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La settimana in rete
a cura di Franco Isman - 6 agosto 2006



Onu, intesa sulla tregua  
Libano e Israele sotto il fuoco incrociato
brevissime de
la Repubblica


BEIRUT - Stati Uniti e Francia hanno raggiunto un´intesa all´Onu su una risoluzione che chiede «una totale cessazione delle ostilità» in Libano. Il testo è stato esaminato ieri sera dai paesi del Consiglio di Sicurezza: sarà votato domani o martedì. Chiede la cessazione degli attacchi di Hezbollah e di ogni azione militare da parte di Israele. A questa prima risoluzione dovrebbe seguirne una seconda per dar mandato a una forza multinazionale di schierarsi nel Libano meridionale. Il governo israeliano ha riunito il Gabinetto ristretto per valutare la bozza, che come chiedeva Israele non impone un cessate-il-fuoco immediato. Dal governo libanese prime reazioni negative, mentre Hezbollah annuncia che rispetterà la tregua solo quando l´ultimo soldato israeliano avrà lasciato il Libano. Ieri ancora bombardamenti su Beirut, un´azione di commandos a Tiro e nuovi attacchi annunciati su Sidone.


Kissinger: nessuna pace senza l'Iran
Henry Kissinger su
La Stampa del 5 agosto

L'ATTENZIONE del mondo è concentrata sui combattimenti in Libano e nella Striscia di Gaza, ma il contesto della situazione porta invece a volgere lo sguardo verso l'Iran. Purtroppo, gli sforzi diplomatici in questa direzione vengono costantemente scavalcati dagli eventi. Mentre bombe piovono sulle città libanesi e israeliane, e Israele rioccupa parte di Gaza, la proposta fatta all'Iran a maggio dai Sei grandi (Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia e Cina), per negoziare sui suoi armamenti nucleari attende ancora una risposta. E' possibile che Teheran avesse letto il tono quasi supplichevole di alcuni appelli come segno di debolezza e indecisione. Oppure la violenza in Libano ha spinto i mullah a fare calcoli sui rischi nel fomentare e gestire la crisi. Qualunque cosa possiamo leggere nei fondi del caffè, l'attuale scontro in Medio Oriente rimane uno snodo cruciale. L'Iran potrebbe trarre giovamento dalla regola delle conseguenze impreviste. I Sei non possono più rimandare, e devono affrontare la doppia sfida lanciata dall'Iran: da un lato, la ricerca dell'arma nucleare rappresenta il desiderio di modernità dell'Iran, attraverso il simbolo di potere di uno Stato moderno.

Finora, i Sei sono stati vaghi sulla loro possibile reazione a un rifiuto degli iraniani a negoziare, salvo per minacce di sanzioni non meglio specificate ordinate dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Ma se lo stallo tra la forzata tolleranza dei Sei e le minacciose invettive del presidente iraniano porterà infine ad acconsentire tacitamente di fatto al programma nucleare di Teheran, le prospettive per un ordine internazionale multilaterale diventeranno più remote per tutti. Un disastro che sarebbe da paragonare non a Monaco, dove le democrazie consegnarono a Hitler la parte germanofona della Cecoslovacchia, ma la reazione all'invasione dell'Abissinia da parte di Mussolini. A Monaco le democrazie ritennero che le rivendicazioni di Hitler erano fondamentalmente giustificate dal principio dell'autodeterminazione: erano più che altro i metodi a dare fastidio. Nella crisi abissina, la natura della sfida non venne messa in discussione. Con vasta maggioranza, la Lega delle Nazioni votò per definire l'avventura italiana come aggressione e imporre delle sanzioni. Ma poi si tirò indietro di fronte alle possibili conseguenze di questa sortita, e respinse l'embargo petrolifero, al quale l'Italia non avrebbe potuto resistere.


Un Iran moderno, forte e pacifico potrebbe diventare un pilastro di stabilità e progresso nella regione. Ma ciò non potrà accadere fino a che i leader iraniani non decideranno se rappresentare una causa o una nazione, se la loro motivazione principale sia la crociata o la cooperazione internazionale. Lo scopo della diplomazia dei Sei deve essere quello di obbligare l'Iran a confrontarsi con questa scelta. Si dice spesso che per l'Iran ci sia bisogno di una diplomazia simile a quella che, negli anni '70, spinse la Cina dall'ostilità verso la cooperazione con gli Usa. Ma la Cina non venne persuasa da un'abile diplomazia. La Cina venne portata da un decennio di escalation del conflitto con l'Urss alla convinzione che la sua sicurezza era minacciata dall'America capitalista in minor misura che dalla crescente concentrazione delle truppe sovietiche sulle sue frontiere settentrionali. La sfida del negoziato iraniano è ben più complessa. Nel caso della Cina, per due anni prima dell'apertura le due parti si impegnarono in azioni diplomatiche sottili e simboliche per conciliare le proprie posizioni. Nel corso di questo processo giunsero a una comprensione parallela della situazione internazionale, e la Cina optò per vivere in un mondo che cooperava. Nulla di tutto questo è mai accaduto tra l'Iran e gli Usa. Non c'è nemmeno la parvenza di una visione mondiale condivisibile. L'Iran ha reagito all'offerta americana di aprire il negoziato con minacce, e ha fomentato tensioni nella regione.


Per ora l'Iran ha giocato per guadagnare tempo. Il presidente Bush ha annunciato la volontà dell'America a partecipare al dibattito dei Sei con l'Iran per impedire il sorgere dell'emergenza di un programma di armi nucleari iraniano. Ma non sarà possibile separare nettamente il negoziato sul nucleare da una revisione completa delle relazioni dell'Iran con il resto del mondo. Il ricordo della crisi degli ostaggi, i decenni di isolamento, e l'aspetto messianico del regime iraniano rappresentano altrettanti ostacoli per la diplomazia. Se Teheran insisterà nell'unire la tradizione imperiale persiana con il fervore islamico una collisione con l'America - e inevitabilmente, con i suoi partner nel negoziato a Sei - sarà inevitabile. Non possiamo permettere all'Iran di raggiungere il sogno imperiale in una regione di tale importanza per il resto del mondo. Nello stesso tempo, un Iran concentrato sullo sviluppo dei talenti del suo popolo e delle risorse del Paese non dovrebbe avere niente da temere dagli Usa. Per quanto sia difficile immaginare che l'Iran, con il suo attuale presidente, partecipi allo sforzo che gli richiederebbe di troncare le sue attività terroristiche, questa consapevolezza dovrà emergere dal processo diplomatico, se non verrà formulata prima. Questo approccio implicherebbe una nuova definizione dell'obiettivo del cambio di regime, dando l'opportunità per un genuino cambiamento in Iran, indipendentemente da chi sarà al potere. Un vero accordo dipende anche dalla comprensione che si ha del fatto che questo dossier è solo un primo passo nell'invitare l'Iran di ritornare nel mondo esterno. © 2006 Tribune Media Services, Inc.


