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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 28 maggio 2006



Che cosa vuole la borghesia italiana?
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

Le elezioni amministrative di oggi e di domani sono un´altra cosa dalle elezioni politiche di un mese e mezzo fa. Non rappresentano una conferma o una rivincita di quel risultato. Così pure il referendum costituzionale del 25 giugno: non è in gioco il governo ma una proposta di riforma da alcuni considerata mirabile e da altri esecrata.
Così sostengono Prodi e i partiti dell´Ulivo.
Berlusconi (ma non lui soltanto, anche Bossi, Fini e Casini) sostengono stentoreamente l´esatto contrario: il voto di oggi (venti milioni di italiani alle urne) e quello referendario del 25 giugno serviranno in primo luogo a stabilire da che parte sta la vera maggioranza, il paese reale. Serviranno ad uscire dall´incertezza su chi deve comandare. Perciò tutti alle urne e se la spallata sarà confermata dai voti, allora tutti in piazza, tutti a Roma per imporre all´imbalsamato Napolitano lo scioglimento delle Camere e il ritorno al potere dell´Uomo della Provvidenza.
Del resto lui, quell´Uomo, non ha forse scritto una lettera personale a tutti i capi di Stato e di governo d´Europa per informarli che le elezioni del 9 aprile le ha vinte lui e che ritornerà al potere entro poche settimane dopo che alcuni controlli burocratici saranno stati adempiuti? Un fatto simile non si era mai verificato. Non era mai accaduto che un candidato sconfitto si rivolgesse alle cancellerie straniere per comunicare che lui è ancora lì, presente e vittorioso.
L´altro ieri Giuliano Ferrara nella sua ultima trasmissione "Otto e mezzo", ha chiesto a Massimo D´Alema con una buona dose di malizia se sarebbe stato permesso al centrodestra di organizzare pacifiche manifestazioni di piazza.
Ovviamente D´Alema ha risposto sì. "Vogliamo metterlo per iscritto?" ha proposto Ferrara mellifluo, "un patto tra gentiluomini, non si sa mai...".
Un patto scritto tra un vicepresidente del Consiglio e un conduttore televisivo de La7? Veramente il comune senso del pudore ha fatto fagotto. Del resto nelle stesse ore Berlusconi (con Fini e Casini che si spellavano le mani con applausi entusiastici) apostrofava il suo pubblico a Milano e subito dopo a Roma adottando la retorica mussoliniana: "Siete pieni di rabbia contro questo governo?". "Sì" urlava la platea. "Siete favorevoli a non trattare su niente con quella gente?". "Sì" rispondeva il coro. "Siete pronti a muovervi senza paura? Siete pronti a venire tutti a Roma al mio primo richiamo?". "Sì, a Roma". "Non ho sentito bene, ripetete ancora". "Sì, a Roma, senza paura".
Nel frattempo alcune camionette gremite di giovanotti in camicia nera, stendardi con fiamma tricolore e fasci littori, percorrevano le vie di Roma cantando inni e minacciando vendette.
Questo è il clima. Forse sarebbe utile rasserenare l´atmosfera, distinguere i diversi appuntamenti elettorali, avviare un riconoscimento reciproco dei diversi ruoli costituzionali e politici, ma per arrivare a questo risultato bisogna essere in due come nei matrimoni.
Berlusconi ha preso un´altra strada. I suoi alleati lo seguono senza alcun distinguo. In questa situazione il rasserenamento è una favola.
Sandro Viola, in un gustoso articolo di qualche giorno fa su queste pagine, prevedeva che i giornalisti italiani, avvezzi da anni alle sciabolate antiberlusconiane dovessero ora morire di noia dopo l´uscita di scena del Cavaliere.
Purtroppo non potremo goderci questa noia riposante perché il nostro uomo è sempre lì, più vociante e aggressivo che mai. Più demagogo ed eversivo di prima. Il finale del Caimano ripreso alla lettera. Altro che annoiarsi, caro Sandro...
* * *
Avevo pregato un mio amico imprenditore di raccontarmi il "matinée" della Confindustria dell´altro giorno nella grande sala dell´Auditorium di via dell´Architettura gremita in ogni ordine di posti. Secondo il suo resoconto (del resto confermato da tutti i giornali) il momento di maggior rilievo è stato il lunghissimo applauso, anzi la "standing ovation" tributata a Gianni Letta. Più lungo e più intenso del battimano a Montezemolo. Più che al nome di Ciampi. Più di quello alla memoria di Biagi e della intoccabile legge ribattezzata con il suo nome.
Il mio amico mi ha proposto alcune e diverse interpretazioni di quell´applauso. 1. Hanno applaudito Letta per la sua candidatura al Quirinale, poi ritirata in corso d´opera. Quasi un applauso polemico nei confronti di Napolitano. 2. Un applauso al "factotum" di Silvio Berlusconi indirizzato dunque a quest´ultimo per interposta persona. 3. Un applauso a Letta mediatore per eccellenza, contro la linea dura e avventurosa che Berlusconi sta portando avanti e che non si sa dove ci porterà.
