
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 16 aprile 2006
La metà d'Italia s'è turata il naso
Eugenio Scalfari su la Repubblica
"Mi dici che loro ti odiano? ma che significa "loro"? Ognuno ti odia in modo diverso e stai pur certo che tra loro c'è chi ti ama. La grammatica con i suoi giochi di prestigio sa trasformare una moltitudine di individui in un'unica entità, in un unico soggetto, che si chiama "noi" o "loro" ma che non esiste in quanto realtà concreta".
(Milan Kundera, Il Sipario)
La questione di base è la spaccatura dell'Italia in due. Numericamente le due metà coincidono e sono, al fondo delle cose, l'una contro l'altra armate (metaforicamente s'intende, o almeno si spera). Ma sarebbe un gravissimo errore pensare che da una parte (la propria) ci sia il male e dall'altra il bene, due categorie che sono invece tipicamente trasversali perfino all'interno di ciascun individuo e figurarsi all'interno d'una società complessa ed evoluta.
Un lettore ci ha scritto nei giorni scorsi: "Sono abbastanza colto, ho letto più o meno gli stessi libri e ascoltato le stesse musiche dei miei amici di sinistra (ne ho più d'uno), viaggio all'estero per lavoro e per diporto; insomma sono un italiano come milioni di altri, ma non ho mai votato e mai voterò per la sinistra. Non mi appartiene e non le appartengo. Non so spiegare perché ma questo è il mio modo di sentire".
Ebbene, non è un caso sporadico quello del nostro lettore, anzi è molto diffuso tra le due inconciliabili metà della mela italiana, il che rende assai difficile governare questo nostro Paese. In alcuni periodi della nostra storia la contrapposizione frontale tra le due metà è sembrata attenuarsi se non proprio scomparire, ma è stato sempre un fenomeno di superficie. Bastava che emergesse un qualche tribuno eloquente o meglio ancora tonitruante, un qualche demagogo capace di risvegliare il virus latente e talvolta letargico annidato nel nostro organismo sociale, un qualche visionario furbo quanto basta per volgere a proprio vantaggio il disprezzo italiano contro tutto ciò che puzza di regole; bastava questo perché il virus annidato e dormiente riprendesse il suo vigore e le antiche divisioni il loro sopravvento.
Non a caso fu detto che il nostro è sempre il Paese dei guelfi e dei ghibellini, dei neri e dei bianchi, dei poveri e dei ricchi, dei proletari e dei capitalisti. Per andare alla storia recente, è stato il Paese dei repubblicani e dei monarchici nel '46, dei democristiani e del fronte popolare nel '48 con una campagna elettorale da far impallidire quella feroce testé conclusa. Perciò non è una novità la spaccatura del corpo elettorale e la reciproca incomunicabilità. Ne volete un esempio ancora fresco? Prendete Ugo La Malfa. Quando morì, nel 1978, tutti lo piansero e lo rimpiansero ma finché visse furono solo quattro gatti a dargli attenzione e consenso. Aveva una tempra morale di rara solidità, un impegno politico superiore e una visione concreta e lungimirante del bene comune, ma aveva un difetto gravissimo: voleva cavalcare la linea di confine tra le due Italie, dichiarava una duplice contemporanea appartenenza, alla sinistra e al libero mercato capitalistico.
E poiché vedeva le insufficienze di entrambi i campi, voleva riformarli tutti e due non perché dovessero procedere a braccetto ma perché potessero confrontarsi al più alto livello scambiandosi il meglio e scartando il peggio di ciascuno. Difetto imperdonabile voler camminare sul muro di confine irto di cocci di bottiglia, come ha scritto Montale in uno dei suoi "ossi di seppia". Per La Malfa quel difetto era la sua virtù e non una disponibilità al compromesso, ma la vocazione riformatrice di modernizzare il Paese tenendo strettamente unite insieme la giustizia e la libertà.
Lo seguirono in pochissimi. Solo dopo la sua morte si sono resi conto che era uno dei padri della patria. Ne abbiamo così pochi...
Queste elezioni - sento dire - hanno riproposto l'esistenza d'una questione settentrionale. Infatti la destra, o meglio il berlusconismo, ha riconquistato il Nord. Lì si era manifestato con più evidenza il disincanto: tasse rimaste esose nonostante le promesse, crescita zero (per cinque anni l'incremento del Pil più basso d'Europa), consumi stagnanti, esportazioni in calo, investimenti fermi. La grande industria del nordovest (quel che ne restava) in perdita netta di velocità; i "piccoli" del nordest in crisi dopo vent'anni vincenti; le partite Iva in difficoltà, il ceto medio preso dall'incubo d'impoverimento. Ma ecco il miracolo: negli ultimi tre mesi di campagna elettorale il Cavaliere di Arcore ha risvegliato il virus della paura dei bolscevichi, degli statalisti, della burocrazia oppressiva, delle tasse "à gogo".
La gente "produttiva" cui si rivolgeva sapeva benissimo che lui la burocrazia l'aveva mantenuta come prima e peggio poiché a quella statale aveva aggiunto quella regionale (che sarà triplicata se il prossimo referendum non cancellerà la riforma denominata "devolution"); sapeva che aveva dilapidato il bilancio e che la spesa era aumentata di 2 punti e mezzo di Pil, pari a 45 miliardi di euro senza darci nessuna opera pubblica in più, nessuna sicurezza in più, nessun miglioramento nei servizi della scuola, della sanità, della giustizia. La gente "produttiva" del Nord sapeva che la pressione fiscale in cinque anni era diminuita soltanto dello 0,7 per cento, poco più dello 0,1 l'anno, cioè nulla.
Ma si è spaventata. Turandosi il naso è tornata a votarlo. Poteva forse votare per i comunisti? Poteva rischiare di mettersi in mano dei tassatori di professione? Non poteva. Non ha varcato la linea di confine. Non si è fidata. Non è rimasta nemmeno a casa. Un milione di indecisi ha deciso di rivotarlo l'ultima settimana, dopo l'annuncio che avrebbe abolito l'Ici. Sapete chi aveva preparato un progetto di legge tre anni fa sull'abolizione dell'Ici? Rifondazione comunista. Non lo sapevate? Incredibile non è vero? Eppure è così. Perfino Visco, sì, proprio Visco, quello che se potesse tassare l'aria che si respira sarebbe al colmo dell'allegria (così lo descrivono a destra), si proponeva di abolire l'Ici.
Naturalmente, in un'economia stagnante se si abbuona un'imposta bisogna trovare altrove le risorse per sostituirla. Oppure si manda in deficit il bilancio e si fanno debiti. Questo la gente "produttiva" lo sa e sa anche che è un gioco che non può andare avanti all'infinito. Infatti per l'Italia non funziona più. Però gli hanno creduto e l'hanno rivotato. Adesso forse si stanno accorgendo che, pur di restare al potere, preferirebbe vedere le piazze in rivolta. Non credo che lo seguirebbero. Va bene abolire l'Ici, ma la guerra civile, quella no. Ma è vero che esiste una questione settentrionale. Non l'ha inventata Berlusconi, ma c'è, c'è da tempo. Fu Bossi a scoprirne l'esistenza una ventina d'anni fa. Purtroppo ne dette una versione estremista e folcloristica, non capì qual era la natura di quella questione. La natura consiste nella perdita di competitività. Nella scarsa innovazione. Nella bassa produttività.
