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La settimana in rete
a cura di Franco Isman - 20 agosto 2006



Una guerra Nascosta
Immigrazione
Luigi Bonanate su
l'Unità del 20 agosto

La morte violenta e inutile è uno scandalo che società sviluppatissime, ricche, e sensibili all'esigenza di difendere i diritti umani di chiunque e non soltanto dei propri cari, non devono sopportare in silenzio. Se anche la tragedia di ieri vicino a Lampedusa fosse la «banale» conseguenza di un incidente o di un involontario speronamento, Giuliano Amato, dando il giusto nome di crimine a ciò che viene fatto ai naufraghi che sognano l'Italia, apre uno squarcio nella retorica ma indifferente solidarietà per quei clandestini che sfidano il destino per cercare la sopravvivenza nei paesi più sviluppati che si trovano a poche decine di miglia dalla loro terra d'origine.

La Libia sul lato est e il Marocco su quello ovest non soltanto non onorano i trattati bilaterali che stipulano, l'una con l'Italia e l'altro con la Spagna, ma appaiono come dei veri e propri collettori di questi viaggi non della speranza ma della disperazione. Ora, se gli accordi bilaterali non sono sufficienti ciò significa non che dobbiamo affondare spietatamente i barconi, come qualcuno in Italia propone, ma portare il problema al livello dell'agenda politica internazionale. Le migrazioni «non volute» sono uno dei massimi problemi della società mondiale attuale, talmente grave che nessuno Stato al mondo è riuscito fino a ora ad abolirlo. Non lo risolvono i muri artificiali, come quello tra Messico e Stati Uniti, non ci riescono neppure le distese d'acqua e tanto meno le cifre assurde che i traghettatori estorcono ai fuggitivi.

Si tratta dunque di incidere sugli Stati di provenienza e sui suoi vicini, in primo luogo, imponendo politiche restrittive ai commerci e alla collaborazione in ogni altro ambito finché non sia modificata la politica di annoiata accondiscendenza (quando non è favoreggiamento) a favore della fuoriuscita di persone non gradite. La criminalità, a sua volta, dovrà essere contrastata attivando politiche repressive che siano fortemente volute. Anche se non è sufficiente, l'intervento giudiziario internazionale contro il terrorismo non è stato respinto da nessuno: analogamente ci vorrebbe una mobilitazione globale contro questo commercio di vite umane. Compiti impossibili? Fughiamo ogni dubbio sulla retorica delle ingiustizie umane che tutti ammettiamo ritenendole purtroppo insanabili. Ma non c'è modo di dare un valore diverso a come si muore nel mondo e insorgere giustamente contro guerre e conflitti, per poi sopportare questo stillicidio di annegamenti, altrettanto imponente e che si perpetua da ormai una ventina di anni senza soluzione.
Il punto decisivo da discutere non è difficile da indicare: ciascuno di noi ha un dovere di soccorso (nella misura delle proprie possibilità), che non può essere limitato ai vicini (e/o ai propri cari o amici). Quando aiuterò qualcuno per strada, dovrò dapprima controllare il suo passaporto oppure l'emergenza che lo aggredisce? Ma se dunque tutti siamo coinvolti in doveri universalistici verso chiunque e dovunque, dobbiamo impostare l'intera questione nelle sue varie e intrecciate dimensioni con coraggio, sincerità e chiarezza. A partire dall'individuazione delle circostanze: ciò che è inaccettabile non è la povertà in quanto tale, che neppure i paesi più opulenti sono capaci di sradicare, ma l'indifferenza.

Ma d'altra parte abbiamo anche ormai sperimentato senza ombra di dubbio che la democrazia non si impone con le armi, ma solo con la conversazione, l'aiuto convincente di chi ha buoni argomenti di comune convenienza da esporre. La democrazia ha la forza della mobilitazione che fa crescere il giudizio delle opinioni pubbliche fino al punto che quando esse si fanno sentire diventa impossibile restar sordi. Certi regimi dovranno cadere, certi governi dovranno essere spinti su vie diverse e nuove? Sì, ma non con trattative riservate e promesse individuali, bensì con l'avvio di dibattiti che al giorno d'oggi non possono più esser soffocati e prima o poi causano lo sgretolamento dei regimi che non poggiano su una base popolare.
Quando si definisce ciò che sta accadendo come un crimine si usa la parola più esatta che coinvolge tutti noi in questa vicenda: governi e cittadini non soltanto dei paesi direttamente coinvolti, ma di tutta la comunità internazionale che non può accampare la sua estraneità ai fatti. Ne siamo tutti parte.


Resolution 1701 (2006)
Adopted by the Security Council on 11 August 2006
Il testo in inglese sul
sito dell'ONU



Il mito infranto
Sandro Viola su
la Repubblica del 14 agosto

Se le operazioni militari nel sud del Libano s´arresteranno davvero nella mattinata di oggi, Israele avrà dato nelle ultime quarantott´ore un´ultima prova della sua capacità bellica. Le truppe corazzate e i commandos di Tsahal sono infatti all´altezza del fiume Litani, venticinque chilometri almeno in territorio libanese: e vi sono giunti rapidamente, in soli due giorni, con uno slancio che ricorda le folgoranti avanzate israeliane nelle guerre del passato. Una dimostrazione di cui il governo, i comandi militari e la società israeliana avevano bisogno. Perché la seconda guerra del Libano è andata male, per Israele. E il solo modo per concluderla, così da occultare almeno in parte gli errori, gli insuccessi, le gravi perdite subite, era a questo punto concluderla all´assalto. Tentare, sia pure in extremis, di reimporre l´immagine della forza militare d´Israele.
Al suo interno il Paese appare infatti profondamente scosso, stordito. Nulla di quel che è accaduto in questo mese di guerra s´era mai visto lungo i sessant´anni della sua esistenza. Piani militari inadeguati, inefficienza dei servizi d´informazione, scontri furiosi tra governo e alti comandi, litigi continui tra ministri, crepe vistose ai vertici delle forze armate.
Gli israeliani hanno assistito a tutto questo, hanno colto la tremenda confusione che dominava da almeno due settimane nel governo Olmert e nello Stato maggiore, mentre sul nord del Paese pioveva ininterrotta la grandine dei razzi lanciati dagli Hezbollah. Il primo, vero attacco sulla popolazione civile d´Israele in tutte le guerre combattute dopo il 1948. Un attacco che gli alti comandi non sono riusciti neppure per un giorno a fermare.

