
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 13 agosto 2006
Chi vince e chi perde
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Dunque è fatta. La risoluzione franco-americana è passata senza intralci al Consiglio di Sicurezza dell´Onu, il "cessate il fuoco", anzi la fine delle ostilità lungo il confine libanese è stato decretato, oggi il governo d´Israele dovrà dare la sua approvazione definitiva al documento, peraltro già anticipata dal premier israeliano.
Poi dovrà schierarsi sulla linea blu un contingente dell´esercito libanese forte di quindicimila uomini, insieme alla forza Onu (altri quindicimila caschi blu) composta da contingenti francesi, italiani, spagnoli, forse turchi, con il compito di disarmare Hezbollah e pattugliare il confine. A questo punto l´armata di Israele rientrerà alle basi di partenza e i due soldati rapiti saranno stati restituiti e la pace prenderà il posto della guerra.
Il costo umano dell´intera operazione sarà stato più o meno di mille morti tra i civili libanesi, cinquecento morti tra le milizie Hezbollah, cento morti tra i militari d´Israele e una trentina di morti tra i civili israeliani. Mezzo Libano distrutto.
Resta da valutare il risultato politico e questo è assai controverso.
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Tre intellettuali pacifisti israeliani, molto rappresentativi perché da anni dissenzienti dalla politica del loro governo, hanno diffuso giorni fa un documento riportato dalla stampa di tutto il mondo. Si tratta di David Grossman, Amos Oz, Abraham Yehoshua. Si sono per la prima volta schierati in favore dell´attacco israeliano contro il Libano considerandolo come un´azione difensiva. Hanno tuttavia auspicato che Israele si limitasse a distruggere le infrastrutture militari Hezbollah e non coinvolgesse il Libano nell´azione di "polizia militare antiterrorista". Dopo l´approvazione del documento Onu hanno dichiarato che gli obiettivi dell´azione difensiva israeliana erano stati a loro avviso raggiunti e che quindi si potevano e si dovevano far tacere le armi e ritirarsi. Inoltre hanno auspicato un´immediata ripresa dei negoziati di pace tra il loro paese e l´Autorità palestinese.
La posizione dei tre intellettuali pacifisti è importante. Coincide, più o meno, con la posizione europea, del Consiglio dei ministri europei e della sinistra europea. E anche, per quanto si può capire, con quella del governo di Gerusalemme che ritiene d´aver raggiunto gli obiettivi desiderati. Sulla ripresa della Road Map è ancora silenzio. Si vedrà.
Ma c´è una postilla nient´affatto marginale. In attesa che l´esercito libanese si attesti sul confine e che i caschi blu delle Nazioni Unite arrivino anche loro sul terreno, Tsahal, l´esercito israeliano, continua l´offensiva e punta a conquistare il fiume Litani, trenta chilometri a nord del confine. I combattimenti e i bombardamenti sono ancora in corso; il lancio dei razzi Hezbollah sulla Galilea anche. La battaglia delle milizie sciite contro gli "invasori", prosegue. Dell´andamento di questa offensiva-stralcio non si sa nulla perché l´intera zona è blindata. Non si conosce perciò il numero delle vittime delle ultime quarantott´ore da una parte e dall´altra. Si sa soltanto che Israele ieri ha triplicato il numero degli effettivi in campo e che l´offensiva continuerà fino a domattina alle sette.
L´arrivo dei "regolari" libanesi e dei caschi blu richiederà almeno una settimana, più probabilmente due. Questo è lo stato di fatto sul terreno.
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Dal punto di vista del governo libanese il risultato della guerra è catastrofico. I danni materiali sono valutati ad almeno 3 miliardi di dollari. Il governo Siniora è al collasso. Probabilmente sarà costretto a ritirarsi. Coll´aria che tira riesce difficile immaginare che a Beirut si insedi un governo amico d´Israele e dell´America.
Hezbollah, a torto o a ragione, canta vittoria. Ha subito perdite notevoli ma non è stato sconfitto sul campo. Dovrà essere disarmato ma intanto ha ancora le armi in mano. Tsahal alla fine dovrà andarsene e questa volta non di propria iniziativa come nel 2000 dal Sud del Libano ma per obbedire ad una risoluzione dell´Onu.
Ma soprattutto gli Hezbollah e il suo leader sono diventati il vessillo di tutto il mondo arabo e anzi di tutto il mondo musulmano. Dei palestinesi. Della guerriglia irachena ancorché sunnita. Delle opinioni pubbliche dei paesi arabi moderati, in Egitto, in Giordania, in Arabia Saudita e anche nel Maghreb.
Quest´aspetto politico è probabilmente il più importante anche perché si avverte con evidenza nelle comunità islamiche europee. I morti di Cana sotto le bombe israeliane sono diventati un simbolo.
Qualcuno ricorda che la seconda "intifada" a Gaza e a Ramallah cominciò sotto le bandiere gialle di Hezbollah dopo il ritiro unilaterale dell´esercito israeliano dal Sud del Libano nel 2000. Sembra preistoria. La situazione per Israele e per tutta la regione mesopotamica è molto cambiata da allora e sicuramente non in meglio.
I tre intellettuali pacifisti ritengono che gli obiettivi difensivi dell´azione di Israele in Libano siano stati raggiunti, ma non fanno parola della vittoria politica di Hezbollah e dei suoi effetti. Mi pare una sottovalutazione piuttosto vistosa.
Vorrei aggiungere un´osservazione non peregrina su quest´aspetto. I tre intellettuali pacifisti ritengono insopportabilmente anomalo il rapporto tra il governo libanese e Hezbollah, dove il secondo fa parte del primo ma il suo braccio militare agisce come entità autonoma e sovrana nel proprio territorio. Che cosa direbbe il governo libanese si chiedono i tre se il governo d´Israele si dichiarasse non responsabile delle iniziative militari di Tsahal?
Certo per un paese democratico come Israele sarebbe impensabile proclamare l´autonomia dell´esercito rispetto al potere civile. Ma questa rappresentazione è molto più formale che sostanziale. Tsahal costituisce all´interno d´Israele uno dei pilastri d´una società condannata ad una perenne militarizzazione. Sono proprio sicuri i nostri tre amici che il governo d´Israele potrebbe assumere una linea in contrasto con i quadri militari? E, chiedo, c´è un esempio significativo di un capo di governo israeliano che non provenga dagli alti quadri di comando di Tsahal?
