
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 26 marzo 2006
I moderati immaginari alla corte di re Silvio
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Il dibattito sull'importanza politica dei moderati italiani prese il via a partire dalla primavera del 2004. Da allora è ininterrottamente proseguito. Siamo alla primavera del 2006, mancano esattamente due settimane alle elezioni e quel dibattito è ancora in corso. Non pare abbia dato molti frutti per una serie di ragioni: equivoci lessicali, interessi e furberie politiche, pigrizia intellettuale, luoghi comuni mediatici.
Ho partecipato anch'io a quel dibattito in varie occasioni e in particolare con tre articoli su "Repubblica" rispettivamente dell'8 luglio e del 27 ottobre 2004 e del 21 agosto 2005, cercando di chiarire gli equivoci lessicali, mettere in luce gli interessi economici e politici che usano il termine "moderati" per dritto e per rovescio e spronare gli intellettuali a scuotersi dalle loro pigrizie. Direi con scarso successo. Visto l'esito avevo quindi deciso di abbandonare il tema e arrendermi all'uso così confuso e spesso contraddittorio del termine "moderati".
Confesso che a volte è piacevole arrendersi, specie quando non è in gioco l'onore, l'onorabilità. Farsi cullare dal luogo comune può essere refrigerante, mettere il cervello in letargo è un modo come un altro di conoscere la beatitudine passiva. "Passivity rule", termine finanziario anglosassone molto apprezzato nei casi di Opa di incerta soluzione.
In questa nuova e arresa disposizione d'animo mi aspettavo che dopo la sortita del presidente del Consiglio al convegno confindustriale di Vicenza i moderati italiani manifestassero la loro presenza inviando un qualche messaggio con voce sia pur moderata ma chiara e netta. Gli elementi per attendersi questa reazione c'erano tutti: plateale violazione di regole in casa d'altri, interferenza altrettanto plateale del capo del potere esecutivo (cioè di una delle maggiori cariche dello Stato) nella vita di un'associazione privata, accuse pubbliche e facinorose contro la stampa, la magistratura, l'opposizione parlamentare, le Università, le persone della cui ospitalità stava fruendo in quel momento.
Uno spettacolo purtroppo conosciuto ma mai ancora verificatosi in un luogo - la Confederazione degli industriali - che dovrebbe essere almeno in teoria il tempio, il sacrario del moderatismo politico. I moderati - pensavo - non avrebbero retto a quello scempio, a quell'estremismo politico oltreché verbale che non trova riscontro in nessuna democrazia liberale che conosciamo. Perciò aspettavo con fiducia. Ebbene, non è accaduto assolutamente nulla. Non si è sentito un fiato.
Anzi: la presidenza confindustriale ha emesso un commento severo nei confronti della sortita berlusconiana, ma poi ha dovuto chiudersi a riccio sotto le proteste dei piccoli industriali del Nordest (e non solo del Nordest) imponendo il silenzio stampa a tutte le associazioni confederate; Della Valle, insultato dal presidente del Consiglio in quello stesso convegno vicentino e privato a forza di fischi del diritto a rispondere, si è dimesso dal direttivo confederale per potersi difendere "senza compromettere l'associazione".
I "moderati" che seguono Casini non hanno emesso verbo. Quanto al loro leader, ha detto che lui preferisce discutere di problemi concreti e non farsi coinvolgere in polemiche. E questa dichiarazione è stata considerata come il ruggito d'un leone nei confronti del leader massimo. Fini ha mantenuto un "aplomb" da fare invidia alle statue di cera del museo Grévin. In compenso i suoi colonnelli La Russa e Gasparri, berlusconiani onorari, si sono allineati ai colleghi di Forza Italia, i soliti, osannanti al colpo di teatro vicentino.
Questi sarebbero gli esponenti economici e politici dei moderati italiani: imprenditori come l'ex presidente di Confindustria, D'Amato, leader politici come Casini e Cesa, quadri dirigenti di Forza Italia. Quanto al partito di Alleanza nazionale, da tempo si sta riaccendendo nel cuore di molti di loro la fiamma missina, quindi non c'è da stupirsi.
Passi comunque per gli apparati: guardano alle elezioni e non hanno spazio per pensare ad altro. Ma i moderati? I moderati di base? La gente comune che si ritiene moderata? Quelli che coltivano il buonsenso, le buone creanze, la tolleranza, il giusto mezzo, il centrismo come luogo santo, il rispetto delle istituzioni? Dove sono finiti? Queste domande mi hanno scosso e mi hanno suggerito questa proposizione: i moderati in Italia non esistono. Non sono mai esistiti.
Esistono i conservatori. Gli indifferenti. Gli antipolitici. Gli anarco-individualisti. Anche i trasformisti. Anche i doppiogiochisti. Ma i moderati nel senso di liberal-democratici, quelli no, non ci sono o sono quattro gatti. Quei pochi, semmai, stanno nel centrosinistra. Sono quelli che si riconoscono in Ugo La Malfa, nei fratelli Rosselli, in Turati, in Norberto Bobbio e Vittorio Foa, e nei quali non fa affatto schifo di essere in compagnia politica con i cattolici della Margherita, i diessini di Fassino e D'Alema. Di avere Prodi come leader e di guardare a Ciampi come il solo punto di riferimento istituzionale poiché i capi delle altre istituzioni hanno fatto fagotto. Insomma il popolo riformista.
Ci potrebbe anche essere un riformismo moderato. In molti Paesi esiste e anzi vigoreggia. Ma da noi no perché da noi i moderati sono un'invenzione verbale. Da noi, parliamoci chiaro, non esiste la borghesia. Quella che fece le Cinque giornate milanesi del '48. Quella dell'illuminismo riformatore dei fratelli Verri e di Beccaria. Quella delle riforme agrarie nella Toscana e nell'Emilia. Dei setaioli e dei cotonieri che eleggevano a Biella Quintino Sella. Insomma la borghesia cavouriana che fondò lo Stato perché era portatrice di valori e di interessi.
Purtroppo quella borghesia non ha attecchito per lungo tempo. Durò poco più di un batter di ciglia. Fu seppellita dal fascismo. La Dc di De Gasperi la riportò in vita con una sorta di respirazione bocca a bocca, ma era una piccola borghesia del pubblico impiego, ceto medio del terziario, coltivatori diretti in fase di smobilitazione. Tenuti insieme dall'assistenzialismo pubblico e dalle braccia protettive di Santa Romana Chiesa.
Moderati? Cosiddetti. Conservatori? In parte. Apolitici? In maggioranza. Il gruppo dirigente Dc li trattenne al centro. Riuscì addirittura a portarli all'alleanza con i socialisti. Poi, tendendo ancora di più l'elastico, all'"attenzione" amichevole verso il Pci. Ma nel momento del "liberi tutti" dopo Tangentopoli, rotte le righe che li trattenevano, gran parte di loro rifluirono a destra. Con Casini? Solo le briciole. Il grosso si riconobbe senza sforzo alcuno in Berlusconi. Nella tv delle ballerinette, del Grande Fratello e dell'Isola dei Famosi. Nell'Italia raccontata da Nanni Moretti con ironia e dal Bagaglino con convinto candore.
Ci sarà anche del buono in quest'altra metà della mela italiana; anzi certamente c'è. Ma non c'è la borghesia, che non si esaurisce in una figura patrimoniale ma condensa la sua essenza imprenditoriale nell'innovazione dei prodotti, nella libera competizione, nel contributo a costruire un ambiente che faccia sistema e includa energie, potenzialità e anche debolezze. Gli anglosassoni lo chiamano "togetherness", noi lo traduciamo "insiemità". E' il tratto che ha fatto la forza delle nazioni e la loro ricchezza creando le classi dirigenti appropriate e le culture della libertà e della democrazia.
Una borghesia che accetti di farsi rappresentare da una squadra di demagoghi, populisti, arraffoni, infiocchettati da un pizzico di futurismo marinettiano come efficacemente l'ha definito Edmondo Berselli, non è una borghesia ma la sua grottesca caricatura.
