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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 30 luglio 2006



Primum vivere
Barbara Spinelli su
La Stampa

Lo si capisce dalle vignette di Giannelli sul Corriere della Sera, che dipingono un Berlusconi felice di ottenere da sinistra quel che non aveva ottenuto da destra. Lo si capisce dalle parole di Federico Grosso, che su questo giornale, il 25 luglio, parla di legge necessaria al miglioramento delle carceri, ma viziata da un compromesso che garantisce impunità a crimini economici "fortemente caratterizzati da disvalore sociale e morale". Lo si capisce dalle proteste di Eugenio Scalfari, di Luca Ricolfi, di Michele Ainis, di Vittorio Grevi, dell'ex giudice D'Ambrosio, del giudice Caselli. La legge sull'indulto che ieri è passata al Senato è molto più di un errore. Nasce da una profonda, radicata indifferenza alla cultura della legalità e al rapporto sano fra Stato di diritto ed economia. Le critiche pesanti rivolte da sinistra a Di Pietro, che ha provato a fermare la legge sino a dissociare la lealtà di ministro dalla propria coscienza di cittadino, confermano questa indifferenza.
Di Pietro è sospettato di voler conquistarsi visibilità, oltre che di usare un linguaggio sleale, violento. Il che forse non è falso: se c'è un modo di coltivare il protagonismo, quello del ministro è ben scelto. Ma gli strali si concentrano sul dito anziché su quel che il dito indica, e il proverbio cinese evocato da Di Pietro è sempre valido: "Quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito". Lo sciocco non guarda alla sostanza, bensì all'apparenza. Per lo sciocco vale soprattutto: Primum Vivere, e dunque la sopravvivenza di una coalizione che senza Forza Italia non avrebbe approvato l'indulto. Primum Vivere fu il motto di Craxi quando prese la guida del Psi: lo slogan rovinò una grande scommessa politica (il rafforzamento della sinistra non comunista) trascinando il socialismo italiano nella corruzione. Il centro sinistra non corre quel pericolo ma quasi sembra trascurarlo. Come se in testa venisse anche per lei, in occasioni non marginali, la conquista-salvaguardia del potere e non quel che il potere fa. In tali circostanze il resto conta poco o nulla, anche quando questo resto è la sostanza delle cose: la cultura della legalità e il senso civico della classe dirigente, in un paese dove il problema dell'etica nell'economia e nella politica è il vero suo tarlo e la vera anomalia.
Questa trascuratezza in tema di legalità non cade dal cielo: si può scrivere ormai una storia degli Indifferenti in materia, che nell'ultimo decennio e più hanno perso di vista non solo l'importanza ma anche i benefici delle regole, della buona condotta finanziaria. Che hanno consentito che alla giustizia venisse dato il nome di giustizialismo forcaiolo, alla morale il nome di moralismo. Che hanno sconnesso il legale dall'utile, l'onestà dalle esigenze - considerate più autentiche, pratiche - dell'economia o della gestione del potere. È la storia di come piano piano s'è spenta la passione di Mani Pulite, e la speranza in una classe dirigente rinnovata. Di questa storia Berlusconi ha profittato, andando al potere nel '94 e nel 2001 senza che conflitto d'interessi e processi l'ostacolassero.
Da quale cultura (nel doppio significato del termine) è germinata questa storia che ha creato uno spazio per Berlusconi e che oggi glielo preserva? Da una cultura presente nei luoghi meno prevedibili, sia a destra sia nella sinistra radicale, sia nella politica sia in parte della Chiesa: sfatando le tesi di chi considera finito il catto-comunismo e non vede sorgere la nuova, strana alleanza tra catto-comunisti e Berlusconi. In realtà, buona parte della Chiesa italiana si è rivelata attore di primo piano, e questo spiega come mai tanti cattolici di centro, pur distanziandosi da Forza Italia o combattendola, coltivano il culto berlusconiano dell'impunità. Con il passare degli anni la Conferenza episcopale ha dimenticato le sue battaglie per la cultura della legalità e contro la mafia, pur di ritagliarsi uno spazio politico che compensasse il declinare, in molti suoi esponenti, della missione spirituale e profetica. Del tutto dimenticata oggi è la nota pastorale redatta il 4 ottobre '91, poco prima di Mani Pulite, che s'intitolava "Educare alla legalità" e condannava il crescente corrompersi del colletti bianchi. Del tutto scordate sembrano le parole tremende - un anatema che sconvolse il clan Provenzano, spingendolo ai delitti della primavera-estate '93 - che Giovanni Paolo II pronunciò contro la mafia (e implicitamente contro i voti di scambio coperti da indulto). Quel discorso, pronunciato dal Papa nella Valle dei templi a Agrigento il 9 maggio '93 ("Convertitevi! Mafiosi convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio e dovrete rendere conto delle vostre malefatte!") è da anni introvabile sul sito internet della Santa Sede. La visita in Sicilia neppure è annoverata tra i viaggi del Pontefice. L'altro attore non irrilevante è Rifondazione di Bertinotti. Val la pena ricordare che fin dal 23 febbraio 2002, quando Di Pietro e la rivista MicroMega organizzarono al Palavobis di Milano una conferenza sulla legalità, l'attuale presidente della Camera si stizzì, svilendo un'iniziativa giudicata superflua, secondaria rispetto alle strutturali questioni economico-sociali: "È la rivolta dei ceti medi professionali - disse -. Da un lato (gli organizzatori) colgono fatti di involuzione della società politica, dall'altro rivendicano un ruolo come ceto e istituzioni, mi riferisco agli intellettuali e alla magistratura. È un terreno ambiguo". Più di tre anni dopo, intervistato dal Corriere della Sera sulle indagini del giornalista Travaglio (inchieste Dell'Utri, Berlusconi), disse: "Marco Travaglio? Non nominatemelo. Solo a sentire il suo nome mi viene l'orticaria. I moralisti danneggiano la sinistra. Non amo il giustizialismo a tutti i costi. Ogni volta che qualcuno si autoinveste del ruolo di censore, di moralizzatore, rischia di fare più danni di chi poi si vuole condannare" (5-10-05). Così si giunge all'oggi: estendendo l'indulto ai crimini contro la pubblica amministrazione, e a corruzione e concussione (tutti gli scandali dell'ultimo decennio, compresi Parmalat e furbetti del quartierino), il fronte degli Indifferenti di sinistra esita a regolare i conti col berlusconismo. Nei fatti ne è contagiato, come Arturo Parisi temeva nell'estate 2005, quando avvenne il disastro Banca d'Italia.
Naturalmente esiste un' urgente necessità di migliorare le carceri italiane, disumanamente stracolme. Due papi si sono battuti per questo. Ma l'emergenza è stata usata per un compromesso con Forza Italia che ha consentito a quest'ultima di imporre la propria agenda giudiziaria, con più successo ancora che nel passato (Grosso ricorda che esisteva un disegno di legge condiviso, del gennaio scorso, che concedeva ai delitti economici un solo anno di sconto e non tre). I processi per questi delitti non sono cancellati ma la certezza della pena, mai lunghissima, è ridotta a zero. Può darsi che esistano ragioni per difendere l'interezza della legge; ma nessuno è parso convinto al punto tale da illustrarle bene. Che il disagio di chi non ha impedito questo tipo d'indulto sia grande, lo rivelano le parole stupefacenti del deputato prodiano Franco Monaco: "Sono un soldato, il testo dell'indulto lo voto, ma attenti perché è un testo inaccettabile!". Dunque, parte della sinistra ha voluto l'indulto così com'è, pur definendolo "inaccettabile". Ha ritenuto probabilmente che questo sia il prezzo del Primum Vivere, nei momenti in cui occorre conquistare il potere o non perderlo. Primum Vivere è una sorta di scetticismo degenerato, che in simili momenti prende il sopravvento.
L'intera campagna elettorale è stata condotta in fondo all'insegna di questo principio: non si sapeva se la battaglia sulla legalità avrebbe fatto vincere, e son state scelte l'indifferenza, l'afasia. Nessuna parola sul conflitto d'interessi, sulle leggi ad personam della precedente legislatura, in genere sulla questione morale. L'attenzione si concentrò totalmente sul fisco, col risultato che Prodi più che attaccare dovette difendersi. Vero è che promise di ripristinare la "maestà della legge", che denunciò in alcune interviste l'intreccio tra affari e politica. Ma la cultura della legalità è restata sconnessa dall'economia, come se non fosse invece parte fondamentale di essa. Come se per ripartire e crescere, l'economia non avesse prima di tutto bisogno di restaurare il dovere civico del pagare le tasse, del rispettare le leggi, creando un clima fondato sulla fiducia, dunque affidabile. Questo legame urge instaurarlo in Italia, perché altrimenti non solo la democrazia ma anche il mercato, divenendo diseducativi o distorti, falliscono e muoiono. La grande vocazione pedagogica di Prodi, che tante volte lo ha premiato, diverrà più che mai essenziale.
Abbiamo parlato di scetticismo degenerato perché gli scettici non intendevano questo, quando giudicavano superflue tutte le cose sensibili. Nel IV secolo avanti Cristo, Pirrone consigliava l'atarassia e cioè l'imperturbabilità; raccomandava l'afasia, ritenendo che astenersi dal parlare fosse meglio delle affermazioni perentorie; suggeriva l'apatia, che evita emozioni forti. Era poi raccomandata la sospensione di giudizio sulle cose del mondo (l'epoché) ma lo scopo era l'Atman: il collegamento con l'io più profondo dell'uomo, con la scintilla di Dio. Oggi l'Atman è la conquista del potere, la coalizione a qualsiasi prezzo, non la sostanza di quel che in politica si fa e il linguaggio con cui lo si spiega ai cittadini. Primum vivere, deinde philosophari - in primo luogo bisogna vivere, dopo fai filosofia. Il detto antico non è errato: la ricerca della massima saggezza non può soffocare i bisogni elementari e animali dell'uomo, del suo convivere sociale. Prima di dedicarsi alla sapienza e alla virtù, bisogna procurarsi il necessario per vivere. Ma gli antichi esaltavano le quotidiane virtù dell'onesto cittadino, quando posticipavano l'astratta cerca della Repubblica perfetta. Non esaltavano - oscuro oggetto del desiderio, sensualità speciale di chi comanda - il potere fine a se stesso.



