
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 26 febbraio 2006
Elezioni: regia di Groucho Marx
Umberto Eco su L'espresso
Leggo su uno dei più importanti e seri quotidiani italiani un titolo su molte colonne: 'Scontro Berlusconi-Prodi'. O basta là, come si dice dalle mie parti. Visto che siamo in periodo elettorale e che i due competitori sono appunto Berlusconi e Prodi, che cosa vi sareste attesi, che andassero insieme di nascosto a passare i week-end in un motel per coppiette? Che notizia sarebbe stata, nel corso delle ultime elezioni americane, parlare di uno scontro Kerry-Bush? Eppure anche questo accade, in una corsa dei mass media a trovare ogni giorno spunti drammatici, come se non bastassero le altre pagine dove si parla di assalti alle ambasciate, dell'aviaria, o del gas latitante.
Queste sono indubbiamente elezioni all'insegna della follia, e sembrano svolgersi con la regia di Groucho Marx (che aveva detto "non diventerei mai membro di un club disposto ad ammettere uno come me"). Quello che ho imparato da ragazzo, uscito dal fascismo e iniziato ai misteri della democrazia, è che in periodo elettorale due o più gruppi sono in mutua concorrenza, e gli appartenenti al gruppo A, per tutto il corso della tornata elettorale, debbono parlare bene del gruppo A esaltandone le capacità di governo e parlar male del gruppo B. Ora invece pare che ciò che preoccupa maggiormente gli appartenenti a ciascun schieramento sia parlare male del proprio gruppo ed esaltarne le divisioni interne. Questo non è vero soltanto dell'Unione, che ne ha fatto uno sport ormai consolidato, ma anche della cosiddetta Casa delle Libertà, dove si è solo liberi di sbranarsi a colpi di tridente.
L'epitome, ovvero la sintesi esemplare di questa tendenza, la si è avuta quando è apparso a 'Matrix' Marco Ferrando. Questo signore ha alcune opinioni che sarebbe arduo condividere e altre che, nel corso di una conversazione pacata, non apparirebbero necessariamente deliranti. Per difendere queste opinioni Ferrando ha fatto il possibile per riequilibrarne la portata ed escludere le interpretazioni eccessivamente malevole, ma in compenso ha dedicato la maggior parte del suo tempo a dimostrare che il programma Prodi è praticamente equivalente a quello di Berlusconi, se non peggio, e la sua spietata critica ha presumibilmente fruttato al Polo una cospicua manciata di voti (o all'Unione una manciata di astensioni).
Certo si deve apprezzare l'intemerato coraggio di chi vuole dire a tutti i costi quello che ritiene essere la verità, ma chi fa questa scelta rinuncia a far politica, o almeno non tenta di farsi eleggere parlamentare nello schieramento che disprezza, e sceglie uno sdegnoso esilio di oppositore in pianta stabile. La politica è l'arte del compromesso e, una volta scelta una parte, bisogna fare del proprio meglio per non metterla pubblicamente alla berlina. Almeno, non in periodo elettorale. Se si vuole partecipare alla lizza, si rimanda il dibattito interno a dopo.
Gli spettatori (come suggeriva continuamente Mentana tentando di arrestare, dopo averla scatenata, quell'enfasi suicida) avranno avuto l'impressione che Ferrando sia sul libro paga di Berlusconi. Impressione certamente errata, perché l'ipotesi più ragionevole (e più tragica) è che faccia quello che fa assolutamente gratis.
Le follie elettorali non finiscono qui. Si veda la guerra dei sondaggi. In principio chi fa fare un sondaggio dovrebbe tenerlo segreto, visto che ha il vantaggio di conoscere qualcosa che l'avversario ignora. Ma ormai il sondaggio ha assunto la funzione di profezia che si autodetermina: esso deve elettrizzare gli indecisi, partendo dal principio che essi siano una manica di sottosviluppati il cui unico ideale è stare col vincitore - o con chi si proclama tale in anticipo.
Visto che questa è l'immagine che Berlusconi ha dei suoi elettori, e non solo di quelli indecisi, è ovvio che non si preoccupi se i suoi sondaggi siano o meno attendibili. Potrebbe affidarli anche a Vanna Marchi - e forse lo farà. Ma perché impostare tutta la campagna contraria per dimostrare che i sondaggi della sinistra sono migliori? I veri indecisi che potrebbero votare per l'Unione non sono portati ad amare il vincitore (anzi, molti di loro adorano stare all'opposizione). Essi sono dei delusi del centro-sinistra, che sono però ancora dominati dal terrore che vinca di nuovo Berlusconi. Pertanto potrebbero essere trascinati al voto proprio lasciando capire che (con la loro astensione) Berlusconi ha ancora possibilità di vittoria.
Perdendosi nella guerra dei sondaggi l'Unione rischia di lasciare cadere nel vuoto innumerevoli menzogne dell'avversario. Il Polo sta facendo circolare manifesti che dicono 'Leva obbligatoria? No grazie' e mi pare che, chi dell'Unione appare in televisione, dovrebbe a ogni istante ricordare a gran voce che la leva obbligatoria è stata abolita proprio dal governo di centro-sinistra - e che pertanto Berlusconi sta manifestando ancora una volta la sua impavida fiducia nella sprovvedutezza e nella memoria corta degli elettori.
Le toghe rosse alla guerra dei cent'anni
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Più aumentano gli attacchi e le cocenti offese che il presidente del Consiglio uscente lancia verso la magistratura e più si moltiplicano gli appelli ai magistrati affinché non rispondano all´aggressione. Venerdì scorso Ciampi li ha invitati alla pacatezza e all´imparzialità dal suo alto seggio di presidente del Consiglio superiore della magistratura riaffermando ancora una volta il valore dell´indipendenza dell´Ordine giudiziario. L´opposizione di centrosinistra dal canto suo si è astenuta dal commentare l´ennesima offensiva del "premier" condotta fino al parossismo nel discorso milanese di apertura della campagna elettorale.
Comprendo benissimo lo spirito di quegli inviti e di quella voluta prudenza, ma resta il fatto che l´aggressione tra il presidente del Consiglio uscente e i magistrati è un fatto la cui anomalia e gravità non può passare sotto silenzio per la semplicissima ragione che Silvio Berlusconi è, almeno fino al 10 aprile, il titolare del potere esecutivo. Allora la domanda, già posta tante volte ma finora priva di risposta, è questa: può il capo del potere esecutivo aggredire, insultare, delegittimare sistematicamente da cinque anni (tralascio gli anni precedenti) un altro potere dello Stato senza incorrere in alcuna sanzione? Non si configura un conflitto tra poteri che dovrebbe essere oggetto di giudizio presso la sede garante della correttezza di comportamento dei vari organi costituzionali?
I commentatori che si sono occupati di questa questione eccellono di solito nel dare un colpo al cerchio e un altro alla botte. Quelli più attenti a salvaguardare la propria equidistanza non mancano di premettere che «fa male» il presidente del Consiglio ad aggredire la magistratura. Fa male? È sufficiente un biasimo di mera opportunità? Qui si tratta, lo ripeto, d´un grave conflitto istituzionale tra poteri dello Stato provocato dal capo del potere esecutivo. La questione assume quindi una specialissima gravità.
Ho sotto gli occhi un articolo dell´ex ambasciatore Sergio Romano sul Corriere della Sera di ieri, intitolato Ritorno all´imparzialità. Mi sono domandato, prima di leggerlo, se sarebbe stato imparziale a sua volta. Purtroppo non lo è stato e me ne dispiace molto per il conto che faccio dell´intelligenza dell´autore.
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Romano descrive la figura del magistrato quale lui la vorrebbe, anzi quale secondo lui deve essere e non è.
Scrive: «Non basta aver applicato scrupolosamente la legge e agito con impeccabile rigore professionale. Occorre che una scelta politica, anche quando è fatta alla fine della carriera, non proietti un´ombra sull´imparzialità del magistrato nel corso della sua vita professionale».
Più oltre rincara la dose: «Un magistrato che si esprime nella vita pubblica come cittadino e come elettore perde una parte della sua autorità morale».
Secondo Sergio Romano un cittadino che decide a un certo punto della sua vita di scegliere la carriera giudiziaria, di partecipare ad un concorso e di vincerlo, da quel momento in poi deve comportarsi come un monaco di clausura, sordo, cieco e muto in tutto salvo che agli articoli della legge. Ma poiché non gli si può vietare di pensare (meno male) deve tuttavia far finta di non pensare, non lasciarsi sfuggire neppure una parola sui suoi pensieri poiché se lo facesse e se quelle parole venissero risapute egli «perderebbe la fiducia dei cittadini». Un monaco, dicevo, senza neppure la possibilità di abbandonare la tonaca. I sacerdoti hanno questa possibilità, possono rinunciare ai voti che presero in un certo momento della vita; ma il magistrato non può. Neppure se la sua carriera si è chiusa per cause anagrafiche. Magistrato è stato e tale morirà. La sua bocca deve restar sigillata per sempre. Altrimenti può essere attaccato e metaforicamente lapidato: se l´è voluta lui.
