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La settimana in rete
Il Giorno della Memoria
a cura di Franco Isman - 29 gennaio 2006


Shoah: sterminio, non olocausto, come malamente tradotto. Lo sterminio, il genocidio del popolo ebreo, attuato con una volontà perversa che superava qualsiasi razionalità, con i trasporti dei deportati destinati alle camere a gas che avevano la precedenza anche sui treni militari, con 400.000 ebrei ungheresi portati alla morte quando ormai l'esercito del Reich era in rotta e la sconfitta sicura. Sei milioni di ebrei sterminati, tre milioni soltanto in Polonia, dove sono praticamente scomparsi. Ma anche 400.000 zingari, Rom e Sinti, Testimoni di Geova, omosessuali, minorati, oppositori politici. E i soldati prigionieri nei campi di lavoro forzato. Altri genocidi ci sono stati, prima e dopo la Shoah: gli Armeni agli albori del 1900, i Tutsi nel 1994 e altre stragi, basti pensare a Pol Pot col suo milione di morti. Ma nessuno così scientificamente programmato e pervicacemente attuato, in una delle nazioni più progredite e più colte della vecchia Europa.
Il Giorno della Memoria, istituito con legge dello Stato nel 2000, è stato simbolicamente fissato al 27 gennaio, data della liberazione di Auschwitz da parte dell'Armata Rossa. Altre Nazioni hanno scelto altre date simboliche.

Abbiamo ricopiato pari pari l'introduzione alla "settimana in rete" dedicata alla Shoah lo scorso anno. Perché i fatti sono sempre quelli mentre comunque permane la necessità di non dimenticare. Quest'anno si sono levate alcune critiche alla celebrazione di questa ricorrenza anche da rappresentanti della cultura ebraica e di sinistra, a prescindere da una valutazione di merito riteniamo opportuno riportare la dichiarazione iniziale di Alessandro Piperno e replica e controreplica di Giorgio Montefoschi e Sergio Luzzatto. Anche Lia Tagliacozzo si è occupata del problema nel suo articolo su l'Arengario "
Il Giorno della Memoria, oggi".

Le illustrazioni sono tratte dalle migliaia degli archivi di Stato della Macedonia, riprodotte dallo U.S. Holocaust Memorial Museum e rappresentano la piccola comunità ebrea di Monastir in Macedonia, con le sue diverse componenti sociali, totalmente inghiottita dal buco nero dei campi di sterminio, una comunità come decine di migliaia di altre, in particolare nell'Europa dell'Est.

una famiglia sconosciuta
una famiglia sconosciuta

Nel Giorno della Memoria
Furio Colombo su l'Unità del 27 gennaio

C'è una domanda che, nella festività della Pasqua ebraica, viene rivolta a coloro che si riuniscono per celebrare il "Passover": perché questo è un giorno speciale? I bambini si abituano ad ascoltare questa domanda e aspettano dai più anziani la risposta. Anche nel "Giorno della Memoria" la risposta viene data, ancora per un poco, dai più anziani.
E cioé da coloro che c'erano e che sono sopravvissuti alla Shoah.
Ma il fatto che l'evento diventi occasione di Storia, narrazioni, rievocazioni, ricordi nelle scuole italiane, il fatto che così tanti ragazzi partecipino da alcuni anni alle visite in ciò che resta dei campi di sterminio, nella raccolta di testimonianze e alle assemblee di ragazzi in cui quelle testimonianze si ascoltano, ci dice che presto saranno alcuni tra i più giovani a spiegare "perché questo è un giorno speciale".
Ho assistito a molte assemblee studentesche in questi giorni in varie scuole di Roma, ho incontrato e ascoltato gli studenti che - in occasioni ormai numerose - hanno visitato i campi di sterminio nei viaggi organizzati, e spesso guidati, dal sindaco di questa città, e mi sono reso conto che, tra quei ragazzi che ho ascoltato e a cui ho parlato, non ci sono equivoci sul giorno della memoria. Questa - diranno quando toccherà a loro parlare - non è una commemorazione, non è una celebrazione, non è una funzione istituzionale. Anche se a volte vi sono autorità, non riguarda le autorità. Non risuona nelle piazze ma nelle coscienze. È l'avventura personale e coraggiosa di chi osa accostarsi a un delitto che è avvenuto in Italia, fra italiani, sulla base di leggi, di manifesti "scientifici" sulla razza, di denunce volontarie tutte italiane, unico Paese in Europa ad avere un re che ha firmato le leggi di discriminazione e di abbandono dei suoi cittadini, unico ad avere avuto la vergogna di un "Tribunale della Razza".
Ci vuole coraggio, ho detto, perché imparare, secondo l'imperativa ammonizione di Primo Levi, "a sapere che cosa è accaduto perché potrebbe ripetersi", vuol dire smontare almeno in parte il mito del Paese buono in cui i soli colpevoli sono i tedeschi. Bastano i documenti del Centro di Documentazione Ebraica di Milano per sapere quanti, fra gli ottomila ebrei italiani scomparsi nell'inferno della Shoah, sono stati denunciati (anche a pagamento) consegnati, arrestati e messi a disposizione dei campi nazisti dai loro concittadini, colleghi di lavoro, rivali di cattedra, vicini di casa.
Ci vuole coraggio a constatare che tutti (tutti) i firmatari del "manifesto della razza" hanno continuato indisturbati, dopo la liberazione, le loro carriere professionali e universitarie senza neppure negare o abiurare, semplicemente tornando alle loro cattedre e anzi salendo ulteriori gradini di prestigio accademico. Ci vuole coraggio a rendersi conto che la burocrazia italiana ha tenuto testa a lungo alle richieste di indennità, ricostruzione di carriera, restituzione di beni ai sopravvissuti italiani dei campi di sterminio anche anni e decenni dopo la fine del fascismo.

