prima pagina pagina precedente visualizza solo testo



La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 24 settembre 2006



I nostri schiavi del mercato globale
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

Ho seguito con molto interesse il dibattito sul socialismo in corso su "Repubblica" da parecchie settimane; in particolare gli articoli di Giorgio Ruffolo e di Alfredo Reichlin che partendo da quel tema pongono sotto esame il concetto stesso di democrazia e di capitalismo alle prese con i processi di produzione, di modernizzazione e di globalizzazione.
Fa spicco in questo dibattito l´intervento di Fausto Bertinotti pubblicato il 13 settembre con il titolo: "Il ruolo del socialismo nella società ingiusta" ed è delle sue tesi che voglio oggi occuparmi perché pongono con chiarezza alcuni temi di fondo.
Sono: le disuguaglianze indotte dalla modernizzazione della società, la precarietà del lavoro come connotato non episodico ma permanente del nuovo capitalismo, il monopolio oligarchico della conoscenza tecnologica, l´impresa come mito totalizzante della cultura economica. Infine le forme attuali di una vera e propria schiavitù che si stanno manifestando in molte parti del pianeta, sia in paesi emergenti sia in paesi declinanti sia perfino in paesi opulenti che appartengono al "primo mondo", l´Occidente europeo e nord americano.
Bertinotti si trova molto a suo agio nell´analisi dei nessi tra le varie forze operanti nella società.
Naturalmente la sua non è mai un´analisi neutrale; parte da una tesi: quella dei danni che il capitalismo arreca alla società e agli individui che la compongono, e quindi dalla necessità di "uscire dal capitalismo". La tesi dell´"uscita" è ormai da anni (da più di un secolo) un´espressione ricorrente del pensiero socialista nelle sue varie declinazioni; talmente ricorrente da esser diventata una frase fatta, un luogo comune. Peraltro regolarmente frustrato dalla realtà storica. Probabilmente all´origine di quel luogo comune c´è una definizione inesatta di ciò che la parola capitalismo esprime.
Il capitale è uno dei fattori della produzione, come il lavoro. Fin tanto che ci sarà bisogno di produrre beni e servizi, cioè fin tanto che le risorse saranno scarse e non saremo rientrati nei giardini dell´Eden, non potremo fare a meno né del capitale né del lavoro. Perciò la parola "uscita dal" è fuorviante sia per l´uno sia per l´altro di quei fattori. Si usa per indicare una scelta politica e così fa anche Bertinotti che si colloca, tra le varie versioni socialistiche, nella più radicale e antagonista.
Ma tutto ciò è legittimo politicamente e intellettualmente, anche se non necessariamente condivisibile.
Personalmente condivido alcune delle riflessioni di Bertinotti. Altre mi sembrano sbagliate. Dirò quali.
* * *
Non c´è dubbio che siamo in presenza di forme intollerabili di schiavitù.
In realtà la schiavitù è sempre stata un fenomeno diffuso in tutte le aree del pianeta a dispetto delle grandi conquiste di diritti civili che da duecento anni in qua in vaste aree del mondo hanno reso tutti gli individui uguali di fronte alla legge.
Se oggi si acutizza – o sembra acutizzarsi – la fenomenologia della schiavitù, ciò dipende da due cause: una più intensa sensibilità rispetto a quel fenomeno e una più immediata percezione e informazione delle soperchierie che vengono perpetrate sui bambini, sulle donne, sugli affamati, in tutti i settori deboli della società.
Non c´è dubbio che la precarietà del lavoro stia diventando una modalità permanente del processo produttivo, come la parcellizzazione lo fu nella fase "fordista" di un secolo fa. Non c´è dubbio che le disuguaglianze sono il motore di questa fase di transizione della società globale.
Infine non c´è dubbio che i cultori dell´impresa considerino il lavoro come una variabile dipendente.
L´analisi bertinottiana coglie dunque esattamente, secondo il mio modo di vedere, alcune patologie della società. Nella sua rassegna manca semmai un altro aspetto non secondario che Reichlin ha indicato lucidamente: l´inadeguatezza degli Stati nazionali a dominare o almeno contenere i processi che sono invece sempre più nelle mani di oligarchie trasnazionali democraticamente irresponsabili.
* * *
Tuttavia l´analisi di Bertinotti dimentica (volutamente?) alcuni presupposti che ne modificano radicalmente le conclusioni.
Le disuguaglianze e il principio stesso di disuguaglianza fanno parte della natura della nostra specie. Vorrei dire di tutte le specie viventi e all´interno di ciascuna di esse. In sé non è un principio negativo, al contrario, è inerente alla vita stessa poiché non c´è albero del bosco che sia uguale all´altro né foglia dello stesso albero che sia esatta copia di un´altra.
Le società socialistiche o presunte tali hanno pagato duramente il tentativo di realizzare l´uguaglianza economica con la perdita della libertà.
Da allora anche i comunisti nostalgici di un paradiso che ben presto si era trasformato in una sorta d´inferno hanno scoperto che non ci può essere giustizia senza libertà né libertà che prescinda dalla giustizia. Il frutto della scoperta ha reso inevitabile la convivenza tra la giustizia e la libertà e quindi l´uguaglianza con la disuguaglianza. La prima come permanente tensione, la seconda come necessità.
Al concreto: la globalizzazione ha messo a contatto ravvicinato le disuguaglianze rendendole comunicanti tra loro. è accaduto così che diversi livelli di salario e diverso godimento dei diritti provocassero trasferimenti imponenti di persone da un luogo all´altro del pianeta e altrettanto imponenti de-localizzazioni di imprese in cerca di situazioni meno protette e più competitive.
Si tratta per l´appunto dell´azione livellatrice del principio dei vasi comunicanti e non c´è forza al mondo che possa impedirlo, né economica né politica né militare.
Bertinotti constata che la disuguaglianza è diventata inerente ai processi produttivi, ma essa lo è stata sempre.
La globalizzazione ha messo in moto la tendenza verso il livellamento con le conseguenze che ne derivano: di abbassamento del tenore di vita per chi si trova ai livelli più elevati e di innalzamento per chi soffre la penuria dei livelli più bassi. Movimento incomprimibile che può tutt´al più essere rallentato e gradualizzato ma non certo impedito.
* * *
È vero che la cultura d´impresa è diventata dominante riducendo il lavoro a variabile dipendente. Rendendo la precarietà un elemento del sistema e la conoscenza appannaggio di pochi e quindi puntello del potere.
Anche questi, come la disuguaglianza, sono fenomeni esistenti da sempre ma resi intollerabili dalla globalizzazione. La loro causa sta nella necessità di accumulazione del capitale, che non è un fenomeno del capitalismo ma della scarsità di risorse. Essa impone che vi sia una differenza tra ricchezza prodotta e ricchezza consumata. Impone che una parte sia risparmiata, accumulata e investita per accrescere la base produttiva. Lo schiavismo è servito a questo così come il risparmio forzato e il risparmio spontaneo incoraggiato da appropriati livelli del tasso di interesse.
Certo in teoria è possibile scegliere una variabile dipendente diversa dal lavoro. Per esempio modificando la struttura del potere d´acquisto. Se anziché disuguale il potere d´acquisto fosse il medesimo per ogni soggetto, la struttura dei prezzi e della domanda di beni e servizi registrerebbe mutamenti radicali; di conseguenza anche l´offerta dovrebbe modificarsi e avremmo una società profondamente diversa in termini economici.
Questo tentativo è stato fatto nei paesi del socialismo cosiddetto reale. In parte è stato fatto anche in paesi opulenti in tempo di guerra, con la limitazione forzosa del consumo di beni scarsi, razionati in modo equanime ed uguale per tutti. Meccanismi siffatti comportano la limitazione della libertà, accettabile in periodi di transitoria emergenza ma non accettabili come situazioni permanenti e definitive.
* * *
Dove portano queste constatazioni? Esattamente all´accettazione del riformismo, cioè alla gradualità da usare per temperare l´avverarsi di processi comunque inevitabili. L´uscita dal capitalismo è una bubbola – mi spiace dirlo a Bertinotti – come sarebbe una bubbola predicare l´uscita dal lavoro, la promessa del paradiso in terra che la chiesa comunista ha prospettato e mai mantenuto. Non già e non soltanto per la cattiveria o l´insipienza di Stalin e di Lenin, ma perché il paradiso in terra è un sogno di salvezza terrena e di quiete che non si accorda con il flusso della vita, così come il paradiso nei cieli si può vagheggiare solo come quiete e beatitudine riservata alle anime una volta che siano uscite dai corpi trasmigrando in luoghi che non sono luoghi e in tempi che non hanno più la funzione del tempo.
Se le domande di Bertinotti e i problemi da lui posti hanno l´intento di mantenere e anche di accrescere la tensione verso l´uguaglianza, la cittadinanza, la diffusione della conoscenza, essi sono stimoli utili. Con l´avvertenza che il pulpito dal quale provengono si trova, oggettivamente, in uno dei paesi opulenti che maggiormente ha da perdere nel moto egualitario in atto nel pianeta.
Bertinotti queste cose le sa tant´è che ha di fatto annacquato il suo vino di antagonista. Capisco che debba di tanto in tanto riproporlo con la sua gradazione alcolica originaria, che risulta tuttavia non compatibile con la scelta fatta dal suo partito di partecipare ad un governo che deve governare l´immediato nelle condizioni e nel contesto che l´immediato comporta. E con la scelta fatta e perseguita con imprevista tenacia da lui personalmente di ascendere ad un´alta carica istituzionale.
Se posso esprimere il mio avviso su quest´ultimo punto, debbo dire che spesso – e sempre di più negli ultimi tempi – il presidente della Camera prende pubblica posizione su temi che sono o saranno sottoposti alla sua personale gestione arbitrale. Questa prassi non è appropriata. Così come i magistrati non possono parlare dei processi affidati alle loro cure, così chi riveste ruoli di garanzia istituzionale non dovrebbe – non deve – dichiararsi a favore o contro specifiche misure che spetta alle forze politiche e al governo di decidere e di sottoporre al Parlamento.
Il presidente della Camera può ovviamente trattare temi di grande rilievo intellettuale, come quelli esaminati nell´articolo oggetto di queste mie note. Può aggirarsi ancor più liberamente nella prospettazione del futuro e nel paese dell´Utopia. Ma deve astenersi dal prender posizione sui temi del giorno, così come si astiene dal voto nell´assemblea da lui presieduta.
Abbiamo protestato con la debita asprezza con i suoi predecessori tutte le volte che dimenticarono di rispettare il ruolo che rivestivano. Così ci sentiamo tenuti a protestare oggi tutte le volte che i presidenti del Parlamento venissero meno al loro ruolo di garanti. In questo senso hanno voto di castità. Nessuno gliel´ha chiesto e tanto meno imposto. L´hanno desiderato e ottenuto. Perciò sono tenuti ad osservarlo e noi, nell´esercizio dei nostri diritti attivi di cittadinanza, a ricordarglielo costantemente.