Togliere il pane agli affamati
Francesco Giavazzi sul
Corriere della Sera

Ogni anno gli Stati Uniti concedono ai loro agricoltori sovvenzioni per 20 miliardi di dollari, un po' più del reddito nazionale del Kenia, un quarto del reddito nazionale egiziano. Di questi, due miliardi circa vanno a un centinaio di produttori di cotone, grandi aziende agricole che grazie al sussidio fanno lauti profitti. Senza questi aiuti le esportazioni americane di cotone si dimezzerebbero e la produzione mondiale si sposterebbe verso Egitto e India, due Paesi il cui cotone è in media di qualità migliore di quello americano.
In Europa molti credono che lo scopo della nostra politica agricola sia proteggere i piccoli coltivatori e così contribuire a preservare l'ambiente, una civiltà preziosa, la tradizione delle piccole comunità. È falso. Ogni anno l'Europa spende, per sostenere i propri agricoltori, circa 50 miliardi di euro, un po' più del reddito nazionale della Repubblica Slovacca. Il principe Alberto di Monaco riceve 300 mila euro l'anno per la sua fattoria in Francia, la regina d'Inghilterra 546 mila (nel 2003). In Olanda i tre maggiori beneficiari degli aiuti agricoli sono grandi multinazionali: Philip Morris (1,5 milioni nel 2003), Royal Dutch Shell (660 mila), Van Drie (745 mila). In Gran Bretagna Nestlé ha ricevuto nel 2004 11 milioni di euro; Tate&Lyle, la più grande azienda europea di raffinazione dello zucchero di canna, 127 milioni. Altro che piccoli coltivatori e allevatori! E sono stati proprio gli inglesi a opporsi a una regola che avrebbe favorito i piccoli coltivatori limitando i grandi sussidi.
All'origine del recente fallimento dei negoziati di Ginevra sul commercio internazionale vi sono due interessi coincidenti.
Nei Paesi ricchi — Europa, Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud — la miopia politica, che non trova il coraggio di tagliare i sussidi a pochi agricoltori privilegiati; in alcuni Paesi emergenti — Brasile e India in particolare — l'illusione che proteggere le proprie industrie con i dazi aiuti la crescita. Dobbiamo preoccuparci di questo fallimento?
Io non penso che senza questi accordi l'integrazione del mondo si fermerà, ma andrà avanti portandosi appresso due gravi distorsioni. Innanzitutto i consumatori dei Paesi ricchi continueranno a sovvenzionare, senza che nessuno glielo abbia chiesto, le rendite degli agricoltori. Se un referendum ci chiedesse: "Siete disposti a pagare un po' più tasse per salvaguardare la bellezza della campagna toscana e gli ulivi della Puglia?", è probabile che molti italiani risponderebbero sì. Ma lo si dovrebbe chiedere esplicitamente, anziché gestire la politica agricola a Bruxelles in un modo incomprensibile per la maggior parte di noi.
In secondo luogo, il fallimento di Ginevra indebolisce l'Organizzazione mondiale del commercio (Omc), l'arbitro delle regole sugli scambi internazionali. Per comprendere quanto sia importante una Omc forte, basta ricordare il 2003, quando i giudici di Ginevra imposero al presidente George W. Bush di cancellare i dazi sulle importazioni di acciaio, con cui aveva cercato di guadagnare i voti dei siderurgici americani.
Nel dibattito italiano sulla liberalizzazione del commercio stupisce — come ha ricordato sul
Sole 24 Ore Riccardo Faini, il consigliere economico del ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa — il silenzio dei nostri industriali.
Tuttavia dai negoziati di Ginevra essi avrebbero potuto trarre grandi benefici. I dazi con cui Cina, India e Brasile proteggono ad esempio le loro imprese tessili ostacolano le nostre esportazioni e ci precludono mercati dove il numero di consumatori che potrebbero acquistare prodotti italiani di alta gamma è in rapido aumento. Gli imprenditori francesi hanno chiesto pubblicamente di non sacrificare gli interessi dell'industria per salvaguardare quelli dell'agricoltura. Dalla Confindustria invece un sorprendente disinteresse. Ma è imbarazzante battersi contro gli aiuti agricoli quando ogni anno i nostri imprenditori (a cominciare dagli editori di giornali) ricevono dallo Stato contributi pari a circa il 2% del Pil.


