
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 21 maggio 2006
Operazione fiducia tre mesi di tempo
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Scriverò' oggi alcune mie riflessioni sul nuovo governo italiano. Se ne è già parlato molto e ne sono stati messi in luce pregi e difetti, ma qualcosa resta ancora da dire.
Prima però voglio ricordare ai lettori una battuta del grande Petrolini che ho già citato tempo addietro e che torna oggi d'attualità dopo la sconcia gazzarra che tutto il centrodestra ha mandato in scena in occasione del voto di fiducia dato dai sette senatori a vita in favore di Prodi.
Dunque Petrolini. Alla fine d'un suo spettacolo il pubblico del teatro gli tributò un applauso pressoché unanime; non s'era ancora spento che dal loggione partì un fischio, uno solo ma fortissimo, lungo, soverchiante. Petrolini fece qualche passo avanti fino al proscenio. Il fischiatore si era alzato in piedi, la sala si era fatta silenziosa e aspettava. Passarono molti secondi. Alla fine il grande comico disse: "Io nun ce l'ho cò te ma cò quelli che stanno vicino, che nun t'hanno ancora buttato de sotto".
Ecco. Questo sketch mi è tornato in mente l'altro giorno quando i banchi del centrodestra hanno fischiato e insultato i sette senatori a vita che, chiamati a votare la fiducia, hanno risposto "sì" uno dopo l'altro. Guidati da Berlusconi fuori dall'aula e dal leghista Castelli in aula, l'ex ministro della Giustizia, quello del diniego della grazia a Sofri e di tante altre vassallate commesse per cinque anni di fila.
Io, come Petrolini, non ce l'ho con Berlusconi e con Castelli, loro sono fatti così, sono scherzi di natura. Ce l'ho con Fini, Casini e Buttiglione che si atteggiano a uomini di Stato di "diverso parere" rispetto al capo di Forza Italia. Quei tre si sono uniti ai fischiatori di Palazzo Madama lanciando ingiurie contro Ciampi, che appena pochi giorni prima volevano rieleggere al Quirinale, Andreotti che era stato il loro candidato alla presidenza del Senato, Pininfarina, Emilio Colombo, Rita Levi Montalcini, Cossiga, Scalfaro.
Indecoroso comportamento quello dei due statisti (?) Fini e Casini e dello statista-filosofo Rocco Buttiglione.
Spero che la nuova maggioranza ritiri l'offerta di offrirgli la presidenza di importanti commissioni parlamentari. Spero che quando accadrà che uno di loro prenda la parola in Parlamento i banchi della maggioranza si svuotino. In casi come questo non è questione di buonismo e di galateo parlamentare ma semplicemente di educazione e rispetto. Chi si mette sotto i piedi l'educazione va ripagato con la stessa moneta almeno fino a quando non faccia le sue pubbliche scuse.
Il nuovo governo è forte e durerà. E' coeso. E' una squadra. Così ha detto Prodi. Ma è pletorico, hanno detto molti suoi critici, anche di centrosinistra. Troppi ministri, troppi viceministri, troppissimi sottosegretari.
Secondo il mio parere ha ragione Prodi e hanno ragione anche i suoi critici. Non so se sarà coeso, ma certamente è forte e durerà proprio perché è pletorico. Ne fanno parte tutti i capi partito. Con l'eccezione di Diliberto hanno fatto tutti ressa alle porte. Ora che sono entrati sarà difficile che ne escano.
Questa è la garanzia di cui Prodi aveva bisogno, per ottenere la quale non ha potuto né voluto avvalersi dello strumento consentitogli dall'articolo 92 della Costituzione che attribuisce in esclusiva al presidente del Consiglio incaricato il potere di proporre i ministri al capo dello Stato. Forse avrebbe potuto fare argine ai sottosegretari ed è un peccato che non l'abbia neppure tentato. Quello non è stato un bel vedere, ci ha ricordato la Carica dei 101, il bel film amato dai bambini sui cuccioli dei cani dalmata.
Auspico che d'ora in avanti il presidente del Consiglio sfoderi quella grinta che quando vuole sa mettere in campo. La prima fila del governo ha tutte le qualità per sostenerlo e affiancarlo. La maggioranza numericamente è esile ma la strategia esposta da Prodi alle Camere appare ben congegnata. La squadra funzionerà.
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Certo il lascito dei predecessori è pesantissimo, specie in economia. Ne abbiamo più volte tracciato il consuntivo, ma nelle ultime ore esso appare addirittura peggiore delle già allarmanti previsioni. Il deficit che Tremonti aveva previsto nel 3,8 per cento del Pil e che la Commissione di Bruxelles ha recentemente scoperto essere già arrivato al 4,1, viaggia ora tra il 4,5 e il 4,8. Se non di più. Le altre grandezze si muovono purtroppo di conserva. Il miglioramento finanziario del primo trimestre dell'anno è una goccia nel mare.
In più bisogna rilanciare da subito la crescita dell'economia e la competitività del sistema. Senza inasprire la pressione fiscale. Su questo punto sia Prodi sia il ministro dell'Economia e il viceministro Vincenzo Visco delegato a gestire le entrate, sono stati chiarissimi: la pressione fiscale non si tocca ed anche le imposte previste nel programma sulle rendite speculative e sui grandi patrimoni non rientrano nella strategia del primo anno di governo e forse neppure negli anni successivi. Tutto lo sforzo sarà dunque concentrato sul recupero dell'evasione fiscale e sul contenimento della spesa. Nonché sull'aumento del Pil.
La scommessa riguarda ora la Commissione europea, la quale deve farsi perdonare una grave e assai poco giustificabile distrazione. Essa infatti accettò per buone le cifre di Tremonti e arrivò addirittura ad elogiare la Finanziaria da lui presentata per il 2006.
E' stupefacente che Barroso e Almunia non abbiamo controllato i numeri di Tremonti nonostante gli allarmi che tutti gli economisti indipendenti lanciavano sui conti italiani (e che ora si dimostrano esatti). Ed è stupefacente ancora di più che, non appena caduto il governo Berlusconi, ora la stessa Commissione si svegli come cadendo dal pero e si dimostri improvvisamente preoccupata, "seriamente preoccupata" dell'andamento della finanza italiana.