La malattia di un Paese
Angelo Panebianco sul
Corriere della Sera

Più ancora che la quantità di dossier messa insieme da quella che, secondo l'accusa, era una centrale occulta di spionaggio coordinata dal responsabile della security Telecom, Giuliano Tavaroli, colpisce il "ventaglio sociale" delle operazioni spionistiche: imprenditori, banchieri, manager pubblici e privati, giornalisti, politici, persino uomini dello sport. Le vittime, per limitarci a qualche nome di spicco, vanno dal segretario dell' Udc, Lorenzo Cesa, all' ex assessore e collaboratore di Clemente Mastella, Regino Brachetti, al sottosegretario del governo Berlusconi, Aldo Brancher, all'ex presidente di Confindustria, Antonio D'Amato, a banchieri come Ubaldo Livolsi o Gianpiero Fiorani. Per quel che al momento par di capire, le ragioni per cui si poteva finire nel mirino di Tavaroli e delle sue spie private potevano essere le più varie: dalle "esigenze" aziendali ai favori agli amici. Ai tribunali spetterà di chiarire se, oltre alle intercettazioni e alle indagini illegali, siano stati commessi anche altri reati, e di quale natura, e stabilire le responsabilità penali.
Già nei primi commenti sono state evocate altre vicende che hanno segnato la storia italiana, dal caso Sifar alla P2, a Tangentopoli. Per ora, il poco che si può dire è che il caso dello "spionaggio Telecom" ha due facce, l'una più generale (si inscrive, cioè, in un trend che ha investito da tempo le democrazie occidentali) e l'altra italiana. Il problema generale riguarda l'attacco alla privacy (e la minaccia che ciò comporta per la libertà personale) condotto con tecnologie di controllo sempre più potenti. È il progresso tecnico a rendere ovunque obsolete le leggi di difesa della privacy prima ancora che l'inchiostro con cui vengono scritte si sia asciugato. È un problema che i padri fondatori della democrazia liberale nemmeno immaginavano e che mette in forse molte garanzie tutelate dalle costituzioni. Talché, da questo punto di vista, siamo costretti a riconoscere che la differenza fra i regimi autoritari e le democrazie non è che il "Grande fratello" sia all'opera nelle prime e non nelle seconde: la differenza è che nelle democrazie non c'è un solo Grande fratello ma molti, fra loro in competizione. Nelle democrazie, insomma, c'è "pluralismo " anche in materia di soprusi.
Ma se questa è una tendenza generale il caso dello spionaggio Telecom ha anche molto di italiano. Ogni vicenda ha le sue specificità, eppure qualcosa accomuna quest'ultimo affaire ad alcuni dei suoi famigerati precedenti. La P2 era il caso di una rete affaristico-criminale che teneva insieme uomini delle istituzioni, della politica, dell'economia. Tangentopoli fu la vicenda di uno scambio istituzionalizzato di tangenti e favori fra politica ed economia. Ciò che a sua volta colpisce del caso Telecom è la folta presenza, fra gli spiati, di politici e collaboratori di politici.
All'origine di ciascuna di queste vicende ci sono i patologici rapporti fra la politica e l'economia. All'epoca di Tangentopoli chi scrive si attirò molte critiche sostenendo che la questione, al di là delle inchieste giudiziarie, non andava trattata in sede politica con criteri moralistici, che era sciocco metterla sul piano degli "onesti" contro i "ladri", che affrontare il problema significava da un lato fare leggi non ipocrite sul finanziamento dei partiti e dall'altro operare per liberare l'economia dai suoi intrecci con lo Stato, ottenere che nascesse una vera economia di mercato il più possibile separata dalla politica.
E accettare che a quest'ultima spettassero solo i compiti di disegnare regole efficaci (al fine di favorire la competizione sui mercati) e di vegliare sul loro rispetto. Tengo ancora lo stesso punto. Ladifferenza fra la critica moralistica e la critica liberale è che mentre la prima non sa diagnosticare la malattia, col risultato di favorire spesso terapie sbagliate (come l'accrescimento del controllo statale sull'economia) preparando così le condizioni per altri futuri "scandali", la seconda fa una diagnosi corretta ma poi non ha la forza, per la nota fragilità della cultura liberale in Italia, di imporre le terapie che sa essere giuste. All'origine di quasi tutti i guai italiani sta una doppia debolezza: di imprenditori, spesso con le spalle finanziariamente deboli, che si sentono sotto schiaffo da parte dei politici e sono alla ricerca di protezioni, e di politici che sentendo fragile la propria legittimazione cercano di ricavare dalle imprese risorse che compensino il loro senso di precarietà.
Al fondo, c'è la debolezza dell'economia di mercato. E, per essa, la circostanza per cui i rapporti fra élites economiche ed élites politiche non sono mai stati, come accade in altri Paesi, di tipo semplicemente lobbistico, ferma restando l'esistenza di un confine sufficientemente chiaro fra politica ed economia. In Italia, la debolezza dell'economia di mercato ha invece fatto sì che politica ed economia vivessero, e tuttora vivano, intrecciate. Ne risulta una opacità delle relazioni politico- economiche che incentiva i comportamenti di cui devono poi occuparsi i tribunali. Durante la guerra fredda, l'Italia diceva di avere una economia di mercato ma era una finzione: eravamo, in larga misura, un caso di socialismo reale camuffato. Tollerato dalla comunità occidentale a causa della posizione di frontiera che l'Italia, anche per la presenza del partito comunista, occupava nello scacchiere strategico.
Finita la guerra fredda, è sembrato che ci si potesse liberare del vecchio statalismo e impostare su basi diverse le relazioni fra economia e politica. Non è stato così. Per un insieme di ragioni che gli economisti conoscono. E anche perché la politica ha rifiutato di emendarsi dei suoi vizi dirigisti. Occorrerebbe un doppio cambiamento. Della politica, che accetti di ritirarsi entro i confini che in una democrazia liberale dovrebbero essere suoi. E delle imprese che, operando bene sui mercati, si diano autonomamente delle spalle forti. Così forti da sottrarle ai ricatti e metterle in grado di rivolgersi alla politica per esigere buone regole più che per strappare favori. Da quel che si vede, la strada è ancora lunga.