"Il giorno della memoria aiuta a capire che tra un "prima" e un "dopo" della civiltà che vantiamo come superiore, c'è un vuoto". In quel vuoto sono stati fatti precipitare dal razzismo fascista e nazista sei milioni di esseri umani ebrei e altri milioni di persone dichiarate moralmente, politicamente o fisicamente inferiori.
"La memoria", ha scritto David Bidussa, "non è un fatto ma un atto, l'atto di ricordare". L'apparente semplicità di queste parole contiene due cose vere su cui troppo spesso si sorvola.
La prima propone ancora la domanda: che cosa è successo, davvero? È domanda essenziale, in tempi di negazionismo più o meno strisciante, più o meno consapevole. Solo rispondendo a questa domanda si può arrivare all'altra: siamo sicuri che non potrà accadere mai più?

Ecco che cosa è il giorno della memoria. Imparare e ricordare che la Shoah non è la commovente narrazione di alcuni grandi film, che la spaventosa violenza razziale che ha attraversato l'Europa è un delitto che i nazisti, senza i fascisti, non avrebbero mai potuto commettere, non solo in Italia, ma in tutta l'Europa occupata.
Ecco che cosa è il giorno della memoria. Ricordare che la minaccia del presidente iraniano che vuole distruggere Israele è anche negazione sarcastica e crudele della Shoah, una negazione in cui rivive intatta, a distanza di generazioni, la distruttiva anima nazista e fascista.
Ecco che cosa è il giorno della memoria. Sapere che, anche quando ti interrompono e vogliono impedirti di parlare, non commetterai mai più il delitto del silenzio. Sul silenzio italiano (anche il silenzio dei grandi, dei celebri, dei famosi) nel periodo delle leggi razziali, l'Italia non ha ancora cominciato a riflettere, preferendo affidarsi alla memoria dei giusti.
I giusti sono tanti e alleviano la ferita. Ma molti, molti di più sono stati i complici del silenzio. Il silenzio è il cemento indispensabile dei regimi. Ed è il silenzio che non dovrà esserci mai più.

Yosef e Sara Eschkenazi   Yakov Testa e famiglia
a sinistra: Yosef e Sara Eschkenazi
a destra: Yakov Testa e famiglia

"Sono ostile al Giorno della Memoria"
Lo scrittore di origini ebraiche mette in guardia dall' enfasi di chi celebra la Shoah ma si dimentica dell' antisemitismo di oggi.
Alessandro Piperno sul Corriere della Sera del 21 gennaio

Sono ostile al Giorno della Memoria. Non per quello che rappresenta ma per quello che è diventato. C' è qualcosa di estetizzante nella commozione delle scolaresche sgambettanti sui prati di Auschwitz, ma ancor più nell' enfasi con cui i loro insegnanti la reclamano al grido: "Non dimenticate"! Inoltre ho il sospetto che i più pronti a sdilinquirsi sui sei milioni di ebrei trucidati siano i primi a indignarsi con il settimo milione superstite la cui prole oggi costituisce lo Stato di Israele. E che quindi, per alcuni, il Giorno della Memoria sia diventato l' obolo da versare per garantirsi il diritto all' elaborazione di deliranti raffronti. Tipo quella mia cara ex amica che una volta mi chiese: "Come può un ebreo come Sharon comportarsi come un nazista?".


Qualche mese fa, per la prima volta nella mia vita, vincendo un endemico disagio per la Piazza, ho aderito alla manifestazione promossa da Giuliano Ferrara a favore del diritto di Israele ad esistere. Ero lì, che camminavo per via Nomentana, torvo e diffidente come Balak, fingendo con me stesso di essere seccato. In realtà ero felice, e non solo di mostrare la mia solidarietà ad un popolo minacciato, ma anche di dichiarare la mia interiore riconoscenza a un manipolo di scrittori che, rivoluzionando una tradizione, hanno inventato un mondo.

