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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 19 febbraio 2006



La squadra impresentabile che ci ha governato
Eugenio Scalfari su
la Repubblica 19 febbraio

Non è la prima volta che Calderoli si dimette da ministro delle Riforme. Lo fece qualche mese fa per mantenere il voto parlamentare sulla legge detta «devolution» al primo posto nell´agenda delle Camere. Quel gesto, spalleggiato da Bossi e fiancheggiato dallo stesso presidente del Consiglio, serviva a mettere in riga il partito di Casini e riuscì perfettamente nell´intento. Le dimissioni furono prontamente ritirate e la legge passò con il voto blindato di tutta la maggioranza.
Questa volta il caso è diverso, c´è di mezzo il rapporto con la Libia, deposito e serbatoio del flusso imponente dell´emigrazione clandestina africana. Ci sono di mezzo anche undici morti e decine di feriti, ma di quest´aspetto cruento delle goliardate leghiste nessuno si preoccupa, né in Italia ma neppure in Libia, quella gente è carne da cannone e di loro chi se ne frega.
Apro una parentesi: per virtù di Berlusconi la Libia è da due anni uscita dall´elenco degli Stati-canaglia e dall´embargo che vigeva fin dai tempi di papà Bush. La sua «riconquista» alla democrazia occidentale e all´amicizia con l´Italia è stata più volte celebrata e portata ad esempio insieme alle elezioni democratiche (?) in Egitto, in Libano e in Iraq. Per noi in particolare è stato sbandierato come grande successo l´accordo di congiunta sorveglianza dei porti libici per impedire gli imbarchi clandestini. Il nostro ministro dell´Interno è stato varie volte a Tripoli affiancato da folte delegazioni e tornandosene a casa onusto di allori e di protocolli di intesa.
Risultati concreti neppure l´ombra: gli imbarchi dei clandestini sono tranquillamente continuati. Ma ora apprendiamo dallo stesso governo che la Libia è rimasta un paese dominato da un regime di terrore e che il malanimo contro l´Italia è più vivo che mai. Noi lo sapevamo da un pezzo, ma la versione ufficiale dipingeva bianco quello che ora risulta nero e il sistema televisivo comunicava fedelmente il messaggio alle masse degli italiani in ascolto. Contrordine: non è così. Il colonnello Gheddafi è tuttora un nostro acerrimo nemico.
Comunque il caso Calderoli non è un episodio personale dovuto all´irruenza non controllabile d´un personaggio bizzarro. Il caso Calderoli nasce nell´humus leghista, nella innata patologia leghista, nella sua anomalia che però da cinque anni costituiscono il puntello più efficace di Berlusconi nei confronti degli altri suoi alleati e nel dominio elettorale (almeno finora) delle grandi regioni padane.
I vertici il Cavaliere li fa con Fini e Casini ma per Bossi c´è il trattamento speciale della cena del lunedì nella villa di Arcore, con il sottosegretario Brancher come terzo convitato, quello stesso che nelle deposizioni del banchiere Fiorani risulta destinatario di cospicue elargizioni da parte della Banca popolare di Lodi.
Il ministro Fini e il ministro Buttiglione hanno detto l´altro ieri che il comportamento di Calderoli è vergognoso. La verità è un po´ diversa: è vergognoso che Calderoli sia ministro della Repubblica come è vergognoso che il ministro della Giustizia sia Castelli ed è altrettanto vergognoso lo sia Lunardi, ministro dei Lavori Pubblici e al tempo stesso appaltatore di lavori pubblici.
Lunardi semmai ha la scusante che il vero titolare dei conflitti d´interesse è lo stesso presidente del Consiglio.
In questo ha ragione. È infatti vergognoso che al vertice del potere esecutivo sieda Silvio Berlusconi.

* * *
Del sondaggio americano nessuno ormai parla più, neppure il suo Committente. È stato affondato dal semplice fatto che la ditta che l´ha effettuato è il consulente della campagna elettorale del Committente, per conseguenza il sondaggio costituisce uno degli elementi della consulenza.
Ma ne accenno qui solo per ricordare un particolare abbastanza umoristico oltre che rivelatore: quando il Committente annunciò d´avere affidato alla Pbs un sondaggio elettorale disse che esso avrebbe certificato l´avvenuto sorpasso rispetto alla coalizione avversaria. Lo annunciò, il sorpasso, nel momento stesso in cui dava il via a quel sondaggio del quale però conosceva già l´esito prima ancora che fosse effettuato. Una preveggenza fantastica, fuori dal comune. Accanto a Napoleone e a Gesù Cristo abbiamo la reincarnazione dell´oracolo di Delfi e della Sibilla Cumana. Poi si dice che un uomo così ce lo invidiano anche all´estero. Lo credo bene. Ce lo invidiano e ne ridono a crepapelle. Purtroppo per noi non è un oggetto esportabile.
Se glielo mandassimo in dono respingerebbero il pacco al mittente senza neppure aprirlo.

* * *
Accantonato il sondaggio, ora si discute se il Contratto con gli italiani firmato in carta da bollo da Berlusconi durante la campagna elettorale del 2001 sia stato onorato oppure no. C´è chi giura sul suo completo adempimento, chi lo nega e chi si tiene a mezza strada e fornisce percentuali più o meno verificate e verificabili.
Se ne parla da Vespa, se ne parla a «Primo Piano», se ne parla soprattutto nel salottino televisivo di Giuliano Ferrara e in altri luoghi consimili.
La verità l´ha bene scritta Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera di qualche giorno fa. Noi - se è permessa l´autocitazione - l´avevamo scritto fin da allora cinque anni fa e poi l´abbiamo ripetuto fino alla noia.
La verità è dunque questa: l´obiettivo principale di quel contratto era sbagliato in radice. Primo perché era irrealizzabile e lo si sapeva fin da allora. Secondo perché quand´anche fosse stato realizzato era un obiettivo non utile al buon andamento dell´economia italiana. Per questo è del tutto inutile discutere se sia stato realizzato o no.
L´obiettivo principale, che fu in gran parte l´elemento della vittoria del centrodestra, era la riforma delle aliquote Irpef e Irpeg e il connesso abbattimento della pressione fiscale. Improbabile da realizzare perché proprio all´inizio del 2001 (e non dopo l´11 settembre come ancora afferma Tremonti) cominciò a sgonfiarsi rovinosamente la bolla speculativa che aveva sostenuto per anni la Borsa americana e la domanda internazionale.
Un governo capace avrebbe dovuto sapere che la domanda mondiale, consumi e investimenti, stava entrando in situazione di ristagno, che il Pil dei paesi industriali sarebbe diminuito e che di conseguenza le entrate tributarie avrebbero registrato serissime difficoltà.
In queste condizioni ridurre la pressione fiscale e volgere verso più basse aliquote le imposte sul reddito era un rischio della massima gravità. Ma tutto questo fu volutamente ignorato.
Dico volutamente perché Berlusconi e i suoi spin doctors elettorali erano sicuri (ed in questo avevano ragione) che lo slogan «meno tasse per tutti» avrebbe assicurato la vittoria. Di qui la grande idea del Contratto e di qui il vincolo che il «premier» pose al suo ministro dell´Economia: ridurre le aliquote doveva essere l´obiettivo da realizzare a tutti i costi. Del resto lo è ancora oggi visto che il «premier» promette e s´impegna per i prossimi cinque anni ancora sul tema della riduzione delle tasse (il che tra l´altro è l´ennesima conferma che quell´obiettivo non è stato realizzato).
Tremonti naturalmente ubbidì. Con ritardo ma non per colpa sua. Nei primi cento giorni (ma anche nei secondi e nei terzi cento giorni) la legislazione ad personam e l´inutilissima battaglia sull´articolo 18 (che fu poi abbandonata come un figlio bastardo) impegnarono le energie di tutto il governo e di tutta la maggioranza. Ma poi arrivò il momento di adempiere all´impegno maggiore. Si buttarono al vento i primi 6 miliardi, poi altri 6 e ci si preparava ad arrivare ad un totale di 18. Ventiquattromila miliardi di vecchie lire gettate dalla finestra che ebbero effetto zero sui consumi, sugli investimenti, sulla competitività, sulla dimensione delle imprese. Ma ebbero effetto rovinoso sulla finanza e sull´economia nel suo complesso: avanzo primario distrutto, debito pubblico aumentato, esportazioni in crollo, perimetri internazionali saltati.
Per evitare la bancarotta certificata piovvero i condoni, la finanza creativa, lo spostamento del peso fiscale sugli enti locali e sui servizi, l´accrescimento delle imposte indirette sui consumi e sugli affari.
Nei più recenti dibattiti televisivi Tremonti sostiene che l´azzeramento dell´attivo di bilancio non ha alcuna importanza e che viceversa quello che conta è l´andamento del debito pubblico che per noi sta andando bene.
Per me è fonte di crescente e anche ammirato stupore ascoltare queste affermazioni da parte del ministro dell´Economia che ce le propina nella convinzione evidente di avere come interlocutori dei perfetti imbecilli (tra gli interlocutori ci metto per primi 50 milioni di elettori ai quali queste affermazioni sono rivolte). Ma a questo punto voglio osservare: 1. Quando il rapporto fra entrate e spese è squilibrato l´avanzo primario del bilancio sparisce e diventa disavanzo. Così è esattamente avvenuto nei cinque anni di governo del centrodestra.
2. Quando il bilancio è in disavanzo lo Stato non può che ricorrere al debito pubblico o all´inflazione. Non potendo far ricorso a quest´ultima poiché non è più nelle mani della Banca Centrale Nazionale, si è fatto appunto ricorso al debito. Esso fu ridotto, in rapporto al Pil, dai governi di centrosinistra a quota 105 creando nel contempo un avanzo primario di bilancio pari al 5 per cento del reddito. Il governo Berlusconi-Tremonti ha mandato in disavanzo il bilancio ed ha riportato il debito pubblico a 107-8.
Probabilmente il 2006 si chiuderà con un debito a livello di 110 rispetto al Pil.
Voglio infine spiegare perché gli obiettivi del governo, ove mai fossero stati realizzati, sarebbero stati soltanto un inutile sperpero di denaro.
L´economia italiana non ha bisogno di stimolare la crescita della domanda ma piuttosto la crescita dell´offerta: offerta di nuovi prodotti, cioè innovazione. In questa situazione lo stimolo fiscale deve essere concentrato sulle imprese e non sui redditi personali. Ridurre il cuneo fiscale è utile alla competitività, ridurre le aliquote Irpef è inutile specie se la maggior riduzione va ad avvantaggiare i redditi più elevati.
Onorevole Tremonti, la sua pagella contiene dunque cifre e orientamenti sbagliati. Lei merita zero in profitto ma lode in capacità di accalappiare i gonzi.
Spero vivamente che questa volta i gonzi siano pochi.


