
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 27 agosto 2006
I cattolici e il re senza corona
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Raccontano le cronache che l'altro ieri, al "meeting" riminese di Comunione e liberazione, l'ospite d'onore fosse impacciato. Trattandosi di Silvio Berlusconi l'aggettivo impacciato stupisce. Se c'è un personaggio totalmente disinibito, uno "showman" a prova di bomba, un professionista del video e dei bagni di folla, è lui. Una platea come quella di Cl, settemila allievi di Don Giussani, il crocifisso brandito come una clava e la Compagnia delle Opere come un salvacondotto sulla strada del paradiso, equivale per lui ad una flebo di adrenalina.
Dunque come mai impacciato? Nonostante che un terzo di quei settemila fosse composto dalla "claque" mobilitata da Forza Italia? Io lo capisco Berlusconi, pensava d'essere insostituibile alla guida dell'Italia. Pensava d'aver creato un rapporto di ferro con Putin, con Blair, soprattutto con Bush e Condoleezza Rice. Pensava che i soldati italiani a Nassiriya fossero il pegno la garanzia e il pilastro della sua politica estera.
Pensava che il governo d'Israele avrebbe buttato fuori a calci D'Alema e Prodi semmai avessero osato farsi vedere dalle parti di Gerusalemme. E infine pensava che sulla missione militare in Libano il centrosinistra si sarebbe sfarinato e dissolto come nebbia al sole.
Invece è accaduto tutto il contrario. L'Italia di Prodi, D'Alema e Parisi è diventata il partner più affidabile per Bush.
Il ritiro dall'Iraq del nostro contingente militare non ha provocato neppure un battito di ciglia né al Pentagono né alla Casa Bianca. L'unità europea si è ricostruita proprio sulla questione libanese e l'embrione di una struttura militare ha fatto la sua comparsa per la prima volta proprio in seguito all'iniziativa italiana. Lo credo bene che fosse impacciato. Tanto più che, al punto in cui sono le cose, gli toccherà perfino di dover dare i voti di Forza Italia, graditi ma non determinanti, alla strategia dell'odiato Prodi.
E chi aveva a fianco come ospite d'onore al raduno di Cl? Roberto Formigoni, uno dei suoi concorrenti, il benamato, lui sì, di Don Giussani, il vero padrone della Lombardia teocon, la sua bestia nera dopo Casini o forse perfino prima di lui. Sicché dire impacciato è dir poco. In realtà chi lo conosce riferisce che fosse furibondo, ammalato di malinconia, appannato nella postura e nell'eloquio non più fluente come un tempo. Non avendo molti argomenti da offrire al pubblico, ha ritirato fuori la delicata questione dell'uomo della provvidenza aggiungendo che metà dell'Italia lo odia ma un'altra metà lo ama e lo costringe a restare in politica.
Francamente è raro che un uomo politico si vanti d'aver spaccato il Paese in due e lo consideri un merito storico. Forse qualcuno dei suoi consiglieri dovrebbe avvertirlo che quella spaccatura da lui considerata il segno del suo successo rappresenta invece una pietra tombale sui sogni di rivincita. Se avesse dei consiglieri. Ma non li ha. Ha avuto una corte e dei cortigiani. Scomparso il potere scomparsi i cortigiani. Forse Apicella, ma anche sul chitarrista non ci giurerei.
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Tuttavia, lasciando da parte il ciarpame, la claque, il trapianto dei capelli e l'uomo della provvidenza, qualche cosa di serio è venuto fuori nell'incontro tra Berlusconi e Cl. Riguarda una certa idea dell'Italia, una certa idea del cattolicesimo italiano e una certa idea dell'Occidente nei suoi rapporti con le altre culture.
Avesse affrontato temi di questa importanza in una riunione di Forza Italia non varrebbe neppure la pena di parlarne; ma li ha affrontati davanti al popolo di Comunione e liberazione e allora la faccenda cambia aspetto. L'importanza non deriva da chi ha posto il tema ma da chi lo ha ascoltato.
Da come lo ha ricevuto. Dal peso che quel tema ha su una comunità di giovani cattolici cari a papa Wojtyla e al suo successore, cari a Ruini e al patriarca di Venezia che probabilmente ne prenderà il posto, cari ad Andreotti.
Gli invitati ai raduni di Cl ci vanno per essere accettati. Ciò che viene detto a Rimini, chiunque lo dica, serve a guadagnarsi il favore della platea, non a scontentarla e a farla infuriare. Alcuni ci riescono altri no e ne escono scornati e rancorosi. Bocciati. Resta da capire perché tanta gente delle più varie estrazioni voglia farsi esaminare dai giovanotti di Cl. Ecco un punto che va approfondito. Berlusconi l'esame l'ha superato in alcune materie, ma in altre no.
Sull'invito finale a far nascere da Cl un partito moderato e liberale è stato bocciato, i ciellini non sono né liberali né moderati e lo sanno benissimo. Invece è stato promosso sulla sua idea di scuola e di cattolicesimo. Semplicemente perché non ha fatto che ripetere le cose che i ciellini vogliono sentirsi dire.
Ma quelle cose corrispondono alla realtà italiana? Agli interessi del paese? A un rapporto equilibrato tra il cattolicesimo e la modernità?
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I giovani di Cl rappresentano una militanza credente. Un Cristo operativo. Pregano e operano. Si comunicano e operano. Organizzano e operano. La solitudine non è il loro forte. La contemplazione meno che mai. Li vedo molto più vicini a Giovanni Bosco che a Francesco d'Assisi. A Teresa di Calcutta che a Giovanni della Croce. Fosse tempo di crociate forse sarebbero crociati. Credo che abbiano un briciolo d'invidia verso l'Opus Dei perché il suo fondatore è già santo e quella comunità è stata elevata a prelatura. Anche Cl vorrebbe diventare prelatura e vedere il suo fondatore sugli altari, ma questi salti di qualità, purtroppo per loro, non sembrano far parte dell'agenda vaticana.
Comunque in Italia sono abbastanza potenti, sempre per via delle opere. Fuori d'Italia li conoscono poco, anzi non li conoscono affatto. Della scuola hanno un'idea che piace molto a papa Ratzinger e a Ruini. Vogliono che lo Stato finanzi le scuole cattoliche e che queste siano equiparate a quelle pubbliche. L'idea fa breccia. Nel polo berlusconiano è condivisa da quasi tutti.
Anche nel centrosinistra non mancano i consensi. Però c'è un problema: bisognerà finanziare anche le scuole musulmane, senza parlare di eventuali scuole protestanti, ortodosse, ebraiche. E poi c'è un altro problema: come si forma una coscienza della cittadinanza interetnica e interculturale se si finanziano le scuole delle varie comunità religiose? In un'Europa e in un'Italia dove la diaspora musulmana è già - e più ancora sarà - una minoranza sempre più numerosa? Con tassi di natalità crescenti?
