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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 22 gennaio 2006



Berlusconi tra Masaniello e James Bond
Eugenio Scalfari su
la Repubblica 22 gennaio

Fin da quando fu chiaro che il disincanto dell'opinione pubblica nei confronti del governo Berlusconi aveva assunto caratteristiche di massa il maggior timore che agitò il mondo politico e istituzionale derivò dalle reazioni che quel disincanto avrebbe potuto provocare nell'anima e nei comportamenti del presidente del Consiglio e della "falange" dei suoi più stretti collaboratori. Si disse: farà il possibile e l'impossibile per conservare il potere, supererà i limiti del buon gusto, forzerà l'interpretazione oltre che la lettera del diritto pubblico e se tutto questo non basterà adotterà pratiche di manipolazione del consenso deformando le istituzioni, il costume e l'etica democratica.
Questi erano i timori, specie dopo la schiacciante vittoria del centrosinistra nelle elezioni regionali e questo si è ampiamente verificato dal 2004 ad oggi. Restano ancora una dozzina di settimane al 9 aprile, giorno fissato per le elezioni. Una "via crucis" abbastanza lunga che richiederà molta attenzione affinché i continui colpi di scena ai quali stiamo assistendo non si trasformino in eversione strisciante di cui si hanno già i primi e assai preoccupanti segnali.
Il primo segnale si è avuto con l'invasione quotidiana delle trasmissioni radiofoniche e televisive al ritmo di almeno due o tre volte al giorno. Trasmissioni le più diverse, da quelle di dibattito politico a quelle d'intrattenimento, dai monologhi di fronte a conduttori conniventi o ammutoliti ai contraddittori con esponenti politici, da apparizioni concordate con i dirigenti di Rai e di Mediaset a sortite inattese e non previste.
È accaduto di tutto e ancora accadrà. Assisteremo anzi ad un crescendo del fenomeno di sconvolgimento e scompiglio dei palinsesti, nonostante gli appelli reiterati del presidente della Repubblica che continua a invocare il pluralismo, la moderazione dei toni e il conflitto civile delle opinioni.
Avendo capito che una legge per abolire la par condicio non è tecnicamente e politicamente possibile, ora il governo pensa di prorogare di due settimane o almeno di una la vita del Parlamento. Lo scioglimento delle Camere, secondo le dichiarate intenzioni di Palazzo Chigi, dovrebbe cioè avvenire a metà febbraio anziché, come concordato con Ciampi appena tre settimane fa, il 29 gennaio. La motivazione reale è chiara: continuare l'occupazione dei video e dei microfoni e restringere l'applicazione della par condicio agli ultimi trenta giorni anziché a quarantacinque.
E' possibile che l'effetto di questa inflazione televisiva sia un rigetto dell'occupante e delle tesi da lui sostenute, ma resta il fatto che non si era mai visto un simile fenomeno di prevaricazione sfrontata e di passiva rassegnazione da parte dei dirigenti e dei conduttori delle varie trasmissioni, fino all'assurdo dell'Isoradio che fornisce all'utenza le informazioni sul traffico automobilistico, anch'essa rallegrata dall'impetuosa e improvvisa partecipazione del presidente del Consiglio.
Ma l'aspetto di gran lunga più preoccupante di questa campagna para-eversiva riguarda l'aggressione in atto da molti giorni contro i Ds sulla vicenda Unipol. Si fa strada l'ipotesi (di cui non mancano seri indizi) che vi siano coinvolti addirittura uomini dei vari servizi di sicurezza. Ipotesi molto circostanziate, relative alla fuga di notizie e di intercettazioni telefoniche disposte dalla Procura ma utilizzate a sua insaputa da pubblici ufficiali infedeli alle norme che presiedono al loro delicato lavoro.
Si tratta, finora, di inchieste giornalistiche ricche tuttavia di riscontri documentati e di induzioni assai solide. Se ne trova ampio riferimento negli articoli pubblicati da Repubblica ma non soltanto. Del resto le deduzioni logiche sono difficilmente controvertibili. La Procura di Milano ha già dimostrato che la fuga di notizie e documenti non può essere avvenuta dai suoi uffici. È dunque evidente che sia avvenuta da uno o più operatori in ascolto delle conversazioni intercettate. Tali operatori sono militari della Guardia di Finanza.
I testi registrati e trasmessi al Giornale (di proprietà della famiglia Berlusconi) a cominciare dall'ormai famosa conversazione Consorte-Fassino, provengono dunque da quelle fonti alle quali non dovrebbe esser difficile dare un nome poiché si conoscono le date e l'ora delle intercettazioni dalle quali è automatico risalire al nome degli operatori.
Si tratta come è evidente di ipotesi molto gravi alle quali tuttavia non c'è alternativa poiché solo da lì quei documenti possono essere usciti. Il presidente del Consiglio sta giocando dunque col fuoco e potrebbe bruciarsi non solo le dita ma la mano intera.
Un altro segnale anch'esso molto preoccupante proviene dall'insolita visita di Berlusconi alla Procura di Roma. Ne avevamo già parlato la settimana scorsa ma ancora non si conosceva l'esito di quella sua "deposizione" e i problemi che ora stanno dinanzi ai magistrati che l'hanno raccolta. "Non aveva alcun contenuto giudiziariamente rilevante" ha detto più volte lui e ha confermato l'avvocato che l'aveva accompagnato. "Non era una denuncia" ha aggiunto ancora il presidente del Consiglio e il suo avvocato ha confermato.
Tuttavia il procuratore capo della Repubblica e i suoi sostituti incaricati dell'inchiesta Unipol hanno dato seguito a quella "non denuncia" che faceva tuttavia i nomi di terze persone; per la precisione di Prodi, Rutelli, Veltroni, D'Alema, Bernehim e Tarak Ben Ammar, quest'ultimo socio in affari di Berlusconi e da lui indicato come sua fonte d'informazione.
Evidentemente i procuratori di Roma hanno trovato che nella deposizione del presidente del Consiglio qualche cosa di giudiziariamente rilevante c'era, altrimenti perché avrebbero indicato a comparire dinanzi a loro alcune di quelle persone sopra indicate? Perché li avrebbero sottoposti a interrogatorio?
Berlusconi ha anche aggiunto che le informazioni da lui trasmesse ai magistrati avevano però un rilievo politico. Se ne deve per caso dedurre che i procuratori di Roma fossero interessati al rilievo politico? E quindi si prestassero all'uso politico e non giudiziario della deposizione del premier? Sarebbe gravissimo se così fossero andate le cose, ma tutto ci porta a escluderlo.
Resta comunque acclarato che i magistrati dettero seguito alla deposizione del premier trasformando così la non denuncia in una denuncia vera e propria. Che cosa hanno accertato? Che gli incontri sono avvenuti. Che furono promossi da Bernehim. Che oltre a quelle persone Bernehim incontrò anche Berlusconi, dopo Prodi e dopo D'Alema e prima di Rutelli e di Veltroni. Che non avevano affatto parlato di Unipol, salvo che con Berlusconi medesimo. Il tutto è stato confermato da Tarak Ben Ammar, parola per parola, con una mezza smentita al suo socio sulla questione Unipol.
Tutto chiaro. "La questione per noi è chiusa" hanno detto i procuratori. Chiusa? Non direi. Il procuratore capo ed i suoi sostituti hanno compiuto atti giudiziari rilevanti sulla base di una non denuncia che si trasforma in denuncia da parte del presidente del Consiglio. Non trovano niente di penalmente rilevante, cioè in altre parole la denuncia risulta sballata. Ma resta che era calunniosa.
Politicamente calunniosa, su questo non c'è dubbio, ma anche tecnicamente calunniosa. Quando si attiva il magistrato, cioè la giurisdizione, ipotizzando che un reato sia stato compiuto e risulta invece che il reato non ci sia, si configura tecnicamente una calunnia che i magistrati debbono perseguire d'ufficio.
Perciò mi permetto di chiedere al procuratore della Repubblica: è stato compiuto un reato di calunnia dal presidente del Consiglio? Se così fosse, lei dovrebbe iscriverlo nel registro degli indagati. Oppure lei - inconsapevolmente certo - si è prestato all'uso politico di una non denuncia, come si può vedere dai giornali e dalle televisioni che hanno aperto per molti giorni le prime pagine su questa faccenda. Una risposta sarebbe non solo gradita ma indispensabile.
Nella conferenza stampa di Tarak Ben Ammar dopo il suo interrogatorio in Procura si dice anche che lui, Tarak, non era la sola fonte e che sulla vicenda Unipol "il presidente Berlusconi ha anche altre fonti" del resto Berlusconi non lo nega affatto anzi lo dichiara con orgoglio. Ha detto ai suoi collaboratori: "Bisogna continuare su Unipol, tra poco spero di saperne molto di più".
Ernesto Galli della Loggia ha scritto sul "Corriere della Sera" che il presidente del Consiglio sta reincarnando una versione moderna e mediatica di Masaniello e il giornale l'ha messo anche nel titolo di quell'articolo. Masaniello. Un populista e demagogo che sollevò il popolo napoletano contro il potere e poi si mise d'accordo col potere stesso. Poi finì male.
Il paragone con Masaniello deriva dalla demagogia e mi sembra perfettamente appropriato, ma ora si deve aggiungere un altro paragone altrettanto appropriato, quello con l'indimenticabile James Bond. E' evidente che James Bond più Masaniello costituiscono una miscela esplosiva, per di più quando queste due figure beneficiano dei poteri e delle prerogative del capo del potere esecutivo.
Voi capite che i timori che derivano da questa situazione sono pienamente giustificati.


