
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 30 aprile 2006
Ma la Cdl ancora non ci sta
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Se vogliamo stare ai fatti, la prima domanda riguarda la tenuta della nuova maggioranza che la nuova opposizione riteneva impossibile specie al Senato, dato il piccolissimo scarto tra i due schieramenti. Su questa scommessa la Casa delle libertà aveva puntato tutte le sue carte, coadiuvata da un vasto spiegamento mediatico che ha cercato in tutti i modi di tessere la tela delle larghe intese tra le opposte sponde, rese necessarie dalla presunta ingovernabilità del Parlamento e del Paese.
La condizione per realizzare quest´obiettivo era la vittoria di Giulio Andreotti, il rinvio dell´incarico a Prodi, infine il pareggio elettorale reso visibile nelle aule del Parlamento.
I fatti hanno invece portato alla sconfitta di questa strategia. La maggioranza, sia pure di due soli voti, non è mai venuta meno. Sulla carta (esclusi i senatori a vita) il centrosinistra aveva al Senato 158 seggi e il centrodestra 156. Nella prima votazione di venerdì scorso ha avuto 157 voti contro i 140 di Andreotti e i 15 di Calderoli (155 in totale). Sono mancati un voto al candidato dell´Unione e un voto al candidato della Cdl. Nelle successive votazioni (quelle funestate da "Francesco-tiratori") Marini non è comunque mai sceso sotto ai 159 voti validi, fino ai 165 della votazione di ieri mattina, quella della vittoria, con una maggioranza di 9 voti sull´avversario.
Questi sono i numeri. Lo sbando del centrosinistra non c´è mai stato e l´Unione ha tenuto in tutte le sue componenti.
Ciò non significa che non vi siano stati episodi disdicevoli, schede volontariamente manomesse, ricostruibili, taroccate.
Quante? Anche qui stiamo ai fatti. Ce ne sono state 3 nella seconda votazione annullata da Scalfaro e 2 nella successiva. I famosi "Francesco-tiratori" si sono manifestati quando però i voti di Marini erano già al di sopra dei seggi elettoralmente attribuiti al centrosinistra.
Gli autori di quel taroccamento sono stati variamente indicati: senatori dell´Udeur, senatori votati dagli italiani residenti all´estero, senatori a vita, senatori del centrodestra che, invece di votare Andreotti, avrebbero "scherzato" sul nome di Marini storpiandolo a volontà per provocare l´annullamento delle loro schede e gettare il marasma del sospetto nel fronte avverso.
Quest´ultima ipotesi non è stata fin qui formulata ma a me sembra la più probabile tenendo conto che Andreotti non ha mai superato i 155 voti nella giornata di venerdì.
Avrebbe dovuto averne 156 stando ai risultati elettorali, più 3 senatori a vita (Cossiga, Pininfarina e lo stesso Andreotti) e così 159. Sono stati dunque 4 i voti mancanti all´appello. Che fine hanno fatto questi voti? Ecco un piccolo rebus che propongo alla riflessione di chi ha inneggiato o si è messo le mani nei capelli durante le votazioni senatoriali del 28 aprile.
La "bagarre" sorta attorno alle schede taroccate non può certo essere ignorata. Marini e Andreotti ne hanno fatto entrambi le spese (alle schede intitolate a "Francesco Marini" hanno infatti fatto riscontro quelle compilate per "Andreotti senatore Giulio", "Andreotti G." e "senatore Andreotti Giulio" destinate alla riconoscibilità del voto segreto). Ma chi, come me, ha seguito per dovere professionale decine e decine di siffatte votazioni sa che esse sono sempre avvenute e sempre purtroppo avverranno intrecciando le votazioni per cariche istituzionali con la formazione dei governi, i programmi politici, le correnti interne ai partiti, l´intreccio tra affari e politica. Sono i difetti della democrazia parlamentare che non è certo un sistema perfetto anche se non se ne è ancora inventato uno migliore.
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Bertinotti e Marini, appena insediati nei loro scanni presidenziali, hanno pronunciato due buoni discorsi.
Misurati, equilibrati, insistentemente al di sopra delle parti, volutamente rassicuranti e con la mano tesa verso gli avversari di un minuto prima. Hanno riscosso molti applausi della loro parte e anche della parte avversa. Nel momento dell´insediamento è sembrato che le due Camere fossero completamente diverse da come erano apparse poche ore o appena pochi minuti prima. Piaccia o non piaccia, questa è la politica. Non sempre è ipocrisia, spesso si tratta di cambiamento di ruolo, quando dal virtuale si passa alla realtà.
Un solo personaggio non ha manifestato cambiamenti: Silvio Berlusconi.
Durante l´insediamento di Bertinotti il suo viso era terreo, la mascella serrata, lo sguardo cupo, a volte smarrito ma sempre iroso e vendicativo.
Nello spazio di ventiquattr´ore ha visto franare la sua strategia così puntigliosamente preparata. Affinché riuscisse, tutto era stato predisposto, dalla candidatura di Andreotti agli insulti e alle contestazioni contro Scalfaro, dal probabile taroccamento di alcune schede al martellamento sull´inevitabilità della "grande coalizione", dal voto sul nome di D´Alema contrapposto a quello di Bertinotti fino al costante dileggio sparso a piene mani contro Prodi.
Non sono serviti. Per poche ore è sembrato che il fantasma d´un grande ritorno prendesse corpo, ma alle tre del pomeriggio di ieri la partita si è chiusa.
Chi si illudesse che l´uomo di Arcore abbia deposto le armi e voglia collaborare alla pacificazione, prenderebbe però un grosso abbaglio. Non ha deposto un bel niente. Secondo la prassi avrebbe dovuto convocare immediatamente il Consiglio dei ministri e andare ieri sera al Quirinale a dimettersi. Non lo ha fatto; resta ancora abbarbicato come l´edera a Palazzo Chigi fino a martedì. Nel frattempo continua ad ingiungere a Ciampi di non dare l´incarico a Prodi che invece, se Ciampi lo considerasse necessario o semplicemente opportuno, rientra senza ombra di dubbio nei poteri costituzionali del presidente della Repubblica.
Da questo punto di vista è bene chiarire che non c´è e non ci può essere alcun problema di ingorgo parlamentare. Se Ciampi deciderà di incaricare Prodi e se subito dopo avrà inizio il dibattito sulla fiducia, l´ingorgo tra quel dibattito e l´elezione del nuovo Capo dello Stato è puramente immaginaria. Il presidente della Repubblica infatti viene automaticamente prorogato fino a quando il nuovo governo da lui nominato abbia ottenuto la fiducia delle Camere ed è comunque, dopo il giuramento, già nella pienezza dei suoi poteri. Il "plenum" del Parlamento viene convocato dal presidente della Camera non appena adempiuti gli impegni di calendario. Non si verifica alcun vuoto costituzionale perché la "prorogatio" del Capo dello Stato è automatica e dura fino all´elezione del suo successore.
Ma l´improntitudine del presidente del Consiglio uscente va ancora più in là, molto più in là. Come leader di Forza Italia ieri ha lanciato la candidatura di Gianni Letta per il Quirinale mentre i suoi portavoce aggiungevano i nomi di Pera e di Casini formando così una rosa sottoposta alla valutazione della nuova maggioranza parlamentare.
