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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 22 ottobre 2006



La Chiesa che piace agli atei devoti
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

Il tema odierno delle mie riflessioni sarà il raduno cattolico di Verona e i discorsi del Papa pronunciati l´altro ieri in quel raduno e ieri – con analoghi argomenti – all´Università Lateranense. Si tratta infatti di questioni di capitale importanza culturale e politica che riguardano cattolici e non cattolici, credenti e non credenti.
Ma non posso, in rimessa, trascurare alcuni recenti aspetti dell´attualità politica italiana che riguardano la tenuta del governo e della sua maggioranza, il rapporto del presidente del Consiglio con la stampa, il giudizio di due agenzie di "rating" sulla Finanziaria e la risposta dei mercati. L´opinione pubblica segue con preoccupata partecipazione queste vicende e noi con essa, sicché dobbiamo occuparcene sia pure con la necessaria brevità.
L´opposizione – in particolare il partito di Forza Italia – sta tentando di dare una spallata al governo cavalcando il malumore con cui è stata accolta la Finanziaria e alcuni evidenti errori di comunicazione che sono stati compiuti. Pensare che il governo imploda a causa di quegli errori significa tuttavia confondere l´apparenza con la sostanza. L´apparenza conta, ma la sostanza prevale, perciò il governo non imploderà.
La Finanziaria aveva tre obiettivi: rientrare nei parametri del patto di stabilità europea, perequare le divergenze più stridenti tra le fasce sociali più deboli e quelle benestanti, incentivare lo sviluppo e la competitività. Questi obiettivi sono nettamente presenti nella manovra da 35 miliardi pur nelle ristrettezze finanziarie che il governo ha ereditato dal suo predecessore. Il punto negativo riguarda il contenimento strutturale della spesa e la prevalenza del ricorso alle entrate fiscali e contributive, postergando ai prossimi mesi le riforme.
È tuttavia falso sostenere che la dinamica della spesa sia rimasta invariata: è rallentata quella regionale, è stato stipulato un patto di stabilità efficace con gli enti locali, è stata significativamente ridotta la dinamica della spesa nella pubblica amministrazione.
Il ricorso alla leva fiscale era d´altra parte imposto dalle circostanze: la Commissione europea darà il suo definitivo giudizio sullo stato della nostra economia subito dopo l´approvazione della Finanziaria.
Pensare che a quella data le auspicate riforme avrebbero provveduto alla provvista delle risorse necessarie era un´illusione. Certo, la maggioranza ha marciato in ordine sparso e questo non ha giovato (non giova) né alla sostanza né all´apparenza.
Segnalare queste circostanze per ciò che hanno di positivo e di negativo è compito precipuo della stampa la quale, a nostro avviso, ha adempiuto ai suoi doveri di informazione e di analisi. Con le differenze di tono e di accento che rendono diverse le varie testate giornalistiche.
Per quanto direttamente ci riguarda, noi siamo da sempre un giornale di ispirazione democratica di sinistra, favorevole alle riforme, all´innovazione, alla solidarietà sociale, all´eguaglianza dei punti di partenza. Vediamo e giudichiamo i fatti da questo nostro punto di osservazione. La nostra ispirazione di sinistra non ci ha mai fatto velo agli errori che la sinistra politica può commettere così come, in ambiti diversi ma analoghi, la nostra appartenenza ideale alla cultura politica occidentale non ci ha mai fatto velo agli errori commessi dagli Usa e la nostra adesione alla sicurezza dello Stato di Israele non ci ha mai impedito di criticarne la cattiva politica nella regione mediorientale.
Quanto al brutto voto di due agenzie di "rating" esso suona un campanello d´allarme, in parte dichiaratamente determinato dai lasciti fallimentari del precedente governo. I mercati comunque non hanno seguito quel voto, le ripercussioni sugli oneri del nostro debito pubblico non ci sono state. Ci sarebbero sicuramente – e sarebbe drammatico se questa eventualità dovesse verificarsi – se il profilo della Finanziaria venisse stravolto nel passaggio parlamentare e se, nei mesi seguenti, il programma di riforme non fosse rispettato nei termini indicati nel luglio scorso dal Documento di programmazione economica.
Fine della (doverosa) premessa.
* * *
L´assise cattolica di Verona e i discorsi del Papa e di alcuni cardinali, in particolare Tettamanzi in apertura e Ruini in chiusura.
Gran parte dei commenti hanno messo in grande risalto il diverso atteggiamento di Tettamanzi da un lato e del Papa e Ruini dall´altro, nel giudizio sugli "atei devoti". Un ossimoro che ha fatto fortuna in Italia più che altrove, visto che noi siamo maestri nel campo degli ossimori, cioè nelle contraddizioni lessicali ridotte a significati convergenti e addirittura univoci. Dall´ossimoro all´univoco. Benedetto XVI ha detto che è importante accogliere quegli uomini di cultura che accettano di comportarsi secondo i dettami del Vangelo anche se non credono nel Dio cristiano. Parrebbe che Tettamanzi abbia detto il contrario. Ma a me non sembra, leggendo i testi.