La Confindustria conosceva questa situazione. Ci fece, proprio su questo tema, il convegno di Parma, quello famoso del 2001, nel quale il candidato Berlusconi fu acclamato quando disse: "Il vostro programma è il mio programma" e giù a spellarsi le mani con il presidente D'Amato a dirigere l'entusiasmo generale mentre il candidato Rutelli fu accolto nel silenzio punteggiato di fischi. Che cosa voleva la Confindustria di D'Amato? Riacquistare competitività per l'economia, far crescere le dimensioni delle piccole imprese, uscire dal perimetro familiare. Portarle alla Borsa o almeno nei circuiti superiori del credito bancario. "E' il mio programma" disse il candidato Berlusconi, che ha governato cinque anni con una maggioranza parlamentare di cento deputati e col 30 per cento di voti concentrati sul suo partito.
Cinque anni dopo le dimensioni medie delle imprese non sono aumentate ma addirittura diminuite, siamo a un dipendente e mezzo per azienda. Gli investimenti in ricerca scientifica in termini di Pil sono diminuiti al più basso livello europeo, la competitività del sistema Italia è scesa da quota 27 a quota 43; il passante di Mestre è ancora nel regno dei sogni sebbene la provvista dei fondi necessari fosse stata già assegnata ai tempi del governo D'Alema. Nel frattempo i "furboni del quartierone" hanno prosperato, la finanza ha sostituito l'impresa e il capitale speculativo esentasse ha generato altrettanto capitale speculativo con multipli di dieci se non di cento. Nello spazio di settimane si sono accumulate fortune.
Ma non si tratta di quella decina di ormai ultranoti con altrettante frequentazioni politiche e finanziarie che vanno da Dell'Utri a Grillo; sono molti ma molti di più ad essersi pluri-arricchiti nella nobile arte del denaro che crea denaro esentasse. Però è bastato che Prodi dichiarasse di volerli tassare per far decidere gli indecisi a muoversi. Eppure tutto ciò gli era ben chiaro, è materia loro, è loro esperienza d'ogni giorno, ci si arrovellano su quegli arricchimenti speculativi senza fatica né sudore della fronte. Ciò malgrado l'hanno votato. Al concorrente hanno detto: no, tu no. Ma perché? Perché no.
Io una risposta ce l'ho. L'ho già scritta una settimana fa quando stavamo andando a votare e non si sapeva ancora come sarebbe finita. La mia risposta è questa: metà dell'Italia e forse anche più non si fida dello Stato. Quella è la vera questione di questo paese: non è la questione settentrionale e neppure quella meridionale, ma è la questione dello Stato. Gli italiani non se ne fidano. Invece gli inglesi sì, i francesi sì, gli scandinavi sì, i tedeschi sì e anche gli olandesi, anche i belgi, anche gli austriaci. Del loro Stato si fidano. "My country". In Gran Bretagna, che è il paese più liberale del mondo, i cittadini si chiamano sudditi tanto è il rispetto che hanno del loro Stato.
Di quale nazionalità sei? Ti rispondono: Sono suddito inglese. Con orgoglio. Nello stesso modo, con lo steso orgoglio, un francese ti risponde che è cittadino francese. Da noi non si usa, perché siamo stati per secoli colonia. Vice-reame. Principato tributario dell'Impero. Oppure del re di Francia. Oppure del re di Spagna. Oppure pedina e base della flotta inglese. Oppure il Papa, ma quella è un'altra faccenda ancora più complicata. Lo Stato è il protagonista negativo della nostra storia nazionale. Lui ti vuole fregare e tu lo devi fregare. Cercherai di ottenerne qualche favore, piccolo o grande che sia, ma non ti impegnerai mai con lui, ti impegnerai con chi cercherà di farti avere quel favore e tu apparterrai a lui. Farai parte della sua clientela. Innalzerai la sua bandiera. Non per scelta politica ma per fedeltà alla persona. Eventualmente mascherata da ideologia.
In un'intervista di pochi giorni fa il presidente del Censis, De Rita, ha detto che in Italia non si può fare un programma valido per l'intera nazione ma bisogna modularlo sul territorio. In buona parte De Rita ha ragione. L'ispirazione, la tonalità di un programma deve avere valenza nazionale, ma le diagnostiche e la terapia debbono essere modulate per territorio. Penso che questo farà Prodi. La sua coalizione politica è fragile ma la sua alleanza sociale potrà essere fortissima se sarà capace di incontrare e parlare con le forze sociali rappresentative del territorio. Nessuno può farlo meglio di lui.
Sul territorio il manicheismo attecchisce molto meno. Il famoso confine tra le due Italie sbiadisce. Il sindaco di Bologna è di sinistra, eccome se lo è, ma quel confine l'ha fatto scavallare con i fatti e i comportamenti. Ciampi ha dato l'esempio. Unità, Costituzione e l'Inno di Mameli. Sembravano fisime del vecchio nonno del Quirinale, invece contenevano qualche cosa di più d'un messaggio; contenevano una propedeutica, la vocazione al dialogo nel rispetto fermo delle convinzioni proprie ma anche di quelle altrui. Forse, mentre il Presidente degli italiani, ha irrevocabilmente deciso di non accettare una riconferma che tutti sarebbero lieti di dargli, è venuto il momento di mettere in pratica i suoi insegnamenti: ci sono regole e norme che vanno rispettate, ci sono doveri che vanno adempiuti e diritti che vanno riconosciuti, ci sono prepotenze che non possono essere tollerate. La democrazia non è la corte dei miracoli ma un esercizio paziente in cui non esiste il figlio del professionista diverso da quello dell'operaio, ma tutti debbono avere eguali opportunità di costruirsi una vita e un destino.
L'Italia in pericolo
Furio Colombo su l'Unità
Una terribile frase italiana, che mi disorientava quando, da bambino, la sentivo dire da adulti che si guardavano prudentemente intorno è: "qui lo dico e qui lo nego". È una espressione intraducibile che rappresenta il peggio dell'opportunismo italiano.
È ciò che sta accadendo adesso, in questo Paese, sotto gli occhi del mondo, dopo la vittoria di Prodi.
In alto e in basso, e persino a sinistra e non solo a destra, si dice o si nega, si afferma e si attende, si contano i numeri giusti ma poi si fa finta di non saperli, si usa l'esiguità del margine (ormai tipico di tutte le democrazie, e consacrato da ben due successive elezioni americane) per dire che la vittoria di Prodi forse è accaduta e forse no, e magari sarebbe meglio trattare.
Trattare che cosa, trattare con chi?
C'è infatti una variazione molto importante al modello nazionale di dire e negare che ha consentito tante decisioni ambigue nella storia italiana.