Senza una parola di autocritica? Senza spiegare perché tanta tranquillità ieri e tanto allarme oggi? C'è da augurarsi che, pur con la dovuta urbanità diplomatica, Prodi e Padoa Schioppa facciano pesare questa incoerenza della Commissione e chiedano (dovrei dire pretendano) un anno di proroga in più per operare il raddrizzamento finanziario senza mettere a repentaglio i provvedimenti indispensabili per ottenere quella "scossa" della quale giustamente ha parlato Prodi nel suo discorso alle Camere.
Ma - ecco il punto - se ciò basterà (si spera) ad ottenere il consenso della Commissione non acquieterà invece le agenzie di "rating" che hanno l'occhio fissato sulla dinamica della spesa e su quella del debito pubblico. Su questi due aggregati il governo non può aspettare. Deve produrre fiducia e redigere un Dpef che la ispiri ai mercati. Insieme ad alcune riforme che i mercati apprezzano e che possano essere fatte subito. Parlo delle liberalizzazioni. La parola è di per sé vaga e quindi occorrerà che il governo precisi con pronta esattezza di quali liberalizzazioni si parla.
Ce ne sono molte in agenda, ma farle tutte insieme non è consigliabile se non si vogliono coalizzare tutti gli interessi (non sono pochi) che saranno colpiti. Certamente i professionisti e le corporazioni meno giustificabili. Le troppo lunghe catene della distribuzione di derrate. Gli accordi bancari e assicurativi che configurano veri e propri cartelli. Basterebbe cominciare da qui.
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Molti lettori si domandano se il baricentro del nuovo governo sarà ipotecato dalla cosiddetta sinistra radicale.
Questa stessa preoccupazione è stata fatta propria e anzi trasformata in certezza dal collega Ostellino in un articolo di pochi giorni fa sul "Corriere della Sera". Vogliamo dunque governare contro il Nord? si domanda Ostellino. E conclude: andranno a fondo se questa è la rotta. La certezza di Ostellino mi sembra a dir poco bizzarra. Da dove viene? A quali dati di fatto si appoggia?
Se guardiamo la prima fila del nuovo governo, quella che esprime il famoso baricentro politico e operativo, non ce n'è traccia alcuna. Facciamo i nomi. Il ministro degli Esteri, D'Alema, può essere visto come un pericoloso massimalista? Padoa Schioppa è uno statalista incallito? Bersani rappresenta un dirigismo pianificatore ad oltranza? Giuliano Amato lo vogliamo definire un bolscevico? Mastella è un giustizialista pronto a far tintinnare le manette? Parisi è il vessillifero dell'antiamericanismo terzomondista? E Prodi, come definire Prodi: un anticlericale nichilista? E Rutelli? Bizzarro l'ex direttore del "Corriere". Non mi viene francamente un altro aggettivo. Semmai ci vedrei, in questa breve rassegna di nomenclatura ministeriale, un tasso di moderatismo che potrebbe forse allarmare alcuni non disprezzabili settori del corpo elettorale e non solo quello di centrosinistra.
Certo il nuovo governo è diverso dal precedente. Lo speriamo. E' un governo di centrosinistra per quel tanto che può valere questa definizione. Ma soprattutto non è un governo di dilettanti come quello che l'ha preceduto. Forse sarà meno mediatico e già questo sarebbe un bene. Improvviserà di meno. Non cambierà linea da un giorno all'altro e a volte da un'ora all'altra. Non camufferà le cifre del bilancio e dell'economia. Mi auguro che vari una buona legge sul conflitto d'interessi. Che aumenti la ricerca scientifica. Che diminuisca il costo del lavoro e adegui il potere d'acquisto delle famiglie per rilanciare la domanda. Che faccia ripartire gli investimenti, fermi al palo da cinque anni nonostante le gradassate di Berlusconi e di Tremonti.
Se c'è oggi una questione politica, essa non riguarda tanto il centrosinistra ma il centrodestra. Continuerà in un'opposizione al modo fin qui imposto da Berlusconi? Che farà la Lega se il referendum del 25 giugno casserà la riforma costituzionale?
Queste sono domande serie. Le altre sono bizzarrie divagatorie prive di senso e di peso.
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Dovrei dire qualche cosa sullo scandalo del calcio. Le cronache ne sono piene e non starò ad aggiungere nulla al già detto benissimo su queste pagine. Salvo un punto.
Si sta facendo avanti un partito innocentista. Uno strano partito innocentista. Di chi sostiene che Moggi, Giraudo, Carraro, gli arbitri, la Gea, vanno capiti.
Naturalmente se sono stati commessi reati la magistratura dovrà accertarli.
Ma sono stati veramente commessi? Sono veri reati? O semplicemente sbadataggini con qualche irregolarità?
Forse - dicono questi strani innocentisti - c'è stata poca etica, ma che c'entra l'etica? Quando sente la parola etica l'innocentista per antonomasia Giuliano Ferrara metterebbe mano alla pistola. Non ce l'ha insegnato Machiavelli che l'etica non c'entra niente con la politica? E quindi con il calcio?
Bene. Ne deduco intanto che il calcio è parte integrante della politica. E' vero purtroppo, ma non va affatto bene. Dicono: hanno fatto quello che fanno tutti: protezioni, raccomandazioni, tu dai a me e io do a te, imposizione dei più forti sui più deboli. Cercate un capro espiatorio? Vergogna. Tutti colpevoli, nessun colpevole. E poi: non vi preoccupate di infrangere il sogno di trentacinque milioni di tifosi?
E' troppo forte dire che questo modo di ragionare, questo cinico modo di ragionare è indecoroso?
Il calcio, per dire le società, le quotazioni in Borsa, i procuratori, le banche che entrano nella gestione, la "cupola" che ha fatto e disfatto partite e campionati e coppe, debbano avere le sanzioni che i loro atti meritano?
Carcere per i reati, sanzioni sportive dure quanto necessario per chi ha infranto le regole, bonifica radicale della Federcalcio e delle società, smantellamento dei conflitti di interesse che gremiscono il mondo del calcio e hanno fatto sprofondare il sistema.
Resta il problema del sogno dei tifosi. A me piacciono gli sportivi più che i tifosi. Personalmente sono per la Roma ma quando seguo una partita sperando che la mia squadra vinca e vedo che la squadra avversaria gioca meglio, sono contento che vinca il migliore. E se la mia squadra vince (o peggio se perde) perché l'arbitro è "venduto" mi arrabbio moltissimo. Quindi se il calcio è diventato una stalla, spero che Guido Rossi gli dia una bella ripulita, con tanti saluti al sogno dei tifosi.
