
sulla stampa
a cura di P.C. - 30 dicembre 2005
La banca, il cambio e la tradizione
Tommaso Padoa-Schioppa sul Corriere della Sera
Il direttore Paolo Mieli mi chiede se voglio commentare la nomina del nuovo Governatore della Banca d'Italia, ben consapevole che rischia di ospitare un intervento «per fatto personale». Accetto volentieri pensando ai lettori del Corriere, ai carissimi ex colleghi della Banca, alla grande riconoscenza che ho per l'Istituto in cui ho lavorato quasi 30 anni e che forse, nel formarmi, è stato secondo solo alla mia famiglia.
Nel corso che frequentai a Roma nel 1968 con la speranza di essere poi assunto come impiegato ci veniva, tra l'altro, insegnato questo: «Se entrerete nella Banca d'Italia potrete accedere a tutti i gradi della carriera fino a quello di direttore generale. Governatore no; quello viene da fuori perché deve saper parlare ai politici e questo, chi sta in Banca, non deve saperlo né deve impararlo». Un precetto radicale, ma ricco di saggezza.
La distanza dalla politica, d'altra parte, non aveva alcuno degli incivili accenti di antipolitica oggi tanto di moda tra pubblici funzionari e cittadini.
Era riconoscimento di quello che giustamente si chiama il primato della politica. Ricordo bene il profondo rispetto con cui i tre Governatori sotto i quali più a lungo servii la Banca (Carli, Baffi, Ciampi) solevano rivolgersi al «loro» ministro, spesso persona assai più giovane, tecnicamente impreparata, addirittura impacciata nell'esercizio di alcune funzioni.
Usavano il «lei» e il termine «Signor ministro», non il «tu» e il nome di battesimo. Riconoscevano appieno che l'eletto del popolo, fiduciato dal Parlamento, ha una investitura superiore a quella del pur alto funzionario. Sapevano che l'autonomia e l'indipendenza erano di natura tecnica, non politica: autonomia della tecnica dalla politica, non di una politica da un'altra politica.
Da allora il mondo e l'arte delle banche centrali sono profondamente cambiati. Le due plurisecolari ancore della moneta (l'oro, lo Stato) sono state abbandonate. La forza dell'istituto di emissione, una volta appesa a fili sottilissimi come il prestigio, la competenza tecnica, la capacità di persuasione, lo stile di vita, si è assisa sulle fondamenta apparentemente granitiche di statuti, leggi, garanzie di stabilità. Molte banche centrali nel mondo hanno sviluppato una concezione ipertrofica del proprio compito e del proprio potere, forse con ciò preparando la loro fine.
Si sono trasformati anche organizzazione, personale, tecnologia. Le Banche d'Inghilterra e d'Olanda hanno poche centinaia di dipendenti e nessuna filiale. La cittadinanza non è più un requisito per essere assunti e neppure per entrare nell'organo collegiale che decide. Le operazioni allo sportello con il pubblico sono cessate quasi del tutto.
La Banca d'Italia di cui con impeccabile competenza tecnica, esperienza, integrità personale Mario Draghi diviene Governatore è oggi ferita in ciò che aveva di più prezioso: la reputazione e il rispetto degli italiani e degli stranieri. Ma sono ferite curabili in un corpo sano. Ciò che per decenni tenne la Banca in cima alle aspirazioni di tanti giovani era la fama di eccellenza tecnica, di selezione fondata sul solo merito, di apertura sul mondo, di dedizione disinteressata all'interesse generale. Chi veniva assunto, attraverso concorsi rigorosi e dopo una formazione intensiva, trovava un severo costume di lavoro, abitudine a dibattere liberamente prima di decidere, insofferenza per le argomentazioni futili o non pertinenti, allergia al calcolo politico e all'opportunismo.
Quei beni preziosi sono ancora presenti nella Banca d'Italia e chiedono solo di essere riconosciuti e coltivati.
Obiettivo fiducia
Mario Deaglio su La Stampa
Soltanto da un punto di vista strettamente formale Mario Draghi può essere considerato come il successore di Antonio Fazio; si tratta piuttosto del primo governatore in una nuova Banca d'Italia. Le norme appena approvate che regolano questo organismo hanno infatti introdotto la forte discontinuità in una carica che rimane uguale a quella di prima soltanto nel nome; si ratifica così, con ritardo dopo un vero e proprio trauma istituzionale, il processo di cambiamento, iniziato con l'introduzione dell'euro, che aveva già eliminato la parte più qualificante dei compiti delle banche centrali nazionali, ossia il governo della moneta.
