
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 25 giugno 2006
La nave col nocchiero in gran tempesta
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Mentre il nostro giornale è già nelle edicole gli elettori cominciano a votare e continueranno fino alle ore 15 di domani. Ci auguriamo una discreta affluenza e soprattutto auspichiamo una netta vittoria del "no".
Le ragioni di questa scelta sono già state ampiamente illustrate nelle pagine di "Repubblica" da Pietro Scoppola, Gustavo Zagrebelsky e Andrea Manzella, sicché non avrei nulla da aggiungere ai loro argomenti se non elencarli per pura comodità di memoria.
1. Il testo di ottanta pagine che arruffatamente modifica cinquanta articoli della Costituzione infrange il dettato costituzionale che prevede (articoli 138-139) la possibilità di emendamento uno alla volta con votazioni disgiunte.
2. Il conferimento al "premier" di poteri pressoché assoluti a cominciare dallo scioglimento della Camera a suo piacimento.
3. L'annullamento dei poteri del capo dello Stato nella sua figura di suprema magistratura di garanzia costituzionale.
4. La riduzione del Parlamento a un ruolo di pura registrazione dei voleri del premier.
5. L'attribuzione alle Regioni di poteri esclusivi su materie della massima importanza come la sanità, la polizia regionale, l'istruzione.
6. Una ripartizione conflittuale dei ruoli della Camera e del Senato che disarticola e paralizza il potere legislativo.
Infine un sovracosto che aggraverà in misura insopportabile l'onere complessivo della struttura federale penalizzando soprattutto le regioni del nord più ricche e quindi più esposte agli effetti della tassazione. Non a caso questo aspetto del problema è quello che più preoccupa la Confindustria e i suoi associati che temono una permanente impennata della spesa corrente a danno degli investimenti e del debito pubblico già sotto tiro delle agenzie di "rating" e dei mercati.
Queste le ragioni per segnare "no" sulla scheda elettorale. Non si tratta d'impedire la nascita d'un sistema federale ma di bloccare la disarticolazione dello Stato, la paralisi decisionale e lo sfascio definitivo della finanza pubblica. Se si vuole riassumere in uno slogan il risultato della legge costituzionale oggetto dell'odierno referendum, esso non può che essere "meno Stato più burocrazia". Del resto che cosa potevamo aspettarci da un progetto uscito dalla mente di Calderoli?
Molti lettori mi hanno chiesto nei giorni scorsi se la vittoria del "sì" avrebbe come effetto la crisi del governo Prodi. Rispondo: se si trattasse solo di questo non me ne darei gran pensiero.
In realtà, se dovesse vincere il "sì" accadrebbe ben di peggio che una semplice crisi di governo. L'intero sistema politico italiano è pericolante e occorrerà un enorme sforzo per rimetterlo in piedi. La vittoria del "sì" gli infliggerebbe una mazzata definitiva per mandarlo all'altro mondo.
Temo che questo aspetto non sia ben presente alla mente di chi voterà oggi e domani e dei molti che non voteranno affatto. E temo soprattutto che non sia presente ai molti elettori del Lombardo-Veneto che con il loro "sì" penseranno di esprimersi in favore del federalismo e contro il centrosinistra.
Non è così e basta una semplice riflessione per capirlo. L'effetto politico d'una vittoria del "sì" indebolirebbe la coalizione dei partiti che sostengono il governo; metterebbe in moto le forze centrifughe latenti; renderebbe impossibile il già difficile compito di Padoa-Schioppa di raddrizzare i conti del bilancio e di rilanciare un'economia ferma da anni; spingerebbe l'Italia ai confini dell'Europa privandola di ogni capacità di presenza attiva.
Quanto al governo Prodi, esso resterebbe in carica come quel cavaliere che "andava combattendo ed era morto". I suoi oppositori non otterrebbero neppure questo risultato, sicché si avrebbero effetti negativi per tutti ed effetti positivi per nessuno. Io penso che uno scenario del genere sia da brividi per ogni cittadino, quali che siano le sue idee politiche; ma penso anche che quelli che avrebbero più da temere siano gli italiani "produttivi" e cioè i lavoratori dipendenti, i lavoratori autonomi, gli imprenditori d'ogni dimensione. Sono loro che hanno più da perdere, sono loro che sarebbero i primi ad essere travolti da una crisi di sistema.
Perché di questo si tratta, amici lettori: l'Italia è sull'orlo di una crisi di sistema; la vittoria del "no" non risolve quella crisi ma dà tempo al governo di tentarne il superamento; la vittoria del "sì" spalancherebbe una voragine sotto i piedi del paese, cioè di tutti, nessuno escluso.
I leader dei due schieramenti ne sono perfettamente consapevoli e proprio per questo tentano, da entrambi i fronti, di limitare le conseguenze d'una propria vittoria. Tutti si affannano a dichiarare che dopo il voto si potrà e si dovrà negoziare con l'altra sponda per dar vita ad una modernizzazione costituzionale condivisa.
Lo dicono perché sanno che siamo alla crisi di sistema, allo sfarinamento del sistema. Politico, economico, sociale, morale. Lo sanno ma non lo dicono. Non lo dicono per non spaventare la gente, per cloroformizzare l'opinione pubblica. Per poter proseguire i loro mediocri rituali e la loro mediocre gestione d'un potere sempre più evanescente.
Ma si tratta d'un esorcismo inutile perché la realtà è ormai senza veli e non c'è artificio retorico che possa nasconderla.
* * *
Volete degli esempi? Esempi capaci di delineare la vastità della crisi di sistema? Immagino che ogni cittadino pensante sia in grado di veder da solo questa scempia realtà, ma qualche caso esemplare può aiutarci.
C'è stata pochi mesi fa la crisi d'una delle più stimate istituzioni italiane: la Banca d'Italia. Un governatore in combutta o plagiato da uno stuolo di faccendieri di bassissimo conio. Finito sotto inchiesta giudiziaria. Alla fine costretto a dimettersi. Un fatto simile non si era mai verificato. La classe politica è stata incapace di risolvere il problema. L'ha risolto la magistratura. Con l'ausilio delle intercettazioni telefoniche.
Erano passate solo poche settimane ed è scoppiata la crisi del calcio, in incubazione da anni, perfettamente nota a tutti gli addetti ai lavori.
Badate, non si tratta solo d'un gioco, di ventidue uomini in mutande che corrono dietro a una palla, come dicono gli snob sopraccigliosi e sputasentenze. Il calcio è il mondo dei sogni d'una moltitudine, è la principale appartenenza sentita dal popolo. Più della patria, più della classe, più della politica, più della religione. Può piacere o no, ma questa è la realtà.