Se cambiare è peggiorare
Giovanni Sartori sul Corriere della Sera
Bene o male le alte cariche dello Stato sono in carica. Male più che bene Prodi è riuscito a confezionare un governo. Così per una diecina di giorni il popolo si può rilassare. Ma a fine maggio ci saranno importanti elezioni amministrative (tra l'altro a Roma e Milano). Dopodiché il 25 giugno arriva il referendum confermativo, o sconfermativo, della nuova costituzione. Anche se il buon popolo forse non lo avverte, quest'ultimo è il voto più importante di tutti. La costituzione stabilisce le regole della politica e della gestione del potere. Regole malfatte, che non funzionano, creano un Paese che non funziona. Regole che limitano poco e male il potere sono regole che portano all'abuso di potere. Per di più, le costituzioni durano; e se sono buone costituzioni è bene che durino. Ma durano anche perché sono difficili da cambiare. Il che sottintende che se facciamo una cattiva costituzione il rischio è che ce la dovremo tenere.
Dobbiamo davvero cambiare ab imis la costituzione vigente? L'argomento dei "cambisti" è che chi difende la costituzione del '48 è un "conservatore", un invecchiato, un sorpassato, sordo alle esigenze del progresso. Ma questo è uno slogan di bassa e sleale propaganda. Alla stessa stregua è conservatore il medico che ci conserva in vita, il pompiere che ci conserva la casa che sta bruciando e l'ecologista che si batte per conservare un'aria pulita. Scorrettezze polemiche a parte, il discorso serio è che cambiare una buona (relativamente buona) costituzione per una cattiva costituzione è un "cambismo" stolto e dannoso. Una costituzione è da conservare finché non si dimostri che sia necessario rifarla e, secondo, a condizione che sia sostituita da una costituzione migliore. E sfido chicchessia a dimostrare che la carta Bossi-Berlusconi sia preferibile, nel suo insieme, a quella del '48.
Le difese della nuova Carta sono due. La prima è che finalmente crea una Italia federale. Benissimo. Il guaio è che quel progetto è fatto con i piedi. Ma sul federalismo "alla Bossi" è doveroso dedicare un (prossimo) pezzo a sé. La seconda difesa - di Calderisi e Taradash, lettera al Corriere del 13 maggio - merita invece di essere affrontata subito, e argomenta che la nuova costituzione ha il fondamentale merito di eliminare il bicameralismo simmetrico, o paritario (due Camere con uguale potere), perché "sottrae la fiducia al Senato". L'argomento è davvero tirato per i capelli. C'è bisogno di impiombare il Paese con una macchinosa devolution per così poco? Basterebbe un articoletto che dica press'a poco così: che nel caso di maggioranze diverse nelle due Camere (altrimenti non c'è problema) il voto di fiducia compete soltanto alla Camera dei deputati. Per andare da Roma a Firenze Calderoli mi vorrebbe far passare da Pechino.
Grazie no: preferisco la via diritta. L'argomento è anche manchevole perché riduce il problema al voto di fiducia. Ma in Parlamento si votano leggi tutto il tempo e ogni volta il governo deve ottenere una maggioranza che approva. Anche se il caso viene limitato alla legislazione concorrente, non ci siamo lo stesso. L'ultimo affondo del Nostro è che "se il 25 giugno dovesse prevalere il no alla riforma la spinta conservatrice (sic , ci risiamo) sarebbe tale da congelare qualsiasi tentativo riformatore della nostra Carta del '48". Ma perché mai? Sono decenni che i costituzionalisti propongono ritocchi migliorativi di quel testo. Se l'ultimo "riformone" verrà bocciato forse è l'occasione buona per arrivare finalmente alle "riformine" che occorrono.
Le vere illusioni
Barbara Spinelli su La Stampa
Quando il nuovo Presidente della Repubblica evocherà la nascita del progetto di unificazione europea, oggi nell'isola di Ventotene, saranno in tanti a domandarsi: chissà come nacque quell'idea, e come divenne pensiero dominante d'un continente, e com'è infine entrata nella vita di ciascuno di noi sotto forma non solo di promessa o rimorso per le cose incompiute, ma di tante leggi che prevalgono ormai sulle leggi nazionali. Chissà come mai ci si ostina a dare, a simile idea, il nome sublime ma traballante di sogno. Giorgio Napolitano farà rivivere quella che allora, in piena guerra tra europei, sembrava una fantasia nata nelle menti di tre confinati antifascisti - Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni. Tale apparve in effetti quello che essi avevano pensato: la nascita di un'Europa dove non ci sarebbero state più guerre, e dove avrebbe messo radice una convinzione fondamentale riguardante gli Stati nazione. Questi ultimi avevano scavato la propria tomba, trasformando le sovranità statali assolute in arma di annientamento reciproco e infine di auto-annientamento. Come in una tragedia greca, dal dolore e dalla colpa doveva scaturire un apprendimento che avrebbe condotto l'Europa a una vita nuova. Questa era la catarsi proposta come farmaco nel Manifesto di Ventotene.
A guardarlo da vicino si trattava d'un sogno ben singolare. Era più simile alla visione profetica di chi cerca le radici inconfessate del presente, e su tale disvelamento abbozza la realtà probabile del domani. L'animava un principio fortissimo di realtà - che sempre impone alle aspirazioni politiche e individuali il rispetto delle condizioni date dall'esistente - e dunque un profondo senso pratico, fondato sull'esperienza e la memoria di innumerevoli guerre europee. Se continuò a esser definito come sogno o utopia, è perché gli Stati vollero che questa fosse la vulgata, necessaria alla salvaguardia delle sovranità nazionali assolute. Non fu così per i fondatori della Comunità: Adenauer, Monnet, Schuman, De Gasperi avevano chiara in mente la sequela tragica della storia d'Europa, e consideravano l'Unione praticamente indispensabile, non solo utopisticamente desiderabile. Ma i custodi del nazionalismo non hanno smesso lungo i decenni di agguerrirsi con comodi sotterfugi. Sin dall'inizio, la loro principale arma è consistita nel definire l'avventura europea un'illusione, declinata al passato come altre utopie.