Grano e loglio dei radical-socialisti
Angelo Panebianco sul
Corriere della Sera 22 gennaio

Ha probabilmente ragione Umberto Eco quando sostiene (in un'intervista alla Stampa) che il «Partito democratico», il partito unico del centrosinistra, potrà nascere solo quando il ricambio generazionale sarà completo e sarà svanito persino il ricordo del Partito comunista. Però, superare le fratture che vengono dal passato è, per il Paese, un'esigenza oggettiva.
In un precedente articolo ( Corriere, 15 gennaio) avevo scritto che ciò richiederebbe nuove aggregazioni che vedano convivere chi viene dal Pci (e dalla sinistra democristiana) con gli «anticomunisti democratici», coloro che durante la Prima Repubblica si opposero al Pci in nome della democrazia liberale. In una lettera al Riformista, due radicali (Punzi e Castaldi) hanno polemizzato garbatamente con me accusandomi di avere omesso il nome di Marco Pannella che già nell'89 aveva proposto all'allora segretario del Pci Achille Occhetto di dare vita a un «Partito democratico». Non ricordavo l'episodio. Ma è vero: Pannella è stato il più coerente degli anticomunisti democratici, convinto che la rigenerazione della sinistra ne richiedesse la trasformazione in una forza liberaldemocratica. E poiché oggi Pannella ha scelto l'alleanza con i socialisti di Boselli e l'ingresso nel centrosinistra vale la pena di approfondire l'argomento.
È ovvio che i radicali staranno «scomodi» nel centrosinistra e vi provocheranno molti mal di pancia. I radicali hanno da sempre la particolarità di essere considerati «di sinistra» dalla destra (per via dei diritti civili) e «di destra» dalla sinistra (per via della fede nel mercato e l'atlantismo). In uno schieramento ove sono ancora forti le propensioni stataliste e l'antiamericanismo i radicali saranno mal tollerati. Ma ciò è scontato. Vero è il fatto che essi (fin dall'origine del Partito radicale) hanno sempre pensato che fosse loro compito storico contribuire a cambiare la sinistra in senso liberale. E la sinistra ha mutato atteggiamento sui diritti civili grazie alle decennali battaglie radicali. Pannella e Bonino potrebbero dunque legittimamente aspirare a svolgere un ruolo centrale nell'ipotizzato «rimescolamento delle carte» denominato Partito democratico. Ma la strategia scelta non sembra portare in quella direzione.
Recuperando dal proprio repertorio storico, come Pannella ha fatto, l'anticlericalismo più intransigente e scegliendo una linea «zapaterista» si possono prendere voti ma ci si condanna, rispetto a eventuali processi di aggregazione a sinistra, alla marginalità. Se non altro, perché si antagonizzano i cattolici. Il neo-anticlericalismo, frutto, a mio giudizio, di un eccesso di allarme per l'interventismo della gerarchia ecclesiastica, porta i radicali a sguarnire i fronti su cui più dovrebbero stare. Dove il centrosinistra è più carente: libertà di mercato, garantismo giudiziario, solidale azione fra le democrazie occidentali contro le dittature. Non che i radicali non se ne occupino. Lo fanno da sempre, unici a sinistra. Ma la «cifra» con cui hanno scelto di caratterizzarsi, anticlericalismo e zapaterismo, diventa un freno, impedisce loro di svolgere quel ruolo di protagonisti che il loro passato legittimerebbe.
Senza anticomunismo democratico non ci sarà rinnovamento della sinistra. Ma occorre una visione strategica che oggi sembra mancare.