Le recenti vicende hanno inoltre privato la carica di governatore della Banca d'Italia di quell'aura di sacralità che, negli ultimi decenni, ne aveva fatto un punto di riferimento per il Paese e la poneva in grado di indicare i limiti entro i quali la politica economica poteva muoversi. La Banca d'Italia era inoltre dotata del potere di indirizzo nei confronti di un mondo bancario fortemente soggetto al suo controllo e alla sua «persuasione morale» e rappresentava, di fronte alla comunità finanziaria internazionale, la garanzia di ultima istanza della correttezza degli indirizzi della politica economica del Paese.
Il nuovo governatore quindi, sotto molti aspetti, è un governatore «dimezzato», non più una sorta di entità quintessenziale pressoché totalmente priva di controlli, ma un «superfunzionario» a capo di un organo inserito in un complesso di enti predisposti al governo dell'attività economica in un sistema di mercato. Un governatore «dimezzato» non significa però un governatore meno importante; al contrario, egli dovrà compensare il minor carisma legato alla carica con un'azione maggiormente incisiva; dovrà intervenire con maggiore tempestività e trasparenza ai cambiamenti rapidi che stanno interessando il mondo bancario italiano; dovrà applicare con convinzione le normative europee sin qui accettate con riluttanza; dovrà rimediare al calo della fiducia internazionale nelle istituzioni bancarie italiane.
Pur dotato di questo elevato profilo professionale, Draghi non ha certo una passeggiata davanti a sé. Mentre cercherà di porre rimedio alle carenze del sistema, rivelate dalle vicende della Banca Popolare Italiana, dovrà quasi certamente affrontare il ridisegno del sistema bancario italiano che si trova ad agire in un orizzonte europeo e mondiale non certo assestato. L'interesse dell'estero per le banche italiane non si è infatti esaurito con l'episodio dell'Antonveneta e della Bnl e non è irragionevole attendersi nuove offerte pubbliche d'acquisto in tempi non lunghissimi.
Queste offerte non potranno essere bloccate con gli strumenti usati finora, il Paese dovrà rendersi conto che una parte della sua futura identità economica dipende dalla fiducia che gli italiani vorranno liberamente accordare alle loro banche e alle loro capacità di crescita. Tale fiducia appare oggi, a dir poco, appannata. Sarà uno dei compiti meno facili e più necessari di Draghi quello di ricostituirla.
Il restauro di Bankitalia
Alberto Statera su la Repubblica
Primo, murare l´ingresso posteriore di via dei Serpenti, quello che l´ex governatore Antonio Fazio raccomandava al suo azzimato banchiere di famiglia Gianpiero Fiorani di varcare, quatto quatto, per non farsi vedere quando lo andava a visitare con scopi evidentemente non proprio istituzionali. Secondo, recuperare e distribuire ai novemila dipendenti lo scritto di Luigi Einaudi che, descrivendo palazzo Koch ai tempi di Donato Menichella, dava una piccola ma preziosa lezione su come coniugare stile e sostanza, forma e contenuto, discrezione e autorevolezza.
«Scale, stanze e corridoi - scriveva l´ex governatore della Banca d´Italia - sono silenziosi e puliti. Gli uscieri sono pochi, correttamente vestiti e cortesi. Non si parla ad alta voce, non si odono rumori fastidiosi» e il governatore riceve «i dirigenti delle banche, i capi di imprese grandi e minute, nel suo studio.
Che è silenzioso, dove i visitatori sono introdotti da uscieri dal portamento corretto, attraverso atri e corridoi mondi dalla polvere o dalle ragnatele». Niente ingressi nascosti, né trilli di telefonini intercettati, né passeggiate, a Lodi o in qualunque altra città, a braccetto con banchieri dall´incerta reputazione e codazzo di finanzieri dalle oscure origini. Terzo, parlare possibilmente in pubblico una sola volta all´anno, come capitava in passato, in occasione delle Considerazioni finali, lette in una sala vietata ai politici, evitando digressioni su "Arte come fede", "Ruolo e prospettive del monachesimo" o "Questione 105 della Summa theologiae", temi che nell´ultimo decennio sono risuonati ossessivamente tra le cifre di incremento del deficit e i decimali di crescita del Pil. Di sacro in una banca centrale ci sono soltanto i numeri e il rispetto delle regole del mercato, in un´economia che arranca per diventare liberale.