Nella storia delle sue guerre, Israele era stato infatti sempre riluttante, anzi sprezzante, rispetto alle iniziative dell´Onu, ignorandone una gran parte delle volte le raccomandazioni e decisioni. Stavolta, e nonostante che la risoluzione concordata al Palazzo di vetro non dia sufficienti garanzie, Israele s´è invece adeguata. Non solo: ha anche acconsentito all´arrivo sui suoi confini d´una forza multinazionale con compiti di peace keeping, qualcosa che in passato aveva sempre respinto in quanto rifiutava qualsiasi idea d´una internazionalizzazione dei conflitti con i suoi vicini arabi.

Ma stavolta è stato diverso. Ministri e generali si sono lanciati l´un l´altro, per giorni, accuse brucianti. Nella lunga e concitata riunione di governo in cui mercoledì scorso era stato deciso l´ampliamento delle operazioni militari sin oltre il Litani (sia pure sospendendone l´inizio per dar tempo alla Rice di concordare la risoluzione dell´Onu sul cessate il fuoco), il litigio era stato pressoché corale. Tra Olmert e Peretz, tra il ministro degli Esteri Livni e il capo di Stato maggiore Haluz, tra i due responsabili dei servizi d´informazione Dagan e Yadlin.
Sinché non s´era giunti ad un violento scontro tra il ministro della Difesa Peretz e il suo predecessore, Shaul Mofaz, oggi ministro dei Trasporti. Con Peretz che alle critiche di Mofaz aveva risposto furente: «Sei tu che parli? Tu che quand´eri al mio posto hai lasciato che gli Hezbollah si fortificassero indisturbati sul confine? Perché non hai provveduto allora, invece di parlare adesso?».
L´impreparazione con cui governo e comandi militari si sono lanciati nella seconda guerra libanese, ha in effetti aspetti incomprensibili. Un esercito che con una perfetta attività d´intelligence e tecnologie avanzatissime ha potuto portare avanti in questi anni i suoi "omicidi mirati", riuscendo ad individuare ed eliminare singoli terroristi a bordo delle loro auto, non aveva intravisto, valutato, contrastato la costruzione d´una linea Maginot degli Hezbollah sul confine nord. I lavori di scavo per i bunker, il trasporto dei razzi dalle frontiere con la Siria, il continuo aumento dei miliziani sciiti nella zona. E il rischio che da quella zona sarebbero potuti partire, un giorno, i 4.000 razzi e missili piovuti sul nord d´Israele dall´inizio della guerra.
Non aveva provveduto Mofaz, e non ci aveva pensato neppure Sharon, il primo ministro che gli israeliani avevano eletto per due volte (e si preparavano ad eleggere per la terza) convinti che fosse l´uomo giusto per dare sicurezza al paese.

E questo mentre da Teheran il farneticante Ahmanidejad prometteva la cancellazione d´Israele, l´ondata sciita si spostava verso il Mediterraneo, e gli Hezbollah continuavano la costruzione della loro Maginot.
Dunque, un fallimento multiplo: dei governi Sharon e Olmert, della leggendaria intelligence israeliana, degli alti comandi di Tsahal.
Difficile dire, anche se in questi giorni lo si sente ripetere di continuo, se Israele abbia perso la seconda guerra libanese. Se non l´ha persa, resta tuttavia che persino un pari e patta col «partito di dio» modifica pesantemente il quadro strategico della regione. Israele, dopo un mese in cui gli Hezbollah sono riusciti a lanciare indisturbati centinaia di razzi ogni giorno, appare più vulnerabile. Mentre i suoi nemici possono cantare vittoria, rafforzare le loro alleanze, presentarsi come il faro della sollevazione islamica, i campioni della Jihad.
E qui emerge quella che è molto probabilmente la vera essenza di questa guerra. Il fatto che essa minaccia d´essere soltanto un episodio, un assaggio, il primo anello d´una catena di nuove aggressioni contro lo Stato ebraico. Il rischio che dopo una pausa più o meno lunga, si debba assistere ad una nuova guerra libanese.
Perché una cosa è chiara: Hezbollah e i suoi padrini di Teheran non combattono contro le prepotenze, l´occupazione di terre altrui, e la cieca intransigenza politica che hanno caratterizzato nell´ultimo quarantennio la condotta d´Israele. Combattono la presenza d´Israele in Medio Oriente. Si ripromettono d´estirparla.


Dopoguerra
Siegmund Ginzberg su
l'Unità del 15 agosto

Prima di questa «guerra dei trenta giorni», di certezze ce n'erano poche, ma si poteva almeno far conto su un paio di postulati: che alla lunga non ci sono soluzioni solamente militari, ma anche che, se si passava allo scontro armato - possibilità sempre in agguato - Israele era in grado di avere militarmente la meglio. Tutti gli altri cinque episodi principali di quella che è stata definita come la «guerra più lunga» - ben 58 anni, dal 1948 in poi - avevano rafforzato la seconda convinzione. Quest'ultimo sembra averla spazzata via.
«Abbiamo inferto un duro colpo a Hezbollah», ha detto ieri il premier israeliano Ehud Olmert. Ma è proprio lui il primo a non crederci.

E a riconoscere che le cose non sono andate come si sperava dovessero andare, se subito dopo ha sentito il bisogno di annunciare l'apertura di una riflessione su cosa non ha funzionato, promettere che le «manchevolezze» non saranno «spazzate sotto il tappeto». La sostanza è che l'esercito che era riuscito in tutte le altre guerre a sconfiggere tutti gli eserciti arabi alleati non è riuscito ad avere ragione di 2.000 o 3.000 - non cambia fossero anche 8.000 - miliziani, per quanto potessero essere bene armati, organizzati e trincerati, in quella che era in fin dei conti una guerra convenzionale. Non li ha eliminati - cosa che forse era impossibile - ma non li ha nemmeno umiliati, isolati. Non sembra avergli tolto i mezzi più letali di cui disponevano (della dozzina di missili a lunga gittata di cui si diceva disponessero, uno ha colpito Haifa il giorno dopo il rapimento dei due soldati israeliani che aveva scatenato le ostilità lo scorso 12 luglio, degli altri non si sa; dei 12.000-15.000 missili a corta gittata ne hanno sparati circa 3.000, e gli altri?). Non ne ha decapitato la dirigenza...