Reketta Pardo   Oro Franko
a sinistra: Reketta Pardo
a destra: Oro Franko

Piperno sbaglia, ricordare la Shoah non è conformismo
Giorgio Montefoschi sul Corriere della Sera del 23 gennaio

Capisco volersi distinguere, e dunque mettere nei propri romanzi ebrei scapestrati e ilari invece di fare i soliti "piagnistei" citati da Amos Oz; volersi distinguere a tutti i costi aggiunge qualcosa di sulfureo e certamente goffo al ritratto del timido (e, per questo, simpatico) Alessandro Piperno. Il quale, nell' imminenza del Giorno della Memoria, dichiara (sul Corriere di sabato 21) di essere ostile alla celebrazione. Scrive Piperno: "Non per quello che rappresenta ma per quello che è diventato. C' è qualcosa di estetizzante nella commozione delle scolaresche sgambettanti sui prati di Auschwitz, ma ancor più nell' enfasi con cui i loro insegnanti la reclamano al grido: Non dimenticate! Inoltre ho il sospetto che i più pronti a sdilinquirsi sui sei milioni di ebrei trucidati siano i primi a indignarsi con il settimo milione superstite la cui prole oggi costituisce lo Stato di Israele. E che quindi, per alcuni, il Giorno della Memoria sia diventato l' obolo da versare per garantirsi il diritto all' elaborazione di deliranti raffronti. Tipo quella mia cara ex amica che una volta mi chiese: come può un ebreo come Sharon comportarsi come un nazista?". Qui, francamente, a delirare direi che è Piperno. Vorrebbe farci credere davvero che i più pronti a commuoversi sulla Shoah siano quelli che lo fanno tartufescamente per poi condannare la politica, se non l' esistenza, dello Stato d' Israele? Per favore, non scherziamo. Se, invece, il ragionamento di Piperno, al di là dell' accenno particolare alla figura di Sharon, mira a escludere che chi piange e commemora i sei milioni di ebrei finiti nelle camere a gas non possa avere la libertà di criticare, anche duramente, certe decisioni del governo israeliano, quando queste stesse critiche vengono espresse dai medesimi scrittori citati per altri motivi nel proseguimento dell' articolo stesso, allora non ci siamo. Io, per esempio, sono stato contrarissimo alla politica degli insediamenti fatta in tutti questi anni e penso che Sharon ne abbia una grande responsabilità: potrò unirmi al Giorno della Memoria? Quanto alle scolaresche che sgambettano, nessuno sgambetta sui prati, stia tranquillo, Piperno. E, in generale, in un' epoca di antisemitismo montante, con i nostri figli e nipoti che non sanno, che facciamo? Non pensa, Piperno, che far prendere a dei ragazzi un treno e portarli sul luogo fisico di una tragedia sia un momento di grande impatto emotivo, nei confronti del quale l' estetica conta nulla? Cosa dovrebbero dire, secondo lei, ai ragazzi, gli insegnanti, se non: "Non dimenticate!", appunto? Ricordo, quando quarant' anni fa, con un amico, da un treno diretto a Berlino, scendemmo a Monaco per andare a visitare Dachau. A quell' epoca (la guerra era finita da meno di vent' anni), non c' erano indicazioni per il campo e i tedeschi ai quali le chiedevamo ci rispondevano con parecchio fastidio. Ma noi andammo a Dachau: davanti ai forni. E questo, io non lo dimenticherò mai più. No, Piperno, mi creda, con troppi salti mortali si rischia di andare a sbattere.

Menashem Ovadia   Estreya Ovadia
a sinistra: Menashem Ovadia
a destra: Estreya Ovadia

Il "Giorno della Memoria" e il suo significato
Piperno ha ragione: la Shoah non ha date
Sergio Luzzatto sul Corriere della Sera del 24 gennaio