Incredibile ma vero. La prassi consolidata vuole che, per la massima istituzione dello Stato sia la nuova maggioranza parlamentare a proporre all´opposizione una rosa di nomi per realizzare un´auspicabile convergenza di forze. Qui accade l´incontrario. E poiché la risposta non potrà che essere negativa, Berlusconi ne trarrà nuova legna per alimentare il fuoco del ribellismo alle regole e trasformare una legislatura già di per sé difficile in una rissa continua e permanente.
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Chi dei suoi lo seguirà in questo comportamento consapevolmente eversivo? I tre da lui candidati al Quirinale erano preventivamente informati di quella mossa estremamente spericolata? Si rendono conto del significato e degli effetti che ne derivano?
Ma ancora più interessante è capire come sarà accolta l´ennesima provocazione berlusconiana da quella metà di italiani che lo ha ancora una volta votato, a cominciare dal Nord delle piccole imprese.
Gli interessi dei ceti produttivi sono di avere un governo in grado di governare e non paralizzato da un´emergenza permanente. E poiché un governo tra pochi giorni ci sarà e nascerà poggiandosi ad una squadra di persone serie e preparate a cominciare da Tommaso Padoa Schioppa all´Economia, l´Italia produttiva si farà coinvolgere in un ribellismo continuo e paralizzante o manderà segnali visibili a chi ha ricevuto i suoi voti il 10 di aprile?
Questa è la questione che i comportamenti di Berlusconi, ma anche quelli di Fini e di Casini, pongono a tutto il Paese.
Naturalmente il frullatore mediatico di cui il padrone delle televisioni dispone è tale da far presagire una presentazione distorta dei fatti. Per questo è tanto più necessario il ruolo di chiarimento della libera stampa e del servizio pubblico televisivo se si riuscirà a liberarlo dall´ipoteca di Arcore senza peraltro indulgere a ipoteche di altro colore.
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Non posso però chiudere queste note senza soffermarmi brevemente sui due personaggi che sono stati al centro delle vicende nelle ultime quarantott´ore.
Parlo dei due senatori a vita Andreotti e Scalfaro.
Il primo ha accettato la candidatura del centrodestra alla presidenza del Senato. Essa è stata presentata come "super partes". Non lo era e Andreotti lo sapeva benissimo.
Sapeva anche che tra i personaggi eminenti del quarantennio democristiano della Prima Repubblica lui è stato ed è il più discusso di tutti. Andreotti non è un nome che unisce ma un nome che divide.
Abbiamo sperato (per lui, per la sua dignità e infine per l´età veneranda cui è arrivato e per la carica onorifica che ricopre) che dopo le votazioni di venerdì decidesse di ritirarsi da un confronto cui non avrebbe mai dovuto offrire il suo nome. Invece ha proseguito fino alla sconfitta finale. Esempio quanto mai disdicevole d´una passione per il potere e per le cariche che ha caratterizzato l´intera sua esistenza e che non può certo esser camuffata da spirito di servizio cristiano. Alla sua età poi...
Oscar Luigi Scalfaro è stato aggredito a freddo da una metà del Senato e anche da persone fuori dal Senato che l´hanno insultato con livore e faziosità. Parlo specificamente di Gianfranco Fini, da alcuni mesi regredito di nuovo al fascismo di origine.
Scalfaro ha presieduto una sessione tumultuosa di quell´assemblea. Ha giustamente rifiutato d´intervenire nella disputa tra i sei segretari provvisori ai quali, per regolamento, spetta in esclusiva il controllo delle schede di voto e della loro correttezza formale e sostanziale. Ha annullato la seconda votazione proprio per rispettare le obiezioni dei due segretari di centrodestra alle quali si opponevano i quattro segretari di centrosinistra.
Nella terza votazione ha letto male una scheda. Se n´è scusato dinanzi all´assemblea ricordando con molta umiltà che alla sua età presiedere un consesso di quell´importanza e così tumultuoso per quattordici ore di fila lo aveva ridotto allo stremo delle forze. Avrebbe dovuto essere applaudito per questa sua dichiarazione, viceversa è stato sommerso da critiche impietose ad opera principalmente del senatore D´Onofrio, polverosa figura di vecchio democristiano ora portavoce dei desideri del padrone.
Infine è stato redarguito con vociferazioni da stadio per aver spostato dalle 20 alle 22 della sera di venerdì la terza votazione per dar modo di poter votare ad alcuni membri dell´assemblea che si erano allontanati non prevedendo che la seduta sarebbe ripresa.
Osservo che in votazioni importanti è interesse di tutti (o dovrebbe essere) che il maggior numero di aventi diritto al voto possa esercitarlo.
Osservo che il presidente Pera ha postergato innumerevoli volte l´inizio delle votazioni quando veniva richiesta la verifica del numero legale.
Infine osservo che c´è modo e modo di criticare un ex presidente della Repubblica che ha avuto il solo demerito di aver fatto rispettare la Costituzione anche a Silvio Berlusconi, il che non è certo un risultato di facile realizzazione.
Se c´è stato un comportamento indecoroso in quanto è accaduto venerdì al Senato, è a mio avviso quello di una parte dell´assemblea nei confronti di un uomo di tarda età, ex presidente della Repubblica e senatore a vita, ex membro dell´Assemblea costituente del 1946, che ha servito il suo Paese per sessant´anni. Questo penso e questo scrivo.
Risarcire Belzebù
Barbara Spinelli su La Stampa
Se nella campagna elettorale si fosse parlato dell'essenziale - della legalità tenuta in spregio da anni, del conflitto d'interessi, della legge che in Italia non ha più maestà - forse non ci sarebbe stato il caos che abbiamo visto l'altra notte quando si è trattato di nominare il presidente del Senato. Non ci sarebbe stato questo nuovo manifestarsi d'un tumore che affligge gran parte della classe politica, che non accenna a mitigarsi nonostante la sconfitta di Berlusconi, e che può esser riassunto nelle seguenti malformazioni: il prevalere dell'interesse particolare o personale su quello collettivo, il primato dell'emozione vendicativa sulla valutazione razionale dell'utile per l'Italia, la sistematica preferenza data alla divisione, al disfacimento di quel che si potrebbe fare, al ricatto, al voto di scambio, all'avvertimento che promette e non promette, insinua e impaura.
Adesso Marini è stato eletto presidente e Prodi ha l'inconfutabile diritto a governare con il sostegno di ambedue le camere, ma i miasmi delle ultime ore converrà tenerseli accanto come ammonimenti, per capire quel che sta davanti al futuro governo e agli italiani. In particolare converrà avere accanto il ricordo di come Andreotti, candidandosi, ha contribuito a tale inquinamento. A partire dal momento in cui su suggerimento di Berlusconi è sceso in campo per contrastare la candidatura di Marini, a partire dal momento in cui s'è ostinato a restare in gara pur essendosi accorto che l'imparziale spirito d'unità che pretendeva incarnare era una menzogna, si poteva infatti prevedere la massima confusione. Diabolus, che vuol dire divisore, è lo spirito maligno che imprigiona l'Italia politica e non stupisce che questo sia il nome attribuito al senatore: Belzebù. Se nella campagna elettorale si fosse parlato di legalità da restaurare non ci sarebbe stato spazio per un rientro di Andreotti all'insegna di questo epiteto, e per quel che s'è accompagnato a tale rientro: i voti sbagliati per Marini denominati pizzini, il vocabolario della mafia che entra in Parlamento e l'infanga, le parole eversive dette dall'ex maggioranza contro Scalfaro.