Lungi dal renderli inoffensivi, ha fatto sì che ora possano essere definiti «la migliore forza di guerriglia al mondo», come ha detto ieri al Washington Post uno specialista libanese che studia Hezbollah da vent'anni e sinora non aveva la minima simpatia per l'organizzazione sciita. Da masnada di terroristi che venivano considerati dalla maggioranza sunnita del mondo arabo, ha finito per legittimarli come «combattenti» di tutto rispetto.
C'è chi osserva che, se cade il postulato che Israele è in grado di difendersi da qualsiasi minaccia militare convenzionale - quella del terrorismo degli attentatori suicidi è un'altra cosa, non esistono difese impenetrabili - allora rischiano di cadere anche altri postulati che erano sembrati rassicuranti, e cioè che guerre “totali” per la distruzione di Israele, come quella del '48, o quella dei sei giorni del 1967, o quella dello Yom Kippur del 1973, non possano ripetersi. L'assunto della superiorità militare di Tsahal era stato l'elemento principale che le aveva sinora scoraggiate. Si poteva dare per scontato che Israele fosse il garante della sicurezza nazionale della Giordania. Si poteva considerare inimmaginabile, da Camp David in poi, una nuova guerra con l'Egitto. Si poteva contare sul fatto che l'Arabia Saudita, e il resto del mondo sunnita, teme l'Iran e un'ipoteca sciita anche più di quanto lo tema Israele. Ancora un mese fa il presidente egiziano Hosni Mubarak poteva sostenere che a quelli di Hezbollah doveva avergli dato di volta il cervello, indicarli come i responsabili della destabilizzazione nella regione. Ma ieri il suo ministro degli Esteri Ahmed Aboul Gheit ha avuto parole di elogio per quei “pazzi” di Hezbollah «che si sono comportati in modo da mostrare la loro capacità di resistere e hanno combattuto con onore...». È raggelante che Hezbollah sia riuscita a provocare a freddo, nei modi e nei tempi che si è scelta, una guerra, e uscirne non sconfitta, se non indenne. Molto più raggelante se ciò riuscisse a incoraggiare anche solo l'idea che, a differenza di quel che è avvenuto nel passato, quel che è riuscito ad un pugno di guerriglieri potrebbe riuscire a una nuova coalizione di eserciti islamici. È vero che a Israele resta a questo punto l'atomica, ma a parte che non è scontato che il monopolio duri a lungo, la cosa è tutt'altro che rassicurante.
L'altra certezza che questa guerra ha fatto vacillare, accanto all'assunto della superiorità militare incontrastata di Israele, è il sostegno di quello che per decenni era stato il suo principale alleato. George W. Bush sembrava inizialmente non più preoccupato di tanto. «Gli israeliani ci avevano detto che si sarebbe trattato di una guerra “in economia”, con molti vantaggi. Perché fermarli? Sarebbero stati in grado di individuare e bombardare dall'aria missili, tunnel e bunker. Sarebbe stata una esibizione dimostrativa (a demo) per l'Iran... era nostro interesse indebolire Hezbollah, perché non approfittare che fosse qualcun altro a fare il lavoro?», è il modo in cui la mette un consulente del governo di Washington nell'articolo di Seymour Hersh pubblicato sul New Yorker di questa settimana.

Un giornale Usa che in questi anni ha entusiasticamente appoggiato tutte le guerre di Bush, il Wall Street Journal, ieri ironizzava nel suo editoriale sulle dichiarazioni iniziali di Washington circa il fatto che non avrebbero tollerato in alcun modo un ritorno allo «status quo ante» in cui Hezbollah imperversava a suo piacimento. La loro valutazione è che si è esattamente allo status quo ante, cioè al punto di partenza. Il guaio è che probabilmente sbagliano, perché non si è affatto solo al punto di partenza, ma molto peggio. Il “demo” è stato fallimentare. Israele si trova meno sicura di prima. Il governo di coalizione di centrosinistra di Olmert, sotto tiro, potrebbe essere costretto a dimettersi per fare spazio ad un governo molto più di destra, con prevalenza di quelli che si erano opposti al ritiro dal Libano e da Gaza. Col risultato che, per liberare il Libano da Hezbollah, rischiano di imprigionare Israele, negli anni a venire, in una politica senza vie d'uscita, se non raccapriccianti. A meno che alle certezze venute meno - la superiorità militare, l'appoggio Usa - si riesca a sostituire qualcosa di più valido, una garanzia di sicurezza tipo quella sperimentata in embrione col dispiegamento Onu.


«Lo Stato ebraico sia realista, ricordi la lezione del Sinai»
Intervista a Zbigniew Brzezinski
Federico Fubini sul
Corriere della Sera del 20 agosto

NEW YORK — Ora che in Libano non si spara più o quasi, c'è una parola che Zbigniew Brzezinski ripete più di qualunque altra al telefono dalla sua villa nel Maine: realismo. Figlio di un diplomatico polacco, nato a Varsavia fra le due guerre, educato a Harvard e adottato dall'America fino a diventare consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, il 78enne Brzezinski in verità ora avrebbe diritto al classico «io l'avevo detto»: Israele, aveva avvertito, non poteva vincere con le armi.
Lei è stato fra i pochi negli Stati Uniti a criticare l'attacco. Qual è il suo bilancio?
«Un possibile beneficio della guerra è che crea un'opportunità per un esito simile a quello che si vide dopo che Sadat riuscì a traversare il canale di Suez (nel '73, ndr) ed entrare nel Sinai. Allora il conflitto fra Egitto e Israele produsse uno stallo che rafforzò l'orgoglio degli egiziani e rese gli israeliani più realistici. Questa volta Hezbollah ha riconfortato l'orgoglio arabo. E forse Israele ora sarà più realista sull'esigenza di cercare un vero compromesso politico, non più azioni unilaterali».