Tu - gli ho chiesto - quale interpretazione dai? Mi ha risposto "Le prime due, la terza è fuori discussione". E credo che le cose stiano esattamente così. Ma se stanno così la questione merita attenta riflessione perché quei duemilasettecento plaudenti, anzi osannanti, non sono persone qualunque. Sono i delegati delle associazioni territoriali e di categoria degli industriali di tutta Italia; imprenditori piccoli, medi, grandi; del Nord, del Centro, del Sud; gente che sa leggere i bilanci, conosce il mercato nazionale e quello internazionale; gente che viaggia, esporta, importa, conosce i congegni del credito e delle Borse, lavora e dà lavoro, discute con la pubblica amministrazione, paga le tasse, i contributi, assume e licenzia lavoratori.
Insomma rappresenta l´Italia produttiva. Il "business". Il fatturato. Infine la borghesia, quale che sia il significato che si voglia dare a questa parola.
La borghesia produttiva.
Ebbene, questa borghesia sa le seguenti cose:
1. Il governo per il quale Letta è stato il grande e ascoltato consigliere, ricevette dal governo precedente una pubblica finanza con un deficit di 3.1 sul Pil. Leggermente al di sopra dei parametri di Maastricht; nei mesi pre-elettorali del 2001 aveva un po´ allargato i cordoni della spesa. Dopo cinque anni d´un governo munito d´una schiacciante maggioranza parlamentare il deficit nel 2006 è certificato dalle autorità europee a 4.2; la Ragioneria dello Stato lo posiziona a 4.4; il nuovo ministro dell´Economia teme che arriverà ancora più in su (4.8?) quando saranno stimati con esattezza i disavanzi delle Ferrovie, delle Poste e dell´Anas.
2. Nel 2001 l´avanzo primario del bilancio ammontava a 4.5, più di 50 miliardi di euro in cifra assoluta. Dopo cinque anni si colloca mezzo punto sotto allo zero.
3. Il debito pubblico negli ultimi due esercizi è aumentato di oltre 2 punti; si prevede un aumento ulteriore nel 2007.
La conseguenza è che le agenzie di rating minacciano di declassarlo. La Banca centrale europea ci chiede una manovra bis di 7 miliardi entro giugno per rassicurare i mercati e ci fa notare che il debito pubblico espresso in euro riguarda l´intera Eurolandia.
4. La spesa pubblica corrente è aumentata nel quinquennio di circa 3 punti di Pil.
5. Le infrastrutture, cavallo di battaglia del Cavaliere, sono ferme al palo per mancanza di fondi e la loro insufficienza è strettamente inerente alla declinante competitività del sistema imprenditoriale.
* * *
Mi limito a ricordare questi cinque indiscutibili dati di fatto come consuntivo dei cinque anni del trascorso governo, ma dovrei ancora aggiungere le mancate liberalizzazioni dei mercati, il mancato snellimento dei processi civili e penali ed anzi il loro ulteriore appesantimento, il fallimento della politica dell´immigrazione, nonché il completo fallimento della riforma fiscale a pioggia attraverso la riduzione priva di risultati delle aliquote Irpef.
Sulla base di questo consuntivo si vorrebbe capire quali siano le ragioni di nostalgia del passato governo da parte dell´Italia produttiva, borghese, moderata, pragmatica.
Esiste una questione settentrionale? Sì, esiste. È nata dopo il voto di due mesi fa? Non direi proprio, ci vogliono anni se non decenni per far nascere problemi di quella portata. Questa questione è stata affrontata negli ultimi cinque anni? Non sembrerebbe. Però avete nostalgia del Cavaliere.
Poiché manca ogni spiegazione logica, ogni rapporto causale, ogni riscontro economico che possa spiegare quella nostalgia, mentre tutti i dati a consuntivo dovrebbero suscitare un senso di liberazione; allora bisogna cercarla, quella spiegazione, in qualche cosa di irrazionale, in un sentimento, in una ideologia, ma quale?
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Il governo di centrodestra non è stato né liberale né liberista, su questo punto sono tutti d´accordo a cominciare da Tremonti. Ha abbassato la pressione fiscale dello 0.7 per cento in cinque anni. Cioè nulla.
Però non ha regolato il mercato. Ha condonato ogni sorta di elusione o di evasione fiscale e contributiva. Ha vellicato l´antiparlamentarismo e l´antipolitica, ma poi, d´un colpo solo, ha varato una legge elettorale che riportava gli apparati di partito al vertice del sistema. Avete nostalgia di tutto questo?
Oppure vi piace il Berlusconi di oggi (che poi non è diverso da quello di sempre, con la differenza per lui non piccola di non essere più a Palazzo Chigi)? Vi piace il Berlusconi eversivo che mima una sorta di marcia su Roma per riconquistare il Palazzo? Di questo avete voglia? Sembrerebbe impossibile che i rappresentanti della borghesia produttiva, moderata, pragmatica, siano disposti a seguire l´avventurismo d´un demagogo che vuole tornare in sella subito. Rifare subito le elezioni.
Subito. Vuol dire sospendere per almeno altri sei mesi ogni possibilità di governare. Niente politica economica, Camere di nuovo latitanti, congelamento dell´Italia all´interno dell´Unione europea, rating sul debito ai minimi termini.
Sapete bene che gli effetti di quell´avventura sarebbero questi. Ed è questo che volete?
* * *
Post Scriptum. I voti della Val d´Aosta e gli italiani all´estero non entrano nel computo per l´attribuzione del premio di maggioranza, ma fanno parte dei voti di schieramento politico. Ne consegue che la maggioranza di centrosinistra non è di 24 mila voti come finora si è detto ma di 130 mila.
Non saranno moltissimi ma nemmeno tanto pochi.



