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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 29 ottobre 2006



Anch'io ho sognato che Prodi cadeva
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

La sparuta pattuglia dei mohicani ha ricevuto un inatteso rinforzo. Si tratta di Alessandro Profumo, massimo dirigente di Unicredit e principale autore del successo di quella banca che è ormai tra le prime in Europa. In un articolo di ieri sul "Corriere della Sera" Profumo ha ricordato e trascritto cifre ben note da tempo ma che acquistano speciale rilevanza quando sono diffuse attraverso giornali di vasta tiratura. Le cifre riguardano l´ammontare della spesa pubblica nelle principali democrazie europee e sono le seguenti: la spesa primaria rappresenta in Italia il 39,9 per cento del Pil, in Germania il 41,2, in Francia il 46,1. Se poi si considera quella voce al netto degli oneri sul debito pubblico, che da noi sono nettamente maggiori che in tutti gli altri Paesi dell´Unione, le cifre migliorano ancora nel senso che la nostra spesa primaria al netto degli interessi è ulteriormente più bassa di quella tedesca con un divario di circa tre punti e di quella francese con un divario di sei.
Ne consegue che la spesa corrente italiana è la più bassa in Europa salvo quella dell´Irlanda e della Spagna che spendono in rapporto al loro Pil ancora meno di noi.
Siete sorpresi da queste cifre? Giustificano il can-can che da mesi anzi da anni viene suonato e ballato da studiosi e politici di indiscussa autorità?
Non siatelo perché una spiegazione c´è. I tagli alla spesa dovrebbero servire a procurare le risorse necessarie per finanziare il risanamento del bilancio e gli investimenti destinati allo sviluppo, più o meno 25 miliardi di euro. In mancanza di quei tagli le risorse vanno reperite attraverso entrate tributarie. Per evitare tuttavia una brusca deflazione si cerca di bilanciare le maggiori entrate con diminuzione di imposte e altre provvidenze (assegni familiari, innalzamento della "no tax area") per risollevare il potere d´acquisto delle fasce deboli.
La differenza tra questa manovra bilanciata e un´altra eventuale concentrata sul restringimento della spesa sta nel diverso impatto sull´economia nazionale. Il taglio secco della spesa – al di là della doverosa eliminazione degli sprechi e dell´indispensabile riforma delle pensioni – creerebbe effetti depressivi sul ciclo economico estremamente perniciosi quando si è appena all´inizio d´una ripresa ancora timida e in presenza di preoccupanti segnali di rallentamento dell´economia americana.
Ricordo infine (per l´ennesima volta) che le maggiori entrate attese dal recupero dell´evasione non vanno considerate nel mucchio delle imposte e tasse che determinano la pressione fiscale e dovranno infatti al più presto essere compensate con diminuzione di imposte di pari importo seguendo lo slogan di "pagare tutti, pagare meno".
Avessimo ereditato un lascito meno sconquassato dalla precedente legislatura questa massima avrebbe dovuto e potuto essere adottata subito; così non è stato ma l´obiettivo della riduzione fiscale a fronte dei recuperi d´evasione deve restare un impegno primario e spetterà all´opinione pubblica di farlo valere ove mai il governo lo dimenticasse.
* * *
Resta da chiedersi il perché di quel can-can sull´ammontare nella spesa pubblica e la sottovalutazione di alcuni obiettivi di contenimento della dinamica delle uscite che compaiono in questa finanziaria. Sono stati indicati ripetutamente dal ministro dell´Economia ma la cavalleria economicistica carica gli sparuti mohicani senza darsi la minima cura di prendere atto di quelle misure che modificano la spesa rispetto a quella determinata dalla legislazione vigente.
Eppure quei provvedimenti non sono da poco. Ci sono risparmi nella spesa regionale, in quella degli enti locali, nella pubblica amministrazione centrale. L´entità complessiva di questa manovra vale all´incirca 10 miliardi.
Se dalle maggiori entrate si tengono distinte quelle imputabili al recupero dell´evasione e quelle imputate al trasferimento di una parte del Tfr alle casse dell´Inps (che serve a rendere possibile il taglio dell´Irap in favore delle imprese) si vedrà che l´insieme del quadro non è affatto così squilibrato come la grancassa della destra vuole far credere e come il qualunquismo nazionale ripete pedissequamente.
La ragione della perdita del consenso che sta mettendo seriamente a rischio la sopravvivenza del governo dipende da varie ragioni e cioè:
1. Gli aggravi dell´Irpef sui redditi da 50 mila euro in su; aggravi modesti ma progressivi con l´aumentare del reddito.
2. Le imposte sulle rendite finanziare.
3. L´aumento dei contributi di categorie autonome.
4. La revisione degli studi di settore da concordare con gli interessati ma in ogni caso orientati al rialzo.
5. L´imposta di successione per i patrimoni superiori a 150 milioni con franchigia di un milione.
6. Il trasferimento all´Inps del Tfr per le imprese con più di cinquanta dipendenti, che ricevono tuttavia da subito una compensazione maggiore del maggior costo per il ricorso al credito bancario.
In sostanza l´Italia "modestamente" possidente è stata chiamata a contribuire "modestamente" al raddrizzamento dei dissestati conti pubblici. Contemporaneamente ha dato incentivi consistenti alle imprese. Tra il taglio dell´Irap, i crediti di imposta, gli incentivi per la ricerca, la compensazione per il trasferimento del Tfr, il sistema delle imprese avrà nel 2007 un beneficio di almeno sei miliardi che nel 2008 supereranno gli undici. Cioè un terzo dell´intera manovra.
Dunque le imprese non hanno alcuna ragione di lamentarsi. Ma gli imprenditori in quanto soggetti individuali sì, sono colpiti. Del resto se ci sono sacrifici da fare chi deve pagarli se non chi può permettersi di pagarli? I pochi ricchissimi, i numerosi semi-ricchi, gli strati superiori del ceto medio e, sia pure "modestamente", gli strati mediani.
