
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 23 luglio 2006
Sovrani e Marionette
Barbara Spinelli su La Stampa
La maniera in cui è stata condotta la guerra al terrorismo, tra il 2001 e i giorni d'oggi, ha finito col produrre il peggiore degli incubi: lo Stato d'Israele, che è un frammento di storia europea trapiantato nelle terre arabo-musulmane, è veramente in pericolo di vita, isolato nella regione e dipendente da una potenza - gli Stati Uniti - che non può permettersi l'abbandono dell'alleato ma non possiede una politica per garantirlo completamente. Che rischia anzi di usarlo alla stregua di una marionetta: gettandolo in una guerra con Hezbollah che riproduce, in piccolo, il più grande confronto Usa-Iran. Lo status quo nella regione è stato rotto in questi anni, come arditamente si proponeva Bush prima e dopo l'11 settembre, ma si è rotto a vantaggio delle potenze integraliste che cercano di conquistare l'egemonia sul mondo musulmano e si propongono di distruggere Israele usando come una tenaglia il terrorismo di Stato e il terrorismo nato fuori dagli Stati: Iran e Siria da una parte, Hamas e Hezbollah dall'altra.
L'incubo è sempre un passato che si vendica, e non a caso la storia del Novecento si risveglia con le sue parole più maledette, trascinando tutti coloro, in Europa e Occidente, che di quella storia sono stati artefici e di essa restano responsabili. Accade così che il presidente Ahmadinejad scriva a Angela Merkel senza parlare del Libano ma evocando la Shoah, e ricordando che Germania e Iran hanno un interesse comune: ricominciare a pesare nel mondo, ritrovare una coscienza nazionale di cui sono stati ingiustamente privati, sbarazzarsi insomma del fardello dell'olocausto. Dell'olocausto si parla dunque normalmente ormai, non solo in comizi integralisti ma nelle corrispondenze tra Iran e Occidente. Si dà per scontato che nessun ritiro israeliano risolve la crisi, considerata l'ingiustizia che fu la nascita stessa d'Israele.
Tanto più importante è che la coscienza di esser di fronte a un incubo di questo genere sia forte in Italia, da parte di un governo che ha iscritto nel proprio programma la volontà di prender le distanze dalla strategia inglese-americana di lotta al terrorismo. Nei loro sforzi, Prodi e D'Alema non negano che Israele combatta una guerra esistenziale, non più motivata dall'occupazione di territori, anche quando accusano Olmert di reagire sproporzionatamente e distruggere la nazione libanese con la scusa di voler neutralizzare le milizie sciite che Beirut non controlla. Questo dà forza alle posizioni del centro sinistra, e spiega come mai la prima grande conferenza internazionale sul Libano si svolgerà a Roma, il 26 luglio. Quando D'Alema dice che questo è il momento per l'Europa di divenire protagonista e di "disegnare un suo ruolo in Medio Oriente", esercitando un'"influenza moderatrice su Israele e dissuasiva verso il terrorismo islamico", quando insiste su una guerra divenuta esistenziale per Israele, fa capire che il nostro continente ha responsabilità storiche e proprio per questo deve trovare, con l'America, un'alternativa alla fallimentare strategia di Bush. Quel che è accaduto in Europa durante il nazismo ha infatti dato vita non solo allo Stato d'Israele, ma anche agli effetti che esso ha prodotto sui palestinesi. Anche del loro sciagurato destino gli europei sono responsabili - del formarsi di una vastissima diaspora di profughi nella regione - così come lo sono per quello d'Israele. E' nelle loro mani la sopravvivenza del Libano, esattamente come lo è la sopravvivenza di Israele. Resuscitando il nucleo di Paesi (core group) che aiuta il Libano a liberarsi della Siria - il comitato include anche l'Italia - D'Alema reintroduce il nostro governo nel Grande Gioco che Washington ha in questi anni dominato e che ha visto l'Europa frantumata, non rappresentata, e tanto più dipendente da Russia o America. Ma la storia del nostro continente ha un peso ancor più vasto, che risale non solo alla prima metà del '900 ma al secolo che precede le guerre mondiali. Se oggi si è arrivati a questo punto in Medio Oriente, se tutto intero il popolo libanese paga le conseguenze d'una guerra che è ormai questione di vita o di morte per Israele, se la Shoah è divenuto dispositivo centrale di una potenza ascendente come l'Iran - è perché qualcosa non ha funzionato, nelle idee che Israele e gli occidentali si son fatti per cinquant'anni di uno stabile Stato israeliano incuneato in Palestina. Quel che non ha funzionato è il discorso della sovranità assoluta degli Stati nazione, grande tabù e grandissima menzogna del Medio Oriente: tabù e menzogna ereditati dalla storia dei nazionalismi d'Europa, e in particolare dalla storia di coloro che più si illusero d'esser interamente sovrani, in Europa centro-orientale. Al pari di questi ultimi, nessuno tra gli Stati medio-orientali è nei fatti sovrano, e la loro malattia consiste nel negarlo e nel comportarsi come se lo fossero, con risultati rovinosi.
Si finge assolutamente sovrano Israele, fin dalla nascita dello Stato nel '48, quando il sionismo preconizzava l'occupazione - da parte di un "popolo senza terra" - di una "terra senza popolo": l'hybris nazionalista si riassume ominosamente in simili slogan. In realtà Israele dipendeva dall'estero, dipendeva finanziariamente e militarmente dagli ebrei Usa e da Washington. Così, specularmente, gli arabi in cui si insediò la diaspora palestinese. Tutta la battaglia palestinese per uno Stato sovrano è stata il tentativo non di negoziare con Israele, ma di conquistarsi beneplaciti all'estero: prima dell'Urss, poi della Siria, dell'Iran, del Fronte del rifiuto. Del Novecento europeo si sono così presi in eredità tutti i vizi, e non le virtù apprese successivamente, quando si vide che i vizi avevano prodotto catastrofi. Se si parla con tanta coazione a ripetere di un secondo olocausto è perché, a monte, si tengono in vita la perversioni che all'olocausto hanno portato: i nazionalismi etnici, l'irredentismo che attorno non vede altro che "terre senza popoli", la presunzione della sovranità assoluta.