Come Alessandro Piperno (Corriere della Sera , 21 gennaio), anch'io sono ostile al Giorno della Memoria. Ma lo sono per ragioni diverse dalle sue. Più che il contenuto estetizzante del 27 gennaio (la "commozione delle scolaresche sgambettanti sui prati di Auschwitz"), mi disturba il suo contenuto fuorviante. La retorica sul cosiddetto "dovere della memoria" è sbagliata per due motivi. Anzitutto, perché la memoria della storia non è mai un dovere. Tanto più in quanto applicata alla tragedia della Shoah, è un lavoro, è un problema, è una pena. Ha scritto Primo Levi nella poesia che inaugura Se questo è un uomo : "Meditate che questo è stato: / o vi si sfaccia la casa, / la malattia vi impedisca, / i vostri nati torcano il viso da voi". La lezione (e la passione) di Primo Levi dimostrano che la posta in gioco con la memoria della Shoah è troppo alta perché si possa giocarsela tutta in un singolo giorno dell'anno, come un'estrazione della lotteria. L'ultima cosa di cui abbiamo bisogno è di ricevere ogni 27 gennaio una cartolina precetto dove sta scritto: "Oggi non dimenticate di ricordarvi". L'enormità della Soluzione finale non ammette la scorciatoia di un calendario trattato come l'oroscopo.
La seconda ragione per cui mi disturba la retorica sul "dovere della memoria" riguarda il nesso fra l'antisemitismo e l'antifascismo. Nell'ultimo decennio, con un'accelerazione a partire dal 1998 (sessantesimo anniversario delle leggi razziali) e poi dal 2000 (istituzionalizzazione del Giorno della Memoria), gli italiani sono stati chiamati a prendere piena coscienza della gravità e della portata dell'antisemitismo fascista. Adesso, da Gianfranco Fini in giù, non c'è più un adulto raziocinante che sia disposto a minimizzare l'orrore della persecuzione razziale che ebbe luogo in Italia fra il 1938 e il 1945. Ma il rovescio di questa medaglia consiste nell'opera di "vittimizzazione" degli ebrei italiani: cioè nell'inclusione degli ebrei perseguitati dentro quell'autentico calderone delle vittime che sta diventando - secondo il discorso pubblico sul passato - l'intero Novecento.
Anche questo è due volte sbagliato. Primo, perché suggerisce l'equazione "fascismo=antisemitismo ", mentre il fascismo non fu soltanto le leggi razziali, né le vittime del Ventennio furono soltanto i quarantamila ebrei italiani (furono centinaia di Testimoni di Geova, migliaia di zingari e di omosessuali, decine di migliaia di oppositori politici, centinaia di migliaia di operai, milioni di donne). Secondo, perché contribuisce all'idea penitenziale di un Novecento dove, dal più al meno, tutti ebbero a soffrire. Come per un'imperscrutabile maledizione biblica ("Sarai una vittima"), anziché per le concrete azioni di determinati uomini.
La Shoah non è stata il "male assoluto", di cui tanto parlano i retori del 27 gennaio. Sia il sostantivo che l'aggettivo sono scelti senza cura. Il sostantivo, in quanto evoca una dimensione etica piuttosto che storica; l'aggettivo, in quanto suggerisce che la persecuzione razziale sia stata legibus soluta , sciolta da ogni legge, quando corrispose invece a una legislazione politicamente voluta e operosamente perseguita. Risultato? L'intera dinamica della Shoah viene consegnata a una dimensione astorica o addirittura trascendente: con un vantaggio netto per gli eredi dei carnefici e anche - in un qualche dolorosissimo modo - per gli eredi delle vittime.

Yakov Pardo   Leon Pardo   Isak Pardo
da sinistra: Yakov Pardo
Leon Pardo
Isak Pardo

L'obbligo del ricordo
Corrado Stajano su l'Unità del 27 gennaio

Anche se si sono visti e rivisti il cancello di Auschwitz, con quella scritta "Il lavoro rende liberi", le immagini dei forni crematori, i cadaveri ammonticchiati simili a larve, anche se si sono ascoltate le memorie dei sopravvissuti e si sono letti i libri della sterminata bibliografia sulla Shoah, si prova ogni volta un colpo al cuore.
Si prova ogni volta un colpo al cuore quando ci si trova davanti a un brandello di quel passato, una lettera, un manifesto, una fotografia, un documento. Tutto questo fu vero? Si ha quest'impressione, ad esempio, osservando al Museo di storia Contemporanea di Milano che ha allestito una mostra sulla persecuzione degli ebrei in Italia dal 1938 al 1945 la pagella di una bambina che fa da specchio a quel tempo atroce.
Si chiama Gisella Vita Finzi, nata a Milano il 17 agosto 1930, "di razza ebraica". Non è iscritta alla Gioventù italiana del littorio, frequenta la scuola mista per israeliti, la IV, alla Scuola elementare di via Spiga, nel centro della città. Siamo nell'anno scolastico 1939-1940, "l'anno XVIII dell'Era Fascista", e la bambina, in una fotografia accanto alla sua pagella, cammina in un viale - le norme "per la difesa della razza" sono state approvate nel dicembre 1938 - leggendo con evidente preoccupazione il Corriere della Sera.
Proprio su quel giornale è ora in corso una polemica tra storici e scrittori: se sia utile o meno il "Giorno della memoria", il 27 gennaio di ogni anno, istituito dal Parlamento con una legge del 20 luglio 2000 in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti. C'è chi depreca l'evento, fortemente critico.
Come se non fosse il frutto di un'umanità riscattata ricordare quella macchia nera che pesa sulla coscienza del mondo. Un mondo dove la causa della tolleranza non è mai vinta, dove ogni conquista civile e sociale va riconquistata, dove i segni dell'indifferenza, del cinismo, della caduta dei lumi sembrano perenni e lo dimostra anche la gratuità di questa controversia giornalistica.
Sulla Shoah non si conosce mai a sufficienza, nonostante gli studi, le sentenze dei tribunali del dopoguerra, i materiali documentali accumulati negli archivi.
Alla mostra di Milano colpiscono ancora i vecchi album di fotografie delle famiglie ebraiche sterminate, le lettere anonime - gli impiegati della Società Assicuratrice italiana di Milano che denunziano al prefetto il direttore "ebreo despota" - la fotografia della devastazione, nel 1941, della Sinagoga di Ferrara di cui scriverà Giorgio Bassani, i foglietti di carta da pacco gettati dai convogli dei deportati - "Avvertire a Prima negozio di via Nazionale che la moglie e la madre stanno insieme" - , i cartelli sulla porta dei bar: "In questo locale gli ebrei non sono graditi". Drammi e dolore.
Non bisogna dimenticare che persino nella Shoah trova posto l'equivoco pregiudizio "Italiani brava gente". Anche Hannah Arendt, nel suo La banalità del male, scrive del comportamento benevolo dei cittadini della penisola nei confronti degli ebrei perseguitati. Ci furono effettivamente uomini e donne che si prodigarono per salvarli. I religiosi furono spesso fraterni, i conventi si spalancarono.
Alla Certosa di Farneta, vicino a Lucca, i padri certosini pagarono con la vita. Funzionari dello Stato si barcamenarono nel doppio gioco. Ma ci furono poi coloro che per odio antiebraico, per furore ideologico, per denaro, per vendetta, compirono azioni abbiette condannando a morte con le loro delazioni il vicino di casa, il compagno di scuola, il rivale in amore o in commercio. Queste motivazioni si intrecciano spesso tra loro. I soldi, la carriera, l'avidità di mettere le mani sui beni degli ebrei fecero insomma da molla all'agire nefando. La solidarietà umana fu scarsa, la paura fu motivata.
Anche quei professori universitari che dopo le leggi del 1938 presero il posto dei 96 colleghi espulsi dagli atenei non si posero troppi problemi morali (se non altro, però, non firmarono condanne a morte come fecero più tardi nel tempo tanti connazionali con le loro spiate).