Quest'ultima avventura di Andreotti resta come una ferita, uno sgarro. Una ferita che oscura le non poche sue condotte benefiche, e anche integre: la battaglia per l'Europa, la scelta di difendersi nei processi e non contro i processi. Ha detto il senatore che voleva apparire come uomo sopra le parti, un tipico esponente del centro che rifiuta l'aspro conflitto bipolare: ma come tale non si è comportato, seminando piuttosto divisione. La nozione stessa di centrismo esce devastata dall'esperienza, perché ancora una volta ad affiorare è stato l'estremismo del centro, che si dilania sulle persone avendo perso cognizione del conflitto di idee. Da questo punto di vista è più super partes Bertinotti, che alla Camera non ha esitato a dire: "Sono un uomo di parte che per questo motivo, però, non teme il conflitto. (....) Ma non bisogna lasciar scivolare la politica nella coppia amico-nemico".
Altri dicono più verosimilmente che Andreotti voleva levarsi un sassolino dalla scarpa (nel frattempo se n'è tolti tanti, troppi: fin da quando si augurò, nell'agosto 2005: "Meglio sarebbe che Violante e Caselli non fossero mai esistiti". O quando equiparò il proprio processo al calvario di Gesù), e ha fallito prestandosi a un'impresa disgregante anziché unitaria. Quest'idea di adoperare la politica per levarsi sassolini, strappar poltrone, è un'usanza che rischia di fare tanti più proseliti, quanto più viene considerata normale. Quando Andreotti sostiene che il potere logora chi non ce l'ha, è a quest'usanza che sembra pensare. È la convinzione che il politico sia autentico solo se è costantemente ai comandi e non, come in Plutarco, "governante per breve tempo, e governato per tutta la vita". Una convinzione non fugata dalla vittoria di Prodi.
È l'usanza di chi nella politica vede un mezzo per propri calcoli o rivincite e neppure sa cosa sia, dare uno scopo a sé e anche alla pòlis. Il sassolino di cui Andreotti voleva disfarsi è un macigno, ed è gravissimo che nessuno glielo abbia fatto capire, a cominciare dalle gerarchie ecclesiastiche. La giustizia lo ha assolto solo in apparenza, perché nella motivazione della sentenza la sua contiguità con la mafia fino all'80 è attestata: se non ha pagato per questo reato è perché esso fu prescritto, non perché non fu commesso. I giudici d'appello hanno emesso a Palermo una chiara sentenza nel 2003, resa definitiva dalla Cassazione nel 2004, quando hanno evocato: "un'autentica, stabile e amichevole disponibilità dell'imputato verso i mafiosi" fino alla "primavera del 1980". Se la legalità italiana non fosse da tempo e in misura crescente qualcosa di opinabile, Andreotti non avrebbe potuto osare esporsi così, e offrire un pessimo esempio ai politici dei due campi.
Da questa patologia il centro sinistra dovrà prima o poi ripartire, perché essa permette il continuo riemergere di personaggi che con la legalità hanno rapporti distorti: personaggi che Sylos Labini chiama i neomachiavellici, presenti a destra come a sinistra e sempre pronti non a distinguere la politica dalla morale, ma a contrapporre l'una all'altra (Sylos Labini, Ahi serva Italia). La caratteristica di simili personalità è l'indifferenza all'etica pubblica, la disinvoltura con cui minacciano slealtà, mercanteggiano lealtà, usano parlare di gioco politico per dissolvere nella levità dei vocabolari infantili la distruttività. Sono chiamati spesso simpatici per il modo in cui esibiscono la spregiudicatezza come un pennacchio (lo osservava con acutezza Thomas Mann, poco dopo l'ascesa di Mussolini, nel racconto Mario e il Mago: "Quello strano tipo di uomo, che gli italiani chiamano simpatico, confonde singolarmente il giudizio morale con quello estetico"). Altri attributi estetizzanti si sono nel frattempo aggiunti: geniale, coraggioso, intelligente, addirittura intelligentissimo. L'imperturbabilità nelle tempeste è scambiata automaticamente col coraggio, il cinismo è preso per acume: qui fiorisce spesso l'estremismo del centro.
La morale, con tutti questi attributi, non ha rapporto alcuno. La morale del geniale è quella tartufesca di chi ininterrottamente chiede un qualche risarcimento per i sacrifici fatti, una compensazione per la lealtà che in politica si dovrebbe dare gratuitamente. Andreotti abilitato a togliersi sassolini diventa modello, anche se sconfitto: ognuno ritiene di poter rivendicare un indennizzo sotto forma di promozione, in cambio della propria fedeltà. Nel dizionario Battaglia il risarcimento è "la riparazione di danni causati ingiustamente, l'ottenere soddisfazione a seguito di un danno morale, un'offesa, un'ingiustizia". Tutto a questo punto può divenire illecita offesa, danno morale: perdere la maggioranza nel voto, subire indagini, processi: tutti - da Berlusconi a Andreotti - devono esser pacificati con risarcimenti. Se così stanno le cose, son soprattutto le parole ad ammalarsi e a dover esser ripulite. Questa non è la seconda repubblica di cui si parla, né stiamo entrando nella terza. Siamo tuttora immersi nelle escrescenze della prima, che l'hanno appestata.
Stiamo tuttora cercando il gancio che ci riconnetta con l'Italia quando fu davvero coraggiosa: nel Risorgimento, nella Resistenza, nel dopoguerra. Certo siamo in emergenza, e ogni emergenza richiede larghe intese per fronteggiare ingovernabilità e maggioranze esigue. Ma larghe intese su cosa precisamente, su quali requisiti personali, pubblici? Se il terreno comune non ha come base la maestà della legge e la moralità da restaurare, le larghe intese sono un complice patto che perpetua il fango e rende grotteschi i paragoni con la grande coalizione tedesca. Se non si cerca un altro tipo d'accordo, l'insolente distruttività delle ultime ore si ripeterà per l'elezione del Capo dello Stato, e vorrà dire che dalle notti di aprile si è appreso poco. Il centrosinistra potrebbe forse proporre queste intese all'opposizione: su legalità, etica pubblica, imparzialità vera delle nomine. Se Berlusconi e alleati dissentiranno, vorrà dire che ben altro vogliono: non intese ma cosiddetti inciuci. Un vocabolo che dissolve ogni cosa - civile coerenza, divisione tra destra e sinistra - nei miasmi del pateracchio, del pettegolezzo e dell'intrigo.
Per Andreotti questi non sono stati giorni di riscatto, proprio perché da essi si era aspettato non già giustizia ma risarcimento. Questi sono stati giorni in cui la terribile profezia di Aldo Moro, pronunciata in una lettera dalla prigionia brigatista ("Lei uscirà dalla Storia e passerà alla triste cronaca che le si addice"), si è in parte avverata e non è stata contraddetta da una vera conoscenza di sé, oltre che delle proprie responsabilità.