L'internazionalizzazione sistematica del conflitto medio orientale ha forse scongiurato sciagure ma ha anche coperto queste malattie, occultandole e acutizzandole. L'attaccamento d'Israele all'America, l'attaccamento dei palestinesi prima all'Urss poi agli arabo-islamisti, sono i due volti di una comune infermità politica. Internazionalizzare il conflitto resta certo una via obbligata nelle presenti circostanze, e la conferenza di mercoledì a Roma è un passo avanti che fa sperare. Ma è un passo avanti a condizione di sapere che c'è un lato molto oscuro, dell'internazionalizzazione praticata lungo i decenni. Israele non può condurre offensive per procura, in rappresentanza di una potenza Usa drasticamente indebolita in Iraq, senza precipitare in guerre esistenziali potenzialmente suicide. Gli integralisti di Hamas e Hezbollah non possono puntare tutto sui grandi protettori (Iran, Siria) senza mai guardare la realtà d'Israele. La situazione è precisamente quella descritta da Hannah Arendt in un profetico saggio del 1948. La dipendenza da forze esterne (mandatari inglesi ieri, Usa oggi) ha "mutato pochissimo l'iniziale sensazione di completa estraneità tra arabi ed ebrei". Essa ha fatto sì che gli ebrei divenissero "fantasmi" per i palestinesi, e i palestinesi fantasmi per gli ebrei. Ognuno ha visto nell'altro marionette di vaste cospirazioni. E il risultato è stato: "L'incapacità degli ebrei e degli arabi di vedere i loro vicini come concreti esseri umani" (Hannah Arendt, Pace o Armistizio nel Vicino Oriente, in: Ebraismo e Modernità, Feltrinelli '93). Nessun serio riconoscimento reciproco era a questo punto possibile, nessuna coscienza di quanto necessaria fosse la "mutua dipendenza" arabo-israeliana. Chi in Israele proponeva una via alternativa alla sovranità totale, partendo da questa mutua dipendenza e proponendo una federazione anziché un classico Stato nazione ebraico - fu il caso di politici come Judah Magnes, presidente dell'università ebraica e del gruppo palestinese Ihud (Unità); ma anche di Azzam Bey segretario della Lega araba nel '45, del libanese Charles Malik nel '48, del filosofo Martin Buber - fu emarginato nei decenni di fondazione d'Israele.
Internazionalizzare il conflitto, anche quando è una via che s'impone, racchiude questi pericoli. Il pericolo, innanzitutto, che ciascuno - Europei, Russi, America, Iran - usi il Medio Oriente per ritagliarsi un profilo non tanto regionale quanto mondiale, non tanto politico quanto ideologico. Il pericolo di usare parole inadatte ai rapporti tra Stati come l'amore per Israele o Palestina, o come sovranità e la stessa parola internazionalizzazione, che è vocabolo facilitatore ma anche corruttore, deresponsabilizzante. Perché l'internazionalizzazione facilita paradossalmente la grande bugia delle sovranità assolute, i nazionalismi d'Israele e degli arabi-musulmani. I dirigenti israeliani hanno cominciato a capire il dramma della finta sovranità, decidendo prima il ritiro dal Libano poi la parziale rinuncia a Gaza. Ma lo hanno fatto in modo unilaterale, senza scegliersi interlocutori con cui negoziare, e anche quest'unilateralismo (criticato prima ancora che da D'Alema da tanti pensatori israeliani) è figlio di illusioni di sovranità. Gli arabi estremisti ancora non si muovono, invece. La cosa da loro tuttora incompresa è che le lettere di Ahmadinejad all'Europa sono completamente fuori tempo. Gli europei hanno preso congedo dal nazionalismo: è perché hanno visto i suoi disastri che hanno creato un'Unione sovrannazionale, non molto diversa dalla Federazione sognata per la Palestina da Magnes e dai suoi rari eredi.
Prima o poi anche il Medio Oriente dovrà seguire quell'esempio, accorgendosi che la sovranità classica è mortifera, anche quando si scioglie nell'universalismo pseudoreligioso. Potranno farlo se vedranno persone e uomini, nelle terre circostanti. Se capiranno che né Europa né America possono sacrificare gli ebrei, per la seconda volta nella storia. Se capiranno che una marionetta costretta a guerre esistenziali non è più neppure una marionetta, ma un capro espiatorio. Se capiranno che dalle esperienze d'Europa potrà venire un giorno una garanzia meno precaria: una garanzia fondata sulla limitazione delle sovranità medio orientali, e non su una posticcia sovranità che permette a Washington di proteggere sporadicamente Israele, ma anche di usarlo a propri fini.
Se c'è la guerra, chi firma la pace?
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Il punto focale della situazione internazionale ora è a Beirut, è il Libano ancora più che Gaza e Bagdad e molto di più dell´Afghanistan. Eppure tutti questi scacchieri sono strettamente legati tra loro e saranno inevitabilmente discussi insieme nel vertice di Roma di mercoledì prossimo.
Il segretario di Stato, Condoleezza Rice, ha scartato il tema della tregua d´armi retrocedendolo all´ultimo posto dell´agenda. Prima, ha detto, bisogna formulare un piano di pace. La tregua d´armi è l´effetto finale, non la premessa.
Purtroppo al tavolo romano non ci saranno né i siriani né Teheran.
Quest´assenza, anzi questi mancati inviti, non sono una questione di poco conto. Se è vero che Hezbollah e l´ala militare di Hamas traggono forza dall´appoggio politico, militare e finanziario di Damasco e di Teheran, allora nessuna delle parti belligeranti sarà presente al vertice di Roma. Forse ci sarà Israele che comunque è rappresentato per tacita procura dalla stessa Rice.
Sarà dunque un piano di pace imposto da una delle parti all´altra? Nella presunzione, purtroppo tutta da dimostrare, che la parte proponente abbia già vinto? Ripeto il purtroppo: purtroppo non è così. L´Islam militante e combattente non è rappresentato né da Siniora e da Hariri né da Mubarak né dal re di Giordania e tanto meno dalla Lega araba. Ancora meno dalla Banca Mondiale che è lì nel ruolo di salmeria al seguito del Comando supremo.
Non vogliamo dire che l´incontro romano sia destinato al fallimento. Sarebbe una catastrofe se ciò avvenisse. E non diciamo neppure che il piano di pace già soprannominato Condi non sarà equilibrato e suggestivo. Diciamo soltanto che al tavolo mancherà interamente la parte islamica che ha aperto le ostilità contro Israele. La stessa strada seguita da Sharon che non negoziò con l´Autorità palestinese né il ritiro da Gaza né il (futuro) ritiro da una parte della Cisgiordania e tanto meno la costruzione del muro. Né, soprattutto, la sovranità (piena o limitata?) del costituendo Stato palestinese. Si trattava d´una pace concessa dal preteso vincitore. Il risultato è stato che la guerra continua, ha assunto forme nuove e ancor più insidiose, si è estesa dal sud e dall´est fino al nord. Mentre a Bagdad infuria la guerra civile tra sunniti e sciiti, al ritmo di cento persone trucidate ogni giorno.
Queste guerre mesopotamiche e i terrorismi che le costellano possono ben essere chiamate la strage degli innocenti.
Sono gli innocenti a perdere la vita: innocenti ebrei, innocenti palestinesi, innocenti sciiti e sunniti che si scannano tra loro come vitelli al mattatoio, innocenti i libanesi sciiti, maroniti, drusi, innocenti anche i marines, i fucilieri britannici, i paracadutisti e i carabinieri italiani. Strage di innocenti. Per colpa di chi? Di chi ha il potere, di chi attacca e contrattacca, di chi coltiva la cultura della vendetta.