Il mantra della maggioranza allargata
Edmondo Berselli su
la Repubblica

Allargare la maggioranza. Coinvolgere l´opposizione. Ormai è un´ipotesi, o un dilemma, che in questi giorni risuona nei cervelli politici come un mantra. Sarà la fatica di governare con due voti di vantaggio al Senato; sarà anche il disincanto per le prestazioni parlamentari dell´Unione, paralizzata per settimane sulla missione in Afghanistan e sui dilemmi della fiducia. Mettiamoci gli scontri fra Mastella e Di Pietro sull´indulto, "i buoni obiettivi realizzati con cattivi spettacoli" di cui ha parlato il presidente della Camera Fausto Bertinotti, ed è comprensibile che cominci a incrinarsi il principio dell´autosufficienza, cioè il primo comandamento del bipolarismo.
Era prevedibile. Fin dall´immediato dopo-elezioni si sapeva che governare con una maggioranza minima numericamente e variegata politicamente è come cercare a tentoni un sentiero sicuro in un campo minato. Ciò che forse sfuggiva, anche ai più realisti, era il grado di potenziale conflitto interno al centrosinistra. Sembra talvolta che i molti irriducibili dell´Unione, gli oltranzisti di sinistra ma anche i centristi divisi fra dipietristi e mastelliani, siano pronti a mettere in crisi l´alleanza di governo su qualsiasi punto che non sia stato certificato nel programma elettorale. Va da sé che, per quanto vasto, e denigrato proprio per la sua ampiezza, nessun programma può essere così totalitariamente preveggente da disinnescare ogni discussione interna sui singoli temi. E quindi i numeri parlamentari ristretti e la difficoltà delle scelte da praticare portano il centrosinistra pericolosamente vicino a un punto di implosione.
Già oggi c´è chi vede la legge finanziaria come uno scenario da Vietnam. E tutta la Casa delle libertà, in testa Berlusconi e Tremonti, è convinta che proprio sulla Finanziaria il governo Prodi renderà l´anima al popolo.
Prodi e i più fedeli interpreti del meccanismo bipolare, come Arturo Parisi, si affidano a un deterrente: il crollo del governo sarebbe una campana a morto per il centrosinistra di oggi e di domani. Come il premier aveva detto nell´estemporanea intervista a Die Zeit: la caduta dell´esecutivo equivarrebbe a consegnare il potere alla destra per sessant´anni. Ma è sufficiente quest´arma? Evidentemente no. Per essere efficace una minaccia non può essere usata tutti i giorni.
E quindi nei corridoi serpeggiano voci e ipotesi. Finora in termini ufficiali si sono sentiti numerosi appelli al dialogo da parte del presidente della Repubblica. Aperture in stile democristiano del presidente del Senato, Franco Marini. Dichiarazioni di Piero Fassino sull´allargamento come prospettiva di medio periodo, non immediata ma forse non impossibile. E se perfino Bertinotti, uomo di movimento passato all´istituzione, lancia il messaggio che la maggioranza può essere allargata, purché resti intatto il tabù dell´autosufficienza, vuol dire che il problema è maturo.
Ciò non significa che abbia anche soluzioni automatiche. Il mantra dell´allargamento segnala un problema; ma non indica nessuna soluzione. Vero è che di impossibile non c´è quasi nulla, in politica. Ma non si sarà dimenticato che il confronto fra i due schieramenti, alle elezioni politiche di aprile, è stato di una violenza inaudita. Solo un leader spregiudicato come Berlusconi, all´indomani del 10 aprile, poteva reclamare la grande coalizione mentre ancora protestava caoticamente contro il risultato elettorale.
Se le ferite della guerra civile a bassa intensità della primavera scorsa sono lungi dall´essere sanate, è davvero possibile una manovra politica che provi a ricucire la frattura fra gli schieramenti? Ed è possibile allora che su alcuni punti fondamentali del programma di governo ai voti dell´Unione si aggiungano quelli di una porzione del centrodestra, nel nome di entità politicamente inafferrabili come il bene comune e il futuro del nostro paese? Gli ostacoli si superano con l´appello al buonsenso. Lo si è visto sul decreto Bersani: di fronte alle dodici liberalizzazioni del governo si è assistito prima a un timido possibilismo di frange del centrodestra, sfociato poi in un rifiuto totale e con sketch da Bagaglino interpretati dai "liberisti al governo e socialisti all´opposizione" che hanno fatto il loro show protezionista in materia di taxi, avvocati e farmacie.
Ma al di là del folklore c´è un elemento da cui non si può prescindere: il sistema politico italiano è imperniato su un vincolo bipolare. I voti sono stati chiesti agli elettori in nome di un´alternativa, non di salti della quaglia o inciuci. L´Unione potrebbe anche cercare il consenso di parlamentari e di frange apparentemente mobili della Cdl, in particolare l´Udc, ma è illusorio pensare che questo possa trasformarsi in un sostegno permanente agli atti di governo.
In primo luogo un sostegno non occasionale da destra trasformerebbe il governo in un´istituzione a geometria variabile, con comportamenti politicamente diversi a seconda dei temi affrontati, con un probabile aumento della conflittualità interna, e un incentivo alle differenziazioni fra un partito e l´altro, al centro come a sinistra. Su un piano più strutturale, inoltre, l´eventuale (ma irrealistica) emancipazione dalla destra di un partito come quello di Pier Ferdinando Casini significherebbe la fine dell´alleanza berlusconiana, e dunque l´avvio di un processo di scomposizione del sistema politico che nessuno è in grado di gestire.
In questi termini l´allargamento è un vorrei ma non posso. Anche per la ragione poco considerata, dagli allargatori, che la linea strategica della Cdl non prevede affatto il "soccorso moderato" ai riformisti dell´Unione. Da Berlusconi a Follini l´approdo desiderabile del centrodestra è la grande coalizione, la "fase Merkel", che implica l´abbattimento del governo Prodi. Portare a casa la caduta dell´esecutivo è un obiettivo di portata troppo alta, a destra, per essere sacrificato a riforme "essenziali" e al "bene del paese".
Naturalmente la Grosse Koalition costituirebbe di riflesso un prezzo micidiale per il centrosinistra, dal momento che investirebbe come un tornado la figura, il ruolo e il progetto politico di Prodi, partito democratico compreso. Recitare quindi formule mistiche sul miglioramento dei rapporti fra gli schieramenti può anche essere opportuno. Per una questione di stile e di civiltà politica. Ma la realtà è che Unione e Cdl stanno conducendo una corsa parallela, che è la prosecuzione con altri mezzi di una lotta durissima, ognuno aspettando che l´avversario crolli. I mantra servono all´ascesi. Nella realtà empirica, vincerà questa corsa chi avrà la forza di tenere duro un passo in più dell´avversario.


