
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 17 settembre 2006
Vivere nel vuoto
Barbara Spinelli su La Stampa
Se Benedetto XVI avesse citato non solo la frase insultante pronunciata dall'imperatore bizantino su Maometto, martedì nella prolusione all'università di Regensburg, ma avesse raccontato come andò l'intero dialogo fra Manuele II Paleologo e il dotto persiano che avvenne una notte d'inverno del 1390-1 o 1391-2, tutto oggi sarebbe un po' più chiaro, più complicato e forse anche un po' più triste. Sarebbe più chiaro perché conosceremmo le argomentazioni del Mudarris, il professore teologo musulmano che davanti all'imperatore di Bisanzio difende l'Islam con forza e precisa convinzione. Sarebbe più complicato, perché il dissidio non riguarda tanto la ragione quanto l'essenza della fede, la sua vocazione a sperare, legiferare. Saremmo più tristi, perché in quella notte del XIV secolo il dialogo è una pratica normale, mentre nel secolo nostro non esiste. In quella notte c'è ascolto, voglia d'apprendere, immensa curiosità di conoscere le ragioni dell'altro e di fare in modo che la propria fede prevalga razionalmente anche se molti suoi tratti non sono razionali. Oggi quel dialogo è completamente assente. Se tutti ne parlano, se tanti l'invocano come un valore fine a se stesso che implica nei cristiani dissimulazione della propria identità, è perché tra i due monoteismi il baratro è enorme. Il basileus bizantino non deve scusarsi, il Papa sì.
La lettura dell'intero dialogo fra Manuele e il Persiano ci mostra innanzitutto una cosa: che non sono affatto il logos e l'Ellade a dividere il mondo cristiano dal musulmano. Rifacendosi alla filosofia greca, Manuele denuncia la propagazione delle fede attraverso la spada, vedendo nella guerra santa o jihad non solo un abito "malvagio e disumano" ma un'"assurdità non conforme a ragione", dunque sgradita a Dio "che non si compiace nel sangue". Il Persiano gli risponde che la vera ragionevolezza sta dalla propria parte, essendo l'Islam fondato su moderazione e praticabilità, su misura (métron) e giusto mezzo (mesòtes): categorie aristoteliche centrali. Ambedue sono immersi nella cultura greca. Ambedue si sforzano di poggiare argomentazioni e precetti sulla ragione e su una ragionevolezza "abbordabile". Il disquisire dei conversanti è logico, e in alcuni punti talmente sillogistico da apparire sofistico.
Quel che veramente li divide è in realtà qualcos'altro. Non è la fiducia o non fiducia nella ragione (il dialogo si conclude con la comune constatazione che "la Misura è la migliore delle cose"), ma sono i diversi modi di vivere le leggi, i folli paradossi insiti nella fede e nell'attesa. E la maggior follia non è quella dell'Islam ma del cristiano. Il basileus-imperatore bizantino lo riconosce d'altronde apertamente: in fondo è vero quel che il Persiano rimprovera al credo di Cristo - la sua follia, la non ragionevolezza, la "dismisura", il contraddirsi tormentoso tra poter essere e dover essere. Quel che fin d'allora stupisce più i musulmani - compresi i messianici sciiti - è proprio questa follia cristiana: il credere l'incredibile, il tendere smisuratamente l'anima verso l'alto, il non compromesso con le cose del mondo. Ed è l'insegnamento centrale del Cristo: l'amare il proprio nemico, il porgere l'altra guancia, oltre al disfarsi d'ogni ricchezza e al precetto che ingiunge, se si vuol esser discepoli, di "odiare padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle e perfino la propria psyche, la propria anima" (Luca 14, 26): "Qual è l'uomo di ferro, di diamante, più insensibile della pietra - così il Persiano - che sopporterà queste cose?".
Manuele Paleologo non dissimula, non sminuisce: è vero che il cristianesimo mostra al credente una strada infinitamente più difficile, come deplorato dal musulmano. Una strada "dura, esagerata, eccessiva", dunque "impraticabile" (la parola greca abatos impiegata dal Persiano è la via che non si può camminare, l'inattraversabile). Impregnato anch'egli di pensiero ellenico, il dotto musulmano cita la "dottrina degli Antichi" e critica una via, quella cristiana, "contraria alla ragione", "pari a una trappola", "fardello violento" (per esempio sulla verginità). Una via "che in un certo modo forza la nostra natura terrestre a montare verso il cielo". Che raccomanda "cose impossibili, disumane".
Il basileus bizantino non nega tutto questo, abbiamo visto. Sì, la via cristiana comporta - quando è perfetta - una scelta deliberata di "soffrire cose penose, quale che sia la loro qualità e quantità"; di "sopportare con mitezza chiunque ci calpesti"; di "percorrere vie dolorose perché ogni strada in salita lo è". Il basileus non nega neppure che ci sia follia, nella religione della croce. Quest'ultima spiritualizza leggi che nell'Islam sono rigide, troppo semplificate e abbordabili, "copiate dalle sorpassate leggi di Mosè". Ma la follia cristiana ha un possente lievito curativo, come contrappeso: l'illimitata speranza, questa follia che guarisce dalla follia. Ha la speranza-certezza che l'incredibile diventi credibile, che l'insperabile sia sperabile, che i frutti della virtù si rivelino dolci pur essendo la loro radice amara. Questo il paradosso che distingue il cristiano: l'attesa di quel che verrà, la promessa del regno celeste, il presagire un futuro non visto ma sentito vicino. Per il Paleologo è vicinissimo, come lo era per Giovanni. Manuele dice: oggi l'aldilà è ineffabile ma "nel secolo a venire" sarà visibile. Gesù confida a Giovanni, in Apocalisse 22, 20: "Sì, verrò presto".