Davvero si può parlare di retorica sul cosiddetto "dovere della memoria"? Necessità della memoria, piuttosto, segno di libertà.
Chi l'ha conosciuto sa bene come Primo Levi voleva che fossero soprattutto i giovani a sapere di quel passato. Perché nulla di simile - fu la sua angoscia fino alla morte - accada mai più.

Ester Eschkenasi   Isak Eschkenasi   Buena Eschkenasi
da sinistra: Ester Eschkenasi
Isak Eschkenasi
BuenaEschkenasi

Così i giovani ricordano la Shoah
Concerti, incontri ma anche dvd per la settimana della Memoria. Per la prima volta anche un ragazzo musulmano alla commemorazione davanti al binario 21 della Centrale.
Alessia Gallione su la Repubblica del 22 gennaio

Per una volta, la prima, non sarà solo un giorno dedicato alla memoria della Shoah ma anche alle tragedie dimenticate: dal Rwanda all´Armenia fino alla storia dei rom e dei sinti. È così che l´Unione dei giovani ebrei d´Italia darà voce, simbolicamente, a chi non l´ha mai avuta, organizzando un convegno, proprio il 27 gennaio, la data fissata per ricordare lo sterminio e le persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati nei campi nazisti. Un simbolo. Come quello che rappresenta la discesa nell´inferno del binario 21. È qui, nei sotterranei della stazione Centrale di Milano, da dove partivano i treni piombati diretti a Auschwitz e dove nascerà un memoriale della Shoah, che Liliana Segre, sopravvissuta all´orrore dei campi di concentramento, porterà la sua testimonianza. Ma ad ascoltare il suo racconto, lunedì 30, la comunità di Sant´Egidio, che organizza l´appuntamento dal ´97, ha voluto dare un significato in più. E, per la prima volta, ha invitato anche Abdallah Kabakebbji, rappresentante dei giovani musulmani d´Italia.
Storie diverse per ricordare. Nella settimana della Memoria, ricca di incontri e iniziative. Sempre di più. Così come i ragazzi interessati all´Olocausto. È per loro che l´associazione Figli della Shoah - che ha organizzato anche una giornata di studi, martedì 31, all´università Cattolica - ha deciso di preparare un kit multimediale con un dvd, un libro e altro materiale. Servirà agli insegnanti e sarà distribuito gratuitamente su richiesta: "Perché l´attenzione su questa tragedia cresce con il tempo - dice il presidente, Marco Szulc - e questo dimostra come sia importante conservare la memoria anche nelle generazioni future".


David Pesso   Mordechai Mishulam   Sara Israel
da sinistra: David Pesso
Mordechai Mishulam
Sara Israel

Calopresti e l´orrore di Auschwitz
Maria Pia Fusco su la Repubblica del 25 gennaio

ROMA - "Da Auschwitz si esce con il corpo, ad Auschwitz abbiamo lasciato l´anima". Con queste parole si conclude "Volevo solo vivere", il film di Mimmo Calopresti che raccoglie le testimonianze di nove cittadini italiani sopravvissuti all´Olocausto, nove storie di vita, memorie di dolore che emerge in modi diversi, in una pausa, in uno sguardo che si perde, in un silenzio prolungato. "Abbiamo letto tanto, abbiamo visto tante immagini, crediamo di sapere tutto sull´Olocausto, invece c´è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, elementi che aggiungono orrore all´orrore", dice Walter Veltroni presente ieri alla proiezione del film, con il regista, con Shlomo Venezia, uno dei testimoni, con Giancarlo Leone di RaiCinema coproduttrice del film.