Baldanza e realismo
Sergio Romano sul Corriere della Sera
Un editoriale sulla presidenza delle Camere, apparso nel Corriere di qualche giorno fa, è stato intitolato "Pessimo spettacolo". Forse sarebbe stato preferibile dire che lo spettacolo era brutto e lasciare "pessimo" per quello che poteva accadere e che è puntualmente accaduto al Senato fra venerdì e sabato. Ma anche i drammi italiani, fortunatamente, hanno un epilogo. Abbiamo un presidente della Camera che crede nelle istituzioni, anche se vorrebbe che i deputati si riunissero a Marzabotto. E abbiamo un presidente del Senato che chiede "a tutti di saper convergere nelle grandi scelte che coinvolgono il Paese". Sciolto il nodo delle due presidenze, avremo nelle prossime settimane l'inizio di un nuovo mandato presidenziale, un governo Prodi, una nuova legislatura. Resta tuttavia l'impressione che il centro-sinistra, dopo una vittoria di molto inferiore alle sue aspettative, abbia affrontato queste prime scadenze con la stessa baldanza mostrata nella campagna elettorale. L'errore commesso da Berlusconi, quando ha preteso di contestare il risultato delle urne, spiega lo spirito combattivo con cui la coalizione di Romano Prodi ha difeso la sua vittoria. Ma non giustifica lo stile con cui i vincitori hanno imposto i loro candidati.
Dopo avere sostenuto che il governo Berlusconi faceva un uso arrogante della propria maggioranza, il centro-sinistra sembra deciso a comportarsi, senza averne i mezzi, nello stesso modo. Non basta dire "governeremo cinque anni" perché l'auspicio si realizzi. Non sarà facile governare un Paese in cui le regioni del Nord hanno votato per il centro-destra e in cui due importanti regioni del Sud hanno rovesciato il risultato delle regionali. Non sarà facile realizzare un qualsiasi piano di lavoro se il governo, al Senato, ha una maggioranza minuscola, soggetta a trappole, imboscate, ricatti e imprevisti. Non credo che Prodi possa compiacersi più di tanto della elezione di Franco Marini: un evento fin dall'inizio scontato. Credo che dovrebbe piuttosto interrogarsi sulle beffe goliardiche che hanno preceduto la votazione finale. Qual era il senso di quelle schede? Erano soltanto una occasionale manifestazione di dissenso? O non piuttosto le avvisaglie di gruppi che si serviranno del loro potere marginale, ma decisivo, per contrattare i loro voti? Per sopravvivere in queste condizioni non basta proclamarsi vincitori.
Occorre distinguere i settori in cui il governo ha il diritto di fare la propria politica (economia, fisco, lavoro, rapporti con Bruxelles) da altri, più istituzionali, in cui il governo può, nell'interesse del Paese, avviare un dialogo con l'opposizione. Ve ne sono almeno due. Il primo è l'elezione del presidente della Repubblica. Il secondo è il referendum confermativo sulla riforma costituzionale del governo Berlusconi alla fine di giugno. Se rileggerà quel testo attentamente, la nuova maggioranza si accorgerà che contiene novità (i poteri del Premier, le competenze del Senato, la riduzione del numero dei parlamentari) che possono giovare persino al futuro del suo governo. Forse esiste la possibilità di emendare quello che merita di essere corretto e di realizzare finalmente la grande riforma costituzionale di cui il Paese ha bisogno. Un accordo migliorerebbe il clima. E in un clima diverso tutto, anche il cambiamento della legge elettorale, diventerebbe più facile.
Il dialogo e il muro
Antonio Padellaro su l'Unità
Nel giorno di Santa Caterina l'Unione ha portato al vertice del Senato il cattolico Franco Marini mentre il comunista Fausto Bertinotti si accomoda sulla poltrona di Montecitorio celebrando il Primo Maggio. È il sabato dei sorrisi che segue il venerdì del nostro scontento quando a palazzo Madama si metteva davvero male e a Montecitorio ad ogni votazione si scivolava più giù. No, non c'è stato il caos che tanti giornali annunciavano perdendo di vista il dato politico fondamentale di una maggioranza che pur sotto assedio e tormentata da qualche Francesco tiratore si è sempre mantenuta compatta soffrendo, pazientando ma capace di assestare il colpo decisivo al momento giusto.
E non si dica che il voto su Bertinotti era il più scontato: primo perché non c'è mai niente di scritto nello scrutinio segreto; e secondo perché se l'illustre eletto il primo saluto lo rivolge alle operaie e agli operai non è certo un personaggio per tutte le stagioni e per tutti i palati. E poi chi avrebbe detto che, alla fine, Marini avrebbe preso tre voti più del necessario, e l'applauso di tutto l'emiciclo? Dando così ragione al presidente Scalfaro e a chi ha preferito non vincere al secondo round con un verdetto contestato per stravincere al terzo con un risultato inattaccabile. Noi non eravamo tra questi giudicando insopportabile l'arroganza di quel manipolo dei destri che tutti abbiamo visto premere quasi fisicamente sul presidente provvisorio, e quasi sorvegliarlo affinché annullasse e cancellasse.
È andata bene così perché ogni cosa ha il suo tempo e adesso che l'Unione ha trovato un rassicurante assetto istituzionale (Prodi, Marini, Bertinotti), forse la scelta più accorta non è andare al muro contro muro ma attendere che l'altro muro magari cominci a sgretolarsi. Questioni di potere, certo, ma strettamente legate a ciò che adesso gli italiani, tutti gli italiani, soprattutto si aspettano. Un governo che governi i loro tanti problemi e un parlamento che sia un punto di sicurezza nella loro vita. Non più scontro, dunque, ma dialogo. Non più barricate, ma confronto. Non più accuse ma comprensione.
Questo intende dire il nuovo presidente della Camera quando sottolinea il rispetto delle regole e il ruolo dell'opposizione. Questo ci propone il nuovo presidente del Senato che senza "evocare intese che non ci sono" si appella a un più maturo senso di responsabilità tra i due schieramenti. Sarebbe meraviglioso. Ma purtroppo c'è un problema: come si può parlare a tutto il paese quando chi ha la rappresentanza politica di metà del paese non vuole parlare con te? E, anzi, come ha fatto ieri Silvio Berlusconi, ti accusa di voler schiacciare la nazione sotto la "dittatura della minoranza" (che nel suo particolare linguaggio significa comunismo più brogli). Però, siamo d'accordo, qualcosa per rasserenare il paese sbalestrato da cinque anni indimenticabili bisognerà pure farla. Con qualche modesta avvertenza.
Primo di tutto, non sottovalutare l'avversario. È l'errore che è stato commesso, che tutti abbiamo commesso, quando si è pensato che la destra fosse definitivamente battuta, e in rotta. Sappiamo come è andata a finire, e se non fosse, diciamolo, per una serie concatenata di colpi di fortuna (alla Camera la loro legge elettorale boomerang, al Senato il soccorso degli italiani all'estero), pur avendo l'Unione conquistato il record dei consensi a quest'ora staremmo a qui a piangere sul secondo regno del caimano. Che ha dato prova di enorme resistenza e vitalità smentendo ancora una volta chi ne preannunciava il prepensionamento dalla politica e il volontaria esilio alle Bermude. L'uomo invece è ancora qui tra noi deciso a riprendersi, meglio se con le cattive, quello che ritiene essere di sua esclusiva proprietà: l'Italia. Sulla sua profumata scia di miliardi e di televisioni c'è una nomenklatura di guastatori decisi a tutto. Li abbiamo visti all'opera in queste ore proprio al Senato. Strenuamente mobilitati in un ostruzionismo assillante e, nel loro qualunquismo, non privi di argomenti che possono fare presa sul cittadino qualunque (l'Unione descritta come un'armata Brancaleone dedita al mercato delle poltrone e alla violazione del regolamenti).