Infine c'è un terzo problema: se lo Stato finanzia scuole religiose e le parifica alla scuola pubblica avrà ben il diritto di controllare gli standard educativi e formativi con specifica attenzione ai principi della cittadinanza. E un quarto problema ancora: di fronte al moltiplicarsi di scuole religiose quella pubblica dovrà inevitabilmente accentuare le sue caratteristiche laiche.
L'insegnamento della religione cattolica, tanto per dire, cadrà per non diventare un duplicato di quanto si insegna nelle scuole cattoliche. Senza parlare delle scuole private non religiose che diventerebbero (già sono) un meccanismo finalizzato all'ottenimento del titolo di studio.
L'idea di scuola di Cl, rilanciata l'altro ieri da Berlusconi, è in realtà un nonsenso, non incrocia nessuno dei problemi del presente e del futuro. Incrocia soltanto lo slogan: "L'Italia è cattolica e deve essere degli italiani".
Il fatto che l'Italia debba essere degli italiani è ovvio. Dev'essere dei cittadini italiani, quelli che hanno cittadinanza italiana, che lavorano, che pagano le tasse, che usufruiscono dei diritti civili e politici. Quindi anche degli ebrei italiani, dei musulmani italiani, dei valdesi italiani e dei non credenti italiani. Insomma di tutti.
Ma c'è l'altra parte di quello slogan, assai meno ovvia, che afferma: l'Italia è cattolica. Chi l'ha detto? Non esiste nella nostra Costituzione. Anzi c'era nel Concordato del '29 ma è stato abolito. Questo in punto di diritto.
In punto di fatto ha risposto Andreotti. Alla domanda che gli è stata fatta se i musulmani dovrebbero andare a messa, ha risposto sorridendo: sono molti di più i cattolici che non ci vanno. Se lo dice lui...
Per fortuna questi meeting di Cl non contano poi granché. Servono agli sponsor e alla Compagnia delle opere. Ai giovani che ci vanno per stare insieme. Ai politici e agli imprenditori che si guadagnano un titolo sui giornali. Come alle feste dell'Amicizia di questo e di quello e ai festival dell'Unità.
Se siamo pacifisti dobbiamo provarci
Rina Gagliardi su Liberazione
Se fossimo molto ingenui, più di quanto ci impegniamo a non essere, dovremmo esprimere un forte stupore. Mentre su una missione militare certamente pericolosa, e di utilità politica pressoché nulla, come quella in Afghanistan, si sono sentite poche voci dissonanti (tutte comunque a sinistra), sul progetto Unifil per il Libano, così fortemente perseguito dal governo Prodi e dal ministro D'Alema, fioccano le perplessità e i dubbi, come raramente era accaduto. Non è perplessa soltanto la destra, per evidenti ragioni strumentali e ancor più evidente imbarazzo. Sono più che cauti, se non ostili, alcuni grandi giornali, come La Repubblica. Sono preoccupati i vertici militari. Sono incerti dirigenti di spicco dell'Unione. E sono diffidenti, forse per puntiglio ideologico, alcuni settori della sinistra radicale e del pacifismo. Da dove nasce una sfiducia così diffusa? Dalla paura, ovviamente. Una paura certo fondata. Nessuno è in grado oggi di garantire che la forza multinazionale di interposizione, destinata a dispiegarsi ai confini del Libano, riuscirà a svolgere con successo il suo compito essenziale: salvaguardare la fragile tregua in atto, ed anzi andare oltre, costruendo le condizioni di un effettivo processo di pace. Nessuno può giurare che, all'opposto, le forze che vogliono la guerra non usino i caschi blu a loro esclusivo vantaggio, per riorganizzarsi e imporre, a tempi relativamente brevi, la loro logica. E nessuno può escludere del tutto che, per il nostro Paese, per l'Italia, l'intera iniziativa possa risultare un fiasco politico e diplomatico - ancora oggi, alla vigilia di importanti summit europei, la Francia non ha chiarito le sue ambiguità, la Germania ha invece chiarito la sua determinazione a restarne fuori, altri Paesi, come la Spagna, non sembrano intenzionati a impegnarsi in Medio Oriente, se non con forze quantitativamente limitate. Insomma, come ha già detto il ministro Parisi, questa è sicuramente una missione "pericolosa": non soltanto perché espone ad un rischio concreto la vita di molte persone, ma perché è davvero di grande difficoltà generale. E tuttavia queste considerazioni non esauriscono il problema. C'è ben altro, dietro (o sotto) dubbi, preoccupazioni, ostilità comunque comprensibili e lecite. C'è, a nostro parere, una posizione politica organica: che teme come il fumo negli occhi il possibile nuovo inizio di una nuova politica estera italiana. Non più appiattita sull'asse Washington-Tel Aviv, ma collegata fortemente all'Europa. Non più fedele alleato di una strategia di guerra, ma protagonista di un processo di pacificazione, certo difficilissimo, che ha la pace come propria e consapevole meta finale. Ed è su questo tipo di resistenza che conviene concentrare l'attenzione e la riflessione.
La drammatica situazione del Medio Oriente - è noto - affonda le sue radici in tragedie lontane, l'ultima delle quali è stata l'ultimo grande conflitto mondiale. Ora, però, essa si è fatta ancor più insostenibile: sta diventando, è già diventata, un luogo endemico di guerra - guerreggiata, simbolica, e perfino indiretta. Quella appena alle nostre spalle, con l'invasione israeliana del territorio libanese e i raid aerei di distruzione su Beirut, non aveva solo le caratteristiche di uno scontro locale: è stata, sotto molti aspetti, la prima prova di una guerra ancor più devastante, tra Stati uniti e Iran, tra Occidente e Islam fondamentalista. Nonostante il fallimento palmare della dottrina della guerra preventiva, nonostante l'apparente discesa dell'influenza neocons sulla politica mondiale di Bush, lo scontro delle civiltà resta in effetti una prospettiva in campo, che né il governo di Washington né lo schieramento occidentalista hanno davvero archiviato. Del resto, è proprio la politica dell'Occidente a determinare squilibri crescenti, e aree di crisi sempre meno controllabili, in termini tali che rendono la guerra una prospettiva sempre più incombente. Ne è un esempio concreto, e scottante, la crescita attuale della potenza e delle ambizioni egemoniche dell'Iran: essa è il frutto, uno dei frutti più concreti, della guerra americana all'Iraq, che ha distrutto, nella sostanza, il paese che costitutiva il più forte contraltare di Teheran (anche dal punto di vista dell'espansione del fanatismo religioso) e ha modificato in profondità l'equilibrio dell'intera regione.
Ora, certo, l'Iran di Ahmadinejad costituisce un pericolo molto serio, non solo per la sicurezza di Israele, non solo per le armi nucleari di cui può arrivare a dotarsi, ma per il ruolo ideologico, politico e militare che può svolgere nell'intero Medio Oriente devastato, instabile e sofferente - dove c'è un popolo, quello palestinese, al quale viene a tutt'oggi negato il diritto elementare ad uno Stato proprio, ad una condizione basica di dignità.