Una estate merkeliana
Editoriale su
Il Foglio

Roma. “Se Prodi cade, niente Grosse Koalition. La possibilità che vedo è un governo tecnico di larghe intese che duri un anno e mezzo o due. Serve una legge elettorale che garantisca una stessa maggioranza nelle due Camere”. Il colpo di Silvio Berlusconi arriva all'ora di cena, a poche ore dall'alto ragionamento col quale Franco Marini, per la terza volta in due settimane, faceva presente che nelle attuali condizioni il sistema parlamentare non può andare avanti. Il Cav. incalza Prodi con un messaggio di disponibilità e realismo: i problemi non riguardano solo la maggioranza – costretta ancora a ricorrere al voto di fiducia al Senato per le missioni all'estero – perché è in questione l'inerzia dell'intero paese. Ma il premier si aspettava un'offerta più conciliante e in serata dice: “E' estate, lasciate che Berlusconi speri”.
Ma l'appello di Marini si fa largo insieme con la forza persuasiva dei fatti: “L'Italia non ha bisogno di nuove elezioni ora avrebbe bisogno di essere governata”. Il che dovrebbe responsabilizzare sia Prodi sia Berlusconi, sebbene entrambi abbiano concesso molto alla tentazione di tornare alle urne nel caso in cui l'attuale maggioranza ceda. Il Cav. da ieri ha capovolto il programma archiviando una comprensibile ansia di riscatto per lo 0,6 per mille, in termini di voti, che s'era frapposto tra lui e la riconferma a Palazzo Chigi. Il professore bolognese fino a ieri ha sospettato manovre opache in stile 1998. E comunque la minaccia di elezioni anticipate è un buon argomento per mantenere basse le intemperanze nella coalizione. Ma quanto si può durare così? “Votare ora significherebbe fermare il paese”, mentre compito dei poli è “guardarsi, incontrarsi, parlarsi per vedere come si può fare uno sforzo comune, che serve sia a una maggioranza risicata per governare meglio, che a un'opposizione responsabile”. E' sempre Marini. Con un'avvertenza speciale per Prodi: “Il ricorso eccessivo allo strumento della fiducia crea tensione, toglie momenti di confronto che possono essere anche aspri, ma che sono necessari”. Il discorso di Marini evidenzia la fatica del centrista costretto in un Senato dove alla teoria del confronto viene preferita la pratica del “votificio” o la caccia grossa al dettaglio (zona Udc). L'espressione “votificio” viene dai prodiani, altro segnale di sopraggiunta consapevolezza: “Il modus operandi deve cambiare”.
“La linea rigida non può essere abbandonata”
Prodi è deluso e rinvia l'esame del dossier grancoalizionista. Ma a questo punto, come è difficile che stravolga in un secondo l'equilibrio della maggioranza, è altrettanto difficile che entri in aperta polemica con Marini. A differenza dell'omologo tedesco Angela Markel, il presidente del Consiglio ha scelto di rivendicare il vincolo contratto attraverso il voto di aprile (“Per quanto deboli siamo, ci hanno chiesto di governare”), deve esplorare ogni spazio a disposizione prima di negoziare un accordo di sistema. Ma come Angela Merkel, Prodi sa di andare incontro a un difficile lavoro di riforme e vuole dimostrare d'aver acquisito alla propria statura politica un buon senso del tempo scenico. Il cancelliere tedesco ha potuto realizzare e irrobustire la soluzione di larghe intese perché, nel silenzio dell'operosità, aveva esplorato e presto accantonato ipotesi alternative di autosufficienza che escludevano l'Spd. Il premier italiano ha maturato la convinzione che la via dell'estremismo autarchico non è perseguibile a lungo: questa maggioranza va difesa finché è difendibile. Dopodiché? L'ideale, per Prodi, sarebbe allargare la coalizione secondo il modello premiante in occasione del voto sull'indulto. Ma una cosa è un provvedimento d'iniziativa parlamentare, sul quale le maggioranze variabili non rimescolano troppo il paesaggio, altro è accogliere il consenso decisivo dell'opposizione su un testo promosso dal governo. Ed è ciò che può accadere da settembre sulla Finanziaria. Con realismo, a Palazzo Chigi dicono che “la linea della rigidità non può essere abbandonata, tuttavia Prodi è adesso più vicino a Marini”. Un passo l'ha tentato con la telefonata fatta mercoledì per informare Berlusconi sui risultati della conferenza internazionale per la crisi mediorientale. Era intenzione di Prodi riconoscere nell'interlocutore il referente dell'opposizione, con l'ammissione implicita del legame che unisce i destini politici di entrambi. Che le intenzioni non fossero di circostanza – dicono i prodiani – lo dimostra la scelta iniziale di non far trapelare il contenuto della conversazione e neppure la notizia della telefonata. Poi le cose sono andate in modo diverso e ognuno ha offerto la propria versione. Ora per entrambi si tratta di dare continuità al dialogo e trovare una forma per rendere stabile la consultazione, e non occasionale come le recenti chiacchierate di Prodi con Casini, Fini e Pisanu (quella con Follini è un caso a parte e il premier avrebbe apprezzato il suo ritrarsi: “Resto nella Cdl, ho un impegno morale con i miei elettori”). Siccome Prodi è un uomo ragionevolmente sospettoso e crede sia stato Berlusconi il primo a delegittimarlo, si aspettava da lui un gesto di riconoscimento per la propria premiership. Ieri sera il Cav. una mossa l'ha fatta. Come Marini.


Hanno fatto un deserto e lo chiamano pace
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

C´è stato il vertice romano sul Libano, c´è stata la richiesta dell´Onu di una tregua di 72 ore per poter attivare i convogli umanitari, c´è stato l´incontro "risolutivo" di due giorni fa tra Bush e Blair che hanno incoraggiato il Consiglio di sicurezza a studiare "immediatamente" un piano di pace per il Medio Oriente a cominciare dall´invio d´una forza militare dell´Onu che si interponga "attivamente" tra i due Stati allo scopo di disarmare Hezbollah e mantenere la pace che ne seguirà.
Condoleezza Rice è rientrata a Gerusalemme per la seconda volta dopo appena cinque giorni di assenza. Massimo D´Alema è lì arriva oggi per incontrare il governo d´Israele e l´Autorità palestinese. L´altro ieri Abu Mazen, presidente della suddetta Autorità, era a Roma dove ha discusso per oltre un´ora con Prodi e poi con Napolitano.
Insomma il lavoro politico e diplomatico di tutta la Comunità internazionale e soprattutto delle potenze che contano procede "freneticamente" per arrivare al più presto ad un cessate il fuoco in Libano e nella striscia di Gaza e instaurare una pace "stabile e sostenibile" in tutta la regione.

