciamo, e cari italiani. Francamente, leggere i giornali è un compito sempre più gravoso…”.


Sagrademari
Stefano Benni

Su mari è altu e contene muntagne e nimbi e barrancos ca la terra nun tiene
Su mari è mannu, doppu nu mari altro mari e mas altro mari appari
Su mari cagna culuri pote essere nigro come sangue rapprisu, o trasparente come il cielo, su mari cagna umori pote ridere o minacciare su mari cagna palabras e soni, pote parlari co murmuriu amicu o sciacca de ninna nenna, chiano chiano o con gridu barrosu irosu zrasos zalatta pelagos che calma e inquieta, che culla e schianta
Su mari è matre, su mari è bestia manna, su mari è padroni.
Non vedrò mai la fine del mare ma lui vedrà la mia.
Portami a casa, dio specchiato in cielo e cielo specchiato in dio, guidami poiché io sono sospeso sulla tua grande mano d'acqua.
Amigu meu fratello germano mare

Così pensa il marinaio Odisseus s'odiosu Sinbad coddavento su piscatori balenti seduto in tronu de rezzas e oro de squammas, sotto il sole alto come una corona de re trionfanti.
E guarda lontano Odisseus Sinbad su sua barca pintada verde e oru con la vela carmilla, che piano batte l'ala de vela come una mariposa una farfalla posada sul mare, ma la mariposa stanca nun vola calma piatta bonaccia aimarada dunas de agua acqua come meli marrana lacu mortu, niente vento ni un zefiru ni sciannu ni sospiro de bentesoi ne schiaffu de tramontana.
Mantice de mistral, otre de Grecali, schiaffo di borea, fogu de sciroccu, ostro e libio, levanti e ponenti, venite a muover l'ali della barca mia, gonfiate la randa, fate culo de stoffa, fate chiagnere e pipituare chiglia e cordame, toglietemi da questo mare piatto firmu terribili come lu tempo della morti dopo la morti.

E juorno se nasconne e notte scenne.
Su mari de notti è buio come nessuna terra.
Su mari è misteru, contene il buio fosco e dint'o buio altro buio nascosto.
E stelle non vedo in esta caligna nigra, Orsamanna ti persi e ogu de Sirio e Venus castissima unde sitis dove siete pancalia luminosa perduta, come troverò nord e sud e rotta erias e pedra e terra e i segni lontani dell'uomo?
Così parlava su marinaiu Odisseus politropos Sinbad il coddavento su piscatori balenti ma vento non c'era e le stelle erano coperte, e col sole il mare de meli divenne lintea mota, lago d'inferru e bocca di vulcano e palude di lava, e il sole callente mordeva, la sete scavava la gola e tottus is demonis e i fantasimi e sa janas e sos umbras danzavano nel riflesso dell'acqua profonda.
Su mari contene monstruos che la terra non immagina.
Su mari e mannu dopo mari altro mari appari.
Su mari è anghelu e diavola mannara, su destinu pripara. Su mari è culla e bara.

Ma quale peccato accrasti quale aggio fatto per chistu castigu mavu, gridò Sinbad Odisseus e in ginocchio pregò:
Posidone deus con la barba d'alga, soffia nella mia vela.
Peleo degli abissi gelidi, mandami una veloce corrente.
Santa Blanca dei gavia e degli albatros mandami uccelli, sciami di saggientarrubia a batter l'ali e far vento e segnarmi terra.
Santo Ceto dei capodogli mandami sa balena a spingermi col muso rugoso.
Santa Rosa dei venti rosa tempestosa dammi le tue spine
San Rocco mandami acqua piovana.
Santa Elena mandami una sirena.
Maria de sas algas, aide moi.