La tecnica di Sun Tzu
Barbara Spinelli su
La Stampa 19 febbraio

«Egli non pianificherà marce superflue, egli non escogiterà attacchi futili. Se saprà guardare nel futuro e discernere condizioni che ancora non sono del tutto manifeste, non farà errori e invariabilmente vincerà».
Quel che scriveva Sun Tzu più di duemila anni fa, nell'Arte della Guerra, vale in fondo anche in democrazia, dove le battaglie per sconfiggere l'avversario si conducono senza spargimento di sangue ma non per questo cessano di essere veri combattimenti: con regole, espedienti e previsioni tipiche della contesa bellica.
Dunque bisogna vincere l'oppositore, e non solo corazzarsi per proteggere se stessi dalla sconfitta. Dunque bisogna sapere che l'opportunità di vincere è fornita dall'avversario (dalla conoscenza minuziosa delle sue forze e debolezze) mentre la capacità di difendere se stessi dalla disfatta è tutta e solo nelle proprie mani. Anche questo dice Sun Tzu, nel suo modo laconico: «Il buon combattente sarà capace di assicurarsi dalla disfatta, ma ciò non gli darà la certezza di sgominare l'avversario».
Conoscerà forse se stesso e affiliati, ma non chi lo avversa e di conseguenza neppure il mondo esterno nella sua interezza. Resterà preferibilmente a casa, si farà applaudire dai suoi, piuttosto che avventurarsi per strada dove sono in agguato provocazioni, imprevisti, prove di forza subitanee.
La lettura di Sun Tzu aiuta a capire la campagna elettorale e le sue ultime peripezie. Due schieramenti s'oppongono con intenso desiderio di farsi valere, ma la tecnica di combattimento per vincere davvero, per organizzare l'offensiva e non solo la difensiva, è male distribuita e spesso sottovalutata, non solo a sinistra ma specialmente a sinistra.
Nei mesi scorsi tale tecnica è stata il punto forte del presidente del Consiglio, e questo spiega il suo recente rafforzarsi, risalire. È Berlusconi, giorno dopo giorno, a escogitare incursioni in campo avverso, a prendere l'iniziativa dell'attacco, e la prima parola è praticamente sempre la sua. Non lo è solo perché controlla le televisioni, oggi cruciali nelle competizioni.
Se da settimane ha la prima parola è perché i vocaboli prescelti sono semplici, chiari, subito si fissano nelle memorie. Perché dà l'impressione di essere a capo delle proprie truppe e di saper emarginare gli alleati non presentabili senza patemi.
Vive di apparenze, ma la destrezza nell'usare parvenze e simulacri non è un ostacolo bensì un ingrediente della tecnica di combattimento applicata alla società dello spettacolo.
E tuttavia le apparenze son lungi dall'essere sufficienti, come Sun Tzu ricorda: occorre anche prepararsi agli imprevisti, discernere in tempo utile condizioni ancora non del tutto manifeste, e in questo Berlusconi non è forte.
Nello stesso momento in cui ostenta attitudine al comando espellendo gli impresentabili neofascisti della Mussolini, il Premier vien colto di sorpresa dallo scandalo Calderoli: il vero impresentabile abitava dunque da anni in casa, un suo ministro ha esibito in tv la maglietta con le vignette anti-islamiche, provocando un sanguinoso assalto al consolato italiano di Bengasi, e Berlusconi su tale forza eversiva (l'unico partito neofascista che governi, in occidente) non ha voluto esercitare potere. Ieri ha costretto Calderoli a dimettersi, ma l'Italia è più che mai nel mirino terrorista e le responsabilità sono del suo governo al completo.
Altra sua impreparazione a eventi non manifesti: il riemergere della questione morale, a seguito della lettera dell'avvocato inglese in cui si ammette che Berlusconi l'ha corrotto (600.000 dollari). La sua bravura tecnica nell'appropriarsi della questione morale contro la sinistra d'un colpo si sfascia, e per l'ennesima volta il Premier è indagato per corruzione in atti giudiziari.
La magistratura s'intromette nelle elezioni e può dispiacere, ma l'elettorato potrebbe esser colpito da una sostanza che da anni si ripete.
Questo presidente del Consiglio è costantemente sospettato di illegalità, corruzione, uso di denaro per comperare servitori dello Stato o testimoni, e la responsabilità è pur sempre sua e non di chi indaga. Resta il fatto che Berlusconi ha una straordinaria energia nel combattere. E che c'è del metodo, nel suo gioco d'apparenze, di finzioni, di sondaggi artefatti e non.
Si prenda ad esempio il giudizio degli imprenditori, interrogati in un sondaggio del Sole 24 ore.
La gran parte di essi è convinta che i malanni più gravi siano dovuti ai cinque anni trascorsi, eppure è Berlusconi che vien preferito alla sinistra e al suo programma, ritenuto inaffidabile essendo scritto in sociologico-burocratese. Un altro esempio è la capacità berlusconiana di rimontare la china. Fino a poco fa sembrava finito, le regionali furono una disfatta.
La sinistra è ancora in vantaggio, ma la sua sicurezza appare eccessiva e non trascina, perché non smuove l'elettore incerto.
Ci vuole accanimento offensivo e senso d'opportunità, per mutare un clima come ha fatto Berlusconi, ed è un accanimento che la sinistra non possiede o non vuol possedere: né sull'economia, né sulla questione morale e sul conflitto d'interessi che da anni l'ha vista sempre transigente, intimidita.
Ci vuole una tecnica, che persuada la gran maggioranza dell'elettorato e non solo una parte. Questo significa che le battaglie per il potere, in democrazia, non presuppongono solo la convinzione d'essere nel giusto. Si può aver ragione, ma perdere perché non si dispone d'una tecnica operativa di contrasto. Anche per un soldato è così: può combattere contro il male (fu così per la Francia resistente a Hitler, nel '40), ma se non ha la tecnica - fin dall'inizio fu tale il monito di De Gaulle - sarà sopraffatto. Nell'odierno duello Berlusconi ha una tecnica, mentre la sinistra pensa che essa sia mero orpello.
È una tecnica anche giocare con sondaggi eterodossi. Non basta dire che i sondaggi sono finti, quando con essi Berlusconi non rispecchia ma crea una nuova realtà e un nuovo clima di fiducia attorno a sé. Il ragionamento vale d'altronde anche per Prodi: la fiducia che si è creata attorno alla sua figura, nelle primarie, Berlusconi l'ha completamente sottovalutata (nell'evento inoltre non c'era alcunché di fittizio). In questo caso è lui il soldato tecnicamente inadatto, ignaro che un programma cattivissimo può ben combinarsi con un'eccellente - e vincente - tecnica combattente.
C'è qualcosa di poco umile, anche di arrogante, nella sottovalutazione delle arti tecniche avversarie. Se l'avversario dimostra particolari capacità di persuadere l'elettorato, se sa ascoltarlo e non solo farsi ascoltare, vuol dire che c'è immedesimazione nel cittadino smarrito: un vantaggio non trascurabile.
D'Alema ne è consapevole: «Occorre imprimere una svolta alla campagna, perché non si è mai vista una competizione per il governo che non affronti alcuno dei grandi problemi sul tappeto», dice a Geremicca su La Stampa di sabato.
Ambedue i contendenti sono guidati da persone che non hanno pieno controllo sulle proprie truppe, che son costrette a continui arretramenti, vaghezze. Ambedue hanno estremisti che devono saper contenere.
Sono difficoltà che Berlusconi ha con la Lega più ancora che con la Mussolini, e non solo sull'Islam ma sull'uscita dall'euro, preconizzata dai ministri Maroni e Calderoli.
Ma l'opposizione non è dissimile. Il programma che ha varato è molto, molto lungo.
Ed è impreciso non perché profondo, ma perché su essenziali dilemmi non v'è accordo: dalla Tav all'Iraq. È la prova che Prodi non è vera guida, nonostante le primarie, e che per vincere deve diventarlo e come tale esser riconosciuto, non screditato da impazienti come Veltroni che sognano grandi coalizioni centriste scambiandosi con Casini complici bigliettini.
Ma soprattutto il programma dell'Unione è introspettivo anziché indirizzato all'esterno, all'Italia. È fatto per risolvere i problemi tra partiti coalizzati, ed è scritto da chi - pensando di avere la vittoria in mano - si prende il lusso di parlare solo a se stesso. La vittoria in mano non ce l'ha, l'ora di combattere infine comincia, e non è male che sia così. Perché finalmente dovranno esser sacrificati estremismi e utopie, per definizione inconciliabili con l'umile ascolto di elettori incerti.
Dovrà esser usato un vocabolario chiaro, conciso. La voce dissonante di Ferrando su Israele «Stato artificiale» e Prodi «maggiordomo delle banche» avrebbe dovuto esser ritenuta incompatibile prima che il Corriere della Sera la rivelasse: allo stesso modo in cui - nel mondo bancario, in Banca d'Italia - Fiorani avrebbe dovuto esser estromesso prima che il magistrato intervenisse.
Esser molto sicuri di stare dalla parte della ragione dà conforto, ma non necessariamente vittoria. Dice ancora Sun Tzu: «Se non conosci né il nemico né te stesso, soccomberai in ogni battaglia».
Tutti e due i compiti vanno affrontati, a destra come a sinistra.