Olmert: forza di pace pronta a combattere
«Deve essere schierata già due ore dopo la tregua»
Intervista di Davide Frattini sul
Corriere della Sera del 3 agosto

GERUSALEMME — Parla Ehud Olmert. «E' necessario — dice il premier israeliano al Corriere —unprocesso politico che permetta di dispiegare una forza militare multinazionale. Devono essere unità combattenti in grado di bloccare l'Hezbollah e devono essere sul campo due ore dopo il cessate il fuoco». «Prodi è un nostro buon amico, ha chiamato il siriano Assad: con quali esiti?».
«In Libano dovete mandare vere unità combattenti»

E' in completo scuro e cravatta, come gli israeliani l'hanno quasi sempre visto in questi ventidue giorni di conflitto. Anche tra i marinai della corvetta Eilat, Ehud Olmert si è presentato martedì in camicia azzurra e pantaloni chiari. Niente elmetti, divise militari o giubbotti antri-proiettile: ha scelto di non fare concessioni all'immagine del premier-guerriero.

Adesso è il leader di un Paese in guerra. Dove il Liverpool e la Dinamo Bucarest non vogliono venire a giocare e dove i Depeche Mode hanno cancellato l'unico grande concerto dell'estate a Tel Aviv. Calcio e musica. Durante la campagna elettorale, avrebbe potuto essere lo slogan di Kadima, il partito che ha fondato assieme ad Ariel Sharon, dopo la scissione dal Likud. Ora suonano come parole surreali. «E' vero, ho promesso che avrei trasformato Israele in un Paese dov'è divertente vivere. E lo diventerà. Non si può giudicare da questo momento. C'è un processo storico che si deve compiere. Gli israeliani sono orgogliosi di una nazione che ha avuto il coraggio di difendersi, di combattere e soffrire per la libertà. L'Hezbollah non aveva alcuna disputa territoriale con noi, il Libano non aveva alcuna disputa ideologica con lo Stato ebraico. I fondamentalisti sciiti vogliono solo distruggerci. Potete immaginare milioni di italiani a Milano, Venezia, Genova che stanno nei rifugi per 22 giorni perché dei terroristi fanno cadere in continuazione razzi sulle loro teste? Come avrebbe risposto l'Italia, se fosse passata attraverso quello che stiamo soffrendo noi?».

Premier da quattro mesi, 60 anni, è consapevole che gli analisti israeliani scrutano ogni mossa e scelta tattica della coppia di «civili», lui e il ministro della Difesa Amir Peretz. Dice di aver trovato sostegno in famiglia, dove la moglie Aliza e i cinque figli (di cui una adottata) rappresentano l'ala pacifista. «Veramente anch'io sono contro la guerra. Ma per questa guerra siamo tutti d'accordo sul diritto di Israele all'autodifesa».
Alcuni commentatori scrivono che avreste dovuto dichiarare vittoria e fermare il conflitto, quando il G8 ha votato un documento che riconosceva le esigenze di Israele. Accusano lei e Peretz di essere andati avanti per dimostrare di essere più risoluti e coraggiosi dei vostri predecessori.
«Qualcuno dice che dovevamo fermarci, altri che dobbiamo continuare ancora per settimane. E' questione di prospettive. Quello di cui sono sicuro è che una tregua dopo il vertice del G8 sarebbe stata disastrosa e mi sono opposto. E' necessario un processo politico che protegga i frutti della vittoria e permetta di dispiegare una forza militare multinazionale, che sia efficace e in grado di bloccare l'Hezbollah, quando gli estremisti tenteranno di riprendere il controllo del Sud del Libano».
Condoleezza Rice, segretario di Stato americano, dice di voler arrivare a una risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu e a un cessate il fuoco entro la fine di questa settimana. Shimon Peres, vicepremier israeliano, ha risposto che i combattimenti dureranno ancora settimane.
«Ho appena parlato con Condoleezza Rice e non credo pensi a una tregua nei prossimi giorni. E' più probabile che si arrivi a un voto delle Nazioni Unite la settimana prossima. Il processo è lungo: devono trovare un quadro politico per l'accordo, poi presentare un documento al Consiglio di Sicurezza ed essere certi che il piano possa essere attuato. Da parte nostra, coopereremo con qualunque proposta ragionevole».
Passeranno giorni o settimane prima di una tregua?
«Non dipende da noi. Le nostre truppe non smetteranno di combattere fino a quando la forza internazionale non verrà dispiegata sul terreno».
Il ministro degli Esteri Massimo D'Alema è convinto che le tappe vadano rovesciate. Prima il cessate il fuoco, poi arriva la forza di pace.
«Naturalmente deve esserci una data per il cessate il fuoco stabilita prima, ma la fine effettiva dei combattimenti dovrà essere molto vicina al posizionamento delle truppe internazionali. Diciamo che se noi smettiamo di sparare a mezzanotte, loro devono essere schierati sul terreno al nostro posto entro le due del mattino. Se lasciamo passare giorni, gli Hezbollah avranno il tempo di riprendere il controllo delle aree e questo creerebbe una realtà sul campo molto più complessa da gestire».