Referendum l'insidia del "ni"
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera

La battaglia referendaria sulla nuova costituzione sarà dura. Berlusconi ha già annunciato, distorcendo il problema, che sarà la sua rivincita contro Prodi. E le artiglierie minori già sparano. L'altro giorno ho contraddetto il "sì" alla nuova Carta caldeggiata da due ex radicali passati a destra, Calderisi e Taradash, che mi hanno subito risposto ripetendo il già detto; il che rendeva superfluo che mi ripetessi anche io. Ora arriva l'Appello di Barbera e dei suoi allievi per un "no costruttivo", il che comporta che la sinistra non "dovrà portare avanti una campagna demonizzante" ma invece dichiararsi aperta al dialogo il giorno dopo il referendum. Ora, in questo dibattito Barbera è importante non solo perché è un costituzionalista di tutto rispetto, ma anche perché è di area diessina, e quindi di impagabile utilità per la propaganda berlusconiana.
Barbera sa benissimo che un referendum è una scelta binaria: o sì oppure no. Dovrebbe anche sapere che chi vota non è un immobilista: è semplicemente una persona che vuole bloccare il "male maggiore". Per di più sa che quasi tutti i costituzionalisti propongono da gran tempo riforme della nostra Carta, e dunque che non è vero che il "no" comporterebbe un "semplice ritorno all'indietro". È vero, invece, che raccontare all'elettorato che il "no" sottointende per l'indomani un "sì" negoziale equivale a un "ni", a un "no debole" o anche a un "mezzo sì" che inevitabilmente disorienta l'elettorato. E scommetterei che sotto referendum vedremo molto Barbera e molto Ceccanti (la sua lancia spezzata) su Mediaset.
Venendo al dibattito, il punto toccato da tutti è che il bicameralismo paritario "è una stranezza italiana che non ha eguali in nessuna parte del mondo" (Vassallo), che è "un mostro tutto e solo italiano" (Calderisi e Taradash).
Il che è abbastanza vero. Però mi fa specie che questo sia il solo "mostro" per chi ne propone (ivi incluso specialmente il prof. Ceccanti) di ben più mostruosi: 1) l'elezione popolare diretta del premier, 2) il potere del suddetto premier di sciogliere le Camere "sotto sua esclusiva responsabilità", e cioè a suo arbitrio, 3) la normativa anti-ribaltone, 4) il ritorno pressoché automatico alle urne se le elezioni non producono la maggioranza voluta.
Qui abbiamo quattro mostri che sono davvero tali non solo perché non esistono in nessuna parte del mondo, ma ancor più perché distruggono il sistema parlamentare per sostituirlo con Quasimodo (il mostro di Notre Dame del romanzo di Victor Hugo). Ciò precisato, nel 1994 scrivevo in un mio libro che "un bicameralismo che deve presupporre, per funzionare, maggioranze omogenee fornisce un esempio macroscopico di costituzionalismo mal concepito". Dopodiché illustravo vari possibili rimedi. Al momento mi preme soltanto di ribadire che non dobbiamo certo digerire la devolution bossiana per addivenire a un bicameralismo differenziato.
Un secondo punto — che non c'entra niente con il referendum — è di come procedere dopo se vincerà il "no". Barbera e i suoi propongono una "convenzione" composta per un terzo di parlamentari, per un terzo da rappresentanti delle regioni e per un terzo da esperti designati dalle organizzazioni sociali. Davvero un assemblaggio costituente che mi ispira incondizionata sfiducia. Stefano Rodotà segnala su Repubblica un "grave appannamento della cultura costituzionale". Ma forse è oscuramento. Tra i circa 150 sottoscrittori dell'Appello barberiano ho riconosciuto i nomi di soltanto 5-6 costituzionalisti. Gliene mancano, per essere costituzionalmente credibile, almeno cento.