L'incubo
Furio Colombo su
l'Unità 19 febbraio

Ora che mi sono candidato dovrò dire perché ho accettato la proposta di impegnarmi personalmente nella campagna elettorale.
Mi ha guidato la frase di Kennedy (discorso inaugurale del 1961): «Non chiedetevi che cosa il vostro Paese può fare per Voi. Chiedetevi che cosa potete fare Voi per il vostro Paese». Da italiano, in questo anno terribile, mi sento di dare questa risposta: per il bene del nostro Paese dobbiamo rendere democraticamente impossibile la continuazione del governo Berlusconi.
È il governo di Calderoli, il ministro italiano che, con un solo gesto volgare e irresponsabile, ha provocato 11 morti (complice altrettanto irresponsabile un programma del Tg 1 che ha trasmesso con allegria la vergognosa messa in scena). Le dimissioni del leghista sono un sollievo. Ma siamo ancora costretti a fare da pubblico alle marionette di Berlusconi. Infatti lo spettacolo, benché immensamente dannoso per l'Italia, non finisce finché il capo comico e proprietario non uscirà definitivamente di scena. È inquisito per calunnia, rinviato (fra poco) a giudizio per corruzione, assolto per prescrizione sulla base di una sua legge approvata dalla sua maggioranza apposta per lui. Ma lui ha appena dichiarato (venerdì, a Perugia) che non se ne andrà fino a quando non riuscirà a “cambiare la magistratura” che vuol dire abolirla se gli si lascia il tempo di farlo. Adesso è alleato ufficiale (questo è il suo vero contratto) con tutti gli arnesi del vecchio fascismo. Ed è indicato dalla stampa americana come “avanguardia” di una nuova tecnica di occupazione del potere, che vuol dire, fondamentalmente, comprare il potere.
Ora tocca a noi italiani. Non possiamo permetterci un secondo governo Berlusconi.
Nel primo ci ha tolto tutti i mezzi di comunicazione, ha truccato tutti i telegiornali (salvo il Tg 3), ha bloccato tutti i percorsi di legge che potevano personalmente danneggiarlo, ha fondato una scuola di classe, ha fatto finta di aumentare l'occupazione includendo nel numero dei nuovi occupati gli immigrati approdati al permesso di lavoro (e che il lavoro lo avevano già).
E ancora, ha abbandonato ferrovie e trasporti aerei nella più completa incuria, ha bombardato i media con false notizie di grandi opere inesistenti, purtroppo assecondato da colleghi che si definiscono giornalisti e sopra le parti. L'economia - unica in Europa - è a zero, le esportazioni sotto zero, le forniture di combustibile e di energia precarie e incerte come il lavoro dei giovani, l'immagine dell'Italia marginale, ridicola o ignorata.
Ricordate la copertina dell'Economist con il titolo «Ma Berlusconi è degno di guidare l'Italia»?
Ricordate la risposta «No», da parte di chi la storia di Berlusconi la conosceva bene? Non torno a quella profetica frase per “demonizzare” Berlusconi. Ci torno per ricordare quanto era alta l'immagine dell'Italia in quel momento, rispetto alla reputazione internazionale del padrone di Mediaset.