Ma come intervenire, allora, prima che la tendenza alla catastrofe divenga dominante, e incontrastabile? L'unica arma a nostra disposizione è anche quella più antica e allo stesso tempo moderna: la politica. L'unico soggetto che possa sperare di usarla, con successo, è anch'esso antico e moderno, l'Europa. E l'unico luogo in cui essa è immediatamente sperimentabile è proprio il Libano: per ragioni geografiche e geostrategiche, ma anche per ragioni politico-culturali. A tutt'oggi, con le sue 17 tra etnie e culti religiosi, con la sua mescolanza di islamici, cristiani maroniti, drusi e molte altre confessioni, il Libano è l'ultimo presidio mediorientale della tolleranza e della convivenza tra diversi: nel momento in cui o ricadesse, più o meno, in mani siriane, o dovesse subire, da capo, l'umiliazione dell'occupazione israeliana, il Libano perderebbe non tanto l'indipendenza, ma la sua natura di terra di confine. Nasce qui l'idea, per altro non nuova, di una forza multinazionale che, interponendosi tra il Libano e Israele, può forse in realtà interporsi tra le diverse soggettività politiche oggi tra di loro incompatibili. Un contingente che, ovviamente, non può né fare né vincere la guerra, ma che è al servizio di un progetto politico ben più ambizioso: ricostruire, nella regione, un ordine politico ragionevole, rispettoso dei diritti dei popoli, e capace di ripristinare vere regole di convivenza. Garantire la sicurezza degli israeliani, certo, come chiede ogni giorno il Corriere della sera, ma anche quella dei libanesi e degli arabi. Favorire, con la sua presenza, il processo di costituzionalizzazione di Hezbollah, e la sua integrazione nell'esercito libanese - oggi lontano dallo standard necessario di efficienza. Consentire alla pacificazione di tramutarsi in processo di pace, per il quale ovviamente serviranno ben altri strumenti - commissioni miste, conferenze, trattative - e molti altri protagonisti. Ma, senza questo primo passaggio, il processo neppure comincerà. Così come senza la conferenza di Roma, dagli effetti pratici così apparentemente ridotti non avrebbe potuto mettersi in moto il meccanismo essenziale che forse si va mettendo in moto: l'uscita dall'unilateralismo americano, la rottura di una prassi fondata sul fatto compiuto - gli Usa si muovono, l'intendenza seguirà. Essenziale, e rilevantissimo, è che esso si dispieghi sotto le bandiere, nient'affatto formali, dell'Onu. Da quanto tempo questa sigla - che è l'unica alternativa al governo imperiale del mondo - non compariva in una iniziativa internazionale consistente? E da quanto tempo l'Italia, il governo italiano, non compariva come prim'attore di un tentativo di questa natura? Proprio gli ostacoli che a tutt'oggi vi si frappongono, ne esaltano - se così si può dire - la necessità e il valore. L'Italia, come ci ha insegnato il mezzo secolo di potere democristiano, può fare una politica estera propria soltanto alla condizione di sbarazzarsi del suo statuto di colonia, e di esercitare, come può, la sua naturale vocazione al dialogo attivo tra Europa e Mediterraneo. Da questo punto di vista, la missione Unifil è anche un contributo concreto alla nascita - sempre drammaticamente tardiva - di un'autonoma soggettività europea.
Naturalmente, come dicevamo all'inizio, tutto questo, per ora, è soltanto un progetto. Importante, necessario e denso di rischi. Un progetto che implica un'assunzione vera di responsabilità, anche per chi - come noi - colloca la politica di pace (e il pacifismo, e la nonviolenza) al vertice della propria scala di valori. Se ci sono chiare le ragioni per le quali molti poteri più o meno forti, molti commentatori più o meno rispettabili, sono contrari alla missione libanese - e guardano preoccupatissimi all'ipotesi, molto oramai credibile, che essa abbia una leadership italiana - molto meno comprensibili ci sono le motivazioni analoghe e contrarie che spingono al no qualche area della sinistra radicale, e dei movimenti. Se si teme che i caschi blu possano risultare una mera copertura della non sopita aggressività del governo di Tel Aviv, si fa un'analisi distorta: Olmert, come del resto i falchi nordamericani, subisce l'iniziativa, dopo una campagna bellica che si è risolta, per lui, in un disastro, militare e politico, e che ha sfatato, forse per la prima volta in termini clamorosi, il mito della invincibilità dell'esercito di Israele. Se si ritiene che la politica del ministro degli esteri D'Alema resti, nell'insieme, subalterna agli interessi degli Usa e dell'occidente, si fa torto, ancora una volta, ai fatti: come hanno dimostrato le ruggenti polemiche sulla passeggiata libanese del nostro ministro degli esteri, e la sua capacità di dialogare con tutti, nessuno escluso, Hezbollah compresi. Se si dice che Unifil, in ogni caso, è solo il timido inizio di un processo che deve coinvolgere ben altri soggetti, luoghi e decisioni, si dice una mezza verità che, come spesso capita, finisce per farsi bugia intera. Per essere pacifisti conseguenti, oggi, è essenziale provarci. Provare ad esserci. Bandire ogni pur legittimo desiderio di fuga. E puntare tutto sul filo di speranza che abbiamo - per trasformarlo, magari, in una robusta gomena.
L'Europa si mette il casco blu
Editoriale su Il Foglio
Bruxelles. Ieri l'Europa si è data una missione, anche se non con il massimo delle forze e della convinzione. Quanto emerso al termine del vertice straordinario dei ministri degli Esteri dell'Unione europea, tenutosi a Bruxelles alla presenza del segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, conferma molti degli elementi dell'operazione a guida dell'Onu in Libano già noti prima dell'impasse francese sui rinforzi da inviare a Unifil. La decisione del presidente Jacques Chirac di mandare altri due battaglioni in Libano ha sbloccato l'adesione degli altri partner europei, apparsi piuttosto restii a fornire truppe nei giorni scorsi, quando si parlava di un comando italiano. La questione della guida della forza avrebbe potuto creare dissidi tra Roma e Parigi; è stata risolta da Kofi Annan, che ha confermato che il comando sul terreno resterà al generale francese Alain Pellegrini fino a febbraio 2007, quando verrà avvicendato da un pari grado italiano. All'Italia, pronta a sbarcare quasi mille soldati che potrebbero salire fino a 3.000 entro l'autunno, sarà inoltre affidata la responsabilità di un ufficio strategico di Unifil creato nell'ambito del quartier generale dell'Onu a New York. Ieri il ministro della Difesa Arturo Parisi ha nominato a capo della struttura il generale Fabrizio Castagnetti, attualmente alla guida del Comando operativo interforze. L'ufficio avrà ruolo e compiti tutti da chiarire, soprattutto sulla delicata questione gerarchica. Non è chiaro se questo organo costituirà un comando superiore, cioè impartirà ordini a Pellegrini, o avrà soltanto un ruolo di collegamento tra il dipartimento per il Peacekeeping dell'Onu (guidato da un francese) e il comando di Unifil.