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Nell´evolversi della situazione libanese verso un processo di pace, come tutti fervidamente ci auguriamo, l´Italia ha avuto un ruolo notevole e positivo. Anzitutto come promotrice e ospitante del vertice di Roma che fu il primo passo sboccato ieri nel voto del Consiglio di sicurezza dell´Onu. Poi con un´intensa ed equilibrata azione di raccordo diplomatico tra Israele, Libano, Europa e Usa. Infine ormai sembra certo con un rilevante contributo militare al contingente dei caschi blu in corso di rapido allestimento. Notizie ufficiose ma attendibili parlano di 2.500 militari italiani che parteciperebbero alla forza internazionale sotto la bandiera dell´Onu da schierare al confine tra Libano e Israele per garantire il reciproco rispetto da parte dei due Stati limitrofi.
Si tratta di un ruolo essenziale e pacifico. Certo non privo di rischi, proporzionati alla responsabilità e alla missione di quel contingente. Essa si inquadra correttamente con la linea di politica estera del governo Prodi e il recupero d´una dignità europea e internazionale in un´area vitale e tradizionalmente prioritaria della politica italiana nel Vicino Oriente e nel Mediterraneo.
Ci auguriamo che tutte le componenti dell´Unione siano d´accordo su questa linea. Eventuali dissensi da parte della cosiddetta sinistra radicale non dovrebbero manifestarsi. Del resto, trattandosi d´una missione Onu, anche gli aspetti istituzionali di questa nostra presenza militare sono perfettamente in linea con i principi sanciti nella Costituzione.
La diplomazia italiana e la politica estera del governo meritano dunque lode e incoraggiamento. L´opposizione - si spera - dovrebbe valutare positivamente la nostra presenza e il nostro ruolo.
Noi non siamo una grande potenza né aspiriamo ad esserlo. Ma rappresentiamo un tassello essenziale in Europa e nello scacchiere meridionale del continente. È importante che il governo nei primi tre mesi della sua esistenza abbia realizzato obiettivi e rango che nel recente passato si erano alquanto appannati.
Una ideologia di massa
Magdi Allam sul Corriere della Sera
Nell'Italia dei tuttologi di professione e nell'Occidente degli islamologi infatuati dall'homo islamicus, si è scatenata una polemica tendente a negare l'esistenza di un "fascismo islamico". Ebbene se fossero nati e cresciuti nei Paesi musulmani retti perlopiù da dittature, se avessero sperimentato sulla propria pelle la ferocia del terrorismo o l'aggressione verbale degli estremisti islamici, non avrebbero avuto dubbi sulla realtà della dimensione ideologica autoritaria, violenta, bellicosa, espansionista, totalitaria e messianica di una dottrina religiosa e politica che incarna l'essenza di un male che è intrinseco all'Islam sin dai suoi esordi.
Da quando, dopo la morte di Maometto nel 632, ben tre dei suoi primi quattro successori, i califfi "ben guidati", furono assassinati per mano di altri musulmani: Omar nel 644, Othman nel 656 e Ali nel 661. Storicamente i più sanguinosi massacri di musulmani sono stati perpetrati dagli stessi musulmani. Ciò è avvenuto sia per ragioni formalmente religiose, dalla decapitazione di 120 mila musulmani nel 694 da parte di Al Haggiag bin Yusuf al Thaqafi per ripristinare il potere degli omayyadi, al massacro di 150 mila algerini negli anni Novanta condannati indistintamente di "apostasia" dai terroristi sunniti del Gia (Gruppo islamico armato), fino alle stragi attuali degli sciiti in Iraq da parte dei terroristi sunniti wahhabiti di Al Qaeda che li considerano "eretici". Ma anche per ragioni apparentemente di salvaguardia del potere laico dello Stato, come il massacro di circa 20 mila palestinesi nel "Settembre nero" del 1970 in Giordania o la strage di circa 30 mila siriani ad Hama nel 1982.
L'essenza del "fascismo islamico" è insita nella negazione del diritto alla vita altrui, sia che si tratti di un "apostata " o un "eretico", sia che sia considerato un "nemico" quale ebreo o crociato cristiano. Per la verità la radice del male è interna all'Islam e si fonda sul disconoscimento della pluralità delle comunità religiose, giuridiche, ideologiche e culturali che da sempre connotano la galassia islamica. Noi continuiamo a parlare di Islam al singolare, mentre in realtà si coniuga al plurale così come è il caso del cristianesimo. Sono gli estremisti islamici che vorrebbero accreditare la percezione di un blocco monolitico dell'Islam, dal momento che si considerano detentori della "Verità", mirando a imporre il loro potere assoluto ed egemone. Finendo per delegittimare e condannare a morte tutti coloro che non sono a loro immagine e somiglianza e non si sottomettono al loro arbitrio. È questa l'essenza del "fascismo islamico", che esiste da sempre, alimentato da una cultura dell'odio e della morte di cui gli stessi musulmani sono al contempo i carnefici e la gran parte delle vittime. È questo "fascismo islamico" che ha provocato la cacciata o la fuga, nel corso degli ultimi cinquant'anni, di un milione di ebrei, di 10 milioni di cristiani e di un numero superiore di musulmani dal Medio Oriente.
Purtroppo noi viviamo in una fase infelice della nostra storia in cui il "fascismo islamico" sta manifestando il culmine della sua efferatezza, all'insegna della guerra santa contro Israele e gli Stati Uniti. Perché si sta realizzando la saldatura tra il filone laico- nazionalista panarabo, affermatosi all'indomani della seconda guerra mondiale, e il filone religioso-islamico messianico emerso a partire dalla sconfitta degli eserciti arabi nella guerra del 5 giugno 1967 contro Israele. È stato Saddam Hussein, prima ancora dell'inizio dei bombardamenti americani il 20 marzo 2003, a forgiare questa saldatura creando il gruppo terroristico "Esercito di Maometto", formato da miliziani del partito Baath e combattenti di Al Qaeda, dopo la decisione resa nota da Osama Bin Laden l'11 febbraio 2003 di schierarsi al fianco dell'Iraq facendovi affluire migliaia di militanti. Ed ora l'Iran e la Siria vorrebbero trasformare il Libano meridionale nel nuovo fronte di prima linea della "guerra santa" volta alla distruzione di Israele, convogliandovi migliaia di combattenti sciiti libanesi, iracheni e iraniani, nonché sunniti mobilitati dai Fratelli Musulmani.