E au mesu de mari sgorga un getto alto fino al cielo, una fontana d'acqua verde e brillante, e in cima a quell'obelisco de vedro vivo dondola un pesce meraviglioso.
Il pesce cabracho metà dorada metà scrappioi con ali di ventaglio spagnolo e baffi de corallu e sa schiena ircia de spinas agudas più che espadas e coda rubia de sanguini come un vestito di sposa uccisa.
Pisci de oru magicu pisci de vetro e corallu e seta aide me cerco sa via de nostos la via del ritorno sa via de domo
E su cabracho sputa acqua e risponde: su pisci mannu la conosce dentro al mare più profondo nella fossa adale dove la luce non arriva, ten fathom five dieci miglia a picco e fondo dieci miglia abbassu nell' inferru, nella grande caverna de mari batipelagos zrasos zalatta.
E Odisseus Sinbad chiede: dove, quale è la rotta a navigari?
Aspetta la notte con su campu fioritu de estrellas, Odisseus perdido Sinbad e per metà dormi per metà sogna a nord o forse nord ovest tra mistrali e uranos vedrai sa costellazioni di un pesce mostro fratello a me, su scrappioin, la capidazza ispida, sa scarpigna, lo scrofu, o scorfane e tunnaie di musu e gani ma spesso chi è malvagio tiene cuore de angelo e chi è mostro ti aiuterà, segui la stella del suo occhio fino allo scoglio dell'amore salato.
Ma non c'è vento dice Sinbad.
Se non c'è vento ci sarà.
Non hais onda dice Sinbad.
Se non c'è onda si muoverà.

E in cielo appare l'occhio della scarpigna musu e cani e si alza la brezza e la nave muove le ossa ciaulandu cigolando e appare uno scoglio e sullo scoglio una sirena canta, e Sinbad è preso d'amore arrattu in un istante e si sdraia a prua ventana e ascolta.

Parole d'amore leggere
Bufera possono diventare
Passione non ha limiti come il mare
Non puoi amare senza annegare
Passione non tiene porto
Se nei suoi occhi hai mare
Di amore sei già morto.

E si alzano tutti i venti in circolo e si mordono la coda e grecali azzanna bentesoi, tramontana sfida ostro, libecciu schiaffeggia ponente, bufera e urugano e ridda e sabba e imbattu e sa barca vola in aria a pitardu scocca nelle nuvole e prende altura come sula come aquilone e poi precipita e cabra e risale e con gran tonfo si tuffa nel mare e scende scende a mare verde e più giù fat fathom five mare blu e poi mare nero e gran abisso e si posa sul fondo tra anfore e scheletri di galeoni.
Ohi ohi dice Sinbad morirò sepultu annegato e senza fiato, invece miracolo si accorge che può respirare e muoversi sott'acqua è diventato pesce o tritone, e in quel momento vede davanti a se un occhio giallo che lo guarda.
Occhio maligno di piovra, ogu de pruppumannu, ogu de vurpe.
E un tentacolo lungo come dieci gomene lo prende alla vita lo solleva lo fa entrare in una caverna.
Sa caverna dei mostri de su mari.

E vede mannara sa murena garajuni pintecaboru coi denti de sciabola iagatana.
E su calamaru spettru bianco caamà odalisca che addanza coi lunghi tentacoli.
E il cavuru granchio assassino che taglia in due.
E su pisci vampiru che succhia il sangue.
E su pisci fugu sa tracina parasaula ragno varagno che con una sola goccia di veleno ti ferma il cuore.
E sa raja la razza con la coda che morde come stizza di fulmine.

E con rumore grande arrivano il re e la regina dei mostri dell'abisso.
Rossa de fogu e pelle de, e lance di guerriero sulla testa arriva regina ligusta aragosta aliusta mangosta e al suo fianco pelle de pedra e chela de hierro re astice alifante kentra longhifanti il lupo di mare e fa scattare la forbice manna e ruggisce e dice: abbiamo un mostro nuovo nell'abisso, un piccolo pallido mostro su marinaio odioso su piscatori balenti, noi carne per lui e lui carne per noi, e afferra Sinbad nella chela e lo solleva, basterebbe che stringesse e lo taglierebbe in due come nu cantu e pani.
Aita grida Sinbad Odisseo.
Aita chiedi. Ma quando impiccato nella rete o sospeso sul bollore della pentola stridevo e chiedevo perché mi cuoci vivo mi hai tu aiutato? E i fratelli miei che hai pescato con rezzas e palamiti e bomba e fiocina, e strappato dal mare vivi a bocca aperta strozza ansante sbattendo la coda in agonia e straziau e squartau, loro non ti chiedevano aiuto?
Non sentivo non sentivo dice Odisseo Sinbad.
Poiché tu credi che l'unica lingua al mondo sia lingua d'hommine, muti ci dici. Ma come puoi dire questo? Conosci il canto delle balene i brividi del mio carapace la danza di un tentacolo le armonie che attraversano gli abissi, queste sono le parole nostre.
Considera Sinbad questa chela, arma perfetta dite vos hommines. Non è un arma, natura me la diede. Voi soli avete inventato le armi, voi soli tra gli animali usate bolas di fuoco e veleni e reti e ingegni e fiocine e tridenti per uccidere noi e il vostro branco anche.
E riempite il fondo del mare di olio nero pudescio e di spazzatura e stravu e venenos.
E con grandi navi ci inseguite e uccidete, e prendete di noi più di quanto bisogna alla vostra fame mentre nell'abisso nessuno mangia più della fame sua e della legge naturale.
La mia corazza geme ferita, la mia chela è prigioniera nella rete, il mio occhio è glauco di veleno, a mille e mille tu uccidesti i miei fratelli, tu cruce de duluri, tu sei il mostro, ritorna tra i mostri.
E lo scaglia in alto e la barca torna a galla ed è di nuovo sole a picco e calma spettrale.
Pietà pietà dice Odisseo Sinbad mai più pescherò e ucciderò ma promessa di marinaio è corta come mezza corda di ancora, e svanisce come goccia d'acqua insoledada.