L´arcivescovo di Milano ha detto un´altra cosa, molto diversa. Ha detto di preferire i cristiani silenti ai cristiani che si proclamano tali ma non si comportano cristianamente. Gli atei devoti non si proclamano affatto cristiani. Si proclamano invece laici non credenti, ma sostengono le ragioni "politiche" ed anche i messaggi evangelici della Chiesa per volgerli ad obiettivi politici che sono loro propri. Quando quei messaggi collimano.
Non le accettano quando i cattolici si dichiarano contro la guerra americana. Non le accettano sull´immigrazione. Non accettano le critiche al capitalismo. Li fanno invece propri quando si parla di educazione cattolica, scuole cattoliche da finanziare, discriminazione nei confronti delle coppie di fatto, ostacoli alla fecondazione artificiale, revisione della legge sull´aborto. Dove si vede che gli atei devoti non sono i cristiani deboli ai quali si indirizzava Tettamanzi, ma conservatori forti che tra i messaggi della Chiesa scelgono quelli che meglio convengano alla politica conservatrice e possano rappresentare altrettanti cunei per disgregare la malcerta coalizione di centrosinistra.
Ed ecco la ragione per cui una parte rilevante dei giornali di ispirazione centrista valorizza la "buona accoglienza" di Ratzinger-Ruini al contributo degli atei devoti, così come valorizza Montezemolo, Draghi, Monti, quando criticano il governo e ne tacciono o sorvolano quando (di rado) lo lodano.
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Dunque il centro della questione non è la differenza con Tettamanzi. Mi permetto di autocitare il mio commento all´indomani della lectio magistralis di Benedetto XVI a Ratisbona: il centro della questione sta nel rapporto, che data dagli albori della patristica e si sistematizza nella scolastica di Tommaso, tra fede e ragione nel quadro di un´architettura che il Papa ha delineato ancora una volta a Verona e all´Università lateranense e che vede la teologia come massimo architrave della filosofia, della scienza e della libertà. La teologia è un sostantivo che non ha bisogno di attributi, gli altri sostantivi di questa architettura si qualificano invece con gli attributi. La ragione dev´essere ragionevole, la filosofia deve cercare la verità buona, la scienza deve spiegare l´universo nel quadro di quel disegno intelligente che promana dalla sapienza e dall´amore del Creatore. Quanto alla libertà, è stata concessa all´uomo affinché i figli di Adamo "liberamente" scelgano di realizzare il disegno di Dio.
Questo è il nocciolo del problema. Ma qui, inevitabilmente, la visione della Chiesa si scontra con quella laica la quale non riconosce attributi alla ragione né alla scienza né alla libertà. Non accetta – la visione laica – uno statuto ancillare alla filosofia, alla ricerca scientifica, alla libertà.
La visione laica ha grande rispetto per le persone di fede; ne ha molto meno per la fede ipocrita, proclamata ma tradita nella vita pratica; ma postula l´autonomia e riconosce i limiti della ragione. Una ragione autonoma e non ancillare non si pone il problema di puntellare una fede ma proclama anzi la propria incompetenza in materia.
La ragione non insegue un senso ultimo né una verità ultima e assoluta. Il suo senso è la vita, la nostra vita. Molti dei valori cristiani ed evangelici coincidono con la morale laica: il rispetto della vita, l´amore del prossimo, la difesa dei deboli dalle prevaricazioni dei prepotenti, l´anelito verso la pace e la fratellanza, la libertà dell´individuo che non nuoccia alla libertà altrui.
La visione laica ammira l´insegnamento di Gesù di Nazareth come ammira quello socratico e quello del Budda.
Perciò ben venga l´attivismo cristiano incoraggiato da Benedetto XVI purché non interferisca con la politica la filosofia la scienza e la libertà senza aggettivi.
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Concluderò con un problema lessicale che è sostanza è non apparenza. La parola "laico" ha un campo semantico molto vasto. Distingue anzitutto i non chierici dai chierici. Quando il Papa e i vescovi si rivolgono al laicato cattolico stanno parlando alla loro Chiesa, formata soprattutto da laici. I delegati diocesani di Verona erano appunto cattolici non-chierici, non presbiteri. Osservo dall´esterno che i cattolici laici hanno ancora scarso peso all´interno della Chiesa, infinitamente minore dei cattolici laici nella Chiesa delle origini. Ma questi sono fatti loro e non miei.
Ci sono poi i laici cattolici. Volete un esempio alto di laici cattolici? Carlo Azeglio Ciampi. Luigi Einaudi. Ma ci metterei anche Pietro Scoppola e un´infinità di altri, tra i quali a giusto titolo anche Romano Prodi.
Infine i laici senza aggettivi, che seguono ragione e libertà, fratellanza e giustizia, senza l´appiglio della fede.
In questa sommaria classificazione c´è anche posto per gli atei devoti. Ci sono stati molti Papi in questa categoria. Il più significativo folcloristicamente parlando fu il Borgia, ma prima e dopo di lui ce ne furono una quantità. Direi che la storia del papato è una galassia di Papi atei ai quali il disegno intelligente dette il compito di tener ferma l´"auctoritas" della gerarchia e trasmetterla ai pochi Vicari che hanno dedicato la vita a diffondere il Vangelo.