Non solo i lettori dell'Unità, ma molti italiani si rendono conto che non ci troviamo a competere in una normale campagna elettorale in cui una opposizione venata di solidarismo e passione sociale sfida una maggioranza liberista e di mercato.
Quello è il sogno dei Paesi normali, ma a noi non spetta. Noi siamo fuori dalla normalità. E chiunque sia normale fra noi si rende conto che l'Italia non può permettersi un secondo governo Berlusconi. Se il primo è cominciato con Genova (eppure era appena il debutto, in una situazione internazionale immensamente meno pericolosa) provate a immaginare come inizierebbe il secondo. Noi ci rendiamo conto di non avere altro strumento che il voto e quel che resta della libertà democratica. Ma questo ci impone di essere molto attenti a non accettare mai più che sia l'impero mediatico di Berlusconi a dirci di che cosa dobbiamo discutere. Ci impegna a difendere gli spazi almeno teoricamente garantiti dalla parte della Costituzione non ancora distrutta, con tutte le nostre forze, chiamando a sostegno tutta l'opinione pubblica che vorrà ascoltarci e seguirci. Non possiamo permettere che Prodi, leader di tutta l'opposizione, venga sciolto ogni giorno nell'acido del Tg 1 dal quale si salvano solo poche sillabe, e in cui vengono ripetute sempre le stesse inquadrature, Prodi che cammina da destra a sinistra fiancheggiato da Sircana e Ricky Levi, e mai (mai) una volta che si veda la gente che lo ferma in strada per dirgli «bravo» e «coraggio» e «tenga duro professore», come avviene nella realtà. Nei Tg di regime Prodi guarda nel vuoto e pronuncia frasi spezzate. Al contrario, Berlusconi è sempre filmato di fresco, finisce e rifinisce i suoi argomenti (ripetuti dai talk show ai telegiornali e dai telegiornali ai talk show) ed è sempre circondato da folle festanti. Se occorrono dei minuti in più per completare il pensiero, quei minuti per lui si trovano sempre.
In questa situazione di emergenza è il momento di stabilire che non c'è niente di male a dare del maleducato a Tremonti quando si permette di offendere gli avversari. E non c'è niente di male a dirgli in pubblico, quando è il caso (ed è spesso il caso), che mente o che manipola quasi sempre, quasi tutte le cifre.
Non c'è niente di male nell'urlo di D'Alema - che sembrava uscito dal conscio e dall'inconscio di tanti italiani - quando ha voluto ammonire il compìto Casini, già presidente della Camera, che stava difendendo con calore e amicizia il suo sodale di partito (e portatore di molti voti) Totò Cuffaro. Una conversazione televisiva con il leader di un partito moderato a proposito di un numero uno di quel partito, inquisito per mafia, che per decenza non dovrebbe ricandidarsi, non è un tè con i pasticcini. E non c'è niente di male a far sapere a Berlusconi che non potrà sottrarsi all'unico vero dibattito che conta: quello con chi vorrà leggergli correttamente e scrupolosamente, traendo dai verbali della Camera e del Senato tutto ciò che ha fatto e detto in questi lunghi, interminabili, tremendi cinque anni di governo.
***
«Mentre era impegnato a farsi nuovi amici, Berlusconi non dimenticava quelli vecchi. O meglio, erano loro a non dimenticare lui. Poco dopo la mezzanotte del 29 novembre 1986, Berlusconi fece una ansiosa telefonata a casa di Marcello Dell'Utri. Qualcuno aveva fatto esplodere una bomba davanti agli uffici milanesi della Fininvest. “È Mangano”, disse Berlusconi. “Se Mangano mi avesse telefonato, gli avrei dato subito i 30 milioni”. Aggiunse che lui e Fedele Confalonieri erano spaventati a morte, e chiese a Dell'Utri di scoprire chi potesse avere piazzato la bomba, gridando “È importante!”».
Il seguito di questo thriller i lettori potranno trovarlo nel libro «Citizen Berlusconi» di Alexander Stille, appena uscito negli Stati Uniti (e in Italia, da Garzanti). Ai nostri lettori possiamo anticipare che Berlusconi e Dell'Utri non erano «spaventati a morte» dal ritorno del comunismo. Infatti risulta che Dell'Utri abbia telefonato immediatamente a un certo Cinà, di cui sanno tutto non i membri della Commissione Mitrokhin, ma i giudici del pool anti-mafia di Palermo.
Questo frammento di storia italiana (che da solo proietta un pauroso cono d'ombra sul nostro Paese), spiega perché, il 25 settembre del 2004 Paolo Sylos Labini aveva elencato su questo giornale i «sei motivi per urlare» che appariranno anche in «Ahi, serva Italia» di prossima pubblicazione: «Primo, il vero programma del cavaliere (si riferiva alle curiose coincidenze tra il tracciato berlusconiano e la Loggia P2; secondo, Berlusconi e la mafia; terzo, devastazione della Giustizia; quarto, devastazione della Costituzione (la devolution); quinto, l'inganno dell'Iraq; sesto, l'errore di litigare tra noi invece di denunciare quello che sta facendo Berlusconi».
Chiunque partecipi, da cittadino o da candidato, a questa campagna elettorale, sa che la differenza (il vero sondaggio) è tra votare e non votare. Sa che il pericolo è il silenzio. Sa che le sabbie mobili sono le conversazioni benevole che contraddicono una realtà tragica, avvertita come troppo pericolosa da molti italiani e da una gran parte dell'opinione pubblica internazionale. Il presidente del Consiglio, che vuole essere di nuovo presidente del Consiglio, è l'autore del più grande disastro dell'economia italiana dal 1945. Ci sono per la prima volta veri fascisti dentro la coalizione che punta al governo. Si vede (e non può essere smentita) la mafia nelle vicinanze di chi governa e vuole ancora governare.
Il conflitto di interessi è immenso ed è in crescita. Tocca a tutti noi cittadini difendere l'Italia e respingere l'incubo.


Tolleranza serve un limite
Ernesto Galli della Loggia sul
Corriere della Sera 19 febbraio

Intanto cominciamo a convincerci — lo ha scritto ieri Magdi Allam — che le famigerate vignette antiislamiche c'entrano abbastanza poco con la bufera antioccidentale che da settimane sta soffiando dal Pakistan a Bengasi. Certamente quelle vignette hanno offeso milioni di credenti, ma esse hanno rappresentato solo un pretesto, sono state usate puramente come un'esca per scatenare violenze e disordini (il che non attenua, ma semmai aggrava, le responsabilità di chi come il ministro Calderoli non ha capito o, se ha capito, ha abboccato all'esca sperando in una manciata di voti in più).
Sono almeno due le ragioni che inducono a dubitare fortemente della spontaneità dei moti di piazza nelle capitali islamiche. Innanzi tutto le notizie che si hanno del complesso lavorio (durato almeno tre mesi dalla pubblicazione delle vignette alle prime manifestazioni) messo in opera dai capi della comunità islamica danese al fine di attivare i canali di mobilitazione che poi sono entrati in azione; e in secondo luogo l'ovvia complicità dei governi nei disordini, disordini avvenuti perlopiù in Paesi dove neppure un capannello di poche persone può riunirsi senza che la polizia lo sappia in anticipo, potendo così intervenire (o non intervenire) a suo piacere.
Dunque disordini preparati e voluti, ma non perciò meno gravemente rivelatori. L'estrema violenza e la rabbia cieca delle manifestazioni, la loro estensione e il loro ripetersi continuo, la partecipazione ad esse di una moltitudine di giovani, sono la spia che oggi nel mondo islamico si sta diffondendo, si è già diffuso, un virus cultural-religioso e politico dagli effetti incontrollabili, di cui la vittoria di Hamas nelle elezioni palestinesi e i proclami atomico-antisemiti di Ahmadinejad sono un'ulteriore e preoccupantissima prova. Che cosa sta succedendo tra quelle centinaia di milioni di uomini governati da regimi deboli e dispotici? Molta parte della scena ci rimane oscura, dominata dalla mancanza di libertà e quindi dal segreto, ma ne vediamo gli effetti: una sfera politica caratterizzata dalla demagogia e dall'incapacità di avviare qualunque vera riforma, una sfera sociale priva di qualsivoglia guida alla discussione razionale (giornali e tv indipendenti, intellettuali di orientamento liberale, scienziati), con un'altissima propensione al fanatismo religioso, indisponibile a riconoscere alcun diritto a chi pensa o vive diversamente, con una paurosa accettazione della violenza, e alla quale, infine, è possibile far credere che l'Occidente sia responsabile di ogni cosa.
Noi europei ci stiamo rapidamente abituando a tutto ciò, non ne scorgiamo più l'assoluta anomalia. Timoroso dell'accusa di leso multiculturalismo, il nostro discorso pubblico non osa più esprimere giudizi che non siano di comprensione, di più o meno tacita «tolleranza», verso qualunque intollerabile violenza o malefatta commessa nelle contrade dell' Islam. Ad una folla polacca o irlandese non perdoneremmo neppure un centesimo di quello che siamo pronti a perdonare ad una folla libica o afghana: ma ci va bene così. Dando un esempio stupefacente di viltà l'Unione Europea non ha espresso una protesta vigorosa neppure quando è stata devastata la sua sede a Gaza da una folla di quegli stessi palestinesi che vivono solo grazie agli aiuti di Bruxelles. Nulla sembra scuoterci, insomma: non solo non vogliamo accorgerci della via pericolosa che l'Islam ha imboccato, ma, quel che è peggio, sembriamo aver perfino paura di parlarne.