E viene la notte e un vento di gelo fa battere i denti a Sinbad su piscatori delira e vede nel cielo le stelle cambiare di posto e rincorrersi e cadere, navi di ferro irte di cannoni, e incendi di guerra su isole lontane e aerei in aria, e una voce di tuono viene dal mare.

Su mari è altu e contene muntagne ca la terra nun tiene
Su mari è mannu doppu nu mari altro mari appari
Su mari cagna culuri e palabras, pote parlari co murmuriu amicu o con sciacca de ninna nenna chiano chiano o con gridu barrosu irosu zrasos zalatta che calma e inquieta, che culla e schianta
Su mari è matre, su mari è bestia manna, su mari è padroni.

E quando si sveglia è in un mare che non ha mai visto.
Mari ialino quarzu pavimentu de diamante ametista che il sole lumizza e ingioia.
E in quello sfavillare arriva rasu de onda il pesce spada il puddiceddu lo spateddu, e sulla punta della spada come a bompressu la sardina umile la picciocchedda palassiola la saracca la saraghina il cicinello
Odisseo, dice, vedi il mare come è trasparente ora in esso poi vedere la più piccola cosa, come piccola cosa sono io, poiché di piccole cose sommerse in fondo ai cuori tuoi è fatta la tua vita, guarda laggiù in fondo al mare e capirai.

E Odisseo Sinbad vide suo padre Laerte Alì su saviu che gli insegnava a usare la nassa.
E su madre canterina che schioccava lenzuoli al sole
E il fratello morto in guerra non sua.
E una donna che amò e a cui non lo disse.
E quattro dita di vino in un bicchiere insoledado.
E una barca piccola su cui imparò a remare.
E una sera di vento in cui si sentì solo come nessuno.
E il coltello con cui ferì un amico.
E un mare nero di sangue di capodoglio, in cui un amico morì
E suo figlio con una spada di legno, contro un aereo mostro in cielo.
E Penelope mano d'aurora che riparava reti con ago lento.
E il giorno vicino e lontano che salutò la sposa e il rumore dei remi nel porto tranquillo e la sua casa a riva che rimpiccioliva.
E tutte le parole ascoltate e dette e dimenticate, tutte in quel mare annegate.

E la voce della sardina picciocchedda saraghina cresce e gonfia, ed è voce di vento forte è la voce del pisci mannu che esce dall'acqua spaccando onde, alto come dieci alberi di nave uno sull'altro e dice:
Capisci Sinbad? Tutto è nel mare ciò che sei stato, e qui devi tornare.
Qui è la tua casa il tuo destino appare ultimo mare dopo mare culla bara pelagos zrasos zalatta.
E su pisci manni con la coda battè forte, la barca si capovolse, Sinbad volò e su pisci manni lo portò in fondo al mare.
E il mare era pieno di stelle.
Mentre scendeva lento, una corrente sotterranea gli spolpò le ossa in sussurri.
Odisseo Sinbad su marinaio balenti il re padre il tritone Fleba il fenicio.
E capì che era tornato dove era nato.
E la barca dondolò sola tre notti e trovò da sola la via di terra, verso la casa di Sinbad.
E forse dentro di essa c'era Sinbad che dormiva e sognava o forse nessuno.