Nel film scorrono le cifre delle vittime "perché la Shoah è un problema di morti, di milioni di morti, ma ho privilegiato le storie, ho voluto porre al centro dell´attenzione il racconto di una vita. E di queste storie mi ha colpito l´inimmaginabile, come quando Venezia, uno dei prigionieri addetti alla cremazione dei corpi, si chiamava la "Sonderkommando", racconta l´inganno con cui i prigionieri venivano avviati alle camere a gas, li facevano spogliare, dicevano loro di ricordare il numero della panca su cui avevano lasciato gli indumenti per riprenderli all´uscita. E quando nella fila vide suo cugino avviarsi verso la morte, gli portò un pezzo di pane e una scatoletta di carne".
A volte, dice Calopresti, "mi sono censurato, ho lasciato le immagini dei cadaveri depositati nelle fosse uno per volta, non ho mostrato i grossi trattori che li gettavano in massa. Avevo bisogno di allontanarmi dall´orrore, ma qualcosa dovevo dirla. Ed è orrore il lavoro quotidiano, organizzato con mostruosa precisione, una forma di fabbrica che doveva raggiungere i risultati previsti, verificare la garanzia che si potessero uccidere ottomila persone al giorno".

Qualcuno accenna alla denuncia da parte di un conoscente o di un vicino di casa, ma, secondo Calopresti, "per definire il contesto storico sono essenziali le immagini iniziali, il discorso di Mussolini a Trieste il 18 settembre 1938, che definisce "l´ebraismo mondiale nemico irriconciliabile con il fascismo". E sotto una folla immensa che lo applaude, ormai le folle plaudenti mi fanno paura. Non so, come essere umano, se sia possibile che tutto questo non succeda più. Oppure che succeda ancora, che stia succedendo, non sono sicuro che nel mondo non ci siano, oggi, esseri umani che subiscono le stesse mortificazioni da parte di altri esseri umani. Non posso fare molto come singolo. Posso solo cercare di diventare più forte, di migliorare me stesso, sperando che altri, davanti a certe memorie, facciano la stessa cosa".

Lazar Ischach   Sara Ischach   Solomon Kalderon
da sinistra: Lazar Ischach
Sara Ischach
Solomon Kalderon

Cinquantamila voci dalla Shoa
Ci sono anche racconti di zingari e prigionieri politici
m.p.f . su l'Unità del 25 gennaio

ROMA - L´obiettivo iniziale di Steven Spielberg quando nel 1994 diede vita alla "Survivors of the Shoah Visual History Foundation" era quello di raccogliere almeno 50 mila storie di sopravvissuti all´Olocausto e di altri testimoni prima che fosse troppo tardi. "Il progetto è stato realizzato, abbiamo registrato 52 mila testimonianze in 56 paesi e in 32 lingue, ci sono anche racconti di zingari Rom e Shinti, prigionieri politici, persone che hanno partecipato alla liberazione o ai processi per crimini di guerra", dice Mark Edwards, che a nome di Spielberg ringrazia il sindaco Veltroni, il settore italiano della fondazione e soprattutto Calopresti "per la sensibilità con cui ha realizzato il film. È un film di forti contenuti, porti con garbo e semplicità, comunica le sue reazioni che potrebbero essere le reazioni di ciascuno di noi".
L´archivio di videoregistrazioni è a disposizione di ogni paese, di chiunque voglia realizzare documentari o film specifici. Sono 400 le interviste raccolte in Italia dal 1998 al 1999, selezionate da Calopresti per il film. La collezione è conservata nell´Archivio di Stato, a disposizione del pubblico. La Shoah Foundation, che da quest´anno è diventata parte della facoltà di lettere dell´Università della Southern California, ha intanto prodotto 11 documentari andati in onda in 50 paesi e sottotitolati in 28 lingue diverse. Tra questi c´è Broken silence, che raccoglie cinque film di autori come Puenzo per l´Argentina, Chukraj per la Russia, Wajda per la Polonia. Di grande importanza per Spielberg sono anche i 16 prodotti educativi, tra cui mostre virtuali interattive accessibili gratuitamente nel sito web della Shoah Foundation. Il 27 gennaio, giornata della Memoria, sono in programma incontri e manifestazioni dedicate alla Shoah in tutto il mondo. A Roma, per l´occasione, Volevo solo vivere sarà mostrato ai 1500 studenti delle scuole superiori che partecipano al progetto del Comune "Noi ricordiamo", che in quattro anni di attività ha coinvolto 51 istituti superiori e 32 scuole medie.