Intanto Israele accetta una forza a guida europea ai suoi confini. È una svolta?
«Lo è per gli israeliani, ma anche per gli europei. Si spera che ne approfittino: se sono pronti a stabilizzare l'area, faranno anche gli interessi degli Usa».
La missione può diventare un precedente per una forza internazionale anche in Cisgiordania?
«Di sicuro potrebbe essere l'inizio di un processo di risoluzione, nel quale alla fine una forza Nato o internazionale potrà essere garante di un ritiro israeliano dai territori occupati, negoziato con i suoi vicini arabi».
Non tutto dipende da Israele. Bisogna anche che gli altri ammettano il suo diritto a esistere, no?
«Certo. L'istinto mi dice che Hezbollah e Hamas potrebbero avere un'evoluzione simile a quella del Likud: vent'anni fa parlava di espellere tutti i palestinesi dalla riva destra del Giordano. Poi invece Ariel Sharon ha accettato l'idea di due Stati e di confini non molto lontani da quelli del '67. Ora si può pensare di spingere le parti a un'intesa con piccole modifiche di quelle frontiere, con compensazioni territoriali».
Lei sembra ottimista.
«Non lo sono. Faccio un'analisi, ma non so se si realizzerà. Gli Stati Uniti sono impantanati nel confronto con Siria e Iran, gli europei non sono ancora davvero impegnati in uno sforzo serio, Israele potrebbe avere la tentazione di una rivincita. E fra gli arabi, i più radicali sono forti e alimentano speranze esagerate».
L'Iran non le sembra più forte di poche settimana fa? « Non c'è dubbio. Il suo peso geopolitico è notevolmente cresciuto. Grazie anche all'ingiustificato, irresponsabile attacco dell'amministrazione Bush all'Iraq, che ha distrutto l'equilibrio di potere nel Golfo».



Chi disarmerà Hezbollah?
Le ambiguità della risoluzione sul vero nodo
Sergio Romano sul
Corriere della Sera del 17 agosto

È inutile cercare nella risoluzione 1701 una risposta alla domanda — chi disarmerà gli Hezbollah? — che domina le discussioni politiche, non soltanto italiane, delle ultime ore. La risoluzione è un documento diplomatico, negoziato ad nauseam, stiracchiato di qui e di là come una coperta stretta, pieno di inviti, esortazioni, considerazioni, constatazioni e riferimenti ad altre risoluzioni che languono da anni negli archivi del Palazzo di vetro. Paradossalmente la vaghezza, in alcuni dei passaggi essenziali, non è il suo difetto. È la dimostrazione della straordinaria abilità con cui i suoi redattori hanno deliberatamente inserito nel testo le vie d'uscita e gli argomenti a cui potrà appellarsi chiunque voglia indirizzare la risoluzione nel senso desiderato.
Esiste la possibilità di evitare che anche la risoluzione 1701, come tante altre, resti lettera morta? In linea di principio, sì. Basterebbe che tra Unifil e le Nazioni Unite esistessero gli stessi rapporti che intercorrono, durante una guerra, fra un esercito nazionale e le autorità politico-militari da cui dipende. Basterebbe che esistesse a New York un organo autorizzato ad affrontare situazioni impreviste, valutare i rischi, dare istruzioni. Il problema non è nuovo. Nel 1992, quando un vertice del Consiglio di Sicurezza gli chiese un documento sul funzionamento dell'organizzazione dopo la fine della guerra fredda, il segretario generale Boutros Boutros-Ghali presentò una «Agenda della pace» con cui propose, tra l'altro, la creazione di una forza permanente alle dipendenze dell'Onu. Più recentemente uno storico americano, Paul Kennedy, ha indicato il numero dei soldati che dovrebbero farne parte (100 mila) e ha fatto due proposte specifiche: la rinascita del Comitato militare (Military Staff Committee), previsto dalla Carta ma in letargo dal luglio del 1948, e la creazione di un Servizio d'Intelligence. Se l'Onu disponesse di un cervello militare e non dovesse chiedere ai servizi segreti dei suoi membri le informazioni di cui ha bisogno, la risoluzione 1701 avrebbe un diverso valore. Ma questo accadrebbe soltanto se le grandi potenze (e in primo luogo gli Stati Uniti) acconsentissero a perdere una parte della loro sovranità: una ipotesi che nessuno, oggi, è disposto a prendere in considerazione.
È inutile quindi rimproverare l'Onu per la sua impotenza. Nelle grandi crisi la maggiore organizzazione internazionale dispone dei poteri che i suoi membri sono pronti ad accordarle. Agisce bene nei rari casi in cui esiste un accordo sugli obiettivi da raggiungere. Si muove con molte ambiguità ogniqualvolta il suo mandato è intenzionalmente impreciso. Non avremmo il diritto di sorprenderci e di indignarci, quindi, se constatassimo nelle prossime settimane che le milizie Hezbollah conservano i loro arsenali, che l'esercito libanese non può o non vuole disarmarle e che Unifil preferisce guardare dall'altra parte.




Latitanza europea per la missione Onu
Bernardo Valli su
la Repubblica del 19 agosto

La Spagna è ancora esitante. E il governo di Gerusalemme potrebbe opporsi alla partecipazione di alcuni Paesi musulmani disponibili, ma senza rapporti diplomatici con Israele. Ad esempio l´Indonesia e la Malesia. Al momento prevale l´incertezza e regna la confusione. Per quanto riguarda l´Europa ci si poteva aspettare una più solerte concertazione tra le capitali. Sembrava che la Francia dovesse essere la spina dorsale dell´impresa. A lei spettava di fornire il maggior numero di uomini, tra due e cinquemila, e di assumere il comando della forza multinazionale. I suoi stretti, storici rapporti con il Libano, e il fatto che fosse il coautore, con gli Stati Uniti, della risoluzione dell´Onu, le davano l´indiscutibile diritto al ruolo di primo piano. L´improvviso annuncio che Jacques Chirac manderà, almeno per il momento, soltanto duecento uomini del Genio, non uno di più fino a quando la missione, le regole di ingaggio e i mezzi a disposizione dell´Onu non saranno stati "precisati", ha avuto l´effetto di una doccia fredda.