Ma c'è anche il pericolo opposto: sopravvalutare la Cdl come se l'idea del superpartito formato da Forza Italia, An e Lega possa sopravvivere alla sconfitta. Non era così prima delle elezioni quando la favola delle tre punte è servita a mascherare il progressivo allontanamento di Casini e Fini da palazzo Grazioli.
A maggior ragione non può esserlo più oggi con un cavaliere all'opposizione e dunque con molto meno appeal. Sempre di più la Lega vuole giocare per conto suo, e averla costretta a votare per Andreotti (emblema della vecchissima Dc e di quella Roma Ladrona che fomentò la rivolta padana) non ha certo migliorato i rapporti con gli ex alleati. Nell'Udc, Follini, Tabacci e il gruppo delle Formiche si comportano sempre di più come corpi estranei e non nascondono il loro favore per le larghe intese. Dentro il partito azzurro è scoppiata la grana Tremonti, un Fenomeno troppo ambizioso per accontentarsi di fare il vice di Elio Vito. Quelli di An, infine, non sembrano più disposti a fare i donatori di sangue per la maggior gloria di un premier, che da martedì prossimo non sarà più tale.
Infine, il Quirinale. Certo che va ricercato il candidato più condiviso possibile per la più alta carica dello Stato, per il garante della Costituzione, per colui che rappresenta l'unità della nazione. Ma siamo sicuri che Berlusconi sia disposto a un'intesa? Quando propone come successore di Ciampi il suo braccio destro Gianni Letta, quando afferma che non spetta alla sinistra proporre la rosa dei nomi per il Colle la sua è normale tattica preventiva o il tentativo di estremizzare lo scontro in un quadro di guerra a tutto campo? Sarà bene, perciò, che l'Unione si prepari ad ogni evenienza. Anche a votare a maggioranza il nuovo capo dello Stato. Indicando un proprio nome. È già successo altre volte. E la Repubblica è ancora qui.
Il presidente degli operai
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
Il camerata Amerigo Olive, alla vista del compagno Fausto presidente della Camera, si è messo a battere le mani: "Congratulazioni! È un uomo in gamba e corretto". Ma tolto lui, che per pura coincidenza è il consuocero dato che la figlia ha sposato Duccio Bertinotti ("fra nonni ci litighiamo solo su chi tiene la nipotina"), l'ascesa a Montecitorio del leader di Rifondazione, che ha dedicato la vittoria "alle operaie e agli operai", non è stata affatto ben accolta da chi non si riconosce nell'Unione. Unica eccezione, Francesco Cossiga che, col gusto che prova per i messaggi sospesi tra la pomposità e la beffa, gli ha mandato un telegramma in cui, da amico, da democratico e da secondo unico marxiano d'Italia dopo di te" invia le più vive felicitazioni e si dice certo che l'amico rosso riuscirà "a lavorare per quella unificazione civile e morale di cui la nazione italiana ha bisogno e che già pur nel duro contrasto tra il Partito Comunista Italiano del quale tu sei l'erede e la Dc riuscirono a garantire". Pregasi notare il cenno all'eredità del Pci: puro veleno per i diessini. Non bastasse, al successore di Pierferdinando Casini, sommerso a suo tempo di epistole zuccherine che ruotavano intorno a tutti i concetti cari alla democristianità, è arrivato un telegramma anche dei Comunisti Italiani, i cugini scissionisti che se ne andarono dopo lo sgambetto al primo governo di Romano Prodi: "La tua elezione a presidente della Camera costituisce una avanzata postazione di lotta per tutti coloro che credono nelle idee di pace, libertà, uguaglianza e giustizia sociale".
Figuratevi i moderati: Montecitorio "avanzata postazione di lotta"? Non bastasse ancora, via via che passavano le ore dal discorso con cui il segretario rifondarolo aveva preso possesso della terza carica istituzionale dello Stato, le parole di Fausto Bertinotti parevano, a rileggerle, sempre più schierate, sempre più rosse, sempre più estranee allo spirito di un "presidente di tutti". Certo, la "evve" moscia morbida e quel tono non aggressivo, avevano un po' smussato certe asprezze. Nero su bianco, però, era chiaro come, al di là della personale cortesia e dell'omaggio a Casini ("che per capacità e senso delle istituzioni spero di poter imitare"), il discorso d'insediamento era assai diverso non solo da quello pronunciato dieci anni fa da Luciano Violante, che si era premurato di tendere la mano ai "ragazzi di Salò", ma anche da quello letto nelle stesse ore al Senato da Franco Marini. Un rovesciamento radicale rispetto alla retorica ufficiale degli ultimi anni (garbatissimamente registrato dal Tg1 come non ci fosse alcuna contraddizione con le sviolinate polarole di un mese fa) e perfetto per piacere a un pezzo della sinistra quanto perfetto per restare nel gozzo alla destra. "E le foibe?", gli ha urlato a un certo punto il deputato triestino nazional-alleato Roberto Menia, furente per i richiami alla Resistenza, a Marzabotto, al 25 aprile esaltati senza il minimo sforzo di concedere una sola briciola a chi la pensa diversamente e magari stava "dalla parte sbagliata". "Noi a Marzabotto siamo stati e andremo ancora", ha sibilato il collega di partito Fabio Rampelli, "ma forse occorrerebbe recuperare i 60 anni in cui non si sono fatti pellegrinaggi a Basovizza e le tragedie procurate dai comunisti sepolte da un silenzio complice".
Ma è sul piano dei valori di oggi, quelli economici, politici e civili, che il ribaltone è stato totale. Mai una volta, in un paese fiero dei suoi distretti industriali e delle sue piccole e medie imprese e dei suoi milioni di Partite Iva, ha citato la parola "impresa", mai la parola "imprenditori", e mai "artigiani" e "commercianti" e "ceti produttivi" e "sviluppo" e "infrastrutture" e "opere" e "riforme". Per non dire di "governo", "governare", "governabilità": zero. Si dirà: non toccava a lui e non era il discorso di ieri l'occasione giusta. Può essere. Ma a qualcuno, anche della sua sponda, anche tra quelli soddisfatti dei richiami all'importanza della cultura, all'insegnamento di don Lorenzo Milani, ai docenti, alla scuola, alla sottolineatura della "precarietà come il male più terribile del nostro tempo", ha fatto venire in mente uno strepitoso scambio di battute tra il neo-presidente della Camera e uno spazientito Ciriaco De Mita che gli diceva: "Santa Pazienza, io non ti capisco, Fausto: chiunque fa politica lo fa per governare!". E lui: "Io non sono chiunque, Ciriaco. Devi dire: chiunque meno uno". Va da sé che, mentre i duri e puri del microscopico ma agguerrito Partito Marxista Leninista trovavano nell'ascesa del compagno Fausto alla presidenza della Camera la conferma che è un "trotzkista narcisista" addetto "al ruolo di cagnolino da guardia del democristiano Romano Prodi", a destra hanno cominciato a levarsi sconcerto, proteste e censure.