L'unica novità è la dichiarazione del presidente Chirac che ha definito eccessivo un contingente di 15 mila caschi blu. Per l'Eliseo non ha alcun senso dispiegare una forza di tale consistenza in un'area grande quanto la metà di una regione francese di media estensione, individuando le esigenze più che ragionevoli di Unifil in 6-8.000 militari. L'affermazione ha lasciato perplessi soprattutto gli esperti militari, anche francesi, che nella fase di messa a punto della risoluzione ritenevano che l'Unifil allargata avrebbe dovuto comprendere 20 mila effettivi, 5.000 in più di quelli approvati dal Consiglio di sicurezza. Ovvie ragioni di presidio del territorio e di deterrenza consiglierebbero infatti di mantenere una robusta forza.
Sui confini per ora la spunta Damasco
Molti dei compiti che inizialmente dovevano essere assegnati ai Caschi blu hanno però subito ridimensionamenti o sono scomparsi. Innanzitutto il disarmo di Hezbollah, ora compito esclusivo delle forze regolari libanesi, che potranno chiedere il supporto dei Caschi blu. In realtà, Beirut non prevede di disarmare i miliziani sciiti ma solo di non farli circolare armati nella fascia di territorio compresa tra il confine israeliano e il fiume Litani. Ieri poi il ministro dell'Informazione libanese, Ghazi Aridi, ha annunciato che soltanto l'esercito libanese ha il compito di controllare i confini con la Siria, dove non verranno schierati effettivi di Unifil. La decisione piega Beirut al diktat di Damasco (Bashar el Assad aveva definito la presenza dei Caschi blu sul confine siriano un atto ostile) e costituisce un ulteriore ridimensionamento del ruolo di Unifil e della risoluzione 1.701, che prevede l'embargo sulle forniture di armi alle milizie irregolari. L'obiettivo sarebbe raggiungibile soltanto con uno stretto controllo da parte dei Caschi blu della frontiera siro-libanese, attraverso cui transitano armi iraniane. L'Unifil quindi sembra destinata a schierarsi con forze e compiti inferiori rispetto a quanto stabilito dalla risoluzione 1.701 e addirittura in parziale contraddizione con la 1.559, che prevede il disarmo di Hezbollah. L'aspetto positivo del ridimensionamento della forza riguarderebbe la qualità e l'omogeneità dei contingenti che verrebbero così forniti in gran parte da paesi europei. Se si considera che attualmente Unifil schiera 2.000 Caschi blu, con i rinforzi che potrebbero giungere sul territorio libanese nelle prossime settimane provenienti da Francia (2.000), Italia (in un primo momento 8-900), Spagna (800), Belgio (400), Polonia (250), Finlandia (200) più le forze attese da Portogallo, Romania e forse Olanda, si raggiunge un totale di circa 7.000 unità, più i 1.700 militari francesi della forza aeronavale che assicurano il sostegno logistico a Unifil dall'inizio della crisi. I numeri sono sufficienti per fare a meno dei 4.000 soldati di Bangladesh, Indonesia e Malaysia, indesiderati da Israele perché appartenenti a paesi che non riconoscono la sua esistenza. Il presidente turco, Necdet Sezer, infine, è contro l'invio di truppe di Ankara.
Prodi contro Prodi
Luca Ricolfi su La Stampa
Varcate le colonne d'Ercole dei primi cento giorni, il governo Prodi si avvia a navigare in mare aperto. Settembre, infatti, è il mese nel quale le intenzioni espresse nel Documento di programmazione economico finanziaria (Dpef), presentato a luglio, devono essere tradotte in norme precise, ossia in Legge finanziaria per il 2007. Che cosa ci aspetta, dunque? Purtroppo il Dpef, pur essendo pieno di analisi e di dichiarazioni di intenti, non dice in modo chiaro e preciso né che cosa ci aspetta nel 2007, né che cosa ci aspetta nei restanti anni della Legislatura, ossia da qui fino al 2011. Due cose precise, però, il Dpef le dice: nel 2007 ci sarà una correzione netta dei conti pubblici di circa 20 miliardi (1,3 punti di Pil), come saldo fra maggiori entrate e minori spese, e negli anni successivi l'aggiustamento continuerà, a un ritmo medio di 0,6 punti di Pil all'anno. Alla fine del periodo l'avanzo primario, attualmente allo 0,5%, sarà tornato prossimo al 5%, ossia al livello che ci aveva consentito di entrare in Europa. Insomma: da Prodi a Prodi. Era stato Prodi a portarci in Europa, erano stati tutti i suoi successori - D'Alema, Amato, Berlusconi - a portarci fuori dei parametri europei (contrariamente a quel che molti credono, la tendenza al deterioramento strutturale dei conti pubblici inizia già nel 1998, ben prima di Tremonti). Ora Prodi è "richiamato alle armi", essenzialmente per non farci uscire dall'Europa.
Tradotto in soldoni, il programma dichiarato nel Dpef è più o meno questo: 65 miliardi di aggiustamento, di cui 20 subito. Tanto per dare un'idea degli ordini di grandezza: 3000 euro a famiglia, di cui 1000 subito. Quel che però nel Dpef non c'è scritto in modo esplicito è come un simile risultato verrà ottenuto, in che misura con più tasse e in che misura con minore spesa pubblica. Nelle numerose tabelle che descrivono il quinquennio 2006-2011 vengono riportate ogni sorta di grandezze macroeconomiche, ma non le due più importanti: di quanto il nuovo governo vuole innalzare la pressione fiscale, e di quanto vuole contenere la spesa pubblica. Poiché i due dati chiave non ci sono, ho provato a ricavarli dalle altre grandezze pubblicate, e il risultato è questo: il governo Prodi vuole, in cinque anni, aumentare le entrate di circa 2,1 punti di Pil (31 miliardi ai prezzi attuali), e ridurre la spesa pubblica di 2,3 punti di pil (34 miliardi).
Da questi rozzi calcoli capiamo subito perché sindacati e sinistra radicale sono in fibrillazione: passi per le tasse, che ci si illude sempre di far aumentare solo per ricchi, arricchiti, pescecani e furbetti, ma 34 miliardi di spesa pubblica in meno sono un vero e proprio "attacco allo Stato sociale". La sinistra sindacale e politica si sta accorgendo di una cosa che non può dire, e forse nemmeno pensare: quando c'era Tremonti e si straparlava di "macelleria sociale" in realtà la spesa sociale saliva (e le tasse diminuivano), mentre ora che finalmente "siamo al governo noi" quel che si profila all'orizzonte è un mix di nuove privatizzazioni, più tasse e minore spesa sociale. Insomma Berlusconi - come Craxi a suo tempo - ci ha permesso di vivere al di sopra dei nostri mezzi, e tocca al solito Prodi rimettere le cose a posto. Ma allora il Dpef ci prende in giro quando parla di riforma degli ammortizzatori sociali, asili nido, politiche per la famiglia e via cantando? Come possiamo aver fiducia in un governo che per "rilancio della crescita" intende un modesto +1.5% all'anno di incremento del Pil, e come se non bastasse prevede che la maggior parte di esso, anziché ad irrobustire lo Stato sociale, vada al ripianamento del debito? Se questo è il prezzo, meglio tenerci il debito. Queste, più o meno oscuramente, sembrano le preoccupazioni che si stanno facendo strada a sinistra. Ad esse il governo non sta dando nessuna vera risposta. Perché?