Accettò d'esser presa in giro cinque anni fa dal "contratto con gli italiani", un elenco di promesse da marinaio delle quali ogni persona sensata avrebbe capito l'illusorietà. Mancavano dieci giorni alle elezioni ma nessuno chiese a Berlusconi di dire come avrebbe finanziato quelle promesse. Si vide dopo: le finanziò azzerando l'avanzo primario del bilancio che aveva ricevuto in eredità dal precedente governo, condonando entrate, non perseguendo le evasioni, lasciando briglie libere alle spese improduttive, tagliando i trasferimenti agli enti locali, inasprendo le imposte indirette, facendo lievitare ancora di più lo stock del debito pubblico.
Con tutto ciò le clausole di quel "contratto" restarono largamente inadempiute. Con questo po' po' di passato prossimo alle spalle si accusa oggi Prodi di non dire come finanzierà i suoi impegni programmatici, a cominciare dal taglio del cuneo fiscale. Lo si accusa di voler tassare i Bot e il risparmio. Ma Prodi ha detto chiaramente quale sarà la sua politica. Ha detto: "Manterrò ferma la pressione fiscale senza aumentarla di un centesimo. Sposterò una parte di quella pressione dalle spalle più deboli alle spalle più forti". Non poteva essere più onesto e più chiaro: "Dalle spalle più deboli alle spalle più forti".
La borghesia della Destra storica si autotassò ferocemente per costruire lo Stato. Era una borghesia soprattutto fondiaria e pagò il suo debito alla comunità e allo Stato da lei costruito e governato contribuendo con il 62 per cento alle entrare tributarie totali negli anni che vanno dal 1865 al 1876. Allora dico: giù il cappello di fronte a quella destra e a quella borghesia. Essa aveva in Cavour, Sella, Minghetti, Spaventa, i suoi punti di riferimento. I se-dicenti borghesi dei giorni nostri hanno come modelli Berlusconi e Tremonti.
Basterebbe questo a farci capire perché Mister Tod's viene considerato un bolscevico da molti suoi colleghi. E perché nei cinque anni appena trascorsi la competitività delle imprese italiane abbia perso 25 punti nella classifica mondiale, il bilancio faccia acqua da tutte le parti, la crescita sia bloccata da tre anni e l'Europa ci tratti a pacche sulle spalle e a calci nel sedere.
La trappola della paura
Barbara Spinelli su La Stampa
La politica, quando c'è chi se ne serve per farla morire, si presenta in genere così: perde ogni senso la scelta fra candidati diversi, nella cabina dove si va a votare; svanisce la convinzione che un'alternativa agli attuali governanti sia praticabile; s'indebolisce fino a svanire l'idea che l'uomo sia per natura un animale politico, non un oggetto passivo di azioni e volontà altrui: azioni che l'intrappolano, gli tolgono il potere di decidere un futuro differente, l'inchiodano irrimediabilmente in un presente senza fine. A questo somiglia la campagna elettorale italiana, da quando è cominciata e sempre più col passare dei giorni. In questa strana guerra stiamo scivolando, questo è il significato dei toni singolarmente aggressivi, ultimativi, cui alcuni ricorrono. Il dramma è violento perché sulla scena si sta compiendo un sacrificio: l'uccisione della politica, impigliata nella trappola della paura.
Quando l'antipolitica prende in ostaggio la politica è la paura l'unica e apocalittica arma, brandita dai governanti nel tentativo di spegnere, in chi vota, il gusto di scegliere e cambiare. È un'arma che s'accompagna a grida battagliere, a volti contratti, e soprattutto a minacce, allusive o esplicite, intese a intimidire. Chi l'impugna non descrive né il passato né il futuro, ma costringe tutti a installarsi in un presente eternizzato. Qualsiasi cambiamento deve apparire agli occhi dell'elettore come un salto nel buio, dove non ci sono più sicurezze e il panico è re. La paura ci riduce a pavimento, a terra battuta dove niente più spunta: anche etimologicamente, paura e pavimento hanno la stessa radice.
La messa a morte della politica non è uno strumento nuovo in mano ai governanti, né l'Italia è la sola democrazia dove esso è adoperato come arma. Il presidente Bush ne ha fatto largo uso, e la sua dottrina della guerra preventiva è una macchina della paura che cattiva le menti prima ancora che il pericolo prenda corpo. Sarkozy in Francia fabbrica la propria carriera sul panico. Ma l'uso della paura in Italia è ossessivo, scredita più radicalmente che altrove il tessuto di cui la politica democratica è fatta: il libero conversare tra cittadini, la scelta non micidiale fra candidati discordanti, il responsabile conciliarsi fra interessi antagonisti. Ogni promessa di cambiamento, di alternativa, è presentata dai governanti come qualcosa che già ora crea caos. L'avversario è dipinto come impaurente perché già ora avrebbe un'enormità inaudita di poteri nelle sue mani, e chissà quanti ne avrà il giorno in cui vincesse. Il capo di Forza Italia non sembra avere altre strategie, se non quella - molto contraddittoria - di tutelare al tempo stesso il cittadino spaventato dall'alternanza e di render cronico il conflitto sociale che genera spavento. Più c'è conflitto, più c'è in giro paura, più io ci guadagno: questo pare il suo motto, e perfino i centristi della maggioranza cascano nella trappola quando giudicano scandaloso l'appello simultaneo di Prodi al senso di responsabilità dei sindacati come della Confindustria.
Di tutto c'è da aver paura, anche e specialmente di quel che non esiste. Sono anni che sugli italiani incombe il pericolo di un attentato letale, perpetrato da Al Qaeda e insonni cellule terroriste. Nel libro che hanno appena pubblicato, Giuseppe D'Avanzo e Carlo Bonini descrivono sulla base di dati concreti la "pioggia acida" di tante false informazioni sulla nostra presunta vulnerabilità (Il mercato della paura, Einaudi 2006). Ma adesso è la bomba della sinistra che incombe: qualcosa che deve farci tremare, perché il mondo intero diverrà incerto e indifeso. Sono sotto assedio i nostri averi, i risparmi, la stessa nostra incolumità, insidiata da teppisti di sinistra che infiltreranno le istituzioni. Il Premier accusa la sinistra di "schierare squadristi violenti" e parla di "emergenza democratica", come fossimo ri-precipitati in epoche dove tanti hanno ragione di temere. In realtà, hanno da temere perché da lui personalmente minacciati.
Sono minacciati i giornalisti indisciplinati ("Questo resterà come una macchia sulla sua carriera", sono le parole di un capo di governo che si è sentito troppo assillato in tv). Hanno da temere gli industriali fastidiosi (l'imprenditore che sostiene la sinistra "deve avere molti scheletri nell'armadio"). Le frasi allusive si tramutano in avvertimenti, ed è tale metamorfosi che fa della paura una spada.
Nei suoi saggi sulla cultura della paura, il sociologo Frank Furedi ha indagato su questo sentimento che finisce col divorare la politica e le alternanze democratiche. Il cittadino che vorrebbe provare governanti e progetti nuovi è ammonito e guardato con sospetto, la diffidenza colpisce la diversità e la passione che domina è la "sfiducia misantropica" nel cittadino e nelle sue scelte, imprevedibili in democrazia. Le inimicizie diventano assolute, soppiantano il conflitto addomesticato dall'abito democratico, e la politica stessa diventa qualcosa che non può cambiare più alcunché, e che lascia vivere solo le innumerevoli paure di cui si nutre: paura dell'aviaria o del cibo infetto o del terrorismo, paura delle manifestazioni violente e anche delle proteste ordinarie, in un'artefatta esasperata confusione di generi. La società si divide in gruppi, tutti vulnerabili ed egualmente infantilizzati, passivi: il risultato è la "degradazione della soggettività", il conformismo, il senso d'impotenza, l'abbassarsi delle aspettative (Frank Furedi,Politics of Fear - Politica della Paura, Continuum 2002). Anche la body politics, la gestualità dei politici, si adegua. Il presidente del Consiglio ha un modo assai particolare di palpare con mani e braccia chi gli sta vicino, quand'è ripreso dalle camere, come chi protegge un bambino terrorizzato.
L'Italia è stata spesso laboratorio di simili esperimenti, dove l'uso della paura conferisce una potenza straordinaria: una potenza forte quanto può esserlo la stupidità. L'idea di chi fa leva su tale passione è che il paese non possa e non debba mai uscire dai marasmi dagli ultimi decenni (anni di piombo, poi fine della prima repubblica e avvento del maggioritario, poi seconda repubblica, poi di nuovo - oggi - ritorno del regime partitico). Tutto è fermo, in un perenne presente; i comunisti sono i comunisti d'un tempo, i manifestanti di oggi sono i brigatisti di ieri. Il paese, permanentemente assediato dal massimalismo, necessiterebbe tuttora di uomini extra-politici che sospendano le abitudini dell'alternanza. La soluzione agognata è l'estremismo del centro, che abbia come compito di perpetuare la nostra anomalia democratica ed evitare troppo nette anche se prudenti alternative.