Ebbene, questa realtà è andata in pezzi. Era un trucco. C'era una "cupola". C'era un'omertà generale. Gli scudetti erano fasulli. Il divismo era fasullo. I bilanci delle società erano fasulli. L'immensa macchina del gioco era tenuta in piedi dall'imbroglio. Il presidente della Federcalcio era colluso con la "cupola" per ottenere la sua rielezione. Il conflitto d'interessi era generale.
Alla fine è intervenuta la magistratura, con l'ausilio delle intercettazioni.
Ancora poche settimane. Scoppia a Bari lo scandalo della Sanità. Il governatore della Puglia scambiava danaro contro danaro. Veniva aiutato con imponenti sostegni per la sua campagna elettorale e dava in contropartita concessioni e convenzioni miliardarie al re della sanità privata, a spese della Regione da lui presieduta. Favoriva con danaro pubblico un vescovo che gli procurava i voti delle suore in violazione plateale del Concordato.
Tutti lo sapevano, nessuno parlava. È dovuta intervenire la magistratura. Con l'ausilio delle intercettazioni.
Sorvolo su un altro caso che ha al suo epicentro l'ultimo discendente balordo di un'antichissima dinastia e il più stretto collaboratore di un uomo politico che è stato per anni vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri del nostro paese.
Sorvolo perché la materia è miserabile. Ma è terribilmente esemplare. Soprattutto per gli aspetti meno rilevanti dal punto di vista penale ma rilevantissimi dal punto di vista del costume. Si è visto e saputo che la nostra maggiore azienda culturale e informativa è al tempo stesso un bordello riservato ai deputati e ai vip dei gabinetti ministeriali.
Tutti sapevano. Che male c'è? Hanno risposto gli interpellati. Che male c'è? Lo fanno tutti. È dovuta intervenire la magistratura, con l'ausilio delle intercettazioni.
Adesso tutti si scagliano contro l'uso e l'abuso delle intercettazioni e attaccano i giudici per scarsa credibilità. Forse hanno ragione. Ma non c'è uno, uno solo degli uomini di potere che vogliono obbligare al silenzio gli intercettatori che si scagli contemporaneamente e con lo stesso vigore contro coloro che hanno tradito la fede pubblica e la loro stessa eventuale buona fede. Si depreca la supplenza della magistratura, ma che cosa ha fatto la politica per riempire il vuoto che ha reso necessaria quella supplenza?
Nulla. Non ha fatto nulla. La politica, soprattutto la pessima politica degli antipolitici, ha cercato di imbiancare i sepolcri e basta. Fini non ha ancora licenziato Sottile. Ruini non ha detto una sola parola sul vescovo di Lecce che portava le suore a votare per Fitto e otteneva nel frattempo il finanziamento degli oratori diocesani. Il ministro delle Comunicazioni e il consiglio d'amministrazione della Rai non hanno speso una sola parola sul bordello ambulante all'interno dell'azienda pubblica.
"Troncare, sopire, sopire, troncare". E' questa la regola? E ancora. Per evitare che il sistema affondi, che la corruzione dilaghi, che il racket si diffonda come una piovra, che le istituzioni operino sempre più come patrimonio privato del re e dei suoi vassalli, valvassori e valvassini; per impedire il corrompimento definitivo della società in tutte le sue componenti, per perseguire gli evasori fiscali, per ridare slancio e speranza ai lavoratori e alle imprese, fiducia ai mercati, innovazione e cultura; ci vorrebbe un governo che governi.
Ma il governo è purtroppo alle prese con una maggioranza che al Senato conta solo due voti. Con partiti divisi tra di loro e al proprio interno. Con un pullulare di Ghini di Tacco. Anzi, di Ghinetti di Tacco. Basta che un senatore eletto da cittadini residenti all'estero voglia assentarsi per una settimana al mese perché le Camere votino un calendario che prevede solo tre settimane di lavoro parlamentare su quattro. Mentre un altro senatore, voglioso di presidenze, si fa eleggere col voto dell'opposizione.
Né sta meglio il centrodestra. Il quale, responsabile in solido dello scatafascio del Paese, si mantiene compatto solo perché animato dalla speranza di riacciuffare il potere entro poche settimane o pochi mesi, per lacerarsi subito dopo come prima ricominciando comunque alla rioccupazione delle istituzioni.
Questo è il quadro, amici lettori. O almeno questo è il mio quadro. Spero d'esser troppo pessimista, ma i dati di realtà voi li avete sotto gli occhi quanto me.
Malgrado tutto di una cosa sono certo: Prodi e la sua squadra sono persone competenti e perbene. Ce la possono fare. Forse sono i soli, oggi come oggi, che ce la possono fare.
Anche per questo vado a votare "no". Per mantenere una "chance" nelle loro mani. Se poi non sapranno utilizzarla o se ne saranno impediti dai loro stessi alleati Ghini di Tacco, allora vadano anch'essi a Male Bolge e saremo "nave senza nocchiero in gran tempesta". Non sarebbe la prima volta purtroppo nella storia inutilmente millenaria di questo Paese.
Fine degli alibi
Giulio Anselmi su La Stampa
Oggi e domani gli italiani si presentano all'ultimo appuntamento di questo estenuante confronto politico: il referendum confermativo sulla riforma costituzionale pretesa dalla Lega e costruita dal centro-destra.
È un referendum che ha un doppio significato: il primo è quello letterale di giudizio del popolo sul cambiamento del Titolo V dell'attuale Carta (rapporti Stato-Regioni), sull'aumento dei poteri del premier e sul superamento del bicameralismo perfetto (due assemblee parlamentari con gli stessi poteri). Il centro-sinistra, com'è noto, è schierato per l'intangibilità della Costituzione del '48. Il centro-destra ha assunto una posizione contrapposta a difesa della pretesa modernizzazione rappresentata dalla propria riforma.
Sono linee discutibili. Il centro-sinistra è apparso singolarmente conservatore: oggi attribuisce alla Costituzione una sorta di sacralità e di inviolabilità, quelle stesse caratteristiche che lo Statuto albertino riservava alla persona del re, dimentico di averla modificata a sua volta, a colpi di maggioranza, alla vigilia delle elezioni del 2001. Ma occorre molto coraggio per presentare come modernizzazione migliorativa un cambiamento abborracciato e frettoloso, imposto anch'esso in base alla forza della maggioranza parlamentare del momento, nel nome della mistica della devolution. La grande maggioranza degli studiosi dei meccanismi costituzionali è convinta che le nuove norme porteranno a incepparsi l'iter di formazione delle leggi, squilibreranno il sistema di pesi e contrappesi che gestiva i rapporti tra i poteri dello Stato attribuendo un peso molto accresciuto al primo ministro e relegando il Presidente della Repubblica a un ruolo notarile, renderanno quasi impossibile la convivenza tra l'amministrazione centrale e le Regioni, soprattutto per ciò che riguarda la scuola e la sanità.