Quando, durante i cinque anni della precedente legislatura, avvertivamo che i conti d´una dissennata politica economica sarebbero infine venuti al pettine e che tutti avremmo dovuto farcene carico, non fummo creduti. Da un certo momento in poi, però, i primi effetti di quel disastro cominciarono a materializzarsi. Da quel momento in poi il fascino berlusconiano e tremontiano sparì, gli effetti del miracolo promesso e non mantenuto determinarono un massiccio disincanto che, purtroppo per il centrosinistra, fu in parte dissipato da una campagna elettorale assai poco efficace.
Restava comunque da pagare il conto di cinque anni sciagurati. È un conto salato: 2 punti e mezzo di Pil. Non lo dico io ma tutti gli economisti indipendenti, tutti gli istituti di ricerca internazionale, tutte le autorità europee e il Fondo monetario.
Due punti e mezzo di Pil sono circa 40 miliardi di euro. E poiché l´economia europea e anche italiana sta migliorando, 5 miliardi ci sono arrivati dal cielo.
Lo ripeto: la Finanziaria è riuscita a sostenere lo sviluppo delle imprese oltre ai provvedimenti di rigore indispensabili, ma ha dovuto tassare l´Italia benestante, della quale fanno parte imprenditori, manager, quadri, professionisti, giù giù fino ai redditi da 40 mila euro.
C´era un altro modo?
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Ma c´è la lotta politica e quella sì, è feroce. Usa addirittura lo spionaggio contro le persone. Si dice: robetta, spiavano Vieri, Totti, qualche velina troppo vistosa. Ladruncoli di galline, ricattatori da cortile. È vero, spiavano anche Prodi, ma anche Berlusconi. Dunque pari e patta, non c´è mandante politico, non a caso il Cavaliere ha sentenziato che si tratta di un bidone, una buffonata, un polverone per parlare d´altro. Poi, nella sua longanimità, ha offerto un governo di larghe intese del quale – ha detto – io non farò parte, tutt´al più potrò fare il ministro dei Beni culturali (?) o dello Sport (!).
Una volta ancora ha spiazzato Fini e Casini e li ha rimessi in fila. Bossi protesta perché teme che tra le ali da tagliare, oltre alla sinistra radicale, ci sia anche la Lega, ma sa che Berlusconi alla fine non lo farà.
Intanto il Cavaliere ha iniziato la campagna acquisti tra le anime tremule del centrosinistra. Ce ne sono parecchie. Qualcuno si è già venduto, qualche altro ci sta pensando. Se si tratta di deputati i prezzi sono bassi, ma se si tratta di senatori sono alti. Non si parla ovviamente di denaro ma di influenze, cariche future, salotti buoni, relazioni altolocate. Si vedrà.
* * *
È una stagione altamente istruttiva, quella attuale.
Agitata. Sanguigna. Intrigante. Le corporazioni nazionali sono tutte all´erta perché è il momento più favorevole per far valere i propri favori e le proprie richieste.
Molti amici sono turbati da strani sogni. E lo scrivono. È una maniera comoda per dar forma ad un articolo. Si può fare un sogno rosa oppure un incubo.
Giovanni Sartori ha fatto un incubo l´altra notte e ce l´ha raccontato sul grande quotidiano lombardo. Vaticinava la sconfitta di Prodi per colpa di una Finanziaria dissennata e Prodi, con in mano un coltello a serramanico, si lanciava su di lui per trafiggergli il petto. Per sua fortuna a quel punto Sartori si è svegliato. Bene. Se può interessare anch´io ho fatto un sogno. Senza paesaggio. Ho saputo che il governo era stato battuto al Senato sulla fiducia.
Napolitano aveva aperto le consultazioni. Un nuovo governo si formava. Chiedevo a destra e manca chi fossero i ministri e soprattutto il presidente del Consiglio, ma nessuno voleva dirmelo. Però – sempre nel sogno – gli avvenimenti si succedevano con implacabile logica. Per quel tanto che ricordo, la sequenza era questa:
1. Il governo si dimetteva a metà novembre.
2. Napolitano, dopo aver consultato a tambur battente i gruppi parlamentari, dava l´incarico dieci giorni dopo.
3. L´incaricato perdeva quindici giorni per ottenere un consenso bipartisan e costruire una lista anch´essa bipartisan, impresa difficilissima.
4. A quel punto l´approvazione di una nuova Finanziaria era fuori discussione e perciò si andava all´esercizio provvisorio.
5. La Commissione europea applicava immediatamente all´Italia le sanzioni previste per eccesso di deficit. I mercati spingevano i titoli tagliati al margine delle quotazioni facendo salire di alcune centinaia di punti lo spread tra i nostri titoli pubblici e quelli tedeschi assunti come punto di riferimento bancario.
6. Veniva prescritta all´Italia una cura da cavallo. La nuova Finanziaria era, quella sì, lacrime e sangue.
7. Il contratto del pubblico impiego non veniva firmato.
8. La riforma delle pensioni innalzava l´età pensionabile a 63 anni.
9. I tagli a Comuni e Regioni indicati nella Finanziaria di Padoa-Schioppa venivano mantenuti. La perequazione dell´Irpef abolita. Il Tfr restava interamente nelle mani delle imprese.
10. La Cassa Depositi e Prestiti diventava azionista di Telecom e dell´Alitalia.
11. Sotto la mia finestra passavano senza interruzione cortei vocianti e le sirene della polizia suonavano a distesa.
12. Questo, più o meno. Un governo di moderati riformisti. O di riformisti moderati. Prodi nelle segrete del palazzo di re Enzo a Bologna. Fassino dislocato in Sicilia come commissario di quella federazione del suo partito. D´Alema agli arresti domiciliari a palazzo Borghese col divieto di avere contatti con Condoleezza Rice. Parisi all´Asinara. Bertinotti, Franco Giordano e Curzi obbligati a essere presenti a tutte le trasmissioni di Bruno Vespa. Rutelli e Marini in convivenza continuativa con Ciriaco De Mita. E Pollari? Pollari nominato comandante generale dei carabinieri e della guardia di finanza appaiati.
A quel punto mi sono svegliato.