Inventato dal sociologo Seymour Lipset nel 1958, l'estremismo del centro nasce dalla cultura della paura. Gli estremisti del centro in apparenza sono moderati. In realtà giudicano la politica troppo malfida per esser lasciata ai politici, ritengono insuperabili le divisioni nella società, mirano a governare non con la concertazione ma per decreti. Questo centrismo dà il proprio sostanziale consenso alla morte della politica, ed è convinto che la democrazia richieda continui correttivi. Generalmente, in Italia, ritiene che il politico debba essere affiancato da uomini ostentatamente estranei alla politica, e per questo sospetta Prodi e le alternanze limpide. Anche Prodi, come Berlusconi nel 2001 quando gli venne affiancato Ruggiero come ministro degli Esteri, avrà bisogno d'esser legittimato da ministri di garanzia - dunque da tutori, esterni al centrosinistra - grazie ai quali politica e democrazia resteranno non normalizzabili, in stato d'emergenza. Prodi secondo alcuni ha un'opportunità solo a queste condizioni: che sia invigilato dalle diffidenti misantropie del centrismo a-politico.
Così l'Italia rischia di proseguire il suo viaggio, interminabile e infruttuoso, dall'anomalia alla normalità dell'alternanza. I giornalisti ne profittano e ci nuotano dentro compiaciuti, perché rimangono nel Palazzo dei partiti senza mai vedere quel che la società pensa davvero. La paura s'infila nei più svariati interstizi e tutti aspettano Godot, cioè la grande conflagrazione conclusiva. La conflagrazione non verrà, il paese non è dominato dal terrore e una campagna elettorale meno brutale è possibile: il presidente Ciampi lo ha constatato con parole gravi, due giorni fa. È anzi probabile che i barbari alla fine non vengano, come nella poesia di Kavafis, per il semplice motivo che quelli che verranno non sono barbari. Per chi specula sulla paura è un peccato, perché i barbari erano per lui la soluzione, non il problema. Nel mercato della paura, i volti si fanno ansiosi e tutti smarriti, se la fiaba menzognera sugli eversori alle porte viene d'improvviso molto serenamente sfatata.
Missione: spaccare
Furio Colombo su l'Unità
Non è vero che non c'è un programma elettorale del gruppo Berlusconi. C'è, ed è così semplice e radicale che si riassume in una sola parola: spaccare. Non c'è spazio per la discussione se sia o no naturale o possibile o sensato impegnarsi a distruggere prima di lasciare il potere. E non importa neppure chiedersi: ma che senso ha spaccare tutto prima del tempo? Potrebbe anche vincere. So benissimo che evoco un incubo scrivendo questa frase, "potrebbe anche vincere". Ma per un momento devo cercare di constatare i fatti e di capirli prima di giudicarli.
Dunque il presidente del Consiglio in carica - che in una sciagurata ipotesi potrebbe anche essere il prossimo presidente del Consiglio italiano - si dedica con impegno e furore a spaccare tutto ciò che conta e che è fondamentale in un Paese: coesione, fiducia, senso di cittadinanza, associazioni di grande rilievo sociale (agli industriali, i sindacati) rapporti internazionali, confronto di un intero Paese con i pericoli del mondo (terrorismo), alleanze e legami fondamentali (per esempio con gli Stati Uniti). Fa tutto ciò con grande rilievo pubblico, nel modo più visibile e non più smentibile. Fa venire il pubblico finto ad applaudire. Decreta espulsioni e condanne. Attrae non solo l'attenzione degli italiani, ma anche la testimonianza attonita dei governi e delle istituzioni europei e quella, anche più attonita, della stampa americana.
Dovunque esistono destra e sinistra, anche se la destra di Berlusconi, che va dal monopolio alla rendita, dal controllo totale delle informazioni alla abolizione del falso in bilancio, e si allarga fra il condono di ogni regola capitalistica e l'altra destra, dei nuovi alleati francamente fascisti, è difficile da definire. Ma non esistono precedenti, in normali Paesi democratici, di qualcuno che spacca e divide e accusa e attacca dovunque scorge anche un vago elemento di dissenso. E lascia polvere e macerie persino dove dice e sostiene che governerà ancora.
Tutti noi cittadini siamo tuttora stupiti da ciò che è successo alla assemblea della Confindustria di Vicenza , la più violenta - e solo apparentemente incontrollata - scenata in pubblico che sia mai accaduta al di fuori di situazioni di dittatura. Un lavoro degno di Lukashenko, il contestato dittatore della Bielorussia. Ma Lukashenko è amico di Putin che è amico di Berlusconi, e può darsi che i tre, esperti di strangolamento della libertà, si siano scambiati consigli.
Ma l'impegno accanito, il lavoro intenso di una mattina per spaccare la Confindustria, un lavoro che evidentemente non gli era riuscito dietro le quinte, è il seguito, ma anche l'annuncio, di una politica vigorosamente distruttiva, che non è solo prerogativa del capo, ma viene richiesta, momento per momento, a ciascun dipendente del gruppo Berlusconi.
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Come molti lettori ricorderanno, il primo impegno di questo governo privato è stato di spaccare l'opposizione, tentando di separare pattuglie di sottomessi da coloro che, secondo il dettato sacro in ogni democrazia, erano decisi a tenergli testa. Di volta in volta ha inventato liste di cattivi. Ha aizzato la stampa di regime ad attaccare, preferibilmente con la calunnia o l'accusa gratuita ("stampa omicida"), chi si ostinava a raccontare le cose.
È giusto che i lettori sappiano che la "stampa omicida", benché chiamata in causa mille volte "per avere inventato accuse al solo scopo di denigrare il governo", e dunque l'Italia, per avere ricordato, quando era indispensabile farlo, la Loggia massonica P2, i legami di mafia, per aver riferito con esattezza su processi e condanne, non ha, al momento, una sola querela per avere detto o narrato il falso. Ci sono decine di querele di chi si ritiene offeso (Bossi non vuole essere chiamato "razzista", ma basterà chiedere al giudice di convocare il teste Borghezio, o l'apposita commissione del Parlamento europeo). Ma nessuno ha potuto dire "non è vero". Mai.
Ma l'operazione di spaccatura è cominciata presto. Ricordate quanto a lungo e con quanto impegno Berlusconi, conferenza stampa dopo conferenza stampa, ha nominato e accusato questo giornale per "educare" gli altri giornalisti e ammonirli a non sognarsi di criticarlo?
Certo nessuno di noi dimentica che Berlusconi ha iniziato la sua carriera di "liberale" con il licenziamento di Biagi e Santoro, colpevoli di "attività criminosa", a cui è seguita una lunga serie che è giunta fino a Sabina Guzzanti. E alla fine si arriva alla minaccia in diretta (non una svista, l'esemplarità conta molto in questa strategia distruttiva) a Lucia Annunziata come modo per dire a tutti "state attenti qui non c'è posto per chi mi tiene testa".
Ricordate con quanto puntigliosa ripetitività i giornali di proprietà della famiglia Berlusconi sono tornati sulla accusa di contiguità al terrorismo, sul fatto che le parole con cui una opposizione critica un governo (parole senza le quali non esiste democrazia) in realtà - dicono loro - armano mani di assassini e richiedono (ci è stato detto proprio così) di aumentare la scorta, dopo ogni titolo "terrorista" dell'Unità, titolo tratto, il più delle volte, dalla stampa internazionale?
A questo si sono aggiunte lunghe e ripetute azioni di calunnia, durate anni e riprese costantemente da scrupolose persone di servizio del giornalismo, al fine di dire chiaro agli altri colleghi: "Se noi siamo in grado di sputtanare persone che hanno la reputazione di tutta una vita, vedete bene che siamo in grado di colpire chiunque". È questione di controllo delle informazioni, non di verità dei fatti, che a loro certo non importa.