Victoria e Isak Assael   Levi Koen
da sinistra: Victoria e Isak Assael, Levi Koen

Auschwitz, quel giorno
Luigina D'Emilio su l'Unità 27 gennaio

Il 27 gennaio del 1945 le truppe dell'Armata Rossa, durante l'avanzata verso Berlino, arrivarono nella città polacca di Oœwiêcim, meglio conosciuta con il nome tedesco di Auschwitz, e scoprirono il più tristemente noto campo di stermino, facendo così conoscere al mondo gli orrori del genocidio nazista. Le testimonianze dei pochi sopravvissuti hanno rivelato realtà mostruose e inimmaginabili. A 61 anni da quell'avvenimento si celebra in Italia la giornata della memoria per ricordare tutte le vittime delle persecuzioni naziste. Non solo ebrei, ma anche oppositori politici, gruppi etnici e religiosi dichiarati da Hitler indegni di vivere. Come il Porrajmos , lo sterminio, di 500mila rom e sinti.
L'ideologia della razza ha origini antiche, ma trova legittimazione in Italia, con il decreto del 17 novembre 1938 che permise di scrivere alcune tra le pagine più scure della nostra storia. Nel 2000, il Parlamento italiano decise di istituire la giornata della memoria con una legge proposta da Furio Colombo, approvata all'unanimità. Scrive Colombo nella illustrazione della sua proposta di legge: "La Shoah non è soltanto la memoria di un immenso e meticoloso progetto di genocidio di tutto un popolo in tutta Europa. È memoria di un delitto italiano. Italiane sono le leggi razziali (tra le peggiori d'Europa) e italiane sono le firme di Mussolini e del re. Vittorio Emanuele di Savoia è stato il solo monarca d'Europa a firmare leggi di persecuzione contro i suoi cittadini".
Il ricordo di sei milioni di vittime è una memoria troppo importante per essere cancellata, per questo dopo 61 anni, si continua a parlare di shoah. La memoria deve essere tenuta viva per evitare che una tragedia così immane si possa ripetere. Non dimenticare significa anche mantenere vivo il ricordo di ogni singola persona che quegli orrori li ha subiti.
Trovare il coraggio di testimoniare certi orrori, per chi è sopravvissuto, non è stato facile. "Vivere nella colpa di essere sopravvissuti - scriveva Primo Levi - è un peso spesso troppo grande da portare. Meditate che questo è stato". Un carico pesante per i reduci dei campi di sterminio che quegli orrori li portano tatuati addosso e nell'animo. Ma tanti non si sono voluti sottrarre all'obbligo morale di far conoscere la verità a chi questa storia la ha conosciuta solo sui libri.
Negli ultimi tempi si sono moltiplicate le iniziative da parte delle scuole. Protagonisti studenti e docenti di numerosi istituti italiani che si sono confrontati con oratori che di storie da raccontare ne avevano tante. Incontri tra studenti ed ex deportati, viaggi della memoria, letture di testimonianze, seminari, sono solo alcune delle tante proposte per far conoscere ai giovani gli orrori della shoah.
...
Imparare dalla storia a non ripetere certi orrori vuol dire anche essere pronti al dialogo con gli altri popoli, educare al rispetto e alla tolleranza questo il messaggio che tanti educatori impegnati nelle iniziative per il giorno della memoria vogliono lanciare soprattutto ai giovani. La memoria di tante persone che certi orrori continuano a viverli. La storia, infatti, non sempre insegna e purtroppo si ripete. In questa giornata così significativa è bene non dimenticare anche i genocidi che sono avvenuti in diversi paesi del mondo come il Ruanda, il Kossovo, la Cambogia, l' Afghanistan e tutte quelle persone che sono ancora vittime di vessazioni in nome di assurde ideologie. Accanto alle tante proposte in calendario anche iniziative orientate in questa direzione.

Yakov Aroesti   Solomon Nehama   Santo Kalderon
da sinistra: Yakov Aroesti
Solomon Nehama
Santo Kalderon

Gli eroi ignoti che salvarono ebrei
Fabio Isman su Il Messaggero del 27 gennaio

C'E' CHI, per salvarne uno dai nazisti, in otto mesi gli ha trovato ben 43 appartamenti: perché localizzarlo non fosse troppo facile. E chi, sotto il banco, sferrava un calcio al proprio compagno, che risultava essere suo fratello: perché il “fratello” non s'era ancora abituato al falso cognome, e senza quel calcio provvidenziale, correva il rischio di non rispondere al maestro, quando lo chiamava. C'è un'attrice famosa, l'austriaca Dorothea Neff, che divide per tre anni le scarse razioni con una disegnatrice di moda ebrea, sua amica, Lilli Wolff: la ospita e l'aiuta, fino a ricoverarla in ospedale sotto falso nome, in un Paese nazista, quando è colpita da un cancro al seno. C'è chi ne ha protetto uno, e chi ha aiutato a mantenerne in vita migliaia: storie ormai famose, ma anche tante ancora ignorate. E altre, che appena adesso diventano note: nel Giorno della Memoria, pensare a questi “Giusti” è forse il solo conforto; finché almeno uno di loro esisterà, l'umanità - così si dice - sarà salva.