La forma, che quasi sempre diventa sostanza, con Draghi è dunque salva. E col mandato a termine del governatore cessano i rischi di tirannia che hanno segnato almeno l´ultimo biennio di Fazio. Ma la sostanza? Da dove cominciare il restauro del palazzo? Forse dai dintorni del palazzo stesso, rimarcando l´autonomia della Banca dal mondo politico e dal mondo bancario. Draghi ha convissuto con presidenti del Consiglio e ministri del Tesoro di tutte le specie, dal democristiano Giovanni Goria in giù, ed episodi di autonomia, o quantomeno di dichiarato dissenso, dalla politica non mancano. Per esempio, quando nel 1999 Massimo D´Alema, presidente del Consiglio, chiese che il Tesoro e la Banca d´Italia si astenessero dall´esercitare il diritto di voto all´assemblea Telecom. Fazio obbedì, Draghi protestò e chiese a Carlo Azeglio Ciampi, ministro del Tesoro, di ottenere una lettera dalla presidenza del Consiglio che ordinasse per iscritto l´astensione.
Poi c´è il nodo delle banche, di cui gli eventi di questi mesi hanno rivelato la complessità. Il sistema è ancora bancocentrico, frammentato, nano e costoso per i risparmiatori. Il credito non bancario è bloccato da abusi e scandali o utilizzato dalle banche per risolvere i loro problemi di bilancio.
L´intreccio banche-imprese è sempre più inestricabile e perpetua logiche di puro potere. Perciò la rimozione di Fazio, come ha osservato Alessandro Penati su "La Voce. info", potrebbe essere l´occasione per dare uno scossone a favore della concorrenza e del mercato. Uno scossone a lungo atteso a giudicare dalle parole che seguono: «Gli istinti animali della società si scatenarono, lottando strenuamente contro l´accettazione dei principi dell´economia di mercato, dei vincoli che l´apertura delle frontiere imponeva ed impone... Al protezionismo esterno se ne sostituì uno interno, assai più robusto e pervasivo, che poteva contare su un consenso politico vastissimo, trasversale, che intersecava maggioranza, opposizione, e che ha impedito di introdurre nel nostro costume e nella nostra legislazione i principi della libera impresa, della concorrenza, dell´economia di mercato». Di chi sono queste parole? Di Guido Carli, che le dettò quindici anni fa per la sua autobiografia uscita postuma. La Banca d´Italia, la «sua» Banca d´Italia, «ha contrastato - rivendicava Carli - il saldarsi del mosaico di questa Costituzione materiale».
La Banca d´Italia di Fazio, negli ultimi anni, ha favorito il saldarsi degli istinti animali antimercato. Adesso tocca a Draghi il grande restauro.
Operazione credibilità
Pier Carlo Padoan su l'Unità
La nomina di Mario Draghi a governatore della Banca d'Italia è una cosa di cui ci si deve rallegrare innanzitutto come italiani. La sua indiscussa competenza e reputazione a livello internazionale rappresenta di per se stessa un segnale che l'Italia ha bisogno di riconquistare una credibilità che era andata calando in questi anni: nei confronti delle istituzioni internazionali, dei mercati, nei confronti di se stessa. Il curriculum del futuro governatore è una garanzia di competenza e professionalità nei confronti di ciascuno di questi interlocutori.
Concorrenza che in alcuni casi si subisce ma che in altri casi si vince come dimostrano le operazioni di successo all'estero di alcune delle nostre banche. C'è poi una particolare istituzione internazionale in cui il nuovo governatore potrà esercitare una influenza diretta: la Bce. In questo caso quel che c'è da augurarsi non è tanto un atteggiamento da colomba nei confronti della gestione della politica monetaria, quanto un deciso sostegno nel processo di integrazione dei mercati finanziari nazionali e un maggiore coordinamento delle politiche nazionali di vigilanza. Nei confronti dei mercati. La conoscenza diretta, da protagonista, dei mercati finanziari da parte del neo governatore è un asset preziosissimo per un paese che vede il suo debito di nuovo in fase di crescita e che rischia continuamente un abbassamento dei rating e un maggior onere di servizio del debito. I mercati finanziari internazionali stanno cambiando al peggio per l'Italia almeno per due ragioni.