Ho riferito quasi letteralmente il contenuto dello scritto di Sergio Romano e ancora mi strofino gli occhi incredulo. Non avendo mai letto nulla di simile e poiché (lo scrive lui stesso) il magistrato è comunque una persona pensante, non mi ero mai imbattuto in un invito così scoperto all´ipocrisia. Dovrà fingere di non pensare e anzi di non aver mai pensato, di non aver avuto né fedi né convinzioni, non potrà neppure scrivere un romanzo o un saggio da cui traspariscono inclinazioni culturali e politiche, altrimenti sarà sfiduciato, messo all´indice, e non potrà che prendersela con se stesso. Ah, de Maistre... anche lui, vedi il caso, fu ambasciatore alla corte di San Pietroburgo e anche lui, nelle sue conversazioni non ufficiali, fece indebitamente mostra di aver convinzioni proprie sulla corte dello zar anziché limitarsi ad esprimere la posizione del regio governo che rappresentava. Perciò fu rimosso. Sua eccellenza Romano conosce bene questa storia per averne vissuta una analoga. Mancarono entrambi di ipocrisia e fu un bene per tutti e due. Ma ora pretende che il magistrato ne faccia invece sfoggio riducendosi a un manichino impagliato «quand´anche abbia applicato scrupolosamente la legge e agito con implacabile rigore professionale». Incredibile.
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La premessa sull´indipendenza della magistratura e sugli attacchi che riceve da cinque anni senza soluzione di continuità mi ha preso la mano, lo confesso. Ma ora vengo al merito della questione che mi ero proposto di trattare: il rapporto tra politica, economia, magistratura.
Essa è stata posta infinite volte, l´ultima delle quali dal presidente del Consiglio (sempre lui) quando tre giorni fa ha inopinatamente (?) attaccato la Procura di Milano per essere intervenuta sulla scalata Antonveneta determinando la vittoria della Abn Amro di Amsterdam. Ha anche attaccato la Procura e il "gip" di Parma per aver sospeso Geronzi dalle sue attività professionali per due mesi, poiché su di lui è in corso un´inchiesta connessa alla bancarotta della Parmalat. Secondo il presidente del Consiglio in entrambi i casi la magistratura ha dimostrato la sua faziosità, è uscita dalle sue competenze per interferire nel mercato e anche sui poteri della politica.
Mi ha stupito leggere in proposito un articolo di Paolo Franchi (Corriere della Sera del 24 febbraio), collega del quale sono estimatore e amico, che dopo aver severamente censurato gli attacchi di Berlusconi, ha tuttavia aggiunto: «Non possono certo essere i magistrati a stabilire il destino del sistema bancario». Franchi auspica che su questo tema si apra un «serrato confronto». Non capisco bene tra chi. Ma per quanto mi riguarda rispondo volentieri al suo invito.
L´azione penale, come sappiamo tutti, si esercita sempre e soltanto nei confronti di persone nella loro individualità e fisicità. Nei casi sopracitati si è esercitata nei confronti di Fiorani, consigliere delegato della Popolare italiana (ex Lodi), nei confronti di Tanzi, presidente di Parmalat, ed ora nei confronti di Geronzi, presidente di Capitalia.
Sono tutti e tre (e gli altri coimputati con loro) presunti innocenti. Geronzi più che mai poiché l´inchiesta su di lui è alle primissime battute. Gli esiti sono dunque ancora lontani. Ma il problema sollevato non è questo. «Non possono essere i magistrati a stabilire il destino del sistema bancario». Giustissimo. E infatti non sono loro a stabilirlo. La scalata della Popolare ad Antonveneta è caduta perché Fiorani con il consenso del suo consiglio d´amministrazione, l´ha inzeppata di reati e di violazioni delle regole stabilite per legge. Tanzi idem, mandando la sua azienda in bancarotta. Geronzi è accusato (a torto o a ragione, si vedrà) di avergli tenuto mano e addirittura di essersi sovrapposto a lui dettandogli i comportamenti da prendere.
E allora? Che cosa avrebbero dovuto fare i magistrati secondo Berlusconi (e anche secondo Franchi)? Non esercitare l´azione penale? La tesi è singolare. L´interdizione di Geronzi non incide affatto sull´azienda bancaria Capitalia come il processo contro Tanzi ha lasciato in piedi Parmalat e quello contro Fiorani non impedisce alla Popolare italiana di portare avanti il suo lavoro. Dov´è dunque il problema? Intendo dire quello di Franchi, perché quello di Berlusconi è chiarissimo: insultare la magistratura, la Procura di Milano e quella di Parma, dare una mano al suo amico Fiorani. Finalmente viene fuori con tutta evidenza chi era l´amico di Fiorani, anche nella scalata dei "furbetti" al Corriere della Sera. Il tempo è galantuomo. Paolo Mieli era ancora incerto sugli dei protettori di quella scalata; adesso ne ha finalmente l´indicazione davanti agli occhi. * * *
Mi resta da fare qualche non peregrina riflessione sulla politica bancaria. Perché una politica bancaria c´è e ci deve essere da parte di qualsiasi governo che si rispetti.
Generalizzando (ma non troppo) si può dire che esistono due orientamenti: uno è quello di affidare quella politica al mercato e alle sue regole, stabilite da leggi che non ne mortifichino l´efficienza ma ne salvaguardino la contendibilità. L´altro è quello di dotare il governo di ampia discrezionalità e capacità d´intervento in favore di obiettivi di bandiera. In sostanza protezionismo nazionale e coordinamento operativo.
Il governo "liberale" Berlusconi-Tremonti è orientato in quest´ultima direzione. Non lo dico io, l´ha detto Tremonti in varie occasioni e soprattutto in una sede ufficiale, nell´ultima riunione del Comitato del credito e del risparmio (Circ) avvenuta qualche giorno fa con la partecipazione di Draghi, neo-governatore della Banca d´Italia.
Lo strumento operativo indicato dal ministro dell´Economia è per l´appunto il Circ, che dovrebbe coordinare gli accorpamenti bancari dando la preferenza a quelli tra banche italiane e ostacolando le Opa non gradite al governo, modificando se necessario la legge vigente sulle Offerte pubbliche. L´obiettivo è quello di favorire la nascita di banche italiane più forti, capaci di confrontarsi con le istituzioni straniere da posizioni di maggior peso. Di fatto ciò equivale all´imposizione di dazi e contingentamenti. Cioè la fine del mercato comune tutte le volte che non vi sia reciprocità nel paese cui appartiene l´assaltatore. Insomma un ritorno all´italianismo di Fazio, con un po´ di belletto per renderlo presentabile.
Essendo tuttavia, questa discrezionalità interventista, affidata ad un organo governativo come il Circ ed essendo da esso coordinate tutte le Autorità di garanzia, Banca d´Italia inclusa, si avrebbe un ritorno dal mercato all´autorità politica del governo in barba all´autonomia della Banca d´Italia e alle liberalizzazioni fragorosamente strombazzate.
Da notare che il partito Ds ha da tempo presentato in Parlamento una proposta di legge per abolire il Circ, ritenuto un organo ormai inutile data la presenza delle Autorità di garanzia. Il tema di questo importante dissenso ha il suo perno nel concetto di reciprocità. Se paesi come la Francia, come dimostra la barriera eretta contro l´Enel, (ma non la Francia soltanto) privilegiano la difesa delle banche e delle imprese nazionali, non dobbiamo anche noi scendere sullo stesso terreno?
Tremonti dice di sì e lo dice anche Draghi che si è espresso allo stesso modo dinanzi al Circ e al Consiglio superiore della Banca d´Italia. Viva dunque i campioni nazionali. Anche se poco efficienti? Non sempre infatti l´accorpamento va in direzione dell´efficienza. Talvolta, anzi spesso, accade il contrario. Ma l´accorpamento di bandiera diminuisce la contendibilità della preda. Se questa tendenza si affermerà il mercato comune europeo cesserà di fatto di esistere come ha giustamente osservato il nostro collega Bonanni da Bruxelles. Il tema della (sacrosanta) reciprocità va dunque posto a Bruxelles alla Commissione Europea. È lì che bisogna risolvere la questione, non azzerando il mercato comune.
Quest´involuzione protezionistica è evidente ma non stupisce in Tremonti, colbertiano dichiarato e confesso. Stupisce piuttosto in Draghi, del quale non risultava una particolare inclinazione verso il ministro del Re Sole.