Questa speranza ineffabile e però vicinissima oggi manca, nel cristianesimo. Di speranza si parla anzi poco, come scrive Luciano Manicardi, monaco di Bose, in un bellissimo saggio che uscirà a settembre ne "La rivista del clero italiano": questa è epoca di "passioni tristi, narcisiste", che ha perso interesse nel futuro, che non prendendo tempo per pensarlo impoverisce il rapporto stesso col tempo. Eppure proprio questo è sperare: "dar forma al tempo". La ragione fatica a combinarsi con lo sperare, e il Persiano non ha torto quando osserva che "vivere con simili speranze non permette di mantenere la misura" ed evitare il peccato d'orgoglio. Se include le domande religiose sull'essere e sul perché esistiamo, la ragione si rimetterà a cercare: in questo il Papa nuota nel profondo e alla ragione apre più vasti spazi. È la follia dell'attesa che nel suo discorso non c'è. Non c'è l'ossimoro che è la speranza nell'insperabile. Non c'è neanche il riconoscimento che jihad è sforzo individuale oltre che guerra: sforzo non diverso dal combattimento spirituale (agone pneumatico) che il Paleologo esalta come cristiano. Questo è segno di intristimento, ma ancor più triste è la sordità dell'Islam alle parole cristiane, e a ogni alterità. La forza del persiano nel dialogo del '300 è nell'ascolto, ed è una forza che oggi l'Islam non ha. Non è capace di dialogo e di esame della propria storia religiosa perché è come se avesse perso se stesso, e la scelta del Papa di parlare con massima franchezza (è un'altra virtù greca: la parresia) sarà "tragica e pericolosa" come scrive il New York Times, sarà più professorale che politica come dicono alcuni, ma ha la nobiltà politica dell'impolitica, della profezia. La collera nell'Islam nel mondo è diffusa ma esistono anche voci dissenzienti. Il capo della comunità musulmana in Germania, Aiman Mazyek, non scorge attacchi: le parole pontificali contro la violenza sono indirizzate non alla religione, ma a chi trasforma l'Islam in ideologia estremista. "Sono piuttosto un'incitazione a esercitare con più forza l'autocritica nelle nostre comunità", e a "mettere più apertamente in discussione il nichilismo infiltratosi nell'Islam" (Süddeutsche Zeitung, 14-9). In realtà l'Islam è meno forte di quanto sembri credere il Papa stesso in alcuni momenti. In realtà il vuoto lo minaccia.
Proprio questo svuotamento può tuttavia dischiudere porte, inaspettatamente. In un nitido testo pubblicato il 15 settembre sul Corriere, la scrittrice Azar Nafisi (Leggere Lolita a Teheran) dice: "Vivere nel vuoto (accade nell'Iran del dopo-Khomeini, ndr) è molto meglio che sentirsi intrappolati da ideologie prefabbricate". Vivere nel vuoto - o come scrive Manicardi: nella disillusione, disperazione - apre a quel che Nafisi chiama "l'emergere d'un nuovo linguaggio". Il linguaggio della società aperta, che presuppone in ciascun individuo la coesistenza di molteplici identità: civili, estetiche, etiche, religiose (fra esse l'identità creata dall'arte: "L'arte consente di vivere molte vite", spiega a Nafisi il regista Mohsen Makhmalaf, che a forza di filmare e guardare ha abbandonato il fondamentalismo). Solo la laicità dà questa possibilità, e quando non è convinzione esclusiva ma metodo inclusivo rende obsolete definizioni riduttive come civiltà islamica, o buddhista, o cristiana. È la debolezza e non la potenza dei monoteismi che schiaccia nazioni e cittadini sulla sola appartenenza religiosa, trasformandola in unico cemento politico. Fare il vuoto perché emerga un nuovo linguaggio non esclude il conflitto, non inibisce l'affermazione della propria fede, non è neppure nichilismo: è l'inizio del dialogo, quello vero.
I rischiosi enigmi di Benedetto
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Dunque, a pochi giorni di distanza dal suo discorso di Ratisbona, Benedetto XVI ha dovuto chiedere scusa all´Islam, ai credenti dell´Islam, alle piazze dell´Islam. Il fatto è inaudito. Non era mai accaduto prima; mai un pontefice romano aveva chiesto scusa se non, nel caso di Giovanni Paolo II, per fatti accaduti molti secoli fa. Ma, a parte le scuse "politiche", molte altre e assai importanti questioni restano aperte e meritano di essere discusse.
A Ratisbona Benedetto XVI ha adombrato una terribile verità: non c´è un solo Dio. Più che una verità si tratta di una constatazione, anzi di un fatto accertato. Ogni uomo che creda in Dio ne ha un´immagine che non è la stessa di quella d´un altro suo consimile, non è la stessa che quella persona può avere avuto in passato né di quella che potrà avere in futuro, non è la stessa che nelle diverse epoche e nei diversi luoghi i suoi simili hanno avuto e potranno avere.
Terribile constatazione poiché constata, appunto, che l´immagine del Creatore non è oggettiva ma soggettiva, come del resto lo sono tutte le immagini.
Terribile perché la Chiesa cattolica si fonda sul pre supposto d´un magistero cui Dio stesso (suo Figlio) ha affidato la testimonianza e la custodia della sua immagine.
Sicché riconoscere che ogni fedele ha la propria indipendentemente dal magistero episcopale e dalla sua intermediazione, rischia di minare alla base la struttura apostolica e gerarchica della Chiesa di Roma.
Questa, a mio avviso, è la prima osservazione da fare per quanto riguarda il merito della "lectio magistralis" di Benedetto XVI all´università di Ratisbona. Molti si sono domandati perché mai il Papa-teologo si sia spinto così lontano. Le risposte sono state varie. I più hanno ritenuto che la molteplicità di Dio constatata dal Papa sia incidentale nell´ambito d´un più ampio discorso di condanna delle violenze e delle guerre combattute in nome di Dio. Altri vi hanno visto finalità politiche di avvicinamento alla Chiesa ortodossa e di presa di distanza da quelle protestanti. Altri ancora una sottolineatura del Dio razionale e "ellenistico", quindi europeo per eccellenza.
Parleremo dopo di queste diverse interpretazioni e in particolare di quella ellenizzante. Per conto mio, penso assai più semplicemente che a Ratisbona Benedetto XVI sia scivolato, né più né meno, su un errore di comunicazione. Anche un Papa è fallibile, indipendentemente dal dogma.
Benedetto ha sbagliato dal punto di vista della sua Chiesa. Ha detto ciò che da un Papa non ci si aspetta. Ha messo in moto effetti più che spiacevoli. Ha fatto un involontario passo avanti sulla via dello scontro tra religioni. Ha infiammato la protesta e l´odio dell´Islam compattando i fondamentalisti con i moderati, i sunniti con gli sciiti, i musulmani arabi con quelli non arabi.