Personaggi e interpreti
Furio Colombo su
l'Unità 21 gennaio

Graham Watson (presidente del Gruppo Liberale al Parlamento Europeo): «Egregio Signor Vespa, ho appreso con stupore che durante la sua trasmissione il Presidente Berlusconi è stato definito - pubblicamente e con grande enfasi - “liberale”.
Sinceramente non mi sembra che l'On. Berlusconi abbia mai dato segno di mettere in pratica alcun principio liberale in particolare nell'esercizio delle sue funzioni di Presidente del Consiglio», (Ansa, 16 gennaio 2006, ore 13.15).
Fabrizio Cicchitto (Vice coordinatore di Forza Italia): «Ho dato mandato ai miei legali di verificare se esistono le condizioni per querelare Furio Colombo a causa dell'articolo comparso su l'Unità dell'8 gennaio scorso. Nell'articolo l'ex direttore del quotidiano parlava del tentativo di far apparire un paesaggio deformato in cui “tutti sono della stessa pasta, un paesaggio deformato nel quale, a proposito della vicenda Unipol si vuole ambientare la frase di Fassino, estrapolata in modo arbitrario da una conversazione ottenuta misteriosamente e pubblicata illegalmente, che non giustifica in nulla la presunta enormità dello scandalo”». Ma ecco il passaggio incriminato: «Dice Furio Colombo: “Lo sanno anche Cicchitto e Bondi. Ma i due hanno il grande vantaggio di non avere una reputazione da difendere, e sognano di estendere ad altri questo loro privilegio», (Ansa, 13 gennaio 2006, ore 11,49).
Sandro Bondi (Coordinatore di Forza Italia): «Il caso Unipol non è chiuso. È evidente la responsabilità di Fassino nel conflitto di interessi che emerge dal collateralismo fra i Ds e le Cooperative rosse». Libero giornalista Rai (incalza): «Si riferisce ai 50 milioni di Consorte?», (giornale Radio 3, 16 gennaio, ore 8,45).
Libero giornalista Rai (alzando gli occhi a guardare gli spettatori): «Il caso Unipol non è chiuso. A mano a mano che passano i giorni si confermano le accuse contro i Ds...». L'autore della frase è il sen. Schifani. Ma il nome viene detto solo alla fine della lunga citazione, che appare invece come una dichiarazione spontanea del giornalista, (Tg 2, 16 gennaio, ore 13).
Voce scandita di giornalista Radio Rai: «Il caso Unipol non è chiuso. Continuano alla Procura di Roma le deposizioni di Antoine Bernheim, presidente delle Assicurazioni generali, e dell'Amministratore delegato Perissinotto, per gli incontri avvenuti con i Ds», (Giornale Radio Uno, 18 gennaio ore 16).
Libero giornalista Rai: «Il caso Unipol non è chiuso. C'è stato un intervento a tutto campo del Presidente del Consiglio». Il premier spiega le sue ragioni (citazione dal vivo): «Per me non ci può essere conflitto di interessi, perché per me è tutto chiaro, limpido, trasparente. Per loro è tutto opaco, oscuro, sotterraneo», (TG 1, 18 gennaio, ore 13.30).
Libero giornalista Rai (prima notizia): «Il caso Unipol non è chiuso. Berlusconi torna a parlare di tutto a Uno mattina» (le immagini lo ritraggono circondato dalla redazione in festa). Conclude il premier: «Confermo tutto. Ci sono stati incontri e pressioni dei DS Sono dodici anni che mi perseguitano, mi insultano, mi attaccano».
Presidente Ciampi (seconda notizia): «Dobbiamo prepararci a una regolare campagna elettorale. È sui fatti che bisogna confrontarsi».
Senatore Schifani (terza notizia): «Il caso Unipol non è chiuso. Il tesoretto di Consorte è di centinaia di milioni, altro che Tangentopoli».
Vice Presidente del Consiglio Fini (quarta notizia): «Il caso Unipol non è chiuso. Finisce una presunta superiorità di tipo etico».
Presidente della Camera Casini (quinta notizia): «Il caso Unipol non è chiuso. Non ci devono essere identificazioni tra affari e partiti politici come quelli che sono emersi in questa vicenda...» (Casini è anche il Presidente del partito di Totò Cuffaro).
Tarak Ammar (socio d'affari di Silvio Berlusconi, sesta notizia) «Confermo tutto. Berlusconi ha detto la verità. Mai parlato di pressioni dei leader Ds su Bernheim», (Tg 2, 18 gennaio ore 20.30).
Sottosegretario Buonaiuti (portavoce del Presidente del Consiglio): «Ma chi è Fassino che denuncia Berlusconi per le apparizioni in Tv? È forse parente di quel Fassino che negli ultimi mesi è stato in televisione dodici volte?», (18 gennaio, ore 19.00).
Presidente Ciampi (ai deputati e senatori della Commissione di Vigilanza Rai in visita al Quirinale): «Tocca a voi fare in modo che il pluralismo sia sempre garantito e le informazioni siano complete, equilibrate e imparziali», (Tg 3, 18 gennaio ore 19).
Piero Fassino, segretario Ds: «Quando denunciamo che c'è una emergenza democratica nelle comunicazioni non siamo dei visionari», (Tg 3, 18 gennaio, ore 19).
Romano Prodi: «Infatti lui è stato in televisione per oltre tre ore, questa settimana, io 8 minuti. Cambia la strategia. Ma è la parola “falso” quella che rimane», (Radio anch'io, ore 9, 19 gennaio).
Massimo D'Alema: «Ho parlato di metodi spionistici contro di noi. Mi si è fatto notare che l'affermazione è impropria e che è più giusto parlare di sistemi para-investigativi finalizzati esclusivamente alla delegittimazione dell'avversario politico. Purtroppo questa è la realtà. E genera il più vivo allarme. Non trovo altre parole per descrivere la situazione nella quale ci troviamo. Leader politici ed esponenti di primo piano dell'economia chiamati dal Presidente del Consiglio davanti ai giudici per rispondere della seguente domanda: “Con chi siete andati a cena?”», (La Repubblica, 19 gennaio).
* * *
Il copione che avete letto finora non è che cronaca modesta e parziale di una settimana di immenso imbarazzo per l'Italia di fronte a ciascuno di noi cittadini italiani (elettori di Berlusconi inclusi) e di fronte ai cittadini d'Europa, che ormai sono testimoni ravvicinati delle nostre incredibili vicende, come dimostra la lettera a Vespa del deputato europeo Watson.
Ciò che sta accadendo è che Berlusconi vuole spingere l'intero Paese al suo livello, alla sua statura, che è un tessuto di spettacolo e di menzogna continua. Purtroppo lo spettacolo è triste, perché costringe ogni giorno alla più squallida umiliazione decine e decine di giornalisti, costretti a sottomettersi in video (vedi passaggio di Berlusconi a Uno Mattina, accolto come se stesse arrivando Padre Pio).
Purtroppo il pericolo non è da poco. Perché è evidente che non solo una parte notevole e vistosa, del mondo giornalistico italiano, è spinta a farsi complice e spalla della continua serie di falsificazioni della realtà. Ma che esiste anche il coinvolgimento, in questo caso comandato e obbligato, di parti dello Stato che devono provvedere almeno alla dislocazione logistica delle informazioni, chi c'era, dove, con chi, a che ora.
Lo ha detto alla Commissione di controllo per i servizi segreti il senatore dei Ds Massimo Brutti. Ma c'è di più, e l'allarme di questo di più basta a dirci con quale spirito pericoloso e avvelenato il Presidente del Consiglio sta forzando l'Italia ad affrontare le elezioni. Il Sen. Guido Calvi fà sapere che migliaia di intercettazioni telefoniche vere o presunte o artefatte o estrapolate o artificiosamente rimontate potranno essere messe in circolazione in qualunque momento, comunque al servizio della disinformazione come nelle peggiori Repubbliche post-Sovietiche.
Occorre vedere con chiarezza la strategia, disperata e finale, con cui Berlusconi conta di non uscire di scena, nonostante il suo clamoroso, riconosciuto fallimento (si vedano le chiare parole dell'imprenditore Della Valle nel non dimenticato “Porta a Porta” in cui incautamente Della Valle era stato invitato come supporter del capo).
La strategia è di denigrazione, aggressione, distruzione, utilizzando qualunque strumento disponibile. Il grado estremo di determinazione ce lo dice la corsa del presidente del Consiglio, noto nel mondo come “super-imputato”, alla Procura della Repubblica di Roma, nell'intento di gettare massi sulla strada del Centrosinistra, che gli è apparsa troppo avanzata.
Berlusconi è votato alla fantastica invenzione di sue verità soggette a mutazioni continue. Ma non è certo disinformato o malconsigliato, quando va a denunciare reati che non esistono e torna, dicendo che le cose di cui sta accusando i suoi avversari non sono reati, dopo aver giurato in televisione, di fronte a tre milioni di spettatori, sui tempi e sui modi di quei misfatti e sulla sicura violazione delle norme («È proibito dalla legge!», ha detto alzando la voce).
Ognuna delle sue affermazioni è stata smontata perché irreale, non vera o priva di significato, o avvenuta in tempi diversi.
Ma, come si accorge anche un lettore poco esperto di simili vicende, tutto ciò toglie reputazione e rispetto a Berlusconi (che di questo non si preoccupa perché è lui a controllare il video) ma non toglie efficacia al suo spettacolo.
* * *
Per quello spettacolo che - ormai è chiaro - dovrebbe concludersi con la sua uscita di scena, l'attuale pericoloso presidente del Consiglio, che ormai è abituato a non essere fermato, è evidentemente disposto a tutto, pur di cambiare il finale.
Ora è bene non dimenticare che sono molti gli strumenti nelle mani di un uomo politico che è capo del governo e capo di grandi aziende e di un immensa ricchezza, a cui non importano i limiti e le regole della democrazia, e che dunque è disposto a usare ciò che gli serve, quando gli serve, pur di non uscire di scena.
Per questo ha un grande valore pedagogico, ma anche politico, l'appassionata iniziativa dell'ex presidente Scalfaro che gira l'Italia in cerca di firme per il referendum che dovrà restituire integrità alla Costituzione italiana vandalizzata. Scalfaro si rende conto del gelo che cade sulla opinione pubblica paralizzata e isolata di un Paese che vede l'uso barbaro e senza scrupoli degli strumenti di comunicazione, la irrisione - non solo da parte di Berlusconi ma anche dei suoi complici immediati, i cosidetti portavoce - e, tristemente, anche la costante sottomissione dei politici suoi alleati che tornano, come fedeli cuccioloni, dopo ogni beffarda descrizione del loro lavoro.
«Quanto avrei governato meglio senza di loro» non si stanca di ripetere Berlusconi prima e dopo i giuramenti di fedeltà di Fini e Casini.
L'ex Presidente della Repubblica Scalfaro ha visto e capito la solitudine degli italiani. E con i suoi improvvisati tavolini per la raccolta delle firme nelle piazze dice: restituiamo coraggio all'Italia. Riprendiamoci la Costituzione che è frutto della Liberazione.
È bene seguire un esempio così nobile e disinteressato. È bene ricordare in ogni momento che i cittadini non possono essere lasciati soli di fronte a questa televisione, a questi telegiornali, ai cosidetti portavoce, di cui potremo ridere, raccontando di loro, in seguito, ai più giovani, ma solo dopo lo scampato pericolo.
È bene chiamare a raccolta tutta la società civile, accanto ai partiti che hanno retto finora tutto il peso (sopratutto i Ds).
Prodi lo aveva detto. Non avremo mezzi, non avremo radio e televisioni, avremmo solo noi. Ma “noi” sono, siamo, tanti italiani che, come ha detto quell'imprenditore a “Porta a porta”, non ne possono più.
Sono, siamo tanti che - come hanno dimostrato i quattro milioni e trecentomila cittadini delle “Primarie” - vorrebbero essere coinvolti.
Sono, siamo tanti a sapere che stiamo vivendo in una “emergenza democratica” (ripeto le parole di Fassino) e non possiamo fare finta che questo sia un tempo normale e che ci si prepari a una tranquilla alternanza.
Siamo in tanti a dire che l'Italia non può correre il rischio di un altro governo Berlusconi.
La ragione ci è stata data con chiarezza e fermezza da Norberto Bobbio nel «Dialogo intorno alla Repubblica» scritto insieme a Maurizio Viroli (Laterza 2003): «Forza Italia non si riallaccia affatto alla tradizione liberale italiana. Non ha nulla di simile al liberalismo di Einaudi. Non ha neppure i caratteri del classico partito conservatore. Forza Italia è un partito eversivo, e Berlusconi se ne rende perfettamente conto». Anche gli italiani.