Ricordate gli insulti dedicati dal premier agli inviati dell'Unità che osavano rivolgergli domande, il riferimento (prediletto fra il personale di servizio post fascista) delle banche off shore in cui avrebbe trafficato chi scrive questo articolo? Ricordate le presunte "cinquecento minacce" dell'Unità alla illustre persona di Silvio Berlusconi da parte dell'Unità (altro aumento del personale di scorta) anche allo scopo di avvisare gli inserzionisti pubblicitari di stare alla larga da chi osa fare opposizione?
Alla fine, come ha dimostrato l'editoriale del Corriere della Sera che - nella tradizione del New York Times e del Washington Post - ha dato una chiara indicazione di voto il mai interrotto tentativo di spaccare i frammenti di informazione libera, e più ancora di isolare e fare apparire indegni i giornalisti oppositori, non è riuscito a regola di regime come progettato. Certo ha devastato il sistema di informazioni italiano, già vastamente oscurato dal possesso e controllo delle televisioni. Intanto era al lavoro il progetto di spaccare i sindacati. Il breve periodo in cui è sembrato riuscire il trucco del "Patto per l'Italia" ha fatto pensare a un successo.
Arduo però sfidare il rapporto con la realtà e il contatto con l'opinione pubblica dei grandi sindacati popolari. Possono essere più o meno a sinistra, più o meno all'opposizione. Ma hanno fiuto per la truffa e le affermazioni false. E tutti si sono allontanati per tempo, nonostante l'intenso fuoco di sbarramento contro il loro tornare insieme.
Al momento giusto, cioè estremo, quando la crescita zero inchioda un governo incapace alla sua responsabilità, restano due mosse immensamente distruttive, dannose e costose fino al limite estremo per l'Italia. Però - pensa il gruppo Berlusconi - che cosa importa l'Italia se la mossa può darci un beneficio?
Parte, dunque, con un finto e violento attacco di nervi, la campagna per dividere e spaccare la Confindustria. Niente è più normale di una grande e autorevole associazione di imprese in cui i titolari hanno interessi comuni ma anche visioni diverse. Al diavolo gli interessi, spacchiamoli sulla politica. È probabile che il gioco non sia riuscito, non nel modo totalmente distruttivo pianificato dal gruppo Berlusconi. Però l'attacco improvviso, grossolano e violento di un presidente del Consiglio a un singolo imprenditore, che aveva osato tenergli testa anche nel sacrario della sua trasmissione prediletta "Porta a Porta", appare in tutta la sua desolante gravità: Berlusconi può farlo. Lo ha fatto. E l'imprenditore attaccato, denigrato, insultato in pubblico, si è dimesso, come se fosse lui il colpevole. In tal modo il gruppo Berlusconi ha dimostrato - costi quello che costi alla reputazione del Paese - che non c'è poi tanta differenza fra un giornalista senza protettori e un industriale nel pieno del suo successo. Chi osa tenere testa paga.
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Questa oscura pagina della storia italiana continua. Adesso, in ogni occasione, intervista, talk show, dichiarazione ufficiale o confidenza al cronista, Berlusconi e il suo ministro dell'Economia Tremonti fanno sapere che "i capitali se ne vanno".
Dicono che in Italia l'eventualità della alternanza democratica tra l'imprenditore fallito come governante Berlusconi e l'economista noto nel mondo Romano Prodi, che ha già governato bene in Italia e in Europa, sta portando alla fuga dei capitali, un atteggiamento che neppure Chavez del Venezuela oserebbe adottare nelle sue colorite campagne di denigrazione degli avversari.
L'annuncio, infatti, è capace di produrre conseguenze di immenso danno che potranno continuare a lungo. I capitali fuggono dalla crescita zero di Berlusconi? In fuga per la paura dei cosacchi di Prodi? Un guasto grave al Paese è assicurato comunque. Berlusconi non sa se vincerà e teme seriamente di non farcela. Ma spacca il Paese nel punto sensibile, proclamando che gli investitori del mondo decidono di fuggire. Se un simile disastro può servire a dargli una mano, perché no? Spaccare, distruggere, lasciare macerie è diventato il suo marchio di fabbrica. Così ha fatto nella scuola, nella sanità, nelle leggi sul lavoro, nella così detta riforma della giustizia, nella amputazione della Costituzione e della legge elettorale.
Perché non dovrebbe continuare?
Invece delle opere pubbliche che non sono mai cominciate, ricordiamo l'esortazione del suo ministro delle Infrastrutture "a convivere con la mafia" (cioè con gli assassini di Falcone e Borsellino). Dopo un brutto e pericoloso periodo della vita italiana, ci resteranno soltanto le scenografie di cartone di Pratica di Mare. È stato il luogo in cui Berlusconi, attraverso i sette telegiornali che controlla, ha imposto agli italiani di credere che, per merito suo, Putin era entrato nel G8, nella Nato, in Europa, e l'America era diventata il miglior amico della Russia. Subito dopo è scoppiata la "Rivoluzione Arancione", ovvero la liberazione della Ucraina, sostenuta dagli Usa contro il Gaulaiter di Putin. E oggi - sempre con l'aiuto degli Usa - si ribella la Bielorussia contro il despota Lukashenko, già collega di Putin al Kgb. I vecchi amici si ritrovano e, come dice un proverbio americano, "non si può mentire a tutti per tutto il tempo".
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Vi sembra troppo? Eppure non basta. Quello di Berlusconi è l'unico governo al mondo - democratico o non democratico - che prima delle elezioni denuncia il rischio, anzi la probabilità di brogli. Altrove sarebbe una seria offesa al ministro dell'Interno, di cui gli italiani hanno rispetto. Ma Berlusconi non si fa intimidire e, se può spaccare, spacca. Anche la fiducia, anche il rispetto. Tratta il suo Paese come una tormentata Repubblica africana. Reclama brogli che - come governo - ha il compito e il dovere, ma anche i mezzi, di impedire. E come il leader braccato di una di quelle repubbliche, l'autore del danno corre negli Stati Uniti per far sapere che l'Italia è un Paese pericoloso, in modo che gli Usa avvertano gli americani di non venire in Italia.
Che cosa importa che l'Italia non è un Paese pericoloso se non per gli ingorghi di traffico che si formano a Roma il mercoledì, giorno dell'udienza generale del Papa? Che cosa importa il turismo? Da noi provvede il capo del governo a bloccarlo.
Sembra incredibile, sembra raro che una sola persona, con un cattivo governo, possa far tanto danno al suo Paese. Eppure resta l'ansia e il dubbio che non sia tutto. Se questo è ciò che finora è accaduto - e che non si può smentire - è ragionevole l'ansia e il dubbio che nei giorni che restano da oggi al voto ci saranno altri tentativi di far male al Paese. Risorse e cattive intenzioni non gli mancano.
Pirro vince a Bruxelles
Tommaso Padoa-Schioppa sul Corriere della Sera
Riuniti a Bruxelles, i capi di Stato e di governo europei hanno discusso le grandi manovre nel settore energetico. Le cronache parlano di come ognuno abbia difeso il campione nazionale, nella logica del classico litigio europeo o, nella migliore ipotesi, alla ricerca di un compromesso tra interessi nazionali. Il lettore si chiede se le concentrazioni tra imprese energetiche siano necessarie, se la struttura del settore debbano deciderla i governi o il mercato, se la politica dell'energia sia dell'Unione o degli Stati membri. Due elementi di riflessione possono, a mio giudizio, aiutare a orientarsi nella cronaca di queste vicende.
Primo: le concentrazioni sono auspicabili, ma non tutte fanno bene all'economia.
Auspicabili perché riducono i costi: è opinione condivisa degli analisti che in Europa il settore energetico sia frammentato in troppe imprese. Ma non sempre giovano al benessere delle famiglie e alla competitività dell'industria, cioè all'economia nel suo complesso. Se due imprese che si contendono un mercato nazionale si fondono in una, il monopolio che nascerà farà più ricco se stesso, non gli utenti; invece di abbassare le tariffe probabilmente le aumenterà. Se invece ciascuna di esse si fonde con quella di un altro Paese che sta nella stessa situazione, i minori costi si tradurranno probabilmente in minori prezzi. L'apertura a uno straniero sarà criticata da alcuni in nome del patriottismo economico; ma chi consuma energia avrà vantaggi. Spesso si dice che una grande impresa energetica è una ricchezza per il Paese. È vero, ed è vero patriottismo, se è lei ad arricchire il Paese; non se è il Paese ad arricchire lei.