È questo che voleva? Sicuramente no e le scuse offerte ieri lo provano. È stato frainteso? Probabilmente sì. Ma soprattutto ha incrinato l´oggettività della trascendenza. La sua univocità. Ed è questo a mio avviso l´effetto più grave. Non certo per chi non crede, ma per chi crede e su quella credenza quale che sia riposa.
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Il secondo passo importante di quella "lectio magistralis" è stato l´identificazione del Dio cristiano con il Dio razionale. Quello ha detto il Papa in cui l´uomo si rispecchia mentre il Creatore si rispecchia in lui. Il connubio tra fede e ragione al di fuori del quale non resterebbe che un Dio arbitrario e imperscrutabile.
"In principio ha ricordato Benedetto XVI era il logos", correggendo o meglio forzando altre letture del Libro sacro.
Del resto il connubio fede-ragione è soltanto uno degli aspetti della storia del cristianesimo. Esso convive con altri che fanno parte anch´essi di quella storia a pieno titolo; per esempio il rigoglioso filone della mistica, la testimonianza martirologica, la dottrina della grazia e della predestinazione. Convivono addirittura nell´intimo di alcune grandi figure del pensiero cristiano, a cominciare da Agostino dal quale si dipana un filo che arriva fino a Pascal e poi a Kierkegaard.
Quanto al Dio dell´arbitrio, nella Bibbia esso è di casa in una quantità di passaggi e raggiunge il culmine nel libro di Giobbe, in quelle splendide e terrificanti pagine in cui è Eloim a rivendicare orgogliosamente la sua immensa potenza, la sua inaccessibilità, la sua sterminata forza creatrice e la sua totale libertà di fronte ad una qualsiasi legge anche se da lui stesso promulgata.
Diciamo che la razionalità di Dio è una conquista che da Girolamo arriva fino alla Scolastica dell´Aquinate e che rimane, con gli appropriati aggiornamenti, la linea della gerarchia e della teologia riconosciuta.
Ma in che modo papa Ratzinger ripropone il Dio razionale? Nella "lectio" di Ratisbona la spiegazione è esplicita: il Dio razionale è il riflesso dell´uomo e il solo modo, o almeno il modo prevalente, attraverso il quale l´uomo può conoscere Dio.
Da qui a concludere che Dio è una proiezione del pensiero dell´uomo il confine è sottilissimo. Per la seconda volta nello stesso luogo e nello stesso testo il Papa romano sfiora la soglia della miscredenza: l´immagine di Dio è soggettiva e non univoca; il Dio razionale si specchia nell´uomo e l´uomo in lui.
Feuerbach era arrivato all´affermazione blasfema che la divinità è un´invenzione umana per dare un senso alla nostra vita e rassicurarci dall´incubo della morte. Benedetto XVI non arriva ovviamente a questo ma dissemina la sua "lectio" di tracce che portano verso quella direzione. Se questa è la sua apertura alla modernità, gli sia reso il merito d´aver scelto l´approccio più rischioso rispetto a quello assai più tranquillizzante della convergenza etica e della "buona" laicità.
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L´ellenismo e il cristianesimo. Si è capito, leggendo il testo di Ratisbona, che il Papa ci tiene molto a questa "contaminazione" culturale. Forse perché è dalla sintesi di quei due filoni di pensiero e di quelle due culture che scaturisce la differenza profonda e in un certo senso l´unicità del cristianesimo (e in particolare di quello cattolico) rispetto alle altre religioni monoteistiche. La modernità cattolica, la sua capacità di assorbire il presente e il futuro; infine la flessibilità della Chiesa di Roma nei confronti della scienza e dei suoi esiti.
Si tratta di vera apertura? D´una innovazione rilevante della cultura cattolica rispetto a quella laica e all´autonomia della scienza?
Questa supposta apertura è difesa da una muraglia di aggettivi che vanno tenuti nella debita considerazione. Si parla nel documento di Ratisbona, come del resto si è sempre parlato nel linguaggio della gerarchia episcopale, di "buona laicità", di "ragione ragionevole", di "sincera adesione" della ricerca scientifica ai postulati delle leggi naturali; così anche per l´etica, la quale ha nel diritto naturale il suo imprescindibile ancoraggio. Infine l´obiettivo della razionalità, dell´autonomia delle coscienze, del libero arbitrio, dell´approccio scientifico alla conoscenza della natura, resta il raggiungimento del Bene, naturalmente nella visione cristiana illuminata dalla fede.
L´ellenismo ha esaltato nell´evoluzione cristiana la dialettica delle autonomie: della coscienza, della scienza, dell´economia, della politica. Da questo punto di vista è stato un innesto salutare in un organismo già predisposto a riceverlo ("Date a Cesare...") ma, beninteso, il rapporto non è né può essere paritetico. L´ellenismo e la dialettica delle autonomie sono pur sempre elementi subordinati alla concezione cristiana, ai paletti che essa pone alle autonomie in vista della salvezza e della "vera" libertà.
In questa visione rientra anche la condanna del "neo-darwinismo" in favore del "disegno intelligente" (ancora un aggettivo significante) che consegue però un effetto non trascurabile nella delicatissima zona del sacro: quello di allontanare il Creatore all´inizio della creazione affidandone l´evoluzione alla natura "intelligente", cioè alla natura imbevuta dall´intelligenza del solo e trascendente "increato". Gli interventi successivi sono affidati all´amore, all´agape signoreggiata dal Figlio, non a caso incarnato a misura d´uomo. Figlio di Dio e Figlio dell´Uomo.
Non c´è innovazione in questo pensiero ma semmai una dose di antropomorfismo che degrada il resto del creato ad un rango inferiore nel quale non c´è anima e non c´è, ovviamente, paradiso.
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Questa complessa e a suo modo grandiosa costruzione conferma la natura occidentale e soprattutto europea della visione religiosa di papa Ratzinger. Visione profondamente tradizionale, aggiornata e predisposta ad assorbire la modernità e, fortunatamente per tutti noi, lontana dalla tentazione teocratica prevalente nell´Islam.
Nonostante le scuse diplomatiche di Benedetto XVI la "lectio" di Ratisbona rappresenta un colpo d´arresto al dialogo tra le religioni e il tentativo di imbrigliare la scienza, la filosofia, il discorso pubblico con la politica.