Che andavano a rompere certi coretti di indulgenza per quell'unico "comunista simpatico" che nel passato avevano toccato vette incredibili. Come la volta che Geronimo La Russa, il figlio d'Ignazio, che era arrivato a fare al sub-comandante Fausto quello che per lui ( de gustibus...) era un grande complimento: "Ho grande rispetto per Bertinotti. È coerente e determinato. È quasi un fascista". Un giorno Claudio Sabelli Fioretti glielo chiese: "Perché piace alla destra?" Rispose: "Faccio l'avvocato del diavolo contro di me: agli occhi della gente di destra sono così diverso che non costituisco una minaccia immediata. La coerenza, il rigore, l'incorruttibilità, fan sì che non vengo considerato pericoloso". Basti dire che perfino Berlusconi, che inzuppa l'anticomunismo nel caffelatte ogni mattina, lo attaccò una volta sola: quando, dopo aver minacciato di buttar giù Prodi nell'autunno 1997, aveva rinviato l'affondamento all'anno successivo: "Come si chiamava quel libro di Lenin? Ah, sì: Il rinnegato Kautsky.
Dov'è il rinnegato Fausto? Ho un regalo per lui. Un orologio Previet con stella rossa, tecnologia sovietica e la scritta CCCP". Come poteva spaventare davvero la destra, dicevano i suoi compagni di strada più critici, uno che per l'abbinamento tra lo spirito d'interdizione e i pullover morbidi dai colori tenui era stato ribattezzato da Emanuele Macaluso col nomignolo di "Ghino di Oxford"? Uno che dopo aver esordito dicendo che non gli piaceva la politica personalizzata ("Mi sento come chi si batte nella terra degli infedeli") venne classificato in un sondaggio tra le lettrici di "Anna" come "l'uomo più vanesio d'Italia" davanti al Cavaliere e a Vittorio Sgarbi? Un frequentatore dei salotti così assiduo ("Vado lì come vado nelle piazze o in parlamento: per affermare anche là il diritto all'alterità della sinistra antagonista") che gli fu rinfacciata addirittura la partecipazione a un "pigiama party"? Uno che pareva giocare con certi miti e certe parole al punto che, dopo il famoso incontro nel Chapas col sub-comandante Marcos, venne bonariamente preso in giro perfino da Fidel Castro che lo accolse dicendo "caro Fausto, hai fatto l'estremista, eh?". Ecco, adesso il compagno Fausto è lì, in cima. Alla guida di Montecitorio. E Silvio Berlusconi, cortesemente, ha fatto buon viso a cattivo gioco levando il calice nel brindisi. Solo che lui, ahi ahi, continua a dire tutto quello che diceva prima. E non è più tanto facile sorriderne...
Se Fausto parla come Andreotti
Marcello Sorgi su La Stampa
Il Primo Maggio, gli operai, i partigiani, e poi quelle due paroline, centralità del Parlamento, che in bocca a chiunque fosse stato nominato presidente della Camera potevano suonare ovvie, e invece dette da lui acquistano un significato particolare. Perché Bertinotti non è solo il quarto presidente "comunista" (dopo Ingrao, Iotti e Napolitano), e il primo leader di Rifondazione a salire a un'alta carica istituzionale.
E' anche, con Bossi, uno dei più proporzionalisti della Seconda Repubblica, e forse quello che ha vissuto con maggiore insofferenza le costrizioni del maggioritario. Per un proporzionalista, infatti, insieme con la piena legittimazione politica e di governo e la fine delle esclusioni pregiudiziali tipiche della Prima Repubblica, il maggioritario in questi anni ha significato obbedienza, un dovere sgradito a chiunque sia dotato, insieme, di passione politica, spirito libertario e forte senso di autonomia. Maggioritario, a destra come a sinistra, finora ha voluto dire vertici di coalizione, decisioni prese fuori dal Parlamento e solo successivamente ratifiche nelle Camere a colpi di fiducia. Dunque, niente o quasi occasioni di confronto, mediazioni e, perché no?, accordi trasversali tipici dell'attività parlamentare. E' esattamente questo spazio perduto che il Bertinotti presidente della Camera proverà a riguadagnare, in nome della sua fede proporzionalista e parlamentarista. Politicamente, la stagione gli è propizia. Al contrario di quel che pensano tanti del centrosinistra, che la presidenza della Camera per il leader di Rifondazione è un prezzo alto da pagare alla sterilizzazione di un alleato rivelatosi spesso capriccioso e rischioso, Bertinotti considera la presidenza un punto di partenza più che d'arrivo.
La nascita dei gruppi unitari dell'Ulivo, annunciata per i prossimi giorni, modifica la geografia interna dell'Unione favorevolmente: al posto di un centro e due sinistre, quella riformista dei Ds e quella di Rifondazione e degli altri alleati radicali di Prodi che c'erano fino a oggi, di qui a poco, nella percezione comune, ci sarà appunto un centro e una sola sinistra della coalizione. Ed anche se Bertinotti, diversamente da Rutelli, Fassino e D'Alema, non coltiva alcun progetto federativo dei gruppi parlamentari alla sua sinistra (il proporzionalismo, semmai, prevede che tutti o quasi abbiano la propria rappresentanza e il proprio gruppo), è chiaro che la dimensione di rappresentante della "seconda gamba" dello schieramento in questa cornice per lui si rafforza. Accanto ai gruppi unitari che rappresentano il trenta per cento dei voti presi (e il sessanta per cento della coalizione), poco meno del restante venti per cento (e tra un terzo e un quarto dell'Unione) si riconosce più di prima nel nuovo presidente della Camera. E questo nuovo rapporto di forza dovrà pesare, sia nei rapporti interni dell'Unione, sia nelle trattative e nei giorni delicati che attendono alla prova l'alleanza, a cominciare dagli accordi sulla struttura ministeriale che sono in gran parte da definire. Con l'obiettivo, capovolto rispetto alla tradizione compromissoria italiana e alle convinzioni di molti dei suoi alleati, di introdurre temi, simboli e cultura radicali nel programma e nella composizione del governo.
Sia chiaro: Bertinotti non punta a rendere difficile la vita a Prodi, che anzi vorrebbe aiutare a restare a Palazzo Chigi cinque anni, a dimostrazione che rispetto alla volta precedente la sua strategia è mutata. Ma proprio in nome della sua storia di uomo di minoranza, che ha voluto sottolineare, e del ritorno tendenziale al proporzionalismo - un parlamentarismo fondato, come ha detto nel suo discorso di saluto da presidente (e come avrebbe potuto sottoscrivere anche Andreotti), sulla "pari dignità politica di ognuno" -, il leader di Rifondazione prefigura di darsi un ruolo attivo nel confronto parlamentare e nella ricerca di soluzioni autonome, non imposte dall'alto, per le questioni più spinose. Una logica del genere prevede, anche se non rende obbligate, intese parlamentari al di là dei confini degli schieramenti, su materie che già hanno determinato in passato dissensi e alleanze trasversali, e che ora, in un Parlamento spaccato a metà e posto di fronte alla crisi delle coalizioni, potrebbero avvenire più liberamente.