La fretta del colonnello
Guido Rampoldi su
la Repubblica 19 febbraio

Roma e Tripoli cercano di chiudere l´incidente di Bengasi, se si può dir così dir così di quegli undici morti, con una rapidità che conferma come il regime libico tema almeno quanto il governo italiano l´estendersi dei moti fondamentalisti. Le dimissioni di Calderoli, la sospensione del ministro dell´Interno libico e delle autorità di polizia di Bengasi, perfino l´elevazione al rango di "martiri" degli uccisi, incomprensibile se non comportasse per le famiglie il diritto ad un sussidio, tutto questo ieri pareva aver placato la collera dei vicoli e contenuto un incendio che minacciava di propagarsi non solo alla gioventù senza lavoro.
soprattutto minacciava di estendersi agli immigrati, una massa povera pari a un quarto della popolazione. In quel caso il bersaglio non sarebbe stato più soltanto l´insignificante Calderoli, ma anche il regime di Gheddafi. Tuttavia le vittime dei tumulti devono essere ancora sepolte, e così forse il contenzioso tra l´oltranzismo libico e l´Italia. E per un fronte che potrebbe chiudersi altri potrebbero aprirsi.
L´imbarazzante Calderoli è riuscito a farsi notare un po´ dovunque nei Paesi musulmani, e nelle ultime giornate vari telespettatori arabi intervenuti nel forum d´una tv satellitare, la saudita al-Arabiya, suggerivano di estendere il boicottaggio delle merci danesi ai prodotti italiani. Anche per questo tanto Ciampi quanto Fini ieri erano impegnati a dimostrare che l´Italia non è Calderoli. In particolare il ministro degli Esteri ha voluto incontrare diplomatici della Lega araba in un luogo altamente simbolico, la moschea di Roma, e questa campagna d´immagine potrebbe convincere gran parte dei settori religiosi nei Paesi arabi, sempre che nel frattempo i Castelli e i Maroni non riattizzino le fiamme per ricavarne un utile elettorale. Ma se ha ragione che intuisce una regia internazionale dietro le sollevazioni e i boicottaggi di queste settimane, neppure i messaggi più concilianti potrebbero togliere l´Italia da una situazione scomoda.
Negli stessi moti di Bengasi si possono immaginare ispiratori esteri e provocatori tra gli immigrati che hanno partecipato alle dimostrazioni. E questa sembra l´ipotesi di lavoro dei servizi di sicurezza libici dopo la scoperta che alcuni tra gli uccisi avevano nazionalità egiziana e palestinese. Ma gli immigrati sono un milione e mezzo, contro quattro milioni di libici, dunque non sarebbe straordinario se tra i manifestanti vi fossero anche stranieri. Si potrebbe inoltre sospettare una regia dei Fratelli musulmani, l´organizzazione integralista che Gheddafi ha combattuto con estrema durezza. Ma da mesi il regime – soprattutto per impulso del figlio di Gheddafi che forse erediterà il potere – promette una revisione del processo agli 86 Fratelli tuttora incarcerati: in una fase così delicata difficilmente l´organizzazione avrebbe mosso guerra al regime. Se vi sono ispiratori, sono semmai in quella rete di movimenti jihadisti, fluida come Internet, che si estende dalle madrasse pachistane fino al Marocco.
Ma è altrettanto possibile che si sia trattato di moti spontanei, non provocati da una particolare "cultura", ma da una particolare storia. Bengasi incuba da tempo malessere e scontento.
Nella Libia di Gheddafi il capoluogo della Cirenaica è sempre stata una città indocile, come sarebbe qualsiasi città di mercanti in un sistema autoritario. Ha i pozzi di petrolio, i più grandi della Libia, ma non riesce ad intercettare i profitti degli idrocarburi, e neppure gli investimenti, finiti negli ultimi anni soprattutto nell´ovest e nel centro. Tutto questo aumenta i risentimenti della popolazione povera o disoccupata, in percentuale maggiore che a Tripoli. Il malcontento dev´essere vasto se per manifestarsi può prendere a pretesto perfino una partita di calcio. Accadde quando la squadra di cui era presidente un figlio di Gheddafi, in trasferta, fu aggredita dai tifosi del Benghazi. Ne nacque una sparatoria, seguita nel 2000 da un´ondata d´arresti, quindi di processi e di condanne a pene durissime.
Secondo i giudici, l´Ali Benghazi football club era lo schermo d´una organizzazione sovversiva (sovversiva in quanto rifiutava i principi della Rivoluzione libica). Non è escluso che vi siano adiacenze tra i tifosi sovversivi del Bengasi e i manifestanti, in gran parte giovani, che sabato volevano bruciare il consolato d´Italia. A quanto pare molti di quei giovani, non avevano una fortissima connotazione religiosa. E può darsi che nella loro reazione anti-italiana vi fosse anche l´eco delle atrocità commesse in Cirenaica dai soldati del generale Graziani, durante la repressione della guerriglia che si nascondeva tra le montagne dell´interno.
Di fronte al rischio rappresentato dalla mobilitazione di Bengasi Gheddafi poteva assecondarla e lasciar distruggere il consolato italiano, così come il siriano Assad ha lasciato distruggere l´ambasciata danese a Damasco; scegliere la non belligeranza, come giocoforza il fragile governo libanese quando le torme sunnite hanno attaccato il consolato di Danimarca a Beirut; oppure ordinare la repressione, allineandosi con i governi filo-occidentali di Karzai in Afghanistan e Musharraf in Pakistan.
Che non si fidasse della ribelle Bengasi o volesse confermare all´Occidente le proprie credenziali anti-fondamentaliste, Gheddafi ha ordinato la repressione. Certamente non voleva un massacro che ora lo imbarazza, ma neppure una confrontazione con l´Italia. Prova ne è il comunicato diffuso dalla Fondazione Gheddafi prima dei tumulti: fin dall´incipit distingue tra le «autorità italiane» e il ministro provocatore, Calderoli.
Tutto questo potrà deludere chi pensasse di partecipare ad uno "scontro tra civiltà". Ma la faccenda è più complicata. Coinvolge la storia, gli interessi, la politica, non meno che la religione e la cultura, e avviene in ciascun Paese secondo modalità proprie. È anche uno scontro globale, però innanzitutto all´interno dei due campi, divisi secondo la stessa linea di faglia: da una parte chi trova conveniente avere ad ogni costo una civiltà nemica, e chi invece ritiene che quella rappresentazione sia una sciocca mitologia.