Le spie in fuga dalla politica
Barbara Spinelli su
La Stampa

Kompromaty si chiamano nella Russia di Putin quei documenti destinati a compromettere l'avversario e liquidarlo nel momento più conveniente: cosa che di solito si fa non coi concorrenti politici, ma con i nemici in guerra. Il Cremlino affida la fabbricazione dei kompromaty a organi segreti che il potere personalmente controlla, siano essi pubblici o privati. I dossier son fatti per seminare paura, e di paura si nutrono: servono a ricattare, infangare, bloccare qualsiasi alternativa al regime esistente. Sono ingredienti basilari d'ogni dittatura e d'ogni regime dove lo Stato vien confiscato da una persona, un partito o una lobby. La politica della paura che regna dall'11 settembre ha immensamente affinato le tecniche di questi poteri segreti, e la loro disinvoltura. Chi si presta a simili operazioni - politici, funzionari pubblici sleali, giornalisti - ha il più grande disprezzo dello Stato e di chi fedelmente lo serve. È abituato ai bassi servizi, non al servizio della cosa pubblica: la res publica è qualcosa che non riconosce e in cui non crede. Gli scandali scoppiati ultimamente in Italia - le rivelazioni sullo spionaggio fiscale di un gran numero di personalità e soprattutto dell'attuale capo del governo Romano Prodi, cui si aggiunge un piano del Sismi che risale all'inizio del governo Berlusconi, inteso a "disarticolare, anche con mezzi traumatici", i nemici del centrodestra - somigliano come fratelli gemelli all'uso che Putin fa del kompromaty (gli italiani, più fumosi, parlano di dossieraggio). Sono operazioni che vengono condotte a fianco dello Stato, ignorando e aggirando i molti suoi servitori onesti. È un lavoro - meglio sarebbe dire un lavorio, perché l'azione è martellante, di lungo respiro - che viene affidato a un potere non visibile, non eletto e non controllato. È un potere che fugge non solo lo Stato, ma la politica stessa: ambedue infatti - Stato e politica - sono giudicati da chi fa questi servizi come disprezzabili, inesistenti, comunque aggirabili.
Per questo Carlo Federico Grosso ha dato a quest'ennesima criminalità di corpi dello Stato (elementi della Guardia di finanza e del Sismi, appaiati) il nome di eversione, ieri su questo giornale. Eversione è una destabilizzazione permanente, un'erosione sistematica della cosa pubblica. Il dizionario Battaglia ricorda come fin dal '400, nelle parole di Leon Battista Alberti, significhi "sovvertimento radicale e rivoluzionario (letteralmente atterramento) degli ordini politici o della struttura della società, compiuto dall'interno". Nell'ultimo decennio i commentatori hanno discusso spesso attorno alla natura del potere berlusconiano: era un Regime o no? Qui basti rammentare che l'eversione è arma essenziale d'ogni regime autoritario, brandita per conquistare il potere e poi mantenerlo. I cittadini che assistono all'emersione di questi crimini sanno che la storia italiana incessantemente li riproduce: ogni volta con le loro oscurità, che diventano perenni; con i loro personaggi, di cui si dimenticano presto i reati. Ogni volta con i loro giudici, accusati di malafede e fallimento per il solo fatto che non sempre riescono a condannare, pur avendo accertato colpe non confutate (è il caso di Andreotti, assolto anche se giudicato reo di associazione con la mafia fino al 1980).
Ma i cittadini sanno anche che nell'ultimo decennio le azioni dei corpi dello Stato che agiscono nell'illegalità si son moltiplicate, bersagliando ripetutamente la persona di Romano Prodi. La magistratura dirà se queste operazioni, che hanno come protagonisti Guardia di finanza, Sismi e servizi privati, hanno risposto a ordini del centrodestra che ha governato nel '94 e nel 2001-2006. Fin da ora sappiamo tuttavia che le manovre hanno colpito soprattutto l'opposizione a Berlusconi, e che hanno fatto di tutto per inquinare o svuotare contropoteri indispensabili in democrazia (stampa e magistratura). Colpisce il piano del Sismi, che risalirebbe all'inizio del governo Berlusconi del 2001 e che Guido Ruotolo ha portato alla luce su La Stampa di giovedì. Il dossier cui si fa riferimento è stato trovato il 5 luglio dagli uomini della Digos, nella sede distaccata del Sismi diretta da Pio Pompa, uomo molto legato a Pollari, e conferma l'esistenza di un'eversione circostanziata. Colpisce soprattutto a causa del linguaggio: i redattori del piano d'azione si propongono di "colpire e disarticolare una struttura nemica del centrodestra con azioni anche traumatiche", è scritto nel dossier.
Disarticolare, struttura nemica, azioni traumatiche: chi ricorda i comunicati delle Brigate Rosse ritrova qui un vocabolario immondamente familiare. Un vocabolario che rimanda al linguaggio terroristico di servizi come il Kgb, rinato dalle ceneri grazie a Putin. Paralleli storici di questo tipo sono stati evocati da personalità note per la loro circospezione, in Italia. Degno di menzione è il discorso tenuto a Torino dal procuratore capo Marcello Maddalena, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell'Anno Giudiziario 2006. Il magistrato si riferiva a una legge ad hoc del governo Berlusconi, che aveva impedito a Gian Carlo Caselli di divenire procuratore nazionale antimafia, e disse così: "L'episodio mi ha fatto venire in mente un motto tristemente famoso: colpirne uno per educarne cento. Hanno sbagliato i conti: siamo in novemila (tanti quanti sono i magistrati, ndr)". Colpirne uno per educarne cento era un motto di Mao Tse-Tung, fatto proprio dalle Brigate Rosse. Chi disarticola con azioni traumatiche ha questo in mente: colpisce per educare, cioè per avvertire ricattando, impaurendo. Chi opera in tal maniera vuol educare chi ancora serve lo Stato, scoraggiando la sua fedeltà. Vuole educare i giudici abolendone l'autonomia, educare i cittadini abolendo la fiducia che vorrebbero avere nel proprio Stato. Vuol educare infine l'opposizione, ricordandole che l'alternanza è - in Italia - la più pericolosa, stravagante, sconveniente delle avventure.
Questo si è inteso e s'intende ferire e demolire, usando i corpi dello Stato per azioni illegali. Non è questione solo di Prodi, nei cui conti si è spiato 128 volte con la speranza di eliminarlo come candidato alla successione di Berlusconi. Berlusconi stesso pare sia stato spiato. Il senso generale di queste operazioni destabilizzanti, che dopo Mani Pulite e la fine dei vecchi partiti non sono diminuite ma si son dilatate e hanno attinto forza nell'anti-politica, è quello di demolire due cose congiuntamente: l'alternanza intesa come alternativa, e il bipolarismo che ne è la premessa. In uno Stato slabbrato e sistematicamente aggirato - Aldo Schiavone lo spiega bene, nel libro Italiani senza Italia - il bipolarismo non può funzionare, o funziona appunto così: sempre alle prese con azioni eversive, e con un potere che fugge il più lontano possibile dalla politica, sino a divenire totalmente opaco e a smaterializzarsi.
L'azione eversiva di corpi che formalmente appartengono allo Stato ma in realtà rendono servizi a chi se n'è impossessato ha come scopo quello di creare una situazione in cui cambiare le cose (il funzionamento dell'amministrazione pubblica, la forma più meno trasparente della politica, la giustizia) diventa impossibile. Più crescono le forze di chi vuol cambiare, più i poteri paralleli fuggono per irrobustire lo status quo e impedire riforme profonde d'ogni tipo. Una volta era il denaro a fuggire, destabilizzando l'Italia, quando si annunciavano cambiamenti politici sostanziosi. Oggi è il potere stesso a mettersi in fuga: fuga dalla politica, dalla giustizia, dalla buona amministrazione. Dalla P2 è sempre la stessa storia: è la storia di poteri che investono tutto sulla debolezza della cosa pubblica, rendendola sempre meno pubblica e sempre più privata. Berlusconi forse non è all'origine di tali manovre. Ma senz'altro è all'origine di questa confisca-privatizzazione della politica, del prevalere metodico dell'interesse particolare su quello generale, di una retorica che critica lo Stato per meglio estenderne le violenze arbitrarie. Il suo stesso ingresso in politica avvenne all'insegna di tale privatizzazione. Lui stesso spiegò a Enzo Biagi la molla che nel '94 lo fece scendere in campo: "Caro Biagi, se non entro in politica mi fanno fallire".
Una delle cose più perturbanti in queste ore è la reazione intimorita, lenta, di molti politici: non son pochi, nell'opposizione e fuori, che proprio a causa di questi scandali sostengono la necessità di larghe intese, più che di vero risanamento. Proprio ora urgerebbe rinunciare a quel bipolarismo e a quelle chiare alternanze che i poteri paralleli intendono da decenni disarticolare, traumatizzare. Parlare in queste condizioni di larghe intese significa prender atto della disarticolazione, cedere alla sua pressione eversiva, farsi metter paura, scegliere non il compromesso ma la compromissione. Significa riconoscere che in Italia, a differenza dei Paesi dove la democrazia cammina, non sono praticabili alternanze autentiche perché non esiste una struttura dello Stato che sopravviva integra, con i suoi leali e neutrali servitori, ai mutamenti di maggioranza. Significa convincere gli italiani che tutti i politici si equivalgono, che nessuno servirà qualcosa di diverso dall'interesse privato.
Può darsi che un giorno l'Italia avrà bisogno di larghe intese (o non potrà far altro che questo, come ha dovuto Angela Merkel, senza volerlo, in Germania). Ma le larghe intese come risposta a quel che sta accadendo, è congedo dal bipolarismo e vittoria dell'eversione. Due sono infatti le conclusioni che si possono trarre dagli odierni avvenimenti. O il bipolarismo e l'alternanza sono improponibili in Italia, perché lo Stato non esiste, e allora le larghe intese sono la via, anche se la via dell'abdicazione. Ci sono pessimisti che condividono quest'opinione e parlano di alleanze tra volenterosi, senza mai chiarire cosa i volenterosi debbano volere. Oppure si riforma lo Stato non limitandosi a far cadere qualche testa, ben sapendo che minacciati - dunque da salvare - sono sia le alternanze sia il bipolarismo. Stare in bilico ed esitare è la terza via, tante volte imboccata e tante volte perdente. Quando scoppiano scandali di questo genere si sente sempre solo un'esclamazione: "È inaccettabile!". La parola è vana: andrebbe bandita dal dizionario dei politici rispettabili. Il politologo francese Raymond Aron diceva che nel momento stesso in cui prendi tempo per pronunciare l'aggettivo - inaccettabile - hai già accettato. Vuol dire che la minaccia oscura ha funzionato. Che cerchi un accomodamento con l'eternità dell'illegalità. Che hai rinunciato a combatterla, e non credi già più né nella politica, né nell'alternanza.