Mettendo da parte il tema della guerra, della pace e delle missioni militari italiane all'estero, sul quale (la tragedia ultima di Nassiriya lo dimostra) ormai ci si può aspettare una convergenza, o addirittura una concorrenza, tra maggioranza e opposizione, pensiamo a cosa potrebbe accadere nel caso in cui dovesse venire in discussione alla Camera, ormai in stragrande maggioranza proporzionalista, una nuova legge elettorale mirata a correggere gli aspetti più discutibili di quella attuale.
Oppure se si dovesse riaprire il dibattito in materia di bioetica, vita, aborto e più in generale sui cosiddetti valori, in un Parlamento dove una più forte rappresentanza femminile attende di far sentire la sua voce bipartisan. O ancora, in campo sociale, tra lo schieramento trasversale difensore della flessibilità e, a certe condizioni, del lavoro intermittente, e quello, che pure unisce pezzi di sinistra e di destra, contrario all'istituzionalizzazione del precariato.
Sono solo alcuni esempi, tanti altri se ne potrebbero fare in materia di riforme istituzionali (più o meno poteri al premier o al Capo dello Stato), di sicurezza (ordini diversi di priorità tra la "tolleranza zero" della criminalità e le ragioni del disagio delle periferie), di giustizia (il caso Bologna, con Cofferati da una parte, e dall'altra Rifondazione che rivendica il diritto di criticare i magistrati, è emblematico), di politiche industriali e di modernizzazione (anche quando cede, come sta accadendo sulla Tav, Bertinotti sa far valere le proprie ragioni). Ed è solo un'agenda sommaria delle questioni che ci attendono, un elenco, un calendario, una prospettiva che è impossibile non aver percepito. Forse ormai, rispetto alla novità Bertinotti, la differenza è tra chi, come Prodi, avendola intuita lo dice, e comincia ad attrezzarsi, e chi, come Rutelli, Fassino e D'Alema, non sapendo che fare, prende tempo fingendo di non aver ancora capito.
Un vincolo di paura
Lucia Annunziata su La Stampa
Se il buongiorno si vede dal mattino, e se, come molti dicono, il voto alla Camera e al Senato è stato una sorta di prova generale, la lezione che se ne ricava è che il prossimo governo durerà. Tenuto insieme dal più primario, istintivo e indissolubile dei vincoli: la paura. E' stata la paura, infatti, l'elemento pal- pabile che ha avvolto le due aule del Parlamento, diventate, per 24 ore, il rea- lity dell'umano che stravolge la politica.
Dimenticheremo con difficoltà questi due primi giorni della coalizione dell'Unione al governo, e non per "la mancanza di senso delle istituzioni", gli "istinti animali", il "patteggiamento", le ripicche e i sospetti. La politica infatti si incarna in questi difetti, e mostrarsene indignati è, francamente, solo uno schermo che i politici alzano fra loro e la realtà.
Per quel che ci riguarda, invece, affascinati spettatori, ammaliati dal duello che si sviluppa ormai da mesi, non dimenticheremo l'inedita trasformazione avvenuta sotto i nostri occhi di uomini e donne spogliati della loro immagine pubblica dalla insicurezza.
La maratona è cominciata come sempre. Come nei film apocalittici al cinema, l'inizio sapeva di spensieratezza e champagne. Toilette delle signore (toni pastello preferiti), solita menata sulle facce nuove che sanno o non sanno operare la luce del banchetto, e liturgia della comunicazione: Prodi e D'Alema che si parlano, incrociatisi, guarda caso, proprio davanti ai giornalisti, segretari che sfilano, sorrisi sulla bocca di tutti, e parole più citate "serenità" ed "emozione". Righe perfette per uomini, onda perfetta per le donne.
L'Unione ha messo su il migliore degli spettacoli possibili in circostanze vittoriose e incerte. Proiettando una immagine di forza e coesione. Una parte recitata così bene da comunicarsi anche a noi, spettatori titubanti.
Le votazioni sono partite infatti come se tutto davvero fosse già stato risolto, senza attese particolari se non quelle comprensibili. Si pattinava invece su ghiaccio sottile, e la peggiore crepa si è aperta alla Camera prima ancora che al Senato. Quel corposo numero di voti non ricevuti dal candidato Bertinotti, il nome del candidato eliminato, D'Alema, evocato da alcune schede come le maledizioni voodoo, i maliziosi errori al Senato, e soprattutto il ripetersi ossessivo e ostinato del rifiuto a mettersi in riga. L'insieme era tale da superare qualsiasi previsione negativa della vigilia. Lì è cominciata la paura. Gli spostamenti dei leader fra Camera e Senato, gli applausi di vittoria scoppiati troppo in fretta e in fretta smentiti, visite alle tribune cancellate all'ultimo momento. La paura ha preso prima i tratti dello sgomento, poi quelli della disperazione.
Bertinotti a un certo punto si è allontanato, Marini aveva una mano che tremava, Fassino era seduto come in trance, col mento appuntito su una mano, inusualmente fermo. D'Alema ingiallito sotto il peso della presa in giro: il suo nome speso come un lazzo. Angius che si lascia andare alla rabbia. Il sussurro più ascoltato era: "bisognava prepararsi meglio". Nel fondo della notte le pieghe dei capelli erano afflosciate, e sui visi era rimasta una espressione di incredulità. Il reality della scoperta della fragilità, dietro la sicumera politica, aveva fatto a quel punto il suo percorso.
Cosa sia passato nelle teste di senatori e deputati non lo sappiamo, ma possiamo immaginarlo. In fondo erano lì, quasi tutti gli stessi del 1996. Quando avviarono con spavalderia e gloria un percorso che sembrava loro sarebbe stato eterno, un cammino che poteva essere immaginato denso di medaglie e di spartizioni, rivelatosi poi soltanto un percorso di divisioni e incertezze. Dietro le facce pensose devono essere passate le sciocchezze fatte allora, i peccati di orgoglio, e, infine, i lunghi anni di esilio dal potere, da cui sono appena usciti, gli anni in cui si sono sorbiti Berlusconi in tv a pranzo, colazione e cena. Dal fondo dell'emiciclo salivano tutti questi fantasmi. Fantasie di noi spettatori? Può essere. Ma per una giornata intera l'Unione ha come guardato nel pozzo dei suoi reali sentimenti. Ieri mattina, così, alla ripresa, i voti si sono subito infilati in ordine, e anche con una certa abbondanza, come se proprio tutti volessero essere sicuri stavolta di non ripetere le scene del giorno prima.
I fantasmi, si sa, non esistono. Ma le ombre sì. E la paura di perdere, di scomparire, alla fine, sembra aver potuto più di ogni divisione ideologica, e/o personale. Potrebbe, appunto, essere questa la ricetta dei prossimi cinque anni.