Intervista ad Umberto Veronesi
Carlo Brambilla su
la Repubblica

VENEZIA
- "L'eutanasia è un atto di carità. Un atto di giustizia. Uno Stato che non accetta l'eutanasia è sostanzialmente uno Stato oppressivo. Perché non accetta un principio fondamentale di libertà: quello dell'autodeterminazione. Cioè che la vita ci appartiene. Come diceva Indro Montanelli, ognuno di noi deve essere libero di scegliere della propria vita e della propria morte". Umberto Veronesi commenta con fermezza ma anche con grande umanità il drammatico video-appello lanciato da Piergiorgio Welby al capo dello Stato. E lo fa da Venezia, nella giornata conclusiva della seconda Conferenza mondiale sul futuro della scienza.
Proprio nel giorno in cui i più grandi esperti mondiali di neuroscienze discutono di "emozioni" e "razionalità". Marc Hauser, professore ad Harvard di psicologia e antropologia biologica, ha appena illustrato le ricerche che mostrano come l'uomo abbia una grammatica morale che spesso ostacola le sue scelte razionali. Ha mostrato come l'eutanasia passiva (staccare la spina a un malato terminale) sia meglio accettata di quella attiva (l'iniezione di un farmaco che porti alla morte), anche se il risultato è assolutamente il medesimo.
Professor Veronesi, ha visto le immagini di Piergiorgio Welby?
"Non conosco il caso specifico di Welby. Ma trovo che negare l'eutanasia a un paziente che la chiede, in piena lucidità, sia una vera e propria tortura fatta ai danni di una persona che è incapace di difendersi, proprio perché paralizzata. Il presidente Napolitano non ha poteri in questo campo. Non può certo concedere una forma di grazia. Ma è importante venga affermato il principio dell'autodeterminazione. Il suicidio è un comportamento legalmente accettato. Il tentato suicidio è considerato un fatto personale, privato, che non viene perseguito. Se uno tenta il suicidio potrà essere condannato dalla religione, potrà fare un atto contro Dio, ma legalmente non danneggia nessuno. Danneggia se stesso e basta".
L'eutanasia è una forma di suicidio?
"Sì. Io penso proprio questo, che l'eutanasia sia una forma di suicidio. Solo che non potendolo fare il paziente, perché incapace, immobilizzato, chiede che qualcuno lo aiuti a farlo".
Ma un paziente potrebbe stare attraversando un periodo di depressione transitoria. Non c'è il rischio di prendere decisioni affrettate?
"La decisione di praticare l'eutanasia deve avvenire, come in Olanda, solo dopo un lungo processo, accurate verifiche psicologiche. Solo dopo aver accertato che il suo desiderio è genuino, ripetuto, costante e lucido, legato alla presenza di una malattia mortale che lo sta spegnendo inesorabilmente. Non si abbrevia una vita con un lungo futuro. Si abbreviano le sofferenze inutili e ingiustificate. Si abbrevia una vita che nella percezione del paziente non è più vivibile".
Si pone l'accento sulla qualità della vita oltre che sulla quantità?
"Esatto. Un principio che ci viene dalla filosofia greca. Seneca diceva che la vita vale se è degna di essere vissuta. Cioè se è una vita piena. Una vita senza qualità non è più vita".
La cultura cattolica non accetterà mai questa visione.
"Certo, se si afferma il principio della sacralità della vita, che la vita appartiene non a te ma a Dio, allora tutti i termini cambiano. Ma attenzione: nessuno vuole imporre a un religioso di suicidarsi. Chiediamo solo che per un non credente sia possibile farlo. Perché non è giusto imporre un credo a un non credente".
Qualcuno pensa che la battaglia per una legge che regoli il testamento biologico, che lei sta conducendo, possa essere una strategia per arrivare prima o poi, in realtà, alla legalizzazione dell'eutanasia.
"Il testamento biologico è un'altra cosa. E' l'allargamento del consenso informato. C'è una legge italiana che dice che ogni terapia deve essere accettata dal paziente adeguatamente informato. Se però quella terapia la devi eseguire su una persona che ha perso la conoscenza non sai come comportarti. Allora il paziente può anticipare la sua decisione ed esprimere le sue volontà quando è nel pieno delle sue facoltà, nel caso non fosse più in grado di esprimerle durante la malattia. Anche il consenso informato, potrebbe essere vissuto come un passo verso l'eutanasia. Recentemente una donna ha rifiutato di farsi amputare una gamba in cancrena. E poco dopo è morta. E' stata una forma di suicidio. I medici l'avrebbero salvata se avesse accettato l'amputazione. Ma lei ha preferito morire piuttosto che vivere con una gamba sola".


Il coraggio della parola
Claudia Mancina su
La Stampa

Ancora una volta Giorgio Napolitano ha dato una lezione di coraggio e di franchezza al mondo politico. Alla lettera di Welby, che chiede il diritto di porre fine alla sua vita di malato terminale di una terribile malattia, il presidente risponde non solo con le ovvie espressioni di partecipazione umana, ma con la sottolineatura dell'opportunità che sull'eutanasia si apra un dibattito nel paese e nel Parlamento.
Come già ha fatto su altri temi, il capo dello Stato mostra di interpretare il suo ruolo istituzionale come un ruolo che - sia pure con grande equilibrio - vuole essere di stimolo e di orientamento. La questione dell'eutanasia è certamente difficile e delicata, soprattutto in un paese cattolico e tanto più se governato da una maggioranza che già ha mostrato sensibili divisioni sui temi bioetici. Ma mettere la testa sotto la sabbia, come amerebbero fare molti politici per evitare guai, non è una soluzione.
Questi temi hanno già una grande presenza nel dibattito culturale e nella vita quotidiana, e non ci si può illudere di evitarli. Il caso Welby non è isolato, un caso pietoso, come vorrebbero alcuni. E' la testimonianza di un problema che è anche un problema legislativo, che infatti diversi paesi intorno a noi stanno affrontando, sia pure con esiti diversi. Anche in Italia, del resto, esistono già da tempo proposte di legge, se non sull'eutanasia, su un tema contiguo come il testamento biologico. Vogliamo discuterne? Vogliamo interrogarci su quali sono le ragioni, le buone ragioni, che impedirebbero a una persona giunta al termine della vita di scegliere una morte dignitosa e pietosa, una morte opportuna, come l'ha definita Welby? Certo nessuno di noi pensa ad una facile via all'eutanasia. Ma il discorso va affrontato con serenità e soprattutto con rispetto per le persone che soffrono, alle quali non si può rispondere con astrazioni dottrinarie.
Cerchiamo delle soluzioni che salvaguardino la dignità umana. E' un dibattito che può dividere il paese? Certamente, ma questo è proprio di tutte le questioni veramente serie. Ci si può dividere con serenità, con sincerità, se si accetta un dialogo vero, senza avanzare immediatamente posizioni rigide e immodificabili. La politica, per sua natura, è il luogo in cui cercare soluzioni condivisibili dai cittadini nella loro diversità di opinioni e di valori. Non può essere altro che questo; se riesce a essere questo, realizza nel modo più alto la sua missione nella società. Siamo abituati alla mediazione politica per i conflitti tra interessi, siamo meno abituati alla mediazione per i conflitti tra valori etici. Eppure proprio questa è oggi la vera sfida.