La nuova era della sazietà
Ilvo Diamanti su
la Repubblica

Ormai viviamo assediati dal "cibo". Una sorta di riscatto, di nemesi, per un Paese che ha radici contadine. Ha conosciuto la fame e, comunque, ha praticato la sobrietà come virtù necessaria. Fino a cinquant´anni fa. Tanto che le generazioni più anziane, ma anche la mia (sono cinquantenne), ne serbano memoria. Oggi, invece, viviamo nell´epoca della sazietà.
Ce ne accorgiamo, in particolare, d´autunno, la stagione del gusto. Del tartufo. La stagione delle guide "al mangiare e al bere bene". Celebrata dal "Salone del gusto" di Torino. Un evento di successo. Che consacra "l´era dell´uomo che mangia". Caratterizzata dall´onnipresenza e dalla polisemia del cibo. Dalla pluralità dei significati che gli vengono attribuiti.
I risultati dell´Osservatorio sul capitale sociale di Demos-Coop, pubblicati oggi su "La Repubblica", ne forniscono un repertorio ampio, che noi ci limitiamo a riproporre, per sommi capi.
1. Il cibo è occasione di socialità. Visto che il 60% degli italiani si reca a mangiare fuori casa una volta alla settimana (ma quasi il 30% almeno una volta alla settimana). Otto su dieci "per piacere", piuttosto che per lavoro o per altri impegni. I giovani e i giovanissimi più degli altri. Impossibile, ormai, pensare di incontrarsi, "a prescindere" da esso. Di sera: davanti alla pizza (75%), oppure al ristorante (70%), in trattoria (35%). Lo stesso rito di "andare a trovare gli amici" è divenuto implausibile, senza una cena. E l´appuntamento a fine lavoro, a fine giornata, per scambiare una parola, un´idea, con i soliti noti (o ignoti, non importa): davanti all´aperitivo e a stuzzichini, che, alla fine, ti fanno passare la fame.
2. Il cibo come attività del tempo libero e come incentivo al turismo. Un italiano su quattro, nell´ultimo anno, ha partecipato a degustazioni, uno su dieci ha viaggiato seguendo itinerari enogastronomici. Tuttavia, è ampia la quota di persone che viaggia portando con sé, oltre alla guida turistica, quella ai ristoranti, alle osterie, alla gastronomia locale. Anzi: ormai non c´è guida turistica che non preveda una sezione di consigli su dove pranzare o cenare, acquistare prodotti della tradizione enogastronomica.
3. Il cibo come spettacolo e comunicazione. Visto che una persona su due afferma di aver seguito programmi televisivi dedicati alla cucina o al vino. Ogni giorno, a ogni ora, in ogni canale. Dovunque, persone che degustano, cucinano, provano ricette nuove, presentano piatti o prodotti raffinati, tradotti fedelmente dalla tradizione, oppure reinventati. Le trattorie, i ristoranti, i bar: hanno fornito spunto perfino a reality show. I cuochi e i gourmet. Tutti "chez Vespa". A discutere con politici, attori e intellettuali di politica, spettacolo e cultura. Mentre i politici, gli attori e gli intellettuali discutono, con competenza, di ristoranti e di vini. E talora - come fece D´Alema, a Porta a Porta - cucinano, con sapienza.
4. Il cibo come cultura. Celebrato da specialisti riconosciuti come "intellettuali" tout-court. Al di là dei recinti di settore. Come Carlo Petrini, ispiratore del "mangiare lento", lo "slow food", marchio di un movimento socioculturale di valorizzazione delle cucine locali, oltre che di serie di iniziative (e di ristoranti) di successo. Oppure Davide Paolini, artefice della ri-scoperta dei "giacimenti enogastronomici" sparsi sul nostro territorio. Ma la qualità del cibo diventa elemento costituivo della qualità della vita e dell´ambiente. Alla base di manifestazioni come "gli Stati generali della qualità", che, annualmente, vengono convocati a Ravello, da Legambiente e da Realacci.
5. Il cibo come fattore di incertezza e di paura. Effetto perverso della tecnologia e della globalizzazione.
Che possono generare "mostri". Malattie dai nomi fanta-scientifici: il morbo della mucca pazza, l´influenza aviaria.
Oppure concepiscono sistemi di produzione e prodotti, la cui definizione, il cui acronimo stesso, sono sufficienti a suscitare inquietudine. Come gli Ogm: Organismi geneticamente modificati. E, dunque, diversi, anomali, rispetto al "modello naturale".
Così, circa tre italiani su quattro, secondo l´Osservatorio Demos-Coop, si dicono preoccupati per la sicurezza degli alimenti e pensano che nel prossimo futuro le cose, sotto questo profilo, peggioreranno ulteriormente. La stessa quota (e, in larga misura, le stesse persone) che non si fida (no) degli Ogm.
Anche da ciò, origina il mito del "supernaturale", come lo definisce Giampaolo Fabris (lo studioso che, più degli altri, ha analizzato i cambiamenti del consumo alimentare). L´esaltazione del "biologico", i cui prodotti sono in bella evidenza in ogni bottega, mini e ipermarket. Oltre che nei negozi "dedicati". L´Osservatorio sul Capitale sociale sottolinea come un quarto degli italiani consumi alimenti biologici (o presunti tali) almeno una volta alla settimana.
6. Il cibo come impegno sociale. Vista la diffusione di comportamenti e di modelli di consumo che "usano" l´alimentazione per testimoniare valori di altruismo e solidarietà. È, infatti, sempre più ampia la quota di persone che pratica la "spesa etica", il consumo "critico", si rifornisce, regolarmente, nel circuito del "commercio equo e solidale", boicotta marchi e prodotti specifici. In parte, questi orientamenti riflettono il declino della partecipazione politica tradizionale, che si svolgeva in sedi organizzate, formali, lontane dall´esistenza e dall´esperienza degli individui. Sul cui solco si sono affermati modelli di impegno e di partecipazione "personale", che coinvolgono la vita quotidiana. Si traducono in abitudine, atteggiamenti, gusti. Stili di vita. Non è un caso che questi comportamenti si colleghino a precisi riferimenti politici e di valore. Al mondo cattolico, nel caso delle pratiche solidali e filantropiche. Mentre le persone di sinistra concepiscono il cibo come "partecipazione" e al tempo stesso come "piacere".
D´altra parte, anche i "movimenti" e le esperienze che valorizzano le virtù del "gusto" hanno tradizione di sinistra. Il Gambero Rosso (rivista di culto, titolare di una rete satellitare di successo), ad esempio, nasce negli anni Ottanta come inserto del Manifesto (diretta, allora come ora, da Stefano Bonilli), mentre lo Slow Food origina dall´esperienza dell´Arcigola. Lo stesso Luigi Veronelli, maestro e pioniere della cultura enogastronomica, durante la sua lunga attività di editore, negli anni Cinquanta, accanto alla rivista "Il Gastronomo", pubblicò i "Problemi del Socialismo", diretta da Lelio Basso (di cui egli fu collaboratore). Socialismo e gastronomia. La ricerca della giustizia sociale e della felicità personale. Insieme.
Il cibo. Come alimento ed elemento sociale. Come spettacolo e cultura. Piacere e preoccupazione. Passione e partecipazione. Comunica una società che si è "liberata" dal bisogno. E ha scoperto il "gusto" di vivere. Il valore del territorio e della tradizione.
Il cibo. Tracima, dovunque, nella nostra vita; a ogni passo e a ogni ora. E ammicca, da ogni vetrina, ad ogni angolo e in ogni strada. Dagli schermi, dalle riviste, dai libri. Con un rischio: generare sazietà. Farci sprofondare nel ventre soffice di questa società pingue.


Il tunnel da evitare
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

Romano Prodi proclama un'unità e una concordia così rocciose, da non lasciare spazio ad ambiguità o equivoci. E mettendo gli alleati sotto la sua ala protettiva e severa, promette un governo di legislatura. Sembra quasi che il vertice organizzato ieri a Roma, a Villa Pamphili, sia stato studiato solo per rivelare questa verità. D'altronde, il presidente del Consiglio e l'Unione parlano con una tale perentorietà, che è doveroso prenderne atto.
E' doveroso confinare in un angolo i dubbi che suggeriscono una tregua firmata sulla carta velina e dimenticare gli allarmi dei vertici di Ds e Margherita sull'esigenza di una "fase due", e sulla perdita dello "spirito del 1996", fatti cadere silenziosamente nel vuoto.
La solennità quasi gioiosa che Prodi ha scelto per l'incontro a Villa Pamphili implica una grande responsabilità di fronte al Paese. Indica la volontà di impedire le diatribe nella maggioranza sulle misure della Finanziaria; e di evitare che gli scontri fra ministri e partiti ricomincino da domani, facendo lievitare i fantasmi di complotti antiprodiani. Il modo liquidatorio col quale il premier esclude difficoltà in Senato tende a blindare i confini politici. E permette a Palazzo Chigi di esorcizzare un dopo-Prodi. Sembra confermarlo il coro possente dell'Unione contro la "grande coalizione": il giuramento collettivo è che non ci sarà un altro governo dopo quello del Professore.
Scavata la trincea per difendersi dai nemici esterni, rimane tuttavia da capire come si muoverà l'Unione al proprio interno. La compattezza appare granitica nel denunciare l'eredità lasciata dal berlusconismo sui conti pubblici e su un'Italia che Prodi vede trasformata dall'egoismo. Masulla Finanziaria per il 2007 e sulle riforme che dovranno venire dopo, non si può dire che il vertice abbia offerto indicazioni esaurienti. Si è capito soltanto che si sta studiando una modifica dell'Irpef; e che fino a gennaio nessuno vuole violare il tabù delle pensioni, che l'Unione Europea si aspetta siano riformate.
Palazzo Chigi avverte che il muro maestro ed i pilastri della Finanziaria non possono essere cambiati: si può solo spostare qualche parete. La metafora, tuttavia, non viene accolta da tutti come un contributo alla chiarezza. La sospensione dello sciopero dei magistrati fa ritenere che Prodi sia intenzionato a placare il loro malumore dopo i tagli annunciati nei giorni scorsi. L'ultimatum dei Comuni al premier e al ministro dell'Economia, Tommaso Padoa- Schioppa, riproietta invece un'ombra di precarietà sulle prossime settimane. Forse sono solo indizi di un'incertezza residua, in via di superamento. Ma se non è così, il governo rischia molto.
Il pericolo non è una crisi improvvisa, però. Dopo le parole impegnative sull'armonia ritrovata dall'Unione, a rovinare la coalizione sarebbe il ritorno alla litigiosità e all'incertezza che ne hanno segnato il cammino; e l'incapacità di offrire all'opinione pubblica scelte chiare e non pasticciate. In fondo, uno dei motivi per i quali il centrosinistra ha battuto Berlusconi è stato il pregiudizio positivo di una maggiore competenza e cultura di governo rispetto al Cavaliere. Il fantasma da battere è la sensazione crescente di confusione, che l'elettorato alla fine potrebbe assimilare all'inadeguatezza. Allora sì che rischierebbe di spuntare una maggioranza diversa; ma a quel punto come conseguenza, non come causa del tramonto di Prodi.