* * *
Nel frattempo la strage degli innocenti prosegue e non si sa se e quando avrà termine. Prosegue in tutto il Libano, prosegue nella striscia di Gaza e prosegue naturalmente a Bagdad. Per quanto riguarda la capitale irachena i morti ammazzati quotidiani sono diventati una rubrica alla quale non si fa più caso. Cinquanta, cento, centocinquanta? C´è un titolo da qualche parte del giornale e qualche riga di notizia. Eppure quello di Bagdad è il tumore centrale, le altre sono metastasi salvo la strage tra israeliani e palestinesi che dura da almeno sessant´anni con intervalli sempre più ravvicinati. Da quattro anni è anch´essa diventata quotidiana come a Bagdad.
Ci si è domandato in questi giorni se il vertice di Roma sia stato un successo oppure un fallimento. Se abbia dato il disco verde al proseguimento della strage degli innocenti in Libano o ne abbia predisposto la cessazione.
Insomma se è servito a produrre qualcosa di nuovo o soltanto una breve merenda nei saloni della Farnesina di un prestigioso gruppo di Vip internazionali, frastornati dall´anticiclone africano.
Bisogna esser chiari su questioni così delicate.
Distinguere fra ciò che proclamano i protagonisti interessati e ciò che realmente è avvenuto. Diciamo questo:
1. Dal punto di vista italiano il vertice è stato un reale successo. Ha visto il rientro del nostro paese tra le potenze europee che hanno un ruolo.
Condoleezza Rice (ma anche Bush) hanno capito che il governo Prodi può essere un canale politico-diplomatico utilizzabile nei confronti dei palestinesi, dei siriani, del Libano e perfino di Hamas.
Perfino di Teheran. Come Mubarak. Anzi meglio di Mubarak.
E assai più utile di quanto non sia stata la fervida amicizia tra Bush e Berlusconi. Perfino il ritiro del contingente militare da Nassiriya è stato un fatto positivo dal punto di vista del dipartimento di Stato Usa: ha dato una preziosa credibilità al governo Prodi spendibile sul piano della diplomazia internazionale.
2. Dal punto di vista della tregua d´armi, il flop del vertice di Roma è stato totale. La Rice l´aveva esclusa addirittura dall´agenda di lavoro e così è stato, salvo uno scambio di battute piuttosto acceso tra lei e il rappresentante francese. Anche del tema di Gaza non si è parlato. Si spera che sia in agenda almeno nel secondo sopralluogo di "Condy" a Gerusalemme. Per la tregua d´armi il governo d´Israele ha risposto alla richiesta di sospensione dei bombardamenti per ragioni umanitarie dicendo che si tratta d´una richiesta priva di senso.
Eventuali accordi tecnici per la protezione dei convogli umanitari saranno presi dai dirigenti locali della Croce rossa con i comandi dell´esercito israeliano. Punto e basta. Hezbollah dal canto suo ha dichiarato che i due soldati israeliani prigionieri saranno consegnati a una "parte terza" pronta a liberarli quando si saranno verificate le condizioni per uno scambio. Che per ora non ci sono.
3. Una situazione di stallo analoga si registra a Gaza, dove Hamas ha dichiarato che il soldato israeliano rapito da una banda "amica" di Hamas, sarà reso all´avverarsi delle condizioni poste dai rapitori.
Di fatto sia Hezbollah che Hamas hanno rapito per essere riconosciuti come partiti contraenti. Esattamente la stessa richiesta delle Br allo Stato italiano nel 1978 ai tempi del rapimento Moro. Con una differenza sostanziale: dietro le Br non c´era nessuna potenza straniera e nessun movimento popolare apprezzabile; dietro i due rapitori di soldati israeliani ci sono invece siriani e iraniani e cospicui settori del fondamentalismo musulmano, sciiti, sunniti, wahabiti, unificati dal comune nemico americano.
Il vertice di Roma – tanto per dire – avrebbe dovuto tenersi al Cairo o a Sharm el Sheik ma Mubarak ha declinato l´offerta per non sollevare l´odio anti-Usa e anti – Occidente della opinione pubblica egiziana. Così, di rimpallo, siamo arrivati al vertice di Roma.
* * *
Intanto, come abbiamo già ricordato, la strage degli innocenti procede.
Siamo tornati alla brutalità dell´Iliade, anzi ancora più indietro: dopo le battaglie tra Achei e Troiani, i messaggeri dei due eserciti stipulavano una tregua per seppellire i morti con i dovuti onori e recuperare i feriti. Ma qui nemmeno questo accade.
L´altro ieri, secondo i calcoli della Croce rossa e del governo di Beirut, i civili morti sotto le bombe e le cannonate israeliane erano arrivati a seicento. Mentre scriviamo saranno certamente aumentati. I feriti sono migliaia. La distruzione di infrastrutture civili e industriali (oltre che di edifici di abitazione) è in corso in tutto il Libano dal sud al nord. Così pure prosegue il lancio dei razzi "Katyusha" sui villaggi israeliani della Galilea fino a Nazareth e a Tiberiade, su Haifa e oltre, mentre Tiro e Sidone sono stati ridotti a silenziosi cimiteri dalle bombe di Israele.
I "Katyusha" lanciati da Hezbollah in 17 giorni di guerra sono stati 1500, le perdite civili israeliane sono una ventina o poco più, ma non è questione ovviamente di contabilità tra morti ammazzati da una parte e dall´altra.
La reazione israeliana è stata sproporzionata? Chi stabilisce la proporzione? Paragonando i numeri delle vittime la sproporzione sarebbe evidente, ma il criterio non può che essere soggettivo. Per i palestinesi e per Hezbollah l´aggressore è Israele; per Israele gli aggressori sono loro. Ho già scritto domenica scorsa che la disputa sull´aggressore ci riporterebbe sessant´anni indietro se non addirittura a Caino e ai figli di Caino.
Meglio lasciar perdere.
Ma c´è un punto che mi sembra importante segnalare.
Riguarda la Rice. E Bush. E anche Blair. Hanno detto tutti e tre, quasi simultaneamente, che i "lutti collaterali" causati dai bombardamenti israeliani sono estremamente spiacevoli ma purtroppo inevitabili. Ed hanno aggiunto che proclamare un "cessate fuoco" senza varare prima un piano di pace sostenibile sarebbe del tutto inutile. Perciò si affretti la pace. La tregua d´armi verrà come inevitabile conseguenza.
Questo modo di ragionare obbedisce sicuramente a una sua logica, ma anche ad una sua follia. Sarebbe come se un poliziotto, cogliendo in flagranza un gruppo di stupratori all´opera, si astenesse dall´intervenire in attesa che il governo vari una solida legge per impedire e combattere gli stupri.
Di fatto questo è avvenuto al vertice di Roma. Il disco verde al proseguimento della strage l´ha dato la Rice postergando la cessazione dei bombardamenti alla pace, e l´hanno ribadito sia Bush sia Blair con le stesse parole del segretario di Stato. Il governo e l´esercito di Israele ne hanno preso atto continuando a sparare su "ogni cosa che si muove" nel Libano meridionale. E su ogni cosa che abbia un valore pubblico, industriale, civile, nel Libano centrale e settentrionale.
Il vertice di Roma poteva almeno imporre la cessazione dei bombardamenti nel Libano settentrionale e centrale, tollerando che la guerra continuasse nelle zone occupate da Hezbollah e soltanto in quelle. Ma neanche questo si è potuto ottenere a causa del veto a discutere la questione imposto dalla Rice.
* * *
A Roma il presidente libanese Fouad Siniora ha detto nel corso del vertice e dirigendosi al segretario di Stato americano: "Hanno fatto un deserto e l´hanno chiamato pace". Citava Tacito.
Poche ore dopo, parlando a una folta assemblea di militanti del Partito democratico, Bill Clinton è rientrato sul sentiero di guerra in vista delle prossime elezioni presidenziali e ha detto: "Bush deve dirci se intende ammazzare tutti i nemici dell´America – il che è evidentemente impossibile – oppure cominciare a parlare con qualcuno di loro".
Parole sagge, ma con chi? Il suo ex consigliere alla Sicurezza nazionale, intervistato dalla Cnn, ha detto: "Al tavolo del vertice di Roma mancavano i veri belligeranti, la Siria, l´Iran. Si può arrivare alla pace senza discutere almeno con uno di loro?".
Per il niente che vale ho scritto esattamente le stesse cose domenica scorsa nell´articolo intitolato: "Se non si vuole la guerra, chi firma la pace?".
Evidentemente si puntava alla pace dei vincitori da imporre ai vinti, ma l´obiettivo non mi sembra a portata di mano.
Perciò la strage degli innocenti continua.