Nessuno la vincerà una guerra così. Perché è una guerra tra colpevoli in lotta tra loro e contro l´innocenza trasversale. Ma un rischio c´è ed è molto grosso: che gli innocenti si alleino con quella parte dei colpevoli che si proclamano loro difensori. Sarebbe un gravissimo errore, ma pressoché inevitabile. Con chi volete che si alleino cinquecento milioni di musulmani mediorientali, iraniani, pakistani, maghrebini, se non con i potenti che combattono l´Occidente imperialista? Le truppe straniere d´occupazione? L´Occidente cristiano? L´Occidente corrotto? L´Occidente ricco? Padrone del loro petrolio per interposti sceicchi?
L´Islam militante e combattente non sarà dunque presente al vertice di Roma come invece vorrebbe. L´Iran vorrebbe. La Siria vorrebbe. Hamas vorrebbe. In fondo vogliono soprattutto questo: essere riconosciuti come parti contraenti. Dovrebbero sentirsi rappresentati da Putin? Ma via, molta acqua è passata sotto i ponti del Tigri, dell´Eufrate, del Nilo. Israele, che pure si sente terribilmente solo e se ne comprende la ragione guardando alla sua millenaria storia di sofferenze e alla carta geopolitica del Duemila, un rappresentante ce l´ha a quel tavolo: è in compagnia del potente più potente del mondo.
Ma qual è l´alleato potente dell´Islam militante e combattente? E di quello "innocente" che sopporta sulla sua pelle tutti gli "effetti collaterali".
Questo sarà il rebus da sciogliere mercoledì a Roma. Non sarà una giornata facile per nessuno, nemmeno per Condi che certamente è il miglior politico Usa oggi in circolazione.
Se l´Europa fosse una forza politica unitaria la soluzione del rebus forse ci sarebbe. Prodi e D´Alema lo sanno e lo dicono da un pezzo. Quasi tutti i partiti dell´Unione sono su quella linea. Berlusconi credeva di risolvere il problema con la proposta d´un piano Marshall per la Palestina, ma non c´era Marshall e tanto meno la Palestina. Fini sostiene che il governo italiano attuale è equidistante e quindi responsabile delle stragi del terrorismo.
A me non piace essere scortese ma un uomo che ha guidato per cinque anni la politica estera del nostro paese e dice imbecillità di questa dimensione fa sorgere il fondato dubbio d´essere un cretino illuminato, come recita una celebre battuta di Ennio Flaiano, da improvvisi lampi di imbecillità.
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Giovedì prossimo, appena poche ore dopo il vertice di Roma, si aprirà in Senato una questione tutta di politica interna anche se il terreno di confronto sarà di importante attualità internazionale: il voto sul rifinanziamento e la permanenza del contingente militare italiano in Afghanistan sotto le insegne della Nato e in attuazione d´una risoluzione dell´Onu.
Tutti i partiti del centrosinistra si sono ufficialmente dichiarati per il "sì" del rifinanziamento. Alla Camera, che ha già approvato la mozione del governo con 549 voti contro 4, la maggioranza è stata largamente autosufficiente. Ma al Senato quei quattro "obiettori di coscienza pacifista" provenienti da tre partiti della sinistra radicale, minacciano di essere sette o otto rinforzati dal "no" dell´ineffabile Cossiga che, pur di comparire sui giornali, sarebbe disposto a qualunque giravolta. Inaffidabile e impenetrabile quanto irrilevante.
Ma tant´è: al Senato il centrodestra voterà "sì" come alla Camera. Berlusconi annuncia che voterà "sì" anche se Prodi dovesse mettere la fiducia e spera che, al riparo di quella confluenza parlamentare, gli obiettori di coscienza saranno incoraggiati a votare "no" nel qual caso la mozione del governo passerebbe ma con il voto determinante del centrodestra. Quindi il governo così ragiona il centrodestra con dovizia di argomenti sbandierati dallo schieramento mediatico del Cavaliere nonché da una parte importante della stampa indipendente dovrebbe dimettersi e si marcerebbe verso la grande coalizione tra l´esultanza dei centristi di tutte le stagioni.
Prodi è stato fino all´altro ieri apertamente contrario a porre la questione di fiducia. Ha sperato che gli obiettori si convincessero alla ragione. Ma poi i leader di Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi comunisti gli hanno confessato che i dissidenti erano irremovibili. Avrebbero ceduto solo di fronte alla questione di fiducia. "Ne siete certi?" ha chiesto Prodi. "Quasi" hanno risposto. Poi hanno aggiunto: "Lo speriamo" ed hanno concluso: "Non c´è altra strada".
A quel punto il Consiglio dei ministri ha autorizzato il presidente a porre la fiducia se lo riterrà necessario. Si deciderà giovedì mattina. Prodi non sembra ancora convinto.
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Azzardo un´opinione, ovviamente personale: mettere la fiducia sulla questione afgana è un grave errore politico e parlamentare. Spiego il perché (Claudio Rinaldi mi ha anticipato l´altro ieri su queste pagine).
1. Restare con l´Onu e la Nato in Afghanistan è importante per la coerenza della nostra politica estera e per la credibilità del governo che ha già dato e continua a dare prova crescente di discontinuità seria rispetto alla "politica delle pacche sulle spalle" del precedente governo.
2. È dunque nell´interesse del governo e del paese che la mozione sull´Afghanistan sia approvata.
3. Se la fiducia sarà posta e, ciononostante, il centrodestra votasse "sì", la mozione del governo passerà a larghissima maggioranza e probabilmente la dissidenza degli obiettori rientrerà. Ma non è affatto sicuro né che questo rientro vi sarà né che i berlusconiani confluiranno.
Il rischio che la maggioranza non sia autosufficiente è alto; non altrettanto alto ma neppure da escludere è il rischio che la mozione sia respinta.
4. Se invece Prodi non porrà la fiducia la confluenza del centrodestra è sicura. Il rientro della dissidenza resterebbe incerto. Ma il Parlamento avrebbe comunque compiuto un passo dal quale il governo uscirebbe rafforzato.
5. L´obiezione eventuale di una parte della sinistra su un preteso spostamento del governo verso il centro sarebbe insostenibile: tale spostamento avverrebbe solo per responsabilità degli obiettori quindi, per il principio di non contraddizione, non potrebbe essere in nessun caso addebitato a Prodi e al suo governo che hanno mantenuto fermi i contenuti già da tempo preannunciati della loro politica estera.
6. Resta il fatto che la maggioranza non si sarebbe dimostrata autosufficiente. Vero, ma del tutto irrilevante.
In una Repubblica parlamentare contano soltanto i voti e non le intenzioni e le motivazioni politiche che stanno dietro al voto di ciascun deputato e senatore.
Se la mozione del governo passa, il governo ha vinto. Se l´opposizione, dopo aver votato "sì" vuole le dimissioni del governo per mancata autosufficienza, ha una sola strada: presentare una mozione di sfiducia e metterla in votazione. Mi stupisce vedere che importanti leader politici dimentichino le regole parlamentari sancite dalla Costituzione. Il governo, recita la nostra Carta, si dimette se una delle Camere gli vota la sfiducia. Nessun altro caso è previsto. Dunque dov´è il problema?