A proposito di Draghi, arrivato in Banca d´Italia dopo un brillante servizio nella Banca d´affari americana Goldman Sachs: la Banca d´Italia è la più alta «magistratura» del sistema bancario. Dovrebbe quindi valere la regola che non possa accedere alla sua guida chi abbia avuto posti di comando in banche private di affari e quindi inevitabile commercio con questo o con quell´operatore sul mercato nazionale e internazionale. Se per un magistrato la regola di "monachesimo" deve durare tutta la vita, non dovrebbe durare almeno per qualche anno per un banchiere privato prima di varcare i cancelli di via Nazionale? Sottopongo questa riflessione all´intelligenza di Sergio Romano.
Tutti i guai del 10 aprile
Alberto Ronchey sul Corriere della Sera
Qualsiasi dato affiori dai sondaggi sulle intenzioni di voto per il 9 aprile, ogni pronostico rimane un azzardo. Fra gli episodi che possono alterare gli umori degli elettori altri scandali finanziari, altre dissidenze all'interno delle due coalizioni, altre turbolenze locali non è neanche da escludere qualche drammatico evento internazionale dall'Iran ai territori palestinesi. Troppe incognite. Ma non sono affatto ignote, chiunque vinca in voti e in seggi parlamentari, le prospettive che insidiano una ragionevole governabilità. Nei due schieramenti alternativi, ma di eterogenea composizione, i concorrenti alla guida del prossimo governo vorrebbero conciliare interessi o tendenze inconciliabili e sopire ogni diatriba distribuendo concessioni spesso contraddittorie. L'uno e l'altro, a turno, ci ricordano la fiaba del cavaliere che montando l'estroso destriero partiva lancia in resta nello stesso tempo «in tutte le direzioni».
Eppure il prossimo governo dovrà non solo fronteggiare tra prevedibili discordie il disavanzo di bilancio e il debito pubblico già esorbitante, così come il declino dell'investimento dall' estero e dell'esportazione, ma questioni d'arretratezza primaria come il sistema dei trasporti e quello energetico. I grandi trasporti, già inefficienti da decenni, ma essenziali per la lunga penisola e le isole, non si reggono e non garantiscono servizi accettabili. Nelle comunicazioni aeree, appare cronico il dissesto finanziario e funzionale dell'Alitalia. Sulle strade ferrate, prevalgono ancora le tratte a binario unico, mentre i ritardi sembrano più regolari degli orari. Non basta. Insorgono clamorose rivolte contro le opere giudicate invasive, come il tunnel per il «corridoio merci» d'alta capacità sulla Torino-Lione. Ma di simili complicazioni maggiori o minori, sommate al nongoverno tradizionale, ormai s'è perso il conteggio statistico mentre tenaci controversie investono anche i tracciati previsti per l'espansione delle ferrovie metropolitane. Il sistema energetico, a sua volta, è sempre più vulnerabile a costi e rischi dell'importazione di petrolio, gas, elettricità. In questa penisola povera di proprie risorse naturali, l'adozione del nucleare fu respinta a suo tempo da un referendum, anche al costo d'importare dalla Francia elettricità generata proprio dal temuto nucleare appena oltre confine.
Ora, mentre più onerosi e gravi risultano i pericoli della dipendenza dall'estero Medio Oriente, Russia, Libia, Algeria si prospettano solo complessi piani di lungo termine, che includono reattori nucleari di «terza o quarta generazione», idrogeno, solare fotovoltaico, eolico, biocarburanti d'origine vegetale. Ma intanto a Brindisi rifiutano un terminale di rigassificazione del metano liquido, a Civitavecchia la conversione d'una centrale al carbone «pulito», in Sardegna le pale a vento per l'energia eolica e così avanti. Senza dimenticare i ritardi e i molti casi di lassismo del nongoverno tradizionale, risaltano anche le responsabilità dei numerosi contestatori e ostacolatori dinanzi a ogni progetto d'opera. Si tratta di particolarismi locali, estremismi ecologici, ribellismi votati a qualsiasi protesta. Questi e altri movimenti non avranno sempre torto, ma prevalgono sempre o quasi. Perché? Grazie a costumi politici clientelari, elettorali, magari solo indulgenziali. Ma sarà possibile continuare così, chiunque vinca il 9 aprile, nella società che a questo punto si può definire sgranata o dissociata?
Il fragoroso silenzio della politica
Ilvo Diamanti su la Repubblica
L´enfasi mediatica della campagna elettorale non riesce a coprire il fragoroso silenzio della politica sul territorio. E nella società. Nonostante la scadenza elettorale si avvicini. E il dibattito si infiammi. Nonostante la costruzione, complessa, delle coalizioni e delle candidature, proceda faticosamente. Un giorno dopo l´altro. In vista della presentazione definitiva delle liste, fra una settimana
Guardatevi intorno. Scoprirete, lungo le strade, megamanifesti con la faccia di Berlusconi, sempre uguale. Immobile come sugli schermi. E quella degli altri leader più importanti. A fianco, slogan intercambiabili. Neppure serve più collezionarli, i manifesti, per denunciare, fra cinque anni, l´inadempienza delle promesse fatte. Perché nessuno, ormai, li guarda con attenzione ai contenuti. Nessuno. Prevale lo spirito "estetico". Come di fronte alla campagna pubblicitaria, per promuovere un dopobarba, un aperitivo o un´automobile. Mancano solo i testimonial. La più amata dagli italiani, l´uomo che non deve chiedere mai, la bella ragazza dal sorriso ammiccante. Ma è solo questione di tempo. Invece il fragoroso silenzio della politica nel nostro territorio che risuona nelle piazze, sulle strade, nei teatri. Non è passeggero. Ma destinato a protrarsi, fino al 9 aprile. Certo: è da nostalgici dei partiti di massa («quando la politica era passione e mobilitazione») immaginare un ritorno della campagna porta-a-porta. Delle riunioni affollate, nei bar, nelle piazze, dietro a casa nostra. Però, in fondo, ci avevamo fatto la bocca, nelle ultime campagne elettorali. Alle regionali, ma anche alle europee di due anni fa. C´eravamo un po´ illusi. Perché avevamo assistito a una presenza visibile della "politica", intorno a noi. Però, ovviamente, non bisogna confondere le elezioni politiche con quelle amministrative comunali, provinciali e regionali che propongono una competizione impostata su base "locale", intorno a temi e persone collegate al territorio. Le stesse elezioni europee, per quanto si riferiscano a un´entità, la Ue, sempre meno popolare, e a una sede istituzionale, il parlamento europeo, con pochi poteri, "costringono" i candidati a misurarsi con gli elettori, nell´ambito delle pur ampie circoscrizioni. Non ci sono, in questa consultazione, parlamentari che debbano conquistare o confermare il loro seggio in un collegio. Ma neppure partiti e candidati che debbano "entrare" nelle case, nei quartieri. Coinvolgere interessi e associazioni, lobbies e circoli. La nuova legge elettorale proporzionale con premio di coalizione rende del tutto accessorio il rapporto con la società e con il territorio. Prevede, infatti, che si voti il partito. E basta. Automaticamente, si vota anche lo schieramento. E si eleggono i candidati. Nell´ordine imposto dalle liste. Deciso dai partiti, a livello nazionale. Perché il "premio" di maggioranza verrà "conquistato" dalla coalizione che otterrà più voti, a livello, appunto, nazionale. Oppure regionale, per quel che riguarda il Senato.
Da ciò, alcune conseguenze, che riguardano il confronto elettorale, già avviato da tempo.
1. Il rafforzamento dei gruppi dirigenti centrali dei partiti, da cui dipende la scelta dei candidati e, soprattutto, la loro posizione in lista. In altri termini: la possibilità di essere eletti. Questa tendenza è moltiplicata dalla totale assenza di partecipazione degli elettori alla formazione delle liste. Visto che i partiti, tutti o quasi, non hanno più organizzazione, a livello territoriale. E il ricorso alle primarie, in questo caso, è stato escluso.
2. Il consolidarsi delle logiche di partito. (Luigi La Spina, sulla Stampa, ha parlato di "strapotere dei partiti"). Induce ad aggregare "tutti" i partiti, utili agli interessi delle coalizioni. Anche i più estremi, come i neofascisti, se in grado di "attrarre" quote "aggiuntive" di elettori. Mentre induce a contrastare l´ingresso di liste che potrebbero allargare la platea degli elettori della coalizione, sottraendo, però, qualche consenso ai partiti maggiori. Motivo per cui, ad esempio, la Margherita vede come il fumo negli occhi il movimento delle Liste civiche, promosso da esponenti autorevoli, a livello locale, come Riccardo Illy.