Forse perché una risposta chiara e coraggiosa metterebbe a repentaglio l'esistenza stessa del governo Prodi. Stante il fatto che il governo (giustamente, a mio modo di vedere) non ha alcuna intenzione di raccogliere l'invito di una parte della sinistra a infischiarsene dell'Europa e del patto di Maastricht, le risposte che esso potrebbe dare alla "sinistra inquieta" si riducono infatti essenzialmente a due. Prima risposta. Ragazzi, abbiamo ballato per trent'anni, è arrivata l'ora di tirare la cinghia. Vi chiediamo dei sacrifici. Sì, nonostante tutto quel che abbiamo detto e promesso la Legislatura non sarà una passeggiata. L'Italia può crescere un pochino di più che sotto Berlusconi, ma non tanto di più. Dobbiamo rimboccarci le maniche, se vogliamo restare in Europa.
Seconda risposta. Guardate che noi facciamo sul serio. Lo Stato sociale si può salvare, anzi rafforzare. L'Italia può crescere al ritmo dell'Europa, sopra il 2% all'anno. Naturalmente, oltre a rilanciare le liberalizzazioni, bisognerà far riemergere gradualmente almeno 1/3 del sommerso, ed affondare il bisturi negli sprechi (e nelle truffe) della spesa pubblica. Se riusciremo a fare queste tre cose, non solo risaneremo i conti, ma potremo ridurre le aliquote, ridare competitività alle imprese, creare nuova occupazione regolare, offrire migliori servizi sociali. Entrambe le risposte richiedono coraggio, perché - in un modo o nell'altro - chiedono ai cittadini di rinunciare a sicurezze, tutele e privilegi. Nel primo caso, senza offrire nulla di appetibile in cambio (l'abbattimento del debito pubblico esalta solo banchieri e tecnocrati). Nel secondo caso offrendo una chance di rilancio dell'Italia, ma facendone ricadere i rischi soprattutto sul Mezzogiorno, dove sono concentrati oltre metà dell'evasione fiscale e degli sprechi.
Ma un governo che volesse avere un simile coraggio, dovrebbe avere anche una grande autorità morale. Non si può chiedere molto agli altri, se non si è nella posizione per farlo. E' il nostro governo in tale posizione? Difficile rispondere di sì, a giudicare dallo spettacolo che ha dato nei suoi primi cento giorni: aumento del numero di ministeri, moltiplicazione delle poltrone, nessun passo indietro dei partiti dalla sanità e dalla Rai, nessun vero segnale di riduzione dei costi della politica, e infine la vergogna dell'indulto esteso ai politici corrotti e ai furbetti di ogni possibile quartierino.
Era innanzitutto per questo - perché il governo non perdesse autorità morale - che alcuni di noi presero posizione contro quel provvedimento, e non certo per moralismo o vocazione giustizialista: proprio perché sapeva di dover chiedere molto agli italiani, il nuovo governo non poteva permettersi il lusso di essere indulgente con sé stesso. Soggiacendo alla fame di poltrone dei partiti e non opponendosi all'indulto allargato a corrotti e corruttori, Romano Prodi ha sprecato l'occasione che la "luna di miele" dei primi cento giorni offre ad ogni nuovo governo. Così Prodi ha finito per legarsi le mani da sé. Prodi è diventato prigioniero di se stesso.
Per cambiare davvero l'Italia, il suo governo dovrebbe avere le carte in regola per chiederci di fare la nostra parte. Non avendole, preferirà semplicemente sopravvivere, lasciando l'Italia più o meno com'è?
Prodi se ci sei batti due colpi
Claudio Rinaldi su L'espresso
Nella primavera del 1994, subito dopo il suo primo successo elettorale, Silvio Berlusconi pronunciò una delle frasi più sciocche della sua carriera politica. Disse: "L'80 per cento del lavoro è fatto, impedire che vincesse la sinistra illiberale". Dannata sincerità! Con quelle parole confessò che gli interessava soltanto la conquista del potere; alla qualità dell'azione di governo era indifferente. Tanto che nei sette mesi passati a Palazzo Chigi non combinò nulla. La storia si è ripetuta dopo il 2001, quando il capo di Forza Italia ha usato il suo secondo trionfo per imporre leggi sulla giustizia che lo salvassero dai processi. Anche stavolta i problemi del paese potevano aspettare...
Ebbene, se c'è un pericolo dal quale Romano Prodi deve guardarsi è quello di scimmiottare, senza volerlo, il Berlusconi più rozzo. Di considerare anche lui, cioè, quasi compiuta la sua missione per il solo fatto di aver battuto gli avversari. Non è così, e non soltanto perché il premier ulivista è in carica da tre miseri mesi. Il punto è che la sua missione è ancora da precisare. E certo appare molto più delicata di quella del suo garrulo predecessore. L'Italia presa in consegna dal Cavaliere aveva un'economia piena di squilibri ma vitale, capace di un exploit come l'ingresso nell'euro; l'Italia del Professore esce da una stagnazione di cinque anni. Per il nuovo governo si tratta dunque di risalire una china ripida, per di più senza una vera maggioranza al Senato. Se Berlusconi ha ritenuto di limitarsi a un futile galleggiamento, Prodi è obbligato a governare sul serio. Non può sentirsi appagato dal ritorno alla testa del governo, come sembrava indicare il 9 agosto il gigantesco Palazzo Chigi disegnato sulla torta del suo compleanno numero 67. Nell'incertezza di oggi, le note di autocompiacimento suonano stonate. E stupisce anche la frequenza con cui il presidente del Consiglio si proclama destinato a rimanere tale per un intero quinquennio. È sicuro che la stabilità sia un valore in sé? Il suo obiettivo di fondo è far ridiventare l'Italia, parole sue, "un paese guida"; non semplicemente durare.
A complicare la situazione, chiamando Prodi a un più intenso esercizio della leadership, è pure la fastidiosa sterilità del chiacchiericcio politico corrente. La discussione su un eventuale allargamento della coalizione di centro-sinistra, per esempio, è di livello infimo: si pensa all'acquisto di singoli parlamentari, o addirittura alla cooptazione di qualche partitino, però non si spiega mai per fare che cosa. Le uniche indicazioni di contenuto sono gli ossequi di rito alle 281 illeggibili pagine del programma dell'Unione. Altrettanto vago è il dibattito sul futuribile Partito democratico, del quale niente si sa se non che il gruppo dirigente dei Ds, smanioso di egemonizzarlo, ne pretende l'affiliazione al Partito socialista europeo. In nessuno dei due casi il bla bla prelude a uno straccio di concreta decisione. Il Professore fa bene a evitare i due paludosi terreni; ma a maggior ragione è necessario che sul cruciale fronte dell'economia la sua presenza si avverta.