Credo che Prodi non debba mettere la fiducia. Comunque, la metta oppure no, la sorte del governo è affidata solo al risultato del voto. Se vinceranno i "sì" avrà vinto il governo, se vinceranno i "no" ci sarebbe la crisi. In ogni caso se i dissidenti, fiducia o non fiducia, votassero "no" i loro partiti dovrebbero espellerli.
Probabilmente non si dimetterebbero dai seggi parlamentari e il governo al Senato avrebbe perso la maggioranza sulla carta. Soltanto sulla carta però, ma non agli effetti costituzionali. Questi si verificano soltanto, lo ripeto, quando vi sia voto di sfiducia. E se avvenisse soltanto in una delle Camere, è quella che può essere sciolta dal capo dello Stato.
Il momento della verità
Angelo Panebianco sul Corriere della Sera
È una settimana ad alto rischio per il governo Prodi, ma anche foriera di rilevanti opportunità, quella che sta per iniziare. Rischi e opportunità si giocano sul terreno della politica estera. C'è, innanzitutto, lo scoglio della votazione al Senato sull'Afghanistan, dove il governo, ponga o meno la fiducia, si giocherà la sopravvivenza per una manciata di voti. E c'è, mercoledì, a Roma, l'apertura della Conferenza sulla crisi libanese. Comunque vada quell'incontro (è difficile prevedere al momento esiti eclatanti) è un indubbio successo del governo italiano il fatto che si tenga nel nostro Paese. È il frutto, plausibilmente, oltre che del buon lavoro della nostra diplomazia, della nuova disponibilità americana a un rapporto il più possibile dialogante con il mondo arabo e che, in questo dialogo, riconosce al nostro Paese una funzione e un ruolo rilevanti. Ma anche se è lecito ipotizzare che il governo uscirà bene dalle prove della prossima settimana, è un fatto, difficilmente modificabile in futuro, che proprio la politica estera si riveli come il vero tallone d'Achille della coalizione. Forse le "maggioranze risicate" non sono proprio sexy come le ha definite Prodi, ma è indubbio che spesso ci sia del buono in esse: le maggioranze ristrette obbligano infatti chi ne fa parte ad agire con un senso di responsabilità maggiore di quello che è richiesto o imposto nelle maggioranze molto ampie. Però, le maggioranze risicate hanno un problema serissimo quando sono attraversate da radicali fratture sulla politica estera.
È il grande paradosso della politica estera delle democrazie. Tranne che in caso di guerra o di minaccia militare incombente, le elezioni non si vincono né si perdono a causa della politica estera: gli elettori, in tempo di pace, premiano o puniscono i partiti, per lo più, solo per le loro posizioni di politica interna. E tuttavia, nonostante questa sua "scarsa significatività elettorale", la politica estera si vendica, mantiene, anche in democrazia, un suo primato: infatti, dalla maggiore o minore concordia delle forze di maggioranza sulla politica estera dipendono la capacità del governo di mantenere con credibilità gli impegni internazionali assunti e il giudizio che gli altri governi danno sulla sua affidabilità, e ciò finisce per ripercuotersi sulla stabilità dell'esecutivo e sulla sua durata.
La longevità del governo Berlusconi non fu dovuta solo alla sua larga maggioranza parlamentare. Fu dovuta anche al fatto che, nonostante le fortissime divisioni del centrodestra su tante questioni di politica interna, la maggioranza rimase sempre unitissima, in tutti i passaggi critici, sulla politica estera. Il governo Berlusconi non sarebbe durato cinque anni senza quella unità.
Il centrosinistra è in un'altra condizione. Qui, nella maggioranza e nel governo, si fronteggiano, come armate nemiche, i fautori del mantenimento delle alleanze e della tradizionale collocazione internazionale dell'Italia e i nemici di quelle alleanze e di quella collocazione: l'Occidente e l'anti- Occidente condannati a coesistere sotto lo stesso ombrello. È questo, soprattutto, più che i numeri in quanto tali, a rendere la maggioranza risicata al Senato così fragile e aleatoria. Nè si può pensare che la divisione sia ricomponibile in futuro. Ha ragione Lucia Annunziata ( La Stampa, 21luglio) quando sostiene che i dissidenti massimalisti, quelli che vorrebbero votare contro la missione in Afghanistan, esibiscono una certa coerenza fra le promesse elettorali e i comportamenti parlamentari.
Essi rispondono a una base elettorale altamente ideologica e per la quale l'identità (pacifista, antiamericana: la si chiami come si vuole) è tutto. Se si considera che i massimalisti hanno ottenuto circa il 15% dei voti alle ultime elezioni e rappresentano una componente importante, tutt'altro che marginale, della maggioranza, si ha un quadro preciso dei problemi che, in politica estera soprattutto, deve quotidianamente fronteggiare il governo.
In politica tutto può essere, eppure chi scrive non pensa che il governo cadrà sulla Finanziaria come va sostenendo Silvio Berlusconi. Più probabile è che il momento della verità si presenti, prima o poi, proprio sulle questioni internazionali. Gli inciampi possono essere i più vari. Ad esempio, nella malaugurata ipotesi che la crisi mediorientale si aggravi ancora, potrebbe diventare impossibile la coesistenza entro la stessa maggioranza di forze politiche pro e anti Israele.
Oppure, il momento critico potrebbe arrivare dopo le presidenziali francesi di primavera. Se vincesse Sarkozy, di cui sono note le posizioni avverse a Chirac in politica estera, la Francia si riavvicinerebbe vistosamente agli Stati Uniti. Per conseguenza, le componenti antiamericane della maggioranza si ritroverebbero prive di una sponda in Europa e la loro posizione potrebbe diventare rapidamente insostenibile.
Constatare che senza un vero accordo di maggioranza sulla politica estera un governo ha inevitabilmente il fiato corto è una cosa. Rallegrarsene è tutt'altra cosa.
Soprattutto, chi teme che, complice la politica estera, il nostro fragile e sempre minacciato bipolarismo possa andare presto a carte quarantotto, sostituito da "maggioranze variabili" o altri pasticci neocentristi, non se ne rallegra affatto.
Quel consenso senza fiducia
Ilvo Diamanti su la Repubblica
Il ministro Bersani contesta chi lo ha contestato, per l´accordo con i tassisti. Non di una sconfitta, si tratta. Al più di un pareggio. Ma, nell´era mediapolitica, quel che conta è l´immagine. La "prima", la copertina, in particolare.