Il luogo dove queste vicende si possono conoscere, è su una collina a Gerusalemme: Yad Vashem, il memorial della Shoah, l'Olocausto, ne costituisce il maggiore archivio al mondo. Contiene 65 milioni di pagine di documenti e testimonianze: oltre tre milioni, sono giunte l'anno scorso. E tramanda i nomi, e le storie, di più di tre milioni di vittime. Sempre l'anno scorso, ha riconosciuto il titolo di “Giusto tra le Nazioni” a 540 persone: ora, spesso alla memoria, spetta a 20.757 uomini e donne, di 41 Paesi. Gli italiani sono 371; ma esistono dei “Giusti” perfino in Cina, e in Giappone. E 410 sono i tedeschi. Tra loro, personaggi ormai celebri: grazie a Steven Spielberg, tutti sappiamo della “lista” di Oskar Schindler; grazie a Enrico Deaglio e alla tv, molti sanno poi di Giorgio Perlasca, che si fingeva viceconsole spagnolo a Budapest e ne ha salvati migliaia. Ancora, c'è Giovanni Palatucci: era commissario di Polizia a Fiume, ne protegge oltre 5.000; è scoperto, preso e ucciso a Dachau: una strada, vicino a Tel Aviv, ne reca il nome. Ma altri diplomatici - turchi, brasiliani, dell'Estremo Oriente - nell'Europa occupata muniscono di false “carte” decine di migliaia d'ebrei, così preservandoli dalla deportazione. A Milano, nel quartiere popolare dell'Isola dove da ragazzi vivevano anche Berlusconi e Fedele Confalonieri, un ponte sulla stazione Garibaldi è intitolato a don Eugenio Bussa, che n'aveva accolti alcuni, insieme agli altri sfollati nel Bergamasco («Li prendo ebrei, li restituirò ebrei», aveva garantito): è morto senza averlo mai confessato a nessuno; e la storia s'è saputa per caso, decenni più tardi. E come loro, tanti ignoti; tanti di cui, finalmente ma solo oggi, si svelano l'altruismo, e - spesso - anche l'eroismo.

La Guardia di Finanza ha da poco pubblicato un libro di 272 pagine di Luciano Luciani e Gerardo Severino, che ne dirige il museo storico; racconta, ad esempio, la vicenda dell'allora tenente Giorgio Cevoli, uno in contatto con la Resistenza: a Gironico, un paesino del Comasco, per mesi tiene in casa Mario Finzi e Bice Macchioro, con la figlia Claretta, dichiarandoli propri parenti, ed anche fornendoli di falsi documenti. E il maresciallo dei carabinieri Osman Carugno contribuisce a dare un domani a 38 ebrei, presi nei Balcani dai fascisti italiani: rinchiusi a Asolo, dopo l'8 settembre finiscono a Bellaria, dove il proprietario d'un albergo li ospita, un monsignore dà loro documenti fasulli (Konfort diventa Conforti; Studeny, Stocco; Pichk, Piccoli) e il maresciallo “copre” la faccenda, fino ad arrestare chi se n'interessa troppo. Perché in Italia, l'abbiamo visto, i “Giusti” sono spesso stati gli uomini delle istituzioni, e il clero cattolico. E con loro, la gente qualunque. Quello che dava calci sotto il banco al suo vicino, era romano: si chiamava Luciano Gerbalena Zanardi, andava a scuola in via Marcantonio Colonna; sotto le mentite spoglie d'un fratello, invece deceduto, ha così salvato, mentre la sua famiglia lo ospitava e sfamava, Bruno Portaleone: un ebreo che a Roma è stato anche vicepresidente della Comunità, e poi, in Israele, è divenuto un personaggio di spicco.

Nella foto che celebra la liberazione di Cuorgné, 40 km da Torino, in prima fila è una donna, con un bimbo in braccio; Clotilde Boggio faceva le pulizie in un istituto salesiano, dov'era nascosto Massimo Foa: un bimbo di pochi mesi, i cui nonni e genitori, “azionisti” a Torino, erano finiti in un lager, da cui non torneranno; il riparo di Massimo non era più sicuro, così Clotilde decide di nasconderselo in casa: lui, dopo, la chiamerà a lungo «mamma Tilde». E guardando oltre le Alpi, le peripezie della cantante russa Tatiana Zelenskaia, e del marito Pavel Chariuta che l'accompagnava con il piano, sono degne d'un film: a Simferopol, allora in mano ai nazisti, salvano Luba Kogan, 4 anni. Ma chiudiamo con un paio d'incredibili casi tedeschi: Hans Georg Calmeyer e Hermann Friedrich Graebe. Il primo è un avvocato, che va a lavorare nell'amministrazione civile dei Paesi Bassi, è il '41, però per sabotare; mille pretesti per salvare quanti più ebrei possibile, dichiarandoli non tali: pare oltre tremila; l'altro, edifica fortificazioni, e impiega, nella ditta che dirige, addirittura 5.000 ebrei, s'intende tutti «indispensabili» allo sviluppo bellico del Reich, quindi intoccabili. Finché è scoperto: ma riesce, con 25 dei suoi ebrei, a raggiungere la zona occupata dagli americani. E' giusto che la Memoria vada anche a persone come queste: forse, sono l'autentica speranza della nostra umanità.


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  29 gennaio 2006