La prima perché da mesi oramai siamo entrati in una fase di tassi di interesse, sia pur lentamente, crescenti. La seconda perché le recenti modifiche al Patto di stabilità renderanno i mercati più severi nei confronti dei paesi con le finanze pubbliche messe male. Di nuovo, il governatore non ha a disposizione strumenti diretti per influenzare i mercati ma ne ha uno indiretto e che può essere molto potente: il suo giudizio, la sua valutazione sullo stato dell'economia italiana. E questo strumento sarà tanto più potente quanto più sarà indipendente e autorevole.
L'indipendenza è qualcosa che il neo governatore dovrà e saprà dimostrare sul campo. La autorevolezza dipenderà anche dalla possibilità di poter tornare a sfruttare quel grandissimo patrimonio di analisi e valutazione che tutt'ora si trova nei servizi della Banca d'Italia. Tutti sappiamo che per decenni l'analisi della Banca d'Italia traeva autorevolezza indiscussa dalla qualità del suo personale. Tutti sanno che in questi anni uno stillicidio continuo ha spinto molti dei migliori cervelli a lasciare Via Nazionale. Siamo convinti che d'ora in poi questa tendenza si invertirà. Da ultimo il neo governatore può far crescere la fiducia che l'Italia ha verso se stessa. Qui il discorso sarebbe lungo, ma ci limitiamo a un aspetto.
Ci associamo a quanti hanno suggerito, in questi giorni, di riconsiderare il rito delle considerazioni finali. Di ripensarle molto nella forma. C'è davvero bisogno della cerimonia del 31 maggio o è sufficiente, come in molti altri paesi, la diffusione, via media, del testo? (E questo vale anche per molte altre istituzioni pubbliche che almeno in questo hanno copiato il modello della Banca d'Italia). Di ripensarle anche nella sostanza. Soprattutto di evitare messaggi sull'economia italiana che rischiano di avere poco a che fare con la solidità di analisi, come quella oramai famosa conclusione delle considerazioni finali lette nel maggio 2001 che facevano balenare la possibilità che l'Italia si trovasse di fronte a un nuovo miracolo economico. Si è visto poi come sono andate le cose.
Prodi: a Palazzo Koch sarà restituita dignità
Marco Marozzi su la Repubblica
ROMA -«Una scelta di alto profilo e di grande credibilità internazionale, restituirà dignità a Palazzo Koch». Romano Prodi guida gli elogi di un centrosinistra quasi al completo. Si distingue Rifondazione comunista. «Mario Draghi - attacca il responsabile Economia e Lavoro, Paolo Ferrero - non rappresenta il migliore dei governatori possibili». L´accusa è di essere stato, come direttore generale del Ministero del Tesoro, il «gestore della fase delle privatizzazioni selvagge». «Giudicheremo dai fatti» dice, dal fronte dei Comunisti italiani, Marco Rizzo. Da notare che le privatizzazioni sono state avviate quando Prodi era all´Iri e Ciampi a Palazzo Chigi, proseguite quando Prodi era a Palazzo Chigi e Ciampi all´Economia, negli anni in cui fu varata anche la legge Draghi sulla Finanza. Il rapporto fra Prodi e il nuovo governatore nasce 35 anni fa fra le cattedre universitarie, prosegue nella comunanza culturale. Draghi si vedeva ogni tanto a Bologna anche alle riunioni di Prometeia, il centro di analisi economiche fondato da Nino Andreatta e da anni guidato da Angelo Tantazzi e Paolo Onofri. Visioni comuni che tornano nei decenni, anche se Prodi si è arrabbiato perché adesso qualcuno gli ha fatto definire Draghi «uno dei miei». «Ma come si fa a pensare una roba del genere?». Il legame è di altro profilo, come i due si sono raccontati nella telefonata di congratulazioni.