Un appello identitario insomma, quello di papa Ratzinger. Né avrebbe potuto essere diverso. Nei confronti dell´Islam e delle altre religioni un errore di comunicazione, nei confronti dei laici, tutto secondo copione.
La risposta da parte nostra non può che essere l´accettazione del dialogo che, per quanto ci riguarda, parte dalla considerazione che la fede è un fatto privato e non fa parte del territorio della ragione e della scienza, ma mantiene una dialettica giovevole sia alla religione sia alla scienza sia alla dinamica delle idee, contro il fondamentalismo da qualunque parte esso provenga.
Guerra santa e Santa Sede
Editoriale su il Foglio
Gerusalemme. Nel mondo musulmano le parole del Papa sull'islam fondamentalista continuano a scatenare la rabbia di leader religiosi, politici e intellettuali. L'emittente satellitare del Qatar, al Jazeera, da subito ha annunciato uno scenario simile a quello creatosi dopo la pubblicazione delle vignette sul Profeta Maometto. In Iraq, nel sermone del venerdì, Salah al Ubeidi, vicino al radicale sciita Moqtada al Sadr, ha detto: E' la seconda volta che capita prima del Ramadan, riferendosi alla vicenda danese. In Kuwait, il quotidiano al Seyassah spiega che il polverone alzato dalle vignette danesi non si placa, si alza nuovamente rimettendo in discussione le relazioni tra il mondo islamico e quello cristiano con le dichiarazioni del Papa. I Fratelli musulmani in Egitto si aspettano reazioni peggiori di quelle alle vignette, perché le parole arrivano da un leader che rappresenta milioni di persone, spiega Abdel Monem Aboul Foutouh.
La presa di posizione più dura è arrivata dal Pakistan. Al Parlamento di Islamabad è passata all'unanimità una risoluzione che condanna le parole di Benedetto XVI: Quest'assemblea chiede al Papa di ritirare le sue affermazioni nell'interesse dell'armonia tra le religioni, recita l'atto assembleare. Subito dopo il ministro degli Esteri ha convocato monsignor Adolfo Yllana, nunzio apostolico a Islamabad, per sottolineare che, in un momento in cui c'è un forte bisogno di promuovere l'armonia tra le fedi, tali dichiarazioni sono molto inopportune. In Turchia da cui è partita, due giorni fa, la prima reazione istituzionale, sono continuate le critiche, con toni molto più aspri. Salih Kapusuz, numero due del partito del premier Recep Tayyip Erdogan, ha detto che quello di Benedetto XVI sembra uno sforzo per ravvivare lo spirito delle Crociate. Sarà ricordato dalla storia nella stessa categoria di Hitler e Mussolini.
Gli imam in campo
I predicatori più ascoltati del mondo islamico sono subito scesi in campo per aizzare la piazza, capitanati da uno dei più famosi accolto nelle capitali di gran parte del mondo come un intellettuale Yusuf al Qaradawi, che ha detto: Tutto quello che il Profeta ha portato è stato bene e ha di molto superato ciò che il cristianesimo e il giudaismo hanno portato. Sostenere che Maometto ha portato cose inumane e ingiuste come la diffusione della fede attraverso la spada è una calunnia o il frutto di pura ignoranza. Quel che ha detto il Papa indica una chiara ignoranza ha detto Mohamed Sayed Tantawi, un altro popolare predicatore. Davanti all'Università di al Azhar, al Cairo, sono stati alzati striscioni in cui si definivano le parole del Papa come un'estensione della guerra di Bush contro l'islam; intanto gli ulema di al Azhar hanno minacciato di chiudere la commissione per il dialogo con il Vaticano. In India, alcuni manifestanti hanno bruciato le effigi del Pontefice e a Gaza un'esplosione in un centro greco-ortodosso ha fatto pensare a un'azione legata alla vicenda. Chiediamo che si scusi personalmente, ha dichiarato il religioso sciita Mohammad Hussein Fadlallah, da Beirut, con i Fratelli musulmani che si sono uniti alla richiesta e hanno esortato i governi islamici a rompere le relazioni con il Vaticano nel caso il Papa non ritratti. Hamza Mansour, guida del consiglio per la Shura del Fronte d'azione islamico giordano, ha dichiarato che solo le scuse di Benedetto XVI possono cancellare il profondo insulto. Dal Muftì di Damasco e dagli ayatollah di Teheran l'ex presidente Khatami ha definito insolenti le parole del pontefice altre reazioni dure, mentre l'Organizzazione della conferenza islamica ha detto che le parole del Papa sono una character assasination del Profeta Maometto.
Alcuni invitano a evitare tensioni. Tra i quotidiani arabi, in prima pagina, al Sharq al Awsat titola: Il Papa non intendeva attaccare l'islam, riprendendo il portavoce vaticano. Din Syamsuddin, presidente del Muhammadiyah, una delle più grandi organizzazioni islamiche dell'Indonesia, ha chiesto moderazione: Che si scusi o no, la comunità islamica ora deve provare che l'islam è una religione compassionevole. Tra i cristiani c'è preoccupazione. Atallah Hanna, patriarca ortodosso di Gerusalemme, ha detto: Offendere l'islam è offendere tutti noi. Nel quartiere arabo la gente dice che le parole del Papa creano un problema a tutti i cristiani che cercano la convivenza con i vicini musulmani. Da Gaza, dove era prevista una protesta, il premier di Hamas, Ismail Haniye, ha accusato il Pontefice.
Linea disturbata
Tito Boeri su La Stampa
Dopo aver seguito in questi giorni le animate conferenze stampa della nostra fitta delegazione, i cinesi si stanno probabilmente chiedendo che razza di Paese sia l'Italia. Loro se ne intendono sia di affari che di intervento dello Stato in economia. E hanno ascoltato una sequenza di notizie alquanto sorprendenti. Primo, il manager del più grande gruppo italiano (anche per numero di consulenti ed advisors) rimane in sella per cinque anni pur a fronte di risultati deludenti, se non addirittura disastrosi come nei media, e di un indebitamento al di sopra della media del settore.