Sbaglia di grosso Gilles Kepel quando, nell'intervista concessa ieri a Repubblica,
nega l'esistenza di un "fascismo islamico" perché, a suo avviso, "i gruppi terroristici islamici sono il contrario di un movimento di massa". Chi come me ha vissuto sotto il regime dittatoriale di Nasser in Egitto e oggi è un bersaglio del terrorismo islamico, sa bene che questo terrorismo è solo la punta dell'iceberg di un più ampio movimento ideologico, fondato sull'antiebraismo e l'antiamericanismo, inculcato sin dalla tenera età alle masse e che è diventato parte integrante della loro cultura e della loro fede. È vero che è una minoranza quella che pratica il terrorismo islamico, ma c'è una maggioranza di musulmani che condivide la loro ideologia fascista.
Questomedesimo approccio ideologico è espresso in maniera più militante da Piero Sansonetti che, confutando il concetto di "fascismo islamico", su Liberazione mi definisce "uno dei capifila" dei "fondamentalisti occidentali e cristiani". Caro Piero, non sono un fondamentalista, bensì una vittima designata del fondamentalismo, non quello occidentale bensì islamico; sono un musulmano, laico e liberale, che da oltre tre anni paga di persona una strenua battaglia contro il "fascismo islamico" per affermare la cultura della vita e della libertà tra i musulmani.
Una tregua guerreggiata
Enzo Bettiza su La Stampa
Sono due le guerre in corso tra la Jihad estremista e l'Occidente. L'una ha carattere globale ed è in gran parte asimmetrica. Iniziata l'11 settembre di cinque anni fa, si è via via ripercossa in Afghanistan, approfondita in Iraq, prolungata in Spagna, esplodendo a scoppi intermittenti anche in Paesi arabi "moderati" che intrattengono buoni rapporti governativi con gli occidentali. Si è poi fatta sentire due volte in Inghilterra: il 7 luglio dell'anno scorso, e infine pochi giorni orsono con il fallimento della temibile "operazione Bojinka" e l'arresto di una ventina di giovanissimi kamikaze, tutti cittadini britannici, che progettavano d'immolarsi in volo su undici aerei di linea americani.
L'altra guerra invece, scoppiata un mese fa alla frontiera tra Israele e il Libano, ha un carattere apparentemente regionale e quasi convenzionale. Dico in apparenza "regionale" perché questo complesso conflitto, che in primo piano vede l'esercito israeliano e i guerriglieri di Hezbollah, è al tempo stesso anche un conflitto per procura: dietro Israele c'è l'ombrello protettivo dell'America, così come dietro gli sciiti di Hezbollah ci sono le fatwa antisioniste, la fede apocalittica, gli arsenali balistici, l'uranio arricchito, i petrodollari e i consigli strategici della Repubblica islamica di Khamenei e Ahmadinejad. In questo senso il bifido conflitto che vede il "piccolo Satana" ebraico stretto in una morsa brutale, fra Hezbollah da un lato e Hamas dall'altro, assume l'aspetto inquietante di un segmento concentratissimo della più vasta e più fluida guerra mediorientale e globale che oggi contrappone Al Qaeda e Teheran, pur rivali tra loro, al "grande Satana" americano. Ma nel momento in cui tutti, israeliani compresi, affermano di accettare con soddisfazione la risoluzione franco-americana dell'Onu, sarà bene soffermare un attimo lo sguardo sulle operazioni belliche che intanto continuano e infuriano nel Sud del Libano. La strana guerra contro il tempo e lo spazio che vi si combatte, "quasi convenzionale" come ho detto, si svolge infatti tra la mole del più robusto esercito meccanizzato del Medio Oriente e un'armata carsica di guerrieri sotterranei, inafferrabili, coriacei, pressoché invisibili. La loro tattica di combattimento fuggitivo ricorda quella dei Vietcong contro gli americani. Per la prima volta, dopo le guerre lampo vittoriose contro visibili quanto inetti eserciti arabi convenzionali, la leggendaria superiorità di Tsahal ha dato l'impressione di girare a vuoto. Né l'aviazione né i commando d'élite sono riusciti a snidare un nemico nascosto in bunker attrezzatissimi, addestrato alla guerriglia, ubiquo e impalpabile, armato di letali cannoncini anticarro e di missili di media grandezza, incorporati nelle case dei villaggi, che nonostante i bombardamenti a tappeto hanno seguitato a sommergere con un diluvio di fuoco città e kibbutz israeliani. Dopo l'ambigua risoluzione Onu, si direbbe concepita per salvare la faccia delle impotenti autorità libanesi e dare il tempo ai soldati di Tsahal di raggiungere il fiume Litani, costringendo gli Hezbollah o quel che ne resta ad arretrare a trenta chilometri dal confine, il mondo assiste al divampare della fase decisiva della battaglia mentre nelle capitali europee si inneggia forse prematuramente alla fine della guerra. E' presto per dire come andrà a finire. Per ora quel che si svolge sotto i nostri occhi è una sorta di tregua guerreggiata. Probabilmente il Libano, distrutto per eccesso di legittima difesa dagli israeliani, ostaggio degli Hezbollah domati ma non sconfitti, dell'Iran e della Siria che continueranno a foraggiarli, dovrà affrontare un secondo periodo buio della sua storia cruenta. Chissà quando e come, soprattutto chissà con quali capacità di impedire il riarmo di Hezbollah, l'Onu riuscirà a convogliare un contingente di quindicimila caschi blu nella zona di confine momentaneamente ripulita dal blitz israeliano. Alla tregua guerreggiata con ogni probabilità seguirà una tregua anfibia, né armata né disarmata, senza vinti e senza vincitori. Il mito dell'invincibilità militare di Israele, come quello dell'alta professionalità dei suoi servizi segreti, subiranno una sensibile riduzione d'immagine e di credibilità inasprendo le liti già venefiche all'interno dell'establishment politico di Gerusalemme. Aumenterà invece, pericolosamente, nel mondo islamico e nella vulnerabile società multiconfessionale libanese, il carisma del leader sciita Nasrallah, alleato prediletto degli ayatollah nucleari di Teheran. Non meno pericolosamente crescerà il mito dell'armata fantasma Hezbollah, mostratasi capace di violare, per la prima volta, l'intangibilità territoriale di Israele e di resistere per un mese alla controffensiva di uno dei più sofisticati eserciti del mondo.
Tutto questo non farà che allontanare il giorno e l'idea della pace "piena" dagli stessi turbati pacifisti israeliani, dai fiacchi e succubi politici libanesi e dai rissosi uomini di Hamas che ora più che mai tengono in pugno il destino della Palestina.