Vedi alla voce Bene Comune
Paolo Prodi su
l'Unità 18 febbraio

Si parla tanto di legalità, di sicurezza e di insicurezza, di problemi concreti che assillano la nostra vita quotidiana di cittadini e ci impediscono di guardare al futuro con la fiducia delle precedenti generazioni: sembra venuto meno quel quadro complessivo di certezze che sembrava sino a qualche tempo fa per tutti noi un punto di riferimento tra le preoccupazioni che fanno parte inevitabilmente della nostra vita, nei rapporti di lavoro, nella criminalità e nelle disfunzioni della giustizia, nelle cure sanitarie, nella scuola. Ci sentiamo tutti più incerti ed insicuri, al di là delle statistiche, al di là dei dati quantitativi e delle dotte conclusioni dei sociologi sulla percentuale (61,1%, dice un serio studioso) con cui Berlusconi avrebbe mantenuto il contratto stipulato con gli italiani: personalmente penso che dire 40% o 70% sarebbe altrettanto assurdo.
D'altra parte nelle discussioni dei bar come nelle analisi degli addetti ai lavori si criticano giustamente le leggi ed i provvedimenti che in questi anni hanno contribuito ad aumentare gli squilibri e le tensioni: leggi e provvedimenti che vengono definiti come riforme ma che in realtà spesso hanno contribuito a distruggere non solo le deformazioni che volevano colpire ma anche le strutture che costituivano l'ossatura della nostra vita sociale e istituzionale. Potremmo elencare molte di queste pseudo-riforme: da quelle che hanno stracciato il tessuto della nostra costituzione (a cominciare, purtroppo, dal titolo V che ha messo l'amministrazione statale in balìa del potere politico), alla legge elettorale (non solo l'abbandono del principio maggioritario ma soprattutto l'abolizione delle preferenze che rappresenta un vero colpo per la democrazia), ai provvedimenti sulla giustizia, l'immigrazione, la droga, i rapporti di lavoro, la scuola e l'università ecc.
Lasciamo volentieri all'attuale Presidente del Consiglio il diritto di vantare il numero delle riforme attuate dal suo governo (mi pare di ricordare che ne abbia numerate 33): esse costituiscono nel loro moto convulso più lacerazioni del nostro tessuto nazionale che non l'avvio di un quadro coerente, di un progetto complessivo. Più che denunciare le malefatte dell'attuale maggioranza e il personale conflitto di interessi, il nostro dovere di democratici è quindi quello di elaborare e proporre un progetto organico per il futuro del nostro paese: di fronte alle lacerazioni attuali non si può proporre soltanto una serie di soluzioni diverse e alternative sui singoli problemi. Il vasto quadro programmatico presentato nei giorni scorsi non viene sufficientemente percepito come progetto organico dai nostri potenziali elettori: in questa situazione può aver buon gioco la propaganda della destra che dipinge il programma dell'Unione come un voluminoso elenco di cose da fare o come un compromesso complicato tra partiti in cerca di unione.
In questa situazione penso che non basti il richiamo a valori etici e politici condivisi, su cui pure ho insistito in interventi precedenti, ma che occorra delineare con forza una proposta, una visione del paese che vogliamo, senza aspettare i tempi e le fasi del futuro partito democratico. I punti su cui insistere per coagulare in modo unitario il programma mi sembra siano principalmente due.
In primo luogo la difesa ad oltranza della Costituzione, difesa strettamente collegata anche al prossimo referendum. Noi riteniamo che i princìpi che stanno alla base della nostra costituzione siano ancora validi e che devono essere più che mai sostenuti di fronte alle minacce della destra per ridare la sicurezza dei diritti individuali e collettivi ai cittadini. Questo è il nostro patto di convivenza. Il problema è che sino ad ora non è stato applicato in molti punti nel periodo delle ideologie, della democrazia bloccata e della guerra fredda. Pensiamo, per fare un esempio che riteniamo fondamentale, agli articoli della prima parte che riguardano la democrazia interna dei partiti (art.49) e delle associazioni sindacali (art.39). Per quanto riguarda la seconda parte della costituzione (sul funzionamento delle istituzioni) le misure correttive devono esserci ma in un quadro coerente, in funzione di una razionalizzazione equilibrata dei poteri ma anche, cosa meno considerata, di un risparmio per rendere più compatibile con le nostre difficoltà economiche il costo, il peso (ora sempre più intollerabile) che la collettività deve pagare per mantenere le strutture pubbliche della democrazia. Ora la realtà italiana assomiglia ad un condominio in cui tutti gli inquilini tendono ad essere amministratori non per dedicarsi al buon funzionamento dell'edificio ma per ottenere benefici e privilegi personali.
Il secondo punto è la difesa della distinzione tra pubblico e privato, tra «bonum commune», come si diceva un tempo nei nostri comuni medievali, ed interessi privati: l'inquinamento più grave avvenuto negli ultimi anni con l'accentuarsi della debolezza della politica rispetto al potere economico è stato proprio quello di cancellare sino quasi a farlo scomparire il confine tra pubblico e privato, confine che è stata la grande conquista dello Stato moderno, dello Stato di diritto. Sono stati necessari secoli alla civiltà occidentale per costruire questa distinzione dialettica tra le strutture pubbliche e le realtà del mercato, tra il bene comune e gli interessi privati.
Certamente nello scorso secolo l'ampliamento abnorme della sfera pubblica nell'economia e il riversamento totale del welfare a carico dello Stato avevano posto le basi della crisi, che ora attraversiamo e nessuno vuole un ritorno a questo “statalismo” malato. Ma le false privatizzazioni dagli anni '90 in poi, la sostituzione di monopoli pubblici con quelli privati, la costituzione di enti ibridi come le attuali Fondazioni bancarie - per fare soltanto alcuni esempi - invece di risanare gli equilibri hanno portato ad una confusione in cui scompare ogni distinzione sicura tra interesse pubblico ed interesse privato, mentre si moltiplicano le realtà sottratte ad ogni controllo democratico e sparisce la sicurezza del diritto. Non si tratta certo di rimpiangere o ricostruire il vecchio Stato-imprenditore ma di salvare lo Stato come «res publica» secondo il grande e millenario cammino che ci ha portati dal diritto romano alla modernità.
Bisogna ricordare che una delle prime funzioni dello Stato moderno, secondo le grandi intuizioni di Max Weber, è stata, tanti secoli fa, il monopolio della violenza legittima e della giustizia; credo che queste funzioni ed altre che si sono aggiunte con il passare dei secoli come la scuola, la sanità ecc. vadano salvate come «bene comune» se non vogliamo precipitare nella barbarie: non possono essere date in appalto ai privati senza controllo. Per fare un solo esempio, quello della scuola, si deve comprendere che la contrapposizione tra una scuola statale e una scuola privata, comprensibile sino a qualche decennio fa, ora non ha più alcun senso: se non vogliamo trovarci tra pochissimo con un paese a pezzi, in cui ciascuna cultura si chiuda nel suo ghetto (scuole cattoliche, evangeliche, laiche, musulmane ecc) dobbiamo capire che la scuola è una gran parte del nostro «bene comune» che dobbiamo difendere non per imporre una cultura di Stato ma per salvare la nostra convivenza nelle future generazioni.
Naturalmente questi problemi non possono essere affrontati all'interno dei confini del vecchio Stato-Nazione ma devono essere inseriti nel quadro dell'unità europea, nonostante la crisi in corso. L'Europa deve essere uno dei protagonisti principali di questa campagna elettorale. Abbiamo passato il punto di non ritorno e la chiusura nei confini dei vecchi Stati porterebbe soltanto al declino politico ed economico. Si tratta di trasformare lo Stato da Stato sovrano, signore della pace e della guerra, in uno strumento per difendere il nostro «bene comune» all'interno di un'Europa unita, nella globalizzazione in atto.
All'interno bisogna naturalmente coinvolgere e responsabilizzare la società intera nella gestione del welfare e più in generale delle istituzioni. Molte funzioni possono essere affidate a privati e associazioni sotto il controllo pubblico, ma deve essere mantenuto come centrale il primato della politica (e quindi della democrazia e della rappresentanza). Le nuove strutture politiche della democrazia non devono essere più deboli ma più forti per poter regolare una vita sociale ed economica sempre più complessa.
Soltanto a queste condizioni del resto si è sviluppata durante i secoli la civiltà occidentale: la democrazia e il mercato sono realtà cresciute nella distinzione e nello stesso tempo in simbiosi. L'affermazione di un potere economico indipendente e dominante rispetto ad una politica debole non può che portare ad un marasma in cui si afferma la legge del più forte, una specie di neo-feudalesimo globalizzato, senza territorio: di violenza diffusa e senza regole nella quale ogni distinzione tra bene comune e interesse privato è destinata a scomparire.