3. La "personalizzazione" e la "mediatizzazione" della campagna elettorale. Visto che i partiti, lontani dal territorio e dalla società, si concentrano sui media. E, per questo, ricorrono ai "volti" e ai "personaggi". Come un lungo reality, che ha, come posta conclusiva, il governo del Paese. Per cui, i partiti vengono, per semplicità, associati al nome e al volto dei leader. Che agiscono come protagonisti, che comunicano per slogan, battute, ammiccamenti, sorrisi. Secondo le regole del marketing. E del linguaggio televisivo.
4. Le figure-chiave della campagna elettorale non sono più i "volontari", i "militanti". Ma i consulenti di immagine. Gli esperti di sondaggi. Gli spin doctor. Accanto ai responsabili centrali dell´organizzazione di partito.
5. Invece, la presenza politica sul territorio rischia di desertificarsi. Perché non c´è motivo, non c´è incentivo che spinga partiti e candidati ad andare sul territorio. Incontro alla società.
I partiti, in conclusione, in questa fase, tendono ad agire come macchine elettorali centralizzate, fondate su leadership personalizzate, largamente autonome e indifferenti, rispetto alla società. In grado di "riprodursi" (secondo il modello del "partito di cartello", delineato da Richard Katz e Peter Mair) perché il loro controllo sulle risorse, sul potere istituzionale e mediatico è forte e si allarga.
Queste considerazioni ci inducono a immaginare che, nelle prossime settimane, la politica, nonostante la par condicio, dilagherà sul video. E si affaccerà solo timidamente sul territorio e nella società. Con un evidente svantaggio per il centrosinistra. (Lo abbiamo già scritto. Ma non temiamo di ripeterci, in questo caso). Perché, se la campagna si risolve in tivù, c´è un solo attore di successo, oggi. Silvio Berlusconi. Il quale guarda con sospetto "l´altro modello". Ispirato il rapporto stretto fra politica, società e territorio. Che preferisce, non a caso, dipingere a tinte fosche e demoniache. Quell´intreccio incestuoso fra comunisti, giunte e coop rosse. Denunciato per ragioni che superano specifiche vicende bancarie. Ma riguardano il legame fra partito, associazioni, interessi. Che fa pulsare il "cuore rosso" dell´Italia (come lo definisce un suggestivo saggio scritto da Francesco Ramella per Donzelli). È la "politica senza territorio" che sfida, demonizza la tradizione della "politica nel territorio".
Ci inducono, ancora, queste osservazioni, a temere che il futuro partito Democratico incontrerà molti ostacoli. Disseminati sul suo cammino dai "partiti" di centrosinistra. Domani. Se l´Unione dovesse vincere.
Ci è chiaro che questo scenario apparirà, ad alcuni, viziato da sentimento antipartitico. Ma il sospetto non ci inquieta. La stessa esperienza italiana (ed europea) degli ultimi vent´anni, d´altronde, suggerisce come proprio questo processo la centralizzazione dei partiti alimenti, semmai, tendenze di segno opposto. Disseminando, nella società, il sentimento antipolitico. Favorendo il successo di leader e di "partiti antipartito". Insomma: lo "strapotere" dei partiti ne corrode l´autorità. La legittimità. Il consenso.
Il vizio antipartitico. Non ci appartiene. Noi, semmai, soffriamo del male opposto. Abbiamo nostalgia di partiti radicati nella società. Dotati di identità e di idee. E il silenzio fragoroso della politica intorno a noi, in questa campagna elettorale, ci inquieta. Non solo per il presente: per il futuro.
L'impero dei cugini senza reciprocità
Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera
La risposta del governo francese all'opa ostile sulla conglomerata Suez, sussurrata ma non ancora annunciata dall'Enel, dà la misura della gelosia con cui la Francia protegge le sue grandi imprese, ma mette anche con le spalle al muro il machiavellismo tatticista dell'ex monopolio italiano e del suo azionista di riferimento.
Seconda in Europa dietro Electricité de France fino alla metà degli anni Novanta, e ora quarta o quinta, l'Enel vuol tornare grande nel vecchio continente. È un obiettivo legittimo, ancorché dettato dallo spirito del tempo più che da un disegno industriale coerente negli anni. Dopo il collocamento in Borsa, l'Enel ha seguito le mode: con Tatò si mise nelle telecomunicazioni perché, allora, avevano un moltiplicatore più alto delle utilities; con Scaroni ha pompato dividendi senza fine restituendo agli azionisti, il Tesoro in testa, anche i guadagni che venivano dalla cessione di cespiti patrimoniali e da una tantum concesse dal governo su partite regolatorie; con Fulvio Conti, ha scoperto l'estero perché da mesi i mercati non credono più ai dividendi senza grandi investimenti o, più semplicemente, perché le banche d'affari hanno voglia di sentire e di raccontare altre storie. Alla fine, l'adesione agli animal spirits delle Borse ha dato, dal 1998 a oggi, un rendimento medio del 3,66%, meno dei titoli di Stato, e questo per responsabilità soprattutto dell'azionista- governo che ha venduto ai massimi senza avere un' idea precisa di che cosa dovesse fare l'azienda.
Detto questo, l'Enel può mobilitare risorse importanti, anche se non illimitate. Avendo ridotto i debiti a 13 miliardi con l'uscita da Wind, può farne di nuovi per altri 15 miliardi. Se avesse ritagliato i dividendi sulla sola gestione ordinaria, avrebbe a disposizione 8-10 miliardi in più. Ma tant'è. La campagna di Francia era stata pensata entro questi limiti finanziari. Oggetto del desiderio è l'Electrabel, importante produttore belga con interessi all'estero, che Suez non può cedere, perché è la cosa migliore che ha. Dunque all'Enel non resta che un'offerta ostile sull'intera Suez. Un bersaglio grosso, che capitalizza alla Bourse 42 miliardi di euro, due soli in meno dell' Enel: Conti, che ha l'interim del settore internazionale, si gioca un po' del suo futuro e Berlusconi un pezzo della sua campagna elettorale nazionalista. Dando ascolto a fonti ufficiose dell'Enel, il piano prevedeva un'Opa di 48 miliardi quando Suez ne capitalizzava 38 e si fondava sull'impegno di Veolia, storica rivale di Suez, di ritirare le attività non elettriche per una cifra che, curiosamente, oscilla tra i 20 e i 32 miliardi. Electrabel sarebbe così venuta via a un prezzo sostenibile se non proprio vantaggioso se si pensa che, ritirandolo dal mercato, Suez aveva valutato 11 miliardi il 49% della società. Confidando sull'appoggio della Banca Bruxelles Lambert di Albert Frére, il capo dell'Enel immaginava il break up di una società privata francese a opera di una società a partecipazione statale italiana.
Nella patria di Colbert la mano pubblica non desta scandalo, ma solo quando è francese. In questo caso, il premier, informato dal capo di Suez, Gerard Mastrellet, ha parlato di «attacco alla Francia». E con questo ha richiamato tutti all'ordine: la privata Veolia ha piegato la testa, che peraltro in pubblico non aveva mai alzato; il barone Frére non ha più seguito l'istinto frondista di due anni fa; e il board di Suez prepara con l'appoggio dei principali azionisti la fusione con Gaz de France. Energia e gas stanno bene assieme. È lo stesso schema di Enel e di E.On. Il nuovo colosso capitalizzerebbe 70 miliardi e il Tesoro francese avrebbe una partecipazione del 35%, più o meno come quella del ministero dell'Economia in Enel. Il fatto che sia De Villepin ad annunciare in televisione il nuovo campione nazionale la dice lunga sulla Francia, dove il governo rappresenta il vertice della piramide dell'establishment, e come tale è considerato da tutti, manager pubblici e capitani d'industria. Per chi crede che il mercato unico si debba estendere ai diritti di proprietà, questo interventismo statale rappresenta un grave passo indietro. Per chi guarda alla geopolitica dell'economia, Parigi mostra una capacità di reazione, non solo finanziaria ma anche industriale, rara nel mondo e sconosciuta in Italia. D'altra parte l'Europa dell'energia che oggi affascina italiani e tedeschi era stata scoperta 5 anni fa da Edf, monopolio di Stato francese non quotato in Borsa che il suo impero l'ha già esteso in Italia, Germania, Spagna, Svizzera, Polonia e Ungheria. Comprando senza chiedere reciprocità. L'Europa dell'energia che oggi affascina tedeschi e italiani era stata scoperta già 5 anni fa da Edf
«Il protezionismo fa tornare l'Europa di Kaiser e Zar»
Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera
Dev'essere stata una soddisfazione per Giulio Tremonti vedere il suo libro «Rischi fatali» divenire - in sintesi - il preambolo del programma del centrodestra, di cui è stato ideologo ed estensore, e vederlo sottoscrivere da tutti gli alleati. Sul tema dei rischi Tremonti è tornato ieri, parlando di «rischio agosto 1914» a proposito della mossa protezionista di Parigi.