Campagna elettorale permanente
Ilvo Diamanti su
la Repubblica

Si torna a votare. Per eleggere i sindaci di molte importanti città, fra cui: Roma, Milano, Torino, Napoli. E ancora: il governatore della Regione Sicilia. Oltre ai presidenti di otto province. Nel complesso: venti milioni di italiani chiamati alle urne. La campagna delle elezioni politiche, che si sono svolte lo scorso 9 aprile, non si è mai chiusa. Come, d´altronde, l´esito di quelle elezioni. Che non è accettato dai leader della coalizione sconfitta, la Cdl. Anzitutto dal "leader dei leader". Silvio Berlusconi.
Che, in questo modo, si propone ancora come leader non solo di FI e della Cdl: ma del governo. E del Paese. Perché rifiutare il verdetto delle elezioni politiche, considerarlo fasullo, frutto di brogli e di inganno; in contrasto con la "volontà popolare": significa rifiutare la legittimità di ciò che è avvenuto "dopo". Il governo guidato da Prodi. Finanche le maggiori cariche dello Stato. Presidente della Repubblica incluso. Tutti abusivi. Inquilini morosi del Palazzo. Per cui Berlusconi agisce come il Presidente legittimo, deposto da un golpe. E continua, per questo, a intrattenere rapporti con i governi stranieri. Da Presidente. Diffida il governo abusivo dal mettere mano alle leggi approvate dal "suo" governo. Minaccia, in caso contrario, di mobilitare il "suo" popolo, la maggioranza del Paese. Di scendere in piazza, per assediare il Palazzo, oggi occupato da un manipolo di squatter, capeggiato da Prodi. Usiamo un linguaggio colorito, da "piazza". Appunto. Che però riflette piuttosto fedelmente quello adottato, in questa fase, dal leader del centrodestra e dai suoi assistenti. Nella forma e nei contenuti. Un linguaggio, dunque, da "campagna elettorale permanente". Come se il voto del 9 aprile non ci fosse stato. Oppure, in realtà, fosse solo il primo - contestato - turno di una contesa elettorale lunga. Destinata a chiudersi, provvisoriamente, solo il prossimo 25 giugno, con il referendum confermativo sulle riforme istituzionali. Per cui il voto di oggi diventa, nelle parole di Berlusconi, l´occasione per dare "un primo avviso di sfratto alla sinistra". All´inquilino abusivo di Palazzo Chigi. Cui far seguire l´atto definitivo, fra un mese. Una "campagna elettorale permanente". È lo stesso leader della Cdl ad aver usato questa formula, nelle scorse settimane. Più volte. Evocando una formula nota, negli Usa. (Coniata da Sidney Blumenthal, poi divenuto consigliere di Clinton, nel 1980). Che sottolinea la tendenza degli attori politici, soprattutto di chi governa, a orientare il clima d´opinione "giorno per giorno", attraverso il ricorso continuo agli strumenti del marketing e della comunicazione. In Italia, invece, è il leader dell´opposizione, Silvio Berlusconi, a invocare la "campagna elettorale permanente". Forse perché si sente ancora lui, il Presidente. Ma, soprattutto, per due ragioni.
1. Alimenta il clima di instabilità politica, in cui opera il governo di centrosinistra. E rafforza i "risultati" ottenuti nel corso degli ultimi mesi di campagna elettorale. In particolare: la frattura fra i cosiddetti "ceti produttivi" e il centrosinistra. Aperta dall´irruzione di Berlusconi nel convegno degli industriali a Vicenza, lo scorso marzo. Confermata, nei giorni scorsi, all´Assemblea di Confindustria. Dove si è percepito che il cuore degli imprenditori (come ha scritto Alberto Statera su questo giornale) "batte ancora a destra". Ma, soprattutto, che in questa fase il "potere è liquido" (come ha suggerito Dario Di Vico, sul Corriere della Sera, parafrasando Baumann). Perché non ci sono - o almeno non si vedono ancora - "autorità politiche" che appaiano in grado di "comandare" davvero. E a lungo. L´immagine di un "potere liquido", e quindi instabile, fluido, non è solo effetto della "campagna permanente" di Berlusconi. Ne è altresì la condizione, il moltiplicatore. Perché se il governo è incerto, come la sua durata, allora non c´è bisogno di prepararsi a una opposizione di lungo periodo. Di negoziare e contrastare, garantendo riconoscimento e legittimità al governo. Meglio usare l´ariete, cercare comunque e dovunque la "spallata" decisiva, per spazzare via Prodi e la sua compagine, affollata e ciarliera. In fretta.
2. La seconda ragione, non meno importante della precedente, è tutta interna al centrodestra. Che, da quando è partita la campagna elettorale in vista delle elezioni politiche, nello scorso autunno, più che una coalizione, appare un "partito unico". Il Partito del Popolo (Pdp), annunciato da Berlusconi, il cui processo fondativo dovrebbe avvenire nel prossimo autunno. C´è già. Da mesi, ormai, il Cavaliere agisce, parla, interviene, comunica, decide: da solo. Per tutti. Coloro che appena un anno fa ne discutevano la leadership, Follini e Tabacci, sono considerati e trattati, nella loro stessa coalizione, nel loro stesso partito, alla stregua di estremisti, infiltrati e traditori (come va ripetendo, da tempo, Carlo Giovanardi). Mentre i leader dei partiti alleati, Casini e Fini, hanno assunto, progressivamente, l´immagine di sottufficiali. Al più di "capicorrente". Mentre la Lega, da tempo, appare affine e coerente, per stile e contenuti, alla leadership di Berlusconi.
Il Partito Unico di centrodestra, il Pdp: c´è già, nei fatti. Senza bisogno di lunghe ed estenuanti discussioni. E di passaggi complessi e bizantini, come avviene a centrosinistra. Dove da dieci anni si dibatte di Ulivo, Partito Democratico e si sperimentano aggregazioni seguendo una geometria variabile, di elezione in elezione. Nel centrodestra non ce n´è bisogno. Il soggetto politico unitario è nei fatti. Da mesi. Unificato dalla figura del leader. Costruito attraverso riti di identificazione, come è avvenuto a Vicenza. E attraverso una campagna elettorale "permanente": fatta di proclami, comizi, invettive. Legittimata da una presenza "permanente" in video. Nei tigì, nei talk show, a Porta a Porta. Da solo. Senza gli inutili e illiberali vincoli imposti dalla par condicio. Tanto che, se si guarda la televisione, in queste settimane, non sembra essere cambiato nulla rispetto a prima del 9 aprile. Le sfide elettorali delle città appaiono piccoli confronti locali, piccoli conflitti di teatro, sullo sfondo della vera, unica, grande sfida. Che oppone Berlusconi e il suo PP (Partito del Popolo, ma anche Partito Personale) alla Sinistra.
D´altra parte, è difficile per tutti, avversari e alleati, oggi, contrastare questo percorso. Mettersi di traverso. Invitare ad abbassare i toni. Al confronto misurato e riflessivo. Come sembra difficile disinnescare questa strategia, mettendone in luce i pericoli, i limiti e i rischi. Perché il suo principale artefice e interprete, Berlusconi, ne ha dimostrato l´efficacia. Perché, contro ogni previsione, sondaggio, profezia: ha colmato un distacco incolmabile. Ha trascinato la Destra a ridosso della Sinistra. In pochi mesi. (Anche se, alla fine, ha perso; anche se FI è calata del 5%. Ma la sua strategia è riuscita, fra l´altro, a occultare questi aspetti). Berlusconi. Ha trasformato la "campagna permanente" in un campo di battaglia. Tacitando tutti. Amici e nemici. Politici, commentatori, opinionisti e analisti. Per cui non c´è speranza. Per un altro mese, almeno. Le elezioni, la campagna elettorale. Continueranno ad apparire la prosecuzione della guerra con altri mezzi (ma con un linguaggio molto simile). La strategia del ritiro, chiamarsi fuori, in questo caso, non sembra possibile. Al centrosinistra resta una sola strada. Vincere. Queste elezioni e, soprattutto, il prossimo referendum. Che investono direttamente il governo, le istituzioni e il sistema partitico nazionale. La Politica, per ora, può attendere.