Nessuno si aspettava il passo indietro della Francia. Nel corso della faticosa, puntigliosa redazione della risoluzione nº1701, per imporsi agli interlocutori americani i diplomatici francesi avevano fatto valere la decisiva, concreta responsabilità che la Francia stava per assumere in Libano. E l´avevano più volte spuntata. Era abbastanza logico che i francesi dettassero le regole che più tardi avrebbero dovuto seguire. Ma il documento dei diplomatici, appena votato all´unanimità dal Consiglio di Sicurezza, è stato respinto a Parigi dai militari. Quella risoluzione non era applicabile sul terreno. Era troppo vaga. Non precisava la missione; non specificava i compiti della forza multinazionale; né enumerava i mezzi a sua disposizione. Non stabiliva neppure le proporzioni dei vari contingenti che avrebbero partecipato alla spedizione. Secondo una famosa sentenza (attribuita a Georges Clemenceau) la guerra sarebbe una cosa troppo seria per essere lasciata nelle mani dei generali. Questa volta la sentenza si è rivolta contro i diplomatici, e quindi i politici di cui sono gli strumenti, colpevoli di avere redatto una risoluzione non applicabile sul terreno dai generali. I quali l´hanno bocciata.

La ritirata, tanto tardiva quanto improvvisa, lascia quindi perplessi. Ma se i suoi generali, con vecchie sanguinose esperienze sotto la bandiera dell´Onu, in Libano e nei Balcani, gli hanno chiesto di non mandare allo sbaraglio i soldati francesi, Jacques Chirac non poteva che fare un passo indietro. La sua richiesta di una maggiore sicurezza arriva in ritardo, non è priva di ambiguità, ma è legittima. Resta adesso da vedere se la risoluzione dell´Onu, riveduta e corretta, potrà rilanciare la partecipazione francese. E´ senz´altro quel che Roma, non avvisata in tempo da Parigi, si chiede in queste ore. Non senza una certa angoscia.
Insieme a quindicimila soldati dell´Esercito libanese, le cui avanguardie si stanno già dispiegando nel Sud del Libano, a ridosso del confine con Israele, i quindicimila uomini della forza multinazionale dell´Onu in gestazione dovrebbero garantire il cessate il fuoco, al fine di creare le condizioni per passare dalla guerra alla politica. Questo è l´obiettivo, nobile ed essenziale, della risoluzione votata all´unanimità dal Consiglio di Sicurezza l´11 agosto. Ma come spesso accade ai documenti delle Nazioni Unite, anche quello presentato dagli Stati Uniti e dalla Francia, approvato una settimana fa e già ripudiato, è troppo ambiguo per servire da guida sul terreno. Potrebbe quindi essere provvidenziale la richiesta di chiarezza dei generali francesi. Richiesta del resto già avanzata, anche a Roma, con insistenza dal presidente del consiglio e dal ministro della Difesa, forse pure loro incalzati dai generali italiani. E´ in corso una "rivolta" dei generali? Al centro della perplessità dei militari c´è l´Hezbollah. Come trattarlo? E´ naturalmente impensabile che i caschi blu lo disarmino dopo che l´esercito israeliano, il più agguerrito della regione, non è riuscito nell´intento, in trentaquattro giorni di conflitto. L´Onu del resto si guarda bene dal chiederlo. Neppure l´esercito libanese pensa di imbrigliare i guerriglieri. Non ne avrebbe la forza. E il governo di Beirut si guarda bene dal chiederlo. In quanto agli hezbollah, convinti di avere vinto la guerra, non pensano minimamente alla possibilità di deporre le armi. E su questo è d´accordo anche l´alleato regime siriano. Quale compito svolgere in questo groviglio? L´obiettivo politico è chiaro: prolungare il cessate il fuoco per dare spazio a trattative tra le parti. Ma per i generali la risoluzione del Consiglio di Sicurezza non consente di agire in quella situazione militare esplosiva.



Radiografia di Hezbollah
Renzo Guolo su
la Repubblica del 19 agosto

Che fare con il "partito di Dio"? La discussione divampa anche in Italia e può essere riassunta in un solo quesito: quale è lo strumento più efficace per eliminare dalla scena o ridurre l´influenza di Hezbollah? L´azione militare o una politica di respiro strategico e di lungo periodo? La risposta non può prescindere da un´analisi delle forme organizzative e delle politiche della formazione di Nasrallah. Il "partito di Dio" trae la sua forza dall´essere una struttura poliforme: un movimento religioso; una rappresentanza comunitaria; un partito politico di massa; un´organizzazione militare che adotta forme di "guerra asimmetrica"; un formidabile gestore di welfare. Hezbollah è il principale rappresentante di quella comunità sciita che, prima della sua comparsa, occupava l´ultimo gradino della scala sociale negli equilibri confessionali libanesi.
Una sorta di condanna perenne in un paese in cui non solo le cariche pubbliche, parlamentari, di governo, amministrative ma anche le politiche pubbliche si esercitano in base all´appartenenza comunitaria o confessionale. Hezbollah è per gli sciiti il "partito della rivincita". Rivincita dei "diseredati" abbandonati da uno stato che li ha lungamente trascurati. Rivincita contro gli occupanti stranieri: siano israeliani, americani, francesi. Hezbollah si presenta come "forza di resistenza" islamonazionalista. Per metterla in atto si è dato una struttura militare. Sempre meglio armata e addestrata grazie agli aiuti iraniani. Quello che sofisticati analisti chiamavano, vent´anni fa, "l´esercito di straccioni", ha lasciato il posto a una macchina da guerra capace di sostenere per oltre un mese gli attacchi di Tsahal. Ciò gli vale oggi un immenso prestigio in un mondo islamico che assiste per la prima volta all´incrinatura della capacità di deterrenza, psicologica prima ancora che militare, di Israele.

Il radicamento di Hezbollah, che gli ha consentito nel tempo di arruolare cinquemila combattenti, di avere duecentomila iscritti, una cifra molto più grande di simpatizzanti, viste le preferenze elettorali, due ministri, ventitré deputati, un terzo dei consiglieri comunali libanesi, non sarebbe stato possibile senza il suo essere "stato nello stato". Senza la sua costante azione su altri versanti, da quello dell´amministrazione della giustizia a quello dell´erogazione di servizi. Funzioni che Hezbollah esercita, all´interno della comunità sciita, svolgendo un ruolo di supplenza istituzionale di cui si è appropriato nel tempo per compensare i penalizzanti effetti delle politiche su base confessionale.
Il welfare religioso è il principale strumento di consenso del gruppo. E´ finanziato dai trasferimenti delle bonyad, le potenti fondazioni, iraniane; dal versamento delle imposte dei membri della comunità sciita libanese; dalle generose donazioni della diaspora sciita all´estero, non tutta su posizioni islamiste ma che, nella politica antisraeliana del gruppo e nella necessità di "proteggere" la parte di famiglia rimasta in Libano, trova motivo per donare. Hezbollah non si limita solo a ridistribuire il reddito ma anche a crearlo: ha quote in molte imprese libanesi, dai ipermercati alle pompe di benzina, dalle agenzie di viaggio all´editoria. Il suo "core business" è, però, l´edilizia; la fondazione "Jihad al Binna", ha costruito in questi anni migliaia di alloggi, ospedali, moschee, strutture produttive.