Che cosa intendeva dire, ministro? «Se si preferisce un'espressione meno drammatica, vedo un po' un rischio Costa Azzurra. Coloro che hanno responsabilità di governo in Europa rischiano di ritrovarsi tra qualche anno in Costa Azzurra, come i principi della Case regnanti dopo la Grande Guerra, a rinfacciarsi l'un l'altro: sei stato tu a cominciare. L'Austria lancia un ultimatum, lo Zar mobilita due classi, il Kaiser tre, la Francia cinque, il Kaiser mobilita la flotta
è la guerra che nessuno voleva. A me davano del colbertista e del protezionista, ma io ho parlato di duties and quotas, dazi e quote nei confronti della Cina, sul modello americano. Qui siamo alla confusione, al protezionismo nei confronti dell'Europa».
Fu lei a evocare Colbert. «E' vero. Ma io ho ereditato la legge sulle Opa più liberale d'Europa e non l'ho cambiata. Non ci sarebbe neppure bisogno di riscriverla, basterebbe un decreto di una riga: in caso di Opa dall'estero, si applica la legge di un altro paese europeo, a piacere. Ma è una soluzione che non auspico; preferirei invitare tutti a fermarsi, e a riflettere».
Ministro, il programma da lei scritto ha suscitato anche critiche. A cominciare da una certa genericità, che su certi punti lo avvicinerebbe a quello della sinistra. Qual è la differenza? «La prima, oggettiva differenza è di ritmo. Il programma della sinistra è lento. Questo è rock. Lento innanzitutto in termini di spazio e tempo: 281 pagine, oltre 540 mila battute, almeno una giornata per leggerlo. Il nostro è meno di 20 pagine e si legge in pochi minuti. E poi il programma della sinistra è negativo al 90%. E' pressato "sott'odio", costruito in termini distruttivi: non c'è punto che non parta da un contrappunto polemico. Il messaggio è: ci metteremo 5 anni a buttare giù quanto è stato costruito negli ultimi 5. Il nostro è un programma al 100% in positivo. Ha una doppia matrice: passato e futuro, grande e piccolo. E' diverso da quello del 2001 perché non siamo all'opposizione ma al governo, e quindi dobbiamo coniugare le cose fatte e quella da fare. Ed è ritmato tra prospettive di sistema e presente quotidiano, tra la tenuta sociale e la carta degli anziani, tra le grandi opere e il provvedimento che consentirà di pagare l'Iva quando si incassa anziché quando si fattura. C'è poi un messaggio politico: alla parola libertà si aggiunge la parole identità; marcatore della tradizione, della famiglia, dei valori».
Anche la sinistra fa riferimento a valori. «La differenza è che, al posto dell'identità, la formula, la chiave semantica del loro programma è "trans". Transnazionale, transvita, transessuale. Il mondo all' incontrario. La famiglia orizzontale, la vita artificiale. Il mondo come un grande bazar, l'Italia come periferia, come segmento piano della geografia globale del mercato».
Ministro, l'Italia è in grave difficoltà. «Esistono criticità in Europa e in Italia. Non le nego. Ma occorre evitare di bere il cocktail mercatista. Si è denunciato che nel ranking liberale l'Italia segue il Botswana. Su questo paese, per non sembrare provinciale, cito i dati della Cia, ditta solitamente bene informata. Il 37% della popolazione del Botswana soffre di Aids. Il 99% del reddito viene dai diamanti. Una nota positiva per l'Italia: il Botswana non è qualificato per i mondiali di calcio; l'Italia manterrà così il suo primato nel pallone e nel cibo, come si usa dire tra i guru».
Siamo davanti al Botswana, ma non possiamo neppure nasconderci sempre dietro le difficoltà altrui, a cominciare da quelle dell'Europa. «L'Europa non è un modo per fuggire le responsabilità ma una forma oggettiva e seria di considerazione della realtà».
Ministro, sullo stato dell'Italia gli economisti non sono d'accordo con lei. «Uno dei segni di crisi di questo tempo è la progressiva dissociazione tra i popoli e le élites. I popoli restano sempre uguali ai popoli. Le élites non solo si dissociano dai popoli perché non capiscono la realtà, ma diventano progressivamente, come dire, autoreferenziali, o autistici. Si strutturano in termini settari, più comici che Scientology. Si autodefiniscono "la professione", si autodenominano "gli economisti", si chiudono e celebrano nei loro "siti", si parlano tra loro con un linguaggio iniziatico».
Le difficoltà di competitività dell'Italia non le hanno inventate gli economisti. «Un paese è competitivo se produce meglio e più degli altri. Questo dipende da una catena di fattori, dall'energia alle banche, dalle infrastrutture al lavoro. Un economista di Scientology fa girare il computer, scrive un articolo e fa il miracolo. La realtà è più complessa. Sull'energia scontiamo il ritardo delle grandi scelte; e il programma della sinistra pare un riflesso di questi anni. Colpiscono due cose. L'idea pagana della natura; non è la natura al servizio dell'uomo, ma il contrario. E la presentazione in termini da "Mulino Bianco": energia democratica, idrogeno verde, alleanza con la natura. Su questa strada avremo il razionamento della corrente e il raddoppio del riscaldamento».
Vediamo gli altri punti: banche e infrastrutture. «Faccio notare che fino a quest'estate dei risparmiatori, che sono fondamentali per lo sviluppo, non fregava niente a nessuno. La mia battaglia per il risparmio non era questione di carattere: sotto la "cupola" c'era tutto l'establishment,ma proprio tutto. Quanto alle infrastrutture, nel bilancio del governo ci sono 50 miliardi di euro. Ancora sto aspettando il biglietto che Fassino mi ha promesso a Ballarò con dati diversi. Mentre lui parlava, sul video però scorrevano le immagini di Veltroni che inaugurava la terza corsia del raccordo di Roma. Certo, fare una grande opera non è come comprare un chilo di crescenza. Ma i cantieri ci sono, sulla Torino-Milano, sulla Milano-Bologna, a Venezia, sulla Salerno-Reggio Calabria».
E le liberalizzazioni? Nel programma sono indicate solo come obiettivo, in un modo che sul Corriere Massimo Mucchetti ha definito apodittico. «Ci sono invece cose specifiche e importanti: la trasformazione delle università in fondazioni, la portabilità dei conti bancari. Leggo spesso dizionari delle liberalizzazioni compilati dai devoti di Scientology: a come agronomi, architetti, avvocati; g come geometri, i come ingegneri; non ho mai letto s come sindacati».
Qualcuno non iscritto a Scientology se n'è occupato, ad esempio Ichino. «Confesso una certa ignoranza in ordine all'opera di tutti questi autori, devo ancora leggere opere fondamentali di Dostojevskij. Riconosco che sulle liberalizzazioni c'è stato un ritardo. Ricordo che negli Anni '90, dominati dalla sinistra e dall'establishment, si è privatizzato senza liberalizzare, creando così monopoli e quasi monopoli».
Resta il fatto che l'Italia è in declino. «Non è vero. La retorica del declino, la mistica del rovinismo, costruita in alto e altissimo loco, sottoprodotto di un'ignoranza o di una malafede assolute, hanno fatto e faranno il male del paese. Prima del big-bang dell'89, il mondo aveva 6,700 milioni di abitanti integrati nel mercato, e l'Italia ne rappresentava quasi un decimo. Oggi il mondo globale di abitanti ne ha più di 2 miliardi. La strada era lunga 10 chilometri, l'Italia ne correva uno. Ora la strada è lunga 30 chilometri, e l'Italia non può correrne tre; continua a correre il suo chilometro, perché ha solo 60 milioni di abitanti. Cito i dati della Fondazione Edison: tra il '90 e il 2005 l'Italia perde l'1,3% della sua quota sul mercato mondiale; la Francia l'1,4, il Regno Unito l'1,7, il Giappone il 2,1, la Germania il 2,4, gli Usa il 2,5. La nostra bilancia commerciale segna meno 11,2 miliardi. La Francia è a meno 28,9, la Spagna a meno 93,9, il Regno Unito a meno 115,5, gli Usa a meno 767,8. Non è il governo, è l'Italia che tiene. A dispetto dei giornali che contribuiscono al rovinismo, ad esempio titolando sulla Germania che cresce dello 0,2 più di noi, dopo che per 4 anni noi siamo cresciuti più di loro. A dispetto di Prodi che contava sulle sanzioni europee, mentre l'Europa riconosce la tenuta sostanziale dei nostri conti. A dispetto di chi fa il tifo insieme per l'Unipol e per la Cina. Per questo vinceremo noi».