Varrebbe la pensa rileggere gli articoli che scrissero James Hamilton e John Jay fra l'autunno 1787 e la primavera 1788, nella raccolta intitolata Il Federalista e sotto il comune pseudonimo di Publius, quando si trattò di far ratificare la Costituzione americana adottata dalla Convenzione di Filadelfia il 17 settembre 1787. Nel sesto saggio, Hamilton spiega dove si annidano le vere illusioni, le vere "speculazioni utopistiche". A coltivarle non erano i federalisti ma chi li avversava, preferendo l'inviolabile sovranità dei tredici Stati americani o, al massimo, parziali confederazioni. Hamilton è severo: sono questi ultimi che immaginano sia possibile una "pace perpetua tra Stati anche qualora essai siano smembrati e divisi l'uno dall'altro". È loro l'ottimismo imprevidente di chi ritiene lo spirito repubblicano sostanzialmente pacifico ("Le repubbliche non si sono dimostrate meno proclivi alla guerra delle monarchie"). Rileggere Publius aiuta a penetrare l'imbroglio di un'utopia che usa avvolgersi - ieri come oggi - nel manto della rispettabilità pragmatica: "È tempo di svegliarsi dall'ingannevole sogno di un'età d'oro - scrive Hamilton - e di adottare quale massima pratica per l'orientamento della nostra condotta politica il fatto che noi, come tutti gli altri abitanti del globo, siamo ancora ben lontani dal felice regno della perfetta saggezza e della perfetta virtù".
Anche per l'Europa di oggi è così. Certo hanno ragione coloro che vedono nei fondamenti postbellici qualcosa di nobile ma non più trascinante: proprio perché l'Unione in parte già esiste, non è facile immaginare nuove guerre tra europei. Non per questo l'Europa diventa oscuro oggetto di desideri utopistici, retorica vecchia su un mondo che non c'è. Il mondo delle minacce da cui nacque l'idea europea esiste ancora, solo che minacce e sfide son mutate: si chiamano economia mondializzata, terrorismo, scarsità e uso politico dell'energia. Oggi come ieri i singoli Stati non possono fronteggiarle da soli, e i loro dirigenti in cuor loro lo sanno anche quando sono riluttanti a delegare sovranità. Se son capaci di guardare dentro la propria storia sanno che non è neppure autentica sovranità, la loro: è un'ombra quella che stringono. È l'illusione così come la descrive Nicola Abbagnano nel Dizionario di Filosofia: è "un'apparenza erronea che non cessa quando viene riconosciuta come tale (...) è come vedere spezzato un bastone immerso nell'acqua". Delegando poteri decisionali all'Europa, gli Stati possono riacquistare una sovranità oggi perduta.
È dunque per senso di realtà che toccherà fare l'Europa e darle capacità di governo, proprio come negli Anni Quaranta e Cinquanta. È per spirito pratico che urge un'Unione pronta a operare anche quando non c'è accordo unanime, non bloccata dal diritto di veto. Ancora una volta è l'esperienza storica a imporre questa sequela, determinata dal sogno profetico ma fondata sulla razionalità. Illusorio è oggi lo Stato nazione, quando si finge non vulnerabile e addirittura s'ammanta di realpolitica e pragmatismo. La stessa retorica democratica è esercizio illusionistico che rischia di nascondere il reale. Naturalmente è essenziale che l'Europa sia accettata dai popoli. Ma senza governo efficiente non ha senso mettere in primo piano tale esigenza: senza governo l'Europa sarà magari più democratica ma del tutto priva di peso.
Anche questa è una lezione preziosa che viene dai federalisti americani del '700. I generosi slanci democratici possono "trasformarsi in passioni maligne e accidiose"; una troppo scrupolosa preoccupazione dei pericoli che corrono i diritti del popolo può tramutarsi in "pura falsità e in vaga lusinga per ottenere popolarità a scapito del pubblico bene", dice Publius nel Federalista. L'ambizione pericolosa è quella di chi "si nasconde sotto la speciosa maschera dello zelatore dei diritti del popolo", e non di chi, preferendo la strada più difficile, "si preoccupa della solidità e dell'efficienza del governo" (Hamilton, saggio n. 1). La democrazia in certe condizioni può divenire perfino inganno. I referendum sull'adesione della Turchia promessi in Francia e Austria sono in realtà un mezzo per accampare il diritto di veto di singoli Stati sulla futura politica estera europea. Più che rispettati, i popoli vengono in tal modo strumentalizzati.
Un sogno realistico dell'Unione è oggi la Costituzione, e non è casuale che anch'essa sia dichiarata morta, come accade alle utopie condannate dalla realtà. I due referendum in Francia e Olanda, nel maggio-giugno 2005, avrebbero affossato l'idea di un governo europeo adeguato, capace di completare i governi nazionali. Naturalmente converrà fare qualcosa, in attesa che la Francia si dia un nuovo capo di Stato nel 2007: qualcosa di pragmatico con i trattati esistenti, ha detto il presidente della Commissione Barroso proponendo - in vista del vertice europeo del 15 giugno - una comune politica di sicurezza interna e antiterrorismo. Ma non basterà, finché i poteri decisionali in Europa non saranno chiariti oltre che suddivisi, e solo una Costituzione può servire a questo scopo. Se possibile, una Costituzione approvata stavolta da tutti i popoli in simultanea.
Anche questo progetto non è illusorio, e chi ha già ratificato il Trattato costituzionale lo sa. Il Cancelliere Angela Merkel ha detto che non intende rassegnarsi: il popolo tedesco e tanti altri Paesi hanno votato per la Costituzione, dunque il progetto non può esser gettato via con disinvolta presunzione da alcune nazioni. Quindici Stati su 25 hanno ratificato (fra poco saranno 16, con la Finlandia) e questo significa che una maggioranza vuole la Costituzione. Anche la maggioranza dei cittadini - circa 250 milioni su 450 - la vuole. Far rivivere il sogno realistico vuol dire partire da qui, da quest'Europa che già si esprime maggioritariamente per un governo europeo funzionante, e per un continente che pesi nell'economia-mondo e nel farsi della politica internazionale. Bisogna tener conto dell'insoddisfazione di chi denuncia i difetti dell'Unione, ma anche della volontà possente di chi l'Unione vuol completarla e darle una Costituzione. Tornare indietro sarebbe non solo illusorio: sarebbe un tradimento e una rottura dei patti, perché tutti i governi si sono impegnati a portare il Trattato a ratifica entro due anni, quando l'hanno firmato il 29 ottobre 2004. È importante che l'Italia abbia di nuovo un gruppo dirigente che quest'avventura l'ha promossa e che vuole addirittura migliorarla (abolendo ad esempio il paragrafo del Trattato che impone l'unanimità per le revisioni costituzionali): Napolitano seguirà in questo la battaglia di Ciampi e altri s'aggiungeranno, a cominciare da Prodi che aveva proposto un Trattato costituzionale ancora più ardito - il progetto Penelope - come presidente della Commissione. A questo punto sì che sarà ottima cosa far rivivere i sogni realistici, e metter fine alle utopistiche illusioni nazionali: illusioni che non cessano anche quando son riconosciute come tali.