Anche a prescindere dai problemi di equità e di compatibilità tra le varie parti di quella che Andrea Manzella ha definito "la Repubblica spezzatino" e dalle complicazioni burocratiche, amministrative ed istituzionali che ne deriveranno, una classe politica consapevole della crisi che attraversa il Paese, in una stagione in cui l'Europa e i mercati mondiali osservano con crescente attenzione lo stato dei nostri conti pubblici, si sarebbe posta il problema del costo della devolution. Non si tratterà, come pure è stato sostenuto, di 250 miliardi di euro, certo, però, di cifre imponenti. Ma è noto che il problema del costo della politica non appassiona i nostri rappresentanti.
La rigidità delle due posizioni contraddice la consapevolezza, presente in entrambi gli schieramenti, che le modifiche introdotte dal centro-sinistra alla vigilia delle elezioni del 2001 e quelle, più risolutive, volute nella scorsa legislatura dal centro-destra, sono foriere di guai. Al punto che tutti hanno salutato come liberatorie le parole del presidente Napolitano che prefigurano la via d'uscita di una stagione costituente: "Si dovrà, qualunque sia l'esito del voto, tornare in Parlamento alla ricerca del più largo consenso". Per cui alle considerazioni di merito sopraesposte si aggiunge la domanda: era il caso di affrontare il costo e lo scasso di un'ennesima consultazione popolare per raggiungere un risultato che già si prevede come interlocutorio? A questo interrogativo il numero, prevedibilmente alto, delle astensioni fornirà una risposta.
Il secondo significato del referendum lo ha espresso con franchezza Berlusconi: votate "sì per dare una lezione a questa sinistra". Dopo la sconfitta, ostinatamente rifiutata, alle elezioni politiche, dopo la rivincita, disperatamente e inutilmente inseguita alle amministrative che hanno invece rappresentato una disfatta, il Cavaliere e i suoi seguaci cercano nelle urne un segno di sfiducia per le prime prove del governo Prodi e un'estrema occasione per il Polo. Ciò facendo, snaturano ancor più il significato di questo ricorso alle urne, al termine di una stagione in cui la Costituzione, bene comune, è stata strascicata dall'uno e dall'altro schieramento, senz'alcuna attenzione per l'interesse nazionale. E in cui le pretese riforme della forma dello Stato e della forma di governo hanno giganteggiato solo nei difetti.
Ma almeno a chi vota su materie molto difficili, rese ancora più ostiche da una campagna ideologizzata, viene offerta una motivazione chiara per il sì o per il no. Se vincerà il sì potremo aspettarci una ripresa delle lamentazioni berlusconiane sulla vittoria tradita e una fase di crescente instabilità. Se vincerà il no il centro-destra accelererà i suoi regolamenti di conti interni all'insegna del dopo-berlusconismo e il centro-sinistra non avrà più alibi per decidersi a governare.
Il grande equivoco del federalismo
Ilvo Diamanti su la Repubblica
Ecco, infine, l´ultimo appuntamento di questa lunga stagione di campagna elettorale permanente. Il referendum sulla riforma della Costituzione votato dalla maggioranza di destra, nello scorso autunno. E, dopo tanto fragore, dopo tanta passione, stupisce il tono dimesso delle ultime settimane. Favorito dalla prudenza della Cdl e soprattutto di Berlusconi, dopo che il voto amministrativo di maggio aveva sortito un risultato deludente, per loro. Che lo avevano presentato come una rivincita "contro il governo di sinistra". Il referendum costituzionale, per questo, è stato "deflazionato" dalle attese.
Ricondotto al suo significato originario, di referendum costituzionale. Il limitato tasso emotivo di questa campagna elettorale, però, riflette un altro problema. Questo referendum. Non ha un oggetto preciso, un tema dominante. Non importa se comprensibile e chiaro: il divorzio, l´aborto, il nucleare, il finanziamento ai partiti, il maggioritario. Oppure più complesso: la fecondazione assistita. No. Affronta materie diverse. Difficili da comprendere. E da riassumere. Anche perché il tema originario della riforma ha perduto centralità e chiarezza. Ci riferiamo alla materia devolution. Argomento condiviso e dibattuto da tempo. Alla base delle tensioni che hanno provocato la crisi e il successivo sfascio della prima Repubblica. La devolution. Residuo linguistico e polemico della "questione settentrionale": la sfida all´identità e all´integrazione nazionale lanciata dalle aree economicamente più dinamiche. Le zone di piccola impresa del Nord. Il "piccolo Nord", in conflitto con Roma e Torino. Capitali del potere politico ed economico. La QS. Interpretata, fin dagli anni Ottanta, dalla Lega. Veicolo e amplificatore della protesta di quest´area. Contro lo Stato centrale. Perché, dell´autonomia e, anzi, dell´indipendenza del Nord, la Lega ha fatto la propria "missione". La propria bandiera, da agitare nell´agone politico ed elettorale. Da ciò i limiti, oltre che il significato, di quasi vent´anni di dibattito "istituzionale" sulla redistribuzione dei poteri fra centro e periferia. Fra Stato e autonomie territoriali. Perché, da un lato, questa rivendicazione riflette l´esigenza di adeguare le istituzioni alla diversità di modelli culturali ed economici presenti nel Paese. Ma, dall´altro, diviene, fin dall´origine, un´ideologia. Uno strumento di lotta politica. Usato per attrarre il consenso degli elettori del Nord. Sempre più instabili e insoddisfatti dopo la fine della Dc. Da ciò il sussultorio andamento della riforma dello Stato, in Italia. Avviato dalla Lega. E, quindi, accolto da altre forze politiche. Per interesse, più che per convinzione. Per necessità, più che per scelta consapevole. Inseguendo la Lega sul suo terreno. Così, a ogni fiammata indipendentista, a ogni provocazione leghista corrisponde una fase di iniziativa politica e istituzionale, da parte degli altri soggetti politici. Al successo della Lega, nel 1992, e alla fine della prima Repubblica, segue la legge 81 del 1993, che istituisce l´elezione diretta dei sindaci. Mentre l´ulteriore crescita elettorale e la sfida secessionista della Lega, nel 1996, innesca le riforme del centrosinistra, disegnate da Bassanini, che redistribuiscono le competenze