
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 23 aprile 2006
Da dove ripartire
Tommaso Padoa-Schioppa sul Corriere della Sera
Il motivo per cui, in ogni consolidata democrazia, le formazioni politiche concorrenti (partiti, coalizioni, alleanze, secondo i casi) tendono a essere due e non più di due ha assai poco a che vedere con i problemi di cui si deve occupare un governo e con il numero delle loro soluzioni possibili, che è di solito superiore a due. Il motivo ha a che fare non coi problemi, ma col potere: è bina la distinzione tra maggioranza e opposizione, tra chi governa e chi non governa. E se per potere legittimamente governare occorre vincere le elezioni (come la democrazia richiede, pur con diverse e sempre imperfette tecniche elettorali), la reductio ad duos è solo conseguenza del dover costituire schieramenti capaci di vincere.
Ma quando si passa dalla scelta del chi governa a quella del come governare, lo schema da bino diviene plurimo. Non basta più lo spartiacque maggioranza-minoranza, governo-opposizione, vincitori- vinti; ognuna delle due formazioni si stende su un proprio ventaglio di soluzioni concepibili per quasi ogni questione e deve trovare in se stessa capacità di decisione e di sintesi. Poiché più soluzioni sono possibili per ogni questione (di giustizia, sicurezza sociale, immigrazione, infrastrutture, fiscalità), la matematica ci dice che il numero delle combinazioni possibili è quasi infinito; non è affatto detto che due persone concordi nel volere il ponte sullo Stretto di Messina concordino anche sulla separazione delle carriere di magistrati inquirenti e giudicanti o sulle unioni di fatto. Non riduzione a due, ma tot capita tot sententiae.
Ciò che è bino e ciò che è plurimo hanno ragioni d'essere ugualmente forti. È per questo che, nella sua intelligenza, la lingua inglese ha coniato parole diverse per i due diversi significati della politica: conquista del potere (politics) ed esercizio del potere (policy).
Il cittadino non si deve spazientire. Che la convivenza tra i due termini della politica sia difficile non è una patologia o il difetto di una particolare architettura istituzionale: è la vita stessa della polis. Vale per i compiti del Parlamento: ogni governo che abbia bisogno di un voto di fiducia assembleare (come è il caso di tutti i Paesi europei) implica che il Parlamento eletto dal popolo combini il taglio netto tra maggioranza e opposizione con il possibile dialogo su singole questioni. Vale per i sistemi elettorali: né il proporzionale né il maggioritario risolvono la tensione tra il dualismo governo- opposizione e il pluralismo delle culture politiche presenti in ogni schieramento. Vale per la scelta tra partito unico e coalizione: quale che sia la forma organizzativa degli schieramenti contrapposti, entrambi ospiteranno una certa varietà di punti di vista.
Gli anni Novanta hanno visto due grandi cambiamenti nella politica italiana: da allora il governante rischia la perdita del potere e la scelta di chi governa è compiuta direttamente dai votanti, non delegata ai partiti. Sono due cambiamenti che riguardano ciò che è bino, non ciò che è plurimo nella politica.
Ciò che nella politica è plurimo rimane e deve rimanere, senza mettere a repentaglio ciò che è bino e imporre il ritorno agli elettori. Non è venuta infatti meno l'esigenza di scegliere tra diverse soluzioni possibili, di trovare accordi entro la formazione vincente, di fare una sintesi che qualifichi e renda coerente l'azione di governo. Questa è materia non di architettura istituzionale ma di leadership, ed è il compito di chi, vincitore nella parte bina del gioco, si accinge a entrare in quella plurima, compiendo il passaggio dalla politics alla policy.
Il governo Prodi ai primi 100 giorni
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Vado per esclusione. Non parlerò di Berlusconi e delle sue tigne para-eversive: Antonio Moresco ha ragione quando scrive (Repubblica di ieri) che bisogna far sgonfiare con il silenzio la bolla mediatica gonfiata dall´ex premier attorno alla sua persona.
Ma neppure parlerò delle beghe interne al centrosinistra sulla ripartizione delle cariche istituzionali se non per dire che gli accordi in materia avrebbero dovuto esser fatti prima; ci saremmo risparmiati un disdicevole balletto dal quale il solo ad uscire con dignità è stato alla fine Massimo D´Alema.
Il tema che mi sembra oggi più urgente, a pochi giorni ormai dall´incarico a Prodi e dalla formazione (spero fulminea) del nuovo governo, è quello di delineare quali dovranno essere le primissime mosse di Prodi, alcune per libera scelta in conformità al programma proposto agli elettori, altre per stato di necessità dovuto al lascito del precedente governo e alle sfide che esso lascia sulle spalle di chi sta per subentrargli. Sfide già definite "terribili" dal Fondo monetario internazionale che ha diffuso appena tre giorni fa la pagella all´Italia a conclusione d´una legislatura tra le peggiori della nostra storia repubblicana.
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Ho scritto varie volte su questo giornale e lo ripeto oggi con convinzione ancora maggiore, che la prima iniziativa di Romano Prodi e del suo ministro dell´Economia (tanto più se sarà Tommaso Padoa-Schioppa che mai come ora si presenta come l´uomo giusto al posto giusto) dovrebbe consistere in una trasferta a Bruxelles per concordare con la Commissione europea e con i maggiori partner dell´Unione il programma di raddrizzamento finanziario e di crescita produttiva e competitiva del nostro sistema industriale.
Questa scelta è dettata dallo stato di necessità perché cinque anni di gestione Berlusconi-Tremonti lasciano l´Italia in una situazione appunto di "libertà vigilata".
Al di là delle improbabili chiacchiere del politichese nostrano, questa è la pura e amarissima realtà. Ricapitolo le cifre del lascito perché è da quelle che bisogna partire; cifre desunte e certificate dall´Istat, dalla Banca d´Italia, dalla Corte dei Conti, dalla Commissione di Bruxelles, dall´Ocse e dal Fondo monetario. Dunque a prova di qualunque falsificazione di parte.
Due anni di crescita a zero e quasi zero (2004-5). Ristagno dell´occupazione (2005). Aumento del rapporto deficit-Pil al 4 per cento quest´anno (previsione del governo al 3,5) e al 4,5 nel 2007. Azzeramento dell´avanzo primario nel 2005 (dal 2,5 a zero).
Aumento dello stock di debito pubblico (106,7 del Pil quest´anno, 108 se non di più l´anno prossimo). Stasi dei consumi (meno 0,2).