Come fa a esserne così sicuro? «Oltre che sulla parola-chiave "trans", il programma della sinistra è incentrato su una doppia patrimoniale: sulla casa, attraverso la revisione delle rendite catastali che significa raddoppio di Ici e Irpef, e sui depositi. C'è chi spazzolava i conti dei morti. Loro, come gli italiani ricordano, sono bravissimi nello spazzolare nottetempo i conti dei vivi».
"Il 10 aprile comincia la primavera"
Giovanna Casadio su la Repubblica
ROMA - «La primavera quest´anno comincia il 10 aprile». Ed è subito standing ovation per Romano Prodi che promette «la fine dell´inverno durato cinque anni» di governo Berlusconi e conclude con l´invito a dire «basta, un grande basta per fare ripartire l´Italia». Piovono palloncini colorati e coriandoli sul palco; sventolano le bandiere rosse, uliviste, della Margherita. E i leader dell´Ulivo tutti in piedi, a salutare i novemila del Palalottomatica, ad applaudire, a cantare "La canzone popolare", quella della vittoria del 1996, che tanto piace al Professore.
L´ultima immagine della kermesse con cui l´Ulivo dà il via alla campagna elettorale è Prodi che presenta a Strauss-Kahn, l´ex ministro francese, la nipotina Chiara di 3 anni che gli è corsa tra le braccia e con la quale fa "il giro d´onore" del palco. L´appello conclusivo è il richiamo all´unità della coalizione («Nessuno si smarchi più, ciascuno deve rinunciare a qualcosa per guadagnare tutti insieme e soprattutto perché guadagni l´Italia») e al suo timone: quel «riformismo radicale il cui asse è l´Ulivo. Senza l´Ulivo tutto quello che stiamo facendo, lo stesso essere qui, in tanti, non avrebbe senso. Del resto è la sola vera novità di questa campagna elettorale perché è l´inizio di un progetto più grande, ambizioso che finalmente oggi possiamo chiamare partito democratico».
Poche concessioni alla battuta facile anti-Berlusconi. Non solo Prodi preferisce l´appello alla responsabilità («Siamo qui a rivendicare non i nostri diritti ma i nostri doveri: su di noi grava il compito di fermare il declino e invertire la rotta»), all´umiltà («Dobbiamo non crederci infallibili») e però incita alla riscossa: «Danno persino la colpa ai magistrati di svendere il paese. È vero è stato svenduto». Vincenzo Cerami - lo sceneggiatore di Benigni che ha dato una mano per le tre ore di kermesse - l´aveva spiegato: «Ci concentreremo sui guai provocati dal centrodestra». Non sarà una convention anti-Silvio, di propaganda spicciola. Solo la satira di Maurizio Crozza è l´arena dello sberleffo verso tutto e tutti. Scorrono sui cinque mega schermi i filmati che raccontano la nostra storia. La commozione ammutolisce la platea quando Vittorio Foa dal video esorta: «Restituite al paese la dignità e il prestigio: bisogna tornare ai valori della Costituente che il berlusconismo ha deteriorato». La riscalda l´indignazione di Oscar Luigi Scalfaro: «È indispensabile dire no alla devolution» e ricorda le sofferenze con cui la Carta è stata scritta. È il momento dei valori della Costituzione e del mini-dibattito di giovanissimi con il presidente emerito della Consulta, Leopoldo Elia e il senatore a vita Giorgio Napolitano. Quindi le cifre del declino italiano: scorrono i dati Istat. Infine l´Italia «che funziona»: l´imprenditoria, la scienza, la cultura, il volontariato.
Piero Fassino, il segretario Ds, infiamma la convention: «Sei settimane per dimostrare che vinceremo. Noi ce la faremo, ce la possiamo fare, l´Italia non ne può più di Berlusconi, Daremo un grande governo a un grande paese». E Francesco Rutelli, il leader della Margherita (all´inizio dell´intervento si sente anche qualche fischio), conclude tra gli applausi dopo un discorso ricco di spunti sulla politica estera, sui no che Berlusconi dimentica di dire a Bush («In America rappresenti l´Italia non Forza Italia»), ma soprattutto sull´economia e sul riformismo: «La diversità con la destra è netta: vogliamo riportare le parti sociali a occuparsi del paese, vogliamo un paese competitivo...». Sul palco solo gli interventi dei quattro leader (Luciana Sbarbati dei Repubblicani europei parla per prima e rivendica la laicità dell´Ulivo) e quello del sindaco Walter Veltroni, che di Prodi fu vice premier: «Non è più tempo di illusionisti ma di statisti: Prodi è in grado di ridare fiducia all´Italia». Nel parterre, gli altri politici.
Tombaroli all'opera: cosė saccheggiano l'Italia
Fabio Isman su Il Messaggero
L'ALLORA maresciallo capo Serafino Dell'Avvocato, classe 1966, non credeva ai propri occhi, il 13 settembre '95, al Porto franco a Ginevra: era il primo italiano a scoprire, e per esigenze del mestiere a fotografare, quanto ai giudici avrebbe poi definito «un vero bendiddio». In cinque locali, 3.800 reperti archeologici, più o meno grandi e imponenti. Anche decine d'immensi vasi etruschi, apuli ed attici, ben restaurati: in ottime condizioni; e una trentina d'oggetti, che tre periti, docenti d'archeologia, avrebbero valutato «rarissimi»; in due casi, perfino «unici». Poi, nell'ultima stanza, affreschi pompeiani «grandi come quest'aula, signor giudice», che Dell'Avvocato (ora luogotenente, e capo della stazione di Sant'Elpidio) non aveva mai visto, così belli e immensi, nei 15 anni tra i Carabinieri del Comando per la Tutela del Patrimonio artistico. Ma ben presto, lo stupore muta in qualcosa che il sostituto procuratore Paolo Ferri definisce come l'«assoluto raccapriccio». Quel pozzo di San Patrizio conteneva anche delle immagini: decine di migliaia di foto, e perfino di polaroid . Tra loro, anche quelle che Il Messaggero pubblica: una mezza dozzina, che immortalano quegli stupendi affreschi pompeiani, antichi d'oltre 2.000 anni, ancora sottoterra. Mentre qualcuno li scava, anzi li deturpa, nottetempo: in modo clandestino; assolutamente di nascosto; senza nessun criterio di tutela, o scientificità. Tre pareti, verosimilmente una stanza d'una villa sepolta dall'eruzione del 79 dopo Cristo, che, grazie alla follia dei tombaroli, non sappiamo ancora quale sia; né dove; né quali altri tesori - magari - nasconde. Infatti, non si è mai vista una ricca villa patrizia ridotta a monolocale. E' una delle pagine peggiori del processo, che si svolge a Roma, contro Marion True, 58 anni, già curator del Getty Museum, e Robert Emanuel Hecht, 85 anni, chiamato, da molti coinvolti nel traffico nero d'archeologia, «numero 1 del mercato clandestino, e per molti decenni». Lui, di suo, si vanta d'aver venduto «al British, al Louvre, e ai musei di Monaco, Copenhagen, Boston, Cleveland, Toledo nell'Ohio, alla Harvard University». Fino a 25 anni fa, viveva a Roma: viale di Villa Pepoli 1; poi, qualcuno parla e l'arrestano: «Così, andai in esilio, e non m'era permesso di tornare in Italia», ha scritto in una sua biografia. E i locali nel Porto franco erano di Giacomo Medici, punto di riferimento del traffico, almeno nel Centro Italia. I suoi avevano «un banchetto a Fontanella Borghese, e vendevano reperti minori ai turisti»; ma lui, «da soldato, è divenuto un generale», dice Pietro Casasanta: quello che, tra l'altro, ha scavato (s'intende sempre di frodo) la Triade Capitolina e la Maschera d'avorio , e scusate se è poco. «E' vero: il sequestro Medici ha profondamente rivoluzionato il mercato antiquario; i musei ora sono divenuti assai più cauti negli acquisti», ammette Philippe de Montebello, il direttore del Metropolitan. E «nei documenti del sequestro Becchina, ci sono immagini ancora peggiori», dice chi ha potuto vederle: a Gian Franco Becchina, re dei traffici nel Centro Sud, che al Getty vende un Kouros alto due metri poi risultato falso, il 1. ottobre 2001, a Basilea, hanno