Le scatole cinesi delle divisioni dell'Unione
Editoriale su
Il Foglio

Roma. Mentre l'Italia o spia o è spiata o parla di spionaggio, in un groviglio di bobine e finanzieri e onorevoli, è il gran giorno dell'Unione tutta. Che ha il megavertice sulla megafinanziaria per sbrogliare il megaincasinamento di questi giorni. Che poi ci riesca, è tutto da vedere. Prodi voleva far parlare meno gente possibile, gli invitati tutti vorrebbero prendere la parola, e i non invitati essere invitati anche loro. Alla proposta di Palazzo Chigi di far dire due parole a un capogruppo per tutta la maggioranza, oltre un pugno di ministri e il premier, la risposta è stata corale: neanche per sogno. “E io parlo!”, ha scandito il segretario di Rifondazione, Franco Giordano, in gran sospetto per questa faccenda della “fase 2” e soprattutto per il dibattito sulla riforma delle pensioni. E' un vertice, questo di Villa Pamphili, rubricato da Prodi sotto la voce “riunione ovvia”, una sorta di gioco di scatole cinesi dove un problema ne nasconde sempre un altro, e una soluzione mai. Così Piero Fassino fa l'ottimista un po' forzoso durante un tour molisano (“un grado di sintonia, di unità, di coesione molto forte”), mentre il compagno Oliviero Diliberto è decisamente meno ottimista: “Di definitivo ancora niente”. Ma è chiaro che non è solo lo scontro sulla Finanziaria – ieri si è aperto anche il fronte della sinistra a sinistra di Bertinotti, con Fiom e Cobas pronti a scendere in piazza – il problema che agita il centrosinistra. Perché, sempre più scomponendo, si beccano tra di loro i due maggiori partiti della coalizione, Ds e Margherita. Che a loro volta, scendendo ancora più giù, si dividono tra una corrente e l'altra, tra chi prepara le scissioni, chi rinfaccia le tessere false, chi minaccia che proprio non andrà al congresso. E ogni cosa sotto il fantasma che muove tutto, proprio tutto: quello del Partito democratico.
(segue dalla prima pagina) E più i due maggiori partiti si dannano per trovare una specie di quadratura del cerchio, più Prodi fa l'ottimista fin quasi alla provocazione: “Ho alle spalle un partito virtuale, ma fortissimo: il Partito democratico. E' la mia polizza di assicurazione politica”. Ds e Margherita, che questa assicurazione politica dovrebbero fornire, non sono così gongolanti. Ieri la questione della collocazione internazionale del nuovo partito ha di nuovo riacceso la polemica. “Noi non possiamo entrare nell'Internazionale socialista – ha detto a brutto muso Rutelli – Il mondo liberal non potrà mai allearsi con i socialisti”. L'esatto contrario di ciò che da mesi ripete Fassino: “Mai fuori dall'Internazionale socialista. Così fioriscono soluzioni singolari”. “E' un non problema da tutti i punti di vista”, taglia corto Prodi, intervistato da Bruno Vespa per il suo nuovo libro. E cioè: “In Europa si possono avere doppie appartenenze o formare un raggruppamento più ampio come hanno fatto i popolari democratici”. E Massimo D'Alema, all'opposto ma allo stesso intervistatore: “Potrebbe nascere un partito dei socialisti e dei democratici”. Che guarda caso è la proposta che piacerebbe ad alcuni esponenti a lui vicini – da Angius a Caldarola – che in vista del congresso dei Ds pensano a una mozione diversa tanto da quella della maggioranza quanto da quella della minoranza del correntone. E siamo solo al primo scontro in un partito del futuro Pd. Se alcuni avanzano il sospetto che la “mozione Caldarola” possa fare il gioco di Fassino, depotenziando il correntone, un autorevole esponente della minoranza diessina non la pensa così: “Intanto concordiamo su molti punti. E con due mozioni tanto vicine politicamente, la proposta di Fassino rischia di passare con poco più del 50 per cento”. E nella Margherita si è momentaneamente sopito, dopo il vertice di ieri, lo scontro sul congresso e sul tesseramento. Ma niente di più, e parecchi – sia rutelliani, sia parisiani – sono pronti a scommettere che riprenderà presto. Ben prima dello stesso congresso.