Grossman: «Nel vostro stesso interesse, mandate soldati pronti a sparare»
Alessandra Coppola sul
Corriere della Sera del 4 agosto

GERUSALEMME — È una guerra vicina, anche all'Italia: David Grossman affida al Corriere un messaggio per Roma e per l'Europa che è quasi un appello. «Da Firenze o da Milano possono sembrare vicende distanti — dice —. E invece vi riguardano, è nel vostro stesso interesse: mandate qui i soldati, in una forza internazionale che sia autorizzata a combattere».
Pacifista, sostenitore del dialogo con i palestinesi, autore un tempo anche di libri per bambini, attore alla radio, ora uno dei più celebri scrittori israeliani, Grossman su questo conflitto al confine nord ha meno esitazioni che nel passato: «Siamo stati costretti a difenderci — ha scritto —. È stata un'aggressione».
Può non essere del tutto d'accordo con Ehud Olmert, e con la strategia tracciata dal governo, ma dell'intervista che il premier ha dato al Corriere e che ha sentito ieri ripresa alla radio condivide un punto centrale: il contingente internazionale dispiegato nel Sud del Libano dopo il ritiro israeliano «dovrà essere molto forte». «Non potrà assomigliare all'Unifil (osservatori Onu nella zona dal '78, ndr) — chiarisce —, una forza che finora si è dimostrata totalmente impotente. Questa è un'area violenta».
In Europa e anche all'interno del Parlamento italiano non sono, però, tutti disposti a una missione «combattente»… «Capisco la riluttanza europea a mandare i propri soldati — risponde Grossman — ma voglio spiegare che questo fronte tra Israele e le milizie dell'Hezbollah è il più significativo aperto ora e in futuro tra uno Stato libero e democratico e uno schieramento fondamentalista islamico guidato dall'Iran». Tutt'altro che un problema regionale, è la sua tesi.

Nessuna possibilità di mediazione con le milizie sciite, da escludere un negoziato con Iran o Siria, massima attenzione al pericolo del fronte Nord: su questa guerra all'Hezbollah lo storico israeliano Benny Morris è persino più preoccupato e deciso di Grossman. Potrà semmai esserci un tentativo di sganciare la questione palestinese da quella libanese e un'apertura di dialogo con Hamas, come auspica lo scrittore Abraham Yehoshua (trattare con il presidente Abu Mazen e il premier Haniyeh per una tregua a Gaza). Ma, innanzi tutto, dice Morris al Corriere, il Libano Sud va «ripulito» dalla guerriglia. Subito dopo, nella fascia «bonificata», deve entrare in azione una forza multinazionale combattente.
Può anche non essere simile a Enduring freedom (il contingente a guida Usa in Afghanistan) «che va alla caccia dei talebani», continua Morris, ma le regole di ingaggio devono essere chiare: «Poter rispondere al fuoco».
Studioso di fama in Israele, sensibile al dramma palestinese, poi slittato su posizioni più dure con la Seconda intifada, Morris condivide in pieno la linea Olmert. Addirittura la supera: «Il premier ha detto militari Onu dispiegati due ore dopo il cessate il fuoco? Ma anche due minuti dopo — dice — altrimenti l'Hezbollah torna ad occupare l'area». Ci sarà tensione, «la guerriglia metterà alla prova la forza internazionale — prevede —. Bisognerà sparare. Solo davanti a una reazione decisa le milizie si faranno indietro».
Potrebbe andare così. Ma potrebbe essere anche peggio. Lo storico militare israeliano Michael Oren, grande esperto dell'area, immagina uno scenario più inquietante: «Ci saranno lunghi scontri e anche vittime, l'Hezbollah non accetterà mai di cedere le armi pacificamente». L'incubo Iraq: «Una missione come quella dell'Unifil si è dimostrata inutile se non dannosa, inevitabile questa volta combattere. I governi che invieranno soldati dovranno necessariamente mettere in conto delle perdite...».


Profughi
Barbara Schiavulli su
L'Eco di Bergamo del 31 luglio

Immagina di svegliarti una mattina e di trovare un volantino abbandonato vicino alla tua porta di casa che dice che devi andartene perché la zona dove vivi sta per essere bombardata. Immagina di dover rientrare a casa con le mani che ti tremano e di dover dire alla tua famiglia che bisogna prendere solo le cose necessarie e di salire in macchina. Immagina di dire ai tuoi figli che non possono portarsi i giochi che hanno ricevuto al compleanno perché tolgono spazio alle provviste. Solo la più piccola può portare il coniglio che continua a stringere al petto perché non sa che cosa sta succedendo. Immagina di partire senza sapere dove andare né se mai potrai tornare o se mai ritroverai quella casa che stai ancora pagando o dove sei vissuto da sempre. Immagina di metterti in coda insieme a tutte le persone che conosci del tuo quartiere e che non sai se rivedrai mai più. Immagina di dover spiegare ai tuoi figli quello che sta succedendo, ma soprattutto di doverlo fare a te stesso. All'improvviso non hai più una casa, non hai più un lavoro, non hai più soldi, solo i vestiti che indossi, gli occhi angosciati di tua moglie, quelli addolorati di tua madre con il diabete. Immagina di svegliarti una mattina e di scoprire di essere un profugo. Sta succedendo ora, in questo momento, centinaia di migliaia di persone stanno fuggendo dalle loro case nel Libano. Si precipitano nelle loro macchine, sulle motociclette, sui furgoni e vanno alla ricerca di qualche centro di accoglienza, sfidando i bombardamenti e qualche volta non vincendo. Succede in Libano, succede in Afghanistan, succede in Iraq, succede durante qualsiasi guerra. Significa abbandonare tutto per potersi salvare, significa abdicare la propria vita e cercare di costruirne un'altra che non sarà mai più la stessa. A volte lungo questo viaggio all'inferno le famiglie si dividono, le persone muoiono senza che nessuno lo sappia. Si perde il proprio nome, si perde il proprio stato, si rinuncia a tutto e si vive giorno per giorno in mezzo a tanta gente, senza privacy, senza scopi se non sopravvivere. Si diventa tutti uguali, una massa di gente che ha fame, che ha freddo, che paga per una guerra che spesso non capisce. Più o meno 13 milioni di profughi in tutto il mondo. In Libano sono 700 mila i profughi, molti sono andati in Siria, molti altri sull'Isola di Cipro, altri nei centri delle Nazioni Unite allestiti in Libano, altri sono nascosti nelle case e non sanno come fuggire. I palestinesi sono milioni, vivono negli Stati intorno ad Israele ancora nei campi profughi che da cinquant'anni non hanno mai abbandonato, non hanno mai neanche pensato di costruirsi una nuova vita nel posto che li ospita tanto era il desiderio di poter tornare. Ma era solo un'illusione che i vertici della politica mediorientale, spesso continuano ad alimentare per usarli a secondo del momento.