Questo è il lascito dopo cinque anni di governo con una maggioranza parlamentare di cento deputati alla Camera e cinquanta senatori. E non parliamo del precariato dilagante nel mercato del lavoro e del potere d´acquisto dimezzato per i ceti medio-bassi.
Di fronte a queste cifre il responsabile numero uno, l´ex ministro dell´Economia che continua a sfarfalleggiare nei vari e ripetitivi salotti televisivi, dovrebbe soltanto tacere.
Siamo dunque, economicamente e finanziariamente, in libertà vigilata, ma non per vocazione persecutoria delle autorità europee nei nostri confronti bensì per il semplice fatto che il debito pubblico italiano, essendo espresso in euro, costituisce parte integrante del debito pubblico dell´Unione europea, ne rappresenta addirittura il 25 per cento del totale, influenza con la sua enormità tutte le grandezze finanziarie dell´Unione, influisce inevitabilmente sulla politica della liquidità, del cambio e dei tassi d´interesse.
Di qui la libertà vigilata di cui parlavamo. Di qui la necessità per Prodi e per il suo ministro dell´Economia di concordare con Bruxelles il raddrizzamento e insieme il programma di crescita: due obiettivi che debbono essere perseguiti contemporaneamente, pena la bancarotta e la deflazione.
Vale qui la pena di ricordare che l´ex premier e i suoi sodali, tra le altre favole raccontate nei mesi scorsi agli italiani, hanno anche affermato che gran parte dei nostri malanni attuali dipendono dal livello del cambio lira-euro fissato nel 1998 da Prodi e da Ciampi. Non doveva essere (dicono) 1.936 ma 1.500 lire per un euro. Cioè un cambio da rivalutazione selvaggia, una pacchia per gli esportatori esteri e una catastrofe per tutte le imprese italiane. È semplicemente stupefacente che un governo di dilettanti che propina al pubblico questo po´ po´ di panzane si proponga ancora come interlocutore valido per continuare la gestione o co-gestione d´un paese che è stato ridotto allo stato di pecora nera di tutto l´Occidente industriale.
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Le risorse necessarie per il raddrizzamento finanziario ammontano, alla grossa, in due punti di Pil; in cifre assolute a circa 30 miliardi. Le risorse necessarie al rilancio dell´economia reale (cuneo fiscale, abolizione graduale dell´Irap sul lavoro) sono nell´ordine di un punto e mezzo di Pil pari a circa 20 miliardi. Le risorse destinate ad alcune riforme sociali urgenti, tra le quali primeggia una rete congrua di ammortizzatori sociali, richiedono un altro punto di Pil ai quali vanno aggiunti gli investimenti necessari e urgenti per la scuola e per la ricerca scientifica. Tirando le somme e sia pure in modo approssimativo non si è lontani ai 60-65 miliardi, naturalmente gradualizzati fino al 2009.
Le fonti alle quali attingere sono: l´evasione fiscale che potrebbe dare almeno 10 miliardi; il contenimento della spesa (ma non certo adottando il metodo Siniscalco-Tremonti che è stato un colossale flop ed ha consentito un aumento della spesa di due punti e mezzo di Pil), dal quale si possono e anzi si debbono ottenere almeno altri 10 miliardi; una moderata revisione degli accordi con i lavoratori autonomi; tassazione su grandi patrimoni e plusvalenze di Borsa; allineamento delle rendite a livello europeo. Il complesso di queste ultime misure è stimabile intorno ai 5 miliardi.
Siamo dunque complessivamente a 25 miliardi di risorse da destinare al rilancio e al raddrizzamento finanziario.
Se il sistema si rimette in moto e riesce ad intercettare la crescita della domanda internazionale ed europea e se a queste risorse si aggiunge un programma di emersione dal sommerso, si possono generare nuove fonti capaci di pareggiare le esigenze che abbiamo prima elencato.
È chiaro che una manovra di queste proporzioni ha bisogno di tempo. E di credibilità. La credibilità può venire in parte dalla serietà degli interlocutori che ci rappresentano ma soprattutto dalle prime mosse della manovra stessa e dalla loro efficacia. L´orizzonte non può che spaziare fino al 2009, come prevede il documento di programmazione triennale (Dpef), ma la prova effettiva consisterà nella finanziaria del 2007, forse da anticipare addirittura di un trimestre.
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Il governo, d´accordo con l´Europa, dovrà scegliere le voci di quella finanziaria in entrata e in uscita sicché essa sarà blindata con il sigillo europeo. L´opposizione dal canto suo dovrà decidere se appoggiarla o contrastarla ricordando, se possibile, che in gran parte essa è determinata dagli errori di cinque anni da dimenticare.
Sarà dunque quello il banco di prova per la tenuta della nuova maggioranza da un lato e per la riqualificazione della nuova opposizione (o di alcuni suoi settori) dall´altro. Su questa duplice performance si gioca il destino della legislatura e soprattutto il rango internazionale del nostro paese.
La sfida, come ha preconizzato il Fondo monetario, sarà terribile. Lo è sempre quando ci si sveglia da una sbronza di quelle proporzioni. Spesso è in simili circostanze che gli italiani danno il meglio di loro. Ma occorre che gli si parli con onesta chiarezza e gli si indichino obiettivi realizzabili di ripresa dello sviluppo e di miglioramento reale.
Quanto al debito pubblico, ricreare l´avanzo primario è un proposito doverosamente incluso nella manovra di raddrizzamento, ma agisce con molta lentezza. Anche qui ci vuole dunque una scossa che può venire soltanto da un´alienazione di beni patrimoniali appetibili sul mercato.
Basterebbe riguadagnare un punto di Pil entro il 2007 e sarebbe già un buon passo avanti per cominciare. Niente è impossibile se si capovolgono le aspettative ed è a questo che fin dal primo giorno bisognerà puntare.
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Ci si chiedono da molte e molto autorevoli istituzioni riforme di liberalizzazione. Del mercato del lavoro. Delle corporazioni professionali.
Dei servizi.
La questione del mercato del lavoro è uno dei punti più chiari nel programma dell´Unione: flessibilità anche spinta, incentivi che orientino le imprese verso percorsi virtuosi in vista di buon lavoro a tempo indeterminato.
Altre liberalizzazioni anticorporative sono molto auspicabili, specialmente nei settori dell´intermediazione bancaria, assicurativa, televisiva, commerciale.
Ma soprattutto occorre una politica industriale che orienti il sistema delle imprese verso lo sviluppo di settori ad alto valore aggiunto, senza di che non reggeremo al confronto con il mercato globale.