I proventi dell´economia di mercato sociale del "Partito di Dio", finanziano i servizi. A partire da quelli forniti dall´Unità educativa, la struttura che gestisce il sistema scolastico, del tutto gratuito, e che nel settore investe milioni di dollari l´anno. Solitamente il doppio di quelli stanziati dallo stato libanese. Un sistema che comprende scuole di ogni grado, università e accademie religiose; e permette la formazione di un sostrato culturale, religioso e ideologico, in cui prospera poi la visione del mondo di molti sciiti libanesi. Sulla scorta del modello iraniano, Hezbollah gestisce fondazioni, come quella dei Martiri, che assiste migliaia di famiglie di combattenti e i loro orfani; come quella dei Feriti, che ha in carico oltre diecimila persone e distribuisce circa settemila pensioni di invalidità. La protezione dei "diseredati" è affidata al Comitato Khomeini, che assiste più di centomila persone e finanzia più di duemila borse di studio l´anno. Ma non basta. In campo sanitario Hezbollah spende cinque milioni di dollari per assistere, mediamente, quattrocentomila persone l´anno; controlla sei ospedali, ambulatori, dispensari. Ne pagano i servizi solo quanti possono. Si può dissentire o meno da D´Alema, ma quando il nostro ministro degli Esteri afferma che siamo di fronte a un fenomeno che non può essere cancellato con lo strumento militare ma che per contrastarlo occorre una politica di grande respiro strategico non fa che prendere atto della realtà.


Cuba, l´isola surgelata che aspetta il dopo-Castro
La malattia del leader spaventa fedeli e oppositori
Massimo Giannini su
la Repubblica del 15 agosto

L´AVANA - «Feliz cumpleaños, Fidel», recitano i murales verniciati in ogni angolo di Cuba. Dai muri sbrecciati dal mare e dal tempo lungo il Malecon dell´Avana, alle pensiline dei camiones nei villaggi più sperduti dell´isola. «Feliz cumpleaños, Fidel» gridano centinaia di migliaia di fieri habaneri, confluiti in una massa colorata nella «tribuna anti-imperialista José Martì», non prima di aver fatto una tappa obbligata a Plaza de la Revoluciòn, sotto lo sguardo vigile del mito eterno, il Che Guevara fotografato da Korda e stilizzato sulla gigantesca facciata del ministero dell´Interno.
«Siamo qui per fare gli auguri al nostro unico comandante», ripetono a turno i quasi mille artisti, tra attori, musicisti e cantanti, che il governo cubano ha convocato nella capitale per festeggiare gli ottant´anni del suo lider maximo.
«Cantada por la patria», hanno chiamato questo megaconcerto che serve a celebrare l´eterno ritorno di un potere che non cambia ormai da quarantotto anni ininterrotti, ma che stavolta teme che qualcosa possa cambiare davvero, nessuno sa come. Castro ha compiuto ottant´anni in un letto d´ospedale e qui all´Avana non c´è un solo cubano che poteva immaginare un compleanno così strano, così inquieto.