L'impossibile legge sul diritto alla morte
Francesco Merlo su
la Repubblica

Ve lo immaginate il nostro Parlamento, questo scombiccherato e rissoso Parlamento, che discute su come e se aiutare Piergiorgio Welby a morire? Provate a pensare alla ferocia di un duello legislativo sull´eutanasia. E, ancora, concentratevi sui quei tanti corpi di italiani, già Campo di Marte delle più inutili terapie mediche, abbandonati all´estremo invelenimento di una qualche campagna elettorale.
Con i politici - questi politici - pronti a usare e ad abusare di mogli e figli già straziati dall´intollerabile sofferenza degli impotenti, dai sensi di colpa che sempre appesantiscono le strategie terapeutiche familiari spesso inciampate in qualche intemperanza verbale, in qualche stanchezza, in qualche cura di troppo o di meno. Immaginate queste famiglie che diventano preda della demagogia politica italiana, nella consapevolezza di essere tutti inadeguati, e con quella costante tentazione di finirla, di finirlo, di finirsi. Ho un amico medico che, come ultimo omaggio al proprio padre, ai resti del proprio padre, al suo ricordo, decise, con un groppo alla gola, di staccare la spina al guscio mortificato e abbrutito da tubi e pannoloni, rantoli, spasmi e piaghe. Non si rivolse al capo dello Stato, non disse nulla al primario né al direttore sanitario, non cercò conforti istituzionali perché pensava che la politica non può e non deve legiferare sui problemi insolubili: quando uno è morto, e quando è invece vivo, e quali sono i protocolli affettivi e i protocolli medici, e come si può rispettare ogni religione senza intolleranze laiche ma senza violare, per intolleranze religiose, la volontà di andarsene di un degente terminale che ha perduto la propria dignità. "Per dignità - scrisse Indro Montanelli rivendicando il diritto di decidere lui quando morire - intendo anche (e dico anche) l´abilitazione a frequentare da solo la stanza da bagno". Non se l´abbia a male il capo dello Stato Giorgio Napolitano: ci sono cose essenziali, come il desiderio e il bisogno di morire, come l´ottimismo radioso e il pessimismo cosmico, come l´amore di due persone che stanno assieme, si stringono per le mani ed evitano il naufragio, come il momento nel quale bisogna staccare la spina…., ci sono insomma alcune cose che esigono la solitudine e dalle quali la politica deve restare lontana. Voglio dire che il capo dello Stato non ha nessuna competenza sul desiderio di morte di un malato come Piergiorgio Welby, immobilizzato a letto da una distrofia muscolare, presidente dell´associazione Luca Coscioni. Da appassionato radicale, Welby, con il suo appello mandato a Giorgio Napolitano e a tutti gli italiani, vorrebbe accendere attorno al proprio diritto alla morte un confronto appassionato, umano e giuridico, vorrebbe aprire una battaglia legislativa sull´eutanasia, sulla terapia del dolore, sulla dignità della morte, su tutti gli argomenti controversi che stanno al di qual del bene e del male, dove nessuno ha ragione e dove il compito della politica, dell´altissima politica, secondo il capo dello Stato, sarebbe quello di tenere conto di tutte le ragioni. Ebbene, hanno torto sia Welby sia Napolitano: non tutto quel che avviene nei territori della Repubblica italiana deve essere risolto - presieduto - dal capo dello Stato e non è il Parlamento che può legiferare sul diritto del paziente di decidere fino a che limite le sue forze lo dispongano all´accettazione delle sofferenze fisiche o morali di un´agonia senza speranza. Davvero la politica non c´entra, non è questione di destra o di sinistra, ma di concezioni personali, dei singoli individui: quale legge può fissare la soglia del dolore, oppure distinguere tra lucidità e disperazione? Quale ministro può essere delegato a stabilire se una persona ha dei buoni motivi per voler morire? E ci può essere una squadra di intervento che abbia per missione l´eutanasia? E ve li immaginate D´Alema e Fini che disputano a Porta a Porta sull´equilibrio tra il suicidio e l´omicidio, tra la truffa e la fede, tra il serial killer e il medico illuminato? Ecco perché mi rimane nel cuore l´esempio di quel mio amico medico che parlò solo con me perché aveva bisogno di sfogarsi, e perché sapeva già che io gli avrei dato ragione. Pensava, quel mio amico, che suo padre era stato un uomo grande grande grande e che quel coma irreversibile era una vendetta, il conto che la vita presentava ad un uomo che aveva saputo vivere bene. Mi parlava di quel cervello che era una struttura vegetativa, di quel corpo che era ormai uno sberleffo, e diceva che un corpo abbandonato é sempre un corpo in ostaggio. Nell´antichità, persino durante le battaglie veniva concessa una pausa per recuperare i corpi: gli scontri riprendevano, ma diminuiva la crudeltà. Così, se il corpo di Patroclo fosse sparito, il duello tra Achille ed Ettore sarebbe stato meno feroce. Quel mio amico, che era un neuropsichiatra cattolico, e che poi è morto anche lui, mi diceva che spetta alle persone più vicine, ai medici, a un fratello, all´amico o all´amica, di liberare i corpi e restituire dignità a un ricordo. E, da medico esperto, mi spiegava che la morte silenziosamente assistita si diffonde irresistibilmente, in Italia e in tutta Europa, praticata discretamente negli ospedali e nelle case, dai medici, dagli infermieri, dai familiari. Piergiorgio Welby sa che in ogni uscita c´è un´amara saggezza personale, che il suicidio e anche 'l´aiuto a morire´ sono diritti naturali che non hanno bisogno di leggi e di Parlamenti e di presidenti della Repubblica, anche perché nulla è determinato in maniera irreversibile, e la morte e la vita non sono definibili con esatta precisione: non c´è legge che possa dominarle e governarle. Insomma ci sono decisioni che si prendono da soli, e non ci può essere un´assistenza alla morte delegata all´Asl, con il ticket da pagare, la ricetta del medico di famiglia, l´onorario per aiuto al suicidio. Mi viene in mente il professore di economia Federico Caffé che, dopo aver vissuto per l´Economia, decise di sparire o, meglio, di far sparire il proprio corpo, di cui non sopportava quel degrado fisico che avrebbe comportato costi altissimi nell´economia affettiva dei propri allievi e dei propri familiari. Eppure proprio la matematica insegna che, nascosto da qualche parte, c´è sempre un elemento imponderabile, quella cosa strana che si chiama vita e che potrebbe essere stanata e rimessa in circolo anche da una battaglia radicale sulla propria morte come quella che sta conducendo il disperato, vitalissimo Piergiorgio Welby.