Strana par condicio
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera 19 febbraio

In linea di principio la par condicio televisiva non mi ha mai convinto. Non perché sia antidemocratica (è la tesi di Sua Emittenza), ma perché non sono convinto che sia una parità giusta. Sin da Aristotele sappiamo che le eguaglianze (o parità) sono due: l'eguaglianza aritmetica (a tutti cose eguali; per esempio la stessa scarpa della stessa misura), oppure l'eguaglianza proporzionale (a eguali cose eguali, a diseguali diseguali; per esempio più tasse a chi è più ricco, meno tasse ai meno ricchi). E direi che alla televisione si debba applicare la parità proporzionale.
Anche per questa ragione: che il principio «a tutti eguale voce» è controproducente, incentiva l'esibizionismo televisivo e la moltiplicazione dei partitini. Una moltiplicazione della quale non abbiamo davvero bisogno.
Ma allora perché anch'io ho difeso la par condicio? Rispondo: non per amore ma per forza, per forza di circostanze. Noi siamo, probabilmente, l'unica democrazia al mondo nella quale tutta (quasi tutta) la tv privata è monopolizzata da un solo padrone. La sinistra al potere non ebbe la volontà (i voti li avrebbe avuti) per spezzare questo monopolio, e ha soltanto escogitato, per contrastarlo sotto elezioni, la par condicio.
Poi Berlusconi vinse le elezioni del 2001, e così la situazione divenne ancora più orripilante. Al controllo monopolistico di Mediaset si aggiungono, da allora, la colonizzazione e il controllo berlusconiano della tv di Stato. Il che consente a Sua Emittenza non solo di farsi beffe della par condicio (davvero un argine troppo debole per la sua spregiudicatezza), ma anche di stravolgerla, grazie ai suoi pretoriani in Rai, in un silenziatore generale, in un bavaglio imposto a chicchessia lo contrasti e non sia al suo servizio.
Cito, per illustrare, un caso che mi riguarda e che posso documentare senza tema di smentita. Domenica scorsa partecipai alla trasmissione di Fazio su Raitre. La trasmissione ha avuto, mi dicono, più di cinque milioni di ascolti, e forse per questo ha innervosito il Palazzo. Fatto sta che un certo Prof. Petroni, che siede per Forza Italia nel Consiglio di amministrazione della Rai, si è indignato con Fazio e anche con me giudicando la mia presenza una violazione gravissima della
par condicio.
Quale sarebbe la violazione? Questa: che io sono stato invitato «senza altra parte» a parlare di un mio «recente libro il quale notoriamente tratta in modo particolarmente critico e di parte della riforma della Costituzione». Dopodiché il suddetto Prof. Petroni sottolinea, in una seconda lettera del 14 febbraio al direttore generale della Rai, il contenuto «fortemente politico- elettorale» di quel libro.
Ma il fatto incontrovertibile è che in quella trasmissione del contenuto del mio libro non si è parlato, o si è parlato pochissimo. Dunque l'accusa a Fazio è infondata: quel fatto non sussiste. Ora il Prof. Petroni smentisce (leggo sul Corriere di venerdì 17) di avere chiesto «interventi» a mio carico. Ovviamente per il fattaccio del 12 febbraio è impossibile: grazie a Dio non sono un dipendente della Rai. Però è altrettanto ovvio che a futura memoria è proprio così. Nell'argomento petroniano l'enormità è che la par condicio non si applica soltanto a quel che uno dice in tv, ma anche a quel che uno studioso scrive in un libro (vedi la seconda lettera citata sopra).
Non sto a ribattere che l'ultimo mio scritto accolto in quel libro, in «Mala Costituzione», è del 22 ottobre 2005, o che le mie critiche ai nostri vari progetti di riforma costituzionale risalgono al 1995, e dunque che nessun mio testo è stato scritto in vista di questa elezione. Il punto scandaloso è che sotto il pretesto della par condicio la censura, il silenziatore, si estende ai libri e quindi a tutta l'attività intellettuale. Il Prof. Petroni non mi deve prendere per tonto. Io so leggere tra le righe, e quindi leggo che con il mio caso lui avverte la Rai che io non dovrò più comparire (immagino in eterno, se rivince Berlusconi) in televisione. Se l'intimidazione e l'ostracismo fossero solo per me, poco male. Ma è chiaro che il messaggio è per tutti gli studiosi (a meno che non siano schierati dalla «parte giusta»). Insomma, don Rodrigo e i suoi «bravi» vogliono una elezione senza nessun possibile accertamento della verità, senza nessun possibile controllo e vaglio degli esperti. Come «bravo» il Prof. Petroni è davvero bravo.


Una carriera da spaccone
Filippo Ceccarelli su
la Repubblica 19 febbraio

In quel misterioso reticolo di senso, simboli, segni, specchi, maschere e futilità che è l´immaginario politico e giornalistico dell´Italia del 2006, fino a ieri Calderoli era, o meglio figurava come lo Spaccone.
Il tipico personaggio del gradasso, un ministro borioso, ma anche un po´ millantatore, comunque adeguato ai tempi e ai canoni del corrente esibizionismo, quindi più che incline alle guarnizioni e ai travestimenti. Questo spiega il tele strip-tease con lo sfoggio della maglietta satirica anti-islamica.
Ma già nel novembre 2003 Calderoli si era distinto al Senato per la più annunciata ed eccessiva ostensione del crocifisso sul bavero della giacca: «Per ricordare a tutti che il popolo non si fa certo intimidire» eccetera. Mentre ancora nel febbraio del 2005, a Verona, aveva parlato in un comizio con una toga da magistrato indosso: «Se non ti metti questa - aveva spiegato in palese polemica con la classe giudiziaria - nessuno ti ascolta».
Ce n´è abbastanza per ritenere che tale prospettiva fosse, fin da allora, il suo vero incubo. Nell´odierno deserto progettuale e in una vita pubblica sempre più regressiva il mancato ascolto e l´invisibilità mediatica corrispondono alla morte. Per un paio d´anni Calderoli ha cercato perciò di salvarsi a furia di spacconate, nel senso più autentico e sfolgorante della parola: «Vedete, io tratto in amicizia e con il sorriso - ha confidato tre mesi orsono a un crocchio di giornalisti - poi però al mio interlocutore dico: "Se non fai così ti spacco un braccio"». A quel punto il più malizioso e ottimista dei giornalisti l´ha interrotto: ministro, ma a chi l´ha fatto? «A tutti» ha risposto Calderoli, ridendo.
Su una smisurata attitudine al riso fanno giustizia, come si sa, antichi e severi proverbi. Ebbene: non c´è foto, quasi, non c´è intervista o sequenza televisiva, non c´è vignetta satirica, addirittura, in cui l´ex ministro non rida. E quando non ride o sorride, le rare volte in cui non riesce a nascondere una qualche remota forma di serietà, Calderoli esprime un incontenibile appagamento di se stesso. Con il che si potrebbe anche considerare l´uomo politico padano come un kamikaze e un martire della videopolitica, vittima sacrificale del primo piano. Ma adesso il guaio è che le vittime sono altre, sono tante e soprattutto sono vere. E fa ancora più male pensarle in relazione alla scenetta della maglietta, a quell´egocentrico e spaventoso cortocircuito di ilarità e soddisfazione andato in onda sul tg1.
Quasi cinquantenne, bergamasco, dentista specializzato in chirurgia maxillo-facciale, unito in rito celtico con la regista e opinionista di Markette Sabina Negri, socio onorario dell´anti-romano "Nerone fan´s club", nonché allevatore di belve circensi (aveva una tigre in giardino, ora due lupi, uno dei quali però recentemente gli ha addentato una coscia). Promosso «saggio» in prossimità del seminario nella baita di Lorenzago, Calderoli deve il suo ruolo politico e la sua sciaguratissima audience alla grave malattia di Bossi, che ha aperto un vuoto di leadership nella Lega, e all´insipienza istituzionale di Berlusconi, che se l´è preso nel governo senza minimamente rendersi conto del potenziale devastante che si chiamava addosso.
Fino a quel momento, in effetti, oltre che per le nozze celtiche con tanto di bracciali, idromele e costumi da sartoria teatrale, il personaggio si era conquistato una circoscritta notorietà per aver bruciacchiato un tricolore, insultato i «terroni» in un indimenticabile congresso, proposto la nascita di una chiesa padana, invocato la castrazione a sangue per i pedofili e contestato una statua, a suo giudizio insindacabilmente «anatomica» e falliforme, che il presidente del Senato Pera aveva voluto innalzare a tutti i costi nel salone Garibaldi di Palazzo Madama.
Era già un curriculum di tutto rispetto. Ma nell´era della fiction, una volta ministro, Calderoli ha cercato di incrementarlo con la più incredibile progettualità identitaria e folklorizzante. Il tocco magico, vero e proprio scarto della norma, sono state le scarpe portate senza calzini. Ma sarebbe qui ingiusto dimenticare l´esame d´italiano per gli extracomunitari, il trasferimento del Senato a Milano, l´istituzione della taglia e della pena di morte, la scomunica per i credenti che appoggiano i pcs, l´uscita dall´euro e la relativa entrata in vigore di una nuova moneta, il "calderolo". Per non dire della nuova Costituzione.
Siccome però poi il potere è davvero una brutta bestia, e non solo perché morde i vanitosi, ma gli allegroni li acceca pure, il ministro ha cominciato pericolosamente ad avvicinarsi alla politica estera. Questione delicata, quella dell´Islam. Ecco, Calderoli ha subito messo le carte in tavola: «Sarebbe troppo gratificante definirla una civiltà». Quindi ha chiesto la chiusura di un paio di moschee; dopo la strage di Londra ha preteso di dichiarare lo stato di guerra, prima di chiamare Papa Ratzinger alla crociata, come San Pio V a Lepanto.
Nel frattempo Berlusconi guardava dall´altra parte. E per una volta la proprietà e la ribalta televisiva, concessa in prestito agli alleati come Calderoli, si rivela la peggiore scelta possibile.