Berlusconi, il leader battuto (nel voto italiano in casa e nel voto italiano dall'estero) della Casa delle libertà non dice. Nega. In questo unico senso è più moderno. Nega risolutamente di avere perduto, nonostante l'evidenza e cogliendo lo spazio libero che gli viene offerto da un grande silenzio. Come in tanti suoi processi, Berlusconi nega tutto. Esattamente come in tribunale, accusa di broglio chi lo ha battuto. La stampa internazionale nota l'affinità fra processi e politica. La stampa nazionale appare affascinata dalla sua straordinaria capacità di negare. E benché la negazione sia sprezzante e deliberatamente provocatoria, intorno al leader che ha inventato il sit in dello sconfitto, una Valle di Susa delle elezioni perdute, si forma un capannello di interlocutori interessati a vedere che cosa si può mediare con lui.
Siamo in presenza di un paradossale abbaglio logico: l'idea che sia bene trattare e progettare scambi con chi ha rifiutato e continua a rifiutare di avere perso le elezioni, persino in presenza della ammissione (purtroppo tardiva) del ministro dell'Interno.
Per avere un resoconto attendibile e definitivo di ciò che è accaduto davvero in Italia, occorre rivolgersi non alla televisione, in cui Berlusconi continua ad apparire come il protagonista, non ai giornali, colmi di retroscena che coprono di cortine fumogene i fatti. Non ai politici, anche del centrosinistra, alcuni dei quali discutono volentieri di scenari di possibile collaborazione saltando il dato: chi ha vinto?
Occorre la voce di un cardinale. Sentite le parole di Mons. Severino Poletto, arcivescovo di Torino, raccolte ieri da La Stampa e dite se non sono l'unica cronaca attendibile di ciò che è appena accaduto in Italia. "C'è stato un evento che ha interessato non soltanto noi, ma l'Italia intera. Una lunga e non serena campagna elettorale, e poi le elezioni politiche di cui già conosciamo i risultati, che in una democrazia matura devono essere accettati e rispettati. I risultati dunque li conosciamo. Attendiamo ora che il nuovo Parlamento si insedi, che il Governo sia formato e si metta all'opera. Ora non è più tempo di parole ma di fatti per dimostrare che governare un Paese significa realizzare il bene comune non con strumentali finalità ma con sincerità di intenti. Bene comune vuol dire soprattutto il bene dei ceti più poveri e svantaggiati della nostra società".
Ciò che consola ma anche tormenta, in queste parole di un cardinale, è la chiarezza con cui la sequenza delle vicende italiane è descritta.
Provate a smentirle. Primo, le elezioni sono finite, sono state vinte, e la democrazia matura le accetta. Secondo, è evidente il messaggio del risultato delle elezioni: governare per il bene di tutti e non con strumentali finalità. Terzo, che cosa si aspetta a dare seguito ai risultati e mettere il Parlamento in condizione di riunirsi e il Governo in condizione di cominciare a governare? Si può essere più chiari?
È un testo (rileggete, vi prego, il virgolettato) che non nasconde l'ansia di un cittadino democratico per lo stallo che non esiste. Ma è stato creato con "strumentali finalità" e ci butta in un tempo vuoto e con un pericolo immenso.
Nell'ansia del cardinale c'è una domanda che è anche un ammonimento autorevole: "che cosa aspettate?".
Ma se le parole di Saverio Poletto sono chiare, non prendetele come la controprova che Silvio Berlusconi sia uno stravagante che, per autodifesa interiore, ha scelto di separarsi dalla realtà.
L'uomo è un calcolatore accorto che si muove fuori e lontano dalla "democrazia matura", continuamente mosso da "finalità strumentali".
Questa volta la finalità strumentale è non far finire la campagna elettorale. Se finisce, lui ha perso. Se non finisce, le sue probabilità di rivincita aumentano di giorno in giorno, a mano a mano che si espandono il silenzio istituzionale e il vuoto in cui sono stati lasciati gli italiani.
Ha teso una trappola: discutiamo di possibili accordi.
Deliberatamente butta sul tavolo questioni che hanno mobilitato l'opposizione democratica fino all'ultimo voto. La giustizia, per esempio, e l'umiliante precariato del lavoro.
Cadere nella trappola vuol dire sciogliere le fila di una grande mobilitazione civile, mandare a casa chi si è battuto per vincere anche senza Tv e senza miliardi.
Tutta la gente che non si lascia dire di aver dato l'anima per questa vittoria (senza neppure sapere i nomi di coloro per cui votava, a causa della "porcata" detta nuova legge elettorale) e poi sentirsi annunciare che "si può trattare" prima ancora di sapere che Romano Prodi ha ricevuto l'incarico.
Berlusconi, il candidato battuto, sa fare bene una cosa, con rabbia e dovizia di mezzi: la campagna elettorale. La sta facendo, proprio mentre alla sinistra giungono segnali, (per fortuna solo da parte di alcuni) di benevola smobilitazione. E mentre la vittoria, faticata, rischiata e conseguita, continua a non diventare un incarico di governo.
Berlusconi sta dimostrando di poter continuare a tenere sotto ferreo controllo mediatico la sua metà dell'Italia. Ha perso, ma non gli importa. Lui non è stupido come Al Gore o John Kerry, che hanno pensato prima di tutto alla pace istituzionale del loro Paese. Lui tiene tirata la corda dello scontro, tiene la tensione altissima. Lui stesso, e chi lo rappresenta, rifiutano ogni gesto di accettazione democratica. Fino al punto da fare in modo che manchi al legittimo risultato elettorale del nostro Paese il riconoscimento degli Stati Uniti. È un fatto su cui andrebbe concentrata tutta l'attenzione dei leader della coalizione vittoriosa. Chi sta mentendo all'America, Berlusconi o il suo ministro degli Esteri Fini? Non sarebbe il caso di chiedere un chiarimento all'ambasciatore degli Stati Uniti che è uomo esperto, buon conoscitore del nostro Paese e che certo ha a cuore la profonda amicizia fra i due Paesi, radicata nella storia della nostra libertà, del nostro diritto di decidere col voto?
È vero, la situazione è grottesca, ha venature di ridicolo. Ma una cosa occorre oggi riconoscere, una cosa che su questo giornale abbiamo detto fin dall'inizio. Berlusconi, che adora se stesso ed è davvero convinto di avere sempre ragione, è un pericolo per la democrazia.
In questi lunghi giorni di inspiegabile silenzio istituzionale, lui e i suoi stanno sbarrando la porta al verdetto del voto. Lui vede benissimo il rischio in cui sta buttando l'Italia. Lo calcola. Gli giova che tanti, che dovrebbero essere infaticabili e senza pace come lui, ma in senso opposto, in difesa della democrazia, sembrano non notare il pericolo.
Tre sono i risultati che Berlusconi sta incassando con la sua azione eversiva: tiene in ostaggio il Paese affinché, in un modo o nell'altro, la sua sconfitta venga annullata. Pone una minaccia pesante sul futuro italiano. Tiene i suoi mobilitati e pronti a nuove elezioni, che sono il suo vero progetto, contando sulla smobilitazione di chi ha votato per mandarlo a casa e ha vinto.
Non so rispondere, nelle frequenti interviste con le televisioni europee e americane, alla domanda: perché glielo lasciano fare? È vero, è ricco, è potente, controlla i media, possiede molti giornalisti, è senza scrupoli. Ma perché glielo lasciano fare, visto che ha perso? I colleghi della stampa internazionale notano che, a volte la fermezza di Prodi appare isolata. Lo si lascia a patire l'oltraggio del negato riconoscimento della vittoria (che è una offesa a una bella parte degli italiani). Una delle due campagne elettorali continua a svolgersi furiosamente, dopo avere provocato una spaccatura che si vuole a tutti i costi allargare.