Secondo: il mercato non basta, ma la politica deve essere europea, non solo nazionale. Per ogni Paese, la questione energetica riguarda la sicurezza e i rapporti internazionali, non solo le scelte industriali. Poco importa che petrolio, gas, elettricità, reti di distribuzione siano in mani pubbliche o private. Politica energetica e politica tout court sono inscindibili, anche se non è sempre chiaro quale guidi l'altra: valeva ieri per Enrico Mattei e oggi per la famiglia Bush, per Putin e per Schröder (prima e dopo il cancellierato). Nell'energia il libero mercato non esiste.
Per una efficace politica energetica i Paesi europei sono ormai troppo piccoli; vale per Germania o Francia, non solo per Estonia o Irlanda. Stati Uniti, Cina, India sono come l'Europa importatori di energia e la sicurezza degli approvvigionamenti è al centro della loro strategia internazionale, politica e militare. Tenere la politica energetica alla dimensione dei piccoli Stati membri dell'Unione Europea sfiora il ridicolo.
In verità, l'energia è un problema del mondo, neppure solo degli Stati, anche i maggiori, in cui esso è diviso. Tre sono i motivi: le fonti non riproducibili sono in via di esaurimento; i rischi del nucleare, comunque li si giudichino, ignorano le frontiere; la combustione di minerali fossili ha effetti climatici sul pianeta, non su questo o quel Paese.
C'è una differenza fondamentale tra negoziare e cooperare. Nel primo caso ci sono intorno al tavolo tanti problemi quanti sono i partecipanti al negoziato, perché ognuno vi porta il suo. Nel secondo il problema è uno solo
e riguarda tutti; le opinioni su come affrontarlo possono divergere, ma l'interesse comune non è in discussione. Quando un problema comune viene affrontato come un negoziato, è probabile che invece di risolverlo lo si aggravi. Anche chi vince rischia di dover alla fine dire, come Pirro re dell'Epiro: "Un'altra vittoria così e sarò rovinato".
D'Alema e il dopo-Cavaliere, parte la fantatrattativa
Francesco Battistini sul Corriere della Sera
ROMA E poi? Una mano sugli attributi, l'altra a tapparsi la bocca: "Per carità schiva Matteo Orfini, portavoce di D'Alema , una domanda del genere a due settimane dal voto? E col capo scaramantico che ho?...". La domanda gira, però. È il boccone finale del Caimano, con l'uscita di scena del Cavaliere fra le molotov e la piazza in rivolta. È l'intervista del presidente ds al berlusconiano Panorama, una trattativa sui prigionieri che sa un po' di resa serbi-Nato nel caffé Europa '93 di Kumanovo. È l'articolo di fondo in sospetta contemporaneità del Foglio e dell'Unità di ieri, due coccodrilli bell'e pronti sulla morte politica di Berlusconi. Già: se poi Lui perde, che ne facciamo? Il passaggio delle consegne, ha detto Romano Prodi. Ma poi? "Che farà il Caimano?", si chiede Antonio Padellaro sul giornale di Gramsci: "Se l'Unione andrà al governo, non potrà ignorare una parte della nazione così distante e ostile". "Guai ai vinti scrive il giornale di Giuliano Ferrara, che intervista lo stesso Padellaro . Se il Cav. perdesse, una legge ulivista gli impedirà di rifarsi".
Prove tecniche di trasmissione (dei poteri). Col dietrologico pissi- pissi che dà già in corso i colloqui di pace: beccatevi il blind trust e la nuova legge elettorale, in cambio ecco una Rai privatizzata e il salvacondotto per i prigionieri... L'ex vicepremier Marco Follini prevede un Silvio-Masaniello miliardario? "Non mi cimento in scenari post-elettorali è cauto l'ex leader Udc . La via d'uscita, sempre che Berlusconi perda e non ne sono affatto sicuro, non può essere che canonica. In una democrazia con l'alternanza, non esiste la legge del taglione. E non può esserci una trattativa sottobanco tra forze politiche. All'indomani del voto, chiunque vinca, serve un corretto rapporto maggioranza-opposizione ".
Le mille balle blu e rosse, secondo la bestia nera (di Berlusconi) Marco Travaglio: "Più che di trattativa, sento già puzza d'inciucio. D'Alema va a dire su Panorama che modificherà la legge sul conflitto d'interessi e poi propone il solito blind trust, il fondo cieco. Ridicolo: il blind trust è il miglior modo per non risolverlo, il conflitto d'interessi! Il fondo cieco funziona se fai auto, non se fai tivù. Berlusconi, devi costringerlo a vendere due delle tre reti e a ritirarsi dalla politica anche se ne tiene una sola. Venda e torni a casa: è questa l'unica trattativa possibile". Ma dopo aver lasciato Palazzo Chigi, dovrebbe lasciare anche la politica? "Certo, il conflitto d'interessi resiste anche se lui sta all'opposizione: un capo della minoranza con tivù e concessionarie di pubblicità e tutto il resto, è sempre più potente d'un Prodi presidente del Consiglio. Per il bene di un'opposizione seria, ci vuole un leader con le mani libere. E per il bene della maggioranza, la sinistra la deve piantare anche lei con l'occupazione sistematica della Rai. Ma su queste cose, D'Alema torna al vecchio vizio dell'inciucio. E non dice niente".
Come dire: si sta trattando davvero. "Dati i toni accesissimi di questa campagna elettorale, non vedrei nessuna trattativa in corso", dubita Domenico Contestabile, senatore uscente di Forza Italia: "E su cosa, poi? Su un conflitto d'interessi che non interessa agl'italiani e che le sinistre, comunque, stavolta non si lasceranno sfuggire? O su una legge elettorale che io ho votato senza troppa convinzione, ma che ha fatto un gran comodo anche alle sinistre? La loro opposizione è durata qualche giorno. Poi hanno capito che in fondo è comodo scegliere in segreteria i candidati, secondo il vecchio sogno togliattiano". Il senatore "Memmo" non crede affatto a un Cavaliere già spacciato, ma legge così i segnali a distanza: "L'intervista, questi articoli... Berlusconi esce di scena solo in caso di grave sconfitta, e questo è molto improbabile. La sinistra invece mette in conto un pareggio, ipotesi che è nei fatti. L'avvertito D'Alema, così, si prepara anche a una mediazione. In caso di pareggio, l'unica cosa da fare sarebbe un governo di coalizione. Un'ipotesi dell'assurdo".
Il pareggio, quanto di peggio. Ma anche sentirsi la vittoria già in tasca... "Metterci a discutere sul daffarsi del dopo è un errore critica Enrico Morando, ds riformista e non capisco bene Padellaro: il risultato non è affatto scontato. Certo, il blind trust e un ben organizzato sistema d'incompatibilità, nella legge elettorale, sono le prime cose da fare. C'è anche l'ipotesi d'un referendum, se in Parlamento non si riesce a sistemare la "porcata" di Calderoli. Prima vinciamo, però...". Altra grattatina, la stessa domanda: e poi? "Nel nuovo centrodestra, c'è Berlusconi che ha ormai scelto Tremonti, Formigoni che irrompe, ci sono i disegni frustrati di Fini e Casini. Tocca a loro, dirci che cosa saranno: possono diventare una coalizione ristrutturata o una maionese impazzita. E tutta questa fretta di trattare, non la vedo".
Andare ai materassi per vincere il 9 aprile?
Giampaolo Pansa su L'espresso
Andare ai materassi. Chi ha letto 'Il Padrino' di Mario Puzo rammenterà questa espressione del gergo mafioso. Andava ai materassi una famiglia di Cosa Nostra quando si apprestava allo scontro con un clan rivale. Tutti si trasferivano nella casa del capo, portandosi i materassi per proteggersi dalle pallottole. E di lì non si muovevano prima di aver sconfitto la cosca nemica. Storie vecchie, dirà qualcuno. Già, però a farmele ricordare è un incubo di oggi. E l'incubo è che nella politica italiana qualcuno sia tentato di mettere in atto la stessa strategia: ricorrere ai materassi nella speranza di vincere, con una spallata, la battaglia del 9 aprile. Il qualcuno è Silvio Berlusconi. Lo dico non avendo nessuna intenzione di paragonarlo a un capo-cosca. E senza alcuna avversione personale. Chi segue il Bestiario, sa che in questi ultimi anni mi sono sempre rifiutato di considerare il Cavaliere un Genio del Male.