Essere profughi significa anche vivere nel limbo di una vita che non c'è. Significa perdere ogni sicurezza, ogni sogno, ogni ambizione. Significa essere alla mercé di chi ti aiuta che a volte è molto buono e altre molto cattivo. Questo è successo durante ogni guerra, questo succede oggi in Libano, in questo momento, mentre uno si beve il suo caffè circondato dalle tue certezze. Che in un attimo possono sparire. Immagina di abbassare la tazza e di scoprire che questo non è l'incubo di qualcun altro, ma anche il tuo.


Gli ottanta giorni di Prodi: «Con noi l'Italia gira di nuovo»
su
l'Unità del 4 agosto

«In questi primi ottanta giorni non abbiamo fatto il giro del mondo ma abbiamo cominciato a fare girare l'Italia». È di buonumore Romano Prodi quando si presenta nella sala stampa di palazzo Chigi alla fine del consueto consiglio dei ministri del venerdì. Un Prodi che riassume con questa battuta il senso dei primi tre mesi del suo Governo: «Abbiamo lavorato a testa bassa senza dare ascolto agli uccelli del malaugurio che ogni giorno, dal primo giorno, ci predicevano una fine imminente, per affermare che la serietà al governo non era soltanto un facile slogan elettorale, ma era il nostro indirizzo e la nostra guida»., ha detto il presidente del Consiglio con evidente e un po´ infastidito riferimento al continuo ritornello dell´ex, livorosa maggioranza di centro-destra.

Ed è con riferimento proprio alle critiche del centro destro ai recenti provvedimenti di rilancio dell´economia che il presidente del Consiglio ha spiegato quale sia la filosofia della sua azione in campo economico e fiscale: «Non vogliamo mettere in piedi alcuno stato di polizia, ma rimettere in piedi lo Stato. è compito primario del governo ricostituire la maestà della legge» dice con dirteto anche se sottointeso riferimento ai recenti discorsi di Berlusconi. «Permettetemi di sottolineare che mi sembra un po´ strano che ai Paesi occidentali si guardi sempre come a un modello, ma che quando si trasferisce da noi, ad esempio, il loro sistema di controllo sui conti correnti o sulle carte di credito, si sostenga che stiamo mettendo in piedi un regime di polizia tributaria. Noi non stiamo mettendo in piedi uno stato di polizia, stiamo soltanto rimettendo in piedi lo Stato». «Vorrei ricordare a tutti e possibilmente una volta per tutte - aggiunge - che liberismo non vuol dire essere liberi di fare quello che ci pare. Questa concezione si potrebbe chiamare, al massimo, anarco-liberismo. Liberismo vuol dire condividere e rispettare regole certe e all'interno di esse, ma solo all'interno di esse, muoversi liberamente».

Sul punto della fiscalità Prodi fa una promessa, anzi una riconferma di un impegno elettorale: «Riconfermo il taglio di cinque punti al cuneo fiscale. riconfermo la misura solennemente» dice il premier che garantisce che le norme relative saranno nella prossima Finanziaria. Si tratta, spiega, «di una misura fondamentale per ridare ossigeno all'economia».

Non manca una stoccata al precedente inquilino di palazzo Chigi quando il ministro Padoa-Schioppa rivela che mancano almeno 115 miliardi di euro per finanziare i progetti della legge obiettivo berlusconiana già approvati dal Cipe. «A proposito di serietà al governo...» commenta sarcastico Prodi. Poi, più serio, aggiunge: «Non le commento nemmeno anche se noto che riguardavano la Legge Obiettivo. Vi consegnerò un documento che così potrete approfondire», ha anticipato il capo del Governo spiegando che poi «potremo rifletterci in seguito. Ma qui – ha concluso - è evidente che non vi sono coperture per delibere del Cipe che invece devono essere interamente coperte».

Infine un passaggio sulla ricollocazione internazionale dell´Italia. «Abbiamo avviato come promesso e con il consenso della comunità internazionale, il rientro dei nostri contingenti dall'Iraq e, allo stesso tempo abbiamo rinnovato l'impegno del nostro Paese nelle missioni internazionali di pace». «Il tutto - conclude Prodi - riportando l'Italia al ruolo che le spetta di protagonista europeo e nel mondo».


Il cambio di poltrone ai tempi dell´Ulivo
Eugenio Scalfari su
la Repubblica del 6 agosto

IERI, subito dopo il Consiglio dei ministri che ha approvato il disegno di legge in favore della cittadinanza più rapida per gli immigrati e per i loro figli nati in Italia, Romano Prodi ha dichiarato: «L´azione di governo comincia a ingranare e andrà sempre più spedita». Era soddisfatto il nostro premier e credo ne avesse buone ragioni. Certo c´è ancora molto da fare prima che la nave Italia – lasciata dal precedente governo con molte falle nella chiglia e molti guasti nella timoneria – possa raggiungere la velocità di crociera, ma la rotta mi sembra quella buona e ci consente di sperare.
L´appuntamento grosso verrà in autunno con la finanziaria, ma il timoniere è esperto e lo stato di necessità del bilancio e dello sviluppo dovrebbero aiutare e aver la meglio sui dissensi, che sono legittimi e possono contribuire alla formazione di interventi equilibrati, nel rispetto di obiettivi inderogabili per l´interesse generale e compatibili con le attese dell´Europa e dei mercati.
In politica estera la linea Prodi-D´Alema è solida e nitida. Purtroppo le soluzioni per la crisi in Medio Oriente non sono nelle nostre mani, ma dipende anche da noi rafforzare la posizione europea e per quella via esercitare una pressione sulla comunità internazionale nel senso del dialogo e della pace.
Perciò aspettiamo con fiducia, pur non nascondendoci la fragilità di un assetto politico che deve essere ogni giorno sorretto con duttile intelligenza accompagnata da coerente fermezza. Fermezza, coerenza, duttilità. Ma soprattutto tenacia. Mai pensare d´essere all´ultima svolta, mai puntare su una sola carta l´intera posta; mai decidere da soli, mai rinviare le decisioni subendo veti e capricciose impuntature.
* * *
Tutto ciò premesso permangono tuttavia alcuni motivi di disagio non marginale che hanno natura etico-politica.
Per dire che non riguardano il piccolo cabotaggio politichese, ma mettono in gioco ragioni profonde e una concezione della politica che ponga in discussione i sentimenti di appartenenza e le ragioni ideali che motivano il voto per una anziché per l´altra delle parti politiche contendenti.
Su questi motivi di disagio bisogna essere molto chiari. Ci sono domande da fare, questioni da discutere, risposte da esigere. Con onestà di intenzioni. Al di fuori delle ipocrisie, delle mezze verità e del tirare a campare.
In un rapporto sincero con la pubblica opinione democratica, strumento prezioso di supporto e di controllo dell´azione politica e delle sue motivazioni ideali.