Si sa che Prodi sta anche riflettendo su possibili mutamenti nella struttura ministeriale. Ci permettiamo di segnalargliene tre che ci sembrano di tutta evidenza: un ministero dell´Economia reale con larghe e importanti attribuzioni a cominciare dalla proprietà delle partecipazioni in imprese pubbliche ancora esistenti e oggi di competenza del Tesoro; un ritorno all´autonomia del ministero dell´Entrata. Ne ha già fatto cenno ieri su queste pagine Marcello De Cecco. Se gran parte della manovra è basata sulla lotta all´evasione e al ricupero del sommerso è evidente che sarebbe un errore sovraccaricare con questa pesantissima incombenza il ministro dell´Economia, già impegnato da compiti oltremodo gravosi.
Infine Ricerca e Università. Sdoppiandolo rispetto alla Scuola non si appesantisce ma anzi si snellisce l´azione di governo e l´incisività di riforme urgenti come non mai.
C´è da sperare che nei pochi giorni che ci dividono dall´incarico a Prodi, questi problemi siano risolti dal premier e dai suoi alleati con la chiarezza e la compattezza necessarie.
Si può ricominciare dal Colle
Edmondo Berselli su L'espresso
Il primo obiettivo di questa fase politica consisterebbe nel rientrare nella normalità. Dopo una campagna elettorale stressatissima, dopo un esito al fotofinish, dopo i colpi di coda del Caimano, adesso si tratterebbe di ricucire. Perché è vero che come ripetono tutti l'Italia è spaccata in due; ma intanto la soluzione non consiste di necessità nella Grande Coalizione. Non è il caso nemmeno di ergere verità dogmatiche sul diritto/dovere di governare e velleitarismi sulla logica stringente dell'alternanza. Va riconosciuto semplicemente che lo scontro politico è stato fortissimo, e se una coalizione ha vinto, e se la sente di formare un governo, lo schema è appropriato.
Anzi, come spiega un anonimo che ha spedito via sms un talentuoso rap 'civile', dopo l'avance di Silvio Berlusconi sulla Grosse Koalition: "Trent'anni e più sono passati / ma gli argomenti non son poi molto cambiati / "con la metà più uno il paese non si governa, / è troppo il rischio per una democrazia moderna". / Le parole di Berlinguer fanno un effetto strano / nell'affilata bocca del Caimano".
In sostanza, prima di arrivare a una sorta di nuovo compromesso storico, occorrerà esperire tutte le possibilità offerte dal funzionamento dello schema bipolare. Anche perché non sfugge a nessuno che ciò che per Marco Follini significa mediazione per riprendere in seguito, e in migliori condizioni, la formula dell'alternanza, per molti altri rappresenterebbe una voluttuosa chance di ritorno al pentapartito, o giù di lì.
Resta sul tappeto, in ogni caso, il problema di una riconciliazione delle due Italie che si sono scontrate il 9-10 aprile. Perché non è affatto vero che lo scontro politico non ha coinvolto più di tanto la società civile. La guerra civile a bassa intensità innescata da Berlusconi ha lasciato una scia di rancore. Ci vuole un'illusione tipicamente buonista per ignorare il fatto che mezza Italia guarda l'altra metà con sospetto, gli uni che considerano gli altri dei 'coglioni', e quelli dell'Unione che giudicano delinquenti gli elettori della Cdl.
E allora come si fa a trovare una modalità per riavvicinare queste Italie contrapposte e ostili l'una all'altra? Al momento non ci sono tante possibilità se non quella di trattare con intelligenza e duttilità le decisioni istituzionali che dovranno essere prese nei primi atti della legislatura. È opportuno riportare e chiudere il conflitto entro la prassi istituzionale, all'interno di un efficace funzionamento delle istituzioni.
Ci sono tre passaggi chiave, nelle prossime settimane: l'elezione dei presidenti delle Camere, l'elezione del presidente della Repubblica, il referendum confermativo sulla riforma costituzionale.
Sui presidenti di Camera e Senato non c'è troppo da dire. Non ci sarebbe niente di scandaloso se si trovasse modo di concordare con la Cdl, in un ramo del parlamento, l'elezione di una figura considerata di garanzia, senza sollevare squilli di tromba partigiani, che a sinistra si sono già sentiti (nel senso di: eleggiamo chi ci pare, perché abbiamo vinto noi).
Quanto al Quirinale, il gioco si fa ancora più complicato. Eppure il Colle è la casella forse decisiva sulla scacchiera istituzionale, quella che darà la misura dell'intensità residuale di conflitto. Sotto questa luce, l'offerta di una trattativa aperta e civile alla Cdl, una consultazione decente fra gentiluomini (se non si vuole parlare con il Caimano si può sempre parlare con Gianni Letta) può portare a una soluzione che non appaia un atto di forza, e che dia rappresentanza a tutti quei cittadini che hanno apprezzato lo sforzo di solidarismo nazionale che ha modellato il settennato di Carlo Azeglio Ciampi.
Infine, il referendum. D'accordo, la riforma della Cdl è un obbrobrio e va buttata via. Ma va persa di vista una prospettiva riformatrice sul piano costituzionale? Ecco allora che contatti e consultazioni con il centrodestra saranno utili per aprire un discorso per il futuro. Non per progettare insieme stupidaggini presidenzialiste sudamericane, ma per razionalizzare un sistema parlamentare in chiave moderna, e renderlo capace di prendere decisioni.
Alla fine, se lo si riporta dentro il meccanismo istituzionale, il diavolo, cioè il conflitto fra le due Italie, potrebbe anche essere meno cattivo di quanto non appaia.
Picchiate D'Alema
Lucia Annunziata su La Stampa
Quante volte l'ostaggio dovrà essere scuoiato perché il popolo possa sentirsi sazio? D'Alema ha di nuovo assolto in questi giorni al ruolo che meno ha cercato e che più gli è rimasto attaccato addosso, quello dell'"uomo che tutti amano odiare". Picchiate D'Alema e vi andrà sempre bene, picchiate D'Alema e vi farete sempre amici, picchiate D'Alema e vi sarà passato gratis. C'è qualcosa di comico ormai nella passione con cui a sinistra si ama sparare sul presidente Ds. Sport prediletto perché, appunto, finora è sempre stato gratis: per essere infatti nell'immaginario collettivo della politica di una buona parte della sinistra il Belzebù andreottiano sotto nuove spoglie, questo Diavolo alla fine sembra aver più pagato che guadagnato.