Post Scriptum. Ieri nella piazza principale di Vicenza si sono radunate seimila persone per acclamare Berlusconi e Bossi e "spallare" la Finanziaria e il governo. L´ex premier ha ripetuto i consueti slogan contro i comunisti, contro i brogli elettorali che gli hanno tolto la meritata vittoria, contro la Finanziaria che affama il popolo e le imprese. Bossi ha ricordato il credo leghista per la "devolution" e per la sovranità delle Regioni e della Padania.
Ma le note dominanti sono state due: i fischi di gran parte della piazza quando la banda ha suonato l´Inno di Mameli; l´attacco di Berlusconi alla sinistra che ha occupato tutte le alte cariche dello Stato a cominciare dal Quirinale.
Questi sono i segnali che provengono dalla piazza vicentina e dai suoi promotori. E queste sono anche le ragioni per cui il governo dovrà governare per tutta la legislatura: perché non ha alternative. Quella berlusconiana mai come oggi rappresenta il rischio altissimo del salto nel buio del quale del resto abbiamo già fatto triste esperienza nei cinque anni che ci stanno alle spalle.



Il fascino del complotto
Sergio Romano sul
Corriere della Sera

Nella sua intervista al País, prima dell'incontro con il premier spagnolo, il presidente del Consiglio ha fatto una seria analisi della situazione italiana e un elenco delle riforme necessarie al Paese. Ma ha lasciato cadere parole pesanti e oscure. Si è detto bersaglio di una campagna ostile. Ha detto di essere stato "spiato", ha lamentato che gran parte della stampa non abbia dato importanza alle intercettazioni telefoniche organizzate contro la sua persona, ha lasciato intendere che i mezzi d'informazione sono spesso manipolati da interessi contrari al suo governo. E ha concluso dicendo che la politica, in Italia, è sempre sotto tiro, soggetta a minacce, in condizione di scacco: "Non guerra, ma guerriglia".
Sono bastate queste parole perché la piazza politica italiana cominciasse a riempirsi di brusii, sospetti e speculazioni sul "complotto" di cui Romano Prodi sarebbe vittima. Conosciamo i sintomi e l'evoluzione di questa patologia nazionale. I sospettati negano e reagiscono con indignazione. I dinieghi e le smentite vengono analizzati al microscopio e suscitano nuove illazioni. L'opposizione soffia sul fuoco. E le teorie diventano tanto più appassionanti quanto più sono fumose. L'ipotesi della congiura ha il grande vantaggio di sedurre un Paese dove ciò che è invisibile e misterioso gode quasi sempre di un pregiudizio favorevole. Ci sarebbe piaciuto che lo stesso presidente del Consiglio mettesse fine a questa ridda di sospetti rispondendo con chiarezza ai dubbi e alle preoccupazioni suscitati dalle sue parole. È ciò che gli ha suggerito Gianfranco Pasquino in un articolo apparso sull'Unità.Ed ecco invece che il presidente della Camera, in un'intervista allo stesso giornale, dà sostanzialmente ragione a Romano Prodi. A una precisa domanda dell'intervistatore sul fondamento della denuncia del premier, ieri Fausto Bertinotti ha risposto: "A me pare evidente che c'è una insofferenza da parte di ambienti politicamente ed economicamente importanti del Paese nei confronti della coalizione di centrosinistra".
I complotti non sono compatibili con le regole di una buona democrazia. Un presidente del Consiglio dovrebbe parlarne soltanto quando può provarne l'esistenza e, in quello stesso momento, agire di conseguenza. Ma le denunce generiche, soprattutto se fatte "fuori casa" in un'intervista al quotidiano di un altro Paese, producono inevitabilmente due effetti negativi. In primo luogo contribuiscono a screditare la classe dirigente nazionale. Non credo vi sia stato un altro momento politico, dopo Tangentopoli, in cui i sentimenti di stima e fiducia della società per il vertice del Paese, soprattutto politico ma anche economico, abbiano toccato un punto così basso.
In secondo luogo le teorie del complotto rischiano di offuscare i termini del problema. La minaccia che incombe sul governo Prodi non viene, in ultima analisi, da una congiura trasversale dei suoi nemici. Il malessere nasce all'interno della coalizione e contagia il Paese. Il presidente del Consiglio ha un alto concetto di sé, si è fissato una rotta ed è convinto di poter tagliare il traguardo. Ma non può ignorare che il suo governo è un coro di voci discordanti, che mai prima d'ora ministri e sottosegretari avevano dimostrato nei loro pubblici litigi un così scarso senso del pudore e che l'opinione pubblica attribuisce alle pressioni dell'estrema sinistra molte misure discutibili della Finanziaria. Anziché sospettare le intenzioni dei suoi nemici (non vi è governo che non ne abbia) Prodi dovrebbe interrogarsi sul malumore del Paese. Scoprirebbe che il "complotto" è il meno grave dei pericoli a cui deve far fronte.