Il contrasto con gli italiani
Ilvo Diamanti su
la Repubblica 22 gennaio

L´Italia mediale e quella media. La televisione e gli spettatori. Parlano un linguaggio diverso. Il dibattito pubblico, avvitato sulla "nuova" questione morale. Che origina dagli scandali che hanno investito le banche. Ma, soprattutto, dalla scalata dell´Unipol alla Bnl. La "nuova" questione morale. Sembra interessare, particolarmente, i leader e i partiti della sinistra. I Ds, Fassino, D´Alema.
Da un mese, ormai, non si parla e non si discute praticamente d´altro. Sulla scena politica e mediatica. Che, sostanzialmente, coincidono. Facendo immaginare che un´ondata di sdegno si stia sollevando, nella società. E seppellisca tutto e tutti. Ma, soprattutto, la "sinistra immorale". Invece, a giudicare dai dati dell´Atlante politico curato da Demos-Eurisko, poco o nulla di tutto ciò sta avvenendo, nell´opinione pubblica. Le stime di voto indicano che il distacco fra i due schieramenti principali, negli ultimi mesi, è rimasto praticamente immutato. E garantisce al centrosinistra oltre il 6% di vantaggio. Un margine largo. Di sicurezza. Coerente, peraltro, con gli altri sondaggi condotti nell´ultima settimana. Ipsos, Ispo, Abacus, Swg. Tutti. Ad eccezione di uno, citato e usato, incidentalmente, dal premier, a proprio favore. Peraltro, i Ds, scossi dalle polemiche politiche, nelle intenzioni di voto restano stabili e saldi. Attorno al 21%. Primo partito. Di poco sopra a Fi, che si attesta attorno al 19%.
Ma colpisce anche il divario fra l´immagine pubblica dei leader Ds - seriamente danneggiata dal sospetto "morale" - e quella "sociale". Che pare, perfino, migliorata, negli ultimi mesi. Veltroni: il più amato dagli italiani. Ma anche Fassino e D´Alema. Non risentono, nell´opinione pubblica, delle polemiche in cui sono stati coinvolti, nell´ultimo mese. Soprattutto se si considerano gli elettori di centrosinistra. Fra i quali è, ancora, Veltroni il più apprezzato (77%). Seguito dal leader dell´Unione, Romano Prodi (70%) e, a breve distanza, proprio da Fassino e D´Alema, affiancati da Rutelli (e da Bertinotti; che gode di ampio consenso anche nella base di centrodestra).
La distanza fra dibattito politico-mediatico e senso comune. Non riflette indifferenza alle deprecabili vicende bancarie. Che un consistente settore della società considera gravi. Né convinzione manichea che il bene stia da una parte sola. Metà dei cittadini pensa che la corruzione politica, in Italia, non sia finita, dopo Tangentopoli. E sia diffusa, a destra come a sinistra. Pensa, inoltre, che le responsabilità, negli scandali bancari, siano anch´esse trasversali. Solo che gli scandali non scandalizzano più. Questi scandali, almeno. Non suscitano indignazione. Solo un rassegnato disincanto. Anche perché, occorre aggiungere, non tutto è chiaro, lineare, esplicito. Le vicende bancarie, l´Opa lanciata dall´Unipol. Le plusvalenze. I mega-depositi versati a Consorte e Sacchetti in banche straniere. Gli intrecci con altre vicende e altri personaggi. Gnutti, Fiorani, Telecom, Hopa. Cose da fiction raffinata. Cose da ricchi e bene informati. Che leggono e capiscono di finanza e finanzieri. Per cui risulta sempre estesa la quota di quanti, nel sondaggio Demos-Eurisko, non si esprimono. Perché non capiscono. Troppo complicate, le vicende. E troppo "normali", nella loro (im)morale («I politici rubano e fanno i propri interessi»). Troppo: per scandalizzare. Anche perché la credibilità della predica dipende dal pulpito. Se il sermone sul conflitto di interessi è tenuto dal premier, è lecito attendersi, tra i fedeli, un sentimento agnostico. Scettico.
Tuttavia, la ragione vera per cui lo scandalo delle banche non fa scandalo nella società è perché, come mostra l´Atlante politico, le preoccupazioni della gente oggi sono altre. La disoccupazione e i prezzi, anzitutto. Poi, l´insicurezza sociale e personale: la paura della criminalità comune; la domanda di assistenza, di protezione. Mentre la corruzione politica inquieta - relativamente - poco. Si direbbe, quindi, che non molto sia cambiato, rispetto a qualche mese fa, nel sentimento comune e negli orientamenti politici. Il centrodestra continua ad apparire indietro, nelle intenzioni di voto. E la maggioranza dei cittadini prevede che perderà le prossime elezioni. Perché, in un´epoca a basso contenuto ideologico e a forte personalizzazione politica, la competizione elettorale tende ad essere concepita come un referendum che riguarda il governo. E il suo premier. Fra chi intende confermargli la fiducia e chi invece gliela vuole negare. Sulla base del giudizio sulle cose fatte. Che, però, non si fonda sulle statistiche, sui dati, sulle cifre. Ma sull´esperienza. Sulla condizione personale e familiare. Su questa base decide, in particolare, la componente sociale politicamente meno "appassionata", coinvolta e informata. Oggi, questa parte della popolazione appare inquieta e insoddisfatta. Nonostante le rassicurazioni del premier, questi elettori non hanno colto i profondi cambiamenti degli ultimi cinque anni. Non si sono accorti. Che l´economia ha ripreso fiato. La disoccupazione cala e l´occupazione cresce. Le tasse sono state ridotte e il costo della vita è diminuito. I reati sono in costante calo. Sui treni si viaggia in orario, in modo confortevole. Scuola e Università funzionano meglio. Sul passante di Mestre, sulla Salerno-Reggio Calabria e sul raccordo anulare di Roma si marcia più spediti. Magari è anche vero. Le cose possono essere migliorate, relativamente ad alcuni di questi problemi. Però non se ne sono accorti. I cittadini. Per cui, negli ultimi mesi, non hanno cambiato parere. Né orientamento di voto.
Per questo, sorprende il divario fra clima mediatico e d´opinione. Senza svalutare il rilievo della "questione morale", colpisce la svalutazione della "questione sociale". Che suggerisce alcune chiavi di lettura.
La prima riguarda la capacità del premier di riscrivere, a proprio favore, l´agenda politica. Di cambiare la gerarchia dei problemi. Anteponendo, a tutto, il conflitto di interessi della sinistra. Non solo per occultare il proprio. Ma per spostare il centro del dibattito pubblico - e l´attenzione della società - dal governo all´opposizione.
La seconda riguarda la strategia. Che verte, totalmente, massicciamente, sui media. Televisione e radio. Secondo modalità inedite, per ogni altra democrazia avanzata. Dove, pure, i media contano molto. Visto che non esistono altri paesi dove il confronto tra i leader (o meglio: tra il premier e, a rotazione, gli altri leader), in tivù, cominci tre mesi prima del voto. E avvenga tutte le sere. Senza limiti di tempo e senza regole di svolgimento. Con ulteriori repliche le sere successive. Su altre reti.
Con alcuni esiti non trascurabili. Per l´opposizione: costretta a inseguire le tematiche imposte da Berlusconi su un terreno a lui decisamente favorevole. Per la stessa maggioranza: visto che, in questo modo, Berlusconi riafferma, prepotentemente la sua leadership; e traina il suo partito personale, Forza Italia, in vista di una consultazione proporzionale e, per questo, partitica. Oscurando i partiti alleati, i cui leader godono di un consenso personale molto superiore al suo.
La terza, conseguente, riguarda il rafforzarsi della "superstizione mediatica". La convinzione che le elezioni si vincano soprattutto, anzi, esclusivamente, sui media. In televisione. Mentre le recenti esperienze elettorali hanno dimostrato l´importanza dell´organizzazione e della partecipazione. Soprattutto per il centrosinistra, che è presente nella società e radicato nel territorio.
Così, per narcisismo o per assuefazione al berlusconismo: i leader del centrosinistra si tuffano, beati, nel mondo mediatico. Entrano nello specchio deformante offerto ai cittadini-spettatori. E rischiano di neutralizzare la principale minaccia, per Berlusconi. Impegnato a contraddire la convinzione, diffusa, che al posto del "contratto", siglato cinque anni fa davanti a Bruno Vespa, oggi, sia subentrato uno stridente "contrasto". Con gli italiani.
Sarebbe meglio, per questo, lasciarlo da solo. A Porta a porta. E dialogare con gli elettori. Porta a porta.