La biografia politica di Massimo D'Alema, una delle menti più brillanti della nostra politica secondo opinione condivisa anche dai suoi nemici - è una paradossale ruota della fortuna alla rovescia. Nato con il marchio di coloro che avranno un grande destino, in nome di questo suo futuro ha sempre pagato prezzi più alti del destino che avrebbe dovuto avere Intorno a lui c'è da sempre infatti l'aura del sospetto. Chi lo conosce ricorda ancora il titolo che il quotidiano di Eugenio Scalfari, La Repubblica, dedicò alla sua nomina a segretario dell'allora Pds : "Il pugno del partito". E le stesse persone ricordano anche l'ostilità con cui una parte della sinistra aveva accolto, anni prima, la sua nomina a segretario della Fgci nel 1975.
Intorno a lui c'è sempre stata una area di complotto, di manovrismo, di cinismo, cattivismo: nel caso della Fgci, la sua elezione passò per la cancellazione di Achille Occhetto; nel caso della sua nomina al partito, per la sconfitta di Walter Veltroni. Veltroni era l'uomo nuovo, lui il funzionario simil-sovietico, come diceva Repubblica. E poco importa se il segretario eletto, del passato ereditava solo un mare di debiti, una storica sconfitta, il disorientamento del post comunismo, e una sede, quella di Botteghe Oscure in cui, nella prima estate della sua segreteria, non usarono l'aria condizionata per risparmiare sulle bollette dell'elettricità. A quel partito senza nemmeno i soldi per l'elettricità D'Alema portò una strepitosa rinascita ma agli occhi di una certa sinistra nemmeno questo successo gli conquistò simpatie.
Anzi, la caduta di Berlusconi con il ribaltone Dini, che pur permise alla sinistra di vincere dopo pochi mesi, fu presa solo come ulteriore prova del "politicismo", del cinismo politico, che caratterizzava D'Alema. Né la vittoria del 1996 gli fu davvero riconosciuta: la notte della vittoria venne lasciato a Botteghe Oscure, senza invito a Piazza Santi Apostoli. Su quel palco ci salì alle 2,30 del mattino, con la moglie, davanti a un migliaio di militanti che lo avevano atteso. Uomo di intrighi, compromessi, uomo di cui non fidarsi, diceva il ceto politico e giornalistico: la Bicamerale, prima, e la caduta di Prodi dopo, e infine la sua breve presenza a Palazzo Chigi, con i suoi Lothar, la sua Merchant Bank senza l'inglese, la sua ingerenza negli affari del Paese simbolizzati tutti nella vicenda Telekom, e infine il consenso alla guerra in Kosovo.
Prove su prove, su prove della sua diabolicità, se non addirittura, della sua "corruzione" morale. Il fatto che non si siano mai trovate prove reali di questa "corruzione" è ormai secondario la stecca Telecom dopotutto è una bella immagine, perché sottrarcela? E che il clima politico del nostro Paese sia denso di trame, tradimenti, e ciniche ambizioni, perché ricordarlo? La politica della sinistra da sempre (e non solo in Italia) è costruita intorno al nemico esterno e quello interno: Berlusconi ha fornito il gas necessario a una sinistra sbandata da anni come nemico esterno e D'Alema è stata la sua perfetta controparte. Se un errore terribile e irreversibile D'Alema ha fatto è stato quello di sottovalutare la estrema ideologizzazione del centro sinistra, la impossibilità di farlo uscire dalle banalità dei ruoli, e rivedere davvero i propri dogmi.
Di cui uno dei principali è quella tragica farsa che porta a giurare lotta dura a parole, e a fare accordi sottobanco. D'Alema ha sempre invece preteso di fare accordi sul banco. Povero lui. Di certo errori l'uomo/politico D'Alema ne ha fatti: il suo maggiore, quello di non arrivare a Palazzo Chigi con un voto. Ma lo sforzo con cui si è impegnato a riconoscerlo non gli è valso il perdono. Né le dimissioni, né il sottoporsi a fischi e processi sommari nelle aule universitarie e nelle piazze da parte della sinistra radicale, e nemmeno la verifica del suo conto in banca. La sua intervista subito dopo il voto, sul dialogo necessario con la destra per eleggere il nuovo presidente, non ha detto molto di diverso da quello che avevano detto nelle stesse ore Fassino e altri leader: ma la sua ha fatto sballare una parte della sinistra che subito ha gridato "Ecco di nuovo l'inciucio!".
Facile, insomma, scritto nel destino, fucilarlo alla presidenza delle Camera e lasciare tutti contenti. Le buone coscienze della sinistra hanno affrontato questo weekend con cuori più leggeri: se uccidiamo D'Alema vuol dire che le cose vanno bene, che in fondo siamo sempre noi i buoni. Bene. Brindisi. Allegria. Se non fosse che D'Alema è anche depositario di una forza che solo una illusione può fare immaginare di non tener conto. E' questo, forse, il punto che i nemici di D'Alema (dentro e fuori la sinistra) continuano ad aver meno chiaro. E che invece Piero Fassino conosce molto bene. C'è una zona in Italia di partito/elettori che in D'Alema si riconosce in maniera istintiva.
Come lui, questa area si è fatta le ossa dopo-ilmuro, quando tutto andava a remengo, e altro non c'era che lavorare. E' un gruppo sociale magari non figo, non presenzialista, ma efficiente: quello che cerca soluzioni, che ha la testa a posto, e che ha ridotto al minimo la "fuffa" della sua scelta. E', se è possibile dire, "la maggioranza silenziosa della sinistra" (quel 17,50 per cento), che in D'Alema ancora vede il destino insieme grande e misero degli ex-comunisti. Non i post comunisti, o i "non sono mai stato comunista". Proprio così: gli ex-comunisti, del tutto ex, ma anche orgogliosi di esserlo stato. E se addosso a D'Alema si può andare gratis, è improbabile che gratis sia invece lo sfregio fatto a questa area politica.
La favola del Paese diviso
Ilvo Diamanti su la Repubblica
Siamo un Paese diviso. Lo sentiamo ripetere, puntualmente, in mezzo a ogni discorso sulla politica italiana. Prima e ancor più dopo le elezioni del 10 aprile. Che ci hanno restituito, appunto, un Paese diviso. Molto più di prima. Due Italie contrapposte. Una contro l´altra armata. Una "guerra civile a bassa intensità", l´ha definita Edmondo Berselli sull´Espresso. Tuttavia, la divisione astiosa a cui assistiamo oggi non è il riflesso dell´identità e della cultura del Paese. (Le diversità sociali, territoriali, culturali per l´Italia rappresentano uno specifico nazionale. Un valore). È una costruzione politica. Il frutto avvelenato di un modello di rappresentanza e di competizione politica che traduce le differenze in fratture. E ostacola chiunque tenti di ridurle. La divisione politica dell´Italia, peraltro, oggi è evidente. Ma anche più complessa di quanto appaia, in superficie.