L'illusione della spallata
Angelo Panebianco sul
Corriere della Sera

Con il voto amministrativo di oggi si conclude un altro round dello scontro fra maggioranza e opposizione (il primo ha riguardato l'attribuzione delle alte cariche istituzionali) in questo turbolento dopo-elezioni. Da domani, comunque vada il voto amministrativo, si aprirà la campagna per il referendum istituzionale e sappiamo già che sarà durissima: maggioranza e opposizione si confronteranno con la stessa virulenza con cui hanno condotto la campagna elettorale. Centrosinistra e centrodestra giocano al gatto e al topo, anche se solo il tempo potrà dirci chi è il gatto e chi il topo. Silvio Berlusconi continua a non riconoscere la legittimità del governo in carica e a mantenere altissimo il livello dello scontro con la maggioranza: con il fine immediato di tenere compatta dietro di sé l'opposizione e con la speranza di dare, in tempi brevi, una spallata risolutiva a un governo che ritiene fragilissimo.
La maggioranza, a sua volta, spera di banchettare, entro qualche mese, con le spoglie dell'opposizione, spera che a lungo andare il centrodestra si disgreghi, magari portandole anche in dono quel pacchetto di senatori in fuga dall'opposizione di cui il governo ha vitale necessità per governare o, quanto meno, per durare. Anche se, come ha mostrato la campagna elettorale, non bisogna mai sottovalutare le capacità di Berlusconi, è però lecito chiedersi se la strategia da lui scelta possa essere davvero così pagante come egli pensa. Mi sembra che il punto debole di questa strategia stia precisamente nell'illusione della "spallata". In Italia anche i governi più fragili non cadono mai solo qualche mese dopo le elezioni. Per giunta, se il governo Prodi dovesse cadere, diciamo entro un anno, non è affatto certo che non si formerebbe un altro governo di centrosinistra. È insomma molto difficile che si torni a votare prima di due o tre anni. Nemmeno se il centrodestra vincesse il duello nel referendum istituzionale questo basterebbe a dare a Berlusconi le nuove elezioni che egli cerca.
Ma se così stanno le cose, e io credo che stiano proprio così, Berlusconi dovrà per forza, a breve termine, fare scelte diverse da quelle fin qui fatte. Dovrà ricominciare a fare "politica". Dovrà trovare un punto di equilibrio che gli consenta, da un lato, di mantenere il più possibile unita la sua coalizione a fronte delle spinte centrifughe e, dall'altro, di inserirsi a pieno titolo, con la forza rilevante che tuttora possiede, nel gioco parlamentare. Giocando la partita dell'opposizione responsabile, quella che non fa sconti al governo ma che agisce anche per migliorare (dal proprio punto di vista, si capisce) in aula i provvedimenti della maggioranza, che difende nel concreto gli interessi di quella metà di Italia che il centrodestra rappresenta.
Il che può essere fatto solo se prima c'è quel riconoscimento di "legittimità" del governo fino a oggi rifiutato. Alcuni, nel centrodestra, sembrano pensare che questo sarebbe solo un "regalo" a Romano Prodi. Ma, in realtà, il vero regalo per Prodi è un Berlusconi che continui, senza sbocchi plausibili, a giocare allo scontro frontale. Si potrebbe dire che proprio di questo ha bisogno Prodi per tenere unita una coalizione che più variopinta ed eterogenea (come ogni giorno testimoniano le dichiarazioni in libertà dei vari membri del governo) non potrebbe essere. Talché, ci si potrebbe chiedere: quando smetterà Berlusconi di essere il migliore alleato di Prodi?