Per battere il Cavaliere dite tutta la verità
Giampaolo Pansa su
L'espresso

Come disse quel tale che stava per essere impiccato, la situazione è appesa a un filo. C'è un boia che ha scelto la forca alla quale appendere la vittima, tiene la corda in mano e non la mollerà sino a quando l'esecuzione non sarà avvenuta o qualcuno non glie l'avrà strappata di mano. Il boia è Silvio Berlusconi, la vittima designata il vertice della Quercia. Il Cavaliere è deciso a protrarre questa tortura sino al 9 aprile, giorno del voto. È un piano folle? Può darsi. Ma il Cav non ha altra alternativa: o si aiuta con la forca oppure a morire sarà lui.
Per essere meno horror, cito un sondaggista eminente, Renato Weber, della Swg: per ora è Berlusconi a dettare l'agenda elettorale e a decidere di che cosa parlare (o straparlare). È inutile chiedergli una tregua o tirare in ballo Goebbels, i metodi nazisti e l'olio di ricino. Il Cav potrà anche essere smentito tutte le volte, ma continuerà a eruttare accuse. Infatti, come accade a ogni capo partito, a lui non interessa la verità, ma soltanto fottere l'avversario. E rianimare il proprio elettorato, come pare gli stia riuscendo.
Tuttavia c'è un'arma che può depotenziare l'offensiva del Cav sull'Unipol e dintorni. Quest'arma ce l'hanno in mano i capi Ds, Piero Fassino e Massimo D'Alema per primi: dire tutta la verità sulla scalata alla Bnl e sui rapporti con i due manager che l'hanno ideata e attuata, Gianni Consorte e Ivano Sacchetti. A tutt'oggi, nessuno del vertice diessino si è deciso a raccontarla per intero ed è per questo che il boia, per il momento, sta vincendo. Naturalmente, la mia è soltanto un'opinione, ma adesso proverò a motivarla.
Prima di tutto, è lampante che mancano molti tasselli per poter ricostruire in modo completo il grande puzzle dell'Unipol-Bnl. Infatti, non conosciamo il testo di molte intercettazioni sul telefono di Consorte. Per restare agli interlocutori diessini, i colloqui di Fassino con il capo dell'Unipol sarebbero ben diciassette: ne è stata pubblicata una e ne rimangono altre sedici. Poi ci sono i colloqui tra Consorte e D'Alema: ce lo ha detto lo stesso presidente della Quercia. Ci sono le telefonate di Nicola Latorre, collaboratore di D'Alema. Infine quelle di Ugo Sposetti, il tesoriere dei Ds: forse sono più dell'unica conosciuta.
Che cosa potrebbe rivelare questo fiume di parole di cui sappiamo ben poco? Niente, ma anche tutto. Per tutto non intendo un comportamento illegittimo dei capi della Quercia, bensì un loro impegno molto determinato nella battaglia per la Bnl, uno scontro da vincere a tutti i costi e senza andare per il sottile. Ossia senza troppo badare ai metodi 'alla Consorte', quelli che oggi stanno sotto la lente dei pubblici ministeri di Milano, Roma e Perugia. E anche senza far caso al profilo dubbio di molti dei personaggi coinvolti nell'affare principale e in quelli laterali.
Ma questo chiudere gli occhi ha prodotto clamorosi casi d'imprudenza. Quello più grottesco ha per attore lo stesso presidente della Lega, Giuliano Poletti. Nell'agosto 2005, il capo delle Coop invitava ad aprire le porte del 'Corriere della Sera' a Stefano Ricucci, definito "un noto imprenditore di successo" che non doveva essere tenuto fuori dal salotto buono da "un conservatorismo privo di prospettive". La stessa imprudenza i leader dei Ds hanno mostrato nel valutare le figure di Consorte e di Sacchetti. Qualcosa dovevano pur saperlo: i legami con Gnutti, il loro ruolo nell'affare Telecom, la consuetudine con Fiorani, la possibilità di guadagni astronomici, le ricchezze esibite. Nel mondo della finanza, questi lati sghembi dei capi Unipol erano noti. Bastava informarsi. Per Sacchetti, ad esempio, bastava andare a Reggio Emilia. Dove il cosiddetto 'treno di vita' di chi conta non è un mistero per nessuno.
Quando Fassino e D'Alema dicono di non aver mai saputo nulla, fanno torto a se stessi. Entrambi sono politici di lunga esperienza e hanno tutti i numeri per essere persone accorte, capaci di distinguere un manager disinvolto da uno corretto. Proprio per questo, dovrebbero rendere onore al loro partito raccontando sino in fondo come è andata. Anche perché si tratta di una storia vecchia quanto il mondo: la politica ha sempre bisogno di soldi. I partiti francescani non esistono più. I monaci di sinistra, di centro e di destra non vanno con i piedi scalzi nei sandali. Come minimo, hanno bisogno di un'auto blu. E come massimo di una banca amica.
Il problema è come arrivarci alla banca. E non è cinismo qualunquista dire che i modi sono soltanto due: da furbi o da stupidi. La stupidità consiste nel commettere più errori del necessario. Ho l'impressione che sia proprio questo che è accaduto nel rapporto tra Ds e Unipol, per la voglia matta di far conquistare alla sinistra un grande istituto di credito. E adesso per il Botteghino resta soltanto una speranza: che emerga presto qualche errore più grave compiuto dal centro-destra del Cavaliere. Emergerà? Vallo a sapere.


Paghiamo tre volte
Tito Boeri su
La Stampa 22 gennaio

A quale prezzo? Quanto dovranno ancora pagare gli italiani, come contribuenti, viaggiatori e inconsapevoli ostaggi nelle trattative fra politica, manager e sindacati, per tenere in vita artificialmente Alitalia? Non ci risulta che queste due domande siano state sin qui poste ai leader delle due coalizioni in una campagna elettorale, iniziata a tutto gas molto prima del dovuto per sfuggire alle maglie della par condicio. E' il momento di farlo.
Perché non illudiamoci: dopo le elezioni continuerà il gioco al rinvio. E sarà sempre più costoso. I cittadini pagano tre volte l'incapacità della politica di staccare la spina ad Alitalia. La pagano dapprima come contribuenti di uno Stato che continua ad intervenire per ripianare debiti di una compagnia che è arrivata a perdere fino a 50 mila euro all'ora e che ha quasi 2 miliardi di euro di debiti. La privatizzazione del novembre scorso è stata una farsa: un'operazione studiata a tavolino solo per salvare le apparenze, cercando di scongiurare l'intervento di Bruxelles per violazione delle misure contro gli aiuti di Stato. E' costata tantissimo: lo Stato ha dovuto praticamente azzerare il valore della sua partecipazione per renderla appetibile al mercato.
I cittadini pagano poi come viaggiatori costretti a non poter utilizzare tariffe più basse, dato che la difesa di Alitalia ostacola non poco le liberalizzazioni del settore. Alitalia per il proprio rilancio punta, non a caso, proprio sui servizi intercontinentali, quelli in cui oggi è minore la concorrenza. E difende a spada tratta l'attuale allocazione degli «slot» aeroportuali, che le offrono la possibilità di monopolizzare i collegamenti fra centri importanti negli orari più ambiti e che le consentono di fatto il duopolio nella tratta Milano-Roma. Infine i cittadini pagano in quanto ostaggi delle agitazioni dei dipendenti della compagnia di bandiera che, sapendo che prima o poi lo Stato interverrà, utilizzano l'arma dello sciopero come una clava. Ieri decine di voli cancellati e la prospettiva che la flotta di Alitalia rimanga bloccata fino a martedì.
E' solo l'ultimo episodio di una catena di scioperi che non si è interrotta neanche durante l'aumento di capitale. Dato lo stato dell'azienda, l'unico modo di spiegare il comportamento dei dipendenti è che sanno di poter contare sull'intervento dello Stato. Quello dell'Alitalia è un vincolo di bilancio che non morde, devono ritenere. E sin qui è difficile dar loro torto. I continui rinvii dell'esecutivo sono i veri responsabili del deterioramento delle relazioni industriali. Mentre una maggiore informazione sui risultati dell'azienda potrebbe anch'essa favorire atteggiamenti più consapevoli da parte dei dipendenti. Secondo quanto riportato dal Sole24ore di ieri, vi sarebbe stato un forte calo dei ricavi negli ultimi tre mesi, che, proiettato sul 2006, porterebbe a perdite operative di circa 200 milioni. La bolletta Alitalia è solo destinata a diventare più salata col passare del tempo.
Prima o poi ci sarà liberalizzazione anche nei servizi aeroportuali fra Stati Uniti e Unione Europea, le uniche rotte su cui la compagnia di bandiera era riuscita a non perdere traffico negli ultimi anni. Più il mercato è liberalizzato, più Alitalia si assottiglia: nel traffico fra Italia e Paesi Ue ha, non a caso, le quote più basse e in più rapida discesa. A fronte di questi costi, quali sono i vantaggi di avere una compagnia di bandiera? Orgoglio nazionale? Immagine? Se sì, quale? Mentre molte compagnie europee sono tornate in utile dopo lo choc dell'11 settembre, Alitalia è diventata l'emblema di un sistema insanabile, ed è una palla al piede del nostro sistema produttivo. Obbliga le aziende a pagare di più nel far viaggiare i propri dipendenti, col costante rischio di vedersi cancellati i voli.
La difesa a oltranza della compagnia di bandiera riduce anche i flussi di turismo verso il Belpaese che potrebbero crescere di molto se permettessimo davvero l'ingresso nel nostro mercato delle compagnie low-cost. E data la forte elasticità della domanda al prezzo in questo settore, è molto probabile che perdite di posti di lavoro in Alitalia, destinate ad avvenire comunque, prima o poi, verrebbero più che compensate da assunzioni in altre compagnie operanti in Italia.