Al Senato, il centrodestra avanti di poco, nel voto. Ma indietro, di un paio di seggi. Alla Camera: l´Unione ha conquistato una larga maggioranza di deputati, grazie al premio previsto dalla legge. Ma, sul piano elettorale, ha superato la CdL di un soffio. Lo 0,1%. Meno di venticinquemila voti. La CdL e il suo leader, Silvio Berlusconi, per questo, oggi negano legittimità alla vittoria di Prodi. Dimenticando che cinque anni fa al centrodestra era andato meglio. Ma non di tanto. Visto che nel maggioritario aveva prevalso per 45% a 44%. Dunque, dell´1%, ovvero 400.000 voti in più. Certo, nel proporzionale la CdL si era affermata con un divario molto più ampio: 50% a 35%. Complice la maggiore capacità, del centrodestra, di canalizzare consensi attraverso i singoli partiti (i cui voti, nel maggioritario, stentano a sommarsi). E, ancor più, il mancato accordo con Rifondazione Comunista (5%) e con la Lista Di Pietro (4%).
Oggi, quel divario appare completamente colmato. In seguito all´allargamento della coalizione di centrosinistra alla Lista Di Pietro, a Rifondazione. E ai Radicali (che nelle precedenti elezioni correvano da soli). Ma anche grazie a una maggiore capacità complessiva di attrazione. Perché, se valutiamo il risultato ottenuto dalle liste dell´Unione alle recenti elezioni rispetto a quelle del 2001, si rileva una crescita di oltre un milione e mezzo di voti. Mentre le liste della Cdl mostrano, a loro volta, un certo incremento, ma in misura più limitata: circa 400 mila voti. Entrambe le coalizioni ma soprattutto l´Unione hanno attinto, in questa elezione, dall´espansione dei voti validi e dal prosciugarsi delle "terze forze" (che nelle precedenti elezioni occupavano uno spazio significativo: 10-15%). Determinato, soprattutto, dall´ingresso nelle coalizioni principali dei partiti che, in passato, ne erano rimasti fuori (la Lega, Rifondazione, la Lista Di Pietro, i Radicali). Ma anche dalla spinta bipolare degli elettori.
Così, l´esito delle elezioni degli ultimi dieci anni, più che da profondi cambiamenti politici, sociali e di valore, pare condizionato dalle alleanze e dalle scissioni fra partiti. Nel 1996 la vittoria del centrosinistra è, in realtà, una sconfitta del Polo delle Libertà, battuto dalla Lega nel Nord. Nel 2001, il successo di Berlusconi, che riunisce Polo e Lega nella CdL, è agevolato dalla divisione fra i partiti dell´Ulivo, Rifondazione e Lista Di Pietro. Oggi, infine, le due grandi coalizioni, Unione e CdL, hanno aggregato praticamente tutto quel che era possibile. Tutti i partiti, tutte le liste. Anche le più marginali, localiste (ed estremiste). Così, l´esito delle elezioni in Italia, dopo la fine della prima Repubblica, appare il risultato di una complessa opera di rammendo. Che lascia, visibili, le cuciture e i rappezzi. Ma che restituisce un´Italia riunita e divisa. In due pezzi sostanzialmente uguali. Anche il conteggio delle province, in base alla coalizione vincente, (Bolzano e Aosta escluse) concorre a rafforzare questa immagine. Visto che in 54 prevale il centrosinistra e in altrettante il centrodestra. Insomma: pareggio assoluto. Che sottende una stabilità di lunga durata. Visto che le differenze di voto fra una provincia e l´altra, in questa consultazione, sono statisticamente spiegate, per oltre l´80%, dal risultato elettorale del 1996. Non solo la sinistra, da sempre insediata nelle regioni dell´Italia centrale; anche Fi, il partito mediatico e personale, dal 1994 alle ultime, recenti elezioni hanno mantenuto la medesima geografia elettorale. Stessi punti di forza e di debolezza. In altri termini: nonostante negli ultimi quindici anni tutto o quasi, nella politica, e molto, nella società, sia cambiato, gran parte dei cittadini continua a votare riproducendo antiche tradizioni locali. Per cui, nell´insieme, si osserva una grande continuità elettorale. Quasi senza flussi da una coalizione all´altra. Semmai, gli elettori, quando si sentono delusi, sfiduciati, insoddisfatti, preferiscono non votare.
Per cui la campagna elettorale, il massiccio ricorso ai media e alle tecniche di marketing elettorale: non servono a proporre, informare, convincere, convertire, invertire, sovvertire. Perché gli elettori difficilmente cambiano opinione. Se hanno un´opinione. Raramente cambiano partito per cui votare. Se hanno un partito. E quasi mai cambiano schieramento. Gli unici elettori incerti e instabili sono i "non allineati". Quelli che fra sinistra e destra si chiamano fuori. "Quelli che la politica gli fa schifo". Quelli che non si occupano di politica. Mai. Per cui è la politica che deve occuparsi di loro, direttamente. Per smuoverli.
Le campagne elettorali, il tam tam mediatico, l´uso delle tecniche di mercato, per questo, sono rivolte e indirizzate, anzitutto e soprattutto, a loro. Che a sinistra, comunque, non voterebbero mai. Le campagne elettorali. Servono a scuoterli. A spiegare loro che il "nemico" è alle porte. Come nel 1948. Non possono astenersi. Devono votare. Le campagne elettorali. Servono a superare le differenze interne a ogni coalizione. Affermando divisioni esterne, più forti e profonde. Che "costringano" gli alleati, piccoli e grandi, a restare uniti. Che inducano gli elettori a votare: per rifiuto e per paura, se non per amore e per passione.
Così si spiega la recente, martellante, campagna elettorale di Berlusconi. Che ha mobilitato gli immobili. Ha scosso gli apatici e i delusi. Diviso l´Italia in due. Amici e nemici. Ha galvanizzato i suoi. Ma anche gli avversari. Quelli di sinistra. Così, la quota di persone interessata alla politica, nel corso della campagna elettorale, è cresciuta in misura enorme. Dal 36%, in gennaio, al 48% registrato nelle settimane prima delle elezioni (Indagini Demos-Eurisko). Anche e soprattutto in questo modo si spiega la grande partecipazione al voto. Superiore all´83%. Trainata da una campagna elettorale mediatica astiosa, risentita, allarmista. Che ha riportato alle urne gli elettori di centrodestra che, dopo il 2001, avevano smesso di votare: per delusione. Non tutti, però, visto che alle elezioni del 2001, a parità di elettori (operando la sottrazione statistica dalle liste di quasi due milioni di italiani all´estero), i votanti erano stati non l´81%, come si è soliti sostenere, ma addirittura l´85% (secondo le elaborazioni del politologo Antonio Agosta). Per cui, presumibilmente, l´inseguimento, lanciato da Berlusconi, ha raggiunto quasi tutti i suoi "elettori delusi". Ma, appunto, quasi. Non tutti. (Gli sono sfuggiti, in particolare, frazioni di elettori del Sud).