La capitale dei forzaleghisti
Ilvo Diamanti su
la Repubblica

Da ieri Vicenza è stata definitivamente incoronata. Nominata. "Capitale dell´Italia che produce e si rivolta", come ha scandito Gianfranco Fini, dal palco della manifestazione organizzata dalla Cdl per protestare contro la finanziaria e contro il governo di centrosinistra.
La prima tappa della marcia contro l´Italia di Prodi è andata in scena qui. Nella elegante piazza dei Signori. Affollata (ma non troppo, forse per il maltempo) di bandiere azzurre, tricolori e padane. E di ombrelli. Il popolo dell´opposizione, raccolto intorno ai leader. Bossi, Fini. E Berlusconi. (Casini, invece, era assente. Per marcare le distanze dalla strategia populista).
Perché Vicenza? Se facciamo i conti con lo "spirito ribelle", in effetti, non c´è paragone con la vicina Treviso. Dove, alle regionali di un anno fa, la Lega e la lista populista-venetista guidata dall´industriale Panto, considerate insieme, avevano sfiorato il 40%. Dove sono leghisti sia il sindaco del capoluogo che il Presidente della Provincia. Dove la protesta era andata in scena già una settimana fa, promossa dalle associazioni imprenditoriali ("Scioperano perfino gli evasori", aveva commentato Tiziano Treu). Proprio qui il problema: troppo leghista, troppo ribellista, per rappresentare l´opposizione. Vicenza, invece, è il cuore del Nordest. L´ideatipo. Ne riassume il passaggio, rapido e tumultuoso, da periferia dell´Italia a crocevia dell´economia europea e globale. Dal pre al post fordismo (meglio: Fiat-ismo). Dal consenso alla protesta. Senza passaggi né mediazioni. Insomma: più che un territorio, una metafora, un´icona.
Vicenza. Fino agli anni Settanta: la sacrestia d´Italia. Fedele al partito di governo. La Democrazia Cristiana, qui, raccoglieva più del 50% dei voti, ancora negli anni Settanta, grazie al sostegno attivo della Chiesa. Guida morale e sociale. Centro di un sistema di welfare totale. Diffuso dovunque. La Dc: un "partito sponsorizzato dalla Chiesa", come ebbe ad annotare, con acume, il politologo Percy Allum. E, in seguito, sponsorizzato dallo Stato. Vista la rapida e duratura conquista del governo. A cui Vicenza contribuì attivamente. Basta pensare a Mariano Rumor, segretario della Dc e quindi Presidente del Consiglio. Affiancato e poi accantonato dal delfino, Toni Bisaglia. Rodigino, che scelse, per farsi eleggere, il collegio senatoriale "sicuro" di Bassano. Bisaglia. Concepì la politica come mediazione di interessi tra centro e periferia. "Il Veneto", diceva nel 1982, "è maturo per il federalismo. Ma lo Stato, burocratico e centralista, non glielo concederà mai. Perché ne ha paura". Una sorta di manifesto della Lega. Enunciato poco prima che la Lega esplodesse, sbriciolando alle radici il consenso della Democrazia Cristiana.
Così, in breve, Vicenza diventa il cuore della "zona verde". Dove non solo la Liga, ma anche gli altri movimenti autonomisti incontrano successo. E la sacrestia d´Italia si rivolta contro lo Stato e il sistema politico centrale. Alla base di tutto, la trasformazione profonda, quanto rapida, dell´economia e della società locale. Vicenza diventa, in fretta, la provincia più industrializzata d´Italia. Una plaga di piccole botteghe artigiane e di piccole imprese. Una società dove tutti lavorano e in (quasi) tutte le famiglie qualcuno svolge un´attività autonoma. La più aperta alla globalizzazione. Oggi Vicenza è la prima provincia italiana per quota di esportazione (circa il 60%), mentre presenta un tasso di disoccupazione fra i più bassi (3%). Economia e politica entrano in collisione. Così nasce il mito del Nordest, dove l´economia può fare senza la politica. E, quindi, senza la Dc. Che nel 1992, un anno prima di sfarinarsi, raccoglieva ancora il 33% dei voti. La Lega interpreta alla perfezione questa stagione antipolitica. Amplifica la protesta e il malessere della società. Nel 1996, in provincia, ottiene il 36% dei voti. Forza Italia, invece, stenta. Appena il 14%. Perché i veneti, quelli del Nordest, allora, non amavano troppo i venditori di sogni e di immagini.
La terza e ultima tappa della marcia di Vicenza, "capitale dell´Italia che produce e si rivolta", coincide con gli ultimi anni. Quando il Veneto prende atto di essere cambiato. È diventato ricco e famoso. Ha conquistato il benessere. E lo esibisce. Come dimostra la diffusione di auto di lusso e di altri consumi vistosi. Ma continua a dimostrarsi insofferente. A comportarsi e a proporsi come fosse perennemente all´opposizione, anche se i suoi partiti di riferimento, Lega e FI, dal 2001 governano insieme. Così, nella società, si afferma un orientamento politico che guarda a Berlusconi e a Bossi, allo stesso tempo. Impersonato, non solo in Veneto, dal governatore Giancarlo Galan. Il quale è stato selezionato da Dell´Utri, fra i quadri di Publitalia, in vista delle elezioni regionali del 1995. Un "azzurro", specialista di marketing, che parla e si muove come un "leghista". E per questo li rappresenta entrambi. Ieri, a Vicenza, gli è stata riservata, non a caso, un´accoglienza molto calorosa. Per questo Galan può, a buon titolo, venire considerato leader del forzaleghismo. Movimento e, al contempo, linguaggio politico del "Nord che produce e si rivolta", particolarmente utile al centrodestra, oggi che è all´opposizione. Vicenza ne è divenuta capitale, oltre che per propri "meriti" (o "colpe", a seconda dei punti di vista), per motivi "storici". Perché l´atto di nascita del "forzaleghismo" avviene qui, in occasione della performance di Berlusconi (preparata con la regia di Galan), in occasione dell´assemblea degli industriali. Tre settimane prima del voto. L´Imprenditore (politico e impolitico) che arringa e aizza gli imprenditori contro la sinistra. Perché lui, molto più di Confindustria e di Montezemolo, li conosce. Una svolta, per la campagna elettorale di Berlusconi, per gli imprenditori. E per Vicenza, che diviene mito originario e fondativo del "forzaleghismo". In provincia, non a caso, la CdL, alle elezioni del 9 aprile, si avvicina al 60%. Lo stesso risultato ottenuto dal Sì nel referendum di giugno.
Qui, tuttavia, è il limite del "forzaleghismo". In quanto rischia di funzionare in tempi di opposizione e di sconfitta. Riflesso della frustrazione di chi si sente centro economico, ma periferia politica. D´altronde, il Veneto non dispone di nessun ministro: oggi come durante il governo Berlusconi. E la leadership di FI e della Lega continua a risiedere saldamente a Milano. Lo stesso mito del "Lombardoveneto", che oggi risuona, frequente, situa il Veneto in posizione subalterna, anche linguisticamente.
Tuttavia, il malessere di quest´area non è solo politico. Non è solo economico. Rispecchia il disagio sociale e del territorio. Soffocato dall´iper-sviluppo. Costellato da insediamenti urbani e produttivi diffusi, che ne fanno un´immensa fabbrica in frammenti. Un´informe, unica metropoli inconsapevole. Dove i pochi spazi rimasti appaiono a tempo determinato. Come l´aeroporto Dal Molin, attualmente in disuso. Una specie di parco, a poca distanza dal centro di Vicenza, dove gli Usa intendono costruire una nuova base militare. Difficile "stare bene", in questo ambiente.
Da ciò il rischio. Che Vicenza, capitale dell´Italia produttiva in rivolta, si riduca a uno stereotipo. Come la nebbia in Val Padana. E, per questo, non venga presa sul serio. Da Roma padrona, capitale - insieme a Bologna - dell´Italia di centrosinistra. Come spesso è avvenuto, anche nel recente passato. Tuttavia, meglio non dimenticare: tutte le fratture che hanno attraversato l´economia e la politica negli ultimi vent´anni sono partite da qui, per irradiarsi un po´ dovunque.
Meglio non dimenticare Vicenza.