dal centro alla periferia. E favorisce l´avvio, in sede bicamerale, della riforma federalista. Ancora, alla vigilia delle elezioni politiche del 2001, l´approvazione, da parte del centrosinistra, della riforma del titolo V della Costituzione è incentivata, almeno in parte, dal tentativo di rispondere all´insoddisfazione del Nord. Poi, negli ultimi cinque anni, prende avvio l´era della devolution. Che coincide con il ritorno della Lega al governo. La Lega. Che aveva imposto il tema del federalismo, quando era impronunciabile. Per abbandonarlo, quando è divenuto patrimonio politico diffuso. E lo ha sostituito, via via, con altre parole. Indipendenza, secessione. Per ritagliarsi uno spazio antagonista e irriducibile. Fino a ritrovarsi da sola, alla fine negli anni Novanta. Con il rischio di diventare inutile. Fenomeno politico periferico e declinante. Insediato e assediato nelle valli del Nord. Da ciò la scelta di Umberto Bossi di ricucire i rapporti con il Polo. E di entrare nella Casa delle Libertà. Da inquilino esigente. Trasformando la "Lega di lotta" in "Lega di governo". Associando il linguaggio populista e la pratica politica tradizionale. Non più portabandiera del Nord che assedia Roma. Ma lobby del Nord a Roma. Dove agisce per garantirsi il consenso del Nord. Ecco: il processo riformista, su una materia calda e critica, come l´assetto dei rapporti fra centro e periferia, ha risentito profondamente di queste tensioni. E di questo vizio d´origine. Dove le logiche del consenso politico prevalgono su quelle del progetto istituzionale. Le spinte particolari e congiunturali condizionano ogni progetto. Ne è uscito una sorta di riformismo involontario. Incerto e ondivago. Dai contorni mobili e dai contenuti fluidi. Un "federalismo preterintenzionale", abbiamo detto altre volte. Dove le regole mantengono ampi margini di indeterminatezza. Dove le parole più che definire suggeriscono. Dove i titoli contano più dei testi. Devoluzione. Piace, forse, alla Lega perché fa rima con "rivoluzione". Oppure "dissoluzione". Anche se questa riforma, con buona pace dei suoi critici, oltre che dei suoi estensori e sostenitori, nulla ha di rivoluzionario. Non spezza, non frantuma il Paese, più di prima. È solo confusa. Frutto di compromessi e di particolarismi. La devoluzione. Che attribuisce competenze "esclusive" alle Regioni. In materie sulle quali le regioni avevano già poteri preponderanti. Scuola e sanità. E istituisce il "Senato federale", a cui spetterà il compito di legiferare nelle materie di interesse territoriale. La devoluzione. Reintroduce il limite dell´interesse nazionale (abrogato dalla riforma del 2001) che permette alla Camera e al governo stesso di intervenire sulle decisioni del Senato federale. E, reciprocamente, dà la possibilità al Senato federale di intervenire sulle iniziative della Camera ritenute in contrasto con gli interessi regionali. In più: questa riforma prevede l´istituzione di commissioni paritetiche, fra Camera e Senato, quando e dove si manifestino conflitti irrisolti, fra i due rami del Parlamento. Perché, evidentemente, nonostante le intenzioni dichiarate dal legislatore, persiste un´ampia zona di materie concorrenti, fra Stato e regioni. Insomma: questa riforma non differenzia compiti e ambiti delle Camere. Ma li complica. Li intreccia. Fino al rischio della paralisi. E la rappresentanza delle Regioni... Difficile immaginare che possa venire espressa davvero da senatori eletti più o meno come avviene oggi, direttamente dai cittadini e in numero proporzionale alla popolazione. Contemporaneamente ai consigli regionali. Ma in modo distinto. Insomma, una sorta di elezione nazionale, anche se regionalizzata. Ancora: l´autonomia finanziaria, il federalismo fiscale... Previsto, ma al tempo stesso vincolato, in modo da non generare "incremento della pressione fiscale complessiva". D´altronde, in questa fase assistiamo al ritorno dello Stato nazionale. Che accentua i controlli finanziari e normativi sugli enti territoriali (come denunciano da tempo comuni e regioni). Per rispondere ai problemi di bilancio interni, all´instabilità economica, finanziaria e all´insicurezza globale.
Per tutte queste ragioni, è difficile non provare qualche brivido di fronte a questa devoluzione. Che investe il linguaggio, oltre alla forma dello Stato. Solo che il rischio non è la secessione, ma la confusione. Tanto che (Indagine nazionale del LaPolis dell´Università di Urbino, appena conclusa; 1500 interviste) assistiamo a una significativa dissociazione semantica, tra "federalismo" e "devoluzione". Circa il 30% di coloro che approvano il "federalismo" non amano la "devoluzione". Ad una quota analoga di quanti approvano la "devoluzione" non piace la parola "federalismo".
Qui sta il problema. A (molti di) coloro che, come noi, si definiscono, da sempre, "federalisti", sentirsi chiamare "devoluti" fa una strana impressione. Non ci piace. Come il "nuovo-ad-ogni-costo". E non ci spaventa l´accusa di essere dei conservatori. Tanto più tanto meno dopo quindici anni di riforme involontarie e incidentali. Noi, cittadini di uno Stato di necessità. Precipitati in una "Repubblica preterintenzionale". Vorremmo avere il modo e il tempo di capire. Quale Stato stiamo diventando. Siamo diventati.
E in che stato siamo ridotti.
L'equilibrio dei poteri
Enzo Biagi sul Corriere della Sera
Oggi e domani torniamo ancora alle urne. Questa volta si tratta di un referendum confermativo: gli italiani devono dire se accettano o no di cambiare, in una botta sola, un terzo della Costituzione. Per poter governare cinque anni, il governo Berlusconi decise di pagare pegno alla Lega approvando una riforma federalista che comporterebbe non poche novità per la nostra vita, dalla sanità alla polizia municipale, ai rapporti fra le regioni più ricche e quelle più povere del Paese. La Costituzione ha quasi sessant'anni e la maggior parte del centrodestra la considera vecchia e superata. Vorrei ricordare che quando si cita un esempio di Paese libero si parla non a caso degli Stati Uniti: ebbene la loro Costituzione è ben più vecchia della nostra eppure nemmeno a George Bush è mai venuto in mente di modificarla.