Da ciò l´idea, già espressa, che questa "guerra civile a bassa intensità" sia, soprattutto, una costruzione politica. Non il riflesso di fratture che attraversano cultura e società. D´altronde, fra i cittadini, la domanda di condivisione e di simboli comuni è estesa. Come testimonia l´eccezionale grado di fiducia di cui gode il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Come dimostra il fatto che la maggioranza dei cittadini al di là delle differenze di voto vorrebbe che le due coalizioni trovassero l´accordo sulle questioni istituzionali e politiche più importanti. Pur avversando l´idea di "grandi coalizioni".
Questo Paese: dove la partecipazione al voto corrisponde a una sorta di chiamata alle armi. Non è così cattivo e "diviso", come suggerisce l´immagine dello specchio politico in cui esso si riflette. Ma, sicuramente, rischia di diventarlo presto.
Difendere la democrazia
Furio Colombo su l'Unità
"Silvio Berlusconi proclama brogli nel conteggio dei voti e rifiuta di riconoscere la vittoria di Romano Prodi. Non ci sarebbe niente di male a chiedere verifiche della regolarità dei conteggi. Ma i brogli sono cominciati in Italia prima della apertura dei seggi elettorali: il 70% del tempo televisivo dedicato a Berlusconi contro il 30% lasciato all'opposizione, sul modello della Ucraina e della Russia. Spaventa che tuttora il problema non sia stato notato e denunciato. La legge elettorale è stata cambiata dalla destra all'ultimo istante. In una democrazia fragile ci devono essere buone ragioni per farlo, mai ad opera di una parte sola, mai mentre si sta per votare. Per queste ragioni la situazione italiana è oggi al di sotto degli standard democratici. Ed è ragione di grave imbarazzo per l'Unione Europea perché uno Stato membro può contaminare l'intero sistema della democrazia dell'Unione. Il problema italiano intacca la credibilità europea in quanto promotrice di democrazia nel mondo".
Ho citato quasi per intero l'editoriale apparso sullo International Herald Tribune del 21 aprile scorso, basato sul rapporto di Democracy Reporting International, centro di studi tedesco che si occupa di monitoraggio degli standard democratici nei Paesi membri dell'Unione Europea.
A giudizio di quel Centro - che ha pesato moltissimo in passato per la denuncia delle condizioni non democratiche delle elezioni in Bielorussia e in Ucraina, l'Italia si trova adesso in condizioni di deficit democratico che viene denunciato in quanto problema della Unione Europea, della sua credibilità, della sua immagine.
Rileggete il testo. Tutti hanno notato gli incredibili abusi sia mediatici che politici, vere e proprie offese alla democrazia inferte dal centrodestra (da tutto il centrodestra) in questo Paese, esattamente nei termini di allarme e di scandalo con cui tali abusi sono stati denunciati in modo solitario da questo giornale.
Ma il punto che mette in movimento la denuncia all'Unione Europea da parte del Centro berlinese, è stato il rifiuto di Berlusconi di riconoscere la vittoria di Romano Prodi.
Sono state le incredibili e incivili dichiarazioni di guerra alla nuova maggioranza, le parole di scherno alla democrazia del capo del partito e della coalizione perdente. Ciò che fa diventare clamoroso e insopportabile il caso Italia agli occhi neutrali di osservatori europei è il fatto che Berlusconi, autore di brogli clamorosi nell'uso e nel controllo delle Camere, nella conduzione della campagna elettorale, di altrettanto clamorose violazioni di ogni regola di decenza democratica nell'uso sia delle televisioni personali sia di quelle di Stato, denunci adesso brogli dei voti controllati dal suo ministro dell'Interno. Sorprende il suo rifiuto di riconoscere l'esito delle elezioni, pur falsato gravemente a suo favore. Avrebbe perso immensamente di più senza il dominio delle televisioni, in condizioni di normalità democratica.
E' con quel rifiuto che Berlusconi attrae sull'Italia l'attenzione e la costernazione del mondo democratico. Attrae attenzione sulla disgrazia di un Paese perseguitato dalla ricchezza eccessiva e autoritaria di una sola persona che per ragioni personali non vuole perdere. Anzi, non vuole avere perso.
Il danno, non solo di immagine ma anche economico per l'Italia è immenso. Diventa più grande per ogni ora che passa senza una decente conclusione di una vicenda che da infezione può diventare cancrena. Se dovessimo continuare a parlare di Berlusconi diremmo, con tutta l'evidenza di ciò che sta accadendo e della brutta sorpresa che stiamo creando nel mondo: vedete? Lo sa anche lui di non avere reputazione. Lo sa anche lui che nessuno in Europa rispetta o prende sul serio la sua immagine. Nessuno che si aspetti di avere un futuro dignitoso nella vita pubblica del mondo si comporterebbe in modo così indecoroso. La notorietà non gli manca. Ma è la notorietà di chi, in Europa, si è fatto protagonista della prima negazione della democrazia dal 1945.
"Requisito essenziale della democrazia è che il perdente riconosca colui che ha vinto. Berlusconi ha un brutto passato per quanto riguarda l'economia italiana, che ora langue al punto più basso dell'Europa. Sul fronte politico è autore di una legge elettorale a suo vantaggio e disastrosa per il Paese, presentata all'ultimo istante. Ha usato il suo impero mediatico e il suo potere di controllo per darsi una visibilità sproporzionata. Sembra persuaso che continuando a negare il risultato elettorale riuscirà a destabilizzare la coalizione di Prodi fin dall'inizio. Berlusconi crea in tal modo allarme internazionale sulla stabilità politica dell'Italia. Mostra arroganza e preoccupazione solo per il suo interesse personale".
Questo è l'editoriale del Financial Times del 21 aprile scorso. Gli elementi del paesaggio disastrato che è diventata l'Italia a causa di Berlusconi - sia il suo modo di governare sia il suo modo di perdere rifiutando di avere perso - ci sono tutti. E c'è il drammatico segnale di allarme. Non lo nota nessuno in Italia?