Va accelerato, innanzitutto, il cammino verso le liberalizzazioni. Nella lotta contro le incrostazioni corporative, alla ricerca della competitività perduta, il governo può trovare l'essenza della propria missione. Purché non intervenga solo in alcuni settori, ignorandone altri. E purché non ripeta l'esperienza negativa fatta con i tassisti, quando è bruscamente passato da una decretazione dal piglio garibaldino a una sostanziale marcia indietro. Si apre la possibilità di una svolta davvero epocale: altro che gli sconticini fiscali esaltati anni fa da Berlusconi! Tocca a Prodi non sprecare l'occasione.
C'è poi la sfida annunciata dell'autunno, la manovra che dovrebbe aggiustare i conti dello Stato e insieme stimolare la crescita. Sulla carta, le caratteristiche della Legge finanziaria 2007 sono già delineate: la formula rigore-sviluppo-equità viene recitata dall'Unione al gran completo, dal severo Tommaso Padoa-Schioppa come dai facondi big della sinistra radicale. Tradurre gli slogan in fatti, tuttavia, non è mai facile. E meno ancora lo è quando un passaggio ineludibile è il contenimento della spesa pubblica, sia per mantenere gli impegni con l'Europa sia per assegnare più risorse agli investimenti.
Qui Prodi deve misurarsi con i neocomunisti e i con i Verdi, ostili a qualsiasi taglio della spesa sociale. Secondo loro i deboli hanno già dato: i costi del risanamento devono gravare solo su chi si è arricchito con il berlusconismo. Ma nessuno può credere che per abbattere la montagna del debito pubblico basti spremere come limoni un po' di miliardari. Né è lecito dimenticare che la dinamica delle spese previdenziali e sanitarie va moderata in ogni caso, pena il collasso dei rispettivi sistemi. Prodi conosce lo stato delle cose, e sa anche che procedere a colpi di scure non serve. Agire sulle pensioni non significa decurtare gli assegni degli anziani: meglio spostare in avanti l'età del ritiro man mano che la durata media della vita aumenta. E così via. Nel confronto all'interno dell'Unione il premier può anche ricorrere a un argomento squisitamente politico: la discontinuità rispetto a Berlusconi, vera fissazione dei Diliberto e dei Giordano.
Il Cavaliere, infatti, aveva giurato di voler ridurre la spesa pubblica, ma l'ha lasciata irresponsabilmente lievitare anno dopo anno. Scavando un pauroso abisso fra il dire e il fare. Perché non marcare proprio su questo piano l'agognata discontinuità?
La dolce noia del Cavaliere
Ilvo Diamanti su la Repubblica
È riemerso, Silvio Berlusconi, dalla nuvola rosa che lo avvolgeva. Dopo molte settimane trascorse sull´Isola dei Famosi, tra feste pirotecniche, esibizioni canore in coppia con Apicella, un viaggio-lampo in Marocco, a festeggiare il compleanno di Veronica. È tornato alla vita pubblica.
E si è offerto all´abbraccio festoso dei cattolici devoti, che hanno affollato il meeting di Cl. Riservandogli un´accoglienza che solo Andreotti, nel presente e in passato, aveva ricevuto. Il Cavaliere ha apprezzato. Perché gli piace piacere. Così, ha rassicurato quanti temevano. Che stesse cedendo alla "dolce noia", in cui sembra sprofondato dopo la sconfitta ingiusta, a suo parere subita alle elezioni dello scorso aprile. Dopo la ri-perdita alle amministrative di fine maggio, che avrebbero dovuto suonare come l´avviso di sfratto all´inquilino abusivo di Palazzo Chigi. Mentre l´hanno rafforzato. Dopo il referendum di giugno, che ha cancellato il progetto di riforma costituzionale, su cui contava di fondare la Seconda Repubblica. O forse la Terza, come recitano alcuni analisti e attori politici (Giuliano Ferrara e Mauro Calise, fra gli altri). Temevano, i suoi estimatori, che il Cavaliere potesse, infine, abbandonare la scena, spinto da una serie di riflessioni amare sull´ingratitudine umana. Se agli italiani piace questo governo "romano", affollato di ministri e di sottosegretari, tanti da superare, per numero, gli elettori di qualcuno dei partitini della coalizione. Questo governo che mixa politici di professione, professionisti della politica, professionisti e basta. Questo Stato "napolitano". Dal passato comunista e dal presente normale, noioso come un abito grigio. Ebbene se lo tengano, gli italiani, questo Paese noioso. E se lo tengano anche gli alleati. Che, ad eccezione di Bossi (oggi, peraltro, provato dal male, dalle elezioni e dalla "devolution della devolution"), sono stati travolti dalla sua campagna elettorale travolgente. E dal risultato inatteso, che gli ha restituito lo scettro (dell´opposizione). Gli alleati: sempre pronti a distinguersi da lui. E, quando possibile, a offrire una sponda all´opposizione di centrosinistra, oggi ingiustamente al governo. Soprattutto quel Casini (di Fini si sono perse le tracce), che spera e pretende di guidare la prossima, futura, "grande coalizione", che sostituirà l´attuale maggioranza. Destinata, inevitabilmente, a sfaldarsi presto.
Sono, probabilmente, questi pensieri acidi che hanno indotto Silvio Berlusconi a uscire volutamente dalle cronache politiche, per settimane e settimane. Così, abbiamo saputo delle sue performance da Novella 2000, Eva 3000, Dagospia, Oggi, Gente, A, Vanity Fair, Chi. Inoltre, dalla Gazzetta dello Sport, Tuttosport, Stadio, Corriere dello Sport. Visto che l´unico ambiente dove egli abbia mantenuto il suo stile oltre al ruolo di comando resta il calcio. Certo, anche in passato Berlusconi aveva dedicato parte del suo tempo soprattutto in estate al "privato appariscente". Tra gossip e bandane. Fedele al personaggio di politico impolitico. Ma questa volta molti segnali suggerivano che egli potesse, davvero, interpretare la parte dell´esiliato volontario. Per farcela pagare. Gettandoci nella noia, dopo dodici anni di "berlusconismo" rutilante. Ciò ha indotto chi ne ha fatto un modello "stilistico" prima che politico Vittorio Feltri, ad esempio a invocarne il ritorno. Per difenderci dagli islamici e dai loro amici della sinistra. Ma, soprattutto, dalla noia.
Berlusconi, però, non se n´è andato. E non ha intenzione di andarsene. Lo ha ribadito a Rimini. Don Giussani l´ha indicato come "uomo della Provvidenza", destinato a restare nella Storia. Nessuno lo può "costringere" a lasciare.