Il compromesso necessario
Angelo Panebianco sul Corriere della Sera
Facciamo un'ipotesi, di fantasia ma non proprio del tutto implausibile. Immaginiamo che tra qualche mese venga fuori che l'Apocalisse dei cieli, il grande attentato destinato a oscurare persino gli attacchi dell'undici settembre, con migliaia e migliaia di vittime innocenti, sia stato sventato solo grazie alla confessione, estorta dai servizi segreti anglo-americani tramite tortura, di un jahadista coinvolto nel complotto, magari anche arrestato (sequestrato) illegalmente. Chi se la sentirebbe in Occidente di condannare quei torturatori? La risposta è: un gran numero di persone. In Italia più che altrove.
La cosa interessante è che a emettere sentenze di condanna senza nemmeno riconoscere l'esistenza di un "dilemma etico" nella vicenda in questione non ci sarebbero solo quelli che Giuliano Ferrara sul Foglio ha definito gli appartenenti al "nemico interno" (il quale esiste, eccome), alleato di fatto del terrorismo jahadista. No, fra coloro che condannerebbero i torturatori senza dubbi né tentennamenti ci sarebbero anche tante brave persone in buona fede che hanno orrore del terrorismo ma che credono che cose come la legalità, i diritti umani e quello che chiamano (in genere, senza sapere bene cosa sia) lo "stato di diritto" debbano sempre avere la precedenza su tutto: anche sulla salvezza di migliaia di vite umane.
Come si spiega che in Italia più che altrove sia venuta totalmente meno l'idea (che però resiste in altri Paesi occidentali, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, alla Francia) che la convivenza democratica possa poggiare solo su un compromesso, precario quanto si vuole, ma pur sempre un compromesso, fra stato di diritto e sicurezza nazionale? La spiegazione deve mettere in gioco vari elementi. C'è in primo luogo il lunghissimo periodo di pace che abbiamo alle spalle. Quella fortunata età dell'oro che è stata la lunga pace post '45 ha reso un gran numero di persone, soprattutto quelle nate dopo la Seconda guerra mondiale, incapace persino di mettere a fuoco l'idea di "nemico", il nemico vero, assoluto, quello che ti ucciderà se non riuscirai a neutralizzarlo. Per queste persone, la guerra è un fenomeno letteralmente incomprensibile. Ciò le rende disponibili a credere che la guerra dichiarata all'Occidente dal terrorismo jahadista possa essere affrontata con gli stessi strumenti con cui ci si difende dai ladri di polli o dai rapinatori di banche.
La seconda ragione ha a che fare con la vicenda italiana recente. La caduta dell'Urss e la successiva vicenda di Mani pulite determinarono in molte persone, all'inizio degli anni 90, una singolare metamorfosi: esse passarono, senza soluzione di continuità, dagli ammiccamenti per la Rivoluzione (fra tutti gli eventi, il più "illegale" che si possa immaginare) alla apologia della "legalità". Da bravi neofiti costoro hanno trasformato lo "stato di diritto" in una specie di feticcio davanti a cui ci si dovrebbe solo inchinare acriticamente.
Nessuno ha spiegato loro che lo stato di diritto è solo uno strumento, altamente imperfetto, che serve a regolare i rapporti entro la comunità democratica in condizioni di normalità. Uno strumento che fallisce quando scatta l'emergenza, quando qualcuno ti dichiara guerra. Sono questi neofiti che, se uno osa dire che dalla guerra, anche quella asimmetrica, non ci si può difendere con mezzi legali ordinari, gli spiegano subito con sussiego che se la democrazia non rispetta rigorosamente la "legalità" diventa come i terroristi la vogliono. Dimenticando che i principi vanno sempre adattati alle situazioni e che servono solo se si resta vivi.
A differenza dei neofiti della legalità, i liberali di antica data hanno sempre saputo che lo stato di diritto deve convivere, se si vuole sopravvivere, con le esigenze della sicurezza nazionale. Il che significa che si deve accettare per forza un compromesso, riconoscere che, quando è in gioco la sopravvivenza della comunità (a cominciare dalla vita dei suoi membri), deve essere ammessa l'esistenza di una "zona grigia", a cavallo tra legalità e illegalità, dove gli operatori della sicurezza possano agire per sventare le minacce più gravi. I neofiti della legalità non lo capiranno mai ma questo compromesso è anche l'unica cosa che, in condizioni di emergenza, possa salvare lo stato di diritto e la stessa democrazia. Perché quando arrivano le bombe, quando le strade si tingono di sangue, o ci affida a quel tacito compromesso oppure si deve scontare l'inevitabile reazione che porterà, prima o poi, dritto filato verso soluzioni autoritarie.
Le democrazie più salde e consolidate ne sono consapevoli e per questo difendono quel compromesso. Il rischio è che una malintesa, fondamentalista, visione della legalità ci porti ad abbassare drammaticamente le difese, per esempio a isolare i nostri addetti alla sicurezza dal resto dei servizi segreti occidentali, perdendo così l'input più prezioso nella guerra simmetrica contro il terrorismo: le informazioni.
Una classe dirigente degna di questo nome non può fare finta di nulla.
È assolutamente necessario, come dimostrano anche i contraccolpi dell'inchiesta giudiziaria sul sequestro di Abu Omar, che un confronto tra politica, operatori del diritto (magistrati, avvocati) e operatori della sicurezza abbia luogo. Per ricostituire quel compromesso tra stato di diritto e sicurezza nazionale che in Italia, proprio in uno dei momenti più cupi e pericolosi della storia recente dell'Occidente, è venuto meno. È un'esigenza vitale. Letteralmente.
Gli immigrati nel paese del bricolage
Ilvo Diamanti su la Repubblica
L´immigrazione. Pochi argomenti riescono a scavare, dentro di noi, un solco altrettanto profondo. E pochi argomenti vengono rielaborati in modo altrettanto estremo. Com´è avvenuto negli ultimi giorni, di fronte ad eventi diversi e lontani. Uniti da un solo filo. Gli stranieri.
a) I provvedimenti del governo, che intende a) regolarizzare mezzo milione di immigrati, da tempo occupati in Italia; b) favorire i ricongiungimenti familiari degli immigrati regolari; c) ridurre a cinque anni il periodo di permanenza nel Paese, dopo il quale è possibile agli stranieri chiedere la cittadinanza. Acquisendo, dunque, il diritto di voto.
b) Gli scontri fra immigrati, a Padova, nel quartiere degradato di via Anelli. E la conseguente decisione della giunta di centrosinistra di "cingerlo" provvisoriamente. Con un muro di latta. Principalmente per contrastare lo spaccio. Ma anche per marcare, simbolicamente, la minaccia rappresentata dal quartiere nei confronti della città.
c) Infine, giovedì scorso, in Inghilterra, l´operazione che ha portato all´arresto di oltre venti presunti terroristi. Islamici, ma di nazionalità inglese. Accusati di aver preparato una serie di attentati ai danni di aerei diretti verso gli Usa. E la successiva retata, in Italia, in ambienti di immigrati anch´essi "islamici".