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Noi non abbiamo niente da chiedere a Berlusconi, neppure che si comporti con decenza davanti a Prodi e alla coalizione dell'Unione. Ma abbiamo da chiedere all'Unione: perché tanto silenzio? L'opinione pubblica del centrosinistra è restata sotto le finestre dei leader che ha votato, in cui ha avuto fiducia. Lo ha scritto ieri Padellaro su questo giornale, ce lo dicono migliaia di lettere che arrivano come un fiume in piena. A nessuno di loro, a nessuno di noi importa che si levi la voce magnanima di Berlusconi.
Sapevamo che nel programma della P2 la destabilizzazione del Paese era prevista, come era annunciata l'occupazione e l'uso senza scrupoli della televisione.
Ma coloro che hanno votato, e portato altri voti, vogliono sentire la voce di coloro che hanno eletto con fiducia per essere liberati da Berlusconi. Sanno benissimo le immense difficoltà. Moralmente sostengono e psicologicamente partecipano. Ma la solitudine in cui sei abbandonato ai retroscena giornalistici, e alle continue invenzioni di Berlusconi e della sua corte, che sparge ogni ora nuovi messaggi di destabilizzazione della democrazia del Paese, è un peso ingiusto, troppo grave da reggere per i cittadini da soli.
A molti di noi sembrerebbe normale adottare il consolidato modello americano dei più delicati momenti di transizione: una conferenza stampa, anche breve, ogni giorno, per tutto il periodo della transizione, fino alla composizione di un nuovo governo. Tutto ciò per dire costantemente ai cittadini - ovvero all'opinione pubblica di cui questo nuovo governo democratico avrà continuamente bisogno - dove siamo, per far sentire ad alta voce la risposta ad accuse indecenti, per smentire le più clamorose affermazioni false, per dire che cosa stiamo facendo e ci proponiamo di fare fra oggi e domani. Per condividere le ansie sulla parte misteriosa della vicenda che è: fino a quando? E qui il problema è il conferimento dell'incarico al leader della coalizione che ha vinto.
Qui, infatti, si situa qualcosa che sfugge a molti di noi, forse per incompetenza costituzionale. Perché non parla in modo diretto a tutti gli italiani il Presidente della Repubblica, a cui tutti riconoscono l'autorità rarissima, e non necessariamente legata alla carica, di parlare per tutti?
La gravità del caso italiano, riconosciuta da fonti internazionali non sospette di partigianeria, e molto ascoltate in Europa perché autorevoli, chiede che la voce dell'Italia si senta. Sappiamo bene che il silenzio della più alta carica dello Stato in certi casi è dovuta.
Sappiamo bene di invocare un intervento che alcuni, forse, con buone ragioni, potranno ritenere improprio dal punto di vista costituzionale. Ma non credo si possa dubitare della gravità di ciò che sta accadendo, del pericolo che la guida senza scrupoli di un presidente del Consiglio, che non intende essere ex, sta facendo correre all'intero Paese e alla nostra reputazione.
Credo che non sia irragionevole dire, con immenso rispetto, al Presidente della Repubblica: impossibile che il Paese ordinato, democratico, civile che Ciampi per fortuna rappresenta nel mondo, in queste ore non abbia una voce. Vorremmo poterci vantare di quella voce.
La gravità di ciò che sta accadendo non è nella discordia fra cittadini, che anzi, nel silenzio, si stanno comportando con serenità e civismo da ogni parte degli schieramenti politici. La gravità di ciò che sta accadendo è nella contrapposizione, estranea alla democrazia, fra un vincitore legittimo e un perdente che continua la campagna elettorale, aggravando ogni giorno le accuse all'avversario. Al di sopra e al di là di un comportamento brutalmente destabilizzante vi sono regole, le regole democratiche che contano di più del disegno distruttivo messo in atto dalla parte perdente. I cittadini, nel vuoto in cui stanno vivendo, hanno bisogno di una conferma netta delle regole, quelle specifiche, quelle che si devono applicare qui e adesso, come esito logico, giuridico e politico di ciò che è accaduto. E' urgente liberare questo Paese civile, laborioso e ansioso di rimettersi al lavoro dal fumo di false denunce e di inganni che altrimenti non se ne andrà via da solo. Se dura, avvelena il Paese. Si può permettere che accada?
Gli errori ritornano
Mario Deaglio su La Stampa
Un battesimo prima di nascere: è questo il curioso destino del futuro governo Prodi. Senza ancora esistere il nuovo esecutivo si trova di fronte a uno sviluppo importante nel campo della politica industriale rispetto al quale il suo leader e le forze politiche che lo sostengono non possono non esprimersi. La realtà si impone sulle astrazioni dei programmi e non aspetta le nomine dei ministri e le investiture ufficiali. Questa realtà risponde al nome italiano di Benetton e al nome spagnolo di Abertis, due colossi, nei rispettivi Paesi, nel campo delle autostrade. Dai due colossi nazionali, secondo le intese appena rese note tra i due gruppi, dovrebbe nascere un gigante europeo; e in questo gigante europeo, secondo indicazioni preliminari, i soci spagnoli avrebbero la maggioranza e la possibilità di esercitare un effettivo controllo.
Ciò pone due problemi: per chi ha il cuore che batte a sinistra, la presenza di ingenti capitali privati nella gestione di servizi pubblici non può non comportare degli interrogativi; per chi è europeista, il possibile passaggio della gestione di una parte importante delle infrastrutture produttive del Paese in mani straniere impone una non facile riflessione. Per chi, come Romano Prodi, è al tempo stesso orientato a sinistra e di sicuri sentimenti europei le cose si complicano, si accavallano e diventano particolarmente difficili. Per quanto riguarda il primo problema, ossia la gestione privata di servizi pubblici, anche i sostenitori più convinti della bontà della libera iniziativa provano un certo imbarazzo di fronte al controllo privato di beni, come le autostrade, in cui non ci può di fatto essere concorrenza e che costituisce quello che gli economisti chiamano un "monopolio naturale".
Mentre in altri settori, come quello delle telecomunicazioni, e perfino dell'elettricità, all'utente può essere lasciata la scelta finale tra due o più imprese che offrono un determinato servizio, e da questa competizione può derivare un vantaggio per gli utenti stessi e per la collettività, nelle reti di trasporti tutto ciò risulta di fatto impossibile. L'imbarazzo è giustificato anche dai non brillanti risultati della gestione privata di questi monopoli naturali: in Gran Bretagna, la rete ferroviaria, privatizzata dal governo laburista di Blair, dovette essere frettolosamente riportata sotto il controllo pubblico a seguito della forte pressione popolare dopo l'aumento degli incidenti, delle inefficienze del servizio e del prezzo dei biglietti e la privatizzazione ha dovuto essere limitata alle sole compagnie che usano la rete. In Italia le autostrade, ormai prevalentemente in mani private hanno dato, tra l'altro, pessima prova durante le nevicate dello scorso inverno e la situazione della Torino-Milano, con i suoi interminabili disagi senza alcuno sconto sulle tariffe, sta suscitando la rivolta degli utenti.