Progetto e baratto
Giuseppe Berta su
La Stampa

Il Tfr, la crisi dell'Alitalia, la Tav e le infrastrutture... Le questioni economiche tengono banco ogni giorno nel discorso pubblico, con un rilievo alterno a seconda delle occasioni. Ognuna di esse rappresenta un problema aperto o un possibile punto di crisi nell'organizzazione economica del nostro Paese. Di volta in volta se ne prospettano le difficoltà o le soluzioni possibili. In una logica che è sempre quella del caso per caso, come se, considerate una dopo l'altra, non costituissero altrettanti nodi di una sequenza da cui dovrebbe dipendere, in definitiva, il futuro economico dell'Italia.
Prendiamo il Tfr, per esempio. Ciò che appare più preoccupante è che se ne discuta quasi come di una moneta di scambio. Col gusto della provocazione, il ministro dell'Economia ha domandato alla Confindustria se, pur di conservare il fondo per le liquidazioni alle imprese, gli industriali non fossero disposti a rinunciare al provvedimento che fissa la riduzione del cuneo contributivo. Una materia simile non dovrebbe, nemmeno per una boutade, essere trattata come l'oggetto di un baratto possibile, dal momento che ha a che vedere con le prospettive di evoluzione del nostro sistema finanziario, per un verso, e col destino della nostra previdenza, per l'altro. Sia che vogliamo agire per creare, attraverso i fondi pensione, un nuovo polmone finanziario, sia che ci preoccupiamo delle misure in grado di sostenere il nostro reddito quando ci saremo ritirati dal lavoro, dovremmo guardare al Tfr non come a uno strumento per sanare i nostri conti nell'immediato, ma come a una leva per la creazione della ricchezza di domani.
E la crisi dell'Alitalia e, più in generale, le sorti del nostro trasporto? Non si può passare da un'emergenza all'altra con l'assillo di tamponare i costi e di guadagnare altri mesi di tempo. Occorre che ci si dica come si vuole adeguare il nostro sistema delle comunicazioni almeno in una prospettiva di medio periodo, specificando che cosa occorre potenziare attraverso l'investimento pubblico e che cosa occorre invece consegnare al mercato. Al contrario, sembra che le urgenze e le situazioni di crisi si affastellino senza ordine l'una sull'altra, togliendo la possibilità di affrontarle in base a una selezione delle priorità. Così tutto può risultare, a seconda della contingenza, "strategico", salvo cessare di esserlo non appena sembri accantonata la necessità più stringente.
Quel che manca all'Italia di oggi è una visione realistica e fondata del proprio sviluppo futuro. Ciò non deve essere confuso in alcun modo con un disegno di impronta dirigistica, che si proponga di spingere l'economia in una direzione o nell'altra. Essa presuppone piuttosto una valutazione precisa delle forze che sono all'opera e del loro potenziale di crescita. Forse presuppone anche una scommessa su alcune componenti e tendenze emergenti, nell'ipotesi che possano divenire risorse cruciali. E poi sollecita la costruzione di una cornice coerente di dotazioni infrastrutturali e di misure istituzionali in grado di sostenere il consolidamento di nuovi soggetti economici. Se le medie imprese formano davvero, come da anni ripetono le ricerche di Mediobanca e Unioncamere, il nucleo più dinamico del nostro tessuto imprenditoriale, sappiamo quali condizioni possono favorire la loro estensione e il loro consolidamento?
È chiaro che non si può chiedere alla legge finanziaria di incorporare, nella congerie di provvedimenti che enumera, un'immagine dello sviluppo. Ma lo si deve domandare invece a un'azione di governo intenzionata a delineare un profilo credibile dell'Italia di domani.