Perché non ci siano equivoci dichiaro subito che sono per il No e che condivido al cento per cento le parole dell'ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi: "L' impianto e gli equilibri della nostra Costituzione sono validi". Devo spiegarmi, però. Penso che in una sana democrazia se si vogliono modificare le regole, se si vogliono cambiare le fondamenta, non si possa procedere a colpi di maggioranza o addirittura di fiducia, ma bisogna che ogni modifica sia condivisa anche dall'opposizione.
Credo poi nel ruolo che ha attualmente il presidente della Repubblica: sopra le parti, con la facoltà di sciogliere le Camere, garante di tutti i cittadini e di tutte le forze politiche. Per questo non mi fa stare per niente tranquillo la proposta di dare al presidente del Consiglio più poteri, troppi poteri, rompendo l'equilibrio che c'è ora. E' vero che adesso siamo ben ancorati in Europa, è vero che dai tempi di Benito Mussolini sono passati molti anni, ma i meccanismi di un sistema politico sono delicati, tanto più se abbastanza giovane come il nostro, e prima di toccarli val la pena di pensarci bene. E trovarsi tutti d'accordo.
Un motivo in più per non fidarmi di chi insiste per varare regole nuove trasformando il referendum in un voto politico, a favore o contro il governo. Guardiamo un attimo indietro. Nel 1992 incontrai il professor Gianfranco Miglio, ideologo della Lega e a quei tempi in ottimi rapporti con Umberto Bossi. Gli chiesi come era nata l'idea di quel movimento e mi rispose che i presupposti erano il cambiamento radicale della Costituzione e la costruzione di un nuovo ordinamento federale. Gli domandai ancora se i leghisti avevano qualcosa di meglio o di peggio rispetto agli altri militanti. "Sono cittadini mi rispose che non sono stati ancora contaminati dai vantaggi del potere e noi faremo in modo, con le riforme, che non lo siano mai". Poi qualcosa si ruppe tra lui e il Senatùr, ma quel sogno evidentemente è rimasto. Peccato che sia stato un po' sciupato dai nani e dalle ballerine della Seconda Repubblica. Ogni giorno, ormai, si scopre una brutta pentola: prima il caso Fazio e i furbetti del quartierino, poi Calciopoli, nei giorni scorsi le pesanti accuse a carico di Vittorio Emanuele di Savoia. Tanta corruzione.
Quel movimento, con il suo sogno che già allora non convinceva affatto, non è rimasto lo stesso: Bossi e i suoi, per dare qualche risultato concreto al popolo del Carroccio, hanno fatto un compromesso con chi rappresenta tutto quello che l'ispirazione della Lega voleva negare. Giochi di potere che non giustificano certo la cancellazione dei princìpi che ci hanno accompagnato fin dalla lotta per la Liberazione e che restano l'obiettivo della Costituzione: libertà, uguaglianza e giustizia sociale.
Padoa-Schioppa resta solo sulla linea del rigore
Editoriale su Il Foglio
Roma. Non è giunto alcun consenso dall'Unione all'annuncio informale del ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, che ha parlato di una manovra pesante di fronte ai vertici di regioni, province e comuni. Giovedì il ministro ha sottolineato che la cura per l'Italia, malato grave, toccherà oltre che gli enti locali anche previdenza, pubblico impiego e sanità. Ma nelle stesse ore in cui Padoa-Schioppa tracciava le linee della Finanziaria e della manovra per i prossimi due anni, da esponenti di primo piano della maggioranza e del governo arrivavano considerazioni in contrasto con quelle del tecnico voluto da Romano Prodi alla guida della finanza pubblica.
Il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ha infatti definito come un crimine sociale l'ipotesi di allungare l'età pensionabile. Francesco Rutelli, vicepresidente del Consiglio con delega ai Beni culturali, ha detto: niente tagli alla cultura, già ridotta ai minimi termini, e ha avvertito che non ci sono cure da cavallo all'orizzonte. Ieri è stata la volta del ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, che ha ribadito come quella dei cantieri debba essere la priorità delle priorità, spiegando che servono 10 miliardi subito per Anas e Ferrovie. Mentre il ministro per la Famiglia, Rosy Bindi, non vuole che siano le famiglie a essere penalizzate.
Scontati i no dei sindacati. Con la conferma che la confederazione più critica verso Palazzo Chigi è la Cisl. Dice il segretario Raffaele Bonanni: Affidarsi solo ad annunci a tinte fosche non è una politica economica. Dov'è la concertazione? si chiede invece la Cisal capitanata da Francesco Cavallaro: Prima il confronto, poi il risanamento. Se Renata Polverini, segretario dell'Ugl, consiglia piuttosto al governo di decidersi a rinegoziare con l'Ue il rientro del deficit, i sindacati di base Rdb avvertono l'esecutivo che se ci sarà il rinvio dei contratti nel pubblico impiego faremo sciopero anche contro una manovra da 45 miliardi.
Per il centrodestra il fuoco di sbarramento contro TPS era scontato: Il grande tecnico messo al timone dell'economia è un espediente antico della sinistra sottolinea Osvaldo Napoli, deputato di Forza Italia Padoa-Schioppa è personaggio troppo indipendente per non aver capito i funambolismi cui sarà costretto da qui all'autunno.
Saddam non deve morire
Barbara Spinelli su La Stampa
Che il tiranno debba pagare per i crimini commessi contro le proprie popolazioni, e in particolare per quel delitto che dal '900 porta il nome di crimine contro l'umanità, è cosa appropriata e anche prudente da molti punti di vista: politico, giuridico, etico. Lo sforzo di ricostruire la pòlis non può fare a meno di condannare quel che in passato la distrusse. La legalità non può ricomporsi senza una nitida coscienza di come le leggi furono calpestate, e possono sempre tornare a esserlo. La distinzione fra comportamento buono e malvagio, infine, ha bisogno di esser restaurata attraverso una correlazione fra delitto e castigo.
L'uso dell'aggettivo prudente è calcolato, e con la punizione ha un rapporto forte: originariamente, la prudenza non era affatto legata a furbizia, timidezza nel giudicare, pavidità. Era virtù cardinale e significava saggezza, conoscenza, vigilanza nel fissare e interpretare le leggi: di qui la parola giurisprudenza. Nella Roma antica, juris prudentes sono gli esperti di diritto, non i titubanti. Ogni nemesi va misurata con questo metro. È prudente e saggia se su di essa si può costruire un nuovo patto tra governanti e popoli. È smisurata e imprudente se le ferite che essa vorrebbe rimarginare sono invece riaperte; se la nemesi diventa astratto furore anziché abitudine razionale a decidere in modo avvertito.