Fatti molto diversi. Racchiusi in una sorta di "bipolarismo ideologico". Che tende a rassemblare tutto. L´immigrazione, il terrorismo, l´islam, l´ordine pubblico. In un pensiero unico e bipolare al tempo stesso. Perché divide il mondo e la verità in due. Il rigore, a destra. La solidarietà, a sinistra (unita, in questi temi, al mondo cattolico). La sicurezza, a destra. L´integrazione, a sinistra. La distanza e l´autodifesa, a destra. Il multiculturalismo, a sinistra.
Così, la Lega, che, sull´argomento, ha orientato l´ideologia e la politica del governo Berlusconi, oggi promette di indire referendum e di sollevare le piazze. Fiancheggiata dai giornali della destra popolana ("Libero" assai più della "Padania"), che titolano, in prima pagina, contro "l´invasione"; il "nemico che sta in mezzo a noi".
Mentre il governo di sinistra, appena insediato, smantella la legge sull´immigrazione Bossi-Fini, con iniziative immediate, a elevato significato simbolico. L´allargamento delle quote, la regolarizzazione di ampi settori di immigrati, l´apertura dei criteri in materia di cittadinanza e di accesso al voto. Che, al di là delle intenzioni, sembrano fatte apposta per distinguersi. Anche perché gli esponenti (e i giornali) della sinistra radicale, per contrapporsi, usano il linguaggio del multiculturalismo. Mentre è divenuto evidente, negli ultimi anni, che neppure esso garantisce l´integrazione.
Pensiamo alla Gran Bretagna, dove, dopo gli avvenimenti degli ultimi giorni, dopo l´attentato sanguinoso di un anno fa, ci si interroga proprio sul "modello multiculturale". Sul quale gli inglesi continuano a investire con molta convinzione e con maggiore impegno di prima. E oggi fanno fatica a capire. Perché: giovani cresciuti in un contesto aperto, tollerante (parola orrenda: etnocentrica), democratico, multiculturale, che riconosce legittimità e garantisce rappresentanza alle diverse etnie e religioni. Perché: questi giovani scelgano di aderire a visioni integraliste e fanatiche. Fino al punto di combattere con violenza contro il loro stesso Paese. Aprendo un conflitto irriducibile fra identità religiosa e cittadinanza.
Tuttavia, anche le altre "ricette democratiche" più sperimentate appaiono in difficoltà. Pensiamo alla Francia. Il paese che più di ogni altro nega il modello multiculturale. In nome della centralità e della laicità dello Stato. Dove tutti sono francesi, se accettano le norme e i valori della Repubblica. E pensiamo a Parigi. Dove, nello scorso autunno, la rivolta delle banlieues ha messo in luce come le comunità etniche, negate per diritto, si siano formate e riprodotte di fatto. Sul territorio. Dove, nonostante l´attenzione all´integrazione e alla socializzazione delle periferie, nonostante il diritto di voto e di cittadinanza concessi a tutti, la protesta è esplosa, violenta. Per settimane. Senza specifici ed evidenti motivi. Se non l´incapacità del "modello francese" di integrare.
Il fatto è che non ci sono ricette sicure, per affrontare le grandi migrazioni dei nostri tempi. E l´ideologia che oppone le ragioni della sicurezza a quelle dell´accoglienza, il rigore alla solidarietà: non serve. Il multiculturalismo che permea il linguaggio e le azioni della sinistra rischia di giustificare e di accentuare le "divisioni" della nostra società, invece di ridurle. Di moltiplicare i conflitti fra gruppi, invece di superarli. Tuttavia, il "securitarismo" predicato a destra ci sembra peggio. Perché, invece di affrontare i problemi posti dall´immigrazione, li rimuove. Li esorcizza a parole, facendo la voce grossa. Ma, nella realtà, li elude.
La legge Bossi-Fini. Ha trattato gli immigrati alla stregua di "stranieri di passaggio". Lavoratori provvisori. Che, se non in regola, oppure dopo aver concluso il rapporto di lavoro, se ne debbono tornare a casa. Stranieri. Da usare in caso di necessità. Ma con cautela. Perché costituiscono una potenziale minaccia. Alla sicurezza. All´identità nazionale e religiosa. Con l´esito che: data l´impossibilità di controllare tutte le coste e i confini; data l´inadeguatezza delle quote degli ingressi stabilite rispetto alle richieste del mercato del lavoro; data l´impossibilità di frenare le masse crescenti di persone in fuga dalla fame, dalla miseria e dalla guerra. Dato tutto ciò, gli stranieri hanno continuato ad arrivare in misura massiccia nel nostro paese. E a restarvi. Perlopiù da lavoratori irregolari. Riserva copiosa per il lavoro nero, richiesto da alcuni settori del sistema produttivo. Oppure da clandestini. Bacino a cui attingono le attività criminali, diffuse sul territorio. Così, alla durezza ideologica si è associata la bassa capacità di controllare realmente il fenomeno.
Navigando a vista fra mito securitario e multiculturale, noi stessi abbiamo finto di non vedere. Mentre cresceva il ghetto di via Anelli. E molti altri, anche peggiori, si formavano ai margini delle metropoli e delle città italiane. Ci passavamo accanto. Con la testa girata altrove.
D´altronde, per integrare, occorre disporre di uno specifico modello di cittadinanza. Che preveda diritti, ma anche norme da osservare. Un modello, in base a cui realizzare politiche sociali, formative. E urbane. Perché se permettiamo che, nelle metropoli e nelle città, nei medesimi punti, confluiscano e si concentrino grandi flussi di stranieri, spesso clandestini o irregolari, perlopiù della stessa provenienza, possiamo dichiararci multiculturali o securitari. Ma ci scontreremo comunque con le stesse difficoltà incontrate a Padova.