Sulla quale campeggiano i sindacalisti-tassisti che, in mezzo alla folla dei loro associati, gridano vittoria. In quel momento, da quel momento, la volontà del governo, in tema di liberalizzazioni, è apparsa meno ferma. La sua determinazione, meno determinata. La sua capacità di decisione più indecisa. Il decreto Bersani aveva incontrato grande consenso, fra i cittadini di sinistra, di centro e di destra. Al di là del contenuto, al di là del merito. Per il metodo. Un governo che prende una decisione e la mantiene. Resistendo alle pressioni delle lobby e della piazza. Non ci siamo più abituati, in questo Paese. Dove, in cinque anni di governo, la destra liberale (a parole) non ha retto l´urto del sindacato, sull´articolo 18. Mentre sulle pensioni, dopo mediazioni e ripensamenti, ha sostanzialmente ribadito ciò che, molti anni prima, era stato delineato da Tiziano Treu. Tecnico di centrosinistra. Mentre, sulle privatizzazioni e, appunto, sulla liberalizzazione delle attività professionali, non ha fatto praticamente nulla. Certo, il decreto Bersani si occupa di categorie molto specifiche e delimitate. I tassisti, in particolare, non hanno grandi "poteri" che li proteggono, in Parlamento. In più, il consenso sociale sul decreto, anche prima del negoziato, appariva larghissimo. Le parti relative ai tassisti, in particolare, risultano condivise dal 60% dei cittadini (indagine Demos per l´Osservatorio Nordest), ma da oltre il 70% fra gli utenti abituali dei taxi (come ha rilevato l´Osservatorio Ispo di Renato Mannheimer). Eppure, alla fine, dopo una breve, ma intensa protesta, i tassisti hanno "vinto". O, almeno, hanno trasmesso questa impressione. Il che, politicamente, è lo stesso.
Perché?
Per alcune ragioni, in parte già suggerite, ma che vale la pena riproporre.
1. Per l´efficacia della forma di lotta adottata dai tassisti. Hanno bloccato la capitale, il cuore politico e mediatico dell´Italia. E hanno assediato il Palazzo. Il Parlamento. Senza preoccuparsi di usare le maniere forti. Malmenando un giornalista e, prima, l´auto di un ministro. Senza troppe reazioni, da parte dei parlamentari. Che appaiono sensibili alle pressioni e alle minacce solo se e quando riguardano i colleghi della "loro" parte. Così, i tassisti hanno "bucato" gli schermi. E scosso l´opinione pubblica. Suggerendo prudenza, agli attori politici. Perché viviamo in una democrazia dell´opinione, in cui si vota una volta ogni cinque anni (o magari più spesso). Ma si è sottoposti a giudizio ogni giorno. Dai sondaggi e sui media.
2. Perché la protesta si è svolta a Roma. La capitale. Dove vive, agisce e opera gran parte del ceto politico, sindacale, economico, mediatico. Per cui ogni tensione, ogni evento, ogni pressione entra nei circuiti decisionali in modo amplificato. A Roma, dove governa un sindaco Walter Veltroni fra i più popolari. Votatissimo dai suoi cittadini, non più tardi di due mesi fa. E stimatissimo, dagli italiani, di centrosinistra e non. Molti dei quali lo vedrebbero volentieri come leader del prossimo, futuro Partito Democratico (che tutti vogliono. A parole). Da ciò le spinte, diverse e molteplici, a smorzare il conflitto con i tassisti. Con la "mediazione" di Veltroni, apprezzata dai tassisti. Il sindaco. Preoccupato delle conseguenze di una protesta "spettacolare", quanto critica, sulla vita quotidiana dei cittadini. E sul sentimento dei mille e mille opinion maker che abitano a Roma. Preoccupato, al tempo stesso, della caduta di immagine della Capitale quindi sua, personale. D´altronde, nell´epoca della democrazia diretta e personale, l´immagine è tutto, per chi governa. Tanto più per chi è alla guida di una città globale.
3. Perché, lo abbiamo detto un paio di settimane fa, in fondo, siamo tutti tassisti. Iscritti a una categoria, a un ordine professionale, a un sindacato, a un club, a un albo. Tutti. E se non noi, qualcuno dei nostri familiari. Dei nostri parenti più stretti. Tutti pronti a esigere competizione e liberalizzazione per gli altri. E a rivendicare protezione per noi. (Come alcuni politici di Forza Italia che, ironizza Berselli, "fanno i liberisti al governo e i socialisti all´opposizione"). Per cui, il riflesso condizionato di chi governa e legifera, su questa materia è, giocoforza, prudente. Frenato dal "Paese delle spintarelle" (come l´ha definito Innocenzo Cipolletta). Così, allo strappo, davvero rilevante e sorprendente, prodotto dall´annuncio del decreto, è seguito un successivo ripensamento. Non una marcia indietro, come alcuni hanno voluto intendere. Ma, sicuramente, una significativa rivisitazione delle norme. Tale da giustificare l´euforia (non solo di maniera) dei tassisti.
In altri termini, i tassisti, per quanto costituiscano una categoria numericamente ridotta, per quanto le loro (comprensibili) ragioni non fossero condivise dalla maggioranza dei cittadini, hanno ottenuto, nel corso di una trattativa concitata e rapida, risultati soddisfacenti perché:
a) hanno adottato metodi di lotta spettacolari e, per così dire, "fisici"; b) hanno esercitato pressione (e disagio) sugli utenti: cittadini normali e opinion maker; c) hanno occupato "Roma" e d) assediato il Palazzo.
Hanno incontrato, parallelamente, disponibilità all´ascolto da parte del governo: a) per timore dell´opinione pubblica; b) per l´influenza dell´ambiente politico romano, che in larga parte coincide con quello italiano; c) per la pressione - implicita, di sottofondo - esercitata dal sistema di complicità e di resistenze sociali, di un paese in cui tutti hanno una rendita e una licenza da difendere.
Ha cercato il consenso, il governo. Concertato. E alla fine pareggiato, come ha detto il ministro Bersani.
E, per questo, ha sbagliato. Perché, se ha "assecondato" i tassisti, come potrà agire con rigore e determinazione di fronte agli avvocati, ai notai, ai farmacisti, ai commercialisti, ai lavoratori autonomi, alla Confindustria, ai sindacati? Per non parlare dei giornalisti?
Ha sbagliato. Perché Roma non è l´Italia. Ne è la Capitale. Città importante e bellissima. Ma non è l´Italia. Anche se i circoli della classe dirigente, fin troppo contigui con quelli dell´informazione e dei media, possono recepire questa immagine e trasmettere questa idea. Non è così. In Italia, anche a Roma, abbiamo ragione di ritenere, le rivendicazioni dei tassisti hanno consenso limitato. E i loro metodi di lotta ancor di più. Cercare il consenso di tutti, a qualunque costo. Non garantisce consenso. Semplicemente: delegittima e indebolisce.
Ha sbagliato il governo. Perché la politica, quando insegue i mille interessi che costellano la società, ne asseconda la pressioni, può conquistare voti. Ma non rispetto. Perché, in fondo, come possiamo avere fiducia di istituzioni e di leader che antepongono il bene di una frazione (magari la nostra, non importa) a quello comune?
I cittadini: hanno accolto il decreto Bersani con sorpresa, un po´ di timore, e molta soddisfazione. Perché annunciava non solo "più mercato", ma soprattutto "più Stato". Non solo più concorrenza, ma più decisione, più responsabilità.
Tuttavia, se il governo si accontenta (anche solo a parole) di un "pareggio" con (tro) i tassisti che cantano vittoria, allora è difficile scacciare l´immagine di una democrazia in-decisa e ir-responsabile. A cui ci siamo purtroppo abituati. Non rassegnati.