Non ho mai creduto che fosse un altro Mussolini, il piccolo duce di un nuovo regime autoritario. Non mi sono mai sentito privato della libertà per opera sua. E ho anche considerato grottesca, e un po' suicida, la bufera mediatica che imperversa contro di lui da parecchio tempo. Nella vana speranza che, per sconfiggerlo, servano i cornacchionismi (mi perdoni il comico Cornacchione) in cui una parte della sinistra si sta infantilmente baloccando. Per questo atteggiamento, mi sono preso del voltagabbana, del berlusconiano ad honorem e del venduto dai più scaldati tra i miliziani anti-Cavaliere. C'è stato pure chi ha invocato la mia espulsione da 'L'espresso', perché ogni settimana non mostravo i denti al Berlusca. Avevano e hanno la testa dura, questi miliziani. Non volevano, e non vogliono, sentire quel che suggerisce il buon senso: stiamo attenti a non imitare il Cavaliere nei suoi peggiori istinti. Per vincere le elezioni, l'overdose di fanatismo è dannosa. Il pestaggio più feroce non soltanto non servirà a mandare Berlusconi al tappeto. Ma lo spingerà a essere sempre più ringhiante, più avvelenato e, dunque, più pericoloso.
Adesso ci siamo. E ci siamo perché il capo del centro-destra è stato messo alle corde dalla pazienza tranquilla dell'avversario, Romano Prodi. È il Parroco dell'Unione ad averlo condotto al limite della sconfitta. Se il leader del centro-destra oggi si è ridotto ad andare ai materassi, lo deve prima di tutto ai tanti errori suoi e del suo governo, e poi alla linea scelta da Prodi: ragionare, spiegare, parlare e non urlare. Dicendo la verità sullo stato del paese senza truccare le carte, senza esagerare nei toni, senza dipingere chi non gli piace come il Diavolo e se stesso come l'Angelo capace di salvarci. Spero che tutto il centro-sinistra tenga ferma questa linea nelle due settimane che mancano al voto. Anche se saranno le più infernali di una campagna elettorale già di per sé orrenda. La bufera di libri, vignette, video, show televisivi, film, spettacoli teatrali e battaglioni di comici non sono serviti a far gettare la spugna al Cavaliere. Lo testimonia la furia messa in mostra a Vicenza. E lo proverà, temo, il passo che il capo di Forza Italia ha in animo di compiere.
Un passo gravido di rischi per tutti: incendiare l'ultima fase della campagna. Ce lo ha spiegato lunedì 20 marzo un giornalista della 'Stampa', Augusto Minzolini, che conosce bene quanto avviene nel giro più stretto di Berlusconi. Il Cavaliere gli ha rivelato con chiarezza il proprio stato d'animo e il suo piano di guerra: "Dopo Vicenza sono tornato me stesso. Sono tornato a fare il Berlusconi. Al diavolo lo stile istituzionale! Se, come succede a me, hai contro i giornali e i poteri forti, l'unica strada per farti ascoltare è parlare direttamente al popolo. Farò saltare la Santa alleanza rossa fra i vertici della Confindustria, le grandi banche, la Cgil, i Ds e i giudici di sinistra. Per fare questa operazione verità devo infischiarmene delle regole che il Palazzo ha inventato per imbavagliarmi. E devo andare avanti per la mia strada senza stare appresso a quello che dicono anche i miei alleati". Vanterie di un politico disperato? O minacce concrete di un leader che spera nella spallata capace di ridargli la vittoria?
Sarei tentato di scrivere che questa robaccia, o robetta, ha il suono di un programma quasi eversivo, che genera tensione e ansia. Ma non voglio arruolarmi proprio adesso tra i miliziani anti-Berlusca. Preferisco pensare che abbia ragione Giuliano Ferrara, un intelligente amico di Silvio, così poco ascoltato da Silvio. Sul 'Foglio' del 20 marzo, Ferrara ha paragonato Berlusconi a don Chisciotte: "Il Cavaliere è ormai davanti ai suoi mulini a vento. E l'esito della battaglia della Mancha è noto: i cavalieri in genere soccombono". Speriamo finisca così. Anche se allarma molto un don Chisciotte che va ai materassi, per di più con le spalle coperte da una montagna di miliardi. Da usare come gli farà più comodo.
Il popolo del Caimano
Antonio Padellaro su l'Unità
Nella parte finale del Caimano, Nanni Moretti è il premier che, processato e condannato a sette anni, si allontana carico di odio dentro un'auto nera mentre davanti al palazzo di Giustizia una folla inferocita, la sua gente, lancia bottiglie incendiarie contro i giudici e si accendono bagliori di rivolta. In questa scena una parte della critica ha visto un pessimismo eccessivo, quasi apocalittico sulle sorti del nostro paese. Ma il cuore politico del film (peraltro imperniato sui sentimenti privati e familiari della separazione e del disorientamento) è proprio lì, nella domanda che scaturisce da quel futuro visionario eppure così attuale. Cosa ci sta preparando Berlusconi? Cosa dobbiamo aspettarci ancora che non abbiamo già visto e subìto?
È un grande, minaccioso punto interrogativo che ci tiene tutti sospesi per l'oggi e per il domani. Riguarda, infatti, gli ultimi giorni di campagna elettorale pervasi dall'attesa di quel botto quasi preannunciato al Dipartimento di Stato Usa dal governo italiano. Impegnato come nessun altro governo che si ricordi a spargere incertezza e paura tra i cittadini. Né il problema Berlusconi potrà dirsi risolto a partire dal 10 aprile. Perché se rivince lui sarà la fine dell'Unione. Ma se vince l'Unione non sarà certo la fine di Berlusconi. Sicuramente, con la sconfitta verrà definitivamente raso al suolo ciò che resta della Casa delle Libertà. Fini, Casini e Bossi svincolati dalle alleanze e dagli accordi firmati dal notaio se ne andranno per strade diverse. C'è chi tornerà nelle osterie della Padania. Altri proveranno a riciclarsi nel centro del centro sinistra.
Ma allora che farà il Caimano? Il Masaniello miliardario che pigia sul pedale della demagogia e del populismo, che dà fuoco alle polveri della ribellione popolare, come sostiene l'ex leader Udc Marco Follini? O sarà il Cavaliere difensore dei piccoli e degli oppressi contro i grandi giornali, le grandi banche, i grandi imprenditori, i grandi intellettuali, i grandi programmi televisivi, i grandi magistrati, come scrive l'immaginifico Giuliano Ferrara?
E se anche così fosse, in fondo non sarebbero queste le due facce dello stesso personaggio? Di colui che non nella finzione cinematografica bensì nella cruda realtà giudiziaria ha ammonito i magistrati di Milano a non esagerare. Poiché se la legge è uguale per tutti si dà il caso che lui davanti alla legge si senta un po' più uguale in forza del consenso ricevuto dal popolo.
Già, il popolo di Forza Italia: quasi undici milioni di cittadini che il 13 maggio del 2001 lo portarono a palazzo Chigi praticamente sulle proprie spalle e che oggi se anche fossero ridotti di un terzo, come i sondaggi più realistici dicono, sarebbero pur sempre sette, otto milioni di persone. Pronte, come seralmente vediamo nei tg, a riempire di corsa interi teatri per osannare il leader e invocare malefici contro l'odiato nemico Prodi. Una parte cospicua del paese che è rimasta indefettibilmente berlusconiana (anzi di più) malgrado questi cinque anni di governo e l'immagine non certo commendevole agli occhi del resto del mondo che il premier ha dato di sé. Un'esperienza politica e umana che la maggior parte degli italiani giudica pessima e comunque non più ripetibile. Ma non questa minoranza di massa, combattiva, entusiasta che si sente consustanziale con il fondatore del partito e quasi unita a lui in una sorta di corpo mistico. Non la solita destra qualunquista e senza identità ma donne e uomini di ogni classe, ceto, mestiere e professione intimamente convinti che il capo dica il vero quando sostiene che il centrosinistra cova una irrimediabile vocazione illiberale e stalinista. Che gli autonomi incendiari di Milano sono oggettivamente alleati dell'Unione. Che una volta al potere la sinistra metterà gli artigli sui risparmi degli italiani e frugherà nei loro conti correnti. Che le cooperative rappresentano una sorta di associazione legalizzata per delinquere, in combutta con le amministrazioni rosse. Che le toghe anche esse rosse con le loro inchieste e le loro sentenze illegali e persecutorie nei confronti del presidente del Consiglio hanno cercato in tutti i modi di capovolgere il responso elettorale e di cancellare il consenso democratico.