Per mettere fine a questa situazione mai accaduta (un Paese ostaggio del premier battuto) alcuni esortano a mediare. Dicono per esempio che bisogna mediare sulla giustizia. Bene, da dove cominciamo, dai "giudici infami" o dai "giudici malati di mente"? Dal complotto delle toghe rosse con l'attività criminale delle cooperative, o della riforma Castelli che trasforma i magistrati in impiegati dello Stato sotto controllo del governo?
Ma il Cardinale ha detto bene. I risultati ci sono. Adesso gli italiani si aspettano che si formi il legittimo governo del Paese. Potrà chi deve proclamare ufficialmente i risultati continuare a non farlo? Potrà Prodi restare il vincitore senza incarico di formare il governo? Come racconteremo questi giorni, che dovrebbero essere di normale e civile alternanza democratica, nei nostri libri di Storia, fra qualche anno? Diremo che soltanto il Cardinale Poletto ha letto i risultati, ha constatato che il vincitore era Prodi e che era bene per il Paese consentirgli di cominciare subito a governare?
Possiamo continuare a dire e a negare i risultati delle elezioni politiche italiane del 9 e del 10 aprile 2006?
Il falso mito del Nord
Ilvo Diamanti su la Repubblica
È singolare. Tanta enfasi attribuita ai media, in queste elezioni. Per spiegane il senso e il risultato. Per assistere, alla fine, al, puntuale, ritorno del territorio. Sottolineato dall´importanza riconosciuta, nei commenti, alla "questione settentrionale". I dati, infatti, ci dicono che la Cdl ha rimontato la china, rispetto alle previsioni, grazie al risultato conseguito nel Nord. Dove ha conquistato oltre il 53% dei voti validi. In particolare, in Veneto e in Lombardia, dove ha sfiorato il 57%. Mentre in Piemonte e in Friuli Venezia Giulia, al Senato, si è affermata, rovesciando l´esito dell´anno scorso, alle regionali.
Insomma, il Nord, contesto in cui si concentrano gran parte del Pil e del sistema produttivo nazionale: sembra tornato all´opposizione. Come negli anni Novanta. Tuttavia, questa discussione è viziata da un duplice equivoco. Fa riferimento a un Nord che non c´è più. E, quanto al presente, offre una lettura parziale e distorta del risultato elettorale.
In primo luogo, non ha senso guardare e definire il Nord come fosse lo stesso di dieci anni fa. Quando diede origine ai principali fenomeni di dissenso e di cambiamento politico in Italia. La Lega. Che, nel 1996, superò il 10% in Italia, il 25 % in Lombardia e il 30% in Veneto. Attestandosi ben oltre il 20% nelle regioni del Nord. Forza Italia, il partito personale dell´imprenditore mediatico, Silvio Berlusconi, che nel 1994 occupò il vuoto provocato dalla scomparsa dei partiti di governo, Dc e Psi anzitutto. E divenne l´attore politico protagonista della seconda Repubblica. Entrambi emersi, esplosi nel Nord. Di cui esprimono due diverse zone, due diversi modelli socioeconomici. La Lega: la piccola impresa, il localismo, che hanno la loro "patria" nel Nordest e nelle altre province pedemontane della Lombardia, ma anche del Piemonte. Il "capitalismo popolare", come lo ha chiamato Giorgio Lago. Poi, il Nord dei servizi, della finanza, del credito, della comunicazione. Il "capitalismo dei beni immateriali", come l´ha definito Arnaldo Bagnasco. Ha il suo centro a Milano. E un "sovrano" assoluto: Silvio Berlusconi. Inventa e afferma un partito personale e aziendale. Vende se stesso come un prodotto, a un popolo di spettatori e consumatori.
La "questione settentrionale". Quella domanda di cambiamento economico, sociale e politico, che esplode nel Nord, e s´impone a tutto il paese, fino a portare "Milano a Roma". Fino a conquistare il governo e il potere, nel 2001. Ebbene, quel Nord non c´è più. I suoi stessi interpreti, oggi, appaiono molto appannati.
E´ un´altra epoca, un altro secolo. L´economia, magari, non è in crisi depressiva, come si dice. Ma l´età della crescita infinita è sicuramente finita. Soprattutto, è cambiato il sentimento sociale. Da alcuni anni, infatti, si respira un´aria di pesante pessimismo. Anche anzitutto fra gli imprenditori. La maggioranza delle persone, nel Nord, teme la delocalizzazione, la concorrenza internazionale, i cinesi. Al tempo stesso, manifesta un elevato senso di insoddisfazione per la qualità della vita e dell´ambiente. Più ricchi e più infelici. Ma sempre distanti e ostili nei confronti della politica. Anche se al governo ci sono partiti "amici". La sfiducia nello stato e nelle istituzioni, anzi, è aumentata. Solo che non si traduce più in rabbia, protesta. Semmai, in delusione. Disincanto. In questo clima, la "questione settentrionale" non evoca rivolta o rivoluzione. Semmai delusione. E conservazione.
Se guardiamo i dati, infatti, poco sembra cambiato, nel Nord. Destra e sinistra sono sempre lì. Intorno a dieci punti di distanza, per il centrodestra. Oggi come ieri. E l´altro ieri. Quando gran parte degli elettori si concentrava sui partiti di governo. La Dc e il Psi. Ai quali, più o meno nelle stesse zone, si sono sostituiti la Lega e Forza Italia. Gli attori del cambiamento. Che, però, contrariamente a ciò che molti ritengono, in queste elezioni non sono andati troppo bene. Al contrario. Infatti, FI, rispetto al 2001, ha perso pesantemente. Più del 6%, nel Nordest come nel Nordovest. In Piemonte è calata del 9%, in Veneto di oltre il 7%, in Lombardia del 5%. Nell´insieme, si è attestata sul 25% circa. Recuperando certo, qualcosa, rispetto al disastro delle regionali dell´anno scorso. Ma proprio qualcosa. L´1% o poco più. Quanto alla Lega, galleggia poco sotto il 10%. Una frazione in più rispetto al 2001. Ma oltre il 3% meno di un anno fa. Mentre si è ridotta alla metà rispetto al 1996. Dieci anni fa. Pare davvero un altro secolo...
Così, la tenuta del centrodestra nel Nord si deve ai partiti considerati "meridionali". An e Udc. Che, in queste elezioni, a Nord si sono pressoché allineate alla media nazionale. Attorno all´11% An (+2%), oltre il 6% l´Udc (praticamente raddoppiata). Per cui FI conta molto meno, dentro la coalizione. E la Lega non è più il secondo partito del Nord. Anzi: sta perdendo di più proprio nelle zone dove era più forte e radicata. Cedendo consensi proprio a favore dell´Udc. Quasi una nemesi: il soggetto politico che aveva "prosciugato" la Dc oggi ne subisce il ritorno.
Chi continua a parlare di "questione settentrionale", come se nulla fosse cambiato. Chi recrimina contro l´ottusità amorale dei nordisti, affascinati dal Caimano. Dovrebbe usare maggiore prudenza. Anzitutto perché travisa il risultato.
Gli elettori del Nord, in questa occasione, più che per protesta, più che per amore, sembrano aver votato per "diffidenza". L´antica diffidenza verso il centrosinistra. Che ha radici lontane. La campagna mediatica condotta da Berlusconi l´ha riaccesa, violentemente. Evocando i temi vicini alla sinistra e lontani dal Nord. Lo Stato, il pubblico, la società multiculturale, la famiglia. Soprattutto le tasse. L´orazione populista, tenuta a Vicenza, in occasione dell´assemblea nazionale di Confindustria: contro i "comunisti", portatori di una cultura di "odio" verso la libertà, il mercato, l´impresa
Ha risvegliato molte persone impolitiche. Tentate di astenersi. Il clima della campagna elettorale le ha spinte a votare. Non per "fiducia" in FI e nel premier. Da cui sono delusi. Né, tantomeno, nella Lega rivoluzionaria di governo, alleata con i siciliani. Hanno, invece, votato per diffidenza. Contro la sinistra. E, per questo, hanno scelto, in molti, An, come risposta all´insicurezza. Oppure l´Udc, per "nostalgia" dei tempi in cui i politici erano mediatori, invece che sovversivi. Nostalgia della Dc.
Quanto al centrosinistra, prima di guardare al Nord come un territorio "naturalmente" ostile e inospitale, dovrebbe riflettere sull´adeguatezza di alcune scelte organizzative, politiche e comunicative di questa fase.
1) Dovrebbe, ad esempio, congratularsi con se stesso per l´abilità nel sollevare, alla vigilia del voto, temi critici per la società del Nord (e non solo). Come nel caso della goffa vicenda delle tasse sulle case e sui risparmi.
2) I partiti promotori dell´Ulivo (e oggi del partito Democratico) dovrebbero interrogarsi sull´efficacia della scelta di presentarsi insieme alla Camera e da soli al Senato. Soprattutto nel Nord, dove da due anni e per due elezioni, si erano presentati "Uniti nell´Ulivo". Con indubbio successo.
3) Molti elettori della Cdl, quando si è trattato di eleggere i sindaci di grandi città o i presidenti di regione, non hanno esitato, pragmaticamente, a premiare con il voto la maggiore esperienza e affidabilità dei candidati di centrosinistra. In Friuli Venezia Giulia, in Piemonte, a Verona, Padova e in altre città e province (Milano, Novara...). Domenica scorsa, d´altronde, Pordenone, gli elettori assegnavano il 60% dei voti la Cdl, alle politiche; e, nello stesso giorno, con la stessa percentuale, il 60%, confermavano il sostegno al sindaco e alla giunta di centrosinistra. Per cui non si capisce perché, mentre la Cdl si faceva "trainare" dai suoi governatori, al Senato, l´Unione rinunciava al contributo dei suoi "presidenti", come Illy e la Bresso. E alla capacità di attrazione sulla società locale che le potevano offrire formazioni radicate sul territorio, come le "liste civiche".
4) Infine, il centrosinistra, che dispone di tradizioni organizzative e di partecipazione importanti, dovrebbe interrogarsi sull´utilità della logica mediatica e presidenzialista. Che, di fatto, ha condiviso. Facendo della televisione l´unico vero "territorio" politico.
Con l´esito che il territorio mediatico gli è sfuggito, mentre quello reale si è vendicato.
Meglio, dunque, evitare di perdersi nel Nord. Inseguendo una questione che non c´è.
L'Italia torni a puntare sull'Europa
Barbara Spinelli su La Stampa
La campagna elettorale è finita, ora si tratta di guardare la realtà. La realtà è che l'Italia non ha acquistato prestigio, negli anni di Berlusconi.
In Europa ha scelto Blair, assecondando un disegno che si propone d'impedire l'unione politica. Nel mondo ha scelto la linea di Bush, che ha presentato la guerra in Iraq come lotta al terrorismo e ha imposto la preminenza unilaterale d'una superpotenza sul diritto internazionale. Ambedue i disegni stanno fallendo, e tanto più rimpicciolita ne esce l'Italia. Tradizionalmente, il suo ruolo era quello di far parte delle coalizioni più europeiste. Come scrive un recente documento dell'Istituto Affari Internazionali, l'Italia deve esser l'alleato di chi vuol far avanzare l'Europa (...). Oggi è probabile che si apra una fase in cui la convergenza tra Italia e Germania, che già più volte in passato si è rivelata proficua in materia istituzionale, potrebbe costituire la base di rilancio dell'Unione.
L'alternativa alla linea inglese e americana non è la Francia, e ancor meno la Russia di Putin con cui Berlusconi ebbe un rapporto pernicioso: le condotte dei due stati son state poco edificanti, e quella francese niente affatto europea. In tutta la fase preparatoria della guerra irachena, Parigi e Mosca hanno fatto credere a Saddam che gli Americani non sarebbero mai intervenuti senza l'Onu, e non hanno esercitato alcuna pressione sul despota. L'alternativa è un'Unione capace non solo di reagire, ma di decidere ed eseguire proprie politiche nel mondo.
La sinistra nel suo programma si affida all'Onu: nessun intervento potrà più avvenire senza il suo avallo. È una posizione coerente ma rischiosa, che scredita iniziative passate (Kossovo) e lega le mani per il futuro. Il diritto internazionale va difeso, ma a condizione di radicali riforme dell'Onu: Prodi nel programma le promette, ma non dice come agirà nel frattempo.
Molte cose bisognerà ancora correggere. Ma la stella polare per una non-potenza come l'Italia dovrà tornare a essere l'Europa. Rinunciare alla Costituzione perché la Francia ha detto no è un'offesa alla maggioranza di europei che l'hanno ratificata. Questo l'Italia dovrà dirlo con forza. Converrà infine non accettare nuovi allargamenti, prima d'aver liberato l'Unione del diritto di veto che l'imprigiona. Altrimenti l'Europa si riempirà di stati aggrappati alle proprie illusorie sovranità, e illudendosi perirà.
Legittimarsi a vicenda
Alberto Ronchey sul Corriere della Sera
"Paralysis in Italy" come prevede l'Economist? Forse no. Ma tempi lunghi per la formazione del nuovo governo, un mese o più, dopo la verifica dei voti annullati o contestati e gli adempimenti costituzionali. Sulla base degli esiti elettorali accertati finora, lo scenario presenta un divario minimo di forze tra governo e opposizione. Secondo i moniti del presidente Ciampi, un elementare senso di responsabilità dovrebbe imporre ai due schieramenti prove di reciproca legittimazione. Dunque sarebbe necessario tenere a bada gli animi troppo accesi e discutere nei modi ragionevoli, come si conviene a una società progredita. L'eccessiva passionalità o conflittualità non massimizza l'espressione dei sentimenti considerati da una parte o dall'altra migliori, come in molti credono, ma può rivelarsi penosa o rovinosa per le istituzioni repubblicane.
La reciproca legittimazione, tuttavia, non comporta una Grosse Koalition come in Germania. Fra l'altro, l'ipotesi non è plausibile in Italia, dove anche partiti e gruppi all'interno delle due alleanze stentano a convivere. Si vedrà poi se o in quale misura l'unificazione di più partiti, a sinistra come a destra, sarà praticabile per semplificare la vita politica. In particolare i postcomunisti, che dal Pci al Pds e ai Ds non hanno raggiunto ancora il riscatto dal ciclo delle sofferte reincarnazioni, potrebbero forse raggiungerlo con l'auspicato Partito democratico al quale da tempo lavorano gli apparati della sinistra non massimalista.
Per ora, dopo l'intervista di D'Alema e la replica di Berlusconi su questo giornale, la coalizione vincente di Prodi cerchi di governare o almeno ci provi, anche se non pare concorde su disparate questioni. L'impresa non sarà facile, certo, ma si può sperare: "Gli innocenti non sapevano che la cosa era impossibile, dunque la fecero", come amava ripetere Bertrand Russell. Fino a ieri, la sinistra s'è affidata spesso all'avversione diffusa o alla semplice antipatia contro il governo di Berlusconi, considerato solo come un pubblicitario temerario e illusionista. Potrebbe fare a meno del nemico? Da parte sua, Berlusconi s'è proclamato portavoce degli interessi di vasti ceti, raccogliendo una messe di consensi a partire dalle regioni padane. Ma non ha mai spiegato perché dinanzi alla criticità delle condizioni economiche italiane, benché in larga misura ereditate dal passato, abbia voluto chiamare "Cassandra " chiunque fosse indotto a serie apprensioni e sensazioni di pericolo. Eppure Cassandra, come sa chiunque, aveva ragione.
Ripensando poi alla campagna elettorale, rimane una considerazione da non trascurare a proposito dei voti per interesse, invocati o deprecati. Qui è inevitabile ricordare Adam Smith, padre degli studi d'economia, il quale aveva chiarito già dal 1776 che una morale astratta e un'ideologia non bastano a reggere la vita organizzata. Egli avvertiva: "Non è dalla benevolenza del macellaio e del fornaio e del birraio che noi attendiamo il nostro pranzo, bensì dalla loro considerazione dell'interesse proprio...". Però aggiungeva: "Interesse proprio ben inteso".
Si tratta sempre, ancora oggi, d'indagare come sia possibile far leva sull'interesse particolare per volgerlo a quello generale, benché difficile da identificare in ogni circostanza. Dunque la complessità dell'argomento non avrebbe dovuto permettere, in campagna elettorale, sentenze sommarie per drastiche soluzioni. Sia la sinistra sia la destra, ormai, con questi risultati dovrebbero averne preso atto e tenerne conto per i prossimi tempi, considerando che dall'una e dall'altra parte risultano manifeste convinzioni parzialmente valide, non scandalose, comunque legittime.
"Mission impossible" per il nuovo governo
Giuseppe Turani su la Repubblica
A leggere i giornali e a guardare i notiziari tv viene l´idea che la cosa più difficile da fare, adesso, sia quella di convincere Berlusconi a traslocare da palazzo Chigi. Ma non è così. Il presidente del Consiglio prima o poi se ne andrà a casa. Ed è da quel momento in avanti che comincerà la sfida più dura per il nuovo governo. E non tanto per la piccola maggioranza esistente al Senato quanto per la natura "dura" delle cose.
Per venirsene fuori serviranno un polso molto fermo (solo la Cgil pensa che basterà abrogare la legge Biagi per aver risolto tutto), fantasia e anche molta fortuna. Soprattutto molta fortuna. Quale sia la situazione attuale dovrebbe essere abbastanza noto. La ripresa c´è (o, meglio, si comincia a vedere), e quindi sotto questo aspetto le cose vanno un po´ meglio. E la ripresa c´è perché sono in ripresa il mondo e anche l´Europa. Qualcosa quindi, un po´ di luce, arriva fino a noi.
Poca roba, ma c´è: secondo i dati di Consensus (media delle previsioni dei più grandi centri di ricerca del mondo) nel 2006 la crescita italiana dovrebbe essere pari all´1,2 per cento e nel 2007 dovrebbe essere uguale. E´ poco, ma visto che si viene da una lunga crescita zero, è già qualcosa. Per capire quanto siamo malconci conviene però ricordare che la stessa fonte attribuisce all´area euro una crescita pari al 2 per cento nel 2006 e dell´1,8 per cento nel 2007. Insomma, va un po´ meglio, ma siamo sempre in coda al convoglio.
Si può fare meglio? Certamente, bisogna aumentare, e in fretta, la competitività delle aziende italiane. Nei manuali (e anche nel programma di Prodi, per la verità) c´è scritto come si fa. Si deve agire lungo tre direzioni. 1- Liberalizzare i servizi di cui si servono le imprese, per abbassare il costo. 2- Far crescere la dimensione delle aziende, perché ci siano più economie di scala. 3- Ridurre le tasse sul costo del lavoro (il famoso cuneo fiscale).
E´ facile capire che i punti 1 e 2 sono interessanti, ma si tratta di cose che si possono fare nel medio periodo. Non in cento giorni e probabilmente nemmeno in duecento.
Allora, se si vuole dare una scossa, al sistema perché si agganci robustamente alla ripresa europea in atto, non rimane che il terzo punto: il taglio del cuneo fiscale. E questa è una promessa fatta durante tutta la campagna elettorale.
Solo che adesso, le elezioni sono state fatte e bisogna diventare operativi. In una parola, bisogna tagliare davvero il cuneo fiscale di 5 punti e quindi bisogna trovare (davvero) i 10 miliardi di euro che servono. Qui non si tratta più di andare in televisione a dire quello che si potrebbe fare, ma di trovare sul serio, concretamente, 10 miliardi di euro, e in fretta. Impresa non tanto facile, viste le condizioni della finanza pubblica, decisamente fuori controllo. La finanza pubblica, tanto per non riempire di cifre questo articolo, sta correndo verso un debito pubblico che potrebbe arrivare già a fine anno al 108 per cento del Pil e un disavanzo annuale del 4,4 per cento. Lo sappiamo noi che le cose stanno così e lo sanno le agenzie di rating. Che infatti hanno promesso di stare buone fino all´insediamento del nuovo governo. Poi si aspettano nel giro di qualche settimana provvedimenti che facciano capire che si è cambiata strada. Insomma, bisognerà trovare altri 10 miliardi di euro da spendere proprio mentre siamo obbligati a ridurre la spesa pubblica. Sarà come cambiare il motore di un jumbo in fase di atterraggio.
Ecco perché il nuovo governo dovrà avere la mano molto ferma e perché la Cgil farebbe bene a darsi una calmata, in attesa di vedere come Prodi e i suoi supereranno lo scoglio dei conti. Il mio parere conta niente, ma suggerirei a tutti (sindacati, Confindustria e gruppi sociali vari) di stare buoni e pazienti fino a quando il nuovo governo non avrà fatto l´inventario dei soldi in cassa e si sarà fatto venire qualche buona idea per trovare quelli che mancano.
Ma, senza una buona dose di fortuna, tutto ciò potrebbe risultare inutile.
E´ di qualche giorno fa l´allarme lanciato dal Fondo monetario internazionale: se il prezzo del petrolio continua la sua attuale corsa, il boom in atto nell´economia mondiale potrebbe trasformarsi rapidamente in una recessione o, comunque, in una robusta frenata, tale da capovolgere tutte le previsioni che si sono fatte fin qui. A quel punto rimettere a posto l´Italia sarebbe come cambiare il motore di un jumbo mentre sta atterrando sotto una tormenta di neve.
Ma il prezzo del petrolio andrà veramente ancora su? Su questa materia ci sono tutte le opinioni possibili e il loro contrario.
Ma è evidente che, se la tensione in Medio Oriente dovesse aggravarsi, il prezzo del greggio non potrebbe che andare su, non giù. Difficile vedere il petrolio scendere mentre aerei americani bombardano l´Iran, magari con atomiche "tattiche". E quindi non resta che pregare perché non si arrivi a tanto. Ma molto di più non si può fare.
In conclusione, il nuovo governo non ha di fronte a sé alcuna passeggiata o scampagnata. La sua, in un certo senso, è davvero una missione impossibile. A meno, ripeto, di avere polso molto fermo, e anche una buona dose di fortuna.
Poli incapaci di saper perdere (e vincere)
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
Trecento voti: 2.910.492 contro i 2.910.192 raccolti da Al Gore. Così, secondo i dati ufficiali della segreteria di Stato, George W. Bush conquistò la Florida e la Casa Bianca, anche se aveva preso in tutto 220 mila voti in meno del rivale. Eppure a Berlusconi non è mai passato per la testa, ci mancherebbe, che non fosse il legittimo presidente Usa. In grado, per quei 300 voti, di decidere due guerre. E mai si sarebbe sognato di dire, come ha fatto ieri nella lettera sul "Corriere" che, "sulla base del voto popolare, non ci sono né vincitori né vinti". Conosciamo l'obiezione: l'Italia non è l'America. Grazie. E neanche l'Inghilterra, se è vero che Tony Blair, il giorno che ricevette da John Major le chiavi di Downing Street, disse: "Voglio iniziare il mio lavoro riconoscendo al mio predecessore grande dignità e coraggio. Il suo comportamento di persona di grande probità riflette il tipo di uomo che ha governato finora e che io saluto con amicizia e cortesia. Mi rendo conto che la sua eredità richiede una colossale responsabilità". E così la sobrietà di Angela Merkel, che la sera della sua vittoria deludente (rispetto ai sondaggi) scelse di non rispondere a uno Schröder su di giri per la rimonta, fu assai diversa dalla liberatoria esultanza di Prodi la notte di lunedì quando, prima che emergesse la riconquista del Senato grazie agli emigrati, fu accusato dalla destra di essersi "autoproclamato vincitore". E bollato da Claudio Scajola addirittura come "golpista". Tensioni non smussate dalle parole usate dal Professore il giorno dopo: "Le elezioni le abbiamo vinte e come capita in tutte le democrazie moderne si vince di un soffio". Dubbi? Zero: "Posso governare cinque anni. La legge me lo permette". Senza ricorrere alla citazione della sventurata Dacia Valent, l'ex deputata rifondarola che ha invocato "un sacco di leggi ad personam, fatte cioè sulla persona del premier", è fuori discussione che c'è modo e modo di conquistare la maggioranza. E a sinistra sono stati spesso usati toni che non hanno contribuito a gettar acqua sul fuoco. Se è vero che "bisogna saper perdere", è spesso ancora più difficile saper vincere. E se questa serenità istituzionale mancò nel 2001 (quando La Loggia maramaldeggiava sul 61 a 0 dicendo "in Sicilia fa caldo, ma alla sinistra abbiamo inferto un cappotto" e Bossi barriva "non abbiamo vinto per cinque anni: abbiamo vinto per venti!"), un po' di continenza, visti i numeri, non avrebbe guastato a maggior ragione stavolta. Detto questo, lo spettacolo offerto dalla Casa delle libertà non finisce di lasciar basiti. Nella scia del Cavaliere che, certo "un talento biologico per la vittoria", aveva attaccato tuonando che "nessuno può dire d'aver vinto" perché i dati non erano "affatto definitivi" e il risultato elettorale aveva "molti, molti, troppi lati oscuri" e il voto degli italiani all'estero "potrebbe non essere un voto valido", sta venendo giù di tutto.
"Ho visto schede contestate: tutte del Polo". Così il Giornale titola un pezzo in cui Paolo Guzzanti racconta di essere andato a vedere, tra nemici che lo guardavano "non storto, ma stortissimo", la riconta delle schede contestate: "Qualcuno dice che anche l'Unione ha visto schede contestate e riammesse, osservazione che non significa nulla: quelle riconosciute al centrodestra sono il 33 per cento di più". Quante sono, queste schede? Per la Camera 2.131 (invece di 43.028) e per il Senato 3.135 (invece di 39.822) preciserà dopo roventi polemiche Beppe Pisanu, spiegando che l'equivoco sulla enormità di voti da ricontare è stato dovuto a "un errore materiale". Strano, perché a leggere Libero ormai era fatta: "La Cdl annuncia: recuperati 8 mila voti". Andrea Ronchi, il portavoce di An, concorda: "Dai conteggi che stanno facendo risulta che il vantaggio dell'Unione è già sceso a 18 mila voti". Un prodigio politico e matematico: un calo di 8 mila voti su un totale di 2.131, converrete, non si era mai visto al mondo. Ma non è finita. Tocca a Tremaglia, che dopo aver esaltato l'organizzazione del suo ministero ("Sono iniziate con il primo volo delle 5.55 di venerdì 7 aprile proveniente da Kuala Lumpur in Malesia e si sono concluse ieri alle 18.00 con un aereo proveniente dall'Honduras, le operazioni per riportare le schede di voto degli italiani all'estero") sobbalza e denuncia "irregolarità": il voto va rifatto. Non si può? Sotto un altro. Letizia Moratti va in tivù a "Le invasioni barbariche" di Daria Bignardi e, non bastandole i proclami di Sandro Bondi che ha già triplicato (da 131.500 a 450 mila) i voti in più al senato della Cdl, quadruplica: "Abbiamo preso due milioni di voti in più". Massì, abbondiamo! Sono voti non buoni per la conta? Neanche quelli della Lega alleanza lombarda "che si è presentata con Prodi in una sola circoscrizione", salta su Roberto Calderoli. Sicuro? Certo, risponde: è o non è lui l'autore (parole sue) della "porcata"? "Il mio è un parere pro veritate". E tutti in coro: ecco, sì, bravo, non sono buoni quei voti... E puntata dopo puntata il fumettone va avanti. Rischiando di somigliare sempre di più alle storiacce elettorali di certi Paesi lontani, come le Filippine di Marcos, che un dì disse al rivale: "Tu avrai anche vinto le elezioni, caro, ma io ho vinto la conta".
Prove di partito democratico
Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera
ROMA E ora il partito democratico. Senza troppi indugi, perché le forze politiche che dovrebbero costituirlo hanno perso la loro capacità espansiva: parola di Walter Veltroni che, in un'intervista alla Stampa, spiega che i Ds si sono fermati al 17,5 per cento perché la loro "dimensione" è questa e "un punto in più o in meno non fa differenza". Il sindaco di Roma indica l'obiettivo, ma non sta in Parlamento e per lui è tutto più facile. Lo sa bene Arturo Parisi che sul partito democratico ha scommesso e scommette. Ma che teme che, con la giustificazione dei "motivi tecnici", il 28 aprile vedranno la luce gruppi parlamentari distinti di Quercia e Dl. Un po' per la questione dei finanziamenti, un po' perché c'è il problema dei senatori da inviare nelle diverse commissioni dove la maggioranza rischia di trasformarsi in minoranza, fatto sta che il gruppo unico potrebbe nascere solo dopo la modifica dei regolamenti parlamentari. E questo dettaglio "tecnico" è stato fatto presente a Romano Prodi sia da Piero Fassino che da Francesco Rutelli.
Ma il presidente dell'assemblea federale della Margherita insiste: "Nel giro di dieci, dodici mesi al massimo deve prendere il via la costituente del partito democratico". Nella primavera del 2007, insomma. E, formalmente, non c'è nessuna voce che contrasta questo progetto (se non quella del Correntone Ds, che è comunque minoranza dentro il partito). Tant'è vero che anche Massimo D'Alema ha suggerito di andare al Congresso della Quercia per sancire la fase costituente del partito democratico già in autunno (ma, presumibilmente, le assise slitteranno di tre-quattro mesi). Del resto, anche il presidente della Quercia, come il sindaco di Roma, è convinto che la capacità espansiva dei Ds non vada oltre un certo limite. E va nella direzione della costituzione del partito democratico anche la decisione di Fassino e Rutelli di restare alla guida di Ds e Dl proprio per gestire la fase preparatoria alla nascita del nuovo soggetto politico.
Ma sono ormai undici anni che Parisi segue le evoluzioni dell'Ulivo e troppe battute d'arresto ha visto e troppe involuzioni. Il suo ruolo è diventato quasi quello della "sentinella" del partito democratico. Il suo ragionamento è lineare: "Nessun partito spiega può pensare il futuro in solitudine. Dovrebbe essere ormai chiaro. Anche se esistono partiti distinti e tradizioni da mettere a frutto il presente ci chiede di riconoscerci in quell'unità che abbiamo promesso agli elettori. Tra gli italiani la domanda di un Ulivo forte, capace di trasformarsi in un vero partito democratico è più forte delle nostre differenze. E tutti noi che abbiamo fatto campagna elettorale, io, Prodi, ma anche Fassino, Rutelli e gli altri capilista abbiamo fatto questa promessa". Il banco di prova, è inutile tergiversare, è la costituzione dei gruppi parlamentari. "Gruppo unico da subito" chiede Parisi. Ma Ds e Margherita prendono e chiedono tempo.
Le sette piaghe di Arcore
Michele Serra su L'espresso
Esaurita (per eccesso di repliche, come le puntate di Dallas) la saga dei giudici infami, Silvio Berlusconi sta cercando di individuare nuove forme di persecuzione e martirio da esibire alle masse osannanti. Il suo staff di consiglieri (cinque esperti di marketing, una parrucchiera, un colonnello della Legione Straniera, una cartomante, Bonaiuti e un matto) lo ha però messo in guardia: la folla, per eccitarsi, ha bisogno di sensazioni sempre più forti. L'idea del martirio - che piace moltissimo - necessita di una continua escalation. Ecco, dunque, il programma stabilito.
Persecuzione sessuale
Berlusconi, livido in volto, convoca una conferenza stampa, denunciando "donne infami che non intendono darmela, nonostante il mio talento nel campo sia stato ampiamente riconosciuto da moltitudini di italiane non accecate dall'odio. Anche gli organismi internazionali non manipolati dai comunisti hanno ampiamente certificato che i miei risultati, nella categoria dell'atto sessuale, sono di assoluta eccellenza. La decisione illiberale di non darmela è in-tol-le-ra-bi-le! Offende me, i miei familiari, i miei figli, i miei dipendenti e tutti i cittadini".
Persecuzione biologica
Affiancato dal medico personale Scapagnini, e dall'imbalsamatore personale, l'egiziano Alì Pouff, Berlusconi rivela di aver individuato "alcune cellule infami, insinuate nei gangli del mio corpo, che pur di danneggiarmi stanno invecchiando giorno dopo giorno, proprio come quelle di qualunque vecchietto comunista che spreca il suo tempo nelle bocciofile invece di creare posti di lavoro come il sottoscritto. È un'infamità, del tutto i-nac-ce-tta-bi-le, pensare che una persona del mio talento possa sottostare a leggi sorpassate come quelle dell'invecchiamento. L'anagrafe, dominata dai comunisti come molti altri organismi statali, si ritiene irriformabile e insiste nel classificarmi tra i nati nel 1936 mentre il mio medico qui presente mi ha più volte testimoniato che ho il fisico di un ventenne. Il fatto che io compia 70 anni è una decisione che offende me, i miei familiari, i miei dipendenti e tutti gli italiani".
Persecuzione giornalistica
Fotografato su tutte le prime pagine mentre si scaccola durante un colloquio con il Papa, Berlusconi denuncia, indignato, "la manipolazione di una stampa infame e tutta schierata contro di me, i miei familiari, i miei figli, i miei dipendenti. Il dito nel naso, come ha ben capito il Santo Padre, era un gesto ironico che serviva a illustrare la barzelletta sulle suore che gli stavo raccontando. Non potendo mettermi un dito nel culo, come la barzelletta avrebbe richiesto, ho ripiegato nella categoria del dito nel naso per rispetto del suo ruolo. È davvero in-tol-le-ra-bi-le che un gesto affettuoso e divertente sia diventato, sulla stampa illiberale, qualcosa che assolutamente non era! È una vergogna che non può più essere tollerata da me, dai miei familiari, dai miei figli, dai miei dipendenti e da tutti gli italiani!".
Persecuzione climatica
Le vacanze in Sardegna di Berlusconi vengono rovinate da incessanti piovaschi. Assistito dal suo meteorologo di fiducia, un generale della Luftwaffe in pensione, il leader convoca una conferenza stampa per denunciare "cumulonembi infami che, con determinazione mai vista prima in un Paese libero, mi hanno perseguitato per tutta la vacanza, anche durante la categoria della balneazione, accanendosi soprattutto sui miei familiari, i miei figli e i miei collaboratori, addirittura con l'uso della folgore a scopo intimidatorio. Che non ci sia alcun dubbio sulla natura persecutoria di questi fenomeni climatici, è comprovato dal fatto che tutto attorno, a poche centinaia di metri, c'era un magnifico sole. E capannelli di facinorosi in costume da bagno, vedendoci in giacca a vento e sotto una tempesta di grandine i-nin-ter-rot-ta, hanno accompagnato questo vergognoso fenomeno con risate e gesti di scherno indegni di un paese civile! Ho chiesto l'intervento di osservatori dell'Onu perché ci si renda conto di come, in questo paese ormai sottoposto a un regime, mi siano marciti tutti i cactus e mia moglie, i miei figli, i miei collaboratori siano fuggiti alla spicciolata imbarcandosi sul primo naviglio di passaggio".
16 aprile 2006