Paradisi Formula Briatore
Vittorio Malaguti su
L'espresso

Gli invidiosi e i nemici raccontano che Flavio Briatore usa le donne come addobbo a una vita da vanesio. In effetti ne trova tante. E le cambia spesso. Bellezze da copertina come Naomi Campbell, oppure la stellina televisiva Elisabetta Gregoraci, per citare due nomi fra i tanti che danno lustro a una lunga e onorata carriera da playboy. Da anni però, perfino un tipo incostante come Briatore si è rassegnato a fare coppia fissa con una signora quarantenne, Mariapia Arizzi. Questione di soldi, questa volta. Anzi, di soldi off shore. Quelli delle società finanziarie che tirano le fila del piccolo impero del manager italiano, gran capo del team Renault di Formula 1, fresco reduce dal successo nel campionato del Mondo con il pilota spagnolo Fernando Alonso.
E allora, una volta tanto, niente gossip con il contorno di feste e superyacht. Il nome di Mariapia Arizzi non è mai finito sulle riviste specializzate in vipperia varia che narrano le gesta dell'inventore del Billionaire. Ma chi conosce le carte segrete di Briatore sa che questa professionista di origini italiane, residente non lontano da Ginevra, in Svizzera, monta la guardia agli snodi chiave di un dedalo finanziario esteso in mezzo mondo, dalle British Virgin Islands a Hong Kong, passando per l'Olanda e il Lussemburgo.
In tanti anni di fortunata attività da imprenditore, l'ex fidanzato della bellissima Naomi Campbell sembra aver sviluppato una certa allergia al Fisco. Non soltanto al Fisco italiano, che in una recente apparizione televisiva (Raitre, domenica 15 ottobre, intervistato da Lucia Annunziata) ha definito "soffocante e penalizzante", incassando i rimbrotti del ministro allo Sviluppo, Pierluigi Bersani. Il fatto è che, come confermano una gran mole di carte e documenti che 'L'espresso' ha potuto consultare, tutte le iniziative targate Briatore rimandano in un modo o nell'altro a indirizzi off shore. Luoghi variamente esotici dove le tasse non esistono ed è semplice nascondere la reale titolarità delle aziende.
Partiamo dall'Italia, dalle discoteche Billionaire (Costa Smeralda) e Twiga (Versilia). Due nomi che col tempo, grazie anche a un'abile campagna di marketing, sono diventati marchi di fabbrica del lusso estremo, del divertimento esagerato, dello champagne a 500 euro la bottiglia. Non per niente il deputato comunista-rigorista-moralista Oliviero Diliberto ha dichiarato in tv (a Daria Bignardi, La7, venerdì 20 ottobre), che li farebbe saltare in aria (solo il Billionaire, per la verità). L'esercito dei 'Flavio's friends' la pensa diversamente. E così, tra gli azionisti di minoranza dei due locali alla moda troviamo una folta rappresentanza di soci sostenitori: la deputata di An Daniela Santanchè, il giornalista-intrattenitore tv Paolo Brosio, e poi Lele Mora, manager di stelle, stelline o aspiranti tali dello spettacolo, e l'ex allenatore della nazionale di calcio Marcello Lippi. La quota di maggioranza, quella di Briatore, risulta invece intestata alla finanziaria lussemburghese Laridel participations, amministrata da Mariapia Arizzi. Qualche mese fa è andato in scena un curioso cambio della guardia. Da principio la cassaforte si chiamava sempre Laridel participations, ma aveva sede a Bruxelles. A maggio la holding belga ha lasciato il posto alla sua omonima lussemburghese, che ha comprato tutte le controllate italiane dal Billionaire al Twiga. In altre parole, forse per motivi fiscali, Briatore ha trasferito da una tasca all'altra il controllo di una parte del suo gruppo. Con la fidata Arizzi a dirigere il traffico. Alla stessa consulente italosvizzera fa riferimento anche una holding olandese dal nome impronunciabile, Beleggingsmaatschapij Hawol. Scioglilingua a parte, si scopre che questa società di Amsterdam possiede, attraverso un'altra finanziaria italiana, il 30 per cento dell'azienda farmaceutica Pierrel. Chi c'è dietro? Briatore naturalmente, che, via Olanda, ha dato una mano a Canio Mazzaro, marito della sua amica Santanchè, nonché socio di maggioranza della Pierrel.
Tutti contenti allora. Mazzaro trova un partner. E il patron del Billionaire risparmia sulle tasse. Capriole all'italiana? Espedienti per sfuggire a un fisco rapace? Pare di no, perché, a ben guardare, lo stesso copione è andato in scena più volte anche all'estero. Non è una sorpresa. Il manager partito più di vent'anni fa dalla natia Verzuolo, provincia di Cuneo, si è fatto la fama dell'uomo di mondo. L'Italia, da sempre, gli va stretta. Fin da quando, negli anni Ottanta, Luciano Benetton, che fu il primo ad apprezzarne il talento, spedì Briatore ai Caraibi e poi negli Usa per seguire gli affari del gruppo di Ponzano. Altre fonti, in verità, raccontano che il gran salto oltre Atlantico serviva a mettersi alle spalle una brutta storia di bische clandestine, con tanto di condanna penale, poi amnistiata.
"Errori di gioventù", commenta adesso il manager globetrotter. Che ama parlare di sé come un emigrante. Un emigrante di lusso, ovviamente, con residenza a Londra in un quartiere al top dell'eleganza. L'Inghilterra, dice lui, è il Paese ideale per chi investe e produce. Perché da quelle parti l'aliquota massima non supera il 30 per cento. Altroché Italia, che arriva a succhiare quasi la metà del reddito prodotto da un imprenditore. Parole forti, confermate anche nella recente intervista televisiva trasmessa da Raitre. Passando ai fatti si scopre che anche lontano da Roma il manager piemontese ha scelto di indossare una solida corazza antitasse. Prendiamo l'iniziativa più recente, che sfrutta un marchio ormai famoso come Billionaire per farne una sorta di griffe d'alta moda. Qualche mese fa, è nata così Billionaire Couture, con tanto di vetrina di rappresentanza a Londra, in Draycott avenue, definita da chi se ne intende una "via di tendenza". Anche il negozio ambirebbe a fare tendenza tra la gente che può permetterselo. In catalogo potete trovare il blazer con bottoni in oro zecchino (10 mila euro), il jeans confezionato in scatola di cedro con deumidificatore (lo ammorbidisce dopo il lavaggio in lavatrice) per 1.800 euro o le scarpe su misura con sigillo in ceralacca da 5 mila euro. Tutte cosucce in linea con il Briatore style: non basta il lusso, bisogna stupire, uscire dagli schemi. Fino a un certo punto, però. Perché gli affari sono affari e allora conviene tornare ai vecchi e collaudati sistemi.
Sarà un caso, ma la holding di controllo della britannica Billionaire Couture limited, non si trova nell'accogliente Inghilterra dal fisco leggero, ma nell'ancora più ospitale Lussemburgo, dove nel 2005 è stata costituita la Billionaire sa. Alla presidenza, ma non è una sorpresa, troviamo Mariapia Arizzi, la consulente preferita di Briatore. L'incarico di revisore dei conti è stato invece affidato alla BCCB, sigla, in verità, sconosciuta ai più, anche tra gli addetti ai lavori della finanza. Un motivo c'è. La BCCB ha sede nell'isola Ajeltake, che fa parte dell'arcipelago delle Marshall, staterello sperduto nel bel mezzo dell'Oceano Pacifico. Indirizzo esotico, non c'è che dire, ma il centro di tutto resta nella vecchia Europa. In Olanda nel maggio scorso è nata un'altra Billionaire Couture, l'ultima della serie. Chi la dirige? Mariapia Arizzi, ancora lei. Non è finita qui, perché la società olandese controlla una Billionaire logistics di Milano, anche questa presieduta dall'attivissima Arizzi. Risalendo la catena di controllo dall'Italia verso l'Olanda si arriva nientemeno che a Hong Kong, sede della Billionaire Couture International. Il capolinea nel Far East non sembra una scelta casuale, visto che l'ex colonia britannica garantisce tasse ridotte e procedure snelle alle società finanziarie e commerciali. Quello che ci vuole per la moda targata Briatore, da pochi giorni sbarcato anche a Tokyo con una nuova boutique, ovviamente superesclusiva. È solo l'inizio. Da qui al 2008 il paese del Sol Levante dovrebbe ospitare almeno 28 punti vendita con il marchio Billionaire. Senza contare i nuovi negozi da aprire nella Vecchia Europa. Un programma ambizioso per un neofita del fashion. Ma il manager playboy, che non esclude di mettersi in politica in un prossimo futuro, per il momento resta legato alla sua vecchia passione: i motori (oltre alle donne, naturalmente). Il recente successo in Formula 1 ha consacrato la sua fama di scopritore di talenti. Prima Michael Schumacher, anche lui due volte campione del mondo (1993 e 1994) con la scuderia Benetton, a quei tempi gestita da Briatore. E adesso tocca allo spagnolo Alonso, che ha bissato il successo della scorsa stagione. Una carriera formidabile. Ma il gran capo del team Renault non si accontenta di vincere in pista e neppure del lauto stipendio che gli passa il gruppo automobilistico francese. Tra sponsorizzazioni e diritti tv, il rutilante mondo delle corse automobilistiche può diventare una macchina da soldi formidabile. E Briatore non è certo il tipo da lasciarsi sfuggire una simile occasione. Il suo vascello corsaro, tanto per cambiare, batte bandiera di un paradiso off shore. Questa volta si approda ai Caraibi. Per la precisione alle British Virgin Islands, dove ha sede la società Formula FB business, a cui fa capo un'altra sigla londinese, la Stacourt ltd. Quest'ultima, gestita dal francese Bruno Michel, ha fatto soldi a palate vendendo in Spagna i diritti tv della Formula 1. Quando si dice la fortuna. Fino a pochi anni fa i gran premi erano seguiti da poche migliaia di spagnoli. Poi è arrivato Alonso ed è esplosa la passione. Domenica 22 ottobre, la diretta dal Brasile dell'ultima gara del campionato del Mondo ha quasi rubato la scena al derby calcistico tra Real Madrid e Barcellona. Briatore festeggia tre volte. Vince la Renault. Vince il suo pupillo Alonso. E vince anche la sua Stacourt, che moltiplica i guadagni. Una parte dei profitti prendono il volo verso le British Virgin Islands. In base all'ultimo bilancio disponibile, quello del 2004, la Stacourt ha versato circa 1,5 milioni di sterline, oltre 2 milioni di euro, alla Formula FB business.
Briatore però non ha fatto tutto da solo. Per sfondare a Madrid si è assicurato la preziosa collaborazione di Alejandro Agag, un manager quarantenne che all'occorrenza può sfoderare un'optional d'eccezione: è il genero dell'ex premier iberico José Maria Aznar. L'esclusiva dei gran premi, invece, se l'è assicurata Telecinco, controllata dalla Mediaset di Silvio Berlusconi. A questo punto il cerchio si chiude. Agag, Aznar, Berlusconi, tutti amici di Briatore, tutti in affari con Briatore. Mica male per un playboy.