Su mari è altu e contene muntagne e abissi e nubi ca la terra nun tiene
Su mari è mannu doppu nu mari altro mari e altro mari appari
Su mari cagna culuri pote essere nigro come sangue rapprisu o trasparente come il cielo, su mari cagna umori pote ridere o minacciare, su mari cagna palabras e soni, pote parlari co murmuriu amicu o con sciacca de ninna nenna, chiano chiano o con gridu barrosu irosu zrasos zalatta monstrum pelagos che calma e inquieta, che culla e schianta
Su mari è matre, su mari è bestia manna, su mari è padroni.


Se Dio avesse voluto che credessimo in lui...
Daniele Luttazzi

Francesco Merlo oggi su Repubblica:
" La satira è lo sfottò. " Bocciato.
Premesso che lo scandalo è sorto in seguito a parodie davvero bonarie ( e questo dà la misura di quanto il Paese sia arretrato durante i 5 anni neri di Berlusconi );
l'argomento più insidioso usato in queste ore contro la parodia religiosa dei comici radio-televisivi è nascosto nell'intervento al Tg2 di Dino Boffo, direttore dell'Avvenire:
" Credo che questa satira volgare nasconda una punta di vigliaccheria: si bersaglia un uomo che non può difendersi per la natura stessa della sua alta missione. Certo, i diritti della satira sono fuori discussione, ma la satira ha anche dei doveri che si incontrano con il diritto dei cittadini a essere rispettati nei sentimenti più profondi. Mi chiedo se oggi c'è bisogno di una satira che offende il paese. Ne risente il sentimento stesso della democrazia. "
Boffo fa sfilare in parata tutti i temi frusti con cui i tromboni, da sempre, cercano di tappare la bocca alla satira.
Innanzitutto, quello della volgarità.
Poi quello della vigliaccheria.
Quello della sacralità.
Quello dei doveri.
E quello del rispetto per i sentimenti profondi dei cittadini.
( Che poi i diritti della satira siano fuori discussione, non è così fuori discussione, in realtà, dato che Boffo è direttore di un giornale, l'Avvenire, che nel 2001 scrisse "Ben venga la chiusura di Satyricon". I tromboni, si sa, sono sempre molto liberali. )
Quello che sfugge a tutti i commentatori dell'ultima ora, oltre alla loro ignoranza in materia, è la natura della satira.
Tanto per cominciare, la discussione, tanto cara ai politici nostrani, sulla necessità di paletti alla satira, non dovrebbe neppure essere ammessa. La satira esprime opinioni, e chi vuole conculcarla ( cioè in genere proprio i suoi bersagli, che essendo persone di potere non vedono l'ora di esercitarlo ) vuole conculcare il tuo diritto di esprimere le tue opinioni.
E' nella Costituzione, il discorso potrebbe finire qui.
In più, l'effetto collaterale dei paletti è che la satira dentro i paletti è satira "permessa", quindi non è più satira. E' questo che vogliamo? Io no. Loro sì.
Tutti dicono: " La satira è contro il potere." Nessuno si chiede perchè, eppure non è così scontato. Il motivo è culturale e risponde a una esigenza umana, quella sì profonda: la salute dello spirito, del nostro immaginario, che oscilla costantemente fra sacro e profano.
Nell'antichità, questa percezione delle cose era evidente, e ai culti seri facevano da contraltare culti comici: entrambi erano dotati di una loro sacralità.
Nel medioevo, il carnevale ( legato alle feste pagane agricole dell'antichità ) sovvertiva l'ordine del reale e le sue gerarchie. I buffoni erano eletti re per burla, e i potenti venivano letteralmente smerdati e aspersi di urina. Abbassamenti, profanazioni, detronizzazioni, travestimenti e parodie erano gli strumenti con cui la satira carnevalesca celebrava l'eterno ciclo vitale della morte e della nascita.
I chierici stessi, nel periodo pasquale, officiavano messe blasfeme che parodiavano i riti e i testi sacri.
La satira ha quindi innanzitutto questa natura ambivalente: distrugge e nel contempo rinnova. L'attacco della satira al potere è secondario rispetto all'attacco più importante: quello contro la morte. La satira è il popolo che festeggia la sua vittoria contro la morte.
( Per inciso, questo è il vero significato di ogni festa in piazza, ma chi se lo ricorda più? )