«Impegni istituzionali». E saltò l'interrogatorio
Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera
MILANO Formale nei toni, durissimo nella sostanza: un botta e risposta epistolare tra la difesa di Silvio Berlusconi e la Procura di Milano ha fatto seguito all'«invito a comparire», rimasto segreto per un mese e disertato il 3 dicembre dal premier, che i pm gli avevano inviato il 30 novembre per contestargli la corruzione del testimone David Mills e il concorso nella falsa testimonianza che l'avvocato londinese avrebbe reso il 20 novembre 1997 nel processo per le tangenti Fininvest alla Guardia di finanza e il 12 gennaio 1998 nel processo All Iberian.
PLICO SIGILLATO A GHEDINI Èil 30 novembre quando l'avvocato e deputato di Forza Italia, Niccolò Ghedini, presso il quale è domiciliato Silvio Berlusconi, riceve nel suo studio legale di Padova un ufficiale del Nucleo regionale della GdF di Milano, incaricato dalla Procura di consegnargli una busta sigillata, aprirla solo in sua presenza e verbalizzare l'operazione.
CINQUE NOVITÀ Ghedini vi legge l'entità della presunta tangente («non meno di 600 mila dollari»); l'individuazione dell'asserito intermediario (il manager Fininvest Carlo Bernasconi, morto nel 2001) «a seguito di disposizioni di Silvio Berlusconi e per favorirlo»; data (1997) e luogo (un conto alla Cim Banque di Ginevra) del pagamento; l'indicazione di quali sarebbero stati i processi (Gdf nel 1997 e All Iberian nel 1998) inquinati dalla falsa testimonianza; e i due fatti in ipotesi nascosti (la telefonata del 23 novembre 1995 tra Mills e Berlusconi sull'inchiesta All Iberian e l'effettiva proprietà in capo ai due figli di Berlusconi delle società offshore Universal One e Principal One). Esiti investigativi che, si intuisce, sono basati su nuovi testimoni (diversi da Mills stesso) e documenti (frutto di rogatorie all'estero).
CONVERGENZE PARALLELE Il presidente del Consiglio sceglie di non dar conto pubblicamente dell'atto che ha ricevuto da Milano. I pm De Pasquale e Robledo, dal canto loro, cercano evidentemente di bissare altri passaggi dell'inchiesta sui diritti tv Mediaset, nei quali in passato erano già riusciti a mantenere «blindata» per molti mesi l'iscrizione tra gli indagati di Berlusconi o dei suoi figli.
«IMPEGNI ISTITUZIONALI» Dall'avvocato Ghedini parte per la Procura una lettera che si duole della violazione degli obblighi di leale collaborazione istituzionale tra magistratura e politica additati a suo tempo dalla Consulta: Berlusconi, in sostanza, lamenta di aver ricevuto già bella e fissata la data della convocazione, mentre avrebbe voluto che i pm la concordassero prima con lui. E anche se il 3 dicembre è un sabato, la difesa di Berlusconi, allegando una nota del segretario Valentino Valentini, fa sapere che il premier non può perché impegnato in colloqui e incontri. Espressione che da sola non sembra integrare impegni di carattere istituzionale risponde una missiva della Procura : comunque, scelga pure il premier quale tra le date possibili egli ritenga disponibile. Da allora, fine delle trasmissioni.
Quando le Coop rosse scelsero il mercato
Edmondo Berselli su la Repubblica
E poi raccontano del mondo comunista ostile al mercato e al privato. Tanto per dire, l´Unipol fu comprata ai saldi da un pratico cooperatore bolognese, Cinzio Zambelli: era una scatola vuota della Lancia, e dentro la Lega delle Cooperative si era capito già in quel 1963 che il secolo dell´automobile ruggiva anche in Italia, che con la Cinquecento stava arrivando la motorizzazione di massa e che anche le masse, per l´appunto, si sarebbero messe alla svelta su quattro ruote. Si apriva un mercato e le coop rosse erano lì, puntuali. Pronti gli uomini della Legacoop, che avevano già capito qualcosa del mercato (e del supermercato): pronti e rispettosi della politica di Botteghe Oscure, ortodossi sulla linea, stalinisti quando lo richiedeva il centralismo democratico, ma anche svegli e soprattutto pragmatici.
E adesso, dopo la fragorosa caduta di Giovanni Consorte e delle varie consorterie? La Lega le è un colosso malato? Il suo destino consiste nel diventare una specie di Confindustria delle coop?
L´indizio principale lo si trova scorrendo l´elenco delle presidenze nazionali, tutte targate falce e martello o Quercia: il modenese Onelio Prandini, il reggiano Valdo Magnani (proprio lui, uno dei due "Magnacucchi" esecrati da Togliatti come pidocchi nella criniera del destriero comunista), il bolognese Vincenzo Galletti, l´altro bolognese Giancarlo Pasquini oggi senatore ds, il già citato Turci, l´attuale presidente Giuliano Poletti. Tutta gente della casa comune, rossa ed emiliana. E quasi tutti sulla direttrice Reggio-Modena-Bologna, la via Emilia del socialismo. A riprova che l´osmosi fra il partito e la Lega era un meccanismo fisiologicamente perfetto.
Basta guardare la geografia delle Coop per vedere che si sovrappone quasi esattamente all´area governata dal Pci: «Un connubio non tanto casto fra giunte e coop rosse», dice Giovanni Salizzoni, l´ex vicesindaco di Giorgio Guazzaloca uscito dalla scuola di Nino Andreatta: «Prima di Tangentopoli avevo sostenuto che la struttura della cooperazione era il grande finanziatore occulto del partito. Partito e Legacoop a Bologna erano tutt´uno, una struttura compatta, un mutuo potere capillare fatto di scambi in natura, appalti guidati, pubblicità nelle feste dell´Unità. Una volta feci scandalo dicendo che il sindaco di Bologna Renzo Imbeni poteva facilmente confondere la federazione del Pci con la sede delle Coop. Ma quando arrivammo noi, con Guazzaloca, questa struttura di potere si era già dissolta».
La Bolognina di Occhetto indebolisce inevitabilmente la presa dell´Elefante rosso, il partito deve concentrarsi sulla propria metamorfosi e sopravvivenza. E quindi nascono serissimi dilemmi di governance. Perché occorre pensare a un´impresa "diffusa", con una proprietà frazionatissima, composta da 12 mila aziende attive, con 7 milioni di soci, 400 mila dipendenti, poca industria e un futuro nella grande distribuzione e nella cooperazione di servizio. Se prevale la logica d´impresa, nasce subito un´anomalia: la normale dialettica fra azionisti e management è tutta sbilanciata dalla parte dei dirigenti. «Viene meno la capacità di "vigilanza", e questo spiega anche la parabola di Consorte, quello che ho definito bonapartismo manageriale», commenta Turci: «Anzi, in questo caso si ha l´impressione che fosse Unipol a dare ordini, o comunque a suggerire strategie, come faceva Consorte con il tesoriere dei Ds Sposetti». Informa tu Fassino, ma «per sommi capi», senza troppi dettagli.
Certo, a parlare con la dirigenza coop in questi giorni, ci si accorge che un legame c´è ancora. «Sempre più tenue», dicono nella sede bolognese, «visto che nel 2001 non siamo stati neanche capaci di trovare una candidatura per un ex presidente di valore come Ivano Barberini». Tutti citano Pier Luigi Bersani come riferimento, e indicano comunque una collocazione della Lega nel centro perfetto del mainstream Fassino-D´Alema. Ma gli interessi della Lega sono gli interessi della Lega. Oggi sono possibili decisioni politiche una volta impensabili. Ad esempio, all´inizio della legislatura la Lega ha firmato con il governo Berlusconi il Patto per l´Italia (che invece la Cgil ha respinto).
Cambia tutto. Allora anche l´atteggiamento verso il governo di destra? Dopo la vittoria del 2001, Berlusconi e Tremonti minacciavano sfracelli, spezzeremo le reni alle cooperative rosse. Alla fine, hanno fatto la riforma del fisco cooperativo e del codice senza toccare i cardini statutari della cooperazione, cioè l´inalienabilità del patrimonio e la proprietà indivisibile, in buon accordo con i vertici del mondo cooperativo. A questo punto il collateralismo è un´eco di simpatia a sinistra, di convegni sulla responsabilità sociale delle imprese, di bilanci "sociali", di valori "etici" invocati quando gli affari scottano. Lì davanti c´è il mercato, e il mercato non fa sconti a nessuno: né alla politica né alla storia della Lega.
Politici amici e nemici: la rete di Consorte
Paolo Biondani sul Corriere della Sera
Affari e politica s'intrecciano anche sul cellulare di Gianni Consorte. Delle 1.942 conversazioni telefoniche registrate dalla Guardia di Finanza nei giorni frenetici della scalata di Unipol alla Bnl compresi privatissimi colloqui con amici o familiari del tutto estranei ai raid finanziari almeno 53 riguardano parlamentari. La media di 1 su 20 si raggiunge sommando le telefonate dirette con parlamentari, che proprio per questo sono state omissate dai magistrati, con altre conversazioni in cui lo stesso Consorte, parlando con i suoi collaboratori, racconta i contenuti di chiamate precedenti o parla di appuntamenti fissati o di incontri fatti con politici. Il rendiconto completo dei 24 giorni di intercettazioni sul cellulare di Consorte dalle 16.23 del 4 luglio alle 17.51 del 28 disegna un quadro trasversale e spesso sorprendente di amici e nemici, nonché di personaggi pubblici ostili ma da avvicinare o al contrario vicini ma da allontanare. Come nel caso di Visco, dove il solo cognome accostato alla carica di «ministro» ha fatto confondere tra l'esponente diessino e un funzionario di Bankitalia, non si può escludere qualche caso di omonimia. Ed è sempre bene precisare che all'epoca nessuno poteva sospettare le successive scoperte dei magistrati milanesi.
D'Alema e Fassino
Piero Fassino e Massimo D'Alema, direttamente o attraverso persone di fiducia, sono tra i politici più vicini a Unipol. Fassino, stando a quello che racconta lo stesso Consorte, ha avuto almeno 17 telefonate con il manager. Più volte Consorte dice alla segretaria che « bisogna chiamare Fassino
». Una telefonata cruciale (già pubblicata nei giorni scorsi) al tesoriere diessino Ugo Sposetti, che è intimo di Consorte, rivela però che Fassino è tenuto fuori dai segreti di Unipol. E gli stessi inquirenti considerano «innocui» i suoi contatti: si limita a preoccuparsi del futuro delle coop.
D'Alema è citato una sola volta, ma in un momento chiave. Il 15 luglio, annota la Gdf, « Gianni chiama Mara (la sua segretaria n.d.r.) per posticipare l'appuntamento con Massimo D'Alema
». Sono le 15.56 e proprio in quelle ore Consorte sta per chiudere tutta l'operazione Bnl, come annuncerà di lì a poco all'amico Frasca di Bankitalia: « Abbiamo il 51,6% ». Meno di un'ora prima si è tenuta la «conference call» che secondo il giudice Clementina Forleo ha ratificato un patto segreto tra gli scalatori di Bnl e quelli di Antonveneta.
Le intercettazioni non chiariscono se Consorte abbia poi incontrato davvero D'Alema e in che limiti lo abbia informato dell'operazione. Ma c'è anche una telefonata diretta con il presidente dei Ds coperta da un rigoroso segreto.
La scalata alla Bnl in realtà spacca gli stessi diessini. Il 20 luglio « il capo di gabinetto di Veltroni »dice che il sindaco di Roma « non è rimasto bene della sua intervista all'Unità ». Consorte risponde di « non aver mai detto quella frase » e che « se vuole è pronto a smentire ». Lo stesso giorno Nicola Latorre, che è molto vicino a D'Alema, manda tre sms a Consorte con lo stesso messaggio: « Intervista STREPITOSA. Ci vediamo martedì. Un abbraccio. Nicola Latorre ». Un certo Nicola viene « istruito da Sacchetti » per un'intervista sulla scalata Unipol. Si parla anche di « bloccare Epifani » ma potrebbe trattarsi di un'omonimia.
Prodi perplesso
Il 12 luglio Consorte ha un problema con il numero uno dell'Ulivo: « Abete è andato da Prodi » e Fassino gli consiglia « di sentirlo per tranquillizzarlo ». Consorte risponde che « chiamerà l'onorevole Santagata per dirgli che se Prodi vuole spiegazioni, lui gliele darà ». Il 18 luglio in effetti Consorte dice alla sua segretaria che « a Bologna dovrà vedere Prodi ». Poi « Santagata deve parlare con la segretaria di Prodi per sapere se va bene oggi ». E Consorte gli dice « che arriva Bologna all'una per cui l'appuntamento con Prodi dev'essere rinviato ».
30 dicembre 2005