Forza Italia, i tormenti del partito leggero
Aldo Cazzullo sul
Corriere della Sera

Qual è il partito che come capogruppo alla Camera preferisce Elio Vito a Giulio Tremonti? Che caccia il segretario di Salerno per sostituirlo con una soubrette? Che vede il segretario di Roma entrare pochi mesi dopo nel governo di sinistra? Che alle amministrative conquista una sola grande città, Milano, e tre mesi dopo mette il sindaco sotto accusa?
È il primo partito italiano, che ad aprile ha staccato i Ds di sei punti eppure non ha vinto le elezioni.
E ora sembra in bilico tra il ritorno al governo e la deflagrazione, la clamorosa rivincita e la disfatta finale.
A forza di predicare il partito leggero, Silvio Berlusconi se ne ritrova in pugno uno evanescente. Forza Italia light. Un illustre ex dirigente la chiama "la sindrome della Carfagna", ed è esplosa quando la bruna Mara, dopo aver conteso a Elisabetta Gardini il ruolo di portavoce e favorita, è stata inviata con Mario Pepe a commissariare la federazione di Salerno. Gli azzurri campani l'hanno vissuta come un'umiliazione personale e, guidati da Alberico Gambino, si sono presentati in massa alla conferenza stampa di insediamento levando un grido di dolore: "Non potete trattarci così!". Per le mille beghe locali di Forza Italia sembra valere il detto che da secoli regola la vita pubblica francese, "cherchez la femme". C'è spesso una donna dietro le liti, le diaspore, gli abbandoni, le guerre di potere. "Ci hanno fatti fuori dalle liste per mettere le attricette amiche di Berlusconi!" ha lamentato l'ex deputato Paolo Dalle Fratte.
Ovviamente non è così. Il Cavaliere, spiega chi lo conosce bene, è attento da sempre al fascino femminile, e anche alla componente femminea che avverte dentro di sé e quindi in Forza Italia; non a caso disse di aver ricevuto "il più bel complimento della mia vita quando un tifoso del Milan mi urlò: "Silvio, sei una gran bella figa!"". Per cui, se il capo è maschio, il suo partito dev'essere femmina.
Dopo il tradimento di Verzaschi, a Roma la giovanissima coordinatrice regionale Beatrice Lorenzin, speranza bionda di Forza Italia, si è dovuta confrontare con una vecchia volpe come Giampaolo Sodano, già direttore craxiano di Rai2 e segretario della capitale. Alla fine Berlusconi li ha cacciati entrambi, sostituendoli con il senatore Francesco Giro; la Lorenzin ha risposto con un messaggio di ringraziamento e ha avuto in cambio la guida dei giovani azzurri, Sodano l'ha presa peggio. Bolzano è in rivolta contro la valchiria Michaela Biancofiore, ideatrice dei manifesti di Berlusconi con dito medio alzato ed erede della leggendaria Giustina Destro, già sindaco di Padova e tuttora nemica della grammatica. La Biancofiore non indovina un accento ("dò", "stà", "pò"), stila liste dei più grandi italiani di tutti i tempi con Dante, Leonardo, Michelangelo, Berlusconi e Copernico (che era polacco), considera comunisti pure gli Schützen e scrive agli elettori: "Lo voglio raccontare con quella mia sincerità sconcertante che mi rende un politico, una politica
sui generis: l'elemento di disomogeneità del sistema...".
Le politiche sui generis causano anche un sacco di guai. Gli azzurri di Cesano Boscone fermano la candidatura a sindaco di Maria Teresa Ruta. La Carfagna, fatta pace con la Gardini, apre il fronte con la Prestigiacomo: "Il mio caso lo prova, le quote rosa non servono" ("La Carfagna parla a titolo personale e non a nome di Forza Italia!" risponde l'ex ministra). Gabriella Carlucci denuncia: "Essere belle nei partiti e in Parlamento è uno svantaggio". Jole Santelli: "È uno svantaggio essere donne, dici una cosa seria e ti danno un buffetto". Non necessariamente sulla guancia. A Torino la contesa tra Enzo Ghigo e Roberto Rosso non ha frenato la naturale baldanza dei funzionari azzurri. Due di loro, G.B. e A.A., sono finiti nel mirino del temuto Guariniello per l'esposto di due segretarie: mobbing e molestie sessuali. Prima le signore avevano scritto a Berlusconi, denunciando "atteggiamenti maniacali verso tutta la componente femminile", "comportamenti vergognosi, immorali, inconcepibili in una sede di partito o in altre", "minacce", "furti di password" e anche "strane chilometriche telefonate in Brasile". Quindi si sono rivolte al magistrato. Nella crepa apertasi a Milano tra Letizia Moratti e i consiglieri comunali di Forza Italia che chiedono "più spazio per il partito del 30%", Berlusconi si è schierato con entrambi, elogiando il sindaco ("È una donna grintosa, io l'ho vista all'opera e so che ottiene quanto vuole") e nello stesso tempo ricevendo i vertici locali ad Arcore. Intanto la sfida lombarda tra Roberto Formigoni e Paolo Romani è stata vinta non a caso da una signora, Maristella Gelmini, nuova coordinatrice regionale. Se un poco lo fanno dannare, le donne azzurre regalano al presidente pure qualche soddisfazione. Attivissimo a Roma il club "Rosa azzurra", fondato sulla terrazza dell'Hilton con un'indimenticabile cerimonia officiata da Anna La Rosa, dedicato a Rosella Berlusconi, la regina madre, e animato dalle mogli dei dirigenti: Brunella Tajani, Annamaria Pisanu, Annalisa Valducci, Susanna Pescante.
Ma sarebbe sbagliato ridurre quanto accade in Forza Italia a folklore politico. È invece uno straordinario esperimento: un partito che non c'è si rivolge alla società civile, e finisce per riprodurla; nelle ambizioni, negli entusiasmi, nelle meschinità. Gli italiani di centrodestra continuano ad accorrere al richiamo di Berlusconi: Marcello Dell'Utri, che di Forza Italia è stato il fondatore, in questi anni ha creato trecento circoli giovani. "Il problema — dice — è che nel partito non contano nulla. Sono una specie di Rotary, che non ha voce nella scelta delle candidature. Così non va. Diciamolo: i circoli nascono sotto il manto della cultura, ma chi ci viene vuole fare politica. Berlusconi pensa al modello dei circoli giovanili per radicare il partito, e fa bene. Ma ci vuole anche altro. In giro per l'Italia ci sono più insegne del vecchio Partito comunista italiano che simboli di Forza Italia. In seimila comuni su 8.500 Forza Italia non esiste. Proprio dal Pci dovremmo prendere esempio: facciamo le sezioni anche noi". Dal Pci viene il coordinatore Sandro Bondi. "Ma il modello della nuova Forza Italia saranno l'Spd e la Cdu tedesche. In ogni provincia assumeremo un funzionario che riferirà alla direzione nazionale". Quale direzione? "Appunto: avremo per la prima volta una direzione. Venticinque persone: Pera, Frattini, Pisanu, Scajola, Tremonti; tutte le teste pensanti del partito. Più un comitato che si metterà al lavoro subito per scegliere le candidature alle amministrative dell'aprile 2007: con Dell'Utri, Verdini, Mantovani e Valducci gireremo l'Italia per individuare i migliori. I coordinatori regionali saranno ancora nominati da Berlusconi, ma quelli comunali e provinciali usciranno dai congressi locali. Una rivoluzione. Poi, alla fine del 2007, faremo il congresso nazionale", nella speranza riesca meglio dei precedenti, accostati da Paolo Guzzanti al "compleanno di Kim Il Sung".
Ma Bondi e Cicchitto resteranno al loro posto? Dell'Utri: "Sono persone adattissime, perbene". Bondi in effetti l'ha scelto lei. "Anche Cicchitto è bravo: non è un organizzatore, ma ha buon senso e conosce la politica. Dobbiamo cambiare quelli sotto di loro. E cambiarli subito, non tra un anno. Più che dello statuto, bisogna occuparsi degli uomini. Il partito è anchilosato. Ed è anche vecchio, pur avendo solo dodici anni: ci sono ras locali che hanno preso il potere nel '94 e non l'hanno ancora mollato. Sono diventati politici di professione. "Blockers", come dicono in America, che cooptano i peggiori e ostacolano l'ascesa dei migliori. Se vuole mi ci metto anch'io...". Anche Berlusconi, se è per questo. Ma lui andare in pensione non può. Che cosa resterebbe di Forza Italia? "Guardi che il sogno di Berlusconi è avere una successione — risponde Dell'Utri —. La sua ambizione è lasciare cose che gli sopravvivano. Per l'azienda non c'è problema. Il problema è il partito. È evidente che oggi il successore non c'è. Ma tra cinque, dieci anni, ci sarà".