sequestrato un archivio così vasto, che occupa sei dvd; tre carabinieri, per microfilmarlo, hanno lavorato tutta l'estate scorsa. Un Paese saccheggiato: «Anni fa, dall'Etruria partivano Tir interi carichi di materiale», racconta qualcuno. Quando si scava di frodo, s'annullano i contesti. Le opere restano magari stupende: ma diventano mute. Non spiegano più nulla di loro stesse: perché sono state messe lì; accanto a quali altri reperti; quali storie potrebbero narrare. Queste foto degli affreschi pompeiani dicono più di mille parole: fanno accapponare la pelle. Questi capolavori, strappati così di fretta e male, senza preparare la parete di supporto, e che quindi hanno subito lacerazioni e lacune, poi restaurate, nei magazzini Medici erano vicini ad un altro unicum : 20 piatti attici a figure rosse, 20 centimetri di diametro, di 2.500 anni fa (490-480 avanti Cristo), dipinti con effigi di danzatrici e servitori. «Mai visto prima un corredo del genere», spiega Fausto Zevi, docente alla Sapienza , uno dei periti. Ma, nel 1987, il Getty li rifiuta: due milioni di dollari sono troppi, per tante opere di un unico artista; preferiamo diversificare. «Mi creda, non l'ho deciso io», scrive Marion True al «caro signor Giacomo», spiaciuta di doverli rispedire indietro, poiché avevano già varcato l'Atlantico. Scrive a Medici: anche se, a lei, l'acquisto glielo aveva proposto Hecht. Anche qui, chissà quale tomba, verosimilmente della zona di Cerveteri, celava questo insieme di piatti; con quali altri oggetti erano stati inumati; a chi appartenevano. I piatti - certificano gli studiosi - nella produzione attica figurata «sono rari»; e i pochi trovati, provengono quasi tutti dall'Etruria: da Chiusi i 12 del pittore Lydos, e 5 su 8 di quelli opera di Peseas; da Vulci, 7 sui 12 noti, dipinti da Epiktetos: un disegnatore dei più abili nel V secolo prima di Cristo. E mai prima d'ora, venti piatti eseguiti dalla medesima mano: «Tanto belli e tanto unici, che, come per gli affreschi, ci venne perfino un dubbio, poi fugato, sull'autenticità», racconta Zevi. E così importanti, che Medici ne documenta tutte le fasi: nel suo portfolio fotografico, prima sono in frammenti, dentro delle valigie di cartone spalancate; poi, parzialmente restaurati e già integrati; infine, del tutto ricomposti e ritoccati: bell'e pronti per essere offerti in vendita all'estero. Prima opzione, il solito Getty. Ma torniamo agli affreschi. D'una villa pompeiana, però non a Ercolano: lì, la lava è solida; nelle foto, invece, si vedono i lapilli. Forse, attorno a Pompei; forse Oplontis: l'attuale Torre Annunziata; o Terzigno. Sta di fatto che qualcuno li scava. Una parete mostra due grandi erme, e una sequenza di maschere e figurini; un'altra, un prospetto architettonico a due piani. Davvero in ottime condizioni. Appartengono al cosiddetto «secondo stile»; dipinti verso il 40 avanti Cristo: un secolo prima d'essere sepolti dalla rabbia del Vesuvio. Giungono a Medici, e finiscono in Svizzera. E' un affare che, come spesso, accomuna Medici a Hecht; valgono oltre un milione e mezzo di dollari del '95. Nel 1988, li restaurano Fritz e Harry Burki: padre e figlio di Zurigo. Fritz era un portinaio alla locale università, quando vi studiava Hecht. Ai Burki, gli affreschi arrivano malamente sezionati in 11 pezzi, con le lacune dovute al rapido e improvvisato strappo dal muro: «Almeno un anno, forse uno e mezzo, di lavoro», affermano i restauratori. Italia colabrodo: più o meno in quello stesso periodo, «si era ai mondiali di calcio», dalla zona vesuviana sparisce, racconta Danilo Zicchi dicendo d'averlo saputo dal proprio sodale Pasquale Camera appena defunto (un ex tenente della Guardia di Finanza fattosi poi tombarolo-capo), «un tesoro di più di 100 pezzi d'argenteria, paragonabile agli unici due che si conoscono: quelli della Pisanella al Louvre, e della Casa di Menandro, ora a Napoli». E a quelli d'una tra le più belle Case di Pompei, quella del Criptoportico, si possono paragonare gli affreschi trovati a Ginevra: «Forse, è la stessa officina», dice ancora Zevi; «e ricordano anche gli affreschi della Casa di Augusto, già delle Maschere, sul Palatino, a Roma». Siamo ai vertici dell'arte d'allora: «Rarissime le pitture tanto integre, complete, ottimamente conservate, e ancora in situ . A Roma e Pompei, le case dei più ricchi aristocratici». Scenografie architettoniche e finte prospettive di giardini: come delle quinte teatrali. Hecht è un furbacchione: chiede all' Art Loss Register di Londra se gli affreschi risultino rubati; bel colpo: se provengono da uno scavo clandestino, come mai potrebbero essere registrati? La risposta è, ovviamente, negativa. I Burki restaurano, ma tengono gli affreschi in casa per altri tre anni; documenti doganali fasulli indicano dei viaggi inesistenti da e per gli Usa, onde evitare di pagare le tasse d'importazione in Svizzera. Forse poco prima della loro vendita, a Ginevra piomba Serafino Dell'Avvocato. Ma più ancora della magnificenza dei dipinti, colpisce la vera crudeltà delle immagini che ne certificano lo scavo. Spiega Daniela Rizzo, uno dei periti, da 20 anni archeologa alla Soprintendenza per l'Etruria meridionale: «Ancora adesso, quando apro una tomba, sono sconvolta dall'emozione; perché significa entrare in contatto diretto con la Storia, con il passato. Quando ho visto la prima volta quelle immagini, rammento d'aver provato un autentico voltastomaco». Medici dice di non ricordare chi gli abbia dato quelle foto, e che quegli affreschi «probabilmente sono dei falsi». Uno tra i periti, Maurizio Pellegrini, anch'egli della Soprintendenza per l'Etruria, certifica: «Identici alle pareti ritratte durante lo scavo; combaciano perfino le stuccature». Nella documentazione sequestrata, sono descritti ben 16 pannelli d'affreschi vesuviani: ma d'un paio di loro, sono rimaste soltanto le foto; i dipinti sono ormai emigrati chissà dove: perduti forse per il nostro patrimonio, ma certamente anche per gli studi degli archeologi del mondo intero. Il mercato clandestino è sterminato, ed è un merito del sostituto procuratore Ferri averne scoperchiato molte delle magagne; Robert Symes, amico di Medici, colui che vende la Venere di Morgantina al Getty (a 20 milioni di dollari, nel 1987), ed è costretto a restituire all'Italia la Maschera d'avorio (valutata un milione di dollari), conservava, nei suoi 29 depositi tra Londra, New York e Ginevra, 17 mila oggetti, in buona parte di provenienza italiana: un valore (secondo una recente perizia) di 125 milioni di sterline, quasi 360 miliardi delle vecchie lire. E non era il solo. «Distruggere l'arte», diceva Giulio Carlo Argan, «è un tal peccato che, se si riscrivessero le Tavole della Legge, di certo dovrebbe esservi ricompreso».
Spiando Nanni Moretti
Editoriale su Il Foglio
Roma. Sulle tracce del misterioso, segreto, impenetrabile nuovo film di Nanni Moretti, Il Caimano, il Foglio è riuscito a scoprire il misterioso, segreto, impenetrabile racconto cinematografico. Attori, scene, registi che recitano, attori che fanno i registi, galeoni che sbarcano a Sabaudia per i quali sono stati usati tantissimi soldi, caimani che salgono sul palco, interrompendo le scene, giornate gelate in pieno luglio, concerti all'Auditorium, misteriosi flirt tra i protagonisti, attori che recitano sotto la (vera) pioggia e attori (veri) che si ammalano. Sul set non si parla. Chi recita non può, è scritto sul contratto. Ma le comparse, i costumisti, gli addetti al casting ci hanno raccontato in che modo è stato costruito e in che modo è stato tenuto nascosto il prossimo film pre-elettorale di Moretti.