Post scriptum. Avrei dovuto scrivere anche di quanto è accaduto e accade nel cortile di casa nostra. La sentenza della giustizia sportiva redatta a "furor di popolo". Il voto sulla questione di fiducia posta sull´Afghanistan e i disobbedienti domati ma non domi. Il voto trasversale sull´indulto. La questione dell´allargamento della maggioranza. La lotta dei professionisti contro il decreto di liberalizzazione di Bersani.
Si tratta di temi e problemi di grande importanza ma è altrettanto chiaro che, fin quando avremo l´incendio della guerra in Medio Oriente sarà difficile seguire con sufficiente attenzione le dispute tra Di Pietro e Mastella, tra Diliberto e Giordano e tra Malabarba e il resto del mondo.
Dirò soltanto che spesso queste risse di cortile messe in moto per questioni di visibilità, restano al di sotto della visibilità stessa.
Minimalia. Ma poiché anche dei "minimalia" bisogna occuparsi, lo farò il prima possibile.
Nel frattempo non posso che definire queste risse e i relativi rissanti come disprezzevoli. Non bisognava farli ministri. Non bisognava dargli un seggio in Parlamento. Ma questo purtroppo è il senno del poi, da mettere in memoria per il futuro.
Come sempre, ai "minimalia" del centrosinistra fanno da imponente controcanto quelli del centrodestra. Così l´equilibrio è per ora assicurato.


La nave altalena
Avrahm B. Yehoshua su
La Stampa

Volendo sintetizzare il problema mediorientale in un'unica frase direi che esso consiste nella scarsa volontà, o nella scarsa fermezza, di determinati governi di imporre la propria autorità su gruppi ideologici armati che conducono azioni di guerriglia e minacciano chiunque tenti di disarmarli. Questa descrizione riflette il rapporto tra il governo libanese e l'Olp negli Anni Ottanta, quello odierno tra quello stesso governo e Hezbollah e infine quello esistente fino a un anno fa tra l'Autorità palestinese e Hamas. Dopo la vittoria di Hamas alle ultime elezioni politiche e la formazione di un governo da parte di questa organizzazione, la Jihad islamica ha rialzato la testa e ne sfida l'autorità, continuando a lanciare missili kassam dalla striscia di Gaza verso le città di Israele.
Il problema è ben noto nella storia mondiale: gruppi ideologici armati conducono di propria iniziativa una guerra contro un nemico esterno causando problemi non solo al nemico, costretto a barcamenarsi tra un governo formale e l'organizzazione armata dei cui attacchi è fatto bersaglio, ma anche alla popolazione civile, spesso coinvolta nella guerriglia e trasformata in ostaggio delle milizie.
In relazione a questo vorrei portare a conoscenza dei lettori italiani un episodio avvenuto nei primi anni di vita dello Stato di Israele per dimostrare come, volendo, la determinazione di un leader può salvare un Paese e un popolo dal pericolo dei gruppi paramilitari.
Al termine della Seconda guerra mondiale gli ebrei residenti in terra di Israele iniziarono a combattere gli inglesi dopo che questi decisero di impedire l'arrivo in Palestina dei profughi della Shoah che non avevano altro luogo dove andare, minando così la possibile creazione di uno Stato ebraico. Alla lotta contro il dominio coloniale britannico parteciparono diversi movimenti clandestini. Il più grande e importante, l'Haganà, godeva del sostegno delle istituzioni ebraiche ed era affiancato da altre due formazioni minori: l'Etzel, sotto il comando di Menachem Begin (destinato a diventare primo ministro di Israele alla fine degli Anni Settanta) e il Lehi; due gruppi che compivano audaci incursioni contro l'esercito britannico e attentati terroristici contro i palestinesi. Dopo la fondazione dello Stato di Israele nel maggio del 1948 e la formazione dell'esercito israeliano (basato sulle truppe in forza all'Haganà e subito impegnato in una eroica lotta contro l'invasione degli eserciti di cinque Stati arabi), il primo capo di governo israeliano, David Ben Gurion, impose ai due movimenti clandestini minori la consegna delle armi e la sottomissione all'autorità del governo. I rappresentanti dei due movimenti opposero un netto rifiuto. Nel giugno del 1948, durante una breve tregua dei combattimenti proposta dall'Onu, una nave carica di armi destinate al movimento Etzel, l'"Altalena", gettò l'ancora al largo delle coste di Tel Aviv.
Ben Gurion ordinò a Begin, capo della Etzel, di consegnare immediatamente l'intero carico all'esercito israeliano ma questi rifiutò, dando disposizione che le armi venissero scaricate e consegnate ai combattenti della sua organizzazione. Una nave piena di armi e munizioni era cosa rara, preziosa e importante a quel tempo, allorché Israele non riceveva sostanzialmente rifornimenti di materiale bellico dall'Occidente. Ben Gurion ribadì l'ordine minacciando che in caso di disobbedienza avrebbe fatto saltare in aria l'intero carico. Begin e i suoi uomini rimasero fermi nel loro rifiuto e a quel punto Ben Gurion impartì l'ordine di aprire il fuoco.
L'esercito bombardò il vascello, che fu colpito e prese fuoco, alcuni passeggeri rimasero uccisi e altri si misero in salvo nuotando verso la terraferma. Scoppiò un gran putiferio, com'era possibile che il primo capo di governo israeliano avesse sparato su ebrei e distrutto una nave carica di armi destinate alla lotta contro il nemico arabo?
Ben Gurion, con fermezza e risolutezza, aveva dato agli israeliani una dimostrazione di cosa fosse il principio di "sovranità" e quanto il rispetto di questo principio fosse importante per porre solide basi al giovane Stato ebraico. Il cannone che aveva sparato il colpo fatale per l"Altalena" fu da lui definito "cannone santo".
È vero, una nave carica di armi andò in fumo, ma la lezione servì. Con coraggio e determinazione un leader di grande valore come Ben Gurion pose le basi di uno Stato sovrano in cui esiste un unico esercito armato e tutti i cittadini devono sottostare all'autorità del governo eletto.
La distruzione di una nave carica di armi da parte delle autorità israeliane durante i giorni della lotta contro gli arabi rafforzò Israele ed evitò una guerra civile che avrebbe potuto causare enormi danni. Ben Gurion è ancora oggi un leader ammirato da tutti, sia per l'atteggiamento mantenuto in quella occasione che per altri motivi, ed è a tutt'oggi considerato il miglior primo ministro che Israele abbia mai avuto.
Se Abu Mazen si fosse comportato con Hamas come Ben Gurion con la Etzel, se avesse preteso la consegna delle armi e l'obbedienza da parte di questa organizzazione, oggi sarebbe il Presidente di uno Stato palestinese pacifico e prospero, membro rispettato della comunità internazionale. Se il governo libanese avesse confiscato a Hezbollah i razzi in suo possesso e piegato i miliziani alla sua autorità, oggi Beirut sarebbe una città fiorente e non in macerie. E al posto di migliaia di profughi in fuga, nella terra dei cedri si aggirerebbero migliaia di turisti entusiasti.