La Repubblica preterintenzionale
Ilvo Diamanti su
la Repubblica

Pare di assistere al sequel di un film già visto. Gli alleati che accusano il premier di decidere da solo, insieme a consulenti e amici. Ad amici consulenti. Il premier, risentito, che lamenta di essere incalzato da vicino. Dagli "alleati". Che vorrebbero limitarne lo spazio di decisione. Sullo sfondo, venti di congiura. Ci stupiremmo di queste polemiche, se non riproducessero un copione noto.
A cui ci siamo abituati, in Italia, dopo la caduta della prima Repubblica. Lo sa bene Prodi, che ne è stato protagonista e vittima, giusto otto anni fa. Ma la stessa scena si è ripetuta negli anni del governo guidato da Berlusconi. Durante i quali gli alleati hanno rivendicato, con toni sempre più duri, concertazione e condivisione. Spingendosi, alcuni leader (Follini e Tabacci), a sostenere l´esigenza di superare la "monarchia assoluta". Accantonando, quindi, il "monarca assoluto". Lui. Berlusconi.
A differenza della legislatura precedente, c´è che il conflitto, in questa occasione, ha coinvolto le Camere. I cui presidenti, peraltro di centrosinistra, hanno convinto (meglio sarebbe dire: costretto) il premier a rendere conto del caso Telecom, in Parlamento.
Troppe volte abbiamo assistito al contrasto fra il premier e i partiti della coalizione, per ridurre le polemiche di questi giorni a questioni di "merito". Che pure vi sono, visto il modo discutibile in cui il caso Telecom è stato affrontato – ma soprattutto "comunicato" – da Prodi e i suoi consiglieri, nei giorni scorsi.
Più importante, invece, ci sembra osservare che Prodi, come Berlusconi prima di lui, sconta la natura – incerta e incompiuta – della democrazia italiana, oggi.
Quindici anni dopo la crisi – e tredici anni dopo la caduta – della prima Repubblica, noi non sappiamo ancora cosa siamo diventati. In quale Stato siamo. Tuttavia, la nostra democrazia è cambiata profondamente. In particolare: la forma di governo. Il ruolo del Presidente del Consiglio, dopo il 1994, è, infatti, cresciuto, mentre quello del Parlamento si è ridimensionato. Per diverse ragioni. 1) Perché la legge elettorale ha spinto verso il bipolarismo. 2) Perché Berlusconi ha affermato la personalizzazione della politica. 3) Perché la televisione e i media hanno riassunto il confronto elettorale e politico nel faccia a faccia tra due leader. Il bipolarismo si è tradotto in bipersonalismo. 4) Perché l´Italia, dopo il 1993, è divenuto un Paese a "presidenzialismo diffuso", dove tutte le cariche di governo locale, dalle città alle regioni, passando per le province, sono elette in modo diretto. Dai cittadini. Per cui è divenuto normale dare un volto e un nome ai governi. 5) In parallelo, il ruolo delle assemblee rappresentative si è ridimensionato, a livello territoriale. In consiglio regionale e comunale si decide poco. Ma si è notevolmente ridotto anche il ruolo del Parlamento. Chiamato, spesso, a ratificare le scelte dei leader di maggioranza, a colpi di fiducia. Senza discussione e senza confronto. Complice l´assenza di dialogo fra coalizioni e schieramenti. Infine: la mutazione dei partiti. Che, un tempo, formavano e selezionavano la classe dirigente, mediavano fra società e istituzioni, garantivano contorno e controllo all´azione delle leadership. In modo perfino oppressivo, alla fine. Mentre oggi si sono rarefatti nella società e si sono appesantiti al centro. Condensati in piccole élite, insinuate nelle nicchie del potere.
Così, dopo il 1994, il Presidente del Consiglio ha guadagnato potere e visibilità. E´ divenuto l´Immagine e il Guardiano della coalizione, di fronte ad elettori sempre più distaccati dai partiti, dal Parlamento, dalle istituzioni. Un passo dopo l´altro, siamo diventati una sorta di "cancellierato di fatto". Anzi, visto che, nel frattempo, il ruolo del Presidente della Repubblica, a sua volta, ha acquisito crescente importanza: quasi un "semipresidenzialismo". Naturalmente, "all´italiana". Dove Presidente della Repubblica e Capo del Governo si bilanciano e si contrastano reciprocamente. Con il Parlamento sullo sfondo. In grado di contare solo se si verificano divisioni della maggioranza. Oppure (come oggi) quando la maggioranza è minima.
L´Italia: una Repubblica preterintenzionale. Una democrazia indefinita e incompiuta. Cresciuta senza riforme istituzionali "sistematiche". A colpi di referendum, colpi di mano, emergenze improvvise. Pervasa, per questo, da un´incertezza endemica e da una conflittualità perenne. Ogni tentativo di armonizzare e di consolidare questo assetto, peraltro, è fallito. Da ultimo, le riforme istituzionali approvate da centrodestra, ma bocciate senza appello nel referendum di giugno. Anche perché riassunte in un solo punto. Il più impopolare, in molte zone del Paese: la devolution. In questo modo, (come è emerso nel Congresso della Sisp-Società Italiana di Scienza Politica, che si è svolto di recente a Bologna) la "transizione", da fase di "passaggio", è divenuta uno stato. Anzi: uno "Stato". Nel quale gli attori politici hanno imparato a muoversi in base alle risorse di cui dispongono. Da ciò la differenza, tra Prodi e Berlusconi. Berlusconi ha espresso potere e autonomia d´azione perché disponeva e dispone di grandi imprese mediatiche e, inoltre, di un "partito personale". Era e resta insostituibile per il centrodestra. Poi, in Parlamento, nella scorsa legislatura poteva contare su una maggioranza molto ampia, in entrambe le Camere.
Prodi no. Non ha partiti né televisioni. In più: la recente legge elettorale ha attribuito maggiore potere ai gruppi dirigenti dei partiti e, nello stesso tempo, ha reso quasi impossibile disporre di maggioranze solide al Senato. Era stata fatta apposta per contrastare la logica "maggioritaria" che ispirava la strategia elettorale di Prodi e del centrosinistra, oltre che per ridurne il vantaggio elettorale e la maggioranza in Parlamento. Ci è riuscita. Così, la "pretesa" di governare, con ampi margini di autonomia dai partiti della coalizione, oggi è più difficile da attuare. Tuttavia, non bisogna farsi irretire dallo specchio del 1998, quando Prodi cadde su un voto (uno solo, letteralmente) di fiducia. E venne sostituito da D´Alema. L´ipotesi di una crisi senza nuove elezioni, oggi, a noi sembra, comunque, poco plausibile. Rispetto al 1998, infatti, le cose sono cambiate profondamente. Anche per Prodi. Il quale, nonostante l´esiguo vantaggio dell´Unione al Senato, oggi appare molto più forte.
1) Perché, alle primarie di un anno fa, è stato "votato" come candidato da oltre quattro milioni di elettori di centrosinistra.
2) Perché i partiti dell´Unione sono molto deboli. Frazionati, poco radicati socialmente, divisi all´interno. Perlopiù, la loro presenza si riduce al Parlamento. Dove, peraltro, non riescono neppure a controllare i comportamenti dei loro aderenti.
3) Perché, come Berlusconi nel centrodestra, è difficile per altri candidati rimpiazzarlo. E´ lui l´unico chiodo in grado di tenere attaccati i pezzi del frastagliato mosaico dell´Unione.
4) Perché, dopo l´esperienza del 1998, chi potrebbe assumersi la responsabilità di "rimpiazzare" il leader votato da milioni di elettori, che per due volte ha sconfitto Berlusconi, senza rischiare di venire sommerso dalla riprovazione della base?
Tuttavia, non c´è dubbio che Prodi continui a camminare in equilibrio instabile. Agisce come fosse Blair, la Merkel o Zapatero; senza, però, disporre degli stessi poteri istituzionali. E, ancor più, degli stessi soggetti politici. Non vi sono il Partito Laburista, il PSOE, la CDU a garantirgli autorità e stabilità. Egli è leader di un "partito che verrà", forse. Ma solo domani. (E domani è un altro giorno, si vedrà). Mentre oggi deve misurarsi con partiti e partitini, gelosi dei propri spazi di potere. Determinati a difenderli, anche domani. Anche per questo, la costruzione del Partito Democratico (o il rafforzamento, vero, dei partiti esistenti) diventa un passaggio obbligato, per "governare bene". Ma fino a quando resteremo in balia di questa "transizione a parole" (come la definisce Gianfranco Pasquino), che si riforma per bricolage; fino a quando l´attesa di partiti immaginati e immaginari verrà colmata e dilatata da partitini senza società, è lecito attendersi altre 10, 100, 1000 Telecom. Se ne facciano una ragione i leader del centrosinistra. Se ne faccia una ragione, Romano Prodi. Il quale, a nostro avviso, sbaglia a minacciare il ritorno alle urne, in caso di crisi. Agitando lo spettro del 1998, a nostro avviso irripetibile. Non ha motivo, Prodi, di temere i fantasmi del "grande centro" e della "grande coalizione"; o, peggio, le trappole disseminate dagli "amici". Gli conviene, piuttosto, guardarsi dalle trappole della comunicazione, che, a volte, non sono gli altri a preparargli. Ma soprattutto dalle insidie di questa "democrazia confusa".