Partito Democratico domani è già tardi
Ilvo Diamanti su la Repubblica
La costruzione del Partito Democratico procede. A parole. Un passo avanti e qualcun altro indietro. Senza un disegno chiaro. Senza scadenze chiare. Oggi, d´altronde, il problema principale, per l´Unione, è governare. E resistere. Il più a lungo possibile. Poi, verrà il momento del Partito Democratico (PD). Oppure dell´Ulivo. Il nome non conta. Il tempo non conta. Davvero?
Noi dubitiamo: che sia possibile zigzagare tra PD, Ulivo e partiti ancora a lungo. Il tempo temiamo ormai è scaduto. D´altronde, dopo il voto del 9 aprile, l´iniziativa è passata nelle mani delle segreterie di partito. Che hanno proceduto: un passo avanti e qualche altro indietro. Come nel passato. Quando si sono fatte liste unitarie alla Camera ma non al Senato; in alcune regioni e in altre no. Oggi, hanno costituito gruppi parlamentari unitari in entrambi i rami del Parlamento. Così l´Ulivo riunisce 218 deputati e 101 senatori. Nessun partito, nelle precedenti legislature, ha mai potuto disporre di una base tanto ampia.
Tuttavia, questi gruppi parlamentari unitari, fin qui, non hanno certamente seguito logiche unitarie. Nell´elezione delle principali cariche istituzionali: alla Camera e al Senato, come alla Presidenza della Repubblica, hanno prevalso le spinte partigiane. Talora, di fazione. Nella Margherita e nei Ds. Mai sentito parlare tanto di (ex) democristiani e di (ex) comunisti come in questa occasione. Lo stesso è avvenuto nella formazione del Governo. Per cui, il premier, Romano Prodi, è stato affiancato da due vice: D´Alema e Rutelli. In rappresentanza dei Ds e della Margherita. Soci fondatori del PD da fondare. Mentre il numero dei ministri (per non parlare dei sottosegretari) è aumentato.
Seguendo logiche di partito. E di fazione. Così, a qualcuno, la scelta di Piero Fassino di restare nel partito, per dedicarsi alla costruzione del PD, rinunciando ad entrare nel governo, è apparsa un´esclusione, più che una decisione. Lo stesso Prodi, la cui legittimazione dipende dall´affermarsi del progetto unitario, sembra rassegnato a "fare l´Ulivo a Roma". Allargando la presenza degli uomini a lui più vicini, nel governo. Insinuando l´Ulivo, come un partito fra i partiti. Al di là delle parole e delle buone (spesso sincere) intenzioni espresse dai protagonisti, il PD ci sembra, oggi, un progetto più difficile e lontano.
Anche se le "buone ragioni" per realizzarlo in fretta sono evidenti a tutti. La prima è di evidenza statistica. Vale la pena di ribadirla, anche se è nota. Alle recenti elezioni, l´Ulivo ha totalizzato, alla Camera, il 3% in più rispetto ai Ds e alla Margherita, che, al Senato, si sono presentati da soli. Complessivamente, la lista Unitaria ha preso meno voti solo in 4 province, concentrate nel Sud (Avellino, Reggio Calabria, Trapani e Cosenza), mentre in Basilicata si è registrata totale coincidenza di risultato, fra Camera e Senato. Nelle rimanenti province (99, escluse le province autonome, la Valle d´Aosta e il Molise) l´Ulivo ha intercettato consensi maggiori rispetto alla somma di quelli ottenuti da Ds e Margherita. Parallelamente, alla Camera, l´Ulivo è risultato la lista più votata in 85 province. Forza Italia in 23. La pretesa di Fi di presentarsi come il primo partito in Italia, se l´Ulivo fosse un soggetto politico e non solo una lista, apparirebbe, appunto, una pretesa. Infondata. Anzi: Fi non sarebbe neppure il primo partito del Nord. Dove l´Ulivo è la lista più votata in 23 province, Fi in 12. Il problema, appunto, è che l´Ulivo è un partito che (forse) verrà. Per ora (e per chissà quanto) resta un cartello elettorale fra Ds e Margherita. I quali, conteggiando insieme i voti ottenuti al Senato separatamente, superano FI in 71 province. Tredici in meno rispetto a quel che accade all´Ulivo.
Il "vantaggio elettorale" offerto dall´Ulivo (o dal PD) non è casuale.
Riflette una domanda di unità e di partecipazione molto diffusa fra gli elettori di centrosinistra. Emersa in tutte le precedenti elezioni politiche. Resa esplicita dall´eccezionale affluenza alle primarie dello scorso ottobre.
Il che suggerisce una seconda, importante buona ragione per accelerare la costruzione del PD. Rafforzare il legame fra politica e società, fra partiti e territorio. Fondamentale per il centrosinistra. E oggi, paradossalmente, argomentato proprio dalla Cdl. La quale sostiene che l´Unione avrebbe vinto le elezioni per caso e magari con la frode. Visto che la maggioranza degli elettori avrebbe votato a destra. Ipotesi infondata: anche se di un soffio, l´Unione ha prevalso alla Camera, dove il corpo elettorale è più ampio, rispetto al Senato (a meno di considerare gli elettori con meno di 25 anni meno cittadini degli altri). Visto che il centrosinistra governa nella maggioranza delle regioni e delle città più grandi. Non solo nelle zone rosse del Centro Italia. Ma anche nel Mezzogiorno e nel Nord.
Rinchiudersi nel Palazzo. E resistere. Sperare e contare nel voto dei senatori a vita e di quelli eletti all´estero. Accettare e subire l´immagine di una vittoria elettorale dimezzata. Ci sembra davvero deplorevole. E rischioso. Visto che la Cdl, soprattutto Berlusconi e la Lega, cercheranno di utilizzare il referendum sulle riforme istituzionali, del prossimo mese, per marcare ulteriormente l´isolamento dell´Unione rispetto alla società.