Se esiste il problema di rafforzare la sinistra in corso d´opera – e dio sa se esiste – quel rafforzamento sarà realizzabile solo facendo emergere nella nuova legislazione e nella nuova amministrazione quella differenza di fondo che con una definizione di scuola si chiama lo stato di diritto, senza il quale il sostantivo democrazia e l´aggettivo democratico non sono che parole vuote, gusci vuoti, castelli di carta esposti ad ogni vento e ad ogni fulmine. Il potere si riduce a sopravvivenza, furberia, corruttela diffusa. Durare per durare. Questo è il peggior andreottismo nelle sue forme minimaliste. E il peggior berlusconismo nelle sue forme roboanti e mediatiche. La peggiore continuità della storia italiana cui fa riscontro simmetrico la retorica massimalista dell´estremismo e la vocazione infantile della pura testimonianza.
La politica non è testimonianza e tantomeno immondezzaio. È scelta di obiettivi, tenacia e fatica per realizzarli, intelligenza e capacità di spiegarli.
Educazione civica da dare quotidianamente con l´esempio.

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La politica delle poltrone, o meglio la politica delle spoglie: ecco una frase che il centrosinistra non dovrebbe né pensare né tantomeno praticare perché è esattamente l´opposto di una concezione democratica dello stato di diritto.
Non dovrebbe esistere una politica delle spoglie. Non dovrebbero esistere i tecnici di area. Non dovrebbero esistere cariche da affidare a candidati sconfitti alle elezioni o ricompense da attribuire a chi fa mostra d´aver indossato i colori della maggioranza di turno o il vessillo del duca e del conte più potenti in un sistema feudale e pre-moderno.

Ma la liberalizzazione dei mercati è solo uno degli aspetti d´una questione molto più vasta perché in un´economia moderna e complessa i punti d´interferenza e le intersecazioni tra potere pubblico e imprenditoria privata sono innumerevoli, inevitabili e perfino necessari per configurare un progetto-paese che orienti, coordini, apra la strada alle innovazioni, alle tecnologie, agli investimenti, alla competitività, alla concorrenza.
Se le istituzioni preposte a questi compiti sono considerate luoghi dove si annida il potere dei partiti, se le "lobbies" alzano il vessillo di questo o di quello, la liberalizzazione dei mercati sarà puramente nominale, le partite saranno sempre truccate come le partite di calcio di Calciopoli.
Le rappresentanze sindacali e sociali dovrebbero essere più interessate alla piena realizzazione dello stato di diritto; troppo spesso invece si iscrivono anch´esse tra le "lobbies" sia pur legittime. Dovrebbero stare molto attente e non sporcarsi anche loro con la politica delle spoglie.
Per non parlare dei partiti, ai quali dovrebbe esser vietato per principio di esprimere, sostenere, impicciarsi di candidature ad enti, banche, imprese concessionarie di pubblici servizi.

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Farò tre soli esempi di questa politica delle spoglie che considero quanto mai nefasta poiché è l´esatto contrario di uno stato di diritto e quindi d´una forte e giusta democrazia.
Il primo esempio riguarda gli organi dirigenti della Rai, società concessionaria d´un pubblico servizio e interamente posseduta dal ministero del Tesoro.
L´attuale consiglio d´amministrazione della Rai, nominato dal precedente governo, è l´esempio peggiore di lottizzazione partitocratica mai visto fino ad oggi. Faccio salva la qualità delle persone che non è eccelsa ma neppure infima. Il punto non è questo, ma la provenienza e quindi la rappresentanza politica che ciascuno dei consiglieri porta con sé, l´intervento diretto delle segreterie di partito e degli apparati di corrente sui quali si sono pedissequamente appiattiti i presidenti delle Camere di allora.
Che cosa ci si aspettava dal nuovo governo? E che cosa ancora ci si aspetta? Che l´attuale consiglio sia rimosso e sostituito non già col criterio del manuale Cencelli perché in tal caso avremmo solo la sostituzione d´una maggioranza con un´altra, bensì col criterio della competenza e dell´indipendenza da fazioni e interessi. Si obietta: la tessera di partito diventa dunque un impedimento? Per cariche di questo genere sì, deve diventare un impedimento.

Il secondo esempio riguarda Francesco Cognetti, medico e scienziato di fama europea, direttore scientifico dell´istituto Regina Elena di Roma. Da lui portato a punti di eccellenza competitivi con le maggiori istituzioni sanitarie italiane e internazionali.
Sulla base del criterio delle spoglie il ministro della Salute Livia Turco ha decretato la sua sostituzione con altra persona, scientificamente accettabile, ricercatrice ma non medico. Senza valutare i risultati oggettivi e le qualità scientifiche e mediche di Cognetti.
Nonostante che gran parte dei primari del Regina Elena abbiano inviato al ministro una lettera in favore del direttore scientifico e nonostante che molte personalità abbiano fatto altrettanto a cominciare dalla Rita Levi Montalcini, premio Nobel e senatore a vita.