Intervista a Renato Soru
Claudio Sabelli Fioretti su
Corsera Magazine

Scandalo. Ha dichiarato la guerra ai ricchi. Li vuole addirittura tassare. Vuole che paghino balzelli se arrivano in Sardegna con i loro megayacht. Vuole che paghino una super-Ici per le loro villone. Vuole che i loro aerei privati sborsino una tassa aggiuntiva per atterrare sull'isola. Non contento, ha fatto approvare il piano paesaggistico che vieta la costruzione di qualsiasi casa fino a tre chilometri dalla costa. Chi aveva approntato megaspeculazioni è servito. Renato Soru, centro sinistra, presidente della Regione Sardegna e proprietario di Tiscali, uno dei più ricchi italiani esistenti, proprietario di una villona sulla spiaggia sarda, non vuole più cemento sulle coste e si è inventato la tassa sui ricchi.
La tassa sul lusso era annunciata da mesi. Come mai le polemiche proprio adesso?
"Dalle elezioni politiche in poi viviamo un clima di divisione esagerata. Alcuni sindaci del centrodestra si sono adeguati".
Anche Flavio Briatore, che non è un sindaco di centrodestra.
"Certo. Uno che con la politica non c'entra nulla. Prima hanno organizzato un sit in davanti al consiglio regionale a Cagliari. Si sono presentati in quattro".
Sa come sono i ricchi. Non amano la piazza. È andata meglio la manifestazione al Billionaire.
"Hanno preso anche pagine a pagamento sul Corriere della Sera".
Al Billionaire hanno speso un capitale in champagne per protestare contro una tassa di poche decine di euro.
"La tassa sugli aerei è bassissima rispetto al costo del volo. Anche la tassa sulle imbarcazioni è assolutamente ridicola. Meno di un pieno di benzina".
Per un megayacht, 15 mila euro…
"Un megayacht costa 400 mila euro la settimana in affitto. Tutto ciò può sembrare anche divertente tanto è paradossale. Però ha un presupposto più serio…".
Possibile?
"Io capisco il fastidio per le tasse. Ma senza le tasse non ci può essere una comunità. Ma alcuni ricchi le tasse non le vogliono pagare per principio. Come nel Settecento in Francia quando la nobiltà era esentata e le tasse le pagavano i poveri".
Marta Marzotto ha detto: "Paghiamo tutti, poco ma tutti. Dieci euro a tutti quelli che arrivano in Sardegna".
"Ma ciascuno contribuisce in ragione della propria capacità contributiva. C'è un libro interessante, La ribellione delle élite, di un autore americano. Dice: una volta si ribellavano gli studenti e gli operai. Oggi si ribellano le élite. Un '68 a rovescio".
C'era proprio bisogno di queste nuove tasse?
"Abbiamo bloccato le assunzioni, incentivato l'esodo, chiuso comunità montane, consorzi, società, enti. Abbiamo cancellato quasi mille di quei posti che normalmente vengono occupati dal mondo che sta attorno alla politica. Abbiamo dimezzato le auto blu, siamo intervenuti sulla spesa farmaceutica e sanitaria. In due anni il deficit è passato da 1.300 a soli 170 milioni di euro. Ma i soldi non ci bastano. E a chi li dobbiamo chiedere? Ai disoccupati? Centinaia di migliaia di seconde case sulle coste, yacht e mega-yacht nella nostra regione, utilizzano risorse ambientali scarse. Non è giusto che diano un contributo alla fiscalità generale?".
Hanno scritto di turismo in ribasso.
"In aprile le presenze turistiche sono aumentate del 15 per cento. In maggio e giugno del 10 per cento. In luglio dell'8 per cento. Ad agosto c'è stato uno straordinario pienone".
L'Unità ha scritto che i porti erano vuoti al 60 per cento.
"Hanno perfino detto che Paul Allen, il socio di Bill Gates, non sarebbe più venuto in Sardegna per protesta contro la tassa. Poi Paul Allen è venuto ed io l'ho incontrato sulla sua barca per parlare di investimenti in Sardegna".
Non si è lamentato dei 15 milioni di tassa?
"Ma si può seriamente pensare che uno come Paul Allen che ha tre barche, la più piccola di 70 metri dove atterrano due elicotteri e dove c'è perfino un piccolo sommergibile, si faccia spaventare da una tassa?".
E i porti vuoti?
"Abbiamo controllato. Ovunque era tutto esaurito. Bastava vedere le fotografie. L'Unità è stata male informata".
La Santanchè ha detto che sarebbe andata in Corsica.
"E poi è venuta in Sardegna".
Soru, lei ha fatto nascere il partito dei ricchi. Briatore è il segretario. E c'è anche una piattaforma politica, la filosofia del Billionaire...
"La filosofia del Billionaire noi la stiamo subendo. È contro il carattere dei sardi che non hanno mai amato l'ostentazione. Purtroppo un pezzo del nostro territorio, la Costa Smeralda, ha smesso di essere Sardegna. È un'enclave".
Un'enclave che porta un sacco di soldi.
"Calma. Moltissime delle imprese turistiche, anche piccole e stagionali, non hanno sede legale in Sardegna quindi noi non abbiamo nessuna compartecipazione ai loro guadagni. Spesso l'unico vantaggio è qualche posto da cameriere".
Adesso sta esagerando.
"Non credo. Ci sono anche benefici. Certo molto al di sotto di quelli immaginabili a prima vista. Ma non è un modello che vogliamo ripercorrere. Io mi auguro uno sviluppo turistico ordinato che non trasformi la nostra regione in un lunapark".
Pisanu ha detto che la sua è stata una misura aberrante. Un ex ministro sardo.
"È sempre stato un uomo di partito, anche quando era al governo".
Gli altri presidenti di Regione che cosa le hanno detto?
"Il governatore Galan ha datto una pubblicità a pagamento in cui invitava quelli che vogliono scappare da Soru ad andare nella sua ospitalissima Veneto. Segnando una novità: normalmente tra Regioni non ci si fa concorrenza".
Mollate Soru, venite da Galan.
"Singolare atteggiamento".
Non contento lei ha fatto il piano paesaggistico.
"E non è più possibile costruire nuove case sulla fascia costiera. L'economia del mattone e dell'arricchimento facile è la morte certa per il futuro".
Hanno chiesto a Briatore se se ne andava dalla Sardegna e lui ha risposto: se ne andrà prima Soru.
"A noi sta bene Briatore, ci stanno bene tutti. Siamo contenti di tutti quelli che vengono qui. Ognuno per quello che porta. E all'interno delle regole".
Quando Briatore mandò i soldi ai bambini di Lula, gli abitanti di Lula glieli hanno rimandati indietro. La scorsa settimana gli hanno mandato addirittura dei soldi per finanziargli il pagamento della tassa sul lusso.
"I sardi sono orgogliosi".
Quando Vittorio Emanuele, in una telefonata intercettata, ha detto che i sardi puzzano, come ritorsione il comune di Nuoro ha cancellato la sua famiglia dalla toponomastica.
"Credo che l'abbiano fatto anche altri comuni. Una cosa che personalmente apprezzo. Si poteva fare anche prima. Ma non penso che dobbiamo perdere tempo dietro alle vicende di questa persona. Prima non poteva entrare in Italia. Adesso non può uscire. Splendido. È un'immagine letteraria".