Certamente, non lo possono fare i suoi alleati. Dopo la campagna elettorale recente. Nella quale il centrodestra è apparso una Casa con un solo Padrone e molti inquilini. Berlusconi. Non perde l´occasione di accusare An e Udc di aver favorito la vittoria dell´Unione. Perché afflitti, attanagliati, dalla sindrome dei perdenti. Invece, in pochi mesi di campagna elettorale, condotta contro tutti; al passo di una marcia militare, fra una televisione e l´altra, fra un programma e l´altro; contro le profezie dei sondaggi e dei sondaggisti (i sacerdoti dell´Opinione Pubblica, che egli stesso aveva consacrato). Berlusconi ha risalito il "declino". Gli è mancato il colpo di reni finale. Ha perso sulla linea del traguardo. Ma, dopo questo poderoso inseguimento, i suoi alleati, oggi, appaiono solo dei buoni gregari. Su cui gli avversari non possono fare troppo affidamento.
Anche perché, al centrosinistra, che Berlusconi continui a regnare sulla coalizione, in fondo, non dispiace. E non hanno intenzione di aizzarlo, né di "assecondarne" l´uscita di scena. (a) Un po´ perché è utile disporre di un interlocutore politico "reale", nell´opposizione, con cui misurarsi. Concordare. Le scelte di politica estera, soprattutto, in tempi di emergenza continua. Tanto più oggi, che la maggioranza è traballante ed esile, al Senato. (b) Un po´ perché, dopo dieci anni e più di berlusconismo, rinunciare a Berlusconi è come perdere "il centro di gravità permanente" (Battiato, 1981). (c) Un po´ perché è lecito, anzi, d´obbligo, diffidare delle crisi e delle uscite di scena del Cavaliere. Dopo le esperienze del passato, quando, su di lui, l´oscurità incombe, tutti pensano a un´eclissi. Ci ha abituati troppo, in questi anni, alle "discese ardite e le risalite, (
) e poi giù il deserto e poi ancora in alto" (Battisti, 1972).
Tuttavia, noi escluderemmo che Berlusconi voglia davvero lasciarci. Per dedicarsi alla dolce vita, agli affari, alla famiglia e al Milan. Abbiamo imparato a conoscerlo bene, in questi anni (pur senza averlo mai incrociato, personalmente. Se si esclude un´epica puntata di Ballarò, un anno fa; dopo le elezioni regionali. Quando, dopo dieci anni, decise di affrontare un serio e vero contraddittorio con seri e veri contraddittori politici; aprendo, di fatto, la lunga campagna elettorale del 2006).
Non se ne andrà, così. Dopo aver perso (due volte!) di fronte a Prodi. Il Professore. Il democristiano. Il Super-Tecnico, che ha fatto carriera all´ombra della Prima Repubblica. E si è affermato, nella Seconda, con la complicità dei Poteri Forti. E il sostegno aperto dei comunisti. Uscire di scena da "sconfitto", per lui, sarebbe intollerabile.
Non se ne andrà, così. In silenzio. Perché tutto il "resto" gli interessa di meno. Certo: i suoi affari li ha sempre tutelati per bene. Tuttavia, la "politica", per lui, non è solo e, forse, neppure principalmente un mezzo per difendere gli affari di famiglia. È, ormai, una passione vera. Gli piace impersonare il Potere. Identificare l´Opinione Pubblica. Soprattutto a livello Globale. Così gli è costato eccome non esserci, a Berlino. Poi a Roma, ai Fori Imperiali. A celebrare il trionfo della Nazionale come suo, personale. "Forza Italia": finalmente inno di tutti gli italiani, e non di una minoranza politica. Gli "azzurri": finalmente simbolo di una nazione, e non di un partito personale. E gli è costato tanto non poter gestire lui, personalmente, la crisi libanese. Discutere con Condi, Olmert, Siniora. Fare lunghe telefonate a Bush, Putin e Annan. Lasciare il merito a Prodi e D´Alema; al governo "Prodalema": gli rode.
Non se ne andrà, Berlusconi, perché ormai la politica gli piace. Non più, e non solo, la videopolitica Porta-a-porta, di cui resta l´indiscusso campione. Ma anche quella "vecchio stile". Microfono in mano, in piedi, ad arringare le folle. Imprenditore fra gli imprenditori, come a Vicenza. Ma anche cattolico fra i cattolici, a Rimini. E domani chissà. Milanista fra i milanisti, avvocato fra gli avvocati, farmacista fra i farmacisti, antifiscale (antiviscale?) fra antifiscali. Tassista fra i tassisti.
Gli piace troppo. E gli riesce bene.
Non se ne andrà, in fine, in fondo, perché, senza politica, si annoia anche lui. E, ancor più, teme che la noia penetri, nuovamente, nella politica. Esattamente come nella Prima Repubblica. Prima che la sua "discesa in campo" ne riscattasse il grigiore totale. Teme che la politica scivoli fuori dai salotti tivù, dalla stampa gridata e da quella rosa. Che sfugga al linguaggio e al clima di guerra civile. Teme, Berlusconi, il silenzio. La noia che permea la politica "normale". Perché allora, davvero, il berlusconismo rischierebbe di declinare. La sua assenza passerebbe inosservata. Quanto a noi, dopo il fragore dell´ultima campagna elettorale, un po´ di silenzio non dispiace. Anzi, confessiamo di non esserci mai annoiati tanto volentieri.
Tagliare, riformare, spalmare
Mattia Feltri su La Stampa
Piccolo glossario per aspiranti compilatori (illustratori, ispiratori, commentatori, auspicatori) di leggi finanziarie; immediato aggiornamento: inserito alla "s" il verbo "spalmare". Istruzioni: premettere che si tratterà di una "manovra di sviluppo". L'unico scopo della manovra è quello di creare maggiore ricchezza per tutti. Quindi va benissimo anche "manovra di rilancio". Si può dunque associare tranquillamente il concetto di "inversione di tendenza". Soltanto successivamente è consentito introdurre il termine "tagli", accompagnato in una seconda fase a "della spesa", e più avanti ancora, di striscio e in un discorso più ampio, "della spesa pubblica". Allo scatenarsi delle prime polemiche è consigliato allargare il campo ricorrendo all'espressione "linee guida", che fa intendere la "progettazione" di un "impianto di massima" il cui contenuto può essere ridiscusso con "le parti sociali".
Tuttavia conviene immediatamente rilanciare con l'assicurazione che si tratterà - e questo è un punto "inderogabile" - di una "finanziaria di rigore" ("finanziaria rigorosa") per ribadire la serietà delle intenzioni. Sottolineare che non si tratta di bizze partitocratiche/assistenzialistiche/consociativistiche ma di "scelte coraggiose" così come viene richiesto in un più ampio contesto internazionale. Le "scelte coraggiose" debbono quindi presupporre una "blindatura" e cioè una "finanziaria blindata". Solamente in apparenza la "finanziaria blindata" (o "blindatura della..." o ancora "inemendabilità della...") è incompatibile con gli scenari aperti dalla precedente catalogazione alla voce "linee guida". Immediatamente dopo, infatti, è buona norma annunciare la prospettiva della "cabina di regia".