Piace al ventre molle dell'Italia ignava
Sergio Luzzatto sul
Corriere della Sera

Dal punto di vista narrativo, l'ultimo libro di Giampaolo Pansa, La grande bugia, non ha nulla di nuovo rispetto ai precedenti che il giornalista ha dedicato alla storia della Resistenza e della Liberazione. Si fonda sul consueto sotterfugio della finzione dialogica (qui, una certa Emma pone domande, Pansa risponde): secondo una formula stilisticamente così pedestre che riesce quasi imbarazzante vederla riproposta con tanta costanza. È lo stile del catechismo. Il laico Pansa l'ha ereditato da una tradizione cattolica che i suoi lettori mostrano di apprezzare, evidentemente senza provare fastidio nell'essere trattati come bambini.
Dal punto di vista dei contenuti, il libro ripete cose che si sanno. Che sono state dette e ridette, scritte e riscritte, interpretate e reinterpretate — con ben maggiore sottigliezza rispetto a Pansa — da tutti i migliori studiosi della guerra civile e dell'immediato dopoguerra. Cose che non stanno nascoste in introvabili monografie accademiche, ma in libri che basta cercare per trovare: quelli di Mirco Dondi, Guido Crainz, Santo Peli, Massimo Storchi, pubblicati dalle più note case editrici italiane. Se i recensori entusiasti di Pansa non li conoscono, questo è un problema relativo alla loro pigrizia, non ai limiti culturali della storiografia ch'essi definiscono "di sinistra" (come se davvero esistessero una storia di sinistra e una di destra, e non una storia fatta bene e una fatta male).
Più che entrare nel merito dell'ovvio, vale la pena domandarsi perché Pansa sia il fenomeno editoriale che è. Ogni paio d'anni, quattro o cinquecento pagine sostanzialmente intercambiabili (si intitolino Il sangue dei vinti, Sconosciuto 1945, La grande bugia), che raccontano sempre la stessa vicenda: nefandezze partigiane e post-partigiane, corrività della sinistra intellettuale, eroismo del Nostro nello sbugiardare i suoi propri amici. Perché queste tonnellate di carta copiativa trovano ogni volta un ampio pubblico di lettori, o quanto meno un ampio mercato di acquirenti?
Una prima risposta, fin troppo evidente, attiene alle forme della comunicazione culturale. Per un insieme di ragioni che hanno a che fare sia con il prestigio di Pansa giornalista, sia con la cassa di risonanza che gli viene offerta dai media, Pansa raggiunge il grande pubblico, gli storici di mestiere non ci riescono. Senza conoscere studi al riguardo, si può ipotizzare che il profilo merceologico del cliente di Pansa coincida con quello del cliente dei volumi di storia di Bruno Vespa (un giornalista che pure, in confronto a Pansa, torreggia come un gigante della storiografia). È un cliente che non sa distinguere fra chi ha credito scientifico e chi non ce l'ha, e per il quale il gesto di comprare un libro prolunga il gesto di fare zapping sul telecomando.
Una seconda risposta, meno scontata, attiene a quanto resta delle ideologie. Fra gli aficionados di Pansa, un nocciolo duro, in via di estinzione per fatali ragioni anagrafiche, è dato dagli ex del Fascio e di Salò: che si bevono l'autore attraverso il teleschermo, se lo coccolano nelle presentazioni pubbliche, inneggiano a lui nelle lettere ai giornali, perché riconoscono nelle sue accuse contro il movimento partigiano e contro i delitti dei "comunisti" una forma di risarcimento per le loro scelte di sessant'anni fa. Perché sentono (non a torto) che l'attuale trionfo di Pansa equivale a una insperata rivincita dei vinti. Un'altra fetta importante di aficionados è data dai lettori più giovani: spesso ideologicamente agnostici, ma tendenzialmente sospettosi della cosiddetta vulgata resistenziale. Questi comprano il personaggio più che il libro: il Grande Sbugiardatore più che la Grande Bugia.
Di là dall'anagrafe, il lettore di Pansa è probabilmente lo stesso che tiene in casa i libri di storia di un altro giornalista di razza, Indro Montanelli. La audience giampaolopansista corrisponde al ventre molle di un'Italia anti-antifascista prima ancora che anticomunista. Un Paese felice di vedere i resistenti messi alla berlina della storia o, peggio, alla ghigliottina della morale. Un Paese felice di scoprire che i propri padri o i propri nonni, che nulla avevano fatto durante la guerra civile, non valevano meno di coloro che si erano vantati di avere liberato la penisola, mentre avevano versato dovunque sangue innocente. Un Paese felice di assistere alla gogna collettiva dei "comunisti" di allora e degli "antifascisti autoritari" di oggidì, in un grandguignolesco spettacolo dove tutti i nemici del Nostro grondano violenza e vergogna, dai più mitici capi partigiani ai più oscuri docenti universitari. Un Paese felice di sentirsi ignorante, e di farsi illuminare dal Robin Hood di Casale Monferrato. L'Italia innamorata di Pansa è una morosa che non fa invidia.
Naturalmente, è vero che la Resistenza ha avuto i suoi lati oscuri. È vero che la Liberazione ha avuto le sue pagine nere. È vero che il Pci ha avuto le sue doppiezze. Ma appunto, queste sono cose che gli storici seri sono venuti studiando e scrivendo da almeno quindici anni. È per merito loro, non certo per merito di Pansa e del circuito mediatico dei suoi ammiratori, che noi possiamo coltivare adesso un'idea antiretorica della Resistenza. E che ci possiamo sentire tanto più debitori verso chi la Resistenza ha avuto il coraggio di fare, vincendo l'ignavia e consegnandoci un'Italia libera.