Quanto ha pagato quest'anno Berlusconi di tassa del lusso?
"Non lo so, ma poca roba".
Sette ville, le barche, gli aerei...
"Ogni volta che atterra credo che paghi 400 euro".
Per le ville?
"Per la villa più grande pagherà circa 20 mila euro".
Ma ne ha sette.
"Non credo che le abbia più. Qualcuna l'ha venduta e con molto profitto. Gli investimenti immobiliari in Sardegna fruttano se l'ambiente non viene distrutto. Berlusconi ha detto che la Sardegna sarà il suo buon ritiro in vecchiaia. Io sarei felice se trasferisse la residenza in Sardegna e contribuisse alla fiscalità della nostra Regione".
Avete lasciato far di tutto nella villa di Berlusconi. Il teatro greco, la collinetta, il porticciolo…
"Si trattava di lavori coperti dal segreto di Stato. Ma sinceramente mi interessa anche poco di un metro cubo in più nella villa di Berlusconi. Con questa nuova legge abbiamo bloccato 500 mila metri cubi nella Costa Turchese, una delle tantissime proprietà della famiglia Berlusconi. Così un'area di grande valore ambientale rimarrà intatta".
Anche lei ha un villone, proprio sulla spiaggia.
"Non è proibito in Sardegna avere una villa sul mare. È proibito costruirne nuove. Prima del mio impegno in politica avevo acquistato un terreno di 50 ettari sul mare dove stavano per costruire un villaggio turistico di 90 mila metri cubi. Apparteneva ad una società svizzera. C'era una casa e ho lasciato una casa. Però l'ho ristrutturata e l'ho fatta un po' più piccola. Sono spariti i 90 mila metri cubi. Ne sono rimasti 900".
C'è stato un periodo in cui lei risultava il più ricco d'Italia.
"È stata una cosa assurda. A causa della bolla finanziaria che riguardava tutto il mondo le mie azioni in Tiscali valevano un sacco di soldi. Se le avessi vendute avrei portato a casa una quantità enorme di soldi. Ma io ero innamorato più del mio progetto che dei soldi. Dell'idea di costruire un'impresa di telecomunicazioni europea partendo da un'isola".
Ogni tanto qualcuno la paragona a Berlusconi... il Berlusconi sardo, il piccolo Berlusconi. Entrambi self made men, entrambi nel mondo della comunicazione, entrambi in politica, entrambi ricchissimi. Differenze?
"Non abbiamo la stessa ricchezza. Mi verrebbe anche da dire che a Milano è più facile. Che Tiscali non ha avuto concessioni dello Stato. Non ha utilizzato risorse pubbliche scarse. Invece che su capitali iniziali ha contato su sapere e ricerca. Senza voler sminuire il valore di una grande avventura nella televisione, sono contento di aver dato il mio contributo alla diffusione di Internet in Italia".
Lei Berlusconi lo conosce?
"Da quando sono diventato presidente della Regione lui è venuto decine e decine di volte in Sardegna ma non ha mai avuto la sensibilità e il tempo di incontrare le istituzioni sarde. Lo invitavo e lui non mi rispondeva. Alla fine l'ho incontrato a Roma alla fine di una manifestazione di protesta di sindacati e sindaci sardi contro la Legge Finanziaria".
Lei è stato definito "comunista triste".
"Io non sono mai stato comunista. Per certa gente basta essere liberali per diventare comunista. E intanto loro tengono nello studio il busto di Mussolini…".
Comunista no. Triste?
"Per divertirsi non si deve necessariamente andare al Billionaire. Qualche volta mi capita di sentirmi utile. E mi diverto di più".
Anche per lei c'è il problema del conflitto di interessi.
"Io non ho concessioni come Berlusconi che da una parte era capo del governo, dall'altra si dava la concessione, se la rinnovava e ne fissava il prezzo. Tiscali non ha mai avuto nessuna concessione da parte dello Stato e della Regione Sardegna. Dov'è il mio conflitto?".
Per chi vota?
"Ho sempre votato per i partiti di centrosinistra. La prima volta ho votato Dc".
Si sente uomo di sinistra?
"Assolutamente sì".
Che differenza c'è fra destra e sinistra oggi?
"La destra, una certa destra, crede che la cosa migliore sia lasciare tutti quanti più liberi possibile di arricchirsi perché quando i ricchi diventeranno più ricchi anche i poveri staranno meglio. La sinistra crede che questo non basti, che sia un dovere della politica ostinarsi nella volontà di assicurare maggior uguaglianza e dare uguali opportunità ai nostri figli".
Ricordi della giovinezza?
"Un mondo diverso. Il nostro era un paese contadino, vivevamo le stagioni, il raccolto, la semina, la vendemmia. Vivevamo la campagna che è una cosa bellissima".
La mamma la mandava a dieci anni a recuperare i crediti del suo negozio di alimentari...
"Andavo nelle case e dicevo: “Mia madre le ricorda che c'è questo residuo...”".
Fin da allora nel campo economico-finanziario...
"Non ci si crede che a bambini così piccoli dessero responsabilità da grandi. Ricordo bambini di sei anni che si occupavano di bambini di un anno. Oggi se succede una cosa del genere ti arrestano".
Ha detto una volta: "Non perdete nemmeno mezzo secondo dietro ad un onorevole". Poi si è candidato alle elezioni.
"In campagna elettorale dicevo sempre: “Prometto che non farò mai un favore a nessuno”. Cerco di mantenere la promessa. Mi occupo solamente di problemi generali".
La sinistra sarda, quando lei si è presentato, non ha fatto i salti di gioia. Il segretario Ds si è dichiarato contro e la Margherita ha indicato un altro candidato.
"Qualcuno mi vedeva come un anti-politico, un Berlusconi in sedicesimo. Altri, forse, temevano una perdita di potere".
Hanno cambiato idea?
"Penso di sì. Hanno visto modalità diverse rispetto a quelle di Berlusconi. Ho lasciato l'azienda, non ho utilizzato personale di Tiscali, non ho usato la televisione, non ho messo in nessun cartellone la mia faccia, non ho fatto grandi eventi con le hostess. Ho preso la mia auto grigia e ho girato la Sardegna, paesino per paesino".
Come ha fatto la lista degli assessori?
"Una parte li ho scelti liberamente fuori dai partiti. Un'altra all'interno di rose ampie di nomi indicati dai partiti. Metà uomini e metà donne".
In una sinistra così povera di leader a lei non viene in mente che in futuro…
"Il mio futuro è in Sardegna".
La sua battaglia contro la militarizzazione dell'isola?
"L'80 per cento delle bombe che esplodono in Italia, esplodono in Sardegna. Il ministro Parisi si è impegnato a far sì che ogni regione contribuisca in maniera equilibrata all'addestramento militare".
E gli americani?
"Gli americani li vogliamo come turisti, come amici, come investitori. Non in tuta mimetica".


   24 settembre 2006