Tuttavia, in Italia, questo modello non c´è. Le politiche urbane, più delle amministrazioni, le improntano gli immobiliaristi. Quelle del lavoro, facendo di necessità virtù, le praticano gli imprenditori. Mentre quelle educative sono, da anni, al centro di riforme e riformicchie che procedono, per prove e per errori. Un taglio qui e un rammendo là. Umiliando gli insegnanti, deprimendo la scuola pubblica senza qualificare quella privata.
In merito al "diritto di cittadinanza", peraltro, la preoccupazione più grave, emersa dal dibattito politico, sembra essere legata al voto degli immigrati. Perché la destra è convinta che si orienterebbe prevalentemente a sinistra. (E anche a sinistra ci sperano. Come ha maliziosamente sostenuto Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, chiosando alcune affermazioni del ministro Ferrero). Ma agli immigrati - come mostrano tutte le indagini - altri "diritti" interessano ben più del voto. Lavoro, casa, assistenza, scuola. Peraltro, la maggioranza degli immigrati proviene dai paesi dell´Europa dell´Est. E´ anticomunista. A votare a sinistra non ci pensa proprio. E dopo la sorpresa prodotta, in aprile, dal voto degli italiani all´estero, come scommettere sul voto degli stranieri in Italia?
Quanto alle minacce verso l´identità nazionale. Suonano singolari, in un Paese dove il sentimento nazionale e i tricolori compaiono dovunque. Solo in occasione di grandi lutti e dei mondiali di calcio. Quando vinciamo.
Per questo abbiamo il sospetto che le polemiche roventi sugli immigrati e sugli stranieri rivelino, anzitutto, le nostre debolezze. La fragilità della nostra identità nazionale. Delle nostre istituzioni. Della nostra politica. La nostra incapacità di progettare. Di definire un modello. E confermino, per contro, la nostra vocazione al bricolage. All´arte di arrangiarci. Perché di fronte alle regole, al civismo, allo Stato, troppo spesso noi anche noi ci sentiamo stranieri. E immigrati.
Clandestini.
Un Romano Prodi berlusconiano
Editoriale su Il Foglio
Bologna. Il passaggio da Bobbio a Bebbio; un volume biografico, per celebrare l'anno X della storia ulivista, dal titolo La Fabbrica del programma, che uscirà a settembre, per la casa editrice Donzelli, e che si può già ordinare anche on line; le videocassette dei momenti salienti della campagna elettorale 2005-06, quella che ha sconfitto il Cav., e mille altre iniziative autopromozionali. Negli ultimi tempi Romano Prodi sembra essersi davvero convinto (forse per merito del suo talentuoso portavoce Silvio Sircana) di una cosa: il marketing funziona e, coi tempi che corrono, la propaganda politica è l'arma più forte.
Basta guardarlo, mentre taglia la torta del compleanno con la spadina, per accorgersi che in lui qualcosa è cambiato. Non si tratta di fare dell'ironia spicciola, si tratta di sostanza. Di mutazione culturale. Innanzitutto il linguaggio, quello usato negli interventi pubblici, si è fatto più netto e meno pacioso. Poi le movenze del corpo, meno impacciate di prima, quasi disinvolte, sciolte anche davanti ai microfoni con lo sguardo che punta dritto in camera. Per non parlare delle uscite con la moglie Flavia: rispetto al 1996 sono aumentate e si sono addolcite, con l'effetto di rendere familiare, anche al grande pubblico, la First lady.
I due cominciarono, prima del voto di aprile, da Fabio Fazio, su Rai tre, dove si presentarono in coppia per raccontare un lavoro scritto a quattro mani, Insieme: un percorso autobiografico sulla storia di un amore, sul modello del fotoromanzo berlusconiano Una storia italiana ma, a differenza di quello, nobilitato dall'essere un volume vero e proprio e non una pubblicazione di partito. Un successo, quello di Insieme, che deve aver spinto Prodi a scommettere, da un punto di vista comunicativo, ancora sul format libro, ma per raccontare la biografia di un soggetto politico, l'Ulivo. E' nato così La Fabbrica del programma: a sobbarcarsi la scrittura, stavolta, è stato Giulio Santagata, prodiano di ferro e ministro per l'Attuazione del programma. Il professore si è ritagliato per sé soltanto una postfazione, simbolicamente un suggello d'autore a un'esperienza politica che nel volume viene celebrata e, in parte, anche superata, con gli accenni al futuro Partito democratico. Il plot è quello delle telenovelas di successo: cantare il presente e in-cantare il futuro, una scelta semantica che nella tecnica pubblicitaria rappresenta l'abc del mestiere. Il domani deve essere sempre migliore dell'oggi. Il presidente del Consiglio l'ha capito talmente bene che ha deciso di allargare l'offensiva di propaganda politica anche ai media visivi, magari per chi non avesse voglia di imbarcarsi nella fatica del leggere.
Il professore in venti puntate
Così, in questo tourbillon di cambiamenti comunicativi, una parte consistente la giocano pure le videocassette. Alla Fabbrica, gli ulivisti che non sanno resistere alla tentazione di rivedere Romano Prodi, possono acquistare (o visionare) i filmati sulle uscite del presidente del Consiglio, basta riempire un modulo per partecipare all'iniziativa. I titoli sono tanti e la scelta è ricca, come in una videoteca. I temi affrontati sono i più svariati e, soprattutto, attraversano tutto il pubblico possibile: giovani e vecchi, meridionali e settentrionali; studenti e operai, imprenditori e massaie. Ecco il catalogo completo dei video. 1) Dite la vostra sul programma. 2) Tav, incontro con la Val di Susa. 3) Lo spettacolo deve continuare (si parla di industria culturale). 4) La montagna disincantata (il futuro, dalle Alpi agli Appennini). 5) Salute mentale e welfare di qualità. 6) Piccole e medie imprese e innovazione: un rapporto difficile. 7) Il milione: una rotta per il Nord Est. 8) La buona occupazione in tempi di flessibilità. 9) Migraazioni. 10) La fatica e l'orgoglio degli insegnanti. 11) Vacanze italiane (si discute di turismo). 12) La Cina è vicina. 13) Viaggio nel welfare. 14) Caro bolletta. 15) La lunga catena del cibo. 16) Le donne, la politica, la società e le istituzioni. 17) Quale università serve al nostro paese? 18) Muovere persone o cose? 19) Priorità per il futuro. 20) Metter su casa (le difficoltà dei giovani ad impegnarsi in un mutuo). In tutto venti puntate, di taglio monografico. Una storia emiliana con una costante narrativa: non c'è un finale, ma c'è la guest star. Si chiama Romano Prodi e fa il presidente del Consiglio.