Secondo, questo numero uno rinnega, con l'approvazione unanime del consiglio di amministrazione, la promessa fatta agli azionisti sul prospetto informativo depositato solo un anno e mezzo fa. I risparmiatori, tra cui forse anche qualche cinese emigrato in Italia, hanno mestamente assistito negli ultimi 5 anni al dimezzamento del valore del titolo in Borsa credendo nelle "sinergie" e nella "creazione di valore" associata all'integrazione fra fisso, mobile, Internet e media. Apprendono ora, tutto d'un colpo, che il valore si crea invece solo spaccando in due, anzi in tre, l'azienda. Terzo, il nostro governo, impegnato a convincere uomini d'affari cinesi a investire in Italia e le autorità di Guangdong a fidarsi di noi, divulga nei minimi particolari i contenuti di trattative riservate in corso tra Telecom e altre aziende.
Quarto, il nostro premier confessa di essere del tutto all'oscuro della vicenda, nonostante vi sia, tra i suoi consiglieri, chi ha preparato piani di riassetto dell'azienda in puro stile banca di investimento (termine tradotto in italiano perché, come è noto, nella merchant bank di Palazzo Chigi non si parla l'inglese). Quinto, il numero uno di cui sopra si dimette, motivando la sua scelta non tanto in base ai pessimi risultati dell'azienda quanto alle interferenze del governo, e il consiglio sempre all'unanimità chiama l'uomo della provvidenza, attualmente alla guida della Federcalcio. In effetti, i cinesi hanno potuto in questi giorni toccare con mano la Coppa del Mondo esibita negli stand dell'Ice a Canton. Ma non c'era bisogno di questo per convincerli che il rosso, declinato al plurale, è sinonimo di successo. Probabilmente i cinesi, nelle prossime settimane, avranno altro di cui occuparsi. Non potranno dunque acquisire quelle ulteriori informazioni, che forse potrebbero dare un senso a vicende apparentemente incomprensibili. Siamo il Paese in cui si lasciano sempre trapelare i segreti, basta che siano quelli degli altri. Quindi tranquillizziamoci: prima o poi, sapremo tutto. Ma una cosa è chiara sin d'ora, anche ai cinesi che sono maestri nel fare e disfare scatole e nello stare in mezzo al guado, fra Stato e mercato. Se avessimo un capitalismo maturo e una classe politica che ha una cultura economica (prima ancora che di mercato) adeguata, probabilmente nulla di tutto ciò sarebbe avvenuto. Non avremmo catene di controllo bizantine, per cui gli utili di un'azienda che continua a macinare profitti nella telefonia mobile grazie alla scarsa (altro che eccessiva!) regolazione del settore, non vanno ad abbattere l'indebitamento, ma affluiscono ai piani alti della catena. Non avremmo neanche manager-padroni che possono sopravvivere, nonostante i loro palesi errori, ai posti di comando per quelli che nei mercati finanziari sono tempi biblici. Avremmo invece più concorrenza nelle telecomunicazioni e prezzi più bassi per gli utenti, il vero interesse nazionale, mentre il maggior gruppo italiano sarebbe un conglomerato con azionariato diffuso, controllato da un manager con una piccola quota. Non avremmo neanche personale nella cabina di regia con smanie di protagonismo, che vogliono intervenire in prima persona nella vita di un'impresa privata, anziché limitarsi a regolare e far leggi che assicurino che i piccoli azionisti abbiano voce in capitolo. Non avremmo progetti, comunque maturati non lontano dalle stanze dei bottoni, in cui torna in auge una creatura, assai popolare nella scorsa legislatura, come la Cassa Depositi e Prestiti, per rinazionalizzare la rete telefonica. Non vi sarebbe neanche chi al governo, per fortuna non tra i ministeri economici, chiede l'utilizzo della golden share, come se fossero in gioco gli "interessi vitali" del Paese. Di vitale per il Paese c'è in questa vicenda solo la credibilità internazionale. Bene salvaguardarla, a tutti i livelli.
A proposito di Oriana
Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera
C'è una forte suggestione simbolica lo ha già notato ieri Magdi Allam nella coincidenza tra la morte di Oriana Fallaci e gli attacchi islamici al Papa per il suo discorso di Ratisbona. Una suggestione che appare legata a un episodio preciso accaduto durante una delle celeberrime interviste della Fallaci, quella all'imam Khomeini nel remoto 1979. Quando cioè, di fronte al nuovo padrone dell'Iran che aveva accettato di incontrarla solo a patto che lei si coprisse il capo con il velo, Oriana, giunta alla sua presenza, se lo levò d'impeto dandogli seccamente del "tiranno". In quel gesto, che si concentrava sul particolare dello chador e ne faceva il centro dello scontro, era anticipato il senso di quanto da lì a non molto sarebbe divenuto il motivo dominante del rapporto difficile tra l'Occidente e l'Islam: l'urto delle mentalità e delle culture, l'urto tra due concezioni antitetiche dell'eguaglianza tra le persone (tra uomo e donna, tra eterosessuale e omosessuale) e della loro dignità.
Quell'impertinente donna italiana, sfidando un supposto precetto della religione islamica, anticipava simbolicamente le decine e decine chissà, forse, nel segreto dei loro cuori le migliaia e migliaia di donne della medesima religione, che approdate nella libera Europa sarebbero, un giorno, arrivate in qualche caso a preferire la morte piuttosto che sottostare a obblighi e consuetudini mortificanti per il loro corpo e la loro autonomia. Con l'intuizione di chi per mestiere è chiamata a interpretare i segni dei tempi, la Fallaci capì che lì, su quell'apparentemente innocuo pezzo di stoffa, tra lei e l'imam si giocava una partita importantissima, che era poi la stessa che più tardi si sarebbe giocata tra le due culture: e di quel pezzo di stoffa fece la bandiera da agitare in faccia all'avversario. Capì a quell'intuizione rimanendo fedele come pochi che il futuro ci avrebbe sempre più richiesto la consapevolezza irrinunciabile della nostra identità, anche a costo di sfidare l'incomprensione e l'ira dell'altra parte. Sono l'incomprensione e l'ira che oggi si abbattono su Benedetto XVI. Semplicemente per aver espresso, ha osservato uno studioso come Giovanni Filoramo intervistato dall'Unità, "un giudizio legittimo rispetto a un'altra religione, sulla quale ha dato una valutazione teologica". Per aver cioè ribadito oh quale sconvenienza inaudita per un pontefice cattolico! la propria convinzione circa l' unicità e superiorità della Cristologia; e che forse c'è qualche differenza tra una fede che pone Dio in una dimensione di arbitrio assoluto e un'altra che invece lo associa intimamente al Logos,
alla ragione.