La trovata finale per controllare i voti
Concita De Gregorio su la Repubblica
Appena eletto, ancora seduto al suo posto in quinta fila la pipa in bocca, il foglio col discorso pronto da due giorni e ormai sgualcito sul banco, decine di mani che si allungano per rallegrarsi, l´aula in piedi Franco Marini si volta verso la sua sinistra e intercetta lo sguardo di Clemente Mastella. "Ci hai fatto soffrire un po´ ma grazie lo stesso", gli dice. Mastella sorride con quei suoi occhi mobili, gli risponde ma Franco che dici, ma che pensi. Marini tende la mano: "Lascia stare, io lo so. Grazie e basta". Ancora una volta è stato Mastella. A tenere tutti in fibrillazione un giorno e una notte.
Scalfaro sull´orlo del malore Marini impietrito D´Alema e Rutelli a fare la spola fra i palazzi, Prodi al telefono senza sosta. A contrattare. A ricattare diceva ieri qualcuno, a "garantirsi" ha spiegato poi lui. La questione era questa: il senatore Mastella, già garantito nella sua designazione a ministro della Difesa personalmente da Romano Prodi venerdì pomeriggio (la telefonata è arrivata alla vigilia della seconda votazione), non voleva dimettersi dal Senato come invece la regola delle incompatibilità voluta da Prodi stabilisce. Grave impasse risolta nella notte: si farà per Mastella un´eccezione, in virtù della sua posizione di segretario di partito sarà ministro e senatore insieme. Perciò ecco che all´ora di pranzo del 29 aprile, sciolto il nodo Mastella, i tre "Francesco Marini" della vigilia si trasformano finalmente in "Franco senatore Marini": tre voti identici come tre firme, tre promesse mantenute.
C´è voluto un po´ per avere il controllo pieno e chiaro della situazione, forse lo scaltro lupo marsicano aveva al principio sottovalutato la diabolica sapienza di Belzebù, forse quei cinque o sei voti ballerini erano effettivamente incontrollabili: gli umori di Cossiga, i risentimenti speculari e opposti di Mancino e di Pera come molti ex incapaci di accettare fino in fondo il rientro nei ranghi, le ambizioni frustrate di Pisanu. L´impossibilità di un ex terrorista armato come Marcello De Angelis di votare Andreotti, l´evanescenza delle garanzie di senatori arrivati ieri da un altro mondo attraversando l´oceano, gente mai vista mai sentita prima che fa fatica a coniugare i verbi in italiano figuriamoci ad addentrarsi nei meandri del linguaggio cifrato dei "pizzini" che scivolano sui banchi tra ex dc. C´è voluto un po´, e alla fine lo spettacolo nello spettacolo ieri mattina al Senato erano quei quattro o cinque senatori incaricati, durante lo spoglio, di "censire" il proprio pacchetto di voti. Ad ogni gruppo è stata assegnata una diversa formulazione del nome del candidato: i Ds votano "Franco Marini", è il cardiochirurgo Ignazio Marino a tenere il conto. E´ seduto davanti a Livia Turco, accanto ad Anna Serafini. Scrive con una bella stilografica su un foglio giallo, conta solo i voti del suo gruppo. L´Italia dei Valori vota "Marini Franco". L´Udeur di Mastella firma con "Franco senatore Marini". La Margherita ha avuto indicazione di esprimere nell´urna "Senatore Franco Marini" ed è lui in persona, il Presidente, che controlla. Su una busta bianca aperta in due Marini mette una croce ogni volta che Scalfaro pronuncia questa formula. Ci sono tutti, ecco. Ce ne sono due in più addirittura. Due regali arrivati da destra. "I nomi dei 165 che mi hanno votato li conosco tutti uno per uno", dirà poi il neopresidente mentre con gli occhi lucidi brinda insieme ai suoi nella stanzetta torrida del sottotetto, un flut di Ferrari in mano e Nicodemo Oliverio l´uomo di fiducia di una vita che non la smette di piangere. E chi sono, dicci, chi sono? "So intanto di chi è la bianca, e lo sapete tutti", sorride. Uno dei nostri, mormora una giovane senatrice. Lui la guarda sornione. I due voti da destra Marini li bisbiglia all´orecchio. Uno da Forza Italia, uno da An. Rutelli, Angius e Fassino si avvicendano su per la scaletta ripida a festeggiare il nuovo presidente. Qualcuno spiega in un angolo che è davvero impossibile che Marcello De Angelis - già Terza posizione, già latitante, leader del gruppo musicale 270Bis come l´articolo del codice penale (associazione sovversiva) che lo ha condannato - abbia votato Andreotti.
Nello stesso preciso momento Massimo D´Alema giù da basso, allo scalone del Re, fa notare che "rispetto alla previsione di un eventuale ballottaggio la vera sorpresa sono stati i voti mancati ad Andreotti". 165 a 156 e una scheda bianca. Il sette volte presidente del Consiglio se ne aspettava almeno cinque di più. Ma non è più l´ora di fare conti, adesso. E´ l´ora del sollievo. E´ per il centrosinistra l´ora degli applausi: il primo in aula quando i contabili dei gruppi barrano sulla casella il voto numero 162. Per due volte Andreotti e Marini sono stati alla pari, nel conto. Per una volta - alla scheda numero 123 - è andato in vantaggio Andreotti. Poco a poco però la geografia dell´aula impercettibilmente cambia. Attorno al senatore a vita - seduto immobile al primo banco - si forma un capannello di senatori, scuri i volti e gli abiti come un nugolo di cattivi presagi. Emidio Novi, forzista seduto al suo fianco, gli bisbiglia spesso nell´orecchio, lui non risponde. Attorno a Marini comincia il movimento. Qualcuno sale, Willer Bordon in piedi tiene il conto a mani aperte. Giorgio Benvenuto, seduto accanto al compagno di sindacato, barra le caselle a testa bassa. Scalfaro affronta l´ultimo pacchetto di schede verdi, l´ultimo voto è per Marini. Dai banchi della Margherita si grida: "Abbiamo esagerato", il gruppo esulta. Il capannello in piedi attorno ad Andreotti resta impietrito. Dalle tribune in alto si affacciano Prodi, Fassino, D´Alema, Franceschini. Più in alto ancora Franco Giordano, nuovo leader di Rifondazione. La moglie di Marini non c´è, scaramanzia: si era affacciata ieri. Si volta sorridendo Rita Levi Montalcini la senatrice Emanuela Baio le grida "Brava", Marini scende per non farle salire le scale, scatta il secondo applauso. Dai banchi di destra a rallegrarsi arrivano solo Castelli, il primo, poi Altero Matteoli. Scalfaro proclama il risultato. Adesso applaudono tutti. Brevissimamente anche Andreotti che subito si alza e diventa l´ombra di un profilo curvo, sparisce dal retro.
Dopo il discorso anche Marini esce nei corridoi blindati dietro l´emiciclo: lì sono i più forti e sollevati abbracci. Prodi incrocia Rita Levi, quasi la alza da terra, lei arrossisce e ripete "è stato bello". Emilio Colombo le dice "ci hai dato un bell´esempio". C´è aria di festa e di congedo insieme. "Ora può cominciare la navigazione", dice D´Alema mentre i quasi centenari escono accompagnati da assistenti che contano per loro i gradini. C´è chi festeggia la prima volta e un nuovo inizio, chi di certo sta celebrando l´ultima. Scalfaro torna a casa, Andreotti è già rientrato. Nel suo caso non si può mai dire, ma potrebbe essere stata l´ultima partita a risiko anche per lui.
30 aprile 2006