Il riciclaggio del Cavaliere
Claudio Rinaldi su
la Repubblica

Grande Coalizione! Due parole che sembrano un abracadabra. Ogni volta che il governo Prodi annaspa, cioè spesso, qualcuno invoca la formula magica. Lo ha fatto con la massima enfasi Giulio Tremonti, martedì 18, da queste colonne. Con l´obiettivo di cancellare l´unico punto fermo della legislatura appena cominciata: la conflittualità dura fra un centrosinistra che pretende di governare da solo, benché al Senato abbia una maggioranza ultrarisicata, e un centrodestra che di solito si limita all´opposizione più sguaiata. La proposta dell´ex ministro dell´Economia si può sintetizzare in cinque affermazioni: 1) il governo Prodi, debole e ricattato dalla sinistra radicale, è destinato a un´ingloriosa fine; 2) a causare la morte sarà, in autunno, l´incapacità di scrivere una legge finanziaria decente; 3) soltanto un´alleanza vasta promette di affrontare con successo i problemi che incombono; 4) tocca innanzitutto a Forza Italia e ai Ds promuovere il passaggio a una fase di larghe intese; 5) il modello deve essere il governo di Grande Coalizione insediatosi in Germania, nel quale i democristiani della Cdu-Csu collaborano con i socialdemocratici della Spd. Il ragionamento ha una sua coerenza, come si vede. Una domanda, tuttavia, si impone: perché Tremonti insiste? È proprio sicuro di fare gli interessi del suo capo? Vari segni fanno ritenere che all´avvento di una Grande Coalizione Silvio Berlusconi non ci tenga affatto, anche se mercoledì 26 con i suoi senatori ha accennato a una possibile variante: il governo tecnico. Per cominciare, va ricordato un intervento dell´ex premier sul "Corriere della Sera" del 15 aprile scorso. Quella volta la linea del muro contro muro è stata accantonata, sì, ma soltanto per auspicare un´"intesa parziale e limitata nel tempo". Berlusconi volava basso. Aveva in mente un governicchio che organizzasse nuove elezioni, non il governissimo di cui ora parla Tremonti. La sua indole di accaparratore, del resto, gli impedisce di condividere il potere con chicchessia, benché le sconfitte patite negli ultimi tre mesi possano indurlo per qualche tempo a più miti consigli. C´è poi la questione dell´esempio tedesco. Tremonti lo ha incautamente citato, ma se a Roma si facesse come a Berlino Berlusconi avrebbe tutto da perdere. Quali sono, infatti, le caratteristiche della Grande Coalizione in Germania? La prima è che, esclusa da subito una ridicola ammucchiata universale, siedono nel governo soltanto due partiti dal peso pressoché equivalente: 225 deputati al Bundestag la Cdu-Csu, 222 la Spd. Gli alleati, rispettivamente i Liberali e i Verdi, sono stati scaricati, sebbene alle elezioni avessero conquistato il 10 e l´8 per cento dei voti. In Italia, una collaborazione più o meno alla pari potrebbe in teoria instaurarsi fra l´Ulivo (31,3 per cento dei voti alla Camera) e un blocco centrista Forza Italia-Udc (30,5 per cento), peraltro improbabile. Ma che cosa ne sarebbe del fatidico taglio delle ali? Berlusconi accetterebbe di sacrificare An eLega? Impensabile, tanto più che l´uomo ancora crede in un partito unico dei moderati. Numeri alla mano, non esistono altre combinazioni che possano configurare una partnership fra due soggetti di analoga consistenza. La seconda lezione che proviene dalla Germania è che in una Grande Coalizione la guida del governo spetta al leader che, sia pure di misura, alle elezioni è arrivato primo. La Cancelleria è appannaggio di Angela Merkel; e l´omologo italiano della Merkel è, indubitabilmente, Romano Prodi. Accetterebbe il Cavaliere di fare da stampella al Professore? No. Potrebbe ottenere, manovrando, la sostituzione di Prodi con un altro ulivista? Nemmeno. L´inciucio classico, basato sugli ammiccamenti a Massimo D´Alema, èstato già tentato nella corsa al Quirinale; ma è fallito. E nessun Fassino o Rutelli, se Prodi cadesse, sarebbe così cinico (o così ingenuo) da accettare di prenderne il posto con il sostegno determinante di Berlusconi. Il modello Germania, infine, prevede una norma che per Berlusconi appare devastante. Questa: il premier uscente, se alle elezioni arriva secondo, va a casa. Si ritira. Cambia mestiere. Ebbene, la vicenda del Cavaliere è identica a quella di Gerhard Schröder. Nel settembre scorso il tedesco ha affrontato la prova delle urne da cancelliere, proprio come l´italiano che in aprile era presidente del Consiglio. Anche lui, al pari di Berlusconi, era dato per spacciato da tutti i sondaggi; anche lui durante la campagna ha saputo sfruttare i grossolani errori degli avversari in materia fiscale; grazie a essi, anche lui ha operato una rimonta ammirevole. Anche Schröder però, a conti fatti, per una manciata di voti è risultato perdente. Per qualche giorno si è atteggiato a vincitore morale, sognando addirittura di poter conservare la Cancelleria, ma alla fine ha preso atto della realtà e si è arreso. Lasciando il governo, il partito, la politica. Dandosi agli affari. Ed è stato un esito di assoluta ragionevolezza, perfino ovvio: se lo sconfitto fosse rimasto con le mani in pasta la sua ombra avrebbe in parte oscurato la Merkel, mettendola in grave imbarazzo; e l´esperimento della Grande Coalizione, anziché il fascino della novità, avrebbe emanato una sgradevole puzza di vecchio. Da noi è esattamente lo stesso. Un ritorno di Berlusconi nella stanza dei bottoni, in seguito a intrighi di Palazzo, avrebbe il sapore di un grottesco passo indietro del paese. Ne sono consapevoli i fautori delle larghe intese, o anche del governo tecnico? Chiunque nel centrodestra agiti simili slogan, dall´immaginifico Tremonti in giù, deve rendersi conto che l´ipotetica soluzione alla tedesca avrebbe un preciso costo politico e umano. Una Grande Coalizione non può ridursi a un´operazione di riciclaggio, né tanto meno a una pagliacciata. Prima ancora che se ne discuta in concreto, essa inesorabilmente richiede che Berlusconi esca di scena. Sul serio. E che i capetti di Forza Italia, dopo anni di servilismo, si dimostrino capaci di sopravvivere al doveroso passo indietro del fondatore-padrone.