I toni irati e intimidatori che oggi si rovesciano sul Papa sono analoghi a quelli levatisi ieri a proposito delle vignette su Maometto o l'altro ieri a proposito dei "Versetti Satanici" di Salman Rushdie. Essi servono solo a confermare quanto sia difficile il rapporto tra la nostra cultura, che tra molte altre cose conosce da secoli, anche in campo religioso, la filologia, la critica dei testi, la discussione libera, e una cultura, invece, che non avendo né larga né lunga esperienza di ciò, scambia tutto permalosissimamente per bestemmia e per offesa. Una cultura che, dando quasi a vedere di non saper rispondere in altro modo, subito minaccia, esige pentimenti, assalta e promette morte. Guai però a farsi spaventare. Ci sono sfide ci ricorda oggi l'antica staffetta di Giustizia e Libertà Oriana Fallaci alle quali c'è una sola risposta possibile e ragionevole: "non mollare".
La Lega e il Nord dieci anni dopo
Ilvo Diamanti su la Repubblica
Sono passati dieci anni dalla marcia per l´indipendenza della Padania. Da quel 16 settembre 1996, quando il popolo leghista discese lungo il Po, al seguito di Umberto Bossi. Il quale, al Monviso, riempì un´ampolla, di acqua di sorgente. Fino ad arrivare a Venezia. Da allora, il rito si ripete ogni anno, sempre uguale. Anche oggi. Però, sembra trascorso un secolo, da allora. Dieci anni fa: un´altra epoca. La marcia appariva una sfida eversiva.
Mentre oggi appassiona la cerchia dei padani più fedeli e sull´agenda dei media occupa un posto di secondo piano. Dieci anni fa, invece, gli occhi di tutti erano puntati sul Po. Che appariva un confine invalicabile fra due entità inconciliabili. La Padania opposta all´Italia. Il Nord lavoratore e produttivo opposto a Roma ladrona e al Sud assistito. D´altra parte, pochi mesi prima, alle elezioni dell´aprile 1996, la Lega, agitando la bandiera della secessione, aveva ottenuto oltre il 10% dei voti validi. Quasi quattro milioni. Il 23% nel Nord "padano". Ma oltre il 25% in Lombardia e quasi il 30% in Veneto. Sola contro tutti. Ma soprattutto contro il Polo delle Libertà. La coalizione, guidata da Berlusconi, insieme a cui la Lega aveva vinto le prime elezioni dopo la fine della prima Repubblica. Quell´alleanza aveva governato pochi mesi. Poi, la Lega aveva ripreso la strada dell´indipendenza. Dall´Italia, dal Polo e da tutti. Così, nel 1996, la Lega sconfisse il centrodestra, nel Nord. Facendo, però, vincere l´Ulivo, in Italia. Da ciò la decisione di Bossi di accendere la protesta sociale e territoriale nel Nord per premere su Roma. Visto che in Parlamento la Lega non era più determinante.
La marcia sul Po. In quell´estate del 1996, monopolizzò l´attenzione dei media e dell´opinione pubblica, perché rifletteva paure reali. Fondate. La "frattura" fra società, politica e istituzioni era forte, allora. Come il distacco fra i ceti produttivi del Nord e il sistema politico romano. Così, la sfida leghista rendeva realista e inquietante il quesito, sollevato in quegli anni da Gian Enrico Rusconi: "
se cessiamo di essere una nazione?". Malgrado (come suggerivano i sondaggi) il sostegno sociale alla secessione fosse molto limitato. E il successo della Lega riflettesse altre domande: il federalismo, l´autonomia fiscale, l´efficienza pubblica, il rinnovamento del sistema politico. Tuttavia, era troppo instabile il contesto istituzionale, dopo la dissoluzione della prima Repubblica, per non temere che le crepe aperte dalla Lega potessero diventare, rapidamente, fratture profonde. Da ciò la preoccupazione, che montò, impetuosa e diffusa, fino a quel 16 settembre 1996. Quando a Venezia, destinazione conclusiva della marcia, arrivarono in pochi, rispetto alle attese. Qualche decina di migliaia di militanti. Sparse lungo il Po, invece, non più di100 - 150 mila persone. Meno di quelle attirate da una scampagnata festiva. Finì, allora, la "grande paura". Non la Lega. Né l´attenzione verso quel misto di malessere e rivendicazioni, riassunto dalla "questione settentrionale". Formula magica che ancora oggi echeggia, spesso a sproposito (come ha osservato nei giorni scorsi il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano). Tuttavia, dieci anni dopo, la sfida del Nord assume una diversa eco. Un diverso peso. Come la Lega. Che, rispetto al 1996, è molto cambiata. Dal punto di vista elettorale, anzitutto. La sua base si è più che dimezzata. Alle elezioni del 2006 non ha raggiunto 1.800.000 voti, nonostante il contributo, non irrilevante, del movimento siciliano guidato da Raffaele Lombardo (la Lega Lombardo
). In Piemonte, in Friuli Venezia Giulia e soprattutto in Veneto si è ridotta a un terzo. In Lombardia a meno della metà. Ma è cambiata, altrettanto, dal punto di vista della strategia nazionale. Negli ultimi cinque anni, è tornata al governo, insieme al centrodestra.
Comportandosi, a differenza del 1994, da alleata fedele (la più fedele) di Berlusconi. Ha cambiato ruolo: da movimento di protesta, attivo sul territorio, a lobby dei ceti medi privati del Nord, nel governo di Roma.