Satrapo atomico
Lucio Caracciolo su
L'espresso

Ora che la Corea del Nord è l'ottava potenza nucleare dichiarata, potrebbe rivelarsi insieme più debole e più pericolosa di prima. Il test nucleare sotterraneo mette infatti fine alle ambiguità sull'effettivo status atomico di Pyongyang, ma incrina quel meccanismo di minaccia e ricatto che finora ha retto i suoi rapporti con le grandi potenze, Stati Uniti in testa: io vi sventolo davanti agli occhi il fazzoletto rosso della Bomba e voi, per impedirmi di diventare un soggetto nucleare a tutto tondo, mi pagate il necessario - non tanto per il mio paese, quanto per il mio regime. Questo, grosso modo, il tipo di dialogo che si è finora svolto fra Kim Jong Il, il satrapo nordcoreano, e i suoi interlocutori, soprattutto cinesi, russi, americani, giapponesi e sudcoreani.
Questo presupponeva una qualche possibilità di frenare la corsa di Pyongyang al nucleare. Possibilità oggi evaporata, almeno con i mezzi finora seguiti. La Corea del Nord sta sviluppando un suo arsenale di ordigni e missili capaci di minacciare i suoi vicini, a cominciare dalla Corea del Sud e dal Giappone, e persino gli Stati Uniti (Alaska). Ci si chiede quindi che senso abbia continuare ad alimentare la spirale minaccia/ricatto, e se non sia invece il caso di cambiare registro, eventualmente ricorrendo alle maniere forti.
Allo stesso tempo, per quanto visibile il pianeta nordcoreano resta sull'orlo di una grave crisi umanitaria, forse del collasso finale. E quindi diventa ancora più imprevedibile di quanto non possa apparire. Nel senso che potrebbe passare dal calcolo razionale al rischio irrazionale, accendendo un focolaio di guerra in quella Penisola che reca ancora nel suo corpo geopolitico i segni della Grande guerra di oltre mezzo secolo fa.
Perciò diventa fondamentale mantenere unito lo schieramento delle potenze che cercano di contenere la questione coreana entro i limiti di una tensione pacifica. Nella speranza di una più o meno prossima conversione di Pyongyang a comportamenti meno eterodossi, magari sulla spinta delle timide aperture all'economia di mercato già in corso da qualche anno in alcune zone del territorio nordcoreano, a cominciare da quelle a ridosso con il confine fra le due Coree. In questo senso apre il cuore a qualche ottimismo la recente visita del neopremier giapponese Shinzo Abe a Pechino e a Seul. Se il triangolo Cina-Giappone-Corea del Sud regge, e non si discosta troppo dagli Stati Uniti, la gabbia di contenimento del regime di Kim Jong Il, necessaria a preservare la prospettiva dell'apertura di Pyongyang al mondo, può reggere.
Il test nucleare ha dunque cambiato la situazione, ma senza che gli attori mondiali e regionali abbiano distillato una strategia alternativa rispetto a quella finora perseguita e basata, come visto, sul quasi nevrotico correlarsi di ricatti e pagamenti pro bono pacis. Più che sangue freddo, quello di americani e associati sembra assenza di idee nuove, quasi rassegnazione. Ma un Giappone che sta riscoprendo i suoi diritti nazionali ed è di fatto una potenza nucleare mascherata - nel senso che può convertire il suo nucleare civile in militare nel giro di poche settimane - potrebbe prima o poi stancarsi di porgere l'altra guancia. Sotto certi profili, il perverso rapporto Corea del Nord-Giappone assomiglia a quello fra Iran e Israele, con molte differenze, fra le quali il fatto che Pyongyang la Bomba l'ha già, Teheran no (per quel che sappiamo). Per questo è decisivo prestare un occhio di riguardo ai timori nipponici e insieme sorvegliarne le reazioni, per evitare che Tokyo trasformi una disputa multilaterale, che bene o male ha visto finora associate le grandi potenze globali e regionali, in un braccio di ferro a due, dagli esiti imprevedibili.


Le pietre dello scandalo
Mitì Vigliero Lami su
Placida Signora

I milanesi, per definire un'impresa economica finita male, dicono “finì cont el cü per tèrra”; i piemontesirestà a cul biòt” (nudo) e i genovesidâ du cù in ta ciappa” (pietra). In realtà questi modi di dire sono diffusi in tutta Italia, perché derivanti dalla stessa legge. All'epoca di Cicerone infatti i debitori insolventi e i commercianti falliti subivano come pena una spietata pubblica “esecuzione” che, se non toglieva loro fisicamente la vita, annientava ogni dignità personale tramite “morte civile”. Venivano condotti nel Campidoglio e, esposti al pubblico ludibrio denudati dalla cintola in giù, obbligati alla “bonorum cessio culo nudo super lapidem”, ossia a cedere i loro beni (ai banditori d'asta) stando seduti a chiappe nude su una pietra.
Le “pietre dello scandalo” (altro modo di dire rimasto sino a noi), dette anche “dell'infamia” o “dei fallimenti” erano sparse per tutto lo Stivale, non solo nelle grandi città, e alcune sono tutt'ora visibili.
Ad esempio a San Donato Valdicomino (Frosinone) esiste la cinquecentesca Pietra di San Bernardino (promotore dei Monti di Pietà), dove il debitore stava seduto a chiappe nude per un periodo di tempo proporzionato all'entità del suo debito.
A Rimini sotto il portico del palazzo dell'Arengo, fra i banchi di banchieri e notai e dove pubblicamente veniva amministrata la giustizia, vi era un pietrone (lapis magnum) dove il condannato doveva battere tre volte e con violenza il sedere nudo gridando ogni volta come un mantra “Cedo bona!” (cedo i miei beni).
Ad Asti la pietra della vergogna si trova ora appesa in verticale nell'atrio del Palazzo Comunale; ma un tempo era nel centro della piazza principale, sede dei mercati. A Bergamo era un sedile attaccato ad una delle due colonne che si trovavano in Piazza Vecchia; a Milano si trovava in Piazza Mercanti, ed era un blocco di granito nero.
La pena a Firenze aveva un nome preciso, “l'Acculata”, e si svolgeva nella Loggia del Porcellino nel Mercato Nuovo; la pietra era quel cerchio di 6 spicchi di marmo tutt'ora visibile e che rappresenta in dimensione reale la ruota del Carroccio, simbolo della legalità. Qui il Magistrato del Bargello, scegliendo le ore in cui il mercato era strapieno, scandiva a voce alta il nome del condannato e il motivo della pena; al tapino poi venivano calate le braghe, era afferrato per braccia e gambe, fatto oscillare sulla folla “ostentando pubenda” e infine, fra i frizzi e lazzi della folla, lasciato cadere “percutiendo lapidem culo nudo”.
Infine a Modena erano cattivissimi; usavano la pietra “ringadora, quel gigantesco blocco di marmo rosso veronese che ora è posto all'angolo del Palazzo Comunale in piazza Grande.
Un'ordinanza dello Statuto cittadino del 1420 prescriveva che il colpevole dovesse essere lì condotto per 3 consecutivi sabati (giorno di mercato), fare 3 volte il giro della piazza preceduto da trombettieri che attirassero l'attenzione e a ogni giro fosse spinto a ”dare a culo nudo su la petra rengadora la quale sia ben unta da trementina”, per farlo bruciare non solo di vergogna.