Fare le scarpe
Mario Valentino Bramè su
Golem l'Indispensabile

Mio nonno paterno si interessava di calcio solo quando c'era Italia–U.R.S.S., e lo faceva naturalmente per tifare "Russia". A mia nonna materna fu appioppato da giovane il delicato soprannome di "Togliatti". Mio padre fu consigliere del P.C.I. in un paesino di provincia, mentre mia madre ancora adesso ha conati d'ira quando vede Occhetto in TV, per via della svolta della Bolognina. Io ho un contratto a progetto e spero nell'operato di un premier ex-democristiano.
C'è un senso della storia in tutto ciò?
A Vigevano, fino alla fine degli anni Settanta, i pomeriggi d'estate avevano un'inconfondibile colonna sonora ritmata: i martelletti delle orlatrici che battevano come macchinette dalle giunterie a conduzione famigliare, presenti pressoché in ogni edificio. A scuola non ci veniva chiesto "che lavoro fa tuo padre" quanto, piuttosto, "di quale parte della lavorazione della scarpa si occupa". A Vigevano tutti si occupavano di scarpe: orlatrici, tagliatrici, scarnitrici, montatori, inguarnitrici, modellisti, fresatori, conciatori di pelli, ciabattini, garzoni che portavano le scarpe da una parte all'altra della città, negozi di scarpe all'ingrosso e al minuto, magazzini, scarpe sportive, scarpe da calcio. Il trofeo di atletica si chiama "Scarpa d'oro", in castello c'è il Museo della Scarpa, la piazza del mercato si chiama Piazza calzolaio d'Italia. La squadra di basket, negli anni gloriosi della serie A, era sponsorizzata dalla Mecap – le scarpe da tennis anni Settanta. L'industria meccanica esisteva, ma venivano prodotte solo macchine per produrre scarpe. L'industria della gomma era finalizzata alla produzione delle suole.
Negli anni Sessanta Vigevano era invasa fin dal mattino da decine di pullman dai paesi limitrofi che riversavano un esercito di operai nelle sue strade. In quegli anni fu addirittura ipotizzata una revisione del piano regolatore in previsione di una espansione a 120.000 abitanti.
Il Partito Comunista Italiano toccava il 60% dei consensi elettorali, tanto che Armando Cossutta stabilì a Vigevano, per decenni, il "suo" collegio elettorale.
Tuttavia, la figura dell'operaio à la Cipputi fu poco presente. O per nulla.
Cipputi è un operaio consapevole di appartenere ad una casta. Dico "casta" perché il meraviglioso Cipputi di Altan non ha alcuna pretesa di uscire dalla sua condizione di operaio. Un immobilismo dettato dall'impossibilità socio-economica di cambiare il proprio destino, certamente. Ma un immobilismo vagamente snob, fatto di ombrelli presi in quel posto ma anche di quel fatalismo e di quella noncuranza del futuro che è esclusiva di due categorie umane: i Cipputi e gli artisti. L'operaio vigevanese medio, invece, aveva una coscienza di classe, per così dire, a termine.
Innanzitutto le realtà lavorative erano, nella maggior parte dei casi, aziende a conduzione famigliare o, in ogni caso, piccole o piccolissime imprese. Converrete che è difficile sviluppare una coscienza di classe quando la "classe" è costituita solo dalla sciura Piera che vi lavora di fianco. Questo, sia ben chiaro, non vuol dire che l'orlatrice-tipo vigevanese (la giuntöra) non percepisse la distanza tra imprenditore e operaio che sta alla base della lotta di classe. Anzi: quando ci si riferiva al proprio datore di lavoro si usava l'odiosa locuzione "il mio padrone". Il fatto è che tale distanza veniva elaborata attraverso l'ostilità personale, l'avversione diretta nei confronti del proprio "padrone". Il massimo della condivisione di idee e disappunti, in ogni caso, avveniva solo all'interno dello stesso condominio, tra vicini di casa, qualche parente. Così la "coscienza di classe" si riduceva ad una ben più modesta "coscienza di cortile".
Proprio perché la maggior parte delle aziende vigevanesi era di piccole o piccolissime dimensioni, la distanza percepita tra dipendente e datore di lavoro era contingente e non, come nel caso di Cipputi, essenziale, archetìpica. Il datore di lavoro, il più delle volte, si ritrovava in quella posizione non in virtù di ricchezze tradizionali di famiglia, oppure straordinarie abilità imprenditoriali o, ancora, grazie a competenze specifiche guadagnate in anni di studio. Il datore di lavoro era tale perché magari di punto in bianco si era ritrovato l'eredità della zia da gestire e, allora, aveva pensato bene di "mettere su la fabbrichetta".
Insomma, Vigevano era un pullulare di micro-attività imprenditoriali che erano a metà strada tra l'America degli emigranti e la Sicilia dei Malavoglia. Chiunque poteva sperare di affrancarsi dalla condizione di operaio sfruttato e diventare, anche lui, "padrone". Bastava un po' di fortuna: magari un dodici al totocalcio. Ma la Provvidenza poteva sempre naufragare con i suoi lupini; e a Vigevano la burrasca aveva diverse facce: l'innovazione tecnologica dei concorrenti italiani, un provvedimento che sfavoriva le esportazioni, oppure la Guardia di Finanza che mette il becco nel nero dell'azienda; proprio come accade al povero Mombelli del Maestro di Vigevano di Mastronardi.
Per tutti questi motivi, il mondo degli operai e quello degli imprenditori non erano due contenitori a tenuta stagna. Una sorta di osmosi animava i passaggi tra le due categorie e questo comportava due conseguenze: la mancanza di una vera e propria coscienza di classe e l'alimentazione di un odio viscerale nei confronti del "padrone" quando le cose non andavano bene, proprio perché il datore di lavoro era tale non per casta ma per bizzarria del destino.
Certo, il "padrone" spesso ce la metteva tutta ad alimentare l'ostilità. Era, molte volte, una versione più umile dell'ing. Ivo Perego di Antonio Albanese: grande ignoranza, un pizzico di volgarità e ostentazione.
"L'industriale Girini aveva una interessante proposta di lavoro per me. Come entrai nel parco della sua villa mi venne incontro fra lo scodinzolare d'una mezza dozzina di cani [...]
Si arrivò nella camera da letto. C'era un lettone antico, con baldacchini e drappi, e frangioni. – L'ho comprato dai nobili S. dove facevo il famiglio! – mi disse. Avvicinatosi a un comodino disse che a Vigevano non ce n'è un altro che può permettersi il lusso di pisciare nell'oro; e mi piantò quel vaso sotto gli occhi. Era d'oro davvero. - Invece la mia signora ce l'ha d'oro bianco. Per non fare confusione!".
(Lucio Mastronardi)
L'operaio vigevanese percepiva come lontano il mondo di Cipputi. Un mondo più raffinato e istituzionalizzato del suo; un mondo fatto di casse integrazioni (un lusso, appannaggio delle grandi realtà industriali), di letture di giornali, di assemblee sindacali, di scioperi, di ferie godute e di lotte per la sicurezza sul posto di lavoro. I sindacati apparivano lontani, incapaci e poco intenzionati a tutelare le piccole realtà di provincia. Impossibile scioperare, manifestare, rivendicare quando il "padrone" è lì, davanti a te tutto il santo giorno, e lavora con e come te, primus inter pares.
Allora, quando le cose non andavano bene, l'odio covava nell'animo; un'avversione personale nell'intimo della coscienza, non "di classe".
Molte volte, poi, questa avversione andava anche in un'altra direzione: verso "il meridionale". Giunti in massa con il boom dell'immigrazione interna del secondo dopoguerra, i meridionali a Vigevano erano una presenza numerosa e attiva. Ma come spesso accade dove la cultura latita, il "diverso" veniva avvertito quasi esclusivamente come una minaccia. Così il "Meridionale di Vigevano" (altro splendido affresco di Lucio Mastronardi) è, per il Vigevanese di quei tempi, colui-che-viene-a-rubarci-il-lavoro, è forestiero ed è quindi un pericolo. Il risultato era una inevitabile guerra tra poveri.
Tra tante rabbie e tanta fatica, però, vale la pena ricordare grandi doti che hanno costituito a lungo il valore intrinseco del Cipputi di provincia: un grandissimo senso di responsabilità e una grande dignità mai intaccata dalle disavventure che pure arrivarono con gli anni della grande crisi della scarpa, negli anni Ottanta; proprio mentre, 30 km più a nord, impazzava la Milano da bere. Né sono da trascurare i numerosissimi episodi di solidarietà spicciola, tra vicini di casa, colleghi, conoscenti. Solidarietà che non veniva mai negata a chi passava tutto il giorno a sgobbare in fabbrica, nemmeno ai meridionali. Perché, in fondo, i meridionali "cattivi" erano sempre quelli dell'altro cortile.
Ora, unite l'endemica possibilità della giuntöra di "mettere su" una giunteria in proprio alla diffidenza nei confronti dei meridionali e capirete perché, con la scomparsa dei vecchi partiti, Vigevano ora non è più il feudo di Cossutta ma di Bossi e Berlusconi. E capirete anche perché mia madre odia ancora Occhetto.
Non vorrei essere frainteso. L'operaio vigevanese era sinceramente comunista. Era davvero convinto, nonostante la politica apparisse lontana, che Berlinguer avrebbe tutelato i suoi interessi e che Andreotti, invece, "non la contava giusta".
Gli stilemi e gli stereotipi del comunista italiano venivano amplificati e distorti, un po' come accade a quelle rielaborazioni della religione cattolica nelle comunità andine: un misto di paganesimo, esoterismo e devozione verso la Vergine Maria che creano più di un imbarazzo al viaggiatore occidentale. Così essere comunista prevedeva alcuni precetti comportamentali e morali che sfociavano in una sorta di decalogo più o meno implicito:
- la scala mobile non si tocca
- Moro è stato ucciso dai Democristiani
- è naturale manifestare grande simpatia per l'U.R.S.S. alle olimpiadi
- è vietato simpatizzare per una qualsiasi formazione tedesca in qualsiasi sport
- gli Americani saranno pure andati sulla Luna, ma vale di più l'impresa di Gagarin
- la giustizia non è uguale per tutti e i giudici sono schierati contro i Comunisti (!)
- se ci sarà una guerra nucleare sarà certamente per colpa degli Americani
- il Fascismo è stata una cosa orribile (sì, allora era ancora dato per scontato)
- in Russia c'è il paradiso o giù di lì
- la Piazza Rossa è l'unica al mondo a poter competere con Piazza Ducale
Ma questa sorta di tifo calcistico applicato alla politica non sfociava quasi mai, si è detto, in una vera e propria coscienza di classe. Non era raro, infatti, trovare un operaio che si metteva in proprio, che diventava "padrone", ma che continuava ad essere e votare comunista.
Se proprio sentiva di dover appartenere ad una classe sociale, l'operaio vigevanese sentiva di far parte di quella grande massa di persone che si danno da fare, che "si tirano su le maniche", che faticano, che arrivano a casa con la schiena spezzata dal lavoro.
Il P.C.I. diventava, così, il partito dei lavoratori "veri", quelli che faticavano fisicamente; e se un "padrone" lavorava tutto il giorno al tuo fianco, allora forse poteva essere anche lui comunista.
Certo, se poi dite di punto in bianco all'operaio vigevanese che il Partito Comunista non esiste più, come minimo aspettatevi un grande smarrimento.
Allora l'intolleranza e la voglia affannosa di fare i dané andranno ad occupare un posto di preminenza nelle sue idee politiche.
Il gioco sarà fatto, con buona pace di Cossutta.