Ha agitato la "devolution" (ultima variante linguistica del federalismo) come bandiera. Di "eversivo" ha mantenuto solo il linguaggio di alcuni leader. Calderoli, più di tutti. Uomo di lotta e di governo. Ma, in generale, la "vacanza romana" ha imborghesito tutta la classe dirigente in camicia verde. D´altronde, i direttori del giornale di partito - quello attuale, Pierluigi Paragone; il precedente, Gigi Moncalvo - offrono, essi per primi, un´immagine rassicurante e un po´ frivola. Frequentano oppure animano i salotti televisivi. La Lega. Ha imparato, nel corso degli anni romani, a trattare e occupare i posti che contano. In Rai, negli enti pubblici. Si è interessata anch´essa di banche e di affari immobiliari. Come i partiti "normali". Passando, per questo, alcuni guai. La Lega. Un partito personale. Personificato da Umberto Bossi. Che, a lungo, si è occupato di tutto. Lavorando, a pieno tempo, il giorno e la notte, per la Lega. Da due anni la malattia ne ha minato l´efficienza, se non la lucidità. La Lega. Dopo la sconfitta della CdL alle recenti elezioni; dopo la bocciatura, pesante, della devolution, nel referendum dello scorso giugno; dopo il male che ha colpito il suo leader carismatico. Non sa più bene che fare, che dire, chi è. Soffre un deficit di identità e missione (lo ha sottolineato anche Renato Mannheimer). Da ciò il riemergere delle divisioni originarie. Visto che la Lega Nord nasce, nei primi anni Ottanta, come arcipelago di leghe. Movimenti autonomisti. Che attraversano il Nord. Partendo dal Veneto. Non a caso, anche oggi, il luogo più inquieto, come ha ben narrato Alberto Statera. La Lega. I suoi militanti "puri e duri" le rimproverano di essere diventata un partito "normale". Di aver ceduto alle lusinghe del potere romano del Cavaliere. Senza portare a casa nulla. E incitano alla ribellione. Alla mobilitazione. Ma i suoi dirigenti, soprattutto quelli che stanno nelle istituzioni, al centro e alla periferia, sono prudenti. Bossi stesso, frena. Si rende conto di quanto sia cambiata, la Lega, negli ultimi dieci anni. Anche perché ha avuto successo. Rispetto agli anni Novanta, molte delle sue "rivendicazioni" si sono realizzate. Per quanto in modo estemporaneo. Il federalismo, in primo luogo. Visto che in Italia, dagli anni Novanta ad oggi, i poteri locali si sono moltiplicati, accentuati. Sindaci, presidenti di provincia e di Regione: tutti eletti direttamente dai cittadini. Una riforma dopo l´altra, i poteri locali sono cresciuti. Questo paese si è devoluto. Anche per questo la "devolution" non è passata: c´è già. Per quanto si sia realizzata in modo un po´ casuale.
La Lega, d´altronde, non si è mai appassionata alla progettazione rigorosa. Non a caso, nel 1994, Bossi, come ministro delle riforme istituzionali, a un intellettuale del valore di Gianfranco Miglio, preferì Speroni. Il quale, nel ridisegnare la mappa delle regioni italiane, congiunse la Campania e la Calabria. Trascurando quel piccolo lembo di Basilicata che ancora le divide.
Ma la Lega è nata rivoluzionaria. Movimento. Se riconoscesse di avere vinto, perché l´Italia è diventata un Paese confusamente federalista; se, per questo, accettasse la fatica democratica di gestire e di mediare, riconoscendo di essere, ormai, partito e istituzione: rischierebbe di dissolversi. Per cui, procede, appare un po´ spaesata, alla ricerca di altre emergenze sociali da rilanciare, come l´immigrazione e l´insicurezza. Ma esita. Percepisce il rischio di perdere la propria originalità, riducendosi a un partito populista come tanti.
Per questo, i dirigenti e gli amministratori leghisti frenano; e frena anche Bossi, di fronte alla voglia di movimento, espressa dalla base. Si rendono conto che la Lega è cambiata. E ancor più è cambiato il suo "blocco sociale". I piccoli imprenditori e lavoratori autonomi del Nord pedemontano: hanno conquistato il successo economico e il benessere. Mentre il loro territorio è diventato una grande metropoli diffusa, assediata da fabbriche e capannoni, i pochi interstizi punteggiati di ville e villette, la viabilità satura.
Dieci anni dopo. I leghisti sono divenuti classe di governo e di sottogoverno. In Italia vige una sorta di federalismo localista. E il Nord pedemontano si scopre cresciuto, ma un poco obeso. Nell´aria non si coglie voglia di rivoluzione. Solo un po´ di (in) sofferenza. E una stanchezza sottile.
La proprietà
Alessandro Serra su Golem l'Indispensabile
La casa di campagna si distingue da quella di città perché ha la tavernetta, il fuoristrada alla porta e il cane di razza nel giardinetto, imbarazzatissimo dagli orribili gerani e dalle ortensie che gli ricordano il Premiato allevamento dal quale proviene. Il gatto non conta, perché ce l'abbiamo anche a Milano, con la sua sabbietta.
E poi ha tutte le comodità - la casa, non il gatto: tripli servizi, infissi in alluminio che sembra noce nazionale, doppi vetri, portichetto.
A cosa servono le inferriate al pianterreno e il videocitofono, le telecamere puntate, i sensori sui pavimenti, la cassaforte dietro la foto del nonno ferroviere vestito a festa, la mazza da baseball a portata di mano, il 12 a pompa, 8 nel serbatoio e 0 in canna - perché basta arretrare il carrello che i ladri scappano, tanto gli ha fatto accapponare la pelle al cinema? E gli albanesi al cinema ci vanno eccome, che i film buoni li vedevano già sotto Hohxa, a TVPuglia.
Insomma, in campagna si va per stare tranquilli, per naufragare dolcemente in un mare di verde, per ascoltare gli uccellini. E se sono gazze, ghiandaie e taccole è lo stesso, perché gracchiano sì, ma soavemente. Vuoi mettere con le sirene e i clacson, con le finestre che vibrano per via dell'autobus, con i camion della nettezza urbana - specie quando svuotano le campane del vetro, e lo fanno sempre alle due di notte. Colpa di certi sindaci, progressisti, dicono loro... Sì, i Tornado passano anche in campagna, a bassissima quota, ma si sa, li hanno progettati per quello. Gli elicotteri? I Canadair? Sono un inconveniente, ma solo perché è pieno di piromani, che se facessero il barbecue davanti alle loro baracche sarebbe meglio, anche per via di certi odori.
John Deere da 200 cavalli? KTM da cross? Caterpillar in trasferimento e in lavorazione? Be', non si può fermare il progresso, lo dico sempre ai bengalesi che mi sono portato da via Bigli. E comunque si può sempre mettere un cartello in fondo al vialetto: Proprietà Privata, Divieto di passaggio. Io ci ho aggiunto Attenti al cane. Però, nel caso, bisogna essere svelti, e chiamare i carabinieri, anche se nicchiano un po' a intervenire per semplici violazioni di domicilio. D'altra parte non è che abbiano un gran daffare: qui siamo gente per bene, tutti italiani, e non lo dice solo la carta d'identità.