Il lavoro test chiave per il Governo
Carlo Bastasin su
La Stampa

La politica del lavoro è stata fin dalla campagna elettorale, con la proposta di riduzione del cuneo fiscale e contributivo, il primo campo di intervento economico del governo Prodi. Le decisioni in materia di lavoro saranno in effetti un test chiave per verificare se la tenuta politica del governo, centrata sugli obiettivi della solidarietà sociale, è coerente con la crescita dell'economia. L'impronta sindacale di buona parte della coalizione potrebbe infatti essere contraria a introdurre più "mercato" nel mondo del lavoro, di fronte alla pressione competitiva che grava sull'Italia. Ricostruiremo - ha detto per esempio ieri il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, a un seminario della Fondazione Rodolfo Debenedetti - il clima di consenso e concertazione. Un tale clima è un obiettivo politico comprensibile, ma è anche un obiettivo economico? Servirà ad avere più crescita, o meno?
La proposta di dividere a metà tra imprese e lavoratori i benefici del taglio del cuneo fiscale va nella direzione dell'obiettivo politico del consenso. Venti anni fa la questione sarebbe stata risolta proprio così, mettendo in "concerto" capitale e lavoro. Ma oggi che la mobilità globale di entrambi i fattori produttivi ha reso velleitario isolare socialmente le economie nazionali, la convenienza (politica) del consenso - tipica del modello sociale europeo - è più ambigua da un punto di vista economico, dove la priorità si sposta sulla produttività dell'economia. Il seminario della Fondazione Debenedetti, diretto da Tito Boeri, ha messo a confronto gli europei "pigri" e poco lavoratori e gli Americani "pazzi" perché poco interessati al tempo libero, ma ha evidenziato in particolare tutta la divergenza dell'Italia. Pochi italiani lavorano, (55% contro il 65% dei tedeschi e il 73% degli inglesi) e in particolare poche donne. La popolazione femminile lavoratrice è però sfruttata da quella maschile con un pesantissimo impegno "privato", casalingo o di assistenza familiare, che non ha paragoni in altri Paesi sviluppati. Queste anomalie di basso e cattivo impiego delle risorse dovrebbero essere la preoccupazione primaria del governo, ancor prima di scegliere tra soluzioni di consenso o di mercato, o tra stabilità e flessibilità del lavoro.
La scelta sugli strumenti politici è d'altronde oggetto di analisi teorica. Come è noto, la disputa sui modelli del lavoro in America e in Europa è tra chi ritiene, come Olivier Blanchard (Mit), che gli europei lavorino poco perché accettano di guadagnare meno pur di disporre di più tempo libero e chi invece, come Alberto Alesina (Harvard), ritiene che non si tratti di una scelta dovuta ai gusti individuali, bensì alle "istituzioni": gli europei lavorano meno perché le tasse sul lavoro e sul reddito sono alte, le regolamentazioni del mercato del lavoro sono rigide e i sindacati li spingono a lavorare poco. I dati sui lavoratori autonomi dimostrano che gli europei "non dipendenti" lavorano più di quelli americani e che quindi non sono pigri per scelta. L'ignavia degli europei non risulta nemmeno se si tiene conto degli impegni di cui essi si fanno carico oltre il tradizionale luogo di lavoro. Ma evidentemente la presenza di forti istituzioni collettive, politiche, sindacali e sociali, finisce per condizionare le stesse scelte degli individui, tanto da rendere confuso il fatto che gli europei preferiscano davvero lavorare meno, o che invece siano costretti a farlo, o addirittura vogliano esservi costretti… Come si capisce le implicazioni politiche sono rilevanti. Se la minore crescita dell'economia europea rispetto a quella americana è dovuta in buona parte alla pigrizia artificiale in cui le istituzioni pubbliche costringono gli europei - più o meno volentieri -, allora bisogna chiedersi se il consenso su cui si basa il controllo delle istituzioni, del governo e del sindacato, sia "sostenibile" a lungo andare o se non diventi ragione di dissenso per esempio attraverso la discriminazione, come sostiene Guido Tabelloni (Bocconi), di chi ha già un lavoro rispetto a chi non ce l'ha, di chi ha rendite e di chi non ne ha. Secondo Steve Nickell (Lse) . La soluzione politica è dunque aperta, ma è difficile immaginare che l'obiettivo del consenso possa, tutt'al più, essere uno strumento, piuttosto che la finalità a cui rischierebbe di elevarlo una retorica un po' antica.


Tutti quelli che stanno al gioco
Giorgio Bocca su
L'espresso

Ragioniamoci su questo scandalo degli scandali del calcio, non per giustificare, ma per capire. Il circolo maledetto del vincere con tutti i mezzi per fare soldi e per continuare a vincere sarà uno scandalo, ma è la norma che vige a tutti i livelli dirigenziali e sportivi a cominciare dai presidenti. Le cui biografie parlano chiaro: sono loro i primi ad 'aggiustare la fortuna' come diceva il baro Casanova.
Questi presidenti notoriamente uniscono l'utile al dilettevole, spesso sono dei tifosi a cui piace occuparsi del pallone e dei giocatori, ma avendone anche il giusto tornaconto. Alcuni sono degli immobiliaristi che grazie al calcio fanno amicizia con gli Andreotti di turno, il che non guasta per avere permessi e concessioni. Oppure, come Berlusconi, sanno che entrare nel calcio è come entrare in politica: ci si diverte, ci si logora, ma si fanno anche buoni affari.
Chi vuole sapere come gran parte di questi signori hanno fatto i soldi è meglio che poi non lo scriva se vuole evitare querele e persecuzioni, ma come le cose sono andate, dall'ago al miliardo, bene o male si sa e allora si capisce bene come la famigerata triade Moggi-Giraudo-Bettega nella sua scalata al potere nel calcio si considerasse più che normale.
Non cadiamo dalle nuvole! Nella galleria dei presidenti calcistici ci sono mafiosi notori finiti in carcere, palazzinari d'assalto, corruttori del tipo che si rivolgeva al vice di Andreotti gridandogli per strada: "A Fra', che te serve?".
Nel pubblico delle tribune d'onore accanto a industriali, a deputati e belle donne non è difficile riconoscere lenoni e truffatori vari che appartengono alla corte. I tifosi juventini accorsi a Bari per festeggiare lo scudetto mostravano un cartello in difesa della triade: 'Il fine giustifica i mezzi'. Una versione del machiavellismo che non va lodata, ma che contiene questa verità: nello sport, come del resto nella politica e negli affari, ungere le ruote, corrompere per vincere, è moneta corrente che tutti usano sapendola infallibile.
Non c'è sport olimpico o meno, capitalista o comunista, in cui non si pratichi la frode sportiva. Era notorio che i Paesi comunisti la praticavano indecentemente, spacciando finte donne, senza seno e con abbondante pelo capaci di lanciare il peso a 20 metri, per fragili pulzelle. In Cina avevano creato delle maratonete in grado di correre velocissime per cento chilometri. E la nostra Nazionale di calcio vincitrice in Spagna del campionato del mondo fece uso di sostanze energetiche più o meno legali e quella di Vittorio Pozzo aveva eliminato il Brasile con l'aiuto dell'arbitro su mandato segreto del cavalier Mussolini.
I giornalisti hanno sempre approvato e coperto; e quelli che non lo hanno fatto, come Oliviero Beha, sono stati rinnegati e puniti. Tutti della partita: i giocatori come i presidenti, come gli allenatori e come i tifosi che prima accettano e tacciono e poi chiedono la condanna a morte, o poco meno, per gli inquisiti.
I giocatori, gli allenatori non sanno che cosa fanno, come guadagnano, come si impongono quelli della triade? Ma non scherziamo: nel gioco del calcio c'è un luogo deputato, una istituzione, un sancta sanctorum da tutti venerato che è lo spogliatoio, locale di unguenti da massaggio e da fumi di doccia, dove giocatori e accompagnatori non fanno altro che scambiarsi le confidenze su come vanno realmente le cose in campo e fuori. E vanno così da sempre, dalle olimpiadi antiche alle moderne, nelle corse dei cavalli di Bisanzio come del Circo Massimo.
Ragioniamoci su non per giustificare o per tacere, ma per non essere ridicoli, per non strapparsi i capelli e piangere di fronte a fatti che tutti sanno. L'arroganza e il cinismo che circolavano nel calcio erano insopportabili, ma il pianto greco e ipocrita di oggi non lo è di meno.