Cuba, dopo cinquant´anni di castrismo, resta un miracolo di storia e un ricettacolo di contraddizioni. «Un paese di diabolici estremi» come dice Abilio Estevez, lo scrittore dei «Palazzi lontani». Un paese di «brutta bellezza», o di «volgare eleganza». Ma un paese che, nonostante tutto, il crollo del comunismo e la caduta del Muro di Berlino, il nodo scorsoio sempre più soffocante dell´embargo americano e la globalizzazione, misteriosamente e incredibilmente resiste.
L´economia resta il nervo scoperto del castrismo. La proprietà privata resta sostanzialmente vietata. La casa non si può comprare né vendere, e le giovane coppie che si sposano vanno a vivere con i parenti. Nell´isola vige la doppia circolazione monetaria: i cubani vivono con il peso non convertibile, mentre i rapporti commerciali con i turisti e gli stranieri sono regolati dal «Cuc», il cubano convertibile, che vale poco più di un euro. Lo Stato paga stipendi medi di 500 pesos non convertibili al mese: circa venti euro. Una miseria. Nonostante i controlli e le restrizioni, prospera l´economia parallela: «Casas particulares» e «paladares», stanze in affitto e ristoranti ricavati nelle case, dilagano anche fuori dai circuiti ufficiali. Fuori dalle fabbriche autorizzate, a Partagas dietro al Capidoglio, o a Pinar del Rio, gli operai che ci lavorano ti offrono sigari fatti in casa da loro a un decimo del prezzo ufficiale. «E nonostante il giro di vite di due anni fa - spiega ancora Cristina - all´Avana come a Varadero, le jineteras che si vendono ai clienti occidentali guadagnano in una sera il triplo dello stipendio di un mese di un professore universitario». Come si fa a reggere così, con il «bloqueo» americano che strangola gli scambi da e per l´isola? Eppure si regge. Certo, grazie al sommerso e alle mance dei turisti, quasi due milioni solo quest´anno. Ma non solo. Al collasso irreversibile dell´alleato sovietico dell´89, Fidel ha risposto sostituendo l´Urss con la Cina, che oggi compra a caro prezzo zucchero e nichel cubano in cambio di forniture di elettrodomestici e tecnologie. Alle feroci restrizioni imposte dagli Usa, e rafforzate nel '96 con l´emendamento Helms-Burton, il regime ha risposto con il solito orgoglio ma con un´insolita intraprendenza diplomatica. Con la Bolivia dell´amico Evo Morales e con il Venezuela del compañero Hugo Chavez, che gli ha tributato un omaggio pubblico venendolo a trovare in ospedale e facendosi fotografare con lui, ha sottoscritto un grande accordo commerciale: fiumi di petrolio in cambio di medici e di servizi di ogni genere.
Risultato: nel solo 2005 il prodotto interno lordo cubano è cresciuto dell´11 per cento. Un record, a suo modo. Non cancella le sacche di povertà, che ci sono e rimangono. Non azzera le paurose carenze d´infrastrutture, di servizi igienici, di decoro urbano, di beni di consumo, che tormenta allo stesso modo le città e le campagne. Ma consente all´isola di fare ciò che fa da sempre: tirare a campare, con poche risorse e bassissimi consumi, ma con un orgoglio nazionale che resta, ancora oggi, sorprendente. Questo paese ad archeologia ideologica, di costruzione in rovina, di ruderi immobiliari e culturali, resta pur sempre all´avanguardia per i suoi sistemi sanitari. Il tasso di mortalità infantile è inferiore a quello di tutti i paesi in via di sviluppo, l´aspettativa di vita è più alta di quella degli Stati Uniti. Tutti i servizi sono gratuiti. Medicine e autobus, scuole e università. Un welfare in molti casi sgangherato: un viaggio in camion da Santiago all´Avana può durare anche due giorni, se gli ispettori popolari vestiti di giallo in servizio ai cavalcavia (gli «amarillos», li chiamano) non ti aiutano a salire in autostop sulle poche auto pubbliche in circolazione. Ma è un welfare su cui i cubani, tutti, pensano di poter contare, in un modo o nell´altro. Ed è un sistema meno sclerotizzato di quanto suggerisce il pauroso immobilismo del resto della nazione. Quest´anno con la riforma sanitaria saranno operati gratis alle cateratte altri 600mila cubani. E con la riforma energetica saranno risparmiati quasi 2 milioni di chilowattora. Gocce nel mare, per qualunque grande ricca democrazia industriale dell´Occidente. Non per Cuba, che non è ricca, non è felice come racconta l´iconografia classica delle agenzie di viaggio, ma forse non è neanche del tutto disperata come denuncia la propaganda anticastrista cubana che, da Miami, scende per strada a gridare «morte a Fidel».
Non ti spiegheresti, altrimenti, perché migliaia di giovani (e non solo i vecchi nostalgici del 26 luglio '53) stiano qui a cantare e ballare, tra slogan e bandiere, alla «cantada por la patria», e si infiammino quando Enrico Bueno legge un passo di Neruda dedicato a Fidel.
«La verità - spiega Carmen, 26 anni, impiegata nel turismo - è che la metà dei cubani sostiene Fidel, mentre l´altra metà non lo sopporta più, ma teme che il futuro senza di lui significhi la fine di Cuba, la sua trasformazione in una colonia yankee, una gigantesca Cancun. Questo nessun cubano lo vuole. Anche chi non vuole più Fidel, non vuole comunque il capitalismo, l´alienazione, lo stress. Vogliamo restare padroni del nostro destino».



Quindici anni fa il golpe che dissolse l'Urss
Gianluigi Torchiani su
Il Sole 24 Ore del 18 agosto

La rivoluzione che ha cambiato per sempre i colori e le cartine geografiche dell'Europa ha una precisa data d'inizio: quindici anni fa, il 19 agosto del 1991, un gruppo di uomini legati alla vecchia nomenclatura comunista annunciò il sollevamento dalla carica di Michail Gorbaciov, padre della perestroika, e tentò di riportare all'indietro le lancette della storia.
Ma in pochi giorni il "golpe" fallì, grazie anche alla sollevazione popolare guidata da Boris Eltsin: nel giro di pochi mesi l'Unione Sovietica scomparve e al suo posto nacquero quindici nuove repubbliche indipendenti. Molti aspetti di quei giorni decisivi per la storia recente dell'Europa sono ancora oggi poco chiari: ne abbiamo parlato con Maria Ferretti, all'epoca corrispondente da Mosca per Il Messagero e oggi docente di Storia contemporanea e di storia della Russia del 20° secolo all'Università di Viterbo.
Il tentato golpe del 19 agosto avvenne alla vigilia della firma del nuovo trattato federale. Di che cosa si trattava?
«Il nuovo trattato federale, che era stato elaborato al termine di un lungo e laborioso processo, avrebbe significato la sparizione del vecchio stato sovietico. Il documento prevedeva infatti la nascita di un vero stato federale, per rispondere alle forti spinte autonomistiche e indipendentistiche che si erano manifestate in tutta l'Urss, e una vera e propria redistribuzione dei poteri che avrebbe lasciato al Cremlino pochi poteri. Questo avrebbe realmente significato per i golpisti perdere il potere».

Per quali motivi il golpe fallì?
«In realtà più che di golpe si dovrebbe parlare di una congiura di palazzo malriuscita. Il putsh fallì in primo luogo per la palese inadeguatezza dei "congiurati", che fin dalla prima conferenza stampa si mostravano in preda al panico e incerti sull'agire. Il vicepresidente Yanayev era poi visibilmente ubriaco. In secondo luogo i golpisti speravano di mettere Gorbaciov di fronte al fatto compiuto, un po' come accaduto ai tempi della destituzione di Krusciov nel '64, e di convincerlo a non firmare il trattato. Il problema era però che la società sovietica era molto cambiata da allora, la storia era andata avanti e il tentativo di riportarla indietro non poteva durare a lungo».
In occidente si è soliti attribuire il fallimento del golpe del '91 alle manifestazioni popolare guidate da Eltsin. Molti però hanno contestato questa interpretazione. Cosa ne pensa?
«Io stessa mi trovavo dentro la Casa Bianca (il parlamento russo centro della resistenza al golpe) poche ore dopo il putsh, ho addirittura aiutato a preparare dei volantini di protesta. Posso però dire che di fronte alla Casa Bianca c'erano al massimo 30.000 persone, molte meno di quelle di precedenti manifestazioni. Il resto di Mosca proseguiva la sua vita di sempre e nel resto dell'Urss, a parte Pietroburgo, non avvenne nulla di eclatante. Insomma, oltre alla protesta popolare ci furono anche altri fattori».
Cosa intende per altri fattori?
«Fu decisivo il fatto che dal 1990, cioè dalla vittoria dei riformisti di Eltsin nelle elezioni della federazione russa, a Mosca ci fossero di fatto due stati. Da una parte la vecchia Urss sempre più esangue e, dall'altro, il nuovo stato russo che aveva già sottratto a quello sovietico una serie di poteri. Rutskoi, all'epoca vicepresidente di Eltsin, controllava una parte del Kgb, e questo spiega anche perché in quei giorni l'esercito e le forze speciali sovietiche furono così indecise sul "con chi" schierarsi»
Il presidente russo Vladimir Putin ha recentemente definito il collasso dell'Urss come la più grande catastrofe geopolitica del 20° secolo. Nostalgia imperiale o semplice critica al suo predecessore, Boris Eltsin, che fu parte attiva del crollo?
«Che Putin consideri per la Russia la scomparsa dell'Urss come "una sciagura" è comprensibile; basti pensare solo al dramma dei milioni di russi oltre confine che da un giorno all'altro si sono ritrovati in quindici diversi paesi stranieri. Poi è chiaro che Putin, per la sua particolare formazione (dirigente del Kgb dal 1975 al 1991, ndr), è sempre stato più sensibile ad un'idea di politica estera imperiale più di quanto fosse Eltsin».