Ricordo di Tiziano Terzani
Giuliano Amato sul
Corriere della Sera

Tiziano Terzani fu mio compagno, negli anni universitari, al collegio Sant'Anna di Pisa. Mi diceva: "Voglio fare il giornalista in Cina e ci riuscirò". In Asia maturò una radicale ostilità verso la guerra. Negli ultimi tempi giunse alla convinzione dell'essere tutti noi partecipi di un medesimo afflato, quello della vita: una visione per cui la guerra non ha senso alcuno. Ma non gli renderemmo un buon servizio se ne facessimo un santone del pacifismo.
N on avevamo ancora vent'anni quando ci conoscemmo. Ciascuno di noi veniva dal suo liceo, dalla sua provincia ed essere in quel collegio a Pisa, all'università, significava per Tiziano, per me e per gli altri superare i confini dentro i quali eravamo cresciuti, entrare in un mondo più grande, scrutarlo e cercarci quello che quei confini ci avevano negato. Si crearono, come sempre accade, amicizie più strette e si formarono piccoli gruppi, all'interno dei quali la ricerca avveniva lungo gli stessi percorsi. Ed erano percorsi i più diversi. Potevano essere infinite discussioni notturne sulla Montagna incantata o trasgressive esperienze di coppia, vissute nello stesso collegio contro le regole di allora, che vietavano in radice l'ingresso di ragazze nelle nostre stanze. Giuliano e Diana, Romano ed Elena, Enrico ed Erna e poi Tiziano e Angela fecero da battistrada su questo percorso. E furono insieme anche su altri.
Poi ciascuno prese la sua strada e continuò da solo (o meglio, solo con la sua compagna) la sua ricerca. E fu a quel punto, quando da poco tutti avevamo lasciato il collegio, che capii che la ricerca di Tiziano mirava più lontano di quella degli altri. Come Romano e Carlo aveva aderito alla richiesta di personale che allora la Olivetti indirizzava ai migliori delle università (il personale lo selezionava Paolo Volponi) e si era trovato a bussare alle porte per vendere macchine da scrivere. Lo sapeva che era un'esperienza temporanea, che era la gavetta a cui tutti si dovevano assoggettare in vista di lavori più gratificanti. Ma non la sopportava e soprattutto non vedeva se stesso neppure in quei lavori più gratificanti. Mi telefonava sempre insoddisfatto e mi diceva: "Ma io voglio fare il giornalista in Cina e ci riuscirò". È già grossa detta oggi, da un ragazzo di quell'età, ma allora era enorme. Allora in Cina non si entrava neppure e io gli dicevo: "Tiziano, sei completamente matto, pazienta qualche mese e vedrai che le cose cambiano".
Ma la sua testa non era nell'Olivetti, era in Oriente. Che ci fosse perché già Tiziano sapeva che cosa cercarva e, soprattutto, che cosa ci avrebbe trovato nella stupenda stagione che ha vissuto prima di "abbandonare il suo corpo", io francamente non lo credo. Gli attribuirei di più di quanto già non avesse e lo farei essere quello che ancora non era. Ma è certo che la tenacia, la vera e propria ostinazione con cui si mise a perseguire quel disegno, che io trovavo folle, qualcosa lo provano: almeno emotivamente sentiva che là per lui c'era qualcosa di tanto importante da essere irrinunciabile. E riuscì ad andarci. Cominciò a scrivere per un giornale italiano e queste sue prime credenziali gli consentirono, con l'aiuto credo di Angela e della sua famiglia, di arrivare a Der Spiegel e di divenire inviato dello stesso Spiegel non in Cina, ma ai bordi di questa (come tutti i giornalisti occidentali del tempo). Iniziò così un'avventura che divenne una nuova vita, per lui e per la famiglia che si stava formando.
E fu una vita segnata da cambiamenti profondi, da un inveramento progressivo dell'animo di Tiziano, che oggi ci appare guidato da un filo sicuro, ma che sicuro certamente non fu. Gli costò anni di riflessione, mentre gli passavano sotto gli occhi vicende ora umanissime ora atroci; ed anni di meditazione solitaria con gli occhi puntati sulla montagna e la mente e il cuore a frugare ancora in quelle vicende. Quel filo, insomma, Tiziano se lo è trovato, lo ha districato da chissà quanti altri e ha dato da ultimo un senso straordinario e profondo alla ricerca che aveva cominciato molti anni prima. Per questo alla fine era sinceramente felice e quando se ne è andato ci ha lasciato, non con il senso della morte, ma con la felicità della vita. L'Oriente che si trovò davanti quando vi giunse, e negli anni che seguirono, fu quello del totalitarismo del comunismo cinese, della guerra in Vietnam, dei massacri cambogiani: arbitrii, uccisioni, autentiche stragi, manomissioni della vita e della libertà umane in nome di spietate ideologie. Non era imprevedibile che tutto questo facesse maturare e crescere in Tiziano una ostilità sempre più forte nei confronti della guerra, la convinzione che essa possa trovare delle occasioni, mai delle ragioni.
Meno prevedibile fu che questa ostilità arrivasse nel tempo ad assumere in lui le motivazioni e l'ispirazione che portano il soldato giapponese Mizushima, il protagonista del film L'arpa birmana, a farsi prete buddista e a percorrere l'intera Birmania per trovare e seppellire i suoi compagni morti in guerra. Ma di questo ci accorgemmo, e lui stesso si accorse, molto più tardi. Ho avuto ripetuti contatti con Tiziano nel corso degli anni. Non abbiamo mai smesso di parlare di noi, ogni volta che ci siamo visti; di noi e dei nostri figli, che intanto erano arrivati e cresciuti, e di quello che stavano facendo e che un giorno avrebbero potuto fare insieme (almeno i nostri figli maschi, entrambi legati al teatro). Ma parlavamo anche del mondo e Tiziano, pur consapevole delle radici della violenza nello stesso Oriente, le trovava in primo luogo nel corrosivo individualismo e nella spietata competitività della nostra civiltà occidentale. Lo diceva a me e non si peritava di dirlo in posti come Cernobbio, dove la sua voce era, a dir poco, solitaria e controcorrente.
Ma fin qui una voce del genere, per quanto inusitata a Cernobbio, appariva e veniva intesa come la voce di uno dei tanti occidentali attirati dall'Oriente e da quella civiltà riflessiva di cui l'India (dove infatti Tiziano viveva sempre più a lungo) è una sorta di tempio. Io stesso — devo confessarlo — lo percepivo così, non avevo ancora capito che Tiziano spiritualmente era ancora in cammino, che non era un occidentale pago di guardare criticamente l'Occidente da Oriente, ma continuava a cercare, a cercare se stesso ed il mondo. Lo avrei capito, e lo avremmo capito tutti, nella fase terminale della sua vita, quando lui stesso capì che cosa stava cercando e finalmente lo trovò, guardando la montagna. Cercava, e trovò, la fondamentale unicità del creato, l'essere tutti noi partecipi di un medesimo afflato, che è quello della vita, che passa da una creatura all'altra e che così preserva il mondo, l'aria che respiriamo, l'acqua che beviamo, le bellezze che godiamo. E quando ne fu pienamente consapevole, comunicò con gioia ai figli il suo eureka e in tutta serenità si accinse ad abbandonare il suo corpo. Non solo sapeva a quel punto perché sopravviviamo a noi stessi, ma sapeva perché non ha senso alcuno la guerra, e lo sapeva perché vedeva finalmente l'errore di fondo dello schema dialettico, quello che contrappone il mio io a ciò che è altro da me e che sorregge l'opzione fra la pace e la guerra, facendo della scelta della pace una scelta (così ci spiega il realismo) di basilare convenienza.
Non c'è l'altro da me, questo fu l'approdo di Tiziano. E su questo approdo la pace non ha negazione possibile. Credo che sia qui, oltre che nel suo straordinario fascino personale, la ragione dell'amore che lo circonda e della quantità enorme, forse inaspettata, delle persone che continuano a leggerlo, a parlare di lui, ad adunarsi in ogni occasione in cui lo si ricorda. In un mondo in cui ancora prevale la paura, e spesso è paura dell'altro da sé, è fortissimo il bisogno di cancellarla, questa paura, ed è fortissimo perciò il desiderio di pace. Ma non faremmo un buon servizio a Tiziano, né a quello che ci ha lasciato, se ora trasformassimo lui in un santone e Angela e i suoi figli in chierici addetti al suo altare. Se il suo approdo ha un senso, neppure lui è altro da noi ed è a noi che lui stesso ha affidato la continuazione della sua vita. Viviamola, questa vita sua e nostra, dentro noi stessi. Quando seppi della sua morte, venni preso da un pianto irrefrenabile e mentre parlavo per telefono con Angela sentivo che la mia voce era rotta dai singhiozzi. Ora quel senso di morte è scomparso. Perché la vita è davanti a noi, la vita si vive, non si commemora.


   30 luglio 2006