La signora Antonia
Solimano su
Stile libero

3 ottobre 2006
Sono già arrivato a pagina 295, praticamente alla metà. Solo sei giorni fa il libro era sulla mia scrivania - c'era già da tre giorni - praticamente mai aperto. Da quando avevo deciso di leggerlo lo chiamavo il malloppone perché le pagine sono più di 600. Guardavo la sua mole consistente con molto sospetto e poca curiosità. Poi ho cominciato a leggere, dicendo a me stesso: "Non hai finito Joyce, non hai finito Musil, potrai ben non finire la Byatt!" Si tratta infatti di "Possessione" di Antonia S. Byatt, scrittrice inglese che oggi ha circa settant'anni. Il libro l'ha pubblicato nel 1990, ed ha avuto un grande successo mondiale, forse in Italia meno che in altri paesi. Ed ora son qua, che lotto per non leggerlo velocemente, per riuscire a non superare le cinquanta pagine al giorno, per non andare a visitare i siti che ne parlano - in Internet ce ne sono tanti. Ogni cosa a suo tempo. La storia è semplice e geniale: due giovani ricercatori di oggi - un uomo e una donna, Roland e Maud - che man mano scoprono i documenti, le lettere soprattutto, attestanti una relazione fra un poeta ed una poetessa dell'epoca vittoriana. E che... beh ditevelo da soli leggendo il libro. Due giorni fa ero di fronte al capitolo che conteneva le lettere vittoriane. Sai la noia - pensavo. Eppure la signora Antonia è così brava che alla fine di quelle sessanta pagine di lettere ragionavo, di più, sentivo come Christabel e Randolph, i due vittoriani, che quando si scrivono delle lettere in cui non sono d'accordo, hanno questa clausola finale: "Ai Vostri ordini in alcune cose". A quel punto non si sa se scoppiare a ridere o dar corso alla commozione. Arte mirabile: una ironia che tanto più è acuminata quanto più è coinvolta, coinvolta di sentimento. Dura da spiegare, occorre leggere.

6 ottobre 2006
Sono a pagina 457, contento di esserci. Oggi nelle librerie del Michigan e dell'Oregon entrano donne soprattutto ma anche uomini che cercano le opere di Randolph Henry Ash e di Christabel LaMotte, poeti dell'epoca vittoriana. Non sono mai esistiti. La signora Antonia se li è inventati, biografia, opere e lettere. Tutto. E "Possessione" ne è penetrato, stavo per dire impestato. Interi capitoli sono poemi di Randolph e Christabel, ogni capitolo inizia con una citazione dell'uno o dell'altra. Entrano di persona nel romanzo, anzi nel romance, ad un certo punto. Nella loro fuga d'amore, in treno naturalmente. Nella loro prima notte, con Christabel alle prese con le sue crinoline e con Randolph alle prese con i gridolini di Christabel, gridolini sì ma selvaggi. Poi la signora Antonia ci fa risalire, ripiombare forse, ai nostri giorni, con le Forze del Mercato che si contendono le lettere dei due poeti, a colpi di libretto d'assegni americani da una parte e di difesa della cultura inglese dall'altra. E Maud e Roland, i due ricercatori di oggi, quelli che hanno veramente scoperto le lettere, dove saranno in questo momento? La signora Antonia non ce lo dice, vuol farci soffrire. Prevedo che siano da qualche parte, fra lo Yorkshire e la Bretagna, a caccia del loro destino, anzi Destino. Staremo a vedere.

9 ottobre 2006
Finito. A pagina 608 si conclude la lunga storia di Randolph e Chistabel, poeti di ieri e di Roland e Maud, ricercatori di oggi. Si scopre che ... No, non lo dico, sarebbe scorretto! Affastello alcuni dei motivi dell'ultima parte: quindici gatti affamati e poi nutriti (a sardine), una Mercedes distrutta da un albero che cade durante l'uragano, la bisessuale Leonora Stern si svela perdonante e simpatica, offerte di lavoro giungono da Amsterdam, Barcellona e Honk Kong, si decide chi, fra l'erede del mittente e quello del destinatario, gode dei diritti d'autore, sorgon nuovi amori, il ricercatore si scopre poeta e una bimba scorda di raccontare qualcosa alla zia (sarà poi la zia?). Ho detto troppo. E la signora Antonia, autrice di tanta ragna di lettere, diari, poemi, viaggi d'amore e non, liriche, biografie critiche ed autocritiche, panorami di cieli di terre di mari, di vesti d'oggi e di ieri, di gioielli singolari, si gode chissà dove sterline dollari euro e la numerosità delle altre valute meritamente guadagnate. L'autrice, accademica di vaglia e presente spesso in TV, smise ogni attività del genere per scrivere "Possessione". Ho trovato due sue foto in Google; prima appare giovane, assai graziosa con due begli occhi, poi compaiono i segni dell'età che avanza ma gli occhi da belli son fatti bellissimi e acuti, con la sotteranea malizia di chi ce l'ha contata in tutti modi per 608 pagine. Possessione dei lettori, direi.


   22 ottobre 2006