Un mio vicino ha messo sulla colonna di destra del suo cancello, subito sotto il leone di cemento, una scritta in mosaico, con le tesserine blu su fondo giallo. Dice: O beata solitudo, o sola beatitudo... un tocco di classe. Ho chiesto al parroco cosa vuol dire esattamente (qualche reminiscenza di latino ce l'ho, di quando si studiava anche all'Avviamento), ma mi ha risposto che in seminario ha fatto l'istituto tecnico. Il concilio è arrivato anche in campagna, dove di un bel prete come dico io si sente la mancanza - aggiunge un tocco di colore, nero su verde, detto senza malizia.
Tornando al silenzio, io il fisso l'ho abolito, per via degli squilli. Tre cellulari mi bastano, due con le suonerie al minimo, rispettivamente Marcia Radetzky e il Ponte sul fiume Kwai, uno con la vibrazione. Mi fa prendere un colpo tutte le volte ma non è invasivo, e poi è il mio contributo alla lotta contro l'inquinamento acustico. Insomma, alla mia pace e a quella dei miei cari ci tengo. Persino gli ospiti li prendo col contagocce. La camera per loro ce l'ho, quella che avevo preparato per i bambini (si fa per dire, hanno trent'anni), ma non so perché, i cari pargoli preferiscono Ipanema, Bali, il Nepal, e anche quando vengono si mettono davanti al DVD. Si alzano solo per mangiare. L'aria buona li intristisce. Dev'essere una mutazione genetica, non c'è rimedio. Quanto agli ospiti, mi irrita che si scambino sguardi imbarazzati quando gli mostro la casa, dalla cantina ai bagni. Così non insisto perché restino a dormire la domenica sera e volentieri li spedisco nel traffico del rientro, poveri loro. Io finalmente in pace, finalmente solo, accendo la TV con le finestre aperte, e mi addormento davanti a Porta a Porta. Le stelle non le guardo, un po' perché con la cappa di umidità si vedono male, e poi mi mettono in testa una gran confusione.
A Teheran piace Radio Maria
Michele Serra su L'espresso
Il discorso di papa Ratzinger contro l'Occidente ateo e scostumato è molto piaciuto a Teheran, dove si sta già lavorando a una Consulta per la Salvezza Mondiale su basi interconfessionali.
Il progetto è unificare le diverse precettistiche in tema di sessualità e famiglia, nella comune battaglia contro il libertinaggio. I favorevoli propugnano la nascita di un Superclero globale. I contrari paventano la clerosi multipla come malattia del secolo. Restando ai fatti, trapelano già le prime indiscrezioni sul nuovo Megacatechismo, che si otterrà incrociando i dati delle varie dogmatiche religiose.
Famiglia La famiglia abramitica avrà il compito di riunificare i costumi delle tre diverse tradizioni monoteiste, più eventuali suggerimenti di altre confessioni. Il padre perfetto è un uomo con i boccoli e la kippa molto devoto a Sant'Antonio, che prega due volte al giorno rivolto verso San Giovanni Rotondo, ha il ritratto di Mel Gibson sul cruscotto, sacrifica un figlio ogni tanto, festeggia il Natale e l'11 settembre, schiaffeggia le ragazze in due pezzi e legge Marcello Pera. Un emendamento induista prevede anche l'obbligo di lavarsi la barba nel Gange e tenere in garage una vacca sacra. I ragazzi del quartiere faranno a gara per lavarla, durante il week-end, guadagnando qualche spicciolo. Un secondo emendamento, chiesto dallo sciamano di una riserva mohicana dello Utah, introduce l'obbligo della caccia al bisonte almeno una volta all'anno.
La moglie ideale Dovrà seguire il marito per la strada a pochi metri di distanza, senza spingere le altre mogli giù dal marciapiede. Indosserà, a giorni alternati, il burqua, la maglietta del Meeting di Rimini e il costume tradizionale dei mormoni, con la camicetta inamidata e il reggiseno di corteccia di quercia. Imparerà a snocciolare il rosario con i guanti, esercizio difficilissimo, di autentico virtuosismo interreligioso.
Il figlio ideale Sarà uno studente delle scuole coraniche con la passione per le crociate, e scriverà una importante tesi di laurea sulla distruzione contemporanea di Israele e dei palestinesi come soluzione ideale del conflitto mediorientale. Avrà cura di non uscire di casa se non avrà, a scelta, la barba lunga fino alle balle come Rasputin, la testa rasata come gli Hare Krishna, un copricapo di piume di condor come i sacerdoti inca, i sandali francescani, il caftano, lo scudo dei templari, un pesante crocifisso sulle spalle, le tasche piene di funghi allucinogeni per avere le visioni, la Punto con l'autoradio sempre accesa su Radio Maria. Oppure, tutte queste cose assieme.
La figlia ideale Di qualunque nazionalità sia, accetterà senza discutere il matrimonio combinato con un anziano del Pakistan, si farà il segno della croce passando davanti alle discoteche e laverà i piedi dei fratelli maggiori al loro ritorno dall'allenamento di pallavolo, giovandosi del burqua come maschera antigas.
Festività Oltre alle festività tradizionali di ogni fede, la cui somma è di 218 giorni all'anno, si dovranno celebrare, digiunando, tutte le date più significative del trionfo di una qualunque causa religiosa. Dalla battaglia di Lepanto allo sterminio dei valdesi, dalla nascita di Goffredo di Buglione alla morte di Moana Pozzi, dall'11 settembre all'affondamento del Titanic, voluto da Dio perché uno dei due cuochi di bordo era omosessuale, e soprattutto era omosessuale anche l'altro.
Un'apposita commissione sta cercando di individuare almeno una decina di giorni all'anno in cui si possa andare a lavorare e mettere qualcosa sotto i denti.
Ateismo Contrariamente alle previsioni, l'ateismo sarà consentito, purché l'ateo si presenti ogni mattina in questura per firmare un verbale, non mangi crostacei, non lavi la macchina di sabato e si pettini con la riga.
Diritto È stato inserito nelle postille del nuovo Testo Religioso Unificato, all'interno del capitoletto 'curiosità'.
17 settembre 2006