Trasformandolo in un referendum pro o contro il centrosinistra, pro o contro il governo. Rinviare ancora la costituzione del PD, oppure ridurla a un´operazione di palazzo, da avviare "dopo", quando le emergenze politiche nazionali saranno risolte, significa affrontare questa sfida sperando, come sempre, in una mobilitazione "reazionaria". Per "reagire" al "fattore B".
Costruire il PD, quindi, fa guadagnare voti, propone un partito di dimensione europea, il più forte in Italia, contribuisce a saldare i rapporti fra centro e periferia. Dà radici più forti al governo.
Eppure il progetto zoppica. Nonostante tutti, o quasi, i leader dei Ds e della Margherita si dicano determinati a "fare il Partito Democratico". Tuttavia, poi, predicano cautela. Denunciano il rischio dell´antipolitica. Promosso da quanti invocano (o comunque vorrebbero) la palingenesi. La dissoluzione dei partiti, delle loro eredità ideali e organizzative. Giusta preoccupazione.
Espressa, però, da partiti ridotti allo scheletro. Che, insieme, non raggiungono il peso elettorale della Dc o del Pci. Partiti piccoli o medi, dall´identità opaca. Indefinibile. I Ds: post-comunisti incerti fra il riferimento socialista, social-liberale, blairiano, clintoniano. La Margherita: melting pot di popolari, laici, repubblicani, ecologisti, referendari. Costruire un nuovo soggetto politico potrebbe rafforzare, invece che indebolire, le ispirazioni e le tradizioni politiche. Valorizzarle, attraverso il confronto. Il dialogo.
Il progetto del PD: lo abbiamo sentito annunciare tante volte, negli ultimi anni (prima si chiamava Ulivo). E altrettanto è stato rinviato, aggiornato, dimezzato. Soffocato dal dibattito metodologico su "chi" e "come". "Chi" deve promuovere il PD? Il centro o la periferia? I partiti o la società civile? "Come"?
Attraverso un percorso guidato dalle segreterie? Oppure dai movimenti, dai circoli, comitati? Un´alternativa sterile. Che non porta da nessuna parte. Le leadership dei partiti, lasciate sole, tenderanno inevitabilmente ad attuare strategie di dilazione e diluizione. Per istinto di sopravvivenza. Perché a nessuno è dato di accelerare la propria estinzione. O di ridimensionare i propri privilegi. Ma chi si richiama alla forza etica e profetica della "società civile", in realtà, coinvolge e rappresenta solo cerchie ristrette, per quanto attive, della società. Ne esclude le componenti meno "militanti", ma, per questo, più "rappresentative" del territorio e degli elettori. Il PD non può venire costruito "contro" e "senza" i partiti. Ma neppure delegato ad essi e ai loro gruppi dirigenti.
Per avviare la costruzione del progetto unitario conviene, quindi, affidarsi ai soggetti che "stanno nel mezzo". Fra Roma e la periferia. Fra il governo e i cittadini. Fra le segreterie dei partiti e gli elettori. Coloro che da anni hanno sperimentato i vantaggi e i problemi dell´unità. Mediando fra partiti, associazioni, gruppi, cittadini. Fra livello locale e centrale. I sindaci, i presidenti delle regioni. Il Partito Democratico: ne promuovano la "costruzione" Veltroni, Bassolino, Cacciari, Chiamparino, Illy, Cofferati.
Non "dopo", ma "durante" la campagna referendaria. Che li riguarda direttamente. Il Partito Democratico. Lo facciano insieme ai leader dei partiti nazionali. Li "aiutino" a vincere le resistenze dell´ambiente in cui agiscono. Ma subito. Se vogliono che questo progetto mantenga un minimo di credibilità. Perché il tempo è scaduto.
Deberlusconizzare l'Italia
Marco Travaglio su l'Unità
Quando Prodi, presentando il governo, ha pronunciato espressioni ormai desuete come "etica" e "legalità", qualcuno si sarà fatto il segno della croce, qualcun altro i debiti scongiuri. Non ci eravamo più abituati. È questa la prima sfida: deberlusconizzare l'Italia ben oltre i confini della Casa delle Libertà. Eliminare lo stupore che accompagna le parole "legge" e "regola", il fastidio che circonda il termine "giustizia", la rassegnazione che fodera concetti come "mafia" e "corruzione". Rovesciare come un calzino il Paese di Sottosopra in cui viviamo dal 1994. Rieducare gli italiani a camminare con i piedi e non con le mani. Ripristinare la logica, il buonsenso, la decenza. Un ottimo inizio potrebbe essere una trasferta di tutto il governo in Sicilia per stringersi intorno a Rita Borsellino, che finora non è stata granché aiutata.
Ottimo anche il proposito di decongestionare le carceri con un'amnistia (purché siano esclusi reati finanziari, corruzione e abusi, visto che in prigione per questi reati non c'è nessuno) e quello di tagliare le scorte inutili. Anche perché Moggi usava funzionari di polizia per i suoi porci comodi, per pattugliare la casa del figlio e assistere le amiche nello shopping. Intanto Previti esce ogni mattina dagli arresti domiciliari per fare due passi con tanto di scorta. Tipica scena da Paese di Sottosopra: in quelli normali lo Stato non proteggerebbe Previti dai passanti, ma eventualmente i passanti da Previti. Del resto, in un paese normale Annamaria Franzoni non farebbe la baby sitter. Ci vuol altro che un cambio di governo, insomma, per estinguere il berlusconismo. Che è come il diavolo: si annida nei particolari.
Il Foglio spiega che Arturo Parisi alla Giustizia allarmava i "centristi" dell'Unione "per le sue forti amicizie con certe procure". Ecco, l'amicizia con certi pregiudicati non è un problema. Quelle con certe procure sì. Siamo al punto che stare dalla parte delle guardie anziché dei ladri è motivo di vergogna. Il Riformista, che è l'inserto satirico del Foglio, boccia la lotta all'evasione annunciata da Prodi: "Voto 4 sul fisco, perché evadere le tasse è un'autodifesa dalla troppa tassazione". Questo sì che è parlar chiaro. Bellachioma non saprebbe dire meglio.
Paolo Cento detto Er Piotta, neosottosegretario all'Economia per i Verdi, definisce l'informazione sul caso Moggi & C. "odiosa gogna mediatica", fingendo di ignorare che senza i giornali e le intercettazioni avremmo ancora Moggi e Giraudo alla Juve, Pairetto designatore Uefa, Mazzini e De Santis a rappresentare l'Italia ai mondiali, il sederinodoro Carraro morbidamente assiso sul pallone marcio e Paparesta chiuso a chiave nello stanzino. Anziché patrocinare la legge per departitizzare la Rai (già 30mila le firme), il ds Fabrizio Morri chiede la testa di Mimun: come se spettasse al nuovo governo designare i direttori dei tg.