Epifani incalza Montezemolo
Roberto Mania su
la Repubblica 22 gennaio

ROMA - A Montezemolo chiede di aver rispetto per le posizioni della Cgil; al governo di ascoltare «l´ultimo grido d´allarme» dei lavoratori dell´Alitalia perché questa volta la compagnia rischia davvero di fallire. Guglielmo Epifani respinge la raffigurazione di una Cgil chiusa in se stessa, dopo il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, e rilancia: prima l´accordo con la Cisl e la Uil sulla riforma degli assetti contrattuali, poi il negoziato, senza ignorare che la politica economica e fiscale del prossimo esecutivo condizionerà, in un modo o nell´altro, il confronto tra le parti sociali. Ma è sulla crisi dell´Alitalia che il giudizio del leader sindacale è netto: «La responsabilità è tutta del governo».
Perché, Epifani?
«Sono tre mesi che abbiamo avvertito il vertice dell´Alitalia e il governo che le cose stavano precipitando. Da tempo è evidente che il piano industriale è stato disatteso e che è necessario un rilancio. E ancora: che l´assetto organizzativo interno sta facendo acqua da tutte le parti. Sono stati commessi errori madornali, a cominciare da quello di spostare la manutenzione, cuore tecnologico dell´azienda, fuori dalla compagnia stessa. Dopo la ricapitalizzazione non si può continuare a gestire un´impresa come l´Alitalia navigando a vista».
Ma il sindacato cosa propone? Nuove risorse pubbliche?
«No, non è questo che chiediamo. La compagnia sta sul mercato e noi abbiamo condiviso questa decisione. I soldi ci sono ma, senza una strategia di rilancio, rischiano di svanire rapidamente. Per questo chiediamo al governo di convocare un confronto a Palazzo Chigi con il sindacato ma anche con l´Alitalia. E invece mercoledì siamo stati convocati solo noi. Perché? Eppure l´esecutivo è il garante dell´accordo sottoscritto. E tutti insieme dobbiamo individuare una via d´uscita: la lotta apparentemente così estrema dei lavoratori, che crea disagi ad altri lavoratori, ha proprio questo come obiettivo».
Bisognerà cambiare il management dell´Alitalia, a cominciare da Cimoli?
«No, non è questo il punto, anche se il management, per quanto di valore, viene da esperienze professionali maturate in altri settori, diversi da quello del trasporto aereo. Purtroppo se non si riescono a valorizzare le professionalità interne, le conseguenze sono anche queste. Nell´azienda c´è un eccesso di disorganizzazione nelle grandi e nelle piccole cose, dai turni degli equipaggi, ai programmi di investimento».
Dopo i blocchi stradali e ferroviari dei metalmeccanici per il contratto, gli scioperi Alitalia che bloccano il traffico aereo. Non crede che conflitto da fisiologico stia diventano patologico e che esprima anche una debolezza del sindacato?
«Questo accade perché l´attuale governo ha alimentato la cultura del "lasciare andare", senza mai pensare di prevenire i possibili conflitti. E´ passata l´idea che i più forti se la possono vedere da soli. Così che i più deboli sono stati spinti a ricercare forme di lotta estreme. Ma nel caso dei metalmeccanici c´è anche una responsabilità della Federmeccanica: sono convinto che lo stesso contratto si poteva tranquillamente firmare due mesi fa. Però le aziende, o una parte di esse, speravano che i lavoratori e il sindacato potessero piegarsi. Si sono sbagliate e noi abbiamo strappato, con le unghie e con i denti, quel contratto».
Ora Montezemolo chiede di avviare il confronto sulla riforma del modello contrattuale. E dice alla Cgil che dopo l´accordo per i metalmeccanici non ci sono più alibi; mentre lei ha risposto che adesso siete impegnati nel dibattito congressuale.
«Noi non diciamo queste cose e non abbiamo mai sollevato alibi. Semmai abbiamo impedito, come pensavano alcuni settori degli industriali, di non rinnovare il contratto in attesa - o con l´alibi - della riforma degli assetti contrattuali. Aggiungo che non va proprio bene questa raffigurazione che le imprese hanno offerto del contratto che sarebbe stato da loro generosamente concesso. Questo è un atteggiamento da ancien régime, con le aziende che stanno in alto e i lavoratori che stanno in basso. No, io ho un´altra idea della dignità del lavoro. E chiedo rispetto per le nostre posizioni come io l´ho per le loro. Dall´altra parte, condivido lo sforzo di Montezemolo di provare a porre nell´agenda della politica economica i temi del lavoro, delle imprese, dell´industria, del cuneo fiscale e contributivo, della distribuzione del reddito. C´è davvero bisogno di spostare l´attenzione dalla propaganda del presidente del Consiglio ai problemi concreti degli italiani».
D´accordo, ma vi confronterete sulla riforma dei contratti?
«Incontrarci per scambiare delle opinioni fa parte delle buone maniere e del reciproco rispetto. Ma è difficile immaginare un confronto se prima, tra sindacati, non avremo definito una posizione comune. Non dimentichiamo che l´accordo del '93 è stato approvato con un referendum tra i lavoratori».
Pezzotta dice che strada facendo una soluzione si troverà.
«Non mi convince quest´idea perché può portare ad una subalternità culturale rispetto alle imprese, oppure mette in conto il fallimento del negoziato. Io non voglio né l´una né l´altro. Dobbiamo riprendere immediatamente il confronto tra noi per superare le diversità che abbiamo in materia di democrazia sindacale e, parzialmente, sull´utilizzo della produttività. Non si può, poi, non considerare che la politica fiscale del prossimo governo non sarà neutrale rispetto alla riforma del modello contrattuale. Per esempio, potrà renderla più fluida se, anziché premiare le rendite, si sposterà l´attenzione ai redditi da lavoro dipendente».
Vuol dire che tutto è rinviato a quando ci sarà il nuovo governo?
«Il confronto può partire subito dopo aver trovato una posizione unitaria tra Cgil, Cisl e Uil».
E il congresso della Cgil?
«Non c´è alcun problema anche perché su questo punto c´è un larghissimo consenso».


"Abbiamo un nemico comune, il capitale"
Francesca Marretta su
Liberazione 19 gennaio