È così dai tempi del sacrificio di Ifigenia e della distruzione di Troia (due azioni smisurate per cui Agamennone pagò) ma è anche così nei processi per crimini contro l'umanità del secolo scorso e del nostro, compreso il processo a Saddam Hussein che lunedì è culminato nella richiesta, da parte del pubblico ministero, della condanna a impiccagione. I delitti di Saddam non sono in discussione - non mancano le prove - né è in discussione il principio secondo cui il politico e in genere l'uomo sono responsabili e capaci solo se sono imputabili. In discussione è l'utilità-saggezza dell'esecuzione. Tutto fa pensare che questa prudenza fatta di saggia conoscenza sia assente, in un processo che non è né interamente iracheno né interamente americano. Che domini la hybris, euforizzante valicatrice di limiti.
C'è hybris nelle parole di Paul Berman, lo studioso Usa che ha approvato la guerra, che viene dal Sessantotto, e che non vede i fallimenti dell'operazione bellica. Pur essendo un avversario della pena di morte, Berman giudica opportuna l'esecuzione di Saddam, perché a questo deve approdare il processo: a "impartire una lezione di storia ai giovani iracheni e soprattutto all'Occidente", poco mobilitatosi in Iraq. La condanna a morte serve quasi più a noi che a loro, e comunque è catartica: "Giustiziare Saddam è soprattutto un gesto simbolico per placare il popolo iracheno da lui oppresso e martoriato. Proprio come successe ad Adolf Eichmann, giustiziato nel '62 da Israele" (Corriere della Sera, 21-6). La natura primordiale di questa catarsi (un popolo che si placa e s'appaga col sangue ha qualcosa di inumano, o troppo-umano) è messa in luce da chi avversa l'esecuzione: tra essi Alan Dershowitz, giurista americano. Intervistato da Maurizio Molinari, egli sostiene che l'esecuzione non avrà effetti benefici sulla guerriglia, e anzi l'infiammerà: invece di trasformare Saddam in martire, meglio "condannarlo all'ergastolo" e fare in modo che sia "dimenticato da tutto e da tutti" (La Stampa, 20-6).
Un parallelo storico che si fa spesso è quello con i processi di Norimberga, e col caso Eichmann. Ma la storia insegna e non insegna, i paralleli possono aiutare ma anche peccare di astrattezze ossessive, e la memoria stessa è un ibrido, è morte-vita: è viva se ripensata alla luce di quel che siamo e facciamo oggi, è morta se usata come pretesto per regolare conti che spesso concernono più noi delle reali vittime. È viva se del passato si evocano anche gli episodi oscuri: non solo Norimberga ma anche l'esecuzione di Ceausescu, non solo Eichmann ma anche Piazzale Loreto. I processi per crimini contro l'umanità, nazionali o internazionali, possono sfociare in vendetta, con effetti tremendi. Equiparare il processo a Saddam a quello di Eichmann è arbitrario, perché le differenze svaniscono e un'unica cosa - la peggiore - resta ad accomunarli: il rito che placa nel sangue l'ira del collettivo.
Preconizzare l'esecuzione di Saddam rischia d'impedire una memoria risanatrice, e questo per due ragioni. In primo luogo non tiene conto che le circostanze sono radicalmente diverse. L'Iraq non è la Germania del '45 né l'Israele del '61-62: non è uno Stato di diritto in costruzione o ricostruzione, ma un Paese su cui s'è abbattuta una guerra inizialmente illegale, menzognera, senza fini né fine, e proprio per questo è una nazione in preda, oggi, a una guerra civile e a una pulizia etnica di cui son colpevoli sunniti, sciiti e curdi. Inoltre Saddam non è paragonabile a Hitler: è un tiranno cruento di cui l'Iraq è stato liberato, ma non minacciava direttamente l'Occidente come descritto in principio da Bush e da Blair. Proprio quando commise i crimini più efferati, l'Occidente l'aveva prediletto. Il tribunale stesso che lo giudica, concepito da Bremer quando presiedeva l'Autorità Provvisoria di Coalizione, esiste grazie all'assistenza Usa. Lo storico Ian Kershaw ricordò fin dal dicembre 2003, sul Guardian, che Baghdad non era Bonn: "La sconfitta e l'occupazione, in Germania, erano largamente accettate".
Ma non sono solo le circostanze a esser diverse. Son mutati in maniera profonda i criteri morali, le sensibilità. L'annientamento di intere città tedesche, operato dagli alleati per replicare a analoghe incursioni naziste, suscita un orrore che allora fu mitigato o rimosso: oggi simili annientamenti sono impossibili, solo Putin a Grozny ha fatto eccezione. Così le esecuzioni falsamente catartiche, compiute per fare della storia uno spettacolo: anch'esse sarebbero oggi non sopportabili a vedersi, soprattutto se si tengono a mente gli sgozzamenti teletrasmessi a opera di Al Qaeda o le violenze Usa a Abu Ghraib, Guantanamo, Haditha.
La questione della pena capitale in processi per crimini contro l'umanità non è in realtà nuova, e si pose con forza al processo Eichmann. Era saggio condannarlo all'impiccagione, come avvenne il 31 maggio 1962? Hannah Arendt aveva già criticato un processo fatto essenzialmente "per lo spettacolo" storico. Ma a domandare la grazia furono molti pensatori ebrei o israeliani polemici con la Arendt. Si oppose alla pena capitale Martin Buber, firmando numerosi appelli al presidente Yitzhak Ben-Zvi e al premier Ben Gurion. Si opposero con lui gli studiosi Gershom Scholem e Schmuel Hugo Bergmann, la poetessa Leah Goldberg, e perfino il pittore Yehuda Bacon, ex internato di Auschwitz e testimone nel processo. Nella lettera al presidente israeliano, Buber scrisse: "Non vogliamo che la nemesi ci trascini a nominare un boia fra di noi; se lo faremo, sarà la vittoria della nemesi, e noi non vogliamo questa vittoria". Un sacrificio così enorme - 6 milioni di ebrei - "non può esser riscattato" con una speditiva esecuzione.