Il film, girato tra la periferia di Roma, le spiagge di Sabaudia e Milano, uscirà il 24 marzo in 300 copie. I protagonisti saranno Silvio Orlando, Margherita Buy, Jasmine Trinca, Michele Placido e Elio de Capitani. Per il film il regista ha persino reclutato molti bambini nelle scuole elementari romane, tra questi uno ha un ruolo da protagonista. E' Daniele, molto probabilmente il figlio di Margherita Buy. E forse non è un caso sostiene un ragazzo che ha lavorato nel film i bambini sono messi in scena per convincere emotivamente lo spettatore che il Caimano riveste un ruolo subdolo. E che non si faccia scrupoli a esercitare il suo senso di onnipresenza e onnipotenza anche sugli stessi bambini. All'interno del film sono presenti una serie di altri film. Ognuno con un suo regista. Il Caimano è Silvio Orlando. Ha un ruolo preciso, è lui che controlla, che appare nelle scene spesso senza dire nulla. Vigila su ciò che accade. Si guarda in giro e quando c'è qualcosa che a lui non quadra, ferma tutto, blocca il film nel film. Perché il film deve essere proprio come vuole lui. Alza un dito, fa gestacci, si fa notare fino a quando gli altri gli attori non sono costretti a interrompere ciò che stanno facendo in quel momento, dice una comparsa. Gli attori non potevano e non dovevano parlare. Pierluigi, lo chiameremo così, era a Sabaudia. A me mi ha fatto venire la febbre. Pioveva tantissimo ma Moretti ha continuato a far girare il film. Pierluigi è rimasto sul set dalle 18 alle 5 di mattina. A Sabaudia c'era un vascello con sopra Michele Placido. La scena era quella di uno sbarco. Pierluigi era curioso e ha chiesto, ma chi è il caimano?. Per tutti la stessa risposta. Lo vedrai al cinema. Ma loro lo sapevano. Il caimano è Berlusconi. Nel film è Silvio Orlando. Il protagonista è lui. Cristoforo Colombo sbarca a Sabaudia. Non ha badato a spese per questa scena e in particolare per il vascello. Era immenso, curatissimo nei particolari. Ha speso tantissimo. Io vedevo arrivare Orlando. Quando interveniva bloccava tutto senza dire una parola, solo con i gesti. Ricorda Pierluigi, riassumendo il vero senso del film: Si sarebbe voluto parlare di come sia difficile fare cinema in Italia. I registi hanno recitato proprio per questo. Pierluigi era curioso. Osservava il Caimano. Orlando passava sulla scena del film e dava fastidio. Scendeva dalla collinetta e rimaneva a guardare. Sembrava lui quello a cui dovevano tornare i conti. Si impadronisce dello stato, direbbe Cordero che in un articolo su Repubblica aveva accostato il Cav. alla figura del Caimano.
Ce l'ha fatta girare venti volte la scena
Ce l'ha fatta girare venti volte quella scena. Nel film nel film c'è un regista per ogni trama. Un regista che fa il regista e alcuni registi (veri) che fanno gli attori. C'è una scena in cui Virzì celebra un matrimonio. Margherita Buy sposa Paolo Sorrentino. Sorrentino dovrebbe avere un fazzoletto rosso al collo. Gli altri registi sono Carlo Mazzacurati nella parte di un cameriere, Renato De Maria, Antonello Grimaldi, Jerzy Sthur.
Tiziana, la chiamiamo così, era seduta nella settima fila dell'Auditorium di Roma, sala Santa Cecilia. Era luglio. Faceva un caldo incredibile. Moretti era molto affascinante. C'era una strana aria. Moretti parlava molto con Silvio Orlando. Ma lui si metteva continuamente a ridere e la scena è stata ripetuta un'infinità di volte. Mi sembra che Moretti volesse un personaggio molto più severo, più brusco. Molto più deciso. Tiziana era arrivata alle nove di mattina. Mi ha fatto uscire alle 21. Sul palco c'è un'orchestra e anche Margherita Buy. Cantava con uno spartito davanti a sé. Orlando è seduto in platea, controlla. Interrompe. Entra sulla scena e all'Auditorium salta sul palco. Sembrava scandire i tempi e i ruoli di ogni ripresa. Stoppa, si avvicina a Margherita Buy. Le parla all'orecchio. Tiziana era curiosa. Chiede anche lei. Le rispondono: Aspetti di vedere il film al cinema. Dice Tiziana: Siamo rimasti chiusi dentro la sala, dodici ore sotto l'aria condizionata. Moretti aveva il maglione intorno alla gola per ripararsi. Tiziana dice: Sembrava che Orlando fosse il marito di Margherita Buy. Non doveva parlare nessuno, non poteva parlare nessuno. Tiziana, parlando con le altre comparse, ricorda: Eravamo molto curiosi di osservare Moretti in azione. Ma noi veramente lo volevamo anche vedere come attore. All'Auditorium lui non ha recitato. Ma una piccolissima particina sono quasi sicura che lui l'abbia fatta. La stessa cosa ci dice Pierluigi. In mezzo a tutti questi registi voleva esserci anche lui. E' una tecnica pubblicitaria. Geniale. Non dire nulla prima di un film è molto importante. Crea attesa. Il pubblico non vede l'ora di capire di cosa si parla, dice Francesco Piccolo uno degli sceneggiatori del film. Insieme con lui ha collaborato alla scrittura Heidrun Schleef, che con Moretti aveva già lavorato alla Stanza del Figlio.
Alla fine il regista ci ha parlato
Alla fine però ha parlato con noi anche Moretti, giovedì sera in via delle Zoccolette, al ristorante Evangelista, a Roma. Con lui c'era (e se non era lui era un sosia perfetto) Antonio Ingroia, il pm palermitano con il quale Giancarlo Caselli ha istruito il processo per mafia contro Marcello Dell'Utri. Si è parlato del film. Si è sentita una data. Il 24 marzo. Sedici giorni prima delle elezioni. Parlavano del film. Lo commentavano, cercavano di analizzarlo. Ma parlavano anche di politica. Dei girotondi, di quelle proposte ricevute da Nanni per entrare in politica, su quella voglia che aveva Nanni di entrare in politica facendo girotondi ma non solo, delle svastiche e le falci e martello allo stadio che non è possibile che siano considerate allo stesso modo delle elezioni, di Berlusconi, di questo film che in fondo un po' elettorale lo è, si parla di destra e di sinistra. Cordiale, gentile.
Sul tavolo di Moretti arrivano i carciofi al mattone, zuppa di ceci, maialino e zabaione. Sono in due. Di fronte a lui un uomo, capelli radi, barbetta incolta. Ingroia (o il suo sosia perfetto). Moretti del film non vuole parlare. Sbuffa, i capelli sono arruffati, indossa un maglioncino azzurro. Ha la solita barbetta un po' incolta, il solito sguardo un po' distaccato, le solite parole scandite e cadenzate. E' il solito Nanni Moretti. Sorride, era arrivato con un mal di pancia che non ti dico. Aveva detto: Non posso mangiare nulla. La gente lo guarda con grande curiosità. C'è chi bisbiglia. Si sa che Moretti sta montando il suo film. Si sa che sarà una pellicola con grande riferimento all'attualità politica. In una sola parola: Berlusconi. Ma in realtà nessuno, finora, aveva raccontato alcunché di significativo. Si siede a tavolo, molto composto e molto cordiale. Il Foglio lo intercetta: Al cinema a me piace arrivare senza sapere nulla. E allora, assicura, si saprà qualcosa soltanto quando uscirà nelle sale.
Franco Cordero scriveva su Repubblica del Caimano: Il bello dello studiare B. è che le ipotesi analiticamente giuste risultano sempre confermate a opera sua: salta sulla preda, la inghiotte e digerisce, indi ripete l'operazione; fenomeni naturali, come le cacce del coccodrillo o la digestione del pitone. Tout se tient nella sua storia. I paleontologi ricostruiscono l'intero dinosauro da una vertebra. Idem qui. Persi i protettori salta in politica e non perché gliene sia venuto l'estro: impadronendosi dello stato vuol salvare una terrificante ricchezza in crescita continua; siccome ha la cultura dei caimani, non gli passa nella testa che esistano poteri separati; e non stia bene diluirsi i falsi in bilancio, ai quali risulta piuttosto dedito, o storpiare la disciplina delle rogatorie affinché prove d'accusa spariscano dai processi milanesi, o codificare stramberie utili alla fuga da Milano. Il Caimano deve impadronirsi dello stato. Nel film il Caimano deve controllare la scena. Non può sfuggirgli nulla perché tutto deve passare sotto il suo controllo. Gli attori devono dire quello che vuole lui. La regia deve essere esattamente come ce l'ha in mente lui. Le luci, le battute, la scenografia, i movimenti. Al Caimano non può sfuggire nulla.
Ma nei corridoi della Mikado, la società che distribuirà il film, già s'ascolta che stupirà la locandina: Non sarà come tutte le altre. Ma che vuol dire? C'è da aspettarsi un fotomontaggio? Qualcuno parla di un'Italia sovrastata da
. E' tutto. Ma qualcuno si sbilancia perché il manifesto pubblicitario non sarà soltanto promozione artistica, ma una vera campagna. Giusto, perché Il Caimano uscirà a ridosso delle elezioni e se non abbiamo capito male vorrebbe dipingere un'Italia dove gli italiani portano in scena la loro vita, ma se a un personaggio particolare guarda caso Berlusconi non piace qualcosa entra in scena e cambia tutto come lui vuole. Un ruolo che permette al Caimano di poter dire, o semplicemente pensare, che nella vita degli attori e quindi degli italiani ciò che va bene è soltanto ciò che piace al Caimano.
26 febbraio 2006