Liberalizzazioni, Bersani rilancia
Massimo Giannini su la Repubblica
Quella "rivoluzione liberale" non è stata fermata da quattromila, scalmanati tassinari romani. Bracci operativi (in qualche caso anche violenti, oltre che tatuati con il simbolo della X Mas) dell´irriducibile "partito Nimby" che da mezzo secolo taglia trasversalmente la società italiana. Sì alle riforme, sì al mercato. Ma appunto: "Not In My Back Yard", "non nel mio cortile". Il decreto legge sulle liberalizzazioni, picconato nelle piazze non solo dai tassisti ma anche dai farmacisti, dagli avvocati e dai panificatori, da questa settimana rischia un piccolo Vietnam anche nelle aule del Senato. Ma il ministro delle Attività Produttive è tutt´altro che rassegnato. Non lascia, ma si dichiara pronto a raddoppiare.
"Nel dibattito parlamentare - dice - faremo ovviamente qualche aggiustamento. Ma potremmo anche introdurre qualche altra novità, a vantaggio del consumatore". E chiarisce anche che questo decreto è solo il primo passo, verso una società più aperta e un´economia più concorrenziale: "Abbiamo varato la legge delega sulla liberalizzazioni dei servizi pubblici locali che cambierà le regole di un settore nevralgico come quello dei trasporti, e sulla class action che investirà settori sensibili come l´energia. Io sto già scrivendo i decreti delegati. Vi dò appuntamento tra qualche mese, quando liberalizzeremo l´energia, e insieme a Mastella faremo la riforma degli ordini professionali, insieme a Gentiloni quella delle telecomunicazioni, delle tv e del mercato pubblicitario. O quando compreremo l´aspirina al supermercato, o tratteremo il risarcimento dell´incidente d´auto direttamente con la nostra compagnia. Allora sì che si capirà cosa sono le riforme di Bersani...".
Il ministro si sente tutt´altro che sconfitto. "Sconfitto? Ho appena cominciato a giocare...". Adesso nega anche di aver strappato un modesto "pareggio" ai feroci tassinari della Capitale. "E vero, forse ho avuto troppo fair play, a dire che avevamo pareggiato. Ma non toccava a me dire la verità: e cioè che il governo ha vinto, e ha vinto bene...". Il ministro "industrialista", piacentino e pragmatico, non nasconde il suo rammarico, per come è stato assistito in quella delicata trattativa. La convocazione a Palazzo Chigi da parte di Prodi, all´indomani della firma dell´accordo, lo ha un po´ spiazzato. Le critiche di Rutelli, che "deluso" si aspettava "più liberalizzazioni", lo hanno ferito. Le mosse di Veltroni, che mentre il ministero chiudeva le porte ai camioneros capitolini intavolava trattative autonome, lo hanno irritato. Le intemerate di Mercedes Bresso, che si chiedeva "e adesso io come difendo la Tav?", lo hanno fatto infuriare.
"Non faccio polemiche con Prodi, ci mancherebbe altro. Anche se quando c´è una guerra mi aspetto sempre che il generale, per prima cosa, difenda sempre i suoi soldati... Comunque, se non c´era Romano quel decreto non lo avremmo mai potuto presentare, come già successe nel ´97 con la liberalizzazione del commercio. Ma per il resto ne ho per tutti, quando questa storia sarà finita. Ho una lista lunga così, di gente con la quale mi devo chiarire. Gente che si è mossa per piccoli opportunismi di bottega. Gente che parla senza sapere, o che ha perso un po´ la memoria. La Bresso me la ricordo bene quando a guidare la trattativa e a difendere la Tav c´ero proprio io, e lei stava dall´altra parte del tavolo, come presidente della Provincia...".
L´Italia è così. Più che un partito, un "Paese Nimby". "Ma le cose cambiano, eccome se cambiano...", dice Bersani. "Lasciamo perdere i taxi, dove abbiamo ottenuto quello che vogliamo, e basterebbe leggere i termini dell´accordo per rendersene conto. Ma nell´economia del decreto legge, la questione dei taxi ha un valore più che altro simbolico. Nel merito, quello che conta sul serio è tutto il resto. E che interveniamo a beneficio dei clienti-consumatori in settori finora intoccabili. Sposteremo il conto in banca, e non pagheremo più un euro. Riscuoteremo l´indennizzo direttamente dalla nostra compagnia d´assicurazione, che ci dirà anche qual è il carrozziere che ci fa più sconto, così non ruba più nessuno, visto che in Italia rubano sempre in troppi. Andremo al supermercato a comprare i farmaci da banco. Compreremo il pane da chi lo fa più buono, e se ci riesco introdurremo una modifica che permetterà ai ragazzi di mettersi anche a sedere dentro al panificio, quando all´alba si vanno a mangiare i cornetti appena sfornati. Parliamoci chiari: quando tutto questo sarà legge, la mia missione sarà compiuta, io sarò a posto per la vita...".
Quello che conta è la svolta culturale. Che per Bersani c´è eccome, dentro il decreto. Nonostante tutte le modifiche e tutti gli aggiustamenti. Una svolta culturale che incide, ampliandola e arricchendola, sulla constituency politica del centrosinistra. "Guardate al dibattito che si è aperto dopo il decreto - riflette il ministro - e capirete tutto: per la prima volta, ho dimostrato che liberalizzare è di sinistra, e che su questi provvedimenti c´è una vastissima adesione sociale. Ho dimostrato che il senso comune è pronto, per questo tipo di modernizzazione culturale. E questo resta, al di là delle polemiche sui taxi". Non solo resta. Ma per Bersani questa è o deve diventare la natura stessa del riformismo del centrosinistra. "Io forse sarò troppo emiliano, ma resto convinto che il riformismo si forgia nel fuoco della battaglia quotidiana, nel confronto e nella decisione sulle cose concrete. Riformismo, per me, non vuol dire né cedere, né eccedere. La tecnica delle riforme è costanza e tenacia nel cambiamento. Non è che dormiamo per mesi, e poi all´improvviso ci svegliamo e per dimostrare che siamo bravi pigliamo a cazzotti i tassisti o gli avvocati, e dopo ci rimettiamo a dormire per altri sei mesi. Non si fa così, almeno non dalle mie parti". E non è un caso che, su questo modello di riformismo all´emiliana, Bersani ha sentito vicino un altro padano "anomalo": pensate un po´, proprio quel Cofferati con il quale pure ha discusso tante volte ai tempi della Cgil: "E vero, Sergio è stato l´unico che ha capito davvero cosa è successo e quanto abbiamo ottenuto con la vertenza sui taxi. E l´ha capito perché sa bene, per averlo sperimentato in prima persona, che le riforme si discutono e si realizzano sul campo. Con la pratica, e senza l´ideologia".