Con altri argomenti, il filosofo Bergmann (nato a Praga, amico in gioventù di Kafka) mise in guardia contro l'impiccagione: "Sono assolutamente contrario alla pena di morte sotto qualsiasi forma. Che uomini esperti di legge se ne stiano seduti tranquillamente a decretare, con ragionamenti freddi e obiettivi, che un uomo debba essere impiccato (...) è ai miei occhi la peggiore crudeltà. Chi li ha autorizzati a togliere la vita, privando in tal modo il reo della possibilità di pentirsi dei suoi peccati finché è ancora in questo mondo?". Secondo Bergmann "ci sono due popoli in Israele". Il primo è isolazionista, odia lo straniero, e nutrendosi dai tempi biblici del complesso di Amalec giura vendette incessanti. Il secondo osserva il comandamento "ama il prossimo tuo come te stesso", prega: "Fa' che io dimentichi Amalec", e "il suo è un giudaismo di amore e perdono" (Ama il tuo prossimo come te stesso è quel che Dio comanda già a Mosè, in Levitico 19,18).
Tutti i popoli oscillano tra queste due possibilità, fra questi due modi di rammemorare, processare, ricostruire. In Iraq, nel pieno d'una guerra civile, con già tre avvocati di Saddam uccisi per strada, nel vuoto d'ogni legalità, il sangue è terribile lavacro. Che non placa ma accende odi. Per questo è così poco prudente chi spera in spettacolari finali storici: poco prudente in politica, etica e giustizia.
Porcelli e porcelle
Massimo Gramellini su La Stampa
Le intercettazioni telefoniche registrano lo smercio, ma fanno anche affiorare il deperimento delle modalità del vizio. Mediocre, sciatto e privo di fascino: tipico di una società in decadenza. I principi hanno sempre peccato più dei poveri. Però adesso lo fanno "come" i poveri. D'ora in poi Vittorio Emanuele potrà andare sull'Isola dei Famosi e un concorrente del Grande Fratello farsi incoronare principe ereditario. Nessuno noterà la differenza, dato che nulla più distingue le classi sociali, se non la ricchezza, e anche questo spiega perché tutti ormai puntino esclusivamente a quella.
DICA DICA
Ma siamo davvero tutti uguali e tutti egualmente squallidi? O come nella "Fattoria degli animali", alcuni porcelli sono più uguali degli altri? Esisterà ancora una possibilità di evoluzione e di grandezza, persino o almeno nel vizio? L'ultima Telefonovela getta nuova luce su alcuni archetipi di umani e di italiani. Il signor Savoia, per esempio, assurge a emblema del maschio medio e mitomane, anche al netto delle porcherie sulle "belle bambine da sc... urlando" e delle banalità da origliante di frasi fatte: "Sono cacciatore e ogni tanto mi piace sparare". Un re che parla come uno scaricatore di porto e pluricornifica la moglie di nascosto come un borghese piccolo piccolo, eppure nel profondo dell'anima, e anche più in basso, si sente l'imperatore delle galassie microgonnate, un monarca seicentesco che non deve sottostare ad alcuna legge e a cui tutto è dovuto ed è dovuto gratis: gli abiti, la scorta fino alla scaletta dell'aereo, le prostitute bionde per riempire i rari momenti d'ozio fra una partita a golf e un pisolino. "C'ho tre quarti d'ora e volevo andare a puttane", comunica garrulo al suo amico procacciatore. "Dica dica", risponde premuroso il Bonazza, un cognome che è già un indizio, e una missione. Neanche si accorge di fare il verso al "Dica duca" di Totò. Il Savoia che c'ha tre quarti d'ora si sente autorizzato ad accelerare, senza perdersi in sforzi per lui sovrumani, quale di sicuro sarebbe la coniugazione di un verbo: "Andare sempre, come si chiamava quella là?". "Alicia, Alice, Alicia, Alice". Si chiami come vuole, al principe sta a cuore un unico aspetto della vicenda. "Gli do duecento euro e non di più, eh". Una volta ne ha pagati 500 in anticipo, e per andare in bianco, poi: "A schiaffi bisogna prenderla, quella baldracca", fu il suo commento principesco. Per questo il Bonazza lo rassicura: "Duecento euro? No, no, anche niente
Gli faccia un salutino, un bacino e basta. Gli dica che arrangio io, dopo". Perché il Bonazza è uno che arrangia e che si arrangia, portando subito il conto: "Senta, principe, mi permetta
avrei bisogno che lei mi presentasse un generale della Finanza
". E l'altro, che quando non c'è da spendere che la propria onorabilità è più lesto di un furetto: "Chi vuole? Un carabiniere o una fiamma gialla?", domanda con regale noncuranza. come se fossero due uova al tegamino. "Fiamma gialla, fiamma gialla". "Ok, sarà fatto". E' tutto un frou frou di do ut des.
COME LA SMART
Il "prezioso Sottile", così lo adula al telefono la preziosa Paola Saluzzi, appare un modello di maschio precavernicolo più tradizionale ed è calato dentro uno scenario meno sorprendente: sottobosco politico e Rai. Di suo ci aggiunge l'entusiasmo famelico del parvenu di destra tenuto a stecchetto dal luglio 1943: "Caro Lorenzo, domattina chi ci trombiamo?" "Bè, ti portavo Stellina, questa
" "Mi portavi Stellina, gioia
Vuole entrare al centro sperimentale di cinematografia. E' piccola ma carina. Compatta. Come la Smart. Roba fresca". Rapito dalla promessa di simile visione, il prezioso Sottile volteggia sulle ali della poesia: "Ci facciamo fare un bel p
va. E se non ci sta, l'ammazzo di botte". Dopo la prova-qualità, ammetterà che la Smart era carina "dalla cintola in su", come si diceva una volta di certi attaccanti bravi solo nel gioco di testa. Quel che l'accomuna al modello "avanzi Savoia" è una sconfortante pigrizia. La sua è una passione senza passione, senza mai il brivido di un corteggiamento e l'esigenza di uno sforzo che esalti e nobiliti il peccato. Per sentirsi qualcuno, un portavoce come Sottile ha bisogno ogni tanto di farsi portare qualcosa anche lui: le ragazze, direttamente in ufficio. Da vero maschio stanziale, il suo divertimento maggiore non consiste nel fare sesso, ma nel vantarsene. "Maria Monsé? Io non solo ho approfondito, ma so dove va ad approfondire lei
Un bel tipo di porcella. Porcella doc". Il passaggio più tragicamente comico è quello in cui Sottile cerca di piazzare la moglie fra gli autori di un reality, ma l'interlocutore equivoca, pensando stia parlando di una delle solite ragazze. Fra i tanti che si sono indignati nel leggere le sue parole, non uno che ne abbia tratto l'ovvia conseguenza di chiedere la privatizzazione della Rai per sottrarla agli appetiti dei funzionari di partito e lasciarla a quelli dei proprietari, che se non altro sono meno numerosi. Resta poi da capire perchè un uomo tanto fine come Fini si sia scelto per portavoce una voce così, e per moglie una signora che quando vuole far sapere a un amico di essersi molto impegnata in un determinato affare, afferma: "Me so sbattuta er c...". Il minimo che si possa dedurre è che Fini non sia fine come sembra.