Infine il terzo esempio altrettanto rivelatore d´una prassi che non esito a definire pessima. C´è da nominare il presidente della Ferrovie. Padoa-Schioppa, d´accordo con Prodi, offre l´incarico a Fabiano Fabiani, attuale presidente dell´Acea e già presidente per molti anni di Finmeccanica. Un manager di tutto rispetto. Non iscritto a nessun partito.
Fabiani viene interpellato. Si riserva di rispondere. Poi invia una lettera al ministro dell´Economia dove pone una sola condizione: che i consigli d´amministrazione delle società controllate dalle Ferrovie siano nominati dal presidente e dall´amministratore delegato della holding senza alcuna interferenza politica e che i predetti consiglieri, se di provenienza da altre cariche delle Ferrovie, riversino alla holding gli emolumenti di spettanza. Aggiunge che per quanto lo riguarda non vorrà alcun emolumento come già accade per lui all´Acea.
Il vicepresidente del Consiglio, Francesco Rutelli, si oppone alla nomina. Prodi gli chiede una rosa di candidati. Rutelli fornisce la rosa. Si aspettano decisioni. Fabiani si è ritirato e resta dov´è (credo che in cuor suo ne sia ben contento). Ma il senso di quanto è accaduto è molto chiaro: Fabiani è stato escluso non per appartenenza politica non gradita, ma per non appartenenza e per desiderio di immettere nelle società controllate amministratori «non appartenenti». Come dovrebbe essere.
Mi permetto di fare una critica al ministro dell´Economia, che stimo molto e di cui sono amico di vecchia data. Se la nomina del presidente delle Ferrovie è di sua spettanza, sia pure concertando col presidente e con i vicepresidenti del Consiglio, dopo il concerto proceda alla nomina se è convinto della sua scelta. Debbo dire: Tremonti ha sempre fatto così, anche in aperto e pubblico dissenso con Fini. Tra le tante pessime cose di cui è responsabile, questa gli va riconosciuta come merito anche perché spesso le sue scelte erano pienamente accettabili.

* * *

Sarebbe motivo di vera speranza e conforto se il governo imboccasse questa buona strada per modernizzare lo Stato e liberare le istituzioni. Ho già detto: aspettiamo con fiducia. Ma presto. Il buongiorno infatti si vede dal mattino. Anche quello cattivo.


La Corte dei Conti sulle leggi Cdl
"Perplessi sulla copertura"
Per la magistratura contabile, soprattutto negli ultimi mesi della legislatura, varate norme con discutibili modalità
su
la Repubblica del 5 agosto

ROMA - A fine legislatura il governo Berlusconi ha varato una serie di leggi senza verificarne la copertura finanziaria. A dirlo è la Corte dei Conti, che si è definita "seriamente perplessa" sulle modalità di copertura finanziaria delle leggi recenti, in particolare quelle varate nel quadrimestre gennaio-aprile 2006. La magistratura contabile si dice preoccupata soprattutto perché per finanziare alcune leggi si sono stornate risorse già destinate ad altri provvedimenti, senza spiegare perché tali fondi non sono invece stati utilizzate per le finalità originarie. E tra i settori che si sono visti sottrarre risorse per finanziare altre leggi ci sono la protezione civile, gli interventi strutturali di politica economica, le aree sottoutilizzate, e l'occupazione.


Il metodo di copertura finanziaria più utilizzato nel corso dell'intera legislatura, fa notare la Corte, è la "riduzione di precedenti autorizzazioni di spesa". Un metodo che preoccupa perchè, anche se "rientra a pieno titolo nella fisiologia del sistema", allo stesso tempo "presuppone, oltre ovviamente ad una corretta quantificazione delle nuove esigenze e alla dimostrazione della disponibilità degli stanziamenti a cui si attinge, anche e soprattutto accurate indicazioni sui motivi del mancato utilizzo delle risorse" per le finalità originarie. E il governo Berlusconi non ha fornito adeguate indicazioni in merito.

Per la magistratura contabile, "l'omissione di queste indicazioni, che determina un ulteriore elemento di perplessità sui criteri di quantificazione degli stanziamenti a legislazione vigente, si ripete senza eccezione anche nel quadrimestre in esame". L'omissione poi è stata "particolarmente negativa" quando è effettuata "mediante generica imputazione degli oneri a capitoli-fondo". E' il caso ad esempio del Fondo per la protezione civile, di quello per gli interventi strutturali di politica economica, di quello per le aree sottoutilizzate e di quello per l'occupazione. Questi fondi, rileva la Corte, "sembrano aver assunto la valenza di fondi di riserva e non di stanziamenti rapportati ad esigenze già individuate".


I nuovi cittadini
Miriam Mafai su
la Repubblica del 5 agosto

Finalmente. I figli degli immigrati, bambini e adolescenti che frequentano le nostre scuole, che parlano la nostra lingua, che fanno il tifo per Totti o Cannavaro potranno, se e quando verrà approvato dal Parlamento il disegno di legge licenziato ieri dal Consiglio dei ministri, diventare finalmente cittadini italiani a pieno titolo. Finalmente. Perché fino ad oggi il figlio di un immigrato, nato e cresciuto in Italia, era e rimaneva uno straniero - marocchino, egiziano, senegalese - fino al compimento della maggiore età. Solo allora, e se non fosse mai uscito dal territorio italiano, nemmeno per una vacanza, solo allora poteva affrontare il lungo, accidentato percorso che lo avrebbe portato, forse e non sapeva bene quando, ad essere, finalmente, un cittadino italiano.
Il nostro legislatore è stato finora, nonostante tutte le critiche, le richieste e le proposte, tenacemente, direi cocciutamente fedele all´antico principio dello «jus sanguinis» . Secondo questo principio la cittadinanza, per dirla con una studiosa della materia come Giovanna Zincone, «si acquisisce sostanzialmente per discendenza, come un´eredità, o per matrimonio, come una dote». E dunque, in virtù di questo principio, ha diritto al passaporto italiano anche il nipote o il pronipote di colui che ha abbandonato, o è stato costretto ad abbandonare il nostro Paese all´inizio del secolo scorso, ma non ne ha diritto (finora) il figlio di un immigrato che è arrivato da anni in Italia e qui da anni lavora e paga le tasse. Questa concezione della cittadinanza ha relegato per anni gli immigrati e i loro figli in una sorta di infinita, faticosa, umiliante anticamera.
Con l´approvazione della nuova legge da parte del Parlamento (e ci auguriamo che questo avvenga in tempi ragionevoli) anche l´Italia passerà dall´antico e un po´ feroce «jus sanguinis» al più mite e civile «jus soli». E per ottenere la cittadinanza non sarà più necessario avere nelle vene una certa, anche minima, quantità di sangue italiano.
Ma, piuttosto, aver vissuto e lavorato e studiato nel nostro Paese per un certo numero di anni, parlare la nostra lingua, amare l´Italia e scegliere di vivere qui secondo le nostre leggi.