"Il debito, ovvero un'arma di distruzione di massa", "l'economia locale è il miglior rimedio alla povertà".
Gli striscioni sugli edifici dai colori pastello di Avenue de la Liberté, in pieno centro cittadino, ricordano alla distratta popolazione di Bamako, capitale del Mali, che temi cruciali per il destino del continente africano stanno per essere affrontati nella loro polverosa ed indolente città. Prende il via oggi il Forum Sociale Mondiale Policentrico (Fsm) che per la prima volta si tiene in una capitale africana. Un forum sociale atipico. Un forum essenzialmente africano in cui saranno affrontati temi di cui la società civile del continente è impaziente di discutere.
Il caos del piccolo edificio a due piani nel moderno quartiere Aci 2000, in cui ci si reca per iscriversi a partecipare, mostra le difficoltà che gli organizzatori si sono trovano a fronteggiare, "nella più africana delle città africane", in cui si aggira un milione di abitanti, che uno sviluppo urbanistico rapido, ha in pochi anni spinto verso l'insalubre sponda sud nel fiume Niger.
Il caos di vecchie auto, venditori ambulanti e polvere, mitigato da grandi arterie urbane interrotte da ampi piazzali con moderni e poco attraenti monumenti, è decisamente più sopportabile che in altre capitali africane. La differenza sembra farla l'attitudine serafica dei maliani, che alla guida di veicoli lenti e scassati, addirittura rallentano e si fermano al semaforo. Scena inedita per una grande capitale del Continente che ci ospita.
Nelle stanzette sovraffollate di persone in fila per l'iscrizione al Fsm si fa il saliscendi per capire a chi rivolgersi. La maggior parte delle persone è intenta a chiacchierare amabilmente, senza curarsi troppo della calura, né tantomeno di fare in fretta. Questa è la "stagione fredda" raccontano i maliani ai pochi europei che tentano di iscriversi ad un paio di giorni dall'inizio dei lavori del forum. Gli altri arriveranno nei prossimi giorni, anche se si ha l'impressione che molti dei partecipanti abituali del Social forum abbiano acquistato solo il biglietto per Caracas. Gli africani sono invece arrivati.
Soumela, il tassista che ci conduce al Centro internazionale delle Conferenze di Bamako, non sa granché di quello che accade al di là del cancello del moderno complesso di edifici che ospiterà alcune delle attività del forum ed una sala stampa.
"Chirac uccide lo spirito del Togo" è scritto su un adesivo incollato al cruscotto della sua vettura. Non che sia togolese, è un ragazzo maliano classe '77 dall'aria sveglia. Ma tiene alla giustizia nel continente, perché tutti gli africani sono fratelli. "Ho capito meglio questa storia del Forum portando in giro gli stranieri ieri e oggi - dice Soumela. - Ne hanno parlato alla televisione, ma non è una di quelle cose di cui parli con gli amici".
Per chi si occupa della condizione delle donne nel Mali, questo forum africano appare invece di importanza cruciale.
In attesa dell'inizio della conferenza sulla ricostruzione dell'allenza del Sud, organizzata in occasione del cinquantenario della Conferenza dei popoli di Bandung, evento che ieri ha preceduto l'apertura del Forum, Doumbia S. Coulibaley, segretaria generale del Collectif des femmes du Mali (Cofem), sottolinea il carattere fondamentale di un forum che si tiene in Africa.
"Noi a Caracas non ci possiamo andare e quindi avere l'opportunità di discutere con altre donne di altre parti dell'Africa e del mondo é importantissimo. In Mali le donne sono in movimento". Accantio Doumbia c'è Fatoumata Maiga, dell'associazione delle donne per le iniziative di pace, Ong maliana, insiste sull'importanza che le donne avranno al forum. Mentre chiacchieriamo in attesa dell'avvio dei lavori della Conferenza che intende rilanciare l'allenza del Sud, si lavora all'allestimento delle tende che ospiteranno un “villaggio delle donne”, ribattezzato Univers des femmes, universo delle donne (pare che villaggio suonasse troppo tribale). Uno spazio di discussione su temi quali il microcredito, ruolo delle donne nella costruzione della pace, diritti sessuali e di riproduzione, Hiv, economia del dono come alternativa al capitalismo patriarcale, implicazione delle donne nei processi decisionali.
Temi importanti soprattutto per le donne maliane ed africane, arrivate dal vicino Burkina Faso e dalla Nigeria e dal Senegal, ma anche da Uganda, Kenya, Congo e Tunisia. Si spera sia tutto pronto per dopodomani. I lavori procedono a rilento e gli amministratori locali hanno creato problemi alla donne mauritane per l'allestimento delle tende.
La giornata di discussione che ieri ha impegnato intellettuali e facce note del Movimento altermondialista, come Ignacio Ramonet, Samir Amin e Aminata Draman Traoré, ha lanciato l'idea di proporre il "combustibile intellettuale" in grado di riproporre un'alternativa che riconduca gli imperialisti a negoziare, come fu il caso cinquant'anni addietro, della Conferenza di Bandung. Allora dirigenti africani ed asiatici che avevano recuperato l'indipendenza politica si resero conto della necessità di progredire ulteriormente per addivenire ad una reale liberazione economica, sociale e culturale.
Temi attuali oggi come allora. Secondo Ignacio Ramonet siamo di nuovo al punto di dover affrontare una proposizione per il cambiamento, il che rappresenta la tappa attuale del percorso del Movimento, che segue la fasi precedenti della definizione della mondializzazione, della contestazione (Seattle), e della protesta (Porto Alegre). Ridiscutere i temi di Bandung è un esigenza imposta dal sistema coloniale in cui ci troviamo, gli ha fatto eco Samir Amir, in cui gli Usa impongono un Apartheid su scala mondiale. L'imperialismo va avanti sotto nuove forme, il che comporta che un paese come il Mali non possa gestire l'acqua con un sistema pubblico, ma attraverso compagnie francesi. "Questo grazie all'esistenza del Ministero delle Colonie, il Wto".
L'attualità dei temi di Bandung, è stata ancora sottolineata sa Samir Amir nella denuncia del terrorismo di Stato di Usa e alleati, per i crimini commessi in Iraq e nei Territori Palestinesi occupati.
Tra gli oratori alla conferenza per la ricostruzione dell'internazionalismo tra i popoli una non poteva mancare Aminata Traoré, ex ministro della Cultura del Mali (1997-2000), tra le ideatrici del Forum Sociale Africano, che prima della divisione in gruppi di discussione dei partecipanti, ha scambiato qualche battuta con "Liberazione".
"Bandung deve essere una fonte d'ispirazione per noi tutti di fronte alla rapina di risorse a cui la ricolonizzazione dei popoli del Sud ci mette di fronte. L'Africa non è vittima di sé stessa e se oggi siamo qui con i popoli del Nord è perché abbiamo un nemico comune da combattere, il capitale".
Sulla questione delle responsabilità delle classi dirigenti africane al potere, Aminata Traoré risponde, "oggi ci sono capi di Stato che non hanno margini di manovra. E' in America e in Europa che si decide chi siamo e che dobbiamo fare, questi paesi ci danno i soldi e ci dicono cosa dobbiamo fare. E' una pillola amara da ingoiare. Comunque possiamo dire che in Africa esiste un fronte interno ed esterno. Quello interno interroga i nostri dirigenti su quello che hanno fatto a Washington. Ed è lì che ci viene rubata la speranza di democrazia. La Banca Mondiale ed il Fmi sono in fondo il ministero delle finanze su scala mondiale".
Tra i commenti raccolti alla vigilia del forum è interessante il punto di vista di Rokia Sanogo, presidente dell associazione dei medici che applicano la medicina tradizionale. "Il governo del presidente ha deciso di ignorare che in Mali si stesse organizzando un evento dalla portata mondiale. Invece di entrare in contatto con le società civili africane, si sono trincerati dietro un atteggiamento di auto-censura non necessaria. Avevano paura di sembrare dei simpatizzanti dei movimenti per non dispiacere i loro amici oltreoceano. Hanno fatto soltanto il minimo indispensabile".
A partire da dopodomani, in otto punti diversi di Bamako si discuterà, oltre che dell'universo delle donne, di ambiente,
distruzione, società contadine, cooperazione, immigrazione, debito e Omc, comunicazione, cultura. Un forum dei giovani riunirà, tra gli altri, ragazzi del Mali, Costa d'avorio, Guinea e Congo. Lontano dal Palazzo dei Congressi, ci fermiamo ad un chioschetto che vende latte e yoghut, all'angolo di Place de l'Independance. Sedute nel baracchino due ragazze ben truccate, unghie lunghe e vestiti dai colori rosso e viola sgargianti. Una lavora qui e fa la venditrice per 25 franchi maliani al mese, (50 dollari circa). Ha 22 anni e si chiama Fatumata. Con quello che prende proprio non ce la fa a campare. Per questo vive coi genitori, come quelli della sua età qui a Bamako. Non ha sentito parlare del Social Forum, ma quando glielo spieghiamo dice che secondo lei si dovrebbe parlare di più dell'Aids. Non sa se un altro Mondo è possibile. Per ora, dice, mi basterebbe un lavoro "possibile".