E' qui la casbah
Filippo Facci su
Macchianera

Il bello è che ciascuno lamenta la casbah sua, ti parlano addirittura di San Siro, la parte povera del quartiere, gli sterminati casermoni attorno a Piazza Selinunte, i negozi arabi, i carcerati ai domiciliari, al Jazeera che riecheggia nei cortili, e malavita, spaccio, risse, donne islamiche che addirittura vengono alle mani davanti alla scuola via Paravia. E invece no. Sbagliato.
La casbah è quella dietro Porta Venezia, zona via Lecco-viale Tunisia, quella coi phone center e gli internet point, il Bar Eritrea e il ristorante Addis Abeba: se elimini il Lazzaretto e il Multisala pare davvero periferia africana.
O forse sono panzane, la vera casbah è in quell'intrico di viuzze dietro Corso Genova, o forse no, è nella zona Maciachini-Imbonati-Pellegrino Rossi, e poi certo, in zona Stazione Centrale: ma allora il Corvetto? In quel quartiere lo spartiacque è in fondo a via Oglio, dopodichè comincia il suk: insegne solo in arabo e per strada più arabi che italiani.
Poi c'è la zona di piazza Arcole, dietro i Navigli, vicino alla piscina Argelati: puoi incrociare donnoni in burka. E poi sì, certo, viale Padova, tre chilometri e mezzo di via, oltre 400 numeri civici: a percorrerla tutta, martedì notte, si potevano contare 85 probabili islamici, divisi in gruppetti, più una prostituta filippina. Nessun autoctono. C'era una macelleria islamica che a mezzanotte e 18 era ancora aperta, c'erano insegne di parrucchieri arabi, trionfo di kebab: in tutto 96 attività commerciali straniere aperte solo negli ultimi tre anni, compresi 40 phone center e 43 minimarket.
E' qui la casbah.
La casbah è Milano.
Perchè a Milano, negli ultimi diec'anni, i giovani italiani tra i 18 e i 29 anni sono calati del 30 per cento, e a lasciare la metropoli sono tutt'ora 30mila l'anno, mentre i ragazzi 25-29enni extracomunitari (in maggioranza islamici) sono aumentati del 54 per cento in dieci anni. Milano resta la provincia italiana con il maggior numero di abitanti provenienti da paesi mediterranei non europei, e le imprese e ditte rette da extracomunitari, in maggioranza egiziani e marocchini sovente islamici, a Milano sono il 60 per cento di tutte quelle straniere: crescono di circa il 25 per cento l'anno e, da sole, sono il 10 per cento di tutte quelle italiane: circa 12mila imprese nel 2003.
La casbah è qui. Perchè Milano è la provincia italiana con più alunni stranieri in assoluto: circa 45mila, pari al 40 per cento della popolazione scolastica straniera di tutta la Regione (in maggioranza islamica) e al 25 per cento di quella straniera di tutto il Paese.
A Milano, appunto, il 25 per cento degli iscritti agli asili nidi è straniero.
Gli alunni italiani, a Milano, stanno fuggendo dalle scuole pubbliche e si rifugiano in quelle private che peraltro crescono del 10 per cento l'anno con lunghe liste d'attesa e aule che scoppiano: “Le famiglie scappano quando vedono classi con oltre la metà di alunni extracomunitari”, racconta una preside; “Alcune classi hanno fino al 70 per cento di alunni non italiani, mi chiedo se si debba parlare di integrazione o di scuole ghetto”.
Forse si riferiva a Via Paravia, scuola con otto scolari stranieri su dieci a dispetto della norma che vieterebbe di superare il 50 per cento. Ma ci sono anche scuole come la Besozzi e la Vidari, che hanno situazioni più o meno analoghe, mentre nella maggioranza delle scuole la percentuale resta al 30 per cento. Eppure gli extracomunitari che si iscrivono a una scuola superiore, dopo le medie, sono solamente il 2,3 per cento: gli altri vanno a lavorare, fanno altro. Ecco, che cosa fanno?
Qualcuno, magari, va nelle scuole islamiche o arabe che siano. Di via Quaranta si sa ormai tutto: la scuola, laddove i ragazzi cantavano il jihad nell'inno mattutino, ufficialmente fu chiusa perchè i locali non erano a norma. Via Quaranta è in quel di Corvetto che resta il quartiere di Milano col più alto tasso di immigrazione, la Casbah ad honorem, zone dove la presenza dell´integralismo musulmano è palpabile a tutt'ora: la moschea di via Quaranta resta inopinamentente la più estremista dell´Islam milanese (l'Imam era il famigerato Abu Omar) e la rete di macellerie coraniche sono state oggetto di indagini per presunti contatti con organizzazioni clandestine.
Il muezzin della moschea, per capire il genere, due anni fa fu denunciato dalla figlia 17enne per botte e maltrattamenti che poi toccarono anche al resto della famiglia: oggetto del contendere, oltre a posture ritenute troppo occidentali, la richiesta di cittadinanza italiana finalmente possibile dopo 10 anni: ma “siamo marocchini e resteremo marocchini” era stata l'emblematica risposta del muezzin. E come lui la pensano migliaia.
La chiusura della scuola di via Quaranta originò una diaspora: parte degli alunni è andata nella solita scuola di via Ventura (in realtà già dall'anno scorso, nel doposcuola) mentre un'altra parte è andata nella scuola pubblica e mentre un'altra parte pare scomparsa: forse ha lasciato il Paese, più probabilmente ha lasciato la scuola.
Anche di Via Ventura ormai si sa tutto: aperta senza autorizzazione, qualche ora di Corano e religione la settimana, libri di testo in lingua italiana ma scritti in Egitto. Per chi è rimasto escluso da via Ventura ci sono comunque scuole di complemento: per esempio quella di Viale Jenner, già oggetto di indagini della Digos che presunti contatti con al Qaeda. La struttura ha circa 210 bambini che ovviamente studiano il Corano, ma questo è notorio.
E' meno noto che ad avere la sua scuoletta sia pure Ali Abu Shwaima, l'imam della moschea di Segrate già assurto agli onori delle cronache per un recente scontro televisivo con Daniela Santanchè: una scuola curiosamente mai pubblicizzata e di cui i due siti internet del centro islamico non fanno cenno.
Un volantino appeso a una porta secondaria della Moschea recita tuttavia così: “Si comunica che sono aperte le iscrizioni per l'anno scolastico 2006-2007. Inizio scuola: domenica 8 ottobre 2006, ore 14.30. E' rivolta a tutti i bambini musulmani che frequentano le scuole italiane (da 4 a 14 anni) che pertanto hanno bisogno di frequentare una scuola domenicale che integri la loro educazione e le loro esperienze nell'ambito religioso. Il nostro intento è quello di aiutare i bambini affinchè diventino Inshallah, dei bravi ambasciatori dell'Islam, onorati della loro identità. Materie d'insegnamento: Corano, religione, lingua araba. Iscrizioni: sono aperte sino a domenica 29 ottobre”. C'è ancora tempo.
Del resto l'Imam l'ha anche detto di recente in un'intervista: “L'Islam trionferà, è solo questione di tempo”.
E in effetti che Milano sia “il laboratorio dell'Islam italiano” non l'ha detto lui, ma il Centro Ambrosiano di Documentazione per le Religioni, strumento dell'Arcidiocesi.
Sicchè a Milano c'è appunto il Centro Islamico di Segrate di via Cassanese 3; c'è la Casa della Cultura Islamica di via Padova 38 col suo corso di arabo per bambini; c'è l'Istituto Islamico di Viale Padova 144; c'è l'ordine sufico dei Jerrahi-Halveti di via Ascoli Piceno 24; c'è il centro Dahira Touba di via Carnevali 26; c'è la Co.Re.Is di Abd al Wahid Pallavicini, interamente composta da musulmani italiani; c'è il centro turco di viale Monza 160; ci sono gli sciiti iraniani in via Tolstoj 18, c'è molto altro che probabilmente non conosciamo.
Compresi dei dati precisi. Uno studio dell'Ismu, ex fondazione Cariplo, fa sapere che a Milano gli immigrati di religione musulmana sarebbero il 28,7 del totale, quindi 52.000 circa. Il 37 per cento di essi, poi, frequenterebbe almeno occasionalmente dei luoghi di culto o altri centri di aggregazione. Ma forse mancano all'appello i clandestini: e infatti, pur ufficiosamente, dalla Questura mormorano che a Milano i musulmani potrebbero essere da 70mila a 100mila, a occhio e croce.
E scusino la croce.


   29 ottobre 2006