Spiamo, con regola
Lucia Annunziata su
La Stampa

E' un dilemma di vecchia data ma non per questo risolto. Le intercettazioni ancora una volta rivelano i mali nascosti della nostra società. Ma quando, come in questi giorni, diventano un diluvio, una diffusione a ciclo continuo di stralci senza contesto, sono ancora efficaci? Strumento di trasparenza per eccellenza, a che punto divengono il perfetto contrario, cioè uno strumento di confusione e manipolazione?
Eccetto per un breve accenno del ministro della Giustizia, la politica per ora sembra non aver ancora focalizzato la sua attenzione su questa domanda. Ne sta lontano intanto perché nella nuova ondata di scandali i politici inclusi (almeno per ora) sono ben pochi. Ma anche perché è una domanda estremamente divisiva per un governo come quello attuale le cui radici culturali sono nella "rivoluzione" di Mani pulite. Tuttavia, la questione è sul tavolo, ed è abbastanza difficile da aggirare.
Val la pena, intanto, definire esattamente davanti a cosa ci troviamo. L'uso sempre più ampio e capillare delle intercettazioni è una conseguenza quasi obbligata della nuova società tecnologica: dal modo di spendere (carte di credito) al modo di comunicare (Internet/telefonia) al modo di fare la guerra, l'attività umana si è organizzata differentemente negli ultimi venti anni, e il suo controllo passa ora dunque per queste nuove autostrade. Per certi versi le intercettazioni sono il semplice adeguamento elettronico degli antichi pedinamenti dei sospetti da parte della polizia.
La necessità e l'efficacia di questo strumento sono visibili intorno a noi in tutto il mondo: basta allargare lo sguardo fuori dall'Italia per vedere che l'intera guerra alla criminalità e al terrorismo è affidata proprio al controllo elettronico massiccio, esteso, e non dichiarato. Un controllo che è una efficace (e forse unica) alternativa all'uso delle armi.
L'opinione pubblica occidentale rimane tuttavia divisa e dubbiosa su queste misure. Negli Stati Uniti, di recente, è stata denunciata una vasta rete di controllo del governo sui telefoni di migliaia di cittadini americani. Scoperta che ha provocato scandalo e proteste. Come del resto è successo in tutti i Paesi quando si è saputo del progetto Echelon. Contro le intercettazioni si sono schierate soprattutto le aree democratiche delle opinioni pubbliche, in nome del pericolo di un subdolo insinuarsi del potere dentro la sfera dei diritti fondamentali dell'individuo.
In Italia invece c'è stato un totale rovesciamento delle parti. Essendo state strumento di denuncia di scandali che altrimenti non sarebbero mai venuti a galla (e quello del calcio ne è la puntuale conferma), le intercettazioni sono state sempre difese dalla sinistra, e attaccate dalla destra. Con la paradossale conclusione che la sinistra ha lasciato alla destra una sua tradizionale e fondamentale battaglia: quella del "garantismo", cioè della difesa dei cittadini da uno strapotere dello Stato. L'eccezione italiana spiega sicuramente la differenza: la natura particolarmente opaca e serrata del potere italiano ha reso probabilmente necessario l'uso dell'ascia. Ma ora? Ora che la politica si trova di fronte a scandali non strettamente politici, ora che al governo ci sono forze che sostengono che la moralità pubblica è il fondamento del loro operato, non si sono forse create le condizioni per poter riflettere, oltre che sulla bontà, anche sui limiti dell'uso delle intercettazioni?
Questi giorni dimostrano che, dall'eccezionalità i controlli sono passati a essere così massicci da divenire quasi massa amorfa. Le trascrizioni sono così tante da essere troppe, il materiale è un grande groviglio, i dettagli sono sullo stesso piano di colpe gravi, e il pettegolezzo spesso diventa dominante: rappresentano infatti il vero reality in corso, come è stato acutamente scritto.
Le intercettazioni sono rese note senza contesto: dove sono state fatte, in che sequela, qual era il resto della conversazione? E, che è quel che più conta, arrivano a noi sulla stampa ancora prima che siano rese note agli stessi intervistati.
Serve tutto questo materiale al pubblico, prima ancora di essere letto e organizzato nella logica e con la forza di un processo? Non è un po' come mandare nelle edicole gli articoli iniziati, non editati, invece che il giornale finito?
E' importantissimo che noi cittadini sappiamo il massimo possibile di tutto e tutti. Ma, proprio ai fini della conoscenza, sarebbe meglio che il materiale ci venisse dato dopo: dopo che un giudice lo ha valutato, selezionato, spiegato in una accusa, e formalizzato in un'aula di tribunale. Solo allora infatti i vari pezzi di una indagine divengono incontrovertibilmente storia pubblica.