Per la maggioranza di questi italiani Berlusconi è come lo descrive Ferrara. Un uomo immensamente ricco ma solo grazie alla sua intraprendenza e genialità. Simpatico. Generoso. Altruista. Familiare. Domestico. Bonario. Diffamato dai Moretti di turno perché il caimano mostruoso non esiste, come non esiste il suo sistema di consenso e di disciplina che avvolge gli altri animali nella rete della paura, del rispetto, della reverenza. Il capo amato di un'azienda. Uno che ha contro tutti ma non rinuncia alla sua missione impossibile di salvare l'Italia dal comunismo.
Se pure il Caimano coltiva pulsioni peroniste vogliamo pensare che nessuno, neppure egli riuscirà a iniettare nella testa di tante brave persone i germi del ribellismo. Non ci saranno molotov contro i palazzi di giustizia e la convivenza civile sarà assicurata. Ma se l'Unione andrà al governo non potrà ignorare l'esistenza di una parte della nazione così distante e ostile; e dovrà darsi molto da fare per suturare ferite, per sanare fratture, per riportare condivisione dove oggi regna la divisione. Altrimenti servirà a poco continuare a gridare contro l'onnipotente proprietario e la sua voracità; citare l'impressionante metafora coniata da Franco Cordero e diventata cinema. Così come l'imposizione di una vera e benvenuta legge sul conflitto d'interessi che lo costringa a scegliere tra l'impresa e la politica dovrà comunque fare i conti con una forza patrimoniale (e dunque un potere di pressione) valutata tra i venti e i trentamila miliardi. Si preannuncia un lavoro più lungo e profondo. Perché il caimano sopravvive finché dietro di sé ha un popolo.
Con la Boccassini davanti al Caimano
Giuseppe D'Avanzo su la Repubblica
Dice la Boccassini che quando il pubblico ministero, cioè se medesima interpretata da Anna Bonaiuto, scambia quel lungo sguardo con il Caimano - sono nell´aula del tribunale e il Caimano è stato condannato a sette anni e gli occhi del Caimano/Moretti sono accecati dall´odio per quella donna in toga - il cuore le è andato per aria, nel buio della sala.
Un impulso inatteso. Si è ritrovata emozionata, atterrita, stupita della sua stessa angoscia. Come se davvero quell´occhiata ci fosse stata a Milano, al termine del processo. Come se davvero il suo viso fosse stato affrontato, per un breve e lunghissimo momento, dal disprezzo assoluto, dal rancore, dalla feroce inimicizia dell´imputato. Quello sguardo non c´è mai stato ma, dice la Boccassini, quei pochi secondi del film l´hanno precipitata di nuovo in giorni che vuole dimenticare; all´indietro in quella bolla d´odio in cui si è trovata a vivere; e ancora in quella sproporzione vigliacca che l´ha tenuta prigioniera per anni. Da un lato, il potere: il capo eletto dal popolo, il governo, il parlamento e le televisioni, i giornali, le burocrazie, schiere di avvocati, l´opinione pubblica o meglio quella gente che le inviava lettere minacciose dicendole "puttana" o augurandole la morte per cancro. Dall´altro, lei. E chi era lei se non si crede allo Stato, all´equilibrio dei poteri, all´uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge? Un niente, nulla di più che una donna con il golfino che, per trovare coraggio e mostrare risolutezza in pubblico, mette su una collana rosso fuoco e fa ancora più vermigli i suoi capelli.
Il pubblico ministero/Anna Bonaiuto affronta il risentimento del Caimano con uno sguardo non domo ma, dice la Boccassini, se ha avuto nel buio della sala quel momento d´apprensione concretissima è perché lei conosce i costi di quello sguardo fiero e ne ricorda la fatica e, perché non dirlo?, anche la paura. Quel tassista grosso grosso che, una notte, sentendo l´indirizzo di casa, le dice di aver capito e, senza girarsi verso di lei, ringhia per confermarlo: "Sì, in quella piazza dove abita la maledetta giudicessa comunista con i capelli rossi". O al supermercato quando decine di occhi la guardano e tra gli scaffali le vanno incontro e lei non sa se le verranno insulti, schiaffi, un sorriso o un incoraggiamento. O gli amici che si disperdono e i colleghi che le consigliano prudenza, moderazione e, insomma, di andarci piano perché in ballo non è un processo e "non ci possiamo giocare la nostra autonomia per un ostinato capriccio di donna": più o meno come il Marco Pulici/Michele Placido che abbandona il set. E le maldicenze, le denunce, i processi subiti. Gli ispettori inviati dal ministero arrivano a Milano, dice la Boccassini, che la malattia della figlia è seria - grazie a dio, oggi è tutto risolto - e gravissima la madre e lei ha le udienze più importanti del processo e quel giorno - è un sabato - decide di mettere su gli occhiali con la montatura più fantasmagorica che ha, quella maculata, anche se ha soltanto voglia di starsene a casa a piangere. Da sola. Non ci sono state le bottiglie incendiarie contro i giudici dell´ultima scena del film né è stato raccolto l´invito alla rivolta contro la magistratura, ma l´odio seminato ha lasciato fiorire, dice la Boccassini, i suoi frutti avvelenati.
Il processo a quell´imputato non era un capriccio. Era soltanto il suo dovere. Come pare esserlo per il pubblico ministero/Anna Bonaiuto. Dice poche parole e sono ferme e sempre serene. Anche in quell´incendiato scambio di sguardi finale, la furia e l´odio sono del Caimano, non del pubblico ministero. Il magistrato ha fatto soltanto il suo dovere, non ha ragioni per odiare anche se ha un buon motivo per essere soddisfatto, dice la Boccassini, quando il giudice legge la sentenza. Non per la condanna, ma perché una sentenza c´è stata, pronunciata in nome del popolo italiano e in base al principio che la legge o è uguale per tutti o è privilegio e arbitrio.
Da un certo punto in poi, ricorda la Boccassini, apparve chiaro che, in quel processo, era in gioco la possibilità stessa di celebrare un processo, la legittimità stessa della magistratura a svolgere la sua funzione al servizio dello Stato. Il fatto stesso che, dopo anni, un tribunale abbia potuto leggere una sentenza è, al di là del merito della decisione e ancora oggi, la sola soddisfazione della Boccassini. Perché, dice, s´era trovata non solo a dover dimostrare la colpevolezza dell´imputato, ma a dover difendere, in molta solitudine, il diritto stesso della magistratura a raccogliere fonti di prova e a promuovere un processo. Il giorno della sentenza, ricorda, era come stordita da quel pensiero fisso: pensava soltanto che chi aveva voluto schiacciare un´essenziale funzione dello Stato aveva perduto. Lo pensò con piacere quel giorno, come ora pensa con riconoscenza a Nanni Moretti.
È sempre una gran presunzione voler essere compresi soprattutto da chi non si conosce, ma le sembra di aver trovato un inaspettato amico. La gioia dell´amicizia, dice la Boccassini, non è nella mano tesa né in un sorriso di tenerezza. Non è nell´allegria delle giornate felici trascorse insieme o nei ricordi comuni. La gioia dell´amicizia è nell´appagamento spirituale che viene dalla scoperta che qualcun altro crede in te perché comprende quel che fai e le tue ragioni. Sarà per l´ammirazione verso chi ha fatto testardamente contro tutto e tutti "soltanto il proprio dovere", viene da pensare, che il pubblico ministero del processo sia la sola persona "reale" del "Caimano", se si esclude il Caimano.