E qui si innesca un ragionamento più largo, che chiama in causa l´identità del centrosinistra. In un´epoca in cui la "classe" non esiste più, in una fase in cui il mitico "ceto medio" vuol dire tutto e niente, il vero soggetto debole, nell´arena del mercato, è il cittadino-consumatore, che diventa il paradigma di una nuova rappresentanza sociale. Non necessariamente tipica di forze anti-politiche consumeriste e autoreferenziali, alla Ralph Nader. Al contrario, è terreno fertile per i partiti "vecchi" (Ds e Margherita, per restare nel centrosinistra) ma anche e soprattutto per quelli nuovi (come il partito democratico). Ed è materia feconda, che esula dal binomio classico radicale/moderato, perché nella visione bersaniana certe riforme sono o possono essere tutte e due le cose insieme. "Il partito democratico - sostiene il ministro - è prima di tutto una grande operazione di cambiamento della cultura politica, e solo dopo diventa un problema di organizzazione e di organigramma. Si costruisce con le scelte concrete, cioè con riforme che non cadono dall´alto ma entrano e cambiano la società e la vita della gente. Se tutto il dibattito sul nuovo partito si avvita sulla dialettica tra burocratismo e partecipazionismo, si disperdono solo energie, invece di accumularne".
Per questo, nel "Paese Nimby", il processo delle riforme deve essere come una goccia cinese. Magari lento, ma continuo e inesorabile. "Non ci fermiamo - aggiunge Bersani - e nei prossimi giorni la sfida sul mio decreto può dimostrare che se c´è consenso sociale e tenuta parlamentare non c´è lobby che tenga". Né sonno né cazzotti, insomma. No al riformismo "ciclotimico", secondo la felice definizione di Luciano Vandelli ("Psicopatologia delle riforme quotidiane", Il Mulino). No allo stop and go di un governo che in certi momenti diventa frenetico, dispone, vota, approva articoli su articoli, "con l´eccitazione di Bianconiglio di Alice". E poi, altrettanto all´improvviso, si ferma, affonda nella flemma, dubita, esita, attende, e rinvia, "con la neghittosità di Oblomov".
Non è di questo che ha bisogno, il "Paese Nimby": non è per questo che ha accettato di fare il ministro, l´emiliano Pierluigi. Che poi ce la faccia, è tutt´altro discorso. Ma almeno ci prova. E non è poco.
Betulla l'incauto e la sua doppia vita
Giampaolo Pansa su L'espresso
Dico subito che voglio bene a Renato Farina, il giornalista di 'Libero' che, a sentir lui, si era arruolato nei nostri servizi segreti per combattere la guerra mondiale contro il terrorismo islamico. Gli voglio bene perché è un uomo candido e generoso. L'ho constatato nei rapporti con me, che la penso all'opposto di come la pensa Renato. Quando stavo sotto la grandine per i miei libri sulla guerra civile, mi è rimasto accanto, ha scritto dei miei lavori, è venuto a presentarli. Gli devo molto e non lo dimentico. Però non posso offrirgli nessuna solidarietà per come si è mosso da quando è diventato 'Betulla', una fonte (retribuita) del Sismi.
Ridotta all'osso, la storia è la seguente. Farina ritiene che l'Italia rischi le bombe di Bin Laden e gli attentati del terrorismo islamico. Per questo si mette a disposizione del servizio segreto militare. Lo fa da persona zelante, vogliosa di strafare, incurante dei limiti che dovrebbe porsi, incautamente militante. E che proprio per questo non si rende conto di commettere due errori fatali.
Il primo è di mutarsi nella 'fonte Betulla' senza abbandonare il giornalismo. Chi si è assunto l'impegno di informare i cittadini in modo corretto, e in totale autonomia, non può essere un centauro: metà giornalista e metà agente dei servizi. Sono due mestieri che confliggono. Il secondo è la negazione del primo. Ti obbliga a osservare regole che uccidono la tua imparzialità, la dedizione all'interesse dei lettori, la ricerca della verità.
C'è chi sostiene che questo giornalismo, se mai è esistito, oggi non esiste più. È una stupida illusione di pochi romantici. Il giornalismo odierno sarebbe tale e quale la politica: faziosità all'eccesso, furbizia continua e schierata a vantaggio di qualche padrone dei media e dei suoi protettori partitici. Lo vedo anch'io questo pericolo. Ma se rinunciamo a contrastarlo, allora tanto vale chiudere i giornali. E correre ad arruolarci in qualche parrocchia di partito o in qualche servizio segreto.
Farina ha lavorato per il Sismi senza lasciare il giornale. E senza neppure avvisare il suo direttore, Vittorio Feltri. Qualcuno ha definito questo modo di agire con un'espressione secca: fare il doppiogioco. O avere due vite. L'altra vita di Farina, lo scopriamo adesso, sarebbe iniziata ben prima dell'attacco alle Torri Gemelle: nel 1999, al tempo della guerra in Serbia. Con un'intensità di azioni, tutte retribuite, che lascia sbalorditi chi ha conosciuto soltanto la sua figura palese: mediazioni con Milosevic, affare Telekom Serbia, scandalo Parmalat... Certo, oggi Farina sta ricevendo lettere di solidarietà e di consenso. Ma temo che gli serviranno poco. Si troverà sempre alle prese con chi si chiederà: debbo credere a quel che scrive 'Betulla'?
Il secondo errore di Farina è anche più grave del primo. Lui pensava di combattere la quarta guerra mondiale nei ranghi del Sismi. Ma non si è accorto che il baraccone guidato da Nicolò Pollari era il posto meno adatto a quello scopo. Oggi, grazie all'inchiesta milanese, sappiamo molte cosacce sul Sismi. A cominciare dallo spionaggio telefonico e dai pedinamenti contro due colleghi di 'Repubblica', Giuseppe D'Avanzo e Carlo Bonini. E per finire con la sorveglianza dei pubblici ministeri che indagano sul sequestro di Abu Omar: Armando Spataro e Ferdinando Pomarici. Due servitori dello Stato da mandare al tappeto, secondo l'inaccettabile strategia del Sismi.
Ripeto: questo lo sappiamo adesso. E tuttavia Farina avrebbe dovuto avvertire subito la puzza di bruciato: l'incompetenza dei suoi arruolatori, la loro faciloneria, l'eccessiva disinvoltura. Quando gli hanno ordinato di fare una finta intervista ai due magistrati, non si è chiesto se aveva di fronte degli spioni pataccari, che avevano bisogno di quel trucco grottesco per sapere come si stava muovendo la procura di Milano? Se si fosse posto questa domanda, non sarebbe finito in una storiaccia alla 'Soliti ignoti', sia pure in divisa e con tanti soldi da buttare. Per di più così tonti da non prevedere che i finti intervistatori sarebbero stati messi nel sacco da due magistrati accorti.
Questi Soliti Ignoti hanno poi fatto di peggio che usare 'Betulla' e forse altri giornalisti. C'è un bubbone da incidere: l'ufficio coperto di via Nazionale a Roma, sorvegliato dal magico Pompa, l'istruttore di Farina, ma dove Pollari era il padrone di casa. Undici stanze zeppe di dossier taroccati contro politici sgraditi, Romano Prodi per primo, di documenti fasulli, di carte sporche, un impasto di fango e di patacche pericolose. Eppure, più di un governo ci aveva garantito che i nostri servizi erano stati riformati, e poi riformati ancora, e poi riformati un'ennesima volta. Una bufala suprema.