Ecco perchè ( e torniamo a Boffo e ai bacchettoni come lui ) è sbagliato parlare di volgarità della satira. La satira esibisce il corpo grottesco, dominato dai bisogni primari ( mangiare, bere, defecare, urinare, scopare ), per celebrare la vittoria della vita: il sociale e il corporeo sono uniti gioiosamente in qualcosa di indivisibile, universale e benefico.
E' invece mortifero il loro tentativo di arrestare il respiro fra sacro e profano. Nessuno c'è mai riuscito perchè lo spirito umano è immortale e la sa lunga.
Non c'è quindi neppure vigliaccheria, dato che il papa non è affatto la personcina inerme che Boffo vuole accreditare. Fra i poteri, quello della Chiesa è sempre stato accanto a quello degli Imperatori. ( Come non ricordare papa Woytila accanto al generale Pinochet? )
Il plagio di massa operato dalla religione ha purtroppo una funzione sociale di controllo; e diventa pericolosissimo quando la religione, forte del numero, tende a far coincidere il peccato col reato, e a condizionare l'attività dei governi. Gli esempi in questo senso sono all'ordine del giorno ( staminali, pacs, eutanasia ) e ormai insopportabili.
Il guaio è che non puoi correggere un'istituzione quando è una religione. Guardate come i musulmani in certi paesi lapidano le loro donne. Non potrebbero farla franca, se non fosse per motivi religiosi. L'odio viene da qualche meandro profondo, ma le religioni gli danno una cornice nobile. Ecco perché sono pericolose.
Altri poi hanno usato il tema "vigliaccheria" in una seconda accezione: i satirici attaccano il papa, ma hanno paura di attaccare i leader islamici. NON E' VERO. Battute, vignette e monologhi contro l'integralismo islamico ce n'è ormai a bizzeffe. Quando in Italia diventerà famoso un leader islamico integralista, dovrà sopportare anche lui gli oneri satirici della ribalta, come è toccato a padre Georg.
Quanto alla "sacralità", i primi ad averla profanata sono stati i preti pedofili. ( Come ha ricordato un recente documentario della BBC, per vent'anni un certo cardinal Ratzinger fu responsabile dell'applicazione del documento segreto del Santo Uffizio Crimen Sollicitationis in base al quale, per prudenza e per non fare scandalo, quei sacerdoti non venivano rimossi dall'incarico pastorale, ma semplicemente spostati in un'altra parrocchia ).
Per non parlare di monsignor Marcinkus e delle trame che legavano lo IOR alla mafia, a Sindona e alla P2.
Ed è blasfemo che milioni di persone muoiano ogni anno in Africa di AIDS anche perché la Chiesa condanna l'uso del preservativo. Il condom a quanto pare è contro gli insegnamenti di Cristo. Anche se Cristo non ne ha mai parlato, se non per lamentarsi del fatto che si rompono facilmente durante il sesso anale.
I doveri della satira? Uno solo: far ridere l'autore. E' questa la vera deontologia del comico. L'unico giudice della satira è il suo autore.
( Per la diffamazione e la calunnia le leggi ci sono già. E già che ci sono, dico che andrebbero riviste, per impedire al potente di turno di vessare con processi pretestuosi l'autore satirico che l'ha colto in flagrante. Vedrei con favore un " comma Luttazzi " così configurato: tu puoi anche farmi causa per 20 miliardi, ma se io vinco la causa, i venti miliardi li dai tu a me. Così la prossima volta fai meno il gradasso. )
Boffo usa poi i cittadini come scudi umani appellandosi al rispetto dei loro sentimenti profondi. Come abbiamo visto, storicamente e culturalmente i sentimenti profondi dei cittadini sono di altro genere ( il popolo liberato in festa, lo spirito umano reso sano grazie all'oscillazione fra sacro e profano ), SOLO CHE I CITTADINI SE NE SONO DIMENTICATI anche grazie al mortifero plagio religioso cui, nei paesi cattolici, vengono sottoposti fin dalla più tenera età.
Era questo l'argomento insidioso cui accennavo all'inizio: Boffo tira in ballo la democrazia, che non c'entra nulla, per usare il popolo contro se stesso.
L'interpretazione religiosa del mondo è una delle tante possibili. Ma io non posso dar retta a chi crede di parlare con Dio, dai! E' da psicotici!