MORTE DI FAMA
Comunque si concluda l'incubo delle intercettazioni, Elisabetta Gregoraci ha già realizzato il sogno di ogni cenerentola moderna: si è fidanzata col principe buzzurro della Formula Uno e tutti i giornali la chiamano soubrette. Ma soubrette de che?, commenterebbe il prezioso Sottile con uno dei suoi preziosissimi amici Rai, per esempio il Sangiovanni, vicedirettore delle risorse Rai, e che risorse fossero risulta ormai abbastanza chiaro. Dicono: una volta la ragazza che andava con un potente chiedeva come pegno d'amore un anello, adesso la comparsata in tv. Non è del tutto vero, e comunque non è l'aspetto più interessante del problema. Le donne giovani e carine hanno sempre desiderato entrare nel mondo dello spettacolo e molte di loro erano disposte anche in passato a scendere a compromessi. La novità è che un tempo il sistema pretendeva da queste ragazze (e ragazzi) che sapessero ballare, cantare, presentare. Adesso gli si urla da tutte le trasmissioni che l'unica cosa che conta è abbronzarsi al sole di una telecamera. Non importa avere talento, basta esserci e farsi vedere. Questo drastico abbassamento dei requisiti di selezione ha avuto l'effetto di indurre molte più persone ad accarezzare il sogno: se fino a dieci anni fa una bella ragazza con gambe legnose e timbro vocale da Iervolino si sarebbe accontentata di fare la reginetta nella sagra di paese, adesso pensa legittimamente di poter diventare la Carrà. E lo pensa perché nella tv di oggi nessuno le chiede di cantare come Mina o slanciare la gamba come Heather Parisi. Basta sorridere ed essere "carine". In fondo, la stessa cosa che le chiedono quei maschi che la aspettano al varco per offrirle il lasciapassare verso la celebrità.
Compagno falce e coltello
Michele Serra su L'espresso
Con la nascita, a Roma, del Partito comunista dei lavoratori, fondato da Marco Ferrando per conquistare una ragazza, la sinistra italiana festeggia la sua cinquecentesima scissione. L'evento, solenne, è già stato inserito nel Guinness dei primati tra le voci 'l'uomo che ha mangiato più angurie in un'ora' e 'il pettine più lungo del mondo'. Verrà ricordato dalle Poste italiane con l'emissione di un francobollo da 10 centesimi diviso in due parti da 5 centesimi l'una, che si potranno acquistare solo in tabaccherie diverse. Il francobollo raffigura uno squilibrato intento a mozzarsi un arto con una roncola, tra gli applausi di una piccola folla entusiasta. Il simbolo scelto dal nuovo partito (una falce e una lente d'ingrandimento incrociate in campo rosso) va ad aggiungersi a quelli di decine e decine di partiti comunisti e socialisti che affollano festosamente il panorama politico nazionale di ieri e di oggi. Tra quelli in attività e quelli inattivi, ma regolarmente depositati all'ufficio brevetti, abbiamo scelto i più rappresentativi.
Partito Comunista Comunista Nato per difendere rigorosamente l'ortodossia marx-leninista dalle deviazioni già presenti in Marx e Lenin. I suoi 16 iscritti si salutano levando in alto il pugno chiuso che racchiude una falce e un martello. I continui incidenti sugli autobus, e i conseguenti battibecchi con gli altri passeggeri, hanno convinto la direzione del partito a riformare il saluto, consentendo, in presenza di folla, anche la forma ridotta: pugno chiuso senza falce e martello, però cantando per intero l'inno ufficiale 'Bandiera rossa rossa'. Per fare proselitismo, i militanti citofonano alle sei di mattina della domenica agli inquilini di interi isolati leggendo il carteggio tra Marx e Engels. Si riconoscono dal caratteristico elmo dei pompieri, indossato per neutralizzare il lancio di getti d'acqua e vasi di basilico dalle finestre.
Partito di Unità Scissionista È stato fondato in esilio dai fratelli Ulrico e Manrico Barbarossa, all'insaputa l'uno dell'altro, nel 1933, con il proposito di federare tutti gli scissionisti in un unico cartello. I due fratelli si odiavano al punto di essersi costituiti alla polizia fascista pur di poter denunciare anche l'altro (dalla loro vita sono tratti quasi tutti i film di Citto Maselli). Lo slogan è 'Fate bene i conti: più ci dividiamo, più siamo'. Dissapori tra gli eredi Barbarossa hanno portato, negli anni '60, alla scissione del partito di Unità Scissionista in due partiti, con programma identico ma punteggiatura diversa.
Partito Comunista Barnum Raccoglie i militanti comunisti che si sono distinti, nel mondo, per l'originalità e la spettacolarità delle posizioni politiche. Il segretario è l'olandese Mikko Rujnardt, sostenitore dell'esproprio delle biciclette con il ciclista ancora in sella. Della segreteria politica fanno parte l'economista bengalese Vandana Sik, che propone di affidare il governo mondiale a un direttorio di elefanti, e l'ecologista radicale Sarah Boyte, americana, che progetta di ricucire il buco nell'ozono lanciando in orbita un gigantesco rocchetto di filo.
Nuovo Psiup Nato la settimana scorsa dalle ceneri del vecchio Psiup, si propone di raccogliere gli ex psiuppini desiderosi di riaffermare la tradizione psiuppina. L'inno è 'Mondo psiuppino', la rivista ufficiale 'Essere psiuppini', il programma è in fase di completamento ma gli analisti politici prevedono che sia identico a quello del vecchio Psiup. Il nuovo Psiup gode dell'appoggio dei principali logopedisti italiani, che hanno inserito la parola 'psiup' tra gli esercizi obbligatori per il recupero dei verbo-lesi.
Partito Comunista Vintage Mette a disposizione degli iscritti arredi d'epoca delle vecchie sedi comuniste: ritratti di Scoccimarro, cartine dell'Angola, una fotografia di Scoccimarro in Angola, posacenere ancora pieni di cicche di Gitane, libri degli Editori Riuniti e il paltò beige dimenticato da Pajetta in una tintoria di Castro Pretorio, a Roma.
Partito Proletario del Popolo Comunista e Socialista - Movimento dei Lavoratori Linea Rossa Marx-Leninista Internazionalista per la Liberazione delle Masse Fondato da Ugo Bo. È l'unico iscritto, ma non condivide le proprie tesi.
25 giugno 2006