Lo scopo di questa "cabina di regia" sarà quello di impiantare un necessario processo di "concertazione". La "cabina di regia" avrà un "coordinamento" (o meglio ancora "forte coordinamento") di Palazzo Chigi. In questa fase vale la pena passare dal termine muscolare "tagli" a uno maggiormente persuasivo, come per esempio "limatura". Ricordare che i "tagli"/"limature" sono in ogni caso decisi esclusivamente a beneficio di una "equità sociale". E però l'"equità sociale" non può far passare in secondo piano quella che è la "priorità" della manovra, e cioè il "risanamento".
Specificare, ora, che il "risanamento" non sarebbe ottenibile attraverso "scelte estemporanee". E' arrivato infatti il momento di giocarsi la carta più importante: l'assicurazione che ci saranno "riforme". Si vedrà pertanto una "finanziaria di riforme" che conterrà "interventi strutturali" il cui beneficio sarà calcolabile in un arco di tempo più esteso. In questo modo si dà l'idea di non voler semplicemente far quadrare i conti oggi per oggi, ma avviare una "curva virtuosa" che nel giro di qualche anno consentirà di varare finanziarie "più leggere".
Intanto che si riforma, però, è necessario fare grande attenzione alla "copertura". Altrettanto necessario è ricordare che saranno ridistribuite con nuovi criteri le "risorse". Non escludere che lo "spirito riformatore" possa già da subito determinare, nell'ambito "risorse", un "aumento delle".
E' molto probabile che tutto ciò non sia servito a placare le ire per le aspettative deluse dei sindacati, delle associazioni di categoria, delle Regioni, delle Province, dei Comuni, delle Comunità Montane, degli ordini professionali e degli elettori di riferimento dei partiti (non per forza minori).
E' altrettanto probabile che l'opposizione approfitterà dei malumori e delle minacce di sciopero ricorrendo a un vocabolario meno gergale e attingendo a espressioni suggestive come "lacrime e sangue" o "macelleria sociale". E' allora indispensabile prospettare che i "tagli" e le "limature", nell'ambito delle "linee guida", verranno "dilazionati" o, per attualizzare, "spalmati" in un biennio/triennio, proprio grazie all'attività riformatrice. Quando, qualche mese più avanti, i conti già non torneranno, comunicare una "correzione".
Iris, eroe e clandestina
Michele Serra su la Repubblica
Una ragazza honduregna, in Italia senza documenti, è morta nel mare dell´Argentario nel tentativo, riuscito, di salvare la bimba che le era stata affidata. La sua storia ricalca quella dell´operaio senegalese scomparso due estati fa nel mare toscano mentre cercava di soccorrere un bagnante italiano in difficoltà tra le onde.
Si tratta di comportamenti esemplari, di quelli che si imprimono nei sentimenti di una comunità e lasciano una scia di gratitudine.
E fanno da utile contrappasso alle fosche cronache di stupri e altri delitti che - quando commessi da immigrati - sollevano un´onda di comprensibile diffidenza, frammista a inammissibile pregiudizio.
Al netto di questa equivoca contabilità, che la politica intorbida e falsifica, quanto rimane è in realtà molto più semplice e insieme molto più potente. Rimane la presenza silenziosa e indispensabile, accanto ai nostri vecchi e ai nostri bambini, di un piccolo esercito di stranieri che li accudiscono in nostra vece, in cambio di un salario che per gli italiani è trascurabile, ma per gli immigrati equivale al mantenimento in patria dei loro figli e dei loro anziani, abbandonati a oceani di distanza con indicibile patimento. La fine generosa e memorabile di questa tata senza contratto dimostra, se ce ne fosse bisogno, quanto seria e preziosa sia l´opera di questi assistenti familiari, senza i quali la complicata e spesso turbinosa dinamica delle nostre vite si troverebbe scoperta e vulnerabile.
Piuttosto che litigare astrattamente sulle questioni della compatibilità culturale, delle difficoltà di inserimento, del faticoso impatto con usi e costumi, sarebbe più realistico e insieme più civile prendere atto del formidabile e insostituibile servigio che queste persone, già da tempo, assicurano a una società - la nostra - non più avvezza alla cura quotidiana dei figlioli e dei genitori anziani. Un mondo iper-adulto, concentratissimo su vita lavorativa e consumi, che fatica a badare a tutto ciò che sta prima e dopo della produzione: l´infanzia e la vecchiaia. E ha trovato negli immigrati un supporto di incalcolabile valore economico, e di ancora più straordinario valore sociale.
Il lavoro delle baby-sitter, delle e dei badanti, implica una supplenza affettiva ben nota a chiunque ne abbia esperienza, spesso sentendosene rassicurato ben al di là della paga corrisposta. (Né le salaci storie su anziani raggirati da giovani badanti dell´Est vanno poi prese troppo sul serio: se non per aggiungere, magari, che lo smacco degli eredi rimasti a bocca asciutta spesso non vale l´insperata felicità senile del cosiddetto raggirato
).
E dunque, se davvero queste persone, ormai a centinaia di migliaia, rammendano gli sbreghi della nostra vita familiare, assistono chi è solo, imboccano neonati e puliscono vecchi, la cosa più ovvia e urgente da fare sarebbe buttare uno sguardo davvero politico sul loro status. E davvero politico, ovviamente, significa l´esatto contrario delle risse ideologiche su Est, Ovest, Nord e Sud. Significa sveltire l´accidiosa burocrazia che rende infernali le pratiche di cittadinanza e di ricongiungimento (chi scrive ha passato una notte sul marciapiede della Questura di Bologna per verificare l´inutile bivacco degli immigrati in coda davanti a uno sportello che si sarebbe aperto la mattina successiva). Significa verificare che i datori di lavoro mettano in regola persone che hanno un compito così intimo, e così delicato: nessuno è meno clandestino di colui che ti abita in casa. Significa provare a mettere ordine in una branca così nevralgica del lavoro precario, capire se i salari sono adeguati alle prestazioni, agevolare l´inserimento di queste persone a partire dal riconoscimento di ciò che già è in atto, il lavoro reso, il sostegno fornito, l´intelligenza spesso sorprendente con la quale gente venuta dall´altro capo del mondo afferra le nostre situazioni, le affronta, le sbroglia: e poche situazioni, questo è sicuro, sono più complicate da affrontare, anche psicologicamente, come l´assistenza ai vecchi e ai bambini.
Poi, ovviamente, è anche giusto discutere sul numero di anni necessario per assumere la cittadinanza. Sulle barriere da erigere contro i tabù religiosi, qualora configgano con le nostre leggi, e contro le violenze di tipo tribale o familiare. Ma sono discussioni che è meglio fare levando spazio ai fantasmi del futuro, e dandone il più possibile al bilancio concreto degli ultimi anni. E in ogni modo la cittadinanza italiana, almeno postuma, si può conquistare anche in tre minuti, salvando la vita alla bambina che ti è stata data in consegna e poi sparendo in quel mare che ospita, ormai, così tanti migranti che il conto è perduto.
27 agosto 2006