Corrado Guzzanti
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Corrado Guzzanti
(1965 – vivente), comico italiano.
  • Gli ultimi saranno i primi, ma lo sportello chiude alle 12.
  • Se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori. (da Il libro de Kipli)
  • Conosci te stesso (e non rompere il cazzo a me).
  • Viviamo in un epoca di sfrenato consumismo... non fai in tempo a comprare una cosa che subito la devi pagare.
  • Guardati da coloro che prima ti danno consigli e poi parlano male di te, cornuto!
  • C'è un giorno per seminare e un giorno per raccogliere... giovedì andrebbe benissimo...
Brunello Robertetti
  • Due rette parallele non si incontrano mai... e se si incontrano non si salutano.
  • Nasco poeta e vado avanti così. Ho rispetto per i negri e gli omosessuali, purché i due fenomeni non si presenta contemporaneamente.
  • Ora diche un poesie.
  • Se fossi cane, bao.
  • Se fossi gatto, miao.
  • Se fossi tardi, ciao.
  • L'amore si può dire in tre maniere,
  • io credo:
  • amore,
  • amore,
  • ... e una terza che adesso non mi viene in mente.
  • Ogni mattina, come Narciso si specchia
  • nel ruscello retrovisore
  • io mi specchio in te
  • e nei tuoi occhi mi rado.
  • La prima lama solleva il pelo,
  • la seconda lo taglia,
  • la terza gode.
  • A questo mondo nessuno ti dà niente per niente, sarebbe una perdita di tempo per tutti e due.
  • Un corpo immerso in un liquido riceve una spinta verso l'alto di una maleducazione, di una cafonaggine, che non si può neanche fare più il bagno in questo paese.
  • Vi faccio tre rime:
  • amore, motore
  • cane, pane
  • gatto, esatto.
Quelo
  • Volevo dire al mondo e a tutti gli amici di Intennett che c'è grossa grisi.
  • Non sai che fare, non sai dove andare, miagoli nel buio.
  • Tu come la vedi?
  • La seconda che hai detto!
  • La risposta è dentro di te. E però... è sbagliata.
  • Quela esce dopo cena per giocare a carte con le amiche, e torna a notte fonda con il rossetto tutto spostato sulla faccia e i vestiti stropicciati, ma dove le nascondi ste carte?.
  • Sì vabbè, c'è grossa grisi, ma non posso fa' tutto io... Lo sai oggi a che ora mi sono alzato? Alle sette meno un quarto! Poi la bambina ha vomitato di nuovo, e certo, Quela gli da le olive ascolane con la nutella!
  • Ti chiedi "Come mai?", ti chiedi "Quasi quasi?".
Vulvia
  • Una donna che si è fatta da sola, anche perché non s'è trovato 'no straccio d'omo che se la facesse.
  • Cavalieri! Sono stati i protagonisti del Medioevo, protetti da pesanti armature di ferro, si sfidano all'ultimo sangue in incessanti tornei. Perché lo facevano veramente? Chi li spingeva a farlo? C'era uno dietro che li spingeva? Scopritelo! Spingitori di cavalieri su Rieducational Channel!
  • Lo sapevate? Dopo l'accoppiamento, la mantide religiosa divora il suo sposo... eppure lui ci va lo stesso! È proprio vero che tira più un pelo di fi... scusate... ehmmm, che un carro di buoi! Scusatemi. Scusatemi su.... Rieducational Channel!
  • Chi ha inventato il primo 'mbuto? Chi ha usato il primo 'mbuto per travasare l'acqua? Come faceva il primo 'mbuto? Si servivano di uno solo, o più due o più 'mbuti? 'mbuto, su rieducational channel...... due o più 'mbuti... 'mbuto! bù!
  • Lo sapevate? Leonardo Da Vinci aveva inventato il primo caricabatterie da cellulare. Precursori inutili su Rieducational Channel
Gianfranco Funari
  • Onorevole Brodo, onorevole Brodo iò voevo dì, er cittadino s'è stufato de portà 'r vasino sott'ar culo der politico, ha capito a sottile metafa? Naa?


   17 dicembre 2006