Spiate telefoniche illegali
Editoriale su
Il Foglio

Abusi per le banche e il calcio
Milano. Il senatore dell'Ulivo, Antonio Polito, sta lavorando a una proposta di legge bipartisan per l'istituzione di una Commissione di inchiesta parlamentare sulle violazioni di legge e delle libertà personali causate dall'abuso giuridico e dalla pubblicazione illegale delle intercettazioni telefoniche. Polito sta già cercando consensi tra i colleghi, con l'obiettivo di raggiungere quel decimo dei membri di Palazzo Madama che gli permetterebbe di portare la richiesta direttamente alla discussione in aula.
Il punto di partenza dell'iniziativa, ha spiegato Polito al Foglio, è lo stato di totale e completa illegalità di tutta la vicenda, sia nella sua prima ondata sulle banche, sia adesso che è finito sotto accusa il calcio: “Tutto quello che abbiamo letto non è pubblico, quindi non poteva essere divulgato, se non in modo arbitrario”. Ci stiamo abituando a questa pratica barbara, ha detto Polito, anche perché è divertente guardare dal buco della serratura, però “stiamo lasciando degradare il concetto di prova fino a comprendervi le cose dette, quando invece dovrebbero contare le cose che si fanno, non quelle che si dichiarano”.
Polito considera l'intrusione tecnologica nella vita privata come “il rischio più grave che corre l'Italia dai tempi delle leggi speciali del fascismo”, ma non teme di essere accusato di voler insabbiare lo scandalo sul calcio: “Io ho piacere che la magistratura scopra le eventuali manipolazioni del sistema bancario e del calcio, ma il modo in cui ottiene le informazioni non è secondario, soprattutto se fa leva sulla gogna pubblica. Se devo scegliere, preferisco privilegiare lo stato di diritto”. Anche perché, aggiunge Polito, spesso le intercettazioni non vengono disposte per trovare conferma a gravi indizi di reato, ma per cercarli, questi indizi di reato. L'inchiesta di Torino, per esempio, era nata sul doping, ma con i telefoni sotto controllo si è trasformata in indagine sui bilanci delle squadre e poi sugli arbitri. Così come quelle di Napoli e di Roma, cominciate sulla squadra partenopea e sulla Gea, sono diventate il cuore di calciopoli. “In termini di fair play, c'è la stessa differenza tra pescare con l'amo e quella a strascico, nel primo caso si cerca di far abboccare il singolo pesce, nel secondo si getta una rete di 300 metri e quello che si prende si prende”.
Tre questioni pericolose
I punti più pericolosi di questi abusi e di questa illegalità sono tre, dice Polito. Il primo è quello dello strumento investigativo in mano ai pm. Il secondo è quello del linciaggio pubblico. Il terzo è quello del fenomeno delle intercettazioni private. La commissione d'inchiesta parlamentare nascitura dovrebbe valutarli tutti e tre, a partire dai casi concreti delle inchieste su bancopoli e calciopoli, poi chiudere i lavori entro un anno e mezzo con i suggerimenti e le soluzioni necessarie.
Già oggi, spiega Polito codice alla mano, la legge prescrive l'eccezionalità del ricorso alle intercettazioni telefoniche: “Innanzitutto possono essere disposte solo per reati che prevedono pene superiori ai cinque anni di reclusione, ed è questo il motivo per cui si contesta l'associazione a delinquere… ma non solo… l'articolo 267 del codice penale dice che l'autorizzazione è data quando vi sono gravi indizi di reato e l'intercettazione è assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagini”. Registrare le telefonate dovrebbe essere una rarità, eppure accade il contrario. Tra l'altro, aggiunge Polito, l'autorizzazione del gip dura 15 giorni, ma dopo due settimane anziché riesaminare il caso e rivalutare se sussistano i requisiti previsti dalle legge, il giudice proroga in automatico con motivazioni e decreti fotocopia dei precedenti: “Le intercettazioni durano all'infinito, per anni si mettono sotto controllo le persone, al grido di 'intercettate, intercettate, qualcosa resterà…', poi capita anche che non resti nulla di penalmente rilevante, magari solo scorie negative per le famiglie, per le relazioni umane e sociali”. La soluzione, secondo Polito, potrebbe essere quella di rendere più autonomo il gip, oppure di affidare l'autorizzazione a intercettare a un collegio di giudici, “certamente vietando i decreti fotocopia”.
Il linciaggio pubblico comporta che il processo e la sentenza sono, di fatto, anticipati sui giornali, prima ancora che sia stata formulata l'accusa o sia stata data la possibilità di difesa a persone che spesso non sono nemmeno indagate. Polito non suggerisce di limitare la libertà di stampa, ma di sanzionare chi guadagna dalla pubblicazione delle telefonate, a cominciare dagli editori che vendono più giornali. Infine, c'è il grande tema su chi possa effettuare le intercettazioni, quindi su come evitare che prosperi un business e un commercio illecito di telefonate intercettate a scopi privati.


   28 maggio 2006