Prodi è debole?
Giampaolo Pansa su L'espresso
L'uccello padulo reca di continuo previsioni nere. Romano Prodi cadrà in autunno, come le foglie. Lo sostiene Gianfranco Fini alla festa del 'Secolo d'Italia'. Dalla Costa Smeralda lo ripete, tra una baldoria e l'altra, il Cavaliere mascherato: "Prodi non dura e io non mollo". Anche nelle parrocchie del centro-sinistra i mormorii si sprecano. E non sempre le giaculatorie che li accompagnano augurano lunga vita al Professore. Nelle notti di mezza estate, c'è chi immagina, nientemeno, un governo bipartisan, con Rutelli premier e il Berlusca ministro degli Esteri.
Il Bestiario, invece, pensa che, se non succede il finimondo, Prodi durerà a lungo, forse anche per cinque anni. E durerà perché è debole. Debole? Beh, bisogna intendersi su questo lato del problema. Proviamo a partire dall'inizio dell'avventura. Ossia dai quattro milioni di voti per il Prof alle primarie. Prodi sa bene che quella dote formidabile gli viene anche dall'impegno dei Ds e della Margherita. Tuttavia quei voti sono il suo primo scudo. Per il resto, il Prof non ha un partito. In futuro, forse, avrà il Partito democratico. Ma oggi è soltanto una chimera.
Nella battaglia elettorale, Berlusconi ha sempre irriso Prodi: "Comanderai su quattro deputati". Poi il Cavaliere ha perso. Per poco, ma è stato sconfitto. Questo 'poco' o 'pochissimo' fa del Senato una gabbia di tigre piena di lance acuminate, dove il Prof può sempre cadere. Non so quanti elettori del centro-sinistra se ne rendano conto. Spesso ho l'impressione che gli italiani delle tante sinistre vogliano dal governo Prodi quello che promette la Rai: di tutto e di più. Un tempo questa pretesa veniva definita massimalismo. Oggi la chiamerei irrealismo: perdita di senso della realtà. Che, purtroppo, è un groviglio di problemi quasi inestricabile.
Ma a questi sognatori Prodi offre la premessa di qualsiasi buon governo: un presidente del Consiglio normale. Senza conflitti d'interesse. Senza leggi di favore. Senza miliardi di euro in saccoccia. Senza un'idea autoritaria della democrazia. Anzi, con un'idea mite del potere. Un'arma da usare nell'interesse del paese e non per scopi personali.
Attenzione: avere un'idea mite del potere non significa essere un politico mite. Prodi non è per niente un mite. È un osso da mordere. È un uomo-pesca, come Luciano Lama mi disse di se stesso: tenero di fuori, duro di dentro. Lama aggiungeva: non mi convincono gli uomini-noce, duri all'esterno, ma nel fondo fragili. Se fossi un politico, non vorrei il Prof per avversario: con quel sorrisone pacioso, mi manderebbe subito al tappeto.
Anche Prodi può apparire spesso al tappeto. E in più di un caso il Bestiario l'ha invitato a usare il bastone con i suoi, a fare il dittatore democratico, a essere un caimano come sembrava lo fosse l'ex Berlusconi. Prodi non ha mai raccolto l'invito. Nel caos della maggioranza, a volte sembra assente. Il governo procede con lentezza? Ricorre troppo alla fiducia? I ministri Di Pietro e Mastella si azzuffano? Bisogna allargare la maggioranza? Attorno a Palazzo Chigi c'è un panorama di rovine politiche? Il Prof osserva il bordellume con quei suoi occhi socchiusi, da cinese nato in Emilia. E tira avanti, sfoderando un'altra arma: la pazienza.
Ma la durezza nascosta e la pazienza evidente bastano per non crollare al primo voto negativo in Senato? Non lo so. So invece che il Prof è l'uomo giusto per guidare un governo in quest'epoca di tempeste. Parlo della guerra che si combatte fra Israele e il Libano. Un conflitto minaccioso anche per l'Italia vacanziera e immemore del rischio che incombe pure su di noi. Mi dicono che Prodi sia angosciato dal disastro che emerge fra Beirut e Tel Aviv. E che, forte del prestigio conquistato da presidente della Commissione europea, sia uno dei protagonisti nella ricerca della strada per fermare uno scontro all'ultimo sangue e privo di futuro.
Guai se a Palazzo Chigi ci fosse un politico senza il senso del pericolo sempre più vicino alle nostre case. Credo che Prodi si dimostrerà all'altezza del compito che l'attende. Dobbiamo fidarci di lui. Tutto il resto non conta, soprattutto se manderemo soldati italiani a fare muro tra i terroristi di Hezbollah con i loro missili e i tank israeliani. È cominciata davvero la Terza guerra mondiale del fondamentalismo islamico contro le democrazie occidentali? Inizio a temerlo. Se sarà così, davanti a questa possibile tragedia, le nostre tante inezie interne perderanno ogni valore.
Il risiko di Palazzo Madama. I senatori che vogliono lasciare l'Afghanistan. Il dibattito bizantino fra Diliberto e Bertinotti. La contesa sulle staminali. L'indulto buono o cattivo. E tutta la rimanente ratatuja. È una parola piemontese che significa roba di scarto, spazzatura. Ma pure confusione mentale, liti sul nulla. Come l'uccello padulo, anche i missili, le cannonate e le bombe dei kamikaze volano bassi sul nostro caos quotidiano. San Romano, aiutaci tu.