Se la ripresa è in pericolo
L'America frena, Finanziaria in salita
Francesco Giavazzi sul
Corriere della Sera del 19 agosto

Aveva ragione Romano Prodi, che commentando i recenti dati positivi sulla nostra economia disse «una rondine non fa primavera». Da qualche settimana si è diffuso un improvviso pessimismo sull'economia americana. Pochi ormai escludono una recessione e si discute se questa sarà relativamente blanda, come nel 2001-02, oppure più severa. Alcuni, come Nouriel Rubini — l'ex alunno dell'università Bocconi, ora professore a New York, il cui sito RGE Monitor è diventato il nuovo punto di riferimento delle analisi dell'economia del mondo — sottolineano le similitudini con l'autunno del 1987 quando, il 19 ottobre, Wall Street crollò perdendo il 20,4% in un sol giorno.
Il motivo di questi timori è spiegato con la consueta lucidità da Paul Krugman sul New York Times. L'economia americana cresce ininterrottamente — se si esclude il temporaneo rallentamento del 2001-02 — da 15 anni. In una prima fase, gli anni Novanta, la crescita fu sostenuta dalla tecnologia,— quella che allora si chiamava «nuova economia» — i cui effetti probabilmente furono esagerati e crearono una bolla speculativa nel mercato azionario. Quando la Borsa si ridimensionò il presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, sostituì, nell'interpretazione di Krugman, una bolla azionaria con una bolla immobiliare. Per alcuni anni dopo il 2001, tassi di interesse straordinariamente bassi hanno spinto in alto il prezzo delle case e il settore delle costruzioni. Gli americani hanno usato l'aumento del prezzo delle loro case come garanzia per indebitarsi e consumare di più: costruzioni e consumi sono stati il motore della recente crescita dell'economia.
Il pessimismo oggi nasce da due osservazioni. Innanzitutto il rallentamento delle costruzioni e del prezzo delle case. Il numero di nuovi cantieri per la costruzione di abitazioni familiari scende ormai da 6 mesi ed è oggi del 20% inferiore al livello dello scorso mese di gennaio. I prezzi (medi) degli appartamenti situati in un condominio stanno scendendo a un tasso del 9% l'anno. La preoccupazione è che le banche chiedano alle famiglie di rimborsare una parte dei prestiti che erano stati garantiti dal valore della loro casa, e che le famiglie si trovino in difficoltà e si vedano costrette a tagliare bruscamente i consumi. La seconda preoccupazione è che la politica economica non sia in grado di contrastare una recessione. Il deficit del governo federale è già straordinariamente elevato, per effetto dei tagli fiscali e del costo della guerra in Iraq: difficile pensare che la politica fiscale possa divenire ancor più espansiva. La Fed potrebbe essere titubante a ridurre i tassi di interesse perché il prezzo del petrolio mantiene elevata l'inflazione.



I farmaci alla Coop più venduti di pasta, riso e farina
su
Il Sole 24 Ore del 17 agosto

Nei primi tre giorni di apertura del punto-vendita di farmaci da banco, nell'ipermercato di Santa Caterina a Bari, la Coop ha incassato con i soli medicinali l'1,9% del fatturato dell'intero punto vendita.
Cifra che supererebbe il giro di affari dovuto alla vendita di pasta, riso e farina messi insieme.

Ad oggi sono cinque i centri che hanno iniziato a sperimentare la liberalizzazione voluta dal Decreto Bersani: oltre al centro barese ci sono infatti gli ipermercati Coop di Carpi (Modena) e di Ferrara, insieme a due Parafarmacie Benessere presenti nei centri commerciali di Vicenza e Rovigo. A Modena e Ferrara il volume delle vendite ha raggiunto in questi pochi giorni l'1,5% del fatturato totale, a fronte di un'affluenza di 1300 consumatori (circa 450 per ogni ipermercato Coop). I prezzi sono in media sono più bassi del 20-25% rispetto alle farmacie. La catena si prepara inoltre a lanciare farmaci generici a marchio Coop che potranno arrivare anche a costare la metà. In testa alla classifica dei medicinali più richiesti ci sono gli antidolorifici e gli analgesici. Seguono i farmaci contro l'acidità di stomaco e i disturbi gastrointestinali, la Tachipirina e l'Aspirina. La Coop, in particolare, ha preferito evitare di utilizzare nei suoi corner per i farmaci da banco gli espositori per il fai-da-te, scegliendo sempre un farmacista come tramite tra il cliente e il medicinale.

Entro ottobre la Coop prevede di aprire 25 nuovi Corner della Salute, mentre saranno 150 il prossimo anno. Il Movimento nazionale liberi farmacisti (Mnlf) stima entro i prossimi due anni 5mila nuovi posti di lavoro per i laureati in questa specialità. Mentre per il 2007 ne prevede l'assunzione di 750 solo nella grande distribuzione, con uno stipendio di 1600 euro come stabilito dal contratto del Commercio-quadro. Un'ottima notizia per i 56 mila laureati abilitati alla professione e disoccupati perché non trovano spazio nelle 16.500 farmacie italiane.


   20 agosto 2006