Le privatizzazioni autostradali furono però avviate non già dalla destra bensì dalla sinistra e forse il nuovo governo dovrebbe esordire con un'autocritica nel campo della politica industriale o, quanto meno, con una messa a punto della propria strategia nel campo dei trasporti che specifichi che cosa può essere ancora privatizzato e che cosa non lo può essere, come devono venire esercitati i controlli sulle imprese private di servizio pubblico e come devono essere determinate le tariffe. Il secondo problema non richiede autocritiche ma una lunga meditazione. L'europeismo è facile a parole, più difficile quando le scelte in senso europeo sono percepite come penalizzanti per il Paese che le compie.
Tutti sono d'accordo a sventolare la bandiera dell'Europa quando una banca italiana come Unicredit acquisisce il controllo di una grande banca tedesca come HVB; è meno facile sentirsi europeisti quando sull'autostrada che si percorre tutti i giorni e sulla quale i lavori vanno a rilento non sventola più la bandiera italiana ma quella spagnola e si ha l'impressione che le lamentele per i disservizi devono essere rivolte più lontano e con maggiore difficoltà di essere prese in considerazione. La nuova maggioranza si trova nella situazione di uno studente, promosso per il rotto della cuffia all'esame finale e che ora lascia i banchi di scuola per mettersi finalmente al lavoro. E sta sperimentando le difficoltà del passaggio da una teoria un po' invecchiata a una pratica che non lascia respiro. I dilemmi, però, riguardano non solo la maggioranza ma tutto il Paese: siamo di fronte a una serie di problemi relativamente nuovi. Per riuscire la nuova maggioranza dovrà costruire risposte nuove e non limitarsi alle formule stereotipate di dieci o vent'anni fa.
Onore al pollo Spartacus
Michele Serra su L'espresso
Il pubblico è davvero ingrato. Nessuno si ricorda più del clamoroso successo planetario del kolossal horror 'Influenza aviaria', che solo pochi mesi fa ha tenuto inchiodati alle poltrone di casa, in tutto il mondo, miliardi di teleutenti agghiacciati. Ma che fine ha fatto il cast, dove sono finiti protagonisti e comprimari? Si sono rassegnati all'anonimato? Oppure progettano nuove, spettacolari avventure?
Il virus
Ormai retrocesso al duecentosettantaduesimo posto nella classifica mondiale delle cause di morte (è stato scavalcato anche dagli incidenti di elicottero e dall'indigestione di budino), il virus dell'aviaria gode di qualche credito solo presso gli strati meno istruiti delle popolazioni di tacchini. Negli allevamenti più moderni, le classi dirigenti illuminate sono riuscite a spiegare agli altri tacchini che il vero pericolo non è l'aviaria, ma il Thanks Givin' Day. Altrove, specialmente nelle stie di campagna, i volatili anziani, reduci dalla profilassi, raccontano ai pulcini la favola nera del Grande Raffreddore, arricchendola di particolari splatter (tacchini esplosi in volo, faraone morte tossendo come le eroine del melodramma). Ma non vengono creduti. In seguito alla caduta di popolarità, il virus ha perso un contratto per un nuovo film con Freddy Krueger e al massimo può puntare su una particina da comprimario nella nuova serie di 'Medici in prima linea'.
Le cosce di pollo
È il caso più straziante. Milioni di cosce di pollo, espulse dai supermercati, schifate dai consumatori, abbandonate anche dalla Corte dell'Aia, hanno dato vita a un interminabile esodo, ancora senza approdo. Dapprima segnalate su un cargo disperso nell'Atlantico, stipate in condizioni inumane nei congelatori, pare abbiano tentato un ammutinamento al largo delle Canarie. Il loro leader, Spartacus Arena, è stato lanciato ai gabbiani ancora congelato. Le sue memorie, 'Il sogno di un tegame', hanno venduto poche decine di copie a causa della trama troppo monocorde (secondo altri critici, troppo cruda). Ma dall'epopea dei quarti di pollo scacciati dall'Italia verrà probabilmente tratto un film con Mel Gibson, 'La passione in brodo'. Molto impressionante la scena del martirio di un pollo trafitto da chiodi di garofano tra le risate ciniche dei cuochi romani.
Il caporedattore
Ugo Spaventa, il caporedattore del telegiornale che si è maggiormente battuto, a suo tempo, per la diffusione della psicosi da aviaria, è stato licenziato mesi fa dopo avere minacciato di suicidarsi in diretta inghiottendo un uovo di quaglia crudo. Indomito, sta progettando la sua rivincita con nuove clamorose campagne mediatiche. Ha già proposto a diverse testate un'Emergenza Cicoria, un Panico da Stracchino e un'Allarme Mutande, incentrato su studi coreani che denunciano l'esplosione improvvisa degli elastici con lesioni mortali all'apparato genitale. Per adesso, solo 'Studio aperto' ha aperto trattative con lui.
Il pappagallo inglese
C'è anche una storia a lieto fine. Il pappagallo inglese che finì nei tigì di tutto il mondo come primo europeo affetto da aviaria, è guarito con l'omeopatia e la meditazione, e si è rifatto una vita come guru della medicina alternativa. Nominato baronetto per meriti sanitari, ha una rubrica fissa su Channel Four, dove consiglia ai telespettatori come smettere di fumare con i semi di zucca e come curare il cancro rosicchiando ossi di seppia.
Cigni
Braccati e strangolati nei laghetti di tutta Italia, per mesi, dalla popolazione inferocita, su istigazione delle troupe televisive, i pochi cigni scampati al genocidio hanno chiesto i danni di guerra al Parlamento europeo. Chiedono anche una degna sepoltura per i loro colleghi ficcati a decine in bidoni di plastica, senza neanche un prete per chiacchierare.
Cutrettole
Il sindacato delle cutrettole, inspiegabilmente escluse dal cast dell'aviaria, chiede ragione dell'odiosa discriminazione televisiva nei loro confronti. Per rimediare, una cutrettola giovane e avvenente potrebbe essere inserita tra i concorrenti del prossimo 'Grande Fratello', anche se la produzione teme di elevare troppo il livello culturale della trasmissione.
23 aprile 2006