Cesare Romiti, persona solitamente accorta,prende carta e penna per scrivere al Corriere di essere stato "pienamente assolto" a Torino nel processo per falso in bilancio con la formula "fatto non previsto dalla legge come reato": in realtà fu condannato in primo, secondo e terzo grado per aver falsificato i bilanci Fiat per pagare tangenti ai partiti; poi Berlusconi abolì il reato e i giudici dovettero prenderne atto. La formula, insomma, è "il fatto non è più previsto come reato", mentre lo era quando lui lo commise. E non si vede proprio che cosa ci sia da vantarsi. Ecco, deberlusconizzare l'Italia vuol dire mettere in imbarazzo gli stessi berlusconiani quando sparano le loro berlusconate. Come l'on.avv.prof. (ma non più pres.) Pecorella, che critica il proposito di Mastella di sbaraccare subito il nuovo ordinamento giudiziario: "È un atto di sottomissione del nuovo governo ai diktat della magistratura". Qualcuno spiegherà a questo signore che l'era dei governi sottomessi ai diktat degl'imputati è finita.
Poi c'è Bellachioma, sempre più meraviglioso. Non si sa a quale titolo, il padrone del Milan invita il vicepresidente del Milan Galliani a non dimettersi dalla Lega Calcio.Poi accusa la sinistra di "mettere le mani sul calcio tramite Guido Rossi", e intima a quest'ultimo di "non cambiare le regole": proprio lui che non ha fatto altro, vedi falso in bilancio. Poi chiude in bellezza: "Napolitano mi ha garantito che non permetterà l'occupazione della Rai da parte della sinistra". Deve averglielo detto a Sofia.
Luna di miele sì ma non in bianco
Giampaolo Pansa su L'espresso
Forse i tanti capi-clan del centrosinistra non ci hanno badato, ma ci sono degli elettori dell'Unione che si stanno già stancando. Vivo tra persone normali, viaggio in treno, vado nei negozi, in edicola, in libreria, al caffè. E li vedo e li sento. Nei giorni della Via Crucis di Romano Prodi per formare il governo, questi elettori erano incavolati come bisce. Ma come?, mi dicevano. Abbiamo vinto per un pelo. Al Senato siamo appesi a un filo. I ventiquattromila mila voti di vantaggio alla Camera sembra che siano sotto esame. E i nostri, a Roma, fanno tutta questa manfrina per le poltrone, mettendo i bastoni fra le ruote del Parroco dell'Ulivo?
Ho anche sentito dire: "Basta, quei ras mi fanno senso. E non li voterò più". Vagli a spiegare che Silvio Berlusconi non si è ritirato a Tahiti e se ne sta lì, pronto a raccogliere i cocci dell'Unione, non per incollarli, ma per gettarli nel guardaroba dei cani. Anche davanti a questa obiezione, alcuni non vogliono sentir ragioni. E ti replicano: "Ma che differenza c'è tra noi e il Berlusca? Come lui, anche i capi dell'Unione se ne fregano di noi italiani qualunque".
Adesso che il governo Prodi è nato, molte sacrosante incazzature forse si spegneranno. Ma di certo non si attenueranno le apprensioni per il futuro del centro-sinistra. Come dare torto ai dubitanti? Mi sono riletto l'intervista che Prodi mi aveva dato per 'L'espresso', pochi giorni prima del voto. Per vecchia esperienza, so che le interviste ai politici si dimenticano presto. Sono parole di carta, che svaniscono quasi subito nell'aria, senza lasciare traccia. Ma, almeno per me, questo non è il caso di quel colloquio con il Professore.
Prodi mi disse: "Se vinciamo e si fa il governo, a quel punto non esiste una via di mezzo: se cado io, o se i miei mi fanno cadere, cade anche il governo e si va di nuovo a votare. A me non piace mediare. Voglio governare. Ogni volta che si riunirà il Consiglio dei ministri, non si discuterà, ma si deciderà. Dovremo muoverci in fretta. Lo stato del paese è molto degradato. Bisogna imporci un ritmo veloce. L'importante è che non ci sia nessun ministro che si metta in testa di fare il fenomeno. Se ce n'è anche uno solo, sono guai".
Quanti fenomeni avrà incontrato Prodi nell'estenuante maratona delle trattative? Un battaglione, di sicuro. Tutti lì a rivendicare questo o quel ministero. A presentare richieste assurde. A mettere veti. A proporre spartizioni insensate. A imporre regole spadoliniane di un secolo fa. A pretendere pennacchi: un vice-premier, due, tre, cinque. Un pessimo avanspettacolo in attesa dello spettacolo vero. Quello del governo che dovrà mettersi all'opera subito, senza perdere un giorno di tempo.
E a proposito del governo, i partiti o i ministri tentati di fare i fenomeni dovranno ficcarsi in testa due chiodi che non bisogna schiodare. Il primo è la necessità della concordia come bene primario. Il nuovo presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, l'ha invocata nel paese, fra i due blocchi che si sono combattuti all'arma bianca nella campagna elettorale. Ma, a maggior ragione, la concordia deve esserci fra gli alleati di una coalizione. Altrimenti, è meglio chiudere bottega e tornare alle urne.
Il secondo chiodo è legato al primo: la figura di Prodi è un patrimonio del centrosinistra e dei suoi elettori. Lo abbiamo scelto con le primarie. Lo abbiamo confermato con il voto del 9-10 aprile. Santa Scarabola, che protegge chi si dedica a imprese impossibili, lo ha aiutato a fare il governo. Adesso che sta per entrare a Palazzo Chigi, Prodi va difeso con le unghie e con i denti. Dagli assalti del centro-destra, certamente. Ma ancora più dalle risse tra chi deve sostenerlo. Anche l'Unione non è immune dall'Aids della disistima reciproca, dalla voglia di sgarrettare l'alleato, dal vizio di rompere, di spaccare, di far saltare il banco appena messo in piedi.