Qualche protesta si è già sentita – e non poteva essere altrimenti – dalle parti della Lega, mentre Gianfranco Fini che a suo tempo aveva presentato (e poi, forse, dimenticato) una proposta di legge per il voto amministrativo agli immigrati, si è detto pronto a confrontarsi «seriamente col governo appena il provvedimento sarà noto».
Ne riparleremo dunque in autunno. Sperando in un dibattito civile non inquinato da esasperazioni e dichiarazioni di impronta xenofoba, cui alcuni leader politici ci hanno purtroppo abituato. Non so se, da questo punto di vista, il clima sia oggi migliore o peggiore di quello di dieci anni fa, di quel lontano 1997, data cui risale la prima proposta di Livia Turco. La proposta avanzata ieri da Giuliano Amato e approvata dal Consiglio dei ministri può apparire infatti, oggi, in controtendenza di fronte agli orientamenti più restrittivi già adottati o in via di adozione, in alcuni paesi europei noti come molto «liberali» (è il caso dell´Olanda, della Danimarca e dell´Inghilterra, dove gli attentati terroristici hanno alimentato un clima di crescente sospetto e dove sono allo studio, per la concessione della cittadinanza, test di sbarramento molto severi). La stessa proposta può apparire in controtendenza anche di fronte all´allarme suscitato dal crescente flusso di immigrazione illegale che si rovescia sulle nostre coste e che si è accentuato, assumendo toni drammatici, anche in queste ultime settimane.
Alla luce di questi due fenomeni la nuova legge sulla cittadinanza potrebbe venir giudicata propagandistica, velleitaria, ispirata, per dirla con un termine caro a Giovanni Sartori a una forma di «cretinismo buonista». Prepariamoci a queste ed altre polemiche. E tuttavia a me sembra che non ci sia contraddizione tra un´idea più aperta e moderna di cittadinanza, e, insieme, un maggiore rigore nel controllo del flusso dei clandestini fino al loro rinvio, quando necessario e possibile, ai paesi d´origine. Direi anzi che le due cose dovrebbero marciare insieme. Che l´una è condizione dell´altra. Il fatto che sia lo stesso ministro, Giuliano Amato, a gestire ambedue i processi, quello dell´accoglienza e quello della espulsione, può rappresentare, mi auguro che rappresenti, una garanzia.


I Giorni di Berlusconi
Risposta a Sofri
Furio Colombo su
l'Unità del 4 agosto

Non ho ancora trovato la «mezza giornata libera» di cui parla Adriano Sofri nel suo articolo «Cattivi pensieri» («Argomenti seccanti, no? Magari qualcuno avrà voglia di affrontarli, se trova mezza giornata libera»). Ma tra i suoi «argomenti seccanti» che io, come sempre, prendo sul serio, ci sono le dieci righe che trascrivo e che non è giusto che scompaiano nel silenzio, neppure in momenti affollati da altri cattivi pensieri, tra cui la guerra.
Ecco il passaggio a cui mi riferisco: «Rispetto al regime, così come specificamente lo si evocava - come si chiama regime il ventennio fascista - il centrodestra era contemporaneamente meno e più».
«Più, quanto alla morbida capacità di modellare ed emulare uno spirito pubblico incattivito, inebetito e furbo. Più, quanto alla più volgare selezione alla rovescia di una classe pubblica e di governo. Meno, infinitamente meno, quanto all'esercizio di un potere persecutorio. Non occorreva coraggio per opporsi al centrodestra, non pendevano la galera o l'esilio o le bastonate sui dissidenti. Si poteva, ed era una vergogna, esser cacciati dal proprio posto alla Rai, e replicare canticchiando “Bella ciao”: ma non per salire in montagna, o per sbarcare a Ustica o Ventotene».
Segue una presa in giro di Piero Ricca, unico italiano che abbia osato ricordare ai concittadini una penosa esibizione del capo dei capi, Berlusconi nel processo Sme di Milano, arrivando a dirgli in pubblico «buffone», piccola cosa che nessuno, che viva di lavoro dipendente, in Italia, avrebbe potuto permettersi. Allora, e chissà, forse anche oggi.
Poiché è stato l'Unità il primo e il solo giornale a parlare di regime come definizione del governo Berlusconi, credo di essere chiamato in causa (insieme a Padellaro ero allora il direttore, e né lui né io ci siamo mai pentiti del nostro lavoro) e di avere un dovere di chiarimento e di risposta.
La breve rievocazione di Sofri salta un punto molto importante, il più importante nella esperienza italiana di Berlusconi: il conflitto di interessi. Una presenza pesante, autorevole e quasi totale nel mondo dei media ha fatto di Berlusconi un protagonista privilegiato sulla scena mondiale delle comunicazioni.
L'attivismo d'affari e le partecipazioni rilevanti in molti altri rami cruciali dell'attività economica di un Paese con una ristretta classe dirigente - banche, assicurazioni, editoria, finanza - ha posto Berlusconi in condizioni di trovarsi a un crocevia di convenienti incursioni, notate e non notate, pubbliche e segrete, tutte utili sia al potere che al beneficio (clamoroso, come si ricorderà) delle sue aziende.
L'esercizio del potere politico, in una situazione giuridica che assegna al capo dell'esecutivo assensi, veti, permessi, licenze, e anche influenza di umori su molti settori, essenziali della vita di un Paese, ha creato un privilegio raro, forse unico: un potere pubblico-privato (o una pesante sovrapposizione del privato sul pubblico) senza uguali. Per fare un esempio, sotto Berlusconi un giornalista poteva perdere il lavoro all'istante ma non trovarne un altro.
Trovo strano che Sofri abbia scherzato sull'«andare in montagna o sbarcare a Ventotene». È evidente che l'immensa ricchezza personale ha messo Berlusconi in condizione di eseguire vere e proprie operazioni di acquisto del consenso, di taglio dei canali di comunicazione agli oppositori: ricordate Enzo Biagi? Ricordate le «500 accuse» a l'Unità, allo scopo di isolare questo giornale? Ricordate la forte intimidazione di ogni tentativo di dissenso anche parziale? Ricordate il caso Ferruccio De Bortoli?
Ricordate l'ordine di blocco totale della pubblicità fatto pervenire agli inserzionisti potenziali dell'Unità mediante la frase «testata omicida», pronunciata senza obiezioni di alcuno dei presenti in due diverse e popolarissime serate televisive? Ci sono anche fatti non pubblici però gravi e che è opportuno ricordare, come le pesanti difficoltà create in modo aperto e deliberato nella vita d'affari di alcuni azionisti della nuova Unità.
In questo caso «andare in montagna» significa che chi avrebbe potuto cedere la propria partecipazione in questo giornale non lo ha fatto, chi avrebbe potuto tacere non ha taciuto, firme di primo piano abituate a ben altri compensi hanno offerto all'Unità il loro prestigio intatto per quasi niente, e nessuno dei giornalisti che hanno ridato talento e vita a questo giornale si è lasciato intimidire da scenate pubbliche (comprese le conferenze stampa in cui Berlusconi offriva, incontrastato, giudizi infamanti di uomo potente sui nostri giornalisti).
Stiamo parlando di un dominio mediatico che ha cambiato e cambia ancora la faccia del Paese. Mai, prima, si erano sommati un immenso potere economico, un assoluto controllo politico (data la passiva obbedienza del Parlamento) e la proprietà di diritto o di fatto di quattro quinti dei mezzi di comunicazione di massa.
L'esilio c'è stato, eccome. Consisteva non solo nell'escludere i nemici da ogni accesso professionale a tutte le televisioni (infatti anche quelle non immediatamente controllate si adeguavano) ma anche nell'impedire citazioni e riferimenti ai nomi delle persone messe al bando, e certamente dell'Unità, del suo direttore e del suo condirettore e dei suoi giornalisti. L'Unità era il vero obiettivo perché non ha mollato mai la presa sul cuore del sistema berlusconiano, il conflitto di interessi, un conflitto che viene dall'illegalità e genera illegalità.
Sofri mi potrà dire che la mia è una «reazione sproporzionata». Avrebbe ragione se questa risposta (tutta questa risposta) fosse diretta a lui. Invece - come si dice nelle tavole rotonde - devo dirgli grazie per avere sollevato il problema. Ciò che Sofri ha scritto serve per dedicare questa breve rievocazione di un regime mediatico condotto in modo totalitario e senza alcuna distrazione o tolleranza, a coloro che pensano di invitare il proprietario personale di quel regime alla Festa della Margherita, come se si trattasse di una allegra serata con il noto frequentatore del “Billionaire”. C'era qualcosa in più da ricordare di quei giorni. Con l'aiuto di Sofri, abbiamo potuto farlo.