Gli intellettuali di destra si affrancano dal berlusconismo
Lucia Annunziata su
La Stampa 22 gennaio

La soluzione più semplice è quella di invocare il trasformismo. Il «trasformismo», che si affaccia nel nostro sistema politico agli albori dello Stato unitario, in un celebre discorso di Agostino Depretis pronunciato a Stradella, nel 1882, è infatti il colpevole usuale della politica italiana, il protagonista indiscusso di ogni vigilia elettorale. Banalizzato nel tempo da concetto politico a fenomeno di costume, è divenuto una sorta di termometro dei tempi, istant-poll degli umori popolari, che ispira indiscriminate liste di «voltagabbana», e definisce la corruzione dell'animo del nostro sistema, in cui la funzione pubblica è passata da servizio ad autoservizio.
Il trasformismo è divenuto così spiegazione soddisfacente ma a volte troppo semplice, come nel caso, ad esempio, dei movimenti che scuotono, in questa vigilia elettorale, la più solida e agguerrita famiglia politica italiana: gli intellettuali della destra. La coorte che ha portato dieci anni fa Silvio Berlusconi al centro della politica italiana, difendendolo dagli assalti più feroci, e chiudendo gli occhi di fronte alle sue più visibili debolezze, oggi sembra sgretolarsi sotto il semplice dubbio della sua fallibilità politica. Un fenomeno degno di molta più attenzione di una battuta (che pure circola) sui topi che si mettono in salvo. Quella che si è aperta è in realtà una vera discussione, in un gruppo che finora non ne accettava. E' significativo che a rompere le righe, annunciando il suo addio al premier, sia Antonio Socci, il giornalista crociato, il più amato proprio da Berlusconi. Ma Socci non è solo.
Prima di lui il sofisticato Domenicale, del fedelissimo Dell'Utri, ha ipotizzato un panorama in cui non ci sia più Berlusconi. Venerdì è stato poi un sanguigno Guzzanti a scrivere, pur dopo una appassionata difesa, che «la gente secondo noi in questa fase non vuole un Superman, ma un leader convinto, sì, ma che sappia mettersi nelle scarpe dei suoi concittadini bastonati dal quinquennio più feroce del dopoguerra». Giuliano Ferrara, che non rompe le righe (ma il suo è un caso a parte: sempre venerdì nella quotidiana celebrazione gli è uscito un «naturalmente finirà tutto in rovina, come capita a chi ha già vinto la battaglia e non lo sa, non riesce a scrivere il finale»), ha tuttavia immediatamente colto questi segni e strutturato il dibattito, pubblicando ieri su Il Foglio una intera pagina sul caso Socci. Con chi sostiene (Alessandro Giuli) che «è doveroso, almeno esteticamente, andare a sbattere con Silvio» e chi (Ubaldo Casotto) preferisce «il problema Berlusconi alla soluzione Prodi» (Casotto), e un Baget Bozzo che difende il premier ma usando il passato, come in un cronologio, mentre dalla prima pagina di Libero Marcello Veneziani denuncia il punto di rottura in atto con un: «Dio salvi Berlusconi dai Berluscones».
Fosse pure semplice opportunismo, andrebbe preso sul serio almeno il risultato di questo interrogarsi: abbatte, nel momento in cui si formula, il dogma principale della esistenza politica di Berlusconi, cioè la sua inamovibile centralità nel sistema. E' una novità non da poco. Ma più rilevante ancora, a mio parere, è chi fa questi discorsi. Sono intellettuali quelli che aprono la strada alla discussione, sono loro a dire, proprio da quei luoghi che Forza Italia si era costruita per altro come i propri bastioni difensivi, quello che non va e quello che non è andato bene. Sono loro a trasformare in una ricerca di senso quella insoddisfazione che finora è rimasta nel campo (questo, sì, molto trasformista) della competizione interna fra i vari partiti della Cdl. Più che di trasformismo, insomma, direi che qui si tratta di intellettuali che stanno facendo il proprio lavoro. Il che non era scontato, in questo momento.
Questo gruppo di opinionisti della destra è sceso infatti in campo dieci anni fa intorno a un Berlusconi rivoluzionario, con la dedizione semplificata che si dedica ai rivoluzionari. In lui identificarono il riscatto dai torti subiti, gli anni della loro percepita «esclusione», e accettarono da lui senza battere ciglio le più incredibili storie sulla cultura tutta orientata dalla sinistra, sulla passività intellettuale di uno schieramento congelato nei luoghi comuni del «politically correct». Come tutti i rivoluzionari, hanno sostenuto il loro leader con entusiasmo e mancanza di dubbi. Oggi che ragionano sul fallimento provano che hanno meno paura delle loro ubbie, che hanno meno rancori, e, soprattutto, che si sono liberati dalla loro «malattia infantile». E questo loro distacco prova, meglio di tutte le loro parole, che il ciclo innovativo del berlusconismo è morto. E che loro sono divenuti come tutti gli intellettuali del mondo attuale: divisi fra simpatie e ragionamenti, divisi fra loro, destinati a vivere in una condizione imperfetta in cui non ci sono leader salvatori. Benvenuti nel club.


Ali Agca nella Casa delle libertà
Michele Serra su
L'espresso

Come si preparano i principali leader politici italiani alla campagna elettorale? Gli esperti dell'immagine sono al lavoro da tempo, e le strategie già ben delineate.

Diesse Per recuperare terreno nel proprio bacino elettorale, scosso dalla vicenda Unipol, i diesse hanno scelto un profilo elettorale molto sobrio, in linea con le radici austere della sinistra. Si presenteranno in televisione scalzi, con indumenti molto in linea con i gusti popolari: canottiere traforate, t-shirt con scritte spiritose, tuta da ginnastica con grosse bozze su gomiti e ginocchia. E durante i dibattiti consumeranno sfilatini al formaggio, ripulendo le briciole con un vistoso e allegro tovagliolo a scacchi rossi e bianchi. Come elemento di rinforzo a questa strategia, in sostituzione dell'Opa per la Bnl ne verrà lanciata una per acquisire un negozio di ferramenta o, in alternativa, una pensione a Igea Marina.

Forza Italia Per non spaventare l'elettorato moderato, lo staff di Berlusconi è stato rinforzato da elementi in grado di mitigare i toni del leader. Va proprio in questo senso la consulenza di Ali Agca, la cui piattaforma politica è giudicata molto più rassicurante di quella del Cavaliere. Per il resto, la fida Miti Simonetto propone un ulteriore ritocco del lifting. Verranno tirate le tempie, alzati gli zigomi e ridotti i piedi (per accattivarsi le simpatie estetiche di eventuali elettori di origine cinese), il fondotinta sarà verde prato (per conquistare l'elettorato daltonico) e infine sarà effettuato il trapianto di una lunga treccia bionda al centro del cranio (per conquistare anche l'elettorato dei matti). Maglietta fina per rendere omaggio a Baglioni e calzette rosse per ricordare Battisti. Il premier accetterà di comparire nei faccia a faccia, ma solo con competitors dal volto sfigurato.

Casini Si punta tutto sulla figura del presidente della Camera piuttosto che sulla sigla del suo partito, l'Udc, anche perché nessuno se la ricorda e lui stesso deve farsela ripetere dai suoi portavoce prima di ogni comizio. Verranno esaltate le sue doti di equilbrio e di moderazione: per sicurezza, sono stati assunti esperti lituani, i quali, non sapendo niente della politica italiana, scriveranno solo discorsi assolutamente generici (che cosa mettersi quando piove, come vivere serenamente anche con l'artrosi, eccetera) evitandogli di prendere posizione su qualsivoglia argomento.

Rifondazione Bertinotti è quello che ha meno problemi: la sua strategia di comunicazione è già perfezionata da tempo, e non resta che ricalcarne i modi e i tempi. Dunque lo vedremo nel salotto di Sandra Verusio mentre esalta l'epopea delle mondine, nel talk-show della contessa Chiarulli Montalbetti mentre esorta ad abbattere il padronato, e infine nel grande comizio di chiusura, di fronte a migliaia di operai, spiegare l'uso corretto delle posate da pesce.

Lega Il programma elettorale parla da solo: castrazione degli stupratori, rapatura delle adultere, impiccagione dei negri, rogo delle baldracche, gogna in piazza per i ripetenti, abbattimento a mani nude di cavalli e mucche. Uno schietto e accattivante spirito popolaresco che necessita, in tv, solo di piccoli ritocchi: Castelli parteciperà ai dibattiti munito di torcia e forcone, Calderoli con un maiale al guinzaglio. Inno per la campagna elettorale, un hit degli anni Sessanta rivisitato: 'La ragazza del Ku Klux Klan'

L'esperto E per finire, non possono mancare i suggerimenti del principe degli esperti di comunicazione, quel Maurizio Costanzo sempre più conteso dai leader di tutte le forze politiche. Ha già perfezionato il suo pacchetto di consigli: "Primo, durante le dirette televisive è sconsigliato urlare minacce di morte all'avversario, paonazzi in volto, agitando il pugno e facendo il gesto di scagliarsi contro di lui gridando 'tenetemi o lo ammazzo'. Secondo, è proibito scaccolarsi e attaccare il cappero sul bracciolo della poltrona. Terzo, bisogna fissare al meglio le otturazioni dentali in modo che non cadano di bocca mentre si parla. Ho studiato i principali leader politici mondiali e vi assicuro che nessuno di loro ha mai commesso uno di questi tre errori. Per questo hanno vinto".

Schifani Si è ritirato dalla campagna elettorale: il suo esperto per l'immagine si è suicidato.


   22 gennaio 2006