Durante la guerra civile spagnola, i giornalisti chiesero al generale Emilio Mola, uno dei vice di Franco, quale delle loro quattro colonne avrebbe conquistato Madrid. Mola sorrise e rispose: la quinta colonna, quella che sta già in città. Cari partiti dell'Unione, cari ministri, cari sottosegretari: attenti a non diventare la quinta colonna del Berlusca. Dovete sapere che, in quel caso, nulla vi sarà perdonato. Ve ne andrete tutti in pensione obbligata. Diventerete dei signori Nessuno. Potrete forse scrivere libri di memorie, ma dubito che qualcuno li leggerà.
Abbiamo bisogno di essere governati. Sì, abbiamo fame di governo. E siamo pronti a concedere al governo Prodi quella che si chiama la luna di miele: un periodo di tregua, per dargli il tempo di cominciare il lavoro. Purché nella luna di miele gli sposi del centro-sinistra non vadano in bianco, passando i giorni e le notti a prendersi a schiaffi. In questo caso è meglio che restino zitelli. Sempre più vecchi, brutti e inaciditi. Comparse buone soltanto per la spazzatura dei telegiornali.
Mandato a quel paese
Aldo Grasso sul Corriere della Sera
Che emozione, sono finito nelle intercettazioni del calcio marcio! Non come intercettato, ma come oggetto di conversazione. Da una parte, Luciano Moggi: "Poi un'altra cosa, il signor Aldo Grasso deve andà a fanculo". Dall'altra, Aldo Biscardi: "Fanculo. Questo è uno stronzo". Olè, servito. Per un tifoso del Toro e per un critico tv essere "fanculati" da Moggi e Biscardi è un riconoscimento che, onestamente, ha dell'immeritato. Non se ne abbiano coloro che hanno avuto la bontà di manifestarmi la loro stima, ma ieri, quando sulla Stampa ho letto le poche righe che mi riguardano, ho avuto la sensazione di aver fatto bingo.
In verità, se Moggi e Biscardi, come i fratelli Caponi di Totò, si occupano di me significa che il Grande Intrigo ha tutta l'aria di essere anche un imbroglio alla carlona, una congiura di complottisti della domenica (anzi del lunedì). O forse la loro perfida intelligenza sta proprio in questo: nel presentarsi scalcinati, sgrammaticati, sboccati. Altrimenti non avrebbero resistito così a lungo. Moggi chiede un ulteriore favore: "Ma te lo puoi anche tagliare?" (spero in senso metaforico). E Biscardi: "Eh no, non lo chiamo più". Chiamo più? In vita mia non ho mai partecipato, neanche indirettamente, al Processo, né mai ho collaborato con Biscardi.
E qui vien fuori un altro aspetto del Grande Intrigo, la millanteria. Per ben due volte (Corriere del 10 aprile 2003 e Magazine del 21 luglio 2005) ho dovuto chiedere con decisione a Biscardi di smetterla: di insinuare che fossi io il compilatore di certi suoi giudizi tv, di non stravolgere il senso di alcuni miei interventi. Il suo trucco era questo: leggeva in trasmissione brani di una recensione apparsa sul Corriere e faceva intendere (almeno a Moggi) che l'avessi scritta per il Processo. Abondantis adbondandum. Punto, punto e virgola, punto...
Commedia sexy all'italiana
Stefania Miretti su La Stampa
Succede a Torino che la campagna elettorale per l'elezione del prossimo sindaco si vada trasformando in una sexy commedia e la cosa, più che immalinconire o sorprendere - in fondo i candidati sono Chiamparino e Buttiglione, mica Valerio Merola e Nando Buzzanca - comincia a preoccupare seriamente le cittadine (coraggio sorelle, una settimana ancora e ne siamo fuori).
Ha cominciato Buttiglione, che giocando fuori casa e penalizzato dai sondaggi aveva indubbiamente diritto a sfoderare un minimo di seduttività, di italica galanteria: è un uomo colto e d'età, e si sarebbe apprezzato. Ma il professore ha fatto di più, ha deciso di conquistare le elettrici a una a una, costi quel che costi, magari anche un impercettibile ma sorprendente processo di berlusconizzazione. E allora: giù complimenti a ogni signora incontrata per via, sguardi languido/ammiccanti alle feste elettorali, donne di ogni età e condizione anagrafica sottoposte a pressing serratissimo, continui riferimenti all'avvenenza delle femmine presenti, come quando, alla Fiera del Libro, il Professore si sporse dal tavolo dei relatori per poter meglio ammirare anche le signore delle ultime file, "non meno belle di quelle sedute qui davanti".
A quel punto cosa restava da fare a Chiamparino? Con un'idea registica che sarebbe piaciuta a un Sergio Martino o a un Mariano Laurenti, ha deciso di puntare su qualcosa di veramente forte, si sa che la posizione del missionario ha fatto il suo tempo e le donne oggi come oggi non sono solo prede ma anche cacciatrici. E intervistato dalla "Iena" Marco Berry in piazza Castello, nel bel mezzo di un happening di avvicinamento al voto, ha ammesso che sì, con le femmine gli piace "stare sotto". Sotto come? Intende dire: con lei sopra? ha chiesto Berry a scanso d'equivoci. "Sì certo", ha risposto il primo cittadino, che rotti i freni inibitori ha anche ritenuto giusto far sapere alle elettrici della sua predilezione per i boxer a svantaggio degli slip, e che l'ultima volta che si è innamorato risale "a quindici anni fa". Cosa, quest'ultima, che non ha fatto piacere alla sua signora, con la quale sarebbe sposato da venticinque, e neppure alle torinesi più sognatrici, e non sono poche. Ma a quel punto il sindaco aveva già pronto l'affondo alla Christian De Sica ("Capita a tutti di reinnamorarsi") e il gran finale. Berry: la persona che stima di più? Champarino: "Mia moglie". Berry: l'ultima bugia che ha detto? Chiamparino: "Questa". Resta da registrare il commento puntuale del coordinatore di Forza Italia Guido Crosetto ("Il sindaco ama fare l'amore stando sotto? E' la stessa cosa che fa quando governa"), e augurarsi che la svolta porno-soft di Chiamparino non spinga Buttiglione al rilancio in chiave romantica, anche in vista del prossimo faccia-faccia tra i due candidati: altrimenti siamo fritte.
Lusingate da tante attenzioni, le elettrici ringraziano ma fanno sapere che, francamente, ci si sarebbe accontentate delle quote rosa a suo tempo, e di un paio di ministeri in più l'altro giorno. Con portafoglio, soprattutto il portafoglio.
21 maggio 2006