Provaci ancora Bersani
Il ministro per lo Sviluppo economico ha annunciato che sulle liberalizzazioni non farà marcia indietro. Per vincere le resistenze in Parlamento, dovrà però essere in grado di consolidare attorno alle sue iniziative il consenso di cittadini e consumatori
Massimo Riva su
L'espresso del 3 agosto

Dice il ministro Pier Luigi Bersani che, in tema di liberalizzazioni, non farà marcia indietro. Semmai alzerà la posta, di sicuro non le mani: come qualcuno ha temuto dopo il controverso compromesso raggiunto con i tassisti. Sono ottimi propositi, del tutto condivisibili dalla stragrande maggioranza di un paese dove i cittadini sono quotidianamente sottoposti al pedaggio di alcune gabelle di sapore medievale da parte di ricche e meno ricche corporazioni, tutte arrogantemente unite nella difesa dei propri privilegi antimercantili.

Ma il simpatico ministro - cui è d'obbligo rendere il merito di essere stato il primo a sfidare le confraternite della rendita - vorrà anche ammettere che la bontà delle sue affermazioni andrà verificata, soprattutto, nei risultati. E questi, anche per il primo decreto ora in discussione, appaiono condizionati non solo dalle proteste di piazza delle categorie coinvolte, ma ancora di più dalla possibilità che queste ultime trovino udienza nel dibattito del Parlamento. Che non si chiama più da un pezzo Camera dei fasci e delle corporazioni, ma dove le nostalgie protezioniste e le congregazioni professionali trovano ancora folta e interessata rappresentanza.

Come dimostra l'incredibile sponda che le lamentele di avvocati, notai e farmacisti hanno trovato in varie forze politiche, non solo d'opposizione. Per arginare questa marea antiriformista non basta che il buon Bersani faccia valere le sue indubbie ragioni di principio. Ovvero che spieghi come in tutto il mondo civile si vende senza problemi l'aspirina nei supermercati, come il dazio pagato ai notai per il passaggio di proprietà di un'auto assomigli troppo a un odioso pizzo, come la tariffa minima per gli avvocati sia soltanto un sussidio a favore dei meno bravi fra gli azzeccagarbugli. Occorre, piuttosto, che il ministro consolidi attorno alle sue iniziative il larghissimo consenso dei cittadini-consumatori. Insomma, che sappia porre con nettezza l'interesse della collettività contro quelli dei gabellieri d'ogni ordine e specie.

Ciò richiede più chiarezza e meno diplomazia di quelle usate, per esempio, nella vicenda dei taxi. Sempre Bersani, infatti, ha detto che l'intesa coi tassisti è stata raggiunta quando questi hanno capito che il decreto non avrebbe aperto alla nascita di grandi società con tanti autisti a libro paga. Ecco un modo ottimo per chiudere al momento una vertenza, ma pessimo per sciogliere il nodo di fondo. Davvero, all'alba del terzo millennio, si può pensare che il servizio di auto pubbliche nelle grandi metropoli possa continuare a essere esercitato da una miriade di cosiddetti padroncini? Sarebbe come tornare a credere che il futuro dell'agricoltura vada lasciato in esclusiva ai coltivatori diretti e alla piccola proprietà contadina. Si tratta di malinconie ottocentesche.

Naturalmente, il percorso verso un sistema di taxi adeguato ai tempi comporta costi individuali ai quali occorrerà provvedere, come s'è fatto tempo fa per le trasformazioni del mondo agricolo. Ma chi agisce con la logica del medico pietoso, ottiene solo di incancrenire la ferita sociale senza offrire ai cittadini il servizio di cui hanno bisogno.



   6 agosto 2006