La mela dell'Unione e il verme parolaio
Giampaolo Pansa su
L'espresso

C'è una strana inversione di ruoli all'interno dell'Unione. Un paio di settimane fa, passata la fase acuta dell'aviaria Unipol, il vertice del centro-sinistra si mostrava ottimista sull'esito delle elezioni. Al contrario, la base sembrava atterrita dagli spettri di Consorte & Sacchetti, con il contorno di vecchie storiacce, Telecom compresa. Oggi la base unionista, che incontro tutti i giorni al bar o per strada, si mostra sicura di mandare Silvio Berlusconi a Tahiti. Mentre gli alti comandi dell'Unione cominciano a pensare che non sarà tanto facile agguantare la vittoria. Perché la macchina del centro-sinistra viaggia a due velocità? Di motivi il Bestiario ne vede soprattutto tre.
Per cominciare, la prima fase della campagna di Berlusconi ha lasciato tutti a bocca aperta. Il Cavaliere ha imposto i problemi da agitare, ha invaso le tivù, ha fatto lo show-man, mestiere che nel paese dei mandolini funziona sempre. Di sicuro non ha strappato un voto a Romano Prodi. Ma non era questo il suo obiettivo. Il Berlusca voleva gasare i propri elettori più smonati, rimasti a casa alle europee e alle regionali. E convincerli della necessità di andare alle urne il 9 aprile. Ha cominciato a riuscirci? Credo di sì. Per questo penso che insisterà. Lui vuole un'alta affluenza ai seggi. Ha detto: con l'85 per cento dei votanti, vinco. Ecco la strategia che fa venire i brividi ai capi dell'Unione.
I quali capi unionisti di brividi ne provano degli altri quando guardano all'interno delle loro tende. Il centro-sinistra è un insieme di ben dodici partiti. Sono tanti, ma sempre meno di quelli del centro-destra che sono quattordici. Tuttavia, nella dozzina di reparti al seguito di Prodi ce n'è uno che potrebbe essere il verme nella mela dell'Unione. I lettori del Bestiario sanno di chi parlo: della Rifondazione del Parolaio Rosso. Avete dato un'occhiata alle cronache di questi giorni? Sono piene di segnali inquietanti, veri e propri messaggi da toccare ferro.
Proviamo a riassumere. Il caso del no global Francesco Caruso, futuro deputato in passamontagna. Le dichiarazioni del candidato Marco Ferrando sul diritto degli iracheni di accoppare i nostri soldati, una replica dello slogan 'Dieci, cento, mille Nassirya'. Lo stato d'animo super-cazzuto dei rifondaroli che verranno eletti (soltanto alla Camera dovrebbero essere sessanta, grazie alla legge proporzionale, invece degli undici presenti nella legislatura appena finita). E infine c'è lui, il Parolaio. L'11 febbraio il direttore dell''Unità', Antonio Padellaro, ha scritto un fondo intitolato 'La garanzia Bertinotti'. Si concludeva così: "Se si pensa al passato può sembrare un paradosso, ma, oggi, Bertinotti rappresenta una forte garanzia per il futuro governo dell'Unione. E per la sua stabilità". Parole sante, però con ben poco fondamento.
Il Parolaio, infatti, è una garanzia quanto lo è il lupo messo a far la guardia alle pecore. Per rendersene conto, basta leggere tutti i giorni il quotidiano di Rifondazione. Guarda caso, lo stesso 11 febbraio, il titolo di apertura strillava il giudizio di Bertinotti sul programma dell'Unione: 'Buono, ma difficile da realizzare'. Provo a tradurre: quando una parte del centro-sinistra sembrerà al Parolaio avviato a fare scelte moderate, come quella pro-Tav, sul programma cadrà un ordigno nucleare uscito dai laboratori rifondaroli. E tutto andrà a ramengo.
Prodi cadrà come avvenne nell'ottobre 1998. Una parte dell'Unione si accorderà con la truppa di Pier Ferdinando Casini. Nascerà un ministero centrista. Qualcuno può osservarmi: ma così il Parolaio si sarà dato la zappa sui piedi. Rispondo: niente affatto, a lui non interessa il governo, ma soltanto l'agitazione politico-sociale, per tenere alta la tensione, raccogliere lo scontento e mostrare i muscoli. Del resto, è quello che Bertinotti ha sempre detto. Dunque, un'alleanza Fassino-Rutelli-Casini sarebbe una manna per lui.
Fantapolitica? Spero proprio di sì. Ma non ce lo vedo il Parolaio che tiene fede ai patti anche contro la metà del proprio partito. Di lui bisognava fare a meno subito: ecco un mio vecchio chiodo. Prodi e C. non hanno osato prendere questa strada, rischiosa certamente, come lo sono tutte le scelte nette. Adesso è troppo tardi. E non resta che affidarsi a Santa Scarabola, che protegge le imprese quasi impossibili.
C'è infine il mistero del Senato. È vero che esistono tre o quattro regioni nelle quali il premio di maggioranza andrebbe al centro-destra? Si parla del Piemonte, del Friuli-Venezia Giulia, del Lazio e della Puglia. Montecitorio con un colore, Palazzo Madama con un altro. Uno scenario da bunker di Berlino 1945, ma senza russi e americani che avanzano. Il Cavaliere ci conta molto. Però i sondaggi dicono che è una speranza vana. Non possiedo sfere di vetro per capire se abbiano ragione o no. Mi auguro sempre che il Professore vinca. Agli incubi che dopo si presenteranno non voglio neppure pensare.


   19 febbraio 2006