Anche per questo, il governo Prodi ha l'obbligo di mandare a casa tutto il vertice del Sismi, Pollari compreso. Non capisco perché stia aspettando. Forse dovrò chiamare 'Betulla' per farmelo spiegare da lui.
Quando scoppiò la pace eterna
Michele Serra su L'espresso
Medio Oriente. Anno 16506. Mese astrale di Blutinor secondo il calendario giudaico-usmano. Mese lunare di Forlicche per il calendario muslino-kattolanico. Un mese a piacere secondo la scansione temporale laicantico-menefreko. Spari in lontananza. Gerusalemme in fiamme. Pianti di donne (registrazione automatica emessa dai microchip batterici vaganti nell'aria).
La ventunesima guerra robotica divampa nella Città Santa. Ragione del contendere il controllo del Tempio Sospeso, costruito nel cielo di Gerusalemme diecimila anni prima per commemorare l'ultimo essere umano morto in Medio Oriente. Androidi di confessione ottanica combattono contro androidi di fede gasolina. I primi sono convinti che quella porzione di cielo, che galleggia 300 metri sopra le rovine calcinate di Gerusalemme, sia la loro stazione di servizio promessa, come sta scritto nel libro sacro, il Manuale di Istruzioni, pagina 231, rigo 43. I secondi sostengono che il rigo 43 è un falso, aggiunto con il pennarello 12 mila anni prima. Preferiscono il rigo 44, di sicura attribuzione, che però compare solamente nell'edizione tedesca del Manuale. Esso stabilisce che i soli androidi di fede gasolina sono veramente fichi, mentre gli altri sono delle autentiche merde e dunque vanno sterminati. Ciascuno invoca il suo Dio prima di digitare sul display dell'astroscooter da combattimento la password segreta che attiva il laser letale: "Mazzalo! Mazzalo!" (Nella dicitura copto-asfardita: "Coppalo! Coppalo!". In quella libico-menendita: "Ucidilo! Ucidilo!")
Dio, in persona, era già intervenuto due Ere prima, nel 7540, per diffidare gli ultimi umani dal nominarlo invano. Era apparso in cima alle rovine del Tempio, tra due piante di capperi, con la sua barba bianca che ondeggiava al vento, e le dita ossute alzate in cielo in segno di monito: "Cessate il fuoco!", aveva gridato in 158 lingue, compresi il Numerico, l'Interstiziale e il Lumbardo. "Cessate il fuoco, fottutissimi fanatici, o vi costringerò per il resto dei vostri giorni a un tavolo di trattative coordinato da Sergio Romano, con cene in piedi a base di cocktail di scampi!". Ma nemmeno quell'orribile minaccia sortì alcun effetto. Dio fu centrato da un razzo rudimentale costruito in casa da una massaia di Gaza con una pentola a pressione, e ciascuna delle fazioni accusò l'altra di deicidio. E si sterminarono per molti secoli ancora, con brevi interruzioni per il Ramadam, la Pasqua ebraica e le finali dei mondiali di calcio.
Finché non rimase vivo, in Terra Santa, alcun essere umano. Ma dalle macerie fumanti nel giorno programmato si alzarono in volo, con un sinistro ronzio, i robot predisposti dagli Stati maggiori per l'ultima sfida. I robot Ezbollah (figlio di Apollo, quello che fece una palla di pelle di pollo), con la barba sotto il display, e i robot Coloni, con la barba anche sopra il display, per questo illeggibile. I piccoli e raffinati robot talmudici, che confutavano per ore e ore le strategie di attacco e dunque vennero sterminati subito, e i nerboruti robot Taliban, che aspirano al paradiso dove le pile sono gratis e i cd vergini.
Il cielo d'Israele e Palestina, per secoli, si accese di verde e di cobalto, i colori dei raggi laser. Più qualche immagine sfocata di un vecchio film con Spencer Tracy a causa di un'interferenza nei circuiti dei computer. Ovunque, il puzzo orribile della plastica bruciata, e le figure contorte dei combattenti che friggevano sul terreno, con fili e molle esposti al sole e coperti di mosche, a dimostrazione che le mosche sono sceme per i secoli dei secoli. Ma i chip erano programmati per ricostruire i soldati, e così ogni giorno dai rottami nascevano nuovi, mostruosi assemblaggi. Si videro robot giudaico-sunniti, con il turbante ma bravissimi nelle barzellette. Robot cristiano-atei, che bestemmiavano dall'altoparlante le Ave Maria che scorrevano sullo schermo frontale. E gli spaventosi robot pacifisto-belligeranti, che opponevano il petto inerme alle raffiche sparate da se medesimi.
Finché non rimase, su quel terreno riarso e brullo, altro che il terreno riarso e brullo, quando l'ultimo robot esplose da solo nel tentativo di decifrare un discorso di George Bush rimasto in memoria in un file antichissimo. E fu finalmente la pace.
Topolino vivrà in eterno, Guernica no
Marco Belpoliti su La Stampa
Povero Picasso, il XX secolo, il suo a detta di molti, se non proprio di tutti, è tramontato mentre il nuovo, il XXI, sarà il secolo di Walt Disney. Lo scrive un saggista inglese, Paul Johnson, in un libro appena pubblicato dedicato ai grandi creatori dell'umanità. L'ultimo capitolo conterrebbe una decisa bocciatura dello spagnolo e una brillante promozione dell'americano, les demoiselles d'Avignon contro Mickey Mouse.
Secondo Johnson, Picasso si è messo contro la Natura, si è nascosto in se stesso, mentre Disney ha lavorato con la Natura, certo antropomorfizzandola, scrive, ma sostanzialmente rafforzandola. Letta così, in un giornale inglese, la tesi lascia allibiti. Non solo Disney non ci sarebbe neppure senza l'arte delle avanguardie artistiche del XX secolo, ma il teratomorfismo (Disney non ha trasformato gli animali in uomini, ma reso animali gli umani) dell'americano discende direttamente dalle maschere africane di Picasso, dai collage di Braque, da l'Anemic Cinema di Duchamp, il suo merito semmai, come hanno visto gli studiosi russi, è stato quello di rendere popolari le forme di Picasso e compagni, addolcendole, rendendole meno dirompenti certo, ma tuttavia diffondendole e trasformandole in materia viva dell'immaginario occidentale.
E' difficile pensare ancora al rapporto tra natura e cultura nei termini di una posizione netta come fa Johnson. Allo stesso modo è difficile credere che quello che è avvenuto dopo nell'arte - la body art, il posthuman, Gina Pane e Orlan, Cindy Sherman e Marina Abramonic - non rechi il segno di entrambi, di Picasso e di Walt Disney: il diavolo e l'acqua santa sono da almeno settant'anni mescolati tra loro con buona pace degli intellettuali come Paul Johnson che hanno fermato le lancette del proprio orologio culturale a un secolo fa. Mickey Mouse è figlio del cubismo, così come - anacronismo davvero necessario - il cubismo è per noi impensabile senza passare per Mickey Mouse.
23 luglio 2006