Sapere biopolitico
Ida Dominijanni su Golem l'Indispensabile
"Si potrebbe dire che al vecchio diritto di far morire o di lasciar vivere si è sostituito un potere di far vivere o di respingere nella morte". La citazione da Foucault (La volontà di sapere, Feltrinelli, 1978, cap. V, "Diritto di morte e potere sulla vita") è d'obbligo: essa ricorre ormai in tutta la letteratura che sulla scia del filosofo francese analizza il passaggio dal paradigma politico al paradigma bio-politico della nostra epoca. Biopolitica sarebbe dunque l'era, che Foucault data a partire dal XVII secolo, in cui la sovranità non si caratterizza più tanto per il diritto di dare la morte ai sudditi, ma per il potere di presidiare, allungare, risanare la vita dei cittadini; in cui "la funzione più importante del potere non è forse più di uccidere ma di investire direttamente la vita". L'amministrazone dei corpi e la "gestione calcolatrice della vita" diventano centrali per il governo sui singoli e sulla popolazone nel suo insieme; l'anatomo-politica del corpo umano (disciplina scolastica, militare, psichiatrica, clinica etc., che agiscono sugli individui) e la bio-politica della popolazione (controlli regolatori dei livelli di natalità, mortalità, salute, longevità, fertilità, che agiscono sulla specie) formano l'apparato di pratiche e tecnologie di cui il bio-potere si avvale; la biologia è il sapere che penetra e modifica lo statuto tradizionale del politico. All'interno di questo nuovo spazio di poteri, saperi e tecnologie "l'uomo occidentale apprende a poco a poco che cosa è una specie vivente in un mondo vivente, cosa vuol dire avere un corpo, delle condizioni di esistenza, delle probabilità di vita, una salute individuale e collettiva. Per la prima volta probabilmente nella storia, la realtà biologica si riflette su quella politica: il fatto di vivere non è più il fondo inaccessibile che emerge solo di tanto in tanto, nelle vicende della morte e della sua fatalità, esso passa, almeno in parte, nel campo di controllo del sapere e d'intervento del potere".
Sapere e potere, com'è noto, vanno sempre assieme nella visione di Foucault. Un recente commento al passo che ho citato (Michele Cammelli, in "Filosofia politica" 2006 n.1) mette acutamente in rilievo come la nascita del paradigma bio-politico sia strettamente connesso, nell'analisi foucaultiana, con l'avvento di una forma di razionalità scientifica che fa perno sulla biologia: intanto è possibile la svolta epocale dalla sovranità politica alla sovranità biopolitica, in quanto a presupporla e a renderla possibile c'è stata l'altra svolta epocale dell'affermarsi del sapere biologico, ovvero della scienza del vivente. La svolta insomma non è solo politica: è epistemologico-politica. Un elemento che sarebbe cruciale tenere presente per analizzare la natura bio-politica del potere di oggi.
E' intuitivo infatti capire come e quanto la diagnosi di Foucault parli del e al nostro tempo, un tempo in cui questa natura emerge con sempre maggiore evidenza nel discorso pubblico, nelle leggi (ultima, quella sulla procreazione assistita), nelle politiche della sicurezza. Meno intuitivo, ma altrettanto necessario, sarebbe connettere queste performance sulla vita del discorso pubblico e del potere agli sviluppi del sapere biologico, e in particolare alle frontiere aperte dalla mappatura del Dna e dalle sue ricadute tecnologiche e cliniche. La domanda di "Golem l'Indispensabile" sulla salute rientra in questo panorama epistemico-politico. La promessa di una vita sempre più lunga e sempre più sana ci viene infatti congiuntamente, oggi, dal pulpito biologico e da quello politico, alleati nella produzione di un "regime di verità" - per restare al linguaggio foucaultiano - in cui come sempre sotto alcune false evidenze si nascondono molte vere falsità. E' evidentemente vero che la durata media della vita (in Occidente) si è allungata negli ultimi decenni, che tutti siamo mediamente più sani e che i progressi della medicina, terapeutica e preventiva, ci aiutano a esserlo sempre di più; ma è palesemente falsa la coloritura di ottimismo lineare e progressivo di cui questo miglioramento si tinge nel discorso pubblico, mediatico e pubblicitario, come se il destino dell'umanità si fosse capovolto e davanti ai cittadini del XXI secolo non ci fosse l'inevitabilità della morte ma la promessa della vita eterna, in terra e non più in cielo. Per quanto sempre più sana, la vita umana resta mortale; per quanto sostenuta dalla medicina, dallo sport, dal fitness e da ogni genere di additivi e integratori, la salute resta soggetta a piccole e grandi catastrofi dell'equilibrio dell'organismo; per quanto ciascuno di noi possa fare per mantenersi in forma, la nostra esistenza resta segnata anche dalla malattia e evitarla non è interamente nelle nostre mani.
Ancora Foucault metteva in guardia dagli esiti normalizzanti e normalizzatori della bio-politica: il disciplinamento dei corpi individuali e la regolazione del corpo-specie produce una soglia di "normalità" a cui ci si deve adeguare pena la caduta nella devianza o nella marginalità. La malattia mentale, non a caso da sempre internata, nascosta, sottratta allo sguardo della società dei "normali" e dei "sani di mente", è tipica di questa parabola, che però oggi rischia di estendersi alla malattia tout court. La promessa di salute non è infatti qualcosa che viene solo dall'alto del potere bio-medico-politico: è anche un'ingiunzione alla collaborazione attiva dal basso dei soggetti a cui si rivolge. Per essere sempre più sani, dobbiamo essere sempre più vigili sulle minacce che sulla nostra salute continuano a incombere: fare sport, non fumare, evitare le occasioni di contagio, mangiare questo e non quello, andare in vacanza, vincere lo stress, restare magri, sottoporci a controlli periodici e terapie preventive. La promessa di salute comporta dunque un decalogo di regole e comportamenti, e un dispositivo di responsabilizzazione sempre pronto a rovesciarsi in colpevolizzazione: se ti ammali non è perché il caso avverso ti colpisce, ma perché non hai fatto abbastanza per non ammalarti, abbastanza sport, abbastanza resistenza allo stress, abbastanza diete, abbastanza prevenzione; in sostanza, se ti ammali è in gran parte colpa tua: te la sei voluta. Il che non è vero, o è vero solo in parte. Ma è quanto basta per trasformare il desiderio di star bene in strategie individuali e collettive di immunizzazione. La ricerca della salute sconfina continuamente nella ricerca dei modi per evitare il rischio della malattia e del contagio, e il modo migliore per evitare la malattia e il contagio è quello di evitare, tout court, il contatto con gli altri e con il rischio che qualunque contatto inevitabilmente comporta: l'Aids è stato negli anni Ottanta il grande accidente su cui questa strategia di immunizzazione su vasta scala si è sperimentata, ed è diventata la grande metafora di una più generale immunizzazione dal rischio dell'incontro con l'altro che da allora in poi ha permeato le società occidentali. Non è un caso infatti che la crescita dei livelli di salute vada di pari passo con la crescita dell'individualismo: siamo sempre più sani, ma rischiamo di essere anche sempre più soli. Siamo sempre più consapevoli di come si fa a evitare la malattia, ma rischiamo di dimenticarci che la malattia fa parte della vita come l'ombra del sole e che accettarlo è tanto doloroso quanto inevitabile.
13 agosto 2006