È un film; è immaginazione; è arte, dice la Boccassini. Non vuole stare al gioco delle verità nella finzione. Preferisce vedere quel pubblico ministero, e quindi se stessa, trasfigurata dall´immaginazione e associata nella fantasia alle altre due donne del film. È sorprendente quanti tratti abbiano in comune, dice la Boccassini. Teresa/Jasmine Trinca vuole fare quel film, lo vuole fare testardamente. Sembra la sola a credere che possa essere davvero realizzato. Ne sente l´urgenza: si può dire che avverte il dovere di provarci. Ritiene necessario indicare e mostrare pubblicamente quel che gli altri sembrano non vedere più. Paola/Margherita Buy con la stessa testardaggine, e amaramente, vuole avere un nuovo inizio. Anche lei, dice la Boccassini, è come consegnata alla solitudine, ma ne accetta di pagarne il prezzo per rispetto di se stessa e delle persone che ama. Sono donne sole, dolci, fragili eppure forti e ostinatissime. Credono in quel che fanno e sanno di doverlo fare anche se costa fatica e dolore. È la stessa storia che deve stare dietro a quel pubblico ministero che ha la forza di guardare in faccia il cattivo Caimano, dice la Boccassini. Sorride ora.
Il Cavaliere non regge le domande
Giorgio Bocca su L'espresso
Il capo del governo non sopporta di essere interrogato e contraddetto e se ne va furente e ridicolo dal confronto televisivo con la giornalista Lucia Annunziata. I commentatori politici si interrogano: lo danneggerà o gli gioverà, la gente penserà che è un prepotente, un bullo, un cumenda presuntuoso o che è invece una vittima della faziosità della sinistra? Il fatto che ci si pongano domande di questo tipo è la conferma che la peste nera, il fascismo italico permanente o qualcosa che somiglia terribilmente al fascismo, è tornata a rendere irrespirabile l'aria italiana. Chiedersi se il turpe, l'ignobile, l'anarcoide, l'illegale nuocciano o favoriscano il nostro, significa ammettere che l'opinione pubblica è ammalata, che del fascismo condivide la tendenza al peggio sociale, alla violenza, alla faziosità, alla illegalità.
I peccati autoritari del Cavaliere sono noti e provati. Nessuno, per dire, può ignorare che ha usato il parlamento e le sue leggi ad personam per favorire se stesso e i suoi amici. Tutti sanno che nel nostro parlamento voluto da Forza Italia, cioè da Berlusconi, siedono un centinaio di pregiudicati, gente che è scampata alla condanna per scadenza termini, o indulti, o il fac simile della insufficienza di prove. Tutti sanno che pur di salvare Cesare Previti dalla prigione si sono sovvertite le leggi e i regolamenti, tutti sanno che per Silvio Berlusconi lavorano un'ottantina di grandi avvocati che hanno il compito di eludere la legge. Eppure, ogni volta che la giustizia si muove contro di lui, è un diluvio di proteste e di eccezioni. Meglio lasciar perdere, le accuse ne fanno una vittima.
Ma perché? Perché bisogna tacere sui suoi illeciti e sulle sue arroganze, perché ricordarle fa il suo gioco? Perché la pubblica opinione italica sta sempre dalla parte dell'uomo forte e un po' ribaldo, perché sta dalla parte di chi picchia, di chi ruba, di chi fa i comodi suoi, dalla parte dei ladri contro le guardie e ne ho avuto la conferma con il mio saggio 'Napoli siamo noi', criticato dai molti che fra lo Stato e la Camorra stanno ancora dalla parte dei camorristi, degli uomini di panza, uomini forti che se ne infischiano della legge. L'Italia berlusconiana non è il fascismo, nella storia non ci sono mai ripetizioni totali, ma come gli somiglia. Nelle sterminate platee di Forza Italia, nei raduni oceanici mussoliniani che celebrano il Cavaliere c'è un altro aspetto della sindrome autoritaria: l'adorazione per l'homme fatal, cui tutto è lecito, tutto possibile, anche di far le corna nelle cerimonie europee, anche di raccontare barzellette da caserma, anche di farsi il lifting e di mettersi dei capelli finti. Sotto questo aspetto il paragone con Mussolini è disastroso per il nostro: immaginare il Duce in una scenetta ridicola come quella di Silvio con l'Annunziata, una bizza da capufficio con una impiegata indisciplinata.
C'è anche il rispetto reverenziale per i soldi che nel fascismo arriva alla repubblica di Salò che affida la sua socializzazione, il suo andare verso il popolo, agli industriali miliardari: il Rocca, il Mariotti che stanno con il ministro Tarchi. La pubblica opinione simil fascista ammira anziché detestare il Cavaliere nemico della libera stampa, il Cavaliere bulgaro che licenzia in tronco i Biagi, i Santoro, i Luttazzi. Per questa opinione fetente i giornalisti sono dei servitori, dei pennivendoli, come gli avvocati sono degli azzeccagarbugli: guai a chi prova a uscire dalle tradizioni servili, è un cialtrone. Ma che si credevano i tre impertinenti così come l'Annunziata? Di poter storcere il naso di fronte all'ometto dei 2 mila cactus nel parco in Sardegna?
Un buon cattolico può votare Ulivo
Marco Politi su la Repubblica
ROMA - Bloccare il "terrorismo psicologico" del Polo, dimostrare che un buon cattolico può riconoscersi nel programma dell´Ulivo, controbattere la pressione di quanti nel centro-destra, tra atei devoti ed ex democristiani, agitano ossessivamente il vessillo dell´identità cristiana. Luigi Bobba e Paola Binetti, candidati nelle liste della Margherita, scrivono una lettera aperta agli elettori cattolici per motivare la loro scelta di schierarsi con l´Ulivo di Prodi.
Cattolici doc entrambi. L´uno è stato per anni presidente delle Acli, l´altra ha guidato il comitato anti-referendiario Scienza e Vita. Quando hanno sentito montare la manovra del Polo, tesa a propagandare l´idea che i veri credenti stanno a destra, si sono incontrati per buttare giù l´appello. Lo presenteranno domani in una conferenza stampa.
"Ci sentiamo nel solco della tradizione che vuole i cattolici legittimamente presenti in tutti gli schieramenti, scelta rafforzata dalle dichiarazioni del cardinal Ruini sull´equidistanza della Chiesa rispetto alle formazioni politiche - spiega la professoressa Binetti - ma bisognava reagire alla terrorismo psicologico e al tentativo di delegittimazione del centro-destra, intenzionato a negare che i cattolici possano davvero impegnarsi nel centro-sinistra per i loro valori".
L´iniziativa ha dunque l´obiettivo di informare gli elettori "frastornati" dalla propaganda del Polo (ma anche, sembra di capire, dalle polemiche tra laici e filoruiniani all´interno dell´Ulivo). Per Paola Binetti conta far vedere che i cattolici nel centro-sinistra possono essere pienamente coerenti con i loro valori, anche in presenza di forze alleate con cui il dialogo può essere "difficile".
L´ex presidente delle Acli Bobba è più esplicito: "E´ bene fare chiarezza con gli elettori. La "Rosa nel pugno" sta agitando mediaticamente temi come i Pacs, il Concordato, le scuole paritarie (che socialisti e radicali chiedono di non finanziare,ndr), la fecondazione artificiale, che non sono nel programma di Prodi". Sui Pacs, ad esempio, Bobba afferma che l´Unione "ha alla fine recepito le posizioni di Rutelli". Cioè, tutela dei diritti individuali per le convivenze "senza arrivare a nuove forme contrattuali diverse dal matrimonio".
L´ex leader antireferendaria Binetti riassume così la linea da spiegare agli elettori: "Ci impegnamo ad una piena lealtà alla coalizione, piena responsabilità nell´azione da condurre con convinta laicità, piena fedeltà ai valori cattolici". I valori sono presto elencati: difesa della vita dal concepimento sino al suo termine naturale, promozione della famiglia, libertà di insegnamento. "Sono - aggiunge - i capisaldi del documento del 2002 del cardinale Ratzinger a proposito dell´azione dei cattolici in politica, documento citato nella relazione del cardinal Ruini".
Se ci saranno punti di vista diversi all´interno dell´Ulivo, soggiunge, saranno affrontati nel dialogo democratico.
Per Bobba l´iniziativa della lettera aperta non va confusa con i tentativi di Bondi e di Forza Italia di autopromuoversi a cattolici con il marchio. Vedi l´infelice lettera azzurra ai parroci. "Raccontiamo la nostra storia, la nostra coerenza, le nostre scelte e poi i cittadini elettori sceglieranno liberamente". Nessuna presunzione di presentarsi come gli unici "in consonanza" con la